JEAN-MARIE VIANNEY, SANTO CURATO D’ARS – 4 AGOSTO

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JEAN-MARIE VIANNEY, SANTO CURATO D’ARS – 4 AGOSTO

(1786 – 1859) – beat. 8/1/1905 – can. 31/5/1925

Nel suo recente viaggio nella Repubblica Ceca, Benedetto XVI si domandava: « Ai nostri giorni la santità è ancora attuale? O non è piuttosto un tema poco attraente ed importante? Non si ricercano oggi più il successo e la gloria degli uomini? ». Continuando la sua riflessione chiedeva pure: « Quanto dura, però, e quanto vale il successo terreno? ». E notava: « Il valore autentico dell’esistenza umana non è commisurato solo su beni terreni e interessi passeggeri, perché non sono le realtà materiali ad appagare la sete profonda di senso e di felicità che c’è nel cuore di ogni persona. Per questo Gesù non esita a proporre ai suoi discepoli la via « stretta » della santità: « Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà » (Mt 16, 25). E con decisione ci ripete […]: « Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (v. 24). Certamente è un linguaggio duro, difficile da accettare e mettere in pratica, ma la testimonianza dei Santi e delle Sante assicura che è possibile a tutti, se ci si fida e ci si affida a Cristo » .
L’esperienza del Curato d’Ars lo attesta in modo efficace.
1. Una vocazione provata
Henri Ghéon, poeta e drammaturgo francese, nel primo capitolo della biografia a lui dedicata, ha scritto che la vita del Santo Curato è così naïve e meravigliosa che si sarebbe tentati di raccontarla come una favola: « L’ultimo curato di Francia nell’ultimo villaggio di Francia. Ma fu completamente curato […] Lo fu così completamente che l’ultimo villaggio di Francia ebbe il primo Curato di Francia, e che la Francia intera si mise in viaggio per vederlo » .
Giovanni Maria Vianney, quarto di sei figli, nasce a Dardilly (nei pressi di Lione) l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse. La sua è una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, generosa nelle opere di carità.
Ha sette anni quando a Parigi regna il Terrore e vengono perseguitati i preti che non si sono piegati alla Costituzione civile del clero. I Vianney decidono di partecipare alle celebrazioni del clero cd. « refrattario », fedele al papa. Anzi, ogni tanto ospitano, a rischio della vita, qualche prete clandestino; ed è in una di queste occasioni che il piccolo Giovanni Maria può ricevere la prima Comunione a tredici anni, durante il cosiddetto « secondo Terrore ».
L’educazione cristiana ricevuta in famiglia e la testimonianza coraggiosa del clero fedele lo segnano profondamente. A poco a poco matura l’idea di dedicarsi al ministero sacerdotale. Intorno ai vent’anni è ormai deciso a diventare prete. C’è un ostacolo grave: gli manca un minimo di istruzione. Il parroco di Ecully, don Balley, lo sostiene, ma gli sforzi sembrano essere senza frutto. Qualche risultato comincia ad arrivare grazie alla sua perseveranza e dopo un pellegrinaggio presso san Francesco Régis alla Louvesc. Inattesa giunge, però, il 28 ottobre 1809 la chiamata alle armi nell’esercito napoleonico. Riesce a disertare e, anche se ricercato, è aiutato a nascondersi. Tornato a casa (marzo 1811), chiede perdono al padre per i dolori e i problemi che la famiglia ha dovuto subire a causa della sua diserzione, ma è convinto di essere stato guidato dalla Provvidenza.
Certo della sua vocazione, Giovanni Maria ritorna, probabilmente nella primavera del 1811, ad Écully da don Balley. Grazie al suo incoraggiamento e all’insistenza presso i superiori della diocesi, riesce ad accedere agli ordini sacri, dopo non poche difficoltà. Gli studi di filosofia e di teologia in seminario, infatti, dovevano essere fatti su testi scritti e spiegati in lingua latina. Inizialmente viene persino rinviato dal seminario maggiore, in quanto ritenuto non idoneo agli studi necessari. Don Balley gli ottiene tutte le possibili facilitazioni.
È ordinato sacerdote a 29 anni, il 13 agosto 1815, l’anno in cui a Torino nasce Don Bosco, e subito è inviato come coadiutore proprio ad Écully con don Balley. Vi rimane per poco più di due anni, fino alla morte del suo protettore (16 dicembre 1817). In questo periodo completa la formazione culturale ed è iniziato al ministero sacerdotale, vivendo un’esperienza ricca e determinante per tutto il suo successivo apostolato. Giovanni Maria si trova sempre in sintonia con don Balley, quanto a spirito di preghiera e di rinuncia. Don Balley – influenzato dal pensiero giansenista, sebbene ormai in declino – aveva un profondo senso della tragicità del peccato, cui doveva seguire la penitenza in una vita sobria, che doveva mirare all’incontro con Dio nella preghiera. Le stesse caratteristiche appartengono allo stile di vita di Giovanni Maria.
2. Ars
Un nuovo e decisivo capitolo si apre nel febbraio 1818 con il trasferimento di Giovanni Maria ad Ars, « l’ultimo villaggio della diocesi », con circa 230 abitanti, prevalentemente di umili condizioni, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: « Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete ». La gente non è atea o anticlericale, ma vive una religiosità superficiale, spesso cedevole ai divertimenti mondani, secondo la mentalità dell’epoca. Il santo si offre con piena disponibilità: « [Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che volete per tutto il tempo della mia vita! » (N 183; cfr. it. 228).
Jean-Marie arriva ad Ars per la prima volta il 13 febbraio 1818. Chiede la strada a un giovane pastore, Antoine Givre, a cui poi dirà: « Tu mi hai mostrato la via di Ars, io ti mostrerò quella del cielo » . Rimarrà ad Ars tutto il resto della sua vita, crescendo in santità nella quotidianità del proprio ministero.
I primi anni sono caratterizzati da una lotta serrata contro i vizi stigmatizzati dai predicatori dell’epoca come sintomo di secolarismo, quali il ballo, le osterie, la trascuratezza del precetto festivo. Si avverte di fatto il fenomeno di abbandono, soprattutto grave fra gli uomini, che era seguito alla rivoluzione francese. Il santo Curato sprona i suoi parrocchiani a condurre una intensa vita religiosa attraverso la partecipazione frequente ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia e alla Penitenza. La sua azione pastorale è forte e nello stesso tempo paziente: da un lato non si trattiene dal condannare senza mezzi termini i vizi dei paese, dall’altro lato si impegna con cure e premure, radunando piccoli gruppi orientati ad una vita cristiana il più coerente possibile, resa manifesta nella preghiera assidua e nella partecipazione attiva alle liturgie.
Proprio gettando le fondamenta della vita spirituale cristiana presso i suoi fedeli, riesce a suscitare conversioni e ad estendere « a macchia d’olio » l’impegno di vita cristiana.
I primi anni sono segnati anche da un forte regime di penitenza e di digiuno, che gli causano problemi di nevralgia.
Il suo impegno pastorale raggiunge anche le parrocchie vicine in occasione delle missioni popolari.
Il suo apostolato ad Ars gli causa anche molte sofferenze: deve sopportare le calunnie diffamatorie di alcuni parrocchiani, e anche di sacerdoti dei paesi vicini. Nel 1843 don Vianney si ammala gravemente e solo le preghiere e un voto a santa Filomena lo salvano dalla morte. In seguito alla malattia, e visti i numerosi impegni pastorali, gli sarà affiancato un collaboratore, don Antoine Raymond.
Ben presto la sua fama si diffonde nei paesi vicini. Un numero sempre maggiore di pellegrini, attratti dal suo stile di vita, si presenta. Nel confessionale il curato d’Ars riesce a riavvicinare a Dio molti che se ne erano allontanati e aiuta molti altri a progredire nella fede. Dimostra così di avere un particolare dono di discernimento e di penetrazione dei cuori.
Muore serenamente il 4 agosto 1859, alle due del mattino.
Giovanni Maria Battista Vianney sarà beatificato l’8 gennaio 1905; canonizzato il 31 maggio 1925; dichiarato patrono dei parroci nel 1929.
Raccogliamo ora intorno ad alcuni « nuclei » la sua esperienza di vita.
3. Il Sacerdote
Il Santo Curato d’Ars afferma: « Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù » (N 98; cfr. it. 128) .
Il Curato d’Ars è umile, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: « Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina » (N 101; cfr. it. 132). Parla del sacerdozio come se non riesca a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: « Come è grande il prete!… Se egli si comprendesse, morirebbe… Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia… » (cfr. N 97; cfr. it. 127-128).
Spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti, afferma: « Se non avessimo il sacramento dell’Ordine, non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là, nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la nostra anima alla sua entrata nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire davanti a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto!… Il sacerdote non si capirà bene che in cielo » (cfr. N 98-99; cfr. it. 128-129). Nota papa Benedetto: « Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio » .
Il santo sembra sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: « Se si comprendesse bene il prete sulla terra, si morirebbe, non di spavento, ma di amore […] È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra […] A cosa servirebbe una casa piena d’oro, se non ci fosse nessuno per aprire la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; è lui l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni […] Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé […] lo è per voi » (cfr. N 98-100; cfr. it. 128-129).
Egli vive il tormento di essere parroco, di avere la responsabilità di una parrocchia e di non sentirsene degno. Continuerà a sperare fino agli ultimi anni di vita, di poter essere liberato da questa responsabilità: « Amico mio, non sapete cos’è passare dalla cura [d'anime] al tribunale di Dio! » (N 103; cfr. it. 134). E avrà il costante timore, fino a pochi giorni prima della morte, di poter morire soccombendo alla tentazione di disperarsi. Per tre volte cercherà di fuggire, notte tempo, per andare dal Vescovo a chiedere il permesso di ritirarsi in solitudine a piangere i suoi peccati.
L’ultima volta lo farà addirittura quando ormai è celebre in tutta la Francia, tre anni prima di morire. Fuggirà di notte, mentre i parrocchiani lo ostacoleranno in tutti i modi. Non fugge per la fatica, ma per il timore di non essere degno: « Non mi dispiace di essere prete per dire la santa Messa, ma non vorrei essere parroco » (N 103; cfr. it. 133).
Pensa che la nomina dipenda dal fatto che il Vescovo si sia sbagliato nel valutare le sue capacità, e che dunque egli sia un ipocrita, perché riesce a nascondere la sua miseria: « Il buon Dio mi ha scelto per essere lo strumento delle grazie che fa ai peccatori, perché sono il più ignorante e il più miserabile di tutti i preti. Se ci fosse stato nella diocesi un prete più ignorante e più miserabile di me, Dio lo avrebbe preferito » (N 203; it. 250).
A un confratello che lo ha umiliato risponde: « Voi siete il solo che mi conosca bene. Aiutatemi dunque ad ottenere la grazia che domando da tanto tempo: lasciare un posto che non sono degno di occupare a causa della mia ignoranza e ritirarmi in un piccolo angolo per piangervi la mia povera vita » (N 204; it. 252).
Insegnerà: « Un giorno ho ricevuto una lettera in cui mi consideravano come un santo, e ne ho ricevuto nello stesso tempo un’altra piena di insulti. Se avessi creduto alla prima, avrei avuto dell’orgoglio, e la seconda mi avrebbe fatto disperare. Non bisogna fare attenzione né all’una né all’altra. Si è quel che si è agli occhi di Dio » (N 204; cfr. it. 251).
E ancora: « Bisogna domandare al buon Dio di conoscere la propria miseria, ma non tutta, perché c’è di che morire di spavento. Io ho domandato questa grazia […] non potevo più resistere. Ho domandato al buon Dio di togliermi un po’ di questa pena » (N 198; cfr. it. 245).
Non perde certo tempo a leccarsi le ferite: offre piuttosto la sua intera umanità al servizio di Dio. La concezione così umile e sofferta sé non dipende da un carattere triste, malinconico o angosciato. Al contrario, egli è un uomo vivace, capace anzi di umorismo. Piuttosto, concorrono a formarla due fattori di diversa entità.
Vi è senza dubbio un fatto storico-culturale: l’educazione ricevuta era stata molto severa, preoccupata del mistero della predestinazione e della dannazione. Un rigore che all’inizio egli userà anche verso i suoi penitenti e nelle prediche, ma che poi cederà sempre più il posto ad una esaltazione vibrante e dilagante dell’amore di Dio. Ma vi è coinvolto ancor più il fatto « mistico » della sua comunione con Dio.
4. Ministero della Parola
Il Curato d’Ars vive con la preoccupazione di dover essere, per i suoi fedeli, il buon pastore. Anzitutto avverte il compito di istruirli: « Non mi riposo che due volte al giorno: all’altare e sul pulpito » (N 106; it. 137). Afferma:
« Il mezzo più sicuro per accendere questo fuoco (l’amore di Nostro Signore) nel cuore dei fedeli, è spiegare loro il Vangelo, questo libro dell’amore, dove il Nostro Salvatore si manifesta ad ogni riga nell’amabilità della sua dolcezza, della sua pazienza, della sua umiltà, sempre consolatore e amico dell’uomo, non parlandogli che d’amore e impegnandolo a donarsi tutto intero a Lui e non rispondendogli che con l’amore » (N 123-124; cfr. it. 158).
Il parroco che lo ha preceduto, in una sua relazione, ha lasciato scritto che la gente del posto era così ignorante, così priva di istruzione religiosa, che la maggioranza dei bambini « non hanno null’altro che li differenzi dagli animali se non il battesimo », mentre nei confronti dei sacramenti « tutti gli uomini… si mantengono costantamente distanti… » .
Giovanni Maria si impegna ad incontrare i suoi parrocchiani dovunque, li conosce uno per uno, si interessa del loro lavoro, dei malati…
Ogni giorno propone alle undici il catechismo e alle otto di sera il Rosario commentato. A volte si confonde. A volte si commuove. A volte si interrompe e, indicando il Tabernacolo dice con emozione: « Lui è là ».
Parla con i fedeli a tu per tu, usando il loro linguaggio, i loro paragoni. Occorre essere prudenti nel dire che il Curato d’Ars non fosse intelligente. Mgr Devie, suo vescovo, confessa: « Non so se è istruito, ma è illuminato » (N 126; it. 161).
Le sue prediche rivelano una vivacità di linguaggio e di impostazione da destare stupore. Solo alcuni esempi:
« L’uomo non è soltanto una bestia da lavoro, è anche uno spirito creato a immagine di Dio. Non ha solo bisogni materiali e desideri ordinari, ha anche bisogni dell’anima e desideri del cuore; non vive soltanto di pane, ma di preghiere, vive di fede, d’adorazione e d’amore » (N 85; cfr. it. 110).
« Dio è così buono che, malgrado gli oltraggi che noi gli facciamo, ci porta in paradiso, quasi nostro malgrado. È come una madre che porta nelle sue braccia il suo bambino passando su un precipizio. È tutta intenta ad evitare il pericolo, mentre il suo bambino non smette di graffiarla e maltrattarla » (N 129; cfr. it. 164).
« I peccatori sono neri come i tubi della stufa » (N 140; it. 179).
« Il peccato oscura la fede nelle anime come le nebbie fitte oscurano il sole ai nostri occhi: vediamo bene che è giorno, ma non possiamo distinguere il sole » (N ; it. 182).
Tale è la « cultura pastorale » del Curato d’Ars. Riferendosi probabilmente ai primi anni del suo ministero, quando componeva faticosamente le sue omelie, qualcuno ha affermato: « Le sentenze che cadevano dal pulpito o dalla cattedra del catechismo d’Ars, potevano non essere altro che dei luoghi comuni, più o meno fedeli a delle vecchie raccolte di sermoni. La cosa straordinaria tuttavia era proprio lì. A ciò che altri avevano precedentemente predicato senza scalpore, prima di seppellirlo nelle pagine di libri subito dimenticati, il santo curato trovava il sistema di dare vita e di farlo capire al mondo » .
Ad ogni modo, più avanti il santo Curato non avrà più tempo di preparare i suoi sermoni: fidandosi dell’aiuto dello Spirito, sale sul pulpito e improvvisa. Non rimangono perciò che le testimonianze di coloro che l’hanno ascoltato. Ci sono così trasmessi, tra gli altri, i suoi insegnamenti sulla misericordia di Dio:
« Le nostre colpe sono dei granelli di sabbia di fronte alla grande montagna delle misericordie di Dio. La misericordia di Dio è come un torrente straripato; trascina i cuori al suo passaggio » (N 129; cfr. it. 165).
« Quale bontà di Dio! Il suo buon cuore è un oceano di misericordia; per quanto possiamo essere grandi peccatori, non disperiamo mai della nostra salvezza. È così facile salvarsi! » (N 129; it. 164).
« Traspira dal suo cuore [del buon Dio] tenerezza e misericordia per affogare i peccati del mondo » (N 133; it. 169).
« Pregate per i peccatori; è la più bella e la più utile delle preghiere, perché i giusti sono sulla strada del cielo, le anime del purgatorio sono sicure di entrarci; ma i poveri peccatori […] Tutte le devozioni sono buone, ma non ce n’è di migliore di questa » (N 133; cfr. it. 169).
La sua predicazione non è apprezzata da tutti. Egli stesso racconta:
« Ho visto oggi una gran dama di Parigi che mi ha detto sinceramente: ‘Ero venuta per sentire predicare bene, ma si predica assai meglio altrove…’. Le ho risposto: ‘È vero, signora, io sono poco sapiente, ma se voi faceste bene tutto ciò che vi ho detto male, il buon Dio avrebbe ancora pietà di voi! » (N 206; it. 253).
5. Preghiera
Il santo Curato è uomo di preghiera e maestro di essa. Per la memoria del Santo è felicemente riportato un brano dal suo Catechismo :
« Fate bene attenzione, miei figliuoli: il tesoro del cristiano non é sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov’é il nostro tesoro. Questo é il bel compito dell’uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa é la felicità dell’uomo sulla terra.
La preghiera nient’altro é che l’unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, è preso da una certa saovità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme, che nessuno può più separare.
Come è bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! È una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con lui. La nostra preghiera é incenso a lui quanto mai gradito.
Figliuoli miei, il vostro cuore é piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti é miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce.
Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell’uomo che non si avverte più la sua lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo.
Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio. Non c’é divisione alcuna nel loro cuore. O quanto amo queste anime generose! San Francesco d’Assisi e santa Coletta vedevano nostro Signore e parlavano con lui a quel modo che noi ci parliamo gli uni agli altri.
Noi invece quante volte veniamo in chiesa senza sapere cosa dobbiamo fare o domandare! Tuttavia, ogni qual volta ci rechiamo da qualcuno, sappiamo bene perché ci andiamo. Anzi vi sono alcuni che sembrano dire così al buon Dio: ‘Ho soltanto due parole da dirti, così mi sbrigherò presto e me ne andrò via da te’. Io penso sempre che, quando veniamo ad adoperare il Signore, otterremmo tutto quello che domandiamo, se pregassimo con fede proprio viva e con cuore totalmente puro ».
Jean- Marie ritornerà spesso sul tema e sugli atteggiamenti della preghiera. Solo alcuni esempi:
« L’uomo è un povero che ha bisogno di domandare tutto a Dio » (N 88; cfr. it. 115).
« La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per la terra. Concimate una terra quanto volete, se manca la pioggia, tutto quello che farete non servirà a niente » (N 85; cfr. it. 110).
« Non sono né le lunghe né le belle preghiere che il buon Dio considera, ma quelle che si fanno dal fondo del cuore, con un grande rispetto e un vero desiderio di piacere a Dio » (N 89; cfr. it. 115).
« La preghiera personale somiglia alla paglia sparsa qua e là in un campo. Se vi si appicca il fuoco, la fiamma ha poco ardore, ma se si riunisce questa paglia sparsa, la fiamma è abbondante e si innalza in alto verso il cielo: così è della preghiera pubblica » (N 89; cfr. it. 116).
« Andiamo, anima mia, tu vai a conversare col buon Dio, a lavorare con lui, a camminare con lui, a combattere e soffrire con lui. Tu lavorerai, ma lui benedirà il tuo lavoro; tu camminerai, ma lui benedirà i tuoi passi; tu soffrirai, ma lui benedirà le tue lacrime. Come è grande, come è nobile, come è consolante fare tutto in compagnia e sotto gli occhi del buon Dio, pensare che lui vede tutto, che lui tiene conto di tutto » (N 86; cfr. it. 111-112).
« Se siete nell’impossibilità di pregare, nascondetevi dietro al vostro buon angelo, e incaricatelo di pregare al posto vostro » (N 81; cfr. it. 106).
« È nella solitudine che Dio parla » (N 82; it. 107).
« Non dovremmo perdere la presenza di Dio, piú di quanto non perdiamo la respirazione » (N 84; cfr. it. 109).
« Quando prego, mi raffiguro Gesú mentre prega suo Padre » (N 85; cfr. it. 111).
« Il buon Dio ama essere importunato » (N 88; it. 114).
« Se gli domandaste con tutto il vostro cuore la vostra conversione, la ottereste sicuramente » (N 88; cfr. it. 115).
« Bisogna pregare molto semplicemente e dire: Mio Dio, ecco un’anima ben povera che non ha niente, che non può nulla, fammi la grazia di amarti, di servirti e di conoscere che non sono nulla » (N 88-89; cfr. it. 115). *
« Il buon Dio non ha bisogno di noi: se ci comanda di pregare, è perché vuole la nostra felicità, e perché la nostra felicità non può trovarsi che là » (N 91; it. 118).
« Nell’anima unita a Dio c’è sempre la primavera » (N 91; it. 118).
6. Eucaristia
Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegna soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparano a pregare, fermandosi volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia .
« Non c’è bisogno di parlare molto per pregare bene. Si sa che il buon Dio è là, nel santo tabernacolo; gli si apre il cuore, ci si rallegra della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera » (N 85; cfr. it. 110).
« Quando siamo davanti al Santo Sacramento, invece di guardare attorno a noi, chiudiamo i nostri occhi e la nostra bocca, apriamo il nostro cuore, il buon Dio aprirà il suo; noi andremo a lui, egli verrà a noi […] sarà come un soffio dall’uno all’altro » (N 109; cfr. it. 141).
Il santo Curato esorta: « Venite alla comunione, venite da Gesù. Venite a vivere di lui per poter vivere per Lui… » (N 114; cfr. it. 146). « Non dite che non ne siete degni. È vero: non ne siete degni, ma ne avete bisogno » (N 119; it. 152). L’Eucaristia è il grande dono di Dio:
« Tutti gli esseri della creazione hanno bisogno di nutrirsi per vivere; per questo il buon Dio ha fatto crescere gli alberi e le piante; è una tavola ben servita dove tutti gli animali vengono a prendere ognuno il cibo che gli conviene. Ma anche l’anima deve nutrirsi… Quando Dio volle dare un nutrimento alla nostra anima, per sostenerla nel pellegrinaggio della vita, Egli pose il suo sguardo sulla creazione e non trovò nulla che fosse degna di lei. Allora si ripiegò su se stesso e decise di dare se stesso » (N 114; cfr. it. 147).
« O anima mia, quanto sei grande, dal momento che soltanto Dio può appagarti » (N 113; cfr. it. 146).
Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquista un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedono celebrare la Messa. Chi vi assiste dice che « non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione… Contemplava l’Ostia amorosamente » . La Messa ha un valore infinito:
« Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio » (N 105; cfr. it. 136).
È convinto che dalla Messa dipenda tutto il fervore della vita di un prete: « La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria! » (N 105; cfr. it. 136).
Prende l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: « Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine! » (cfr. N 104; cfr. it. 134).
7. Confessione
Il santo Curato afferma: « Una grande sventura per noi parroci è che l’anima si intorpidisce » (N 102; cfr. it. 133). Egli si riferisce con ciò al pericoloso assuefarsi del pastore allo stato di peccato o di indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle. Egli tiene a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponga resistenza alla sua anima sacerdotale. E non rifiuta di mortificare se stesso a bene delle anime che gli sono affidate e per contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione: « Quanto a me, vi dirò la mia ricetta. Io dò loro una piccola penitenza e faccio il resto al loro posto » (N 189; it. 234). « Se le anime peccatrici vogliono venire, io m’incarico di fare penitenza per loro » (cfr. N 189; it. 234).
Al di là delle concrete penitenze a cui il Curato d’Ars si sottopone, resta comunque valido per tutti il nucleo del suo insegnamento: le anime costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al « caro prezzo » della redenzione.
Al tempo del santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cerca in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. È stato così in grado di avviare un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo induce i fedeli ad imitarlo: essi si impegano nella visita eucaristica, sicuri, al tempo stesso, di trovare il parroco, disponibile all’ascolto e al perdono.
Infatti l’azione educativa del santo Curato avviene soprattutto nel confessionale. Verso il 1827 comincia a diffondersi la sua fama di santità. All’inizio sono quindici o venti pellegrini al giorno. Nel 1834 se ne contano trentamila all’anno. Negli ultimi anni della sua vita diventeranno da ottantamila a centomila.
Sarà necessario stabilire un servizio regolare giornaliero di trasporti da Lione ad Ars. Anzi, si aprirà alla stazione di Lione uno sportello speciale che vendeva biglietti di andata e ritorno per Ars, della durata di otto giorni (biglietti che allora erano un’eccezione), dato che era risaputo come occcorresse aspettare in media una settimana per riuscire a confessarsi.
Comincia così il « martirio del confessionale » del Curato d’Ars. Negli ultimi vent’anni vi resta in media 16-17 ore al giorno, cominciando verso l’una o le due di notte nella bella stagione, o verso le quattro nella stagione cattiva, finendo a tarda sera. Si dice allora che Ars sia diventata « il grande ospedale delle anime » .
Le uniche interruzioni sono per la celebrazione della Messa, la recita del breviario, il catechismo, la visita ai parrocchiani e qualche minuto per un po’ di cibo.
Nell’estate l’atmosfera è così soffocante che i pellegrini devono, a turno, uscire per respirare; d’inverno il gelo tormentoso:
« Gli ho domandato un giorno come poteva restare così a lungo in confessionale, con un freddo rigido, senza predere niente per scaldarsi i piedi. ‘È per una buona ragione… Dai Santi a Pasqua, i miei piedi non li sento » (N 192; cfr. it. 237).
Ma la sofferenza maggiore è data dall’incontro con il peccato.
Il Santo Curato dice: « Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui » (N 128; cfr. it. 164). « Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto » (N 50; cfr. it. 68).
Mette in bocca a Cristo queste parole: « Incaricherò i miei ministri di annunciare loro che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita » (N 131; cfr. it. 166).
Dal Santo Curato d’Ars si può imparare non solo un’inesauribile fiducia nel sacramento della Penitenza, ma anche il metodo del « dialogo di salvezza » che in esso si deve svolgere. Ascolta i penitenti, « legge » in loro come in un libro aperto, ma soprattutto li converte. Spesso ha tempo solo per pochissime parole e negli ultimi anni una voce così flebile che si fatica a sentirlo. Eppure i penitenti escono sconvolti dal suo confessionale.
Il Curato d’Ars ha una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti.
Chi viene al suo confessionale attratto dal bisogno del perdono di Dio, trova in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel « torrente della divina misericordia » che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno è afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivela: « Il buon Dio sa tutto. Lui sa già che peccherete ancora dopo esservi confessato e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che giunge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci! » (cfr. N 130; cfr. it. 165).
A chi, invece, si accusa in maniera tiepida e quasi indifferente, offre, attraverso le sue stesse lacrime, l’evidenza di quanto quell’atteggiamento sia sbagliato: « Amico, piango perché tu non piangi » (cfr. N 140; it. 178) . « Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono! » (cfr. N 141). Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi « incarnata » nel volto del prete che li confessava.
A chi, invece, si presenta già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalanca le profondità dell’amore, spiegando la bellezza di vivere uniti a Dio e alla sua presenza: « Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio… Com’è bello! » (N 28; cfr. it. 38). E insegna a pregare: « Mio Dio, fatemi la grazia di amarvi tanto quanto è possibile che io vi ami » (N 77; cfr. it. 100).
Sono in molti, tra quelli che si presentano al confessionale del curato d’Ars, ad affermare che questi sa tutto di loro senza conoscerli. Tra l’altro, spesso egli corregge anche dettagli di racconti non esposti con precisione o con piena verità. Quale valore hanno queste testimonianze? Non abbiamo motivo di contestarle, data la loro molteplicità. Sembra che il santo curato conosca – in molti casi – chi gli sta di fronte. L’unica spiegazione possibile è che egli – per un dono particolare – sappia leggere nelle coscienze, scrutando nell’animo del suo penitente, indirizzando su una strada sicura il discernimento vocazionale .
8. Vita pastorale
Il Curato d’Ars si è impegnato da subito in parrocchia in un paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di « abitare » perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale . Ciò non deve far dimenticare il fatto che egli sa anche « abitare » attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visita sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizza missioni popolari e feste patronali; raccoglie ed amministra denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbellisce la sua chiesa e la dota di arredi sacri; si occupa delle orfanelle della « Providence » e delle loro educatrici; si interessa dell’istruzione dei bambini; fonda confraternite e chiama i laici a collaborare con lui.
La sua attività pastorale – come già in parte ricordato – riguarda inizialmente tre aspetti della vita parrocchiale che egli identifica come segni della profonda scristianizzazione vissuta in Francia.
Egli si impegna così perché sia eliminato il lavoro nei giorni di festa e si vinca l’abitudine di bestemmiare, segni emergenti di un ateismo pratico con cui si nega di fatto quel Dio a cui pur si dice di credere. Il lavoro festivo è indice di rovesciamento di valori, disumanizzazione del tempo e della vita.
Il santo Curato lotta pure contro le « bettole », le osterie, luogo alternativo alla Chiesa nei giorni di domenica e alternativo alle proprie case le sere e le notti, ove ci si abbruttisce con il vino, si perde il denaro necessario per la famiglia e si alimentano odi e risse. La predicazione del Curato sarà così incisiva che le bettole chiuderanno.
La terza questione pastorale è quella del « ballo », attraverso il quale si diffondeva una certa disonestà di costumi. L’amore e il rispetto per il Curato portarono anche in questo caso alla sua sparizione da Ars, anche se gli « inguaribili » si recavano nei paesi vicini .
L’intensa cura pastorale di Giovanni Maria è attenta alle necessità dei più bisognosi, pronta al soccorso e all’aiuto dei poveri e dei sofferenti. In un contesto religioso di povertà spirituale, il curato d’Ars si fa carico anche di quella materiale.
Egli sa vivere i « consigli evangelici » nelle modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non è quella di un religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur passando molto denaro dalle sue mani (dato che i pellegrini più facoltosi si interessano alle sue opere di carità), egli lo usa per la sua chiesa, i poveri, gli orfani, le ragazze della « Providence », le famiglie più disagiate, le « missioni », tanto in Francia, quanto all’estero. Perciò egli sa dare agli altri, ma è molto povero per se stesso. Spiega: « Il mio segreto è molto semplice: dare tutto e non conservare niente » (N 215; cfr. it. 264). Quando si trova con le mani vuote, ai poveri che si rivolgono a lui dice: « Sono povero come voi, oggi sono uno dei vostri » (N 216; it. 264). Così, alla fine della vita, può affermare con serenità: « Sono molto contento; non ho più niente. Il buon Dio può chiamarmi quando vuole! » (cfr. N 214; cfr. it. 263).
Nota Benedetto XVI: « Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli. Dicevano di lui che ‘la castità brillava nel suo sguardo’, e i fedeli se ne accorgevano quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato » .
Anche l’obbedienza di san Giovanni Maria Vianney è incarnata nella sofferta adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio di fuggire a piangere la sua « povera vita » in solitudine . Solo l’obbedienza e la passione per le anime sono riusciti a convincerlo a restare al suo posto. Come egli stesso spiega: « Non ci sono due maniere buone di servire Nostro Signore. Ce n’è una sola: servirlo come lui vuole essere servito » (N 75; cfr. it. 98). Come regola di condotta: « Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio » (N 76; cfr. it. 99).
9. L’esperienza della Croce
Jean-Marie confessa:
« Soffro di notte per le anime del purgatorio e di giorno per la conversione dei peccatori » (N 183; it. 227).
Come sopra ricordato, l’apostolato ad Ars gli causa anche molte sofferenze: egli deve sopportare le calunnie diffamatorie di alcuni parrocchiani, e anche di sacerdoti dei paesi vicini.
Il suo collaboratore, don Antoine Raymond, sicuramente lo libera da molte incombenze, ma è anche una croce da sopportare per il carattere non facile, forse geloso, talora invadente e non di rado autoritario. I rapporti tra i due sono stati tuttavia ottimi: il coadiutore nutre affetto per il suo parroco, il quale ne apprezza l’operato, anche se spesso deve affrontare il suo carattere difficile. E di fronte alla gente il curato ha preso sempre le difese del suo collaboratore, che non era molto stimato dal popolo.
Vi sono anche altri avvenimenti della vita pastorale che, pur scontrandosi con la sua volontà, egli accetta. Ad esempio, la Casa della Provvidenza per cui ha tanto lottato e sofferto, deve essere ceduta alle Figlie di san Giuseppe. Il santo, certamente contento di assicurare il futuro di un’istituzione così preziosa per lui, tuttavia vive il passaggio non senza dolore.
Inoltre, per quasi tutto il periodo trascorso ad Ars, Giovanni Maria vive una crisi profonda. Come sopra ricordato, in lui è talmente forte il senso della propria incapacità e non idoneità al ministero pastorale, che desidera ritirarsi in solitudine per espiare i suoi peccati. Gli appare terribile morire da parroco. Ma ogni richiesta fatta al suo vescovo è vana, come pure i tentativi, fatti di propria iniziativa, per fuggire da Ars (1830, 1843 e 1853). Il pensiero che avrebbe potuto condurre a Dio tante altre anime lo costringe a restare, prevalendo sulla propria volontà. Rimane sempre ad Ars.
Giovanni Maria Vianney imposta tutta la vita secondo un regime estremamente austero. Il senso di incapacità a svolgere il ministero pastorale rafforza in lui la necessità di dover fare penitenza. Sceglie come strumento privilegiato il digiuno (mangia pochissimo, attingendo ad una pentola di patate bollite che dura parecchi giorni,), ma compie anche altre pratiche: scomodità di giaciglio, solo poche ore dedicate al riposo, strumenti per la penitenza corporale.
Ancor oggi, la sua penitenza desta impressione. Da principio ritiene che tali mortificazioni siano state pazzie di gioventù, ma anche in seguito continua a praticarle. Alla penitenza esterna si aggiunge poi quella provocata dalla sofferenza interiore, dal travaglio spirituale, dalla sopportazione di persone o situazioni senza ira o maldicenze.
Il senso della penitenza scaturisce dunque dall’orrore del peccato e dalla possibilità di salvare anime. Come parroco sente che tocca a lui chiedere perdono per i peccati dei suoi figli; confessando molto, tocca a lui fare quella penitenza che per i peccatori sarebbe troppo pesante anche se meritata.
In un contesto sociale in cui i disordini politici hanno generato la decadenza religiosa, la penitenza si presenta come lo strumento privilegiato di riparazione, non solo per se stessi ma per l’intero popolo cristiano.
Oltre il valore riparatorio, la pratica ascetica ne assume anche uno « preventivo », aiutando l’esercitante a non commettere peccato e indirizzando la propria vita sempre più a Dio. La penitenza, cioè, orienta all’Assoluto. Giovanni Maria non si risparmia affatto, ma si mette completamente al servizio del popolo affidatogli e per esso si è consumato.
10. Fatti straordinari
Ars diviene modello per i suoi frutti spirituali, ed è anche il luogo di prodigi e di guarigioni. Al processo per la causa di canonizzazione molti testimonieranno dei benefici corporali ricevuti ad Ars. A chi attribuirli? Considerandosi semplicemente un servo umile, il santo Curato riconosceva alla « piccola santa Filomena », come egli la chiamava, i segni che si verificavano ad Ars. A chi ascrivere quei miracoli oggi, stante la convinzione diffusa sull’errore nella valutazione storica di Filomena e la soppressione del suo culto?
Non possiamo negare il dono delle guarigioni fatto da Dio al curato d’Ars. Egli è ben conscio che i prodigi sono un segno divino che rinviano ad una guarigione più profonda. E per nulla desideroso che si manifestassero fenomeni d’infatuazione popolare, cerca di distogliere l’attenzione da sé.
Tutte le biografie del curato d’Ars riferiscono di episodi sulla presenza del demonio. Si tratterebbe di manifestazioni diaboliche avvertite da don Vianney, di disturbi e di tormenti, quali rumori strani, come colpi di martello e assalti alla porta, oppure voci rauche. Come considerare il fatto? Il curato d’Ars non ne è mai spaventato. La maggior parte delle testimonianze sono concordi nell’attestare rumori sentiti nella canonica del curato. Non ci sembra possibile risolvere la questione riducendo il fatto a un’impressione psicologica dovuta a stanchezza o ad allucinazione causata dalla carenza di cibo o di riposo. Ma si tratta veramente di fenomeni provocati dal demonio? Il curato d’Ars attribuisce questi fenomeni al diavolo, che egli soprannomina il « grappino ». Non ci resta che accogliere il fenomeno secondo questa interpretazione, facendo attenzione a non attribuire al demonio tutti i fenomeni strani, come spesso han fatto i contemporanei nelle testimonianze deposte.
11. Maria
I biografi attestano che san Giovanni Maria Vianney parla di Maria con devozione e al tempo stesso con confidenza e immediatezza. Consacra più volte la sua parrocchia alla Madonna, raccomandando specialmente alle mamme di fare altrettanto ogni mattina con i loro figli.
Per lui la Santa Vergine « è senza macchia, ornata di tutte le virtù che la rendono così bella e gradita alla Santa Trinità » (N 243; cfr. it. 303). Egli è attratto soprattutto dalla bellezza di Maria: « La Santa Vergine è quella bella creatura che non ha mai disgustato il buon Dio » (N 243; it. 304).
Mette in rilievo la sua bontà materna: « La sua santa Madre è così buona, che desidera tanto aiutarci… ma soprattutto quando noi vogliamo ritornare al buon Dio […] Desidera tanto la nostra felicità » (N 245; it. 306). « Il cuore di questa buona Madre non è che amore e misericordia, non desidera che di vederci felici. Basta solo rivolgersi a Lei per essere esauditi » (N 246; it. 307).
Sa presentare il mistero di Maria con immagini efficaci: « L’uomo era creato per il cielo. Il demonio ha spezzato la scala che vi conduceva. Nostro Signore, con la sua passione, ce ne ha formata un’altra… La SS. Vergine è sull’alto della scala e la tiene a due mani » (N 246; it. 307).
Sulla preghiera a Maria, egli afferma: « Il mezzo più sicuro per conoscere la volontà di Dio, è pregare la nostra buona Madre » (N 246; it. 307).
« Quando le nostre mani hanno toccato degli aromi, profumano tutto ciò che toccano. Facciamo passare le nostre preghiere dalle mani della Santa Vergine; lei le profumerà » (N 246; cfr. it. 307).
« L »Ave Maria’ è una preghiera che non stanca mai. Quando si parla delle cose della terra, della politica… ci si stanca, ma quando si parla della Santa Vergine, è sempre nuovo » (N 246; cfr. it. 306-307).

 

Publié dans : SANTI |le 4 août, 2014 |Pas de Commentaires »

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