S.PAOLO: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA (2 CORINZI 12,9) – Da: I.De La Potterie – S. Lyonnet

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S.PAOLO: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA (2 CORINZI 12,9)

Da I.De La Potterie – S. Lyonnet:  La vita secondo lo Spirito, condizione del Cristiano
AVE 1967 cap. X pp. 313-336

LA LEGGE FONDAMENTALE DELL’APOSTOLATO FORMULATA E VISSUTA DA S. PAOLO: FORZA NELLA DEBOLEZZA – (2 CORINZI 12,9) 1

Le circostanze nelle quali Paolo ha dettato i capitoli brucianti della 2Corinzi2, lo hanno spinto a spiegarsi lungamente su quel ch’era l’apostolato autentico. Le espressioni paoline sono valide anzitutto riguardo a coloro che Il Signore invia personalmente alla sua messe, tuttavia esse si applicano senza alcun dubbio anche ad ogni cristiano che, per Il fatto stesso che al battesimo ed alla confermazione ha ricevuto Il dono dello Spirito ed è stato quindi abIlitato ad essere «testimone del Cristo» (Atti 1,8), riceve da parte sua Il compito di lavorare alla propagazione del Regno di Dio. E tra i numerosi passi dove entra in questione l’apostolato, sembra che in uno, forse Il più confidenziale di tutti, l’Apostolo ci abbia rivelato Il segreto della propria spiritualità, e che insieme abbia formulato in termini particolarmente incisivi quel che potrebbe chiamarsi la magna charta dell’apostolato. Si tratta d’un passo di questo cap. 12, che la Chiesa romana ha scelto per la lettura dell’epistola di una delle sue più antiche liturgie in onore di s. Paolo, quella della Domenica di Sessagesima, in cui la sacra Stazione quaresimale ha luogo sulla tomba dell’Apostolo, nella basIlica di San Paolo fuori le mura.
Noi commenteremo in breve Il versetto in questione , e vedremo come le affermazioni dell’Apostolo si Illuminano alla luce di quel che sappiamo della sua vita, e come esse si inseriscano in una linea precisa di spiritualità biblica.
I- significato generale del passo
Siamo nell’anno 57 o 58 d.C.3. Paolo ha evocato delle grazie d’ordine mistico, «visioni e rivelazioni del Signore», ricevute, egli afferma, «quattordici anni or sono», dunque verso gli anni 43-44, ossia proprio quando inizia Il suo ministero apostolico, quando cioè Barnaba venne a cercarlo a Tarso per condurlo ad Antiochia, dove l’abbondanza delle conversioni richiedeva dei missionari (verso Il 43). Se dunque Paolo «fu rapito fino al terzo cielo» ed «ascoltò parole indicibIli, che ad un uomo non è consentito di ripetere» (vv. 3s), è verosimIle che nel pensiero di Dio queste grazie fossero destinate immediatamente a preparare l’Apostolo alla missione che gli stava per essere affidata.
Comunque sia, a questa prima confidenza egli ne aggiunge un altra, relativa ad una rivelazione d’altro genere, ma strettamente connessa alle precedenti4 e che per lui non fu di minore importanza: «E affinché l’eccellenza stessa di queste rivelazioni non mi insuperbisse, m’è stata posta una spina nella carne, un messaggero di Satana incaricato di fustigarmi perché io non mi insuperbissi!» (v. 7)5.
Quanto al termine misterioso di «spina nella carne», ci si è chiesto da sempre a che cosa alludesse Paolo. A motivo della falsa traduzione della Volgata, che parla di «spina della carne» con un genitivo carnis invece del dativo che presenta Il greco, ed a motivo del significato specifico che Il termine «carne» aveva assunto nel vocabolario teologico ed ascetico, numerosi commentatori latini hanno ritenuto che Paolo avesse inteso indicare delle tentazioni contro la castità, che Il Signore avrebbe permesso per umIliare Il suo apostolo. Tale interpretazione, del resto sconosciuta dai greci, non offre alcuna probabIlità d’essere esatta, ed oggi nessun esegeta la propone piú6. Gli esegeti invece ne propongono in maggioranza un’altra, che tuttavia potrebbe non essere affatto piú probabIle. Giustamente essi notano che questa «spina nella carne» viene designata al versetto successivo come una astheneia, debolezza, e che nell’epistola ai Galati lo stesso termine sembra che indichi una «malattia»: questa immobilizza Paolo in territori in cui egli non aveva previsto di soggiornare, e sarebbe stata per lui l’occasione di fondare delle Chiese «nel paese galata» (Galati 4,13). Tuttavia essi concludono, probabIlmente troppo in fretta, che Il termine presenta lo stesso significato in 1Corinzi 12,8 e perciò che Paolo ha dovuto soffrire d’un male cronico come la malaria, o qualche altra malattia del genere7
La natura di questa «spina nella carne» in realtà importa di meno del suo significato e prima d’invocare un passo in cui niente prova che sia parallelo al primo, è meglio chiedersi anzitutto se Il contesto immediato non potrebbe dare qualche luce. Ora al v.7 troviamo un indicazione preziosa: Paolo vede in questa «spina inserita nella sua carne» un « messaggero di Satana» (alla lettera: un «angelo di Satana»), cioè di colui che per Paolo come per la Bibbia, è per sua essenza «Il nemico del Regno di Dio» «nemico del genere umano», geloso della sua felicità originaria (Sapienza 2,24), colui che ad esempio impedisce all’Apostolo di venire a Tessalonica (1Tess. 2,18), o che «acceca lo spirito degli increduli affinché essi non vedano splendere Il Vangelo della gloria del Cristo» (2Cor 4,4), colui di cui Luca dice che «toglie la Parola dal cuore degli ascoltatori per Il timore che credano e cosí siano salvati» (Luca 8,12). Quale che sia la sua natura concreta, si tratta dunque in ogni caso d’una prova che Paolo considera anzitutto come un ostacolo al suo apostolato 8.
I vv. 9s lo confermano in pieno: essi generalizzano, parlano di «debolezze» al plurale, en astheneiais, ed aggiungono — quasi che Paolo volesse spiegare quel che intende dire con quel termine —: «le offese, le sofferenze, le persecuzioni, le angosce», insomma tutto quel che per Paolo costituiscono le prove consuete della vita apostolica, che egli già aveva enumerato almeno due volte nei precedenti capitoli (4,8ss; 6,4), e che vengono espressamente dette «affrontate in favore del Cristo» (12,10).
D’altra parte questo significato s’accorda in pieno con l’uso paolino del «vocabolario della debolezza»: nel resto del Nuovo Testamento sia Il sostantivo astheneia, sia Il verbo asthenein, sia l’aggettivo asthenes designano quasi sempre un’infermità corporale, una malattia; presso Paolo invece essi hanno quasi sempre un significato «religioso» e designano una debolezza di ordine spirituale, in specie la «debolezza carnale», la «limitazione dell’uomo che ha bisogno dell’aiuto dello spirito»9
Anche se si suppone che Paolo alluda ad una malattia, egli qui la menziona a motivo della condizione di debolezza o d’impotenza in cui viene posto, e quindi costituisce per lui una «spina nella carne».
Paolo rivela che ha chiesto ben tre volte al Signore perché rimuovesse da lui quell’ostacolo (v. 8). La stessa insistenza della preghiera, come quella del Cristo Gesú nell’orto del Getsemani, mostra che l’Apostolo annetteva molta im­portanza a che fosse esaudito. Ebbene, Il Signore gli risponde con un rifiuto. « Tuttavia egli mi ha dichiarato: la mia grazia ti basta» (v. 9), nello stesso senso in cui Paolo nella 1 Corinzi 15,10 aveva detto: « Io sono quel che sono per la grazia di Dio, e la sua grazia nei miei riguardi non è stata senza frutto. Anzi, io ho lavorato piú di tutti loro: oh!, non io, certo, ma la grazia di Dio ch’è in me ».
Il Signore invocato sembra dunque che respinga la preghiera del suo apostolo. In realtà, invece, egli non avrebbe potuto esaudirla piú pienamente. Paolo gli chiede di togliergli questa a spina nella carne», perché egli credeva di scorgervi un ostacolo che limitava l’esercizio della sua missione; Il Signore gli spiegherà che invece quella era una condizione la quale gli permetteva di adempiere senza limiti la sua missione: «Infatti — egli aggiunge — la potenza si díspiega nella debolezza» (v. 9b): la potenza di Dio, che agisce nel suo apostolo e mediante Il suo apostolo raggiunge Il suo «compiersi», la sua «consumazione», secondo Il significato del verbo greco qui usato, teleitai, nella debolezza dello strumento apostolico; questa potenza sembra quasi che abbia bisogno di questa debolezza perché possa esercitare tutte le sue virtualità, conseguire tutti i suoi effetti, insomma, «andare fino al limite di se stessa» 10
Quella che per Paolo era un motivo di dubbio, diventa allora un motivo di fiducia. Perciò si comprende come Paolo possa proseguire: «Di gran cuore dunque, io porrò tutta la mia suffcienza nelle mie debolezze, affinché stia su di me la potenza del Cristo» (v. 9c).
«Io porrò tutta la mia sufficienza»: questo precisamente e Il significato del verbo greco kauchasthai, cosí caro a Paolo; esso evoca molto meno, infatti, la vanteria e la vana gloria, che la suílicienza, quella ad esempio dell’«ebreo» che cerca la sua giustificazione nel compimento d’una legge mentre la nozione paolina di giustificazione mediante la fede lo esclude radica]mente (Romani 3,27) 11. La sola «sufficienza » legittima è quella che l’uomo ripone «nel Signore» (1Corinzi 1,30), oppure in equivalenza, in quel che costituisce la propria debolezza 12.
«Affinché su di me stia la potenza del Cristo»: Il verbo scelto da Paolo è quello stesso che nell’Antico Testamento esprimeva la presenza della gloria del Signore sopra l’Arca dell’Alleanza — per questo motivo chiamata la «Dimora» per eccellenza —, e poi sul Tempio di Gerusalemme, l’unico luogo dove Dio abitasse sulla terra 13; ed infine nel Nuovo Testamento la presenza incarnata della Parola di Dio, com’è detto nel Prologo di Giovanni 1,14: «Il Verbo s’è fatto carne ed ha abitato tra noi, eskenosen en hemin». L’apostolo cosciente della sua debolezza, e nella misura in cui lo è, diviene come un’incarnazione della potenza stessa del Cristo Gesú.
La conclusione è connaturale, e Paolo la tira al v. 10: «Perciò, io mi compiaccio nelle mie debolezze, nelle offese, negli affanni, nelle persecuzioni e nelle angosce, in favore del Cristo; poiché proprio quando sono debole, allora sono forte».
Questo è Il significato generale del passo. L’insegnamento che ne deriva è chiaro per natura. Tuttavia al fine di penetrarne tutta la profondità, non sarà inutIle ricollocarlo nel contesto della vita di Paolo. Questo ne darà un commento molto chiarificatore, come si vedrà.
II gli insuccessi di Paolo
Paolo infatti ha espresso questa legge dell’apostolato in una formula cosí penetrante, perché forse essa gli si rívelò attraverso la sua propria esperienza apostolica. Prima ancora di apprenderla dalla bocca del Signore, egli l’aveva vissuta: e cosí ne confida qualche aspetto in una lettera inviata ai Corinzi, forse perché aveva vissuto tale esperienza in modo speciale quando aveva fondato la loro Chiesa.
Per penetrare lo stato d’animo di Paolo in questo momento, è importante riambientare quella fondazione nella serie di avvenimenti in cui essa si inseriva, e specialmente di ricordare gl’insuccessi ripetuti che l’hanno preceduta.
Nel secondo «viaggio missionario», verso Il 50 d.C., proveniente dall’Asia Minore per accogliere l’invito del Macedone misterioso intravisto in sogno a Troade, Paolo ha finalmente posto Il piede per la prima volta sul suolo dell Europa. Egli predica a FIlippi, dove sfortunatamente guarisce una schiava a posseduta da uno spirito di pitonessa, «la quale a faceva guadagnare molto danaro ai suoi padroni col suo emettere oracoli» (Atti 16,16). Questi padroni a vedendo dIleguarsi la loro speranza di lucro, sequestrano Paolo e SIla » e li a deferiscono agli strateghi della città». Miracolosamente liberati dalla prigione dove erano stati rinchíusi, Paolo e SIla debbono però abbandonare la città (16,40). Arrivati a Tessalonica, «in cui gli ebrei avevano una sinagoga» (17,1), essi conseguono all’inizio un qualche successo, specie presso i proseliti, presso pagani non ancora raggiunti dalla propaganda ebraica, e presso «signore altolocate» (17,4). Ma «gli ebrei, colti da gelosia, radunano in piazza qualche pessimo soggetto, provocano dei disordini e diffondono Il tumulto nella città», e quindi, poiché non possono mettere mano su Paolo e su SIla, s’impadroniscono del loro ospite Giasone, e di qualche fratello, che «trascinano davanti i politarchi» (17,7). Paolo e SIla, vogliono evitare ai cristiani di Tessalonica nuovi incidenti, ed approfittano della notte per fuggire in segreto e raggiungere la vicina Berea, dove – tiene a notarlo Il testo degli Atti – «gli ebrei avevano piú nobIle animo di quelli di Tessalonica» (17,11). Infatti a essi «accolsero la parola con la piú grande premura e a molti di loro abbracciarono la fede, come anche fra i greci, cioè i pagani, delle signore altolocate e un discreto numero di uomini» (17,12). Ma appena gli ebrei di Tessalonica hanno notizia del successo di Paolo, corrono a Berea «per seminare nella massa agitazione e turbolenza» (v. 13). Scrivendo da Corinto alla comunità di Tessalonica, Paolo richiamerà «questa gente che ha messo a morte Il Signore Gesú ed i Profeti, che ci hanno perseguitato, che non piacciono a Dio, che sono nemici di tutti gli uomini, quando ci impediscono di predicare ai pagani per la loro salvezza» (1Tessalonicesi 2,15s). Comunque, per rispetto ai fratelli, Paolo ritiene di non insistere: egli parte di nuovo, e stavolta per Atene.
Paolo qui fa appello a tutte le risorse del suo genio, poiché conquistare al messaggio del Cristo Gesú la capitale intellettuale del mondo antico era una posta troppo importante. Il discorso dell’Areopago infatti è un modello di adattamento: Paolo sembra di non aver mai spinto cosí lontano la preoccupazione di conquistarsi la benevolenza dell’uditorio piú difficIle che vi fosse. Ogni cosa perciò viene considerata con un pregiudizio volutamente favorevole: gli ateniesi hanno eretto tante stele votive in onore di divinità cosí numerose e «sotto ogni aspetto sono i piú religiosi tra gli uomini» (At 17,22); costruendo un altare «al dio ignoto» essi senza ancora saperlo già adoravano colui che Paolo viene ad annunciare (v. 23); per una volta, Paolo rinuncia perfino ai suoi autori preferiti, quelli della Bibbia, ed invoca la testimonianza d’un poeta greco Epaminonda di Cnosso, rafforzato da una citazione di un altro poeta greco Arato (vv. 28s): per Paolo questo caso è unico, insieme alla citazione del medesimo Epaminonda in Tito 1,12. Ebbene, tutti questi sforzi in pratica restano vani e l’insuccesso è totale. Lo prova Il fatto che nonostante qualche conversione ricordata dagli Atti — «Dionigi l’Areopagita, una donna che si chiamava Damaris, ed ancora altre», (v. 34) — Paolo decide di abbandonare la città senza che peraltro vi sia minimamente costretto. Egli di certo ritiene che non v’è niente da fare: per un apostolo la resistenza aperta demoralizza meno dell’indifferenza.
Dunque egli «s’allontana» spontaneamente da Atene (18,1); segue la «via sacra» che passa per Elensi, dove egli naturalmente non si ferma, e raggiunge rapidamente Corinto. É nota la reputazione che nel mondo antico godeva questa città cosmopolita, arricchita dai traffici: korinthiazein, vivere alla corinzia, era passato in proverbio per indicare una condotta dissoluta, e Il quadro dei costumi pagani tracciato nell’epistola ai Romani, da Paolo redatta proprio a Corinto, doveva corrispondere abbastanza bene a quanto egli aveva sotto gli occhi; e d’altronde nella 1Corinzi non sono piú lusinghiere le allusioni sporadiche al passato dei fedeli 14. Restava però l’ambiente ebraico, Il quale tanto piú s’era gelosamente preservato dai contatti corruttori. L’Apostolo dunque fissa la sua residenza proprio là, dove anzi egli ha la buona fortuna di trovare una famiglia già cristiana 15, quella di AquIla e di PriscIlla, ch’erano stati espulsi da Roma in forza dell’editto emanato dall’imperatore Claudio verso Il 49 o 50 d.C. (18,2): «E poiché esercitavano Il medesimo mestiere, egli andò ad abitare con loro e lavorò con loro », impiegando la giornata del sabato a discutere in sinagoga coi frequentatori ebrei e proseliti» (vv. 2s). Quando poi SIla e Timoteo tornano dalla Macedonia con abbondanti elemosine, egli può anche «consacrarsi completamente alla parola, testimoniando agli ebrei che Gesú è Il Cristo» (v. 5).
Ma avvenne che sorse un’opposizione ancor piú forte che altrove, e dopo tanti insuccessi provocò in lui uno «choc». Gli Atti sono espliciti: «Di fronte alla loro opposizione ed alle loro parole bestemmiatrici, Paolo scosse le sue vesti e disse: Il vostro sangue vi ricada sulla testa! Quanto a me, io sono mondo, e da adesso in poi andrò dai pagani» (v. 6). É vero, Paolo aveva compiuto Il medesimo gesto in una occasione analoga prodottasi ad Antiochia (Atti 13,5), e poi lo ripeterà ad Efeso (Atti 20,26). Tuttavia Luca pone quell’imprecazione in bocca a Paolo unicamente nell’episodio di Corinto. E si può bene immaginare quel che significasse un tale grido, e da quale sconvolgimento nell’animo dell’Apostolo fosse provocato, se si pensa a quel che per lui rappresentò l’incredulità d’Israele, alla grande tristezza ed al dolore incessante che ne provava nel cuore, desiderando d’essere anatema egli stesso, separato dal Cristo in favore dei suoi fratelli, quelli della sua stirpe secondo la carne. (Romani 9,2s). Se gli ebrei rifiutavano di credere nel Cristo Gesú, che ragionevole speranza poteva aversi che si mostrasse piú docIle una popolazione pagana tanto poco preparata a ricevere Il messaggio dell’Evangelo? Cosí Paolo sembra deciso ad abbandonare Il campo. Ma gli Atti riferiscono a questo esatto momento16 una «visione del Signore» ch’è chiaramente indirizzata a fargli coraggio: «Una notte in visione il Signore disse a Paolo: Non aver paura. Continua a parlare, non smettere, poiché io sto con te e nessuno ti metterà la mano sopra per farti del male, poiché io in questa città possiedo un popolo numeroso» (vv. 9s).
Allora Paolo, ch’è privo d’ogni umana speranza ed è del tutto conscio della sua debolezza, ripone tutta la sua fiducia unicamente in Dio ed obbedisce alla voce del Signore. E cosí Corinto fu probabIlmente una delle piú fiorenti comunità che l’Apostolo abbia fondato. Il Signore non l’aveva ingannato: «Io in questa città possiedo un popolo numeroso» (v. 10).
E del resto sullo stato d’animo dell’Apostolo quando affrontò l’ambiente pagano di Corinto, lo stesso che poi ha dato in realtà la maggior parte dei membri della giovane Chiesa, abbiamo una confessione che Paolo ha fatto ai medesimi Corinzi. Nella prima epistola che scrisse, e che ci è stata conservata, egli evoca infatti i sentimenti che lo animavano in quel momento: «Quanto a me, fratelli, quando sono arrivato da voi, non sono venuto per annunciarvi la testimonianza di Dio mediante Il prestigio della parola e della sapienza 17 Non ho voluto avere tra voi altra scienza fuorché Gesú Cristo, e questo crocifisso [proprio quello di cui aveva detto poco prima che è un assurdo per i pagani ed uno scandalo per gli ebrei]1 . Io però mi sono presentato a voi debole, timoroso e tremante l9, e la mia parola ed Il mio messaggio niente avevano dei discorsi suadenti della sapienza; si trattava invece d’una dimostrazione dello Spirito e della potenza, affinché la vostra fede fosse basata sulla potenza di Dio, e non sulla sapienza degli uomini» (1Cotinzi 2,1-5).
E veramente Paolo sembra commentare per proprio conto le affermazioni di 2Corinzi 12,9: «La mia potenza si dispiega nella debolezza. Perciò con tutto Il cuore io porrò la mia sufficienza nelle mie debolezze, affínché su di me rimanga la potenza del Cristo».
III la legge della debolezza
nella storia della salvezza
Questa legge generale dell’apostolato tuttavia non si verifica soltanto in un episodio particolare della vita di Paolo; essa ha guidato tutta la «Storia della Salvezza», e tutti i grandi servi di Dio ne hanno avuto esperienza, tutti coloro di cui Dio s’è degnato di «servirsi» per attuare Il suo disegno salvifico.
La storia di Gedeone, nel libro dei « Giudici » cioè dei «liberatori » suscitati da Dio per salvare Il suo popolo, ne offre un esempio particolarmente istruttivo. La Bibbia non si limita a narrare Il fatto, ma ne ricava un insegnamento teologico.
Il Popolo di Dio è giunto finalmente alla Terra promessa. Però l’ha trovata occupata da altri. Esso quindi dovrà conquistarsela a ferro e fuoco. Ma poi le prime vittorie conseguite sembra siano state unicamente un mezzo per consegnare Il Popolo in potere dei suoi nemici. Per punire i suoi peccati infatti «Il Signore durante sette anni aveva consegnato Israele nelle mani dei Madianiti», tanto che per salvarsi da loro, Il Popolo doveva nascondersi «negli anfratti delle montagne, nelle caverne e nei nascondigli» (Giudici 6,ls). La situazione sembrava disperata, e «ridotti ormai ad un’immensa miseria, gli Israeliti gridarono verso Il Signore» (v. 6). Il Signore allora inviò anzitutto un Profeta, Il quale ricordò al Popolo le gesta meraviglio se che un tempo Dio aveva operato in suo favore, e poi lo esortò alla fedeltà (vv. 7-10). Poi l’angelo del Signore apparve a Gedeone mentre questi si accingeva a «trebbiare Il grano nel frantoio per sottrarlo a Madian» (v. 11).
Inizia cosí Il dialogo: «Il Signore è con te, valoroso guerriero! —Di grazia, signore mio, se Il Signore è con noi, da dove viene quel che ci sta succedendo? Dove sono finiti tutti quei portenti che ci hanno raccontato i nostri Padri quando dicevano: « Il Signore non ci ha fatto salire dall’Egitto? » Ed invece adesso Il Signore ci ha abbandonato, ci ha consegnato in potere di Madian!—Allora Il Signore si volse a lui e gli parlò cosí: Vai con la forza che ti anima e salverai Israele dalla mano di Madian! Io, Io ti invio! — Di grazia, riprese Gedeone, ma come salverò Israele? La mia casata è la piú debole di tutto Manasse, e io, poi, sono l’ultimo della casa di mio padre! — Ma Il Signore gli replicò: Io sarò con te, e tu sconfiggerai Madian come se fosse un uomo solo!» (Giudici 6,12-16).
Forte della promessa del Signore, la quale conferma un segno chiesto ed ottenuto, Gedeone si pone all’opera per radunare piú combattenti che può e per affrontare cosí Il nemico. Alla chiamata rispondono in grande numero: 32 mIla uomini! Veramente Dio è con lui. Un esercito simíle non costituisce già una promessa di vittoria? «Egli dunque si alzò di buon mattino insieme a tutto Il popolo che si trovava con lui, e venne a mettere Il campo a En-Harod; l’accampamento di Madian si trovava a settentrione del suo, nella valle ai piedi della collina del Morè» (7,1). Ma allora Il Signore interviene di nuovo «Egli parlò cosí a Gedeone: Il popolo che tu hai con te è troppo numeroso perché io consegni Madian nelle sue mani» (v. 2a). Proprio la potenza dell’esercito, nella quale Gedeone riteneva di avere le sue migliori possibIlità, in realtà costituiva davanti a Dio un ostacolo irrimediabIle. E i Signore ne indica Il motivo: «Israele si glorierebbe contro di me dícendo: Il mio valore mi ha salvato!» (v. 2b). Per attuare Il suo piano salvifico, Dio vuole «aver bisogno degli uomini», ma questi uomini sono unicamente deglí strumenti nella mano di Dio, e bisogna che tutti —cioè essi stessi e poi gli altri—lo sappiano bene. Come ricorderà Paolo, l’apostolato è un’opera integralmente divina: però «noi portiamo questo tesoro in vasi fragIli affinché si veda bene che questa potenza straordinaria appartiene a Dio, e non proviene da noi» (2 Corinzi 4,7)
Sappiamo dei successivi procedimenti di Gedeone per ridurre Il numero dei combattenti. Essi sono poco importanti «Proclama agli orecchi del Popolo: chiunque ha paura e trema, torni indietro! —Tornarono indietro 22 mIla e ne restano 10 mIla. —IL Signore disse a Gedeone: Questo popolo è ancora troppo numeroso…» (vv. 3s). E cosí di seguito, fino alla cifra derisoria di trecento combattenti. «allora Il Signore parlò a Gedeone così: «Con questi trecento uomini Io vi salverò e consegnerò Madian nelle tue mani!» (v. 7). La potenza dello strumento dunque opponeva un ostacolo al Signore; la sua debolezza invece permette al Signore di dispiegare in esso tutta la sua forza.
Il caso di Gedeone è tipico, ma per nulla isolato; esso infatti si rinnova ad ogni pagina della Bibbia e soprattutto nei momenti decisivi. Non parliamo d’Abramo, Il quale parte per un paese sconosciuto senza avere posterità né speranza umana di averne, e quindi si basa unicamente sulla parola di Dio, ed obbedisce a questo medesimo Dio quando gli ordina d’immolargli l’unico depositario delle promesse divine.
Tutto l’episodio di David e di Golia senza alcun dubbio ci impartisce la stessa lezione, come del resto David si preoccupa di formularla in termini molto espliciti: «Tu mi assali con la spada, con la lancia e col giavellotto, mentre io ti vengo contro nel nome di Jahveh Sabaot, Il Dio delle schiere d’Israele che tu hai sfidato. Oggi Il Signore ti consegnerà nelle mie mani… Tutta la terra saprà che esiste un Dio Unico in Israele, e tutta questa moltitudine saprà che Il Signore non dà la vittoria per mezzo della spada né per mezzo della lancia, poiché Il Signore è Il Signore della battaglia ed Egli vi consegna nelle nostre mani» (1Sam 17,45ss).
E piú ancora questa legge sovrintende alla nascita di Mosè e dunque all’avvenimento che domina tutta la storia d Israele. Il «1iberatore » è un fanciullo, condannato a morire prima ancora di nascere (Esodo 1,22), Il quale viene abbandonato in un cesto di vimini sulla corrente d’acqua del NIlo: «la figlia del Faraone scorse Il cesto, mandò la sua serva a raccoglierlo, lo aprí e guardò: era un bambino che piangeva!» (Esodo 2,5s). Come stupirsi allora che questa legge presieda alla nascita del secondo «liberatore», colui del quale Il primo non è altro che Il «tipo», e che Il segno che gli angeli danno ai pastori sia dello stesso ordine: «Troverete un bambino fasciato di pannolini e posto in una mangiatoia» (Luca 2,12)? E questo è nell’attesa del Calvario, dove la suprema debolezza incastonerà la suprema potenza (cfr. 1Corinzi 1,18-25).
Era dunque naturale che Il Cristo Gesú ricordasse questa medesima legge quando costituí i pescatori di GalIlea come «pescatori di uomini». Egli volle che una notte di totale insuccesso precedesse la «pesca miracolosa». Esperienza preziosa, che porrà gli Apostoli in grado di diventare nelle mani di Dio gli strumenti capaci d’operare dei portenti senza per nulla essere tentati di credersene gli autori: «Maestro, abbiamo faticato tutta una notte e non abbiamo preso niente, tuttavia sulla tua parola calerò le reti. Ed avendolo eseguito, essi presero un’enorme quantità di pesci e le loro reti quasi si rompevano…—Allontanati da me, Signore, perché io sono un peccatore! — Ma ormai tu prenderai degli uomini—. Ed allora lasciarono tutto e lo seguirono» (Luca 5,5-11).
IV questa legge nella nostra vita
Se adesso cerchiamo di sapere come nella nostra vita concreta si applicherà in pratica questa legge fondamentale dell’apostolato secondo la quale «la potenza di Dio si dispiega nella debolezza», allora costateremo che Paolo ne scorge ormai una prima applicazione nella selezione che Il Cristo Gesú opera quando chiama i suoi apostoli, anzi nella stessa vocazione cristiana. Alla comunità di Corinto, abbagliata dall’abbondanza dei doni spirituali dai quali era stata gratificata20, Paolo ricorda «Il linguaggio della croce, follía — nel senso di assurdità, di realtà «insensata» — per quanti si perdono, ma per quanti si salvano, per noi, potenza di Dio» (1Corinzi 1,18), e per convincerla di questo egli invita la comunità a considerare se stessa: «Dunque, fratelli, esaminate la vostra chiamata. Non esistono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti di alta nascita. Ma quel ch’esiste di folle nel mondo, proprio questo Dio ha scelto per confondere i sapienti; quel ch’esiste di debole nel mondo, ecco che Dio lo ha scelto per confondere la forza; quel che nel mondo è di ignobili natali, e quel che viene disprezzato, ecco quel che Dio ha scelto; quel che non è, per annientare quel che è, affinché nessuna carne abbia a glorificarsi davanti a Dio» (1Cor 1,26-29).
Tale fu Il caso, lo abbiamo visto, di Gedeone, «della casata piú debole di Manasse», ed egli stesso «ultimo nella casa di suo padre» (Giudici 6,15); e inoltre tale fu Il caso di David, Il piú giovane dei figli di Jesse, colui al quale nessuno aveva potuto pensare, né Jesse né Samuele (1 Samuele 16,6-12). E poi in misura molto maggiore fu Il caso dei Dodici Apostoli, ed i Padri della Chiesa quando commentano questi versetti paolini si compiacciono di accentuarlo. Immaginiamo lo stato d’animo di questi pescatori di GalIlea senza alcuna cultura, quando si sentirono chiamati ad evangelizzare Il mondo pagano: «Andate dunque, e fate discepole tutte le genti…» (Matteo 29,19). Niente li preparava a tale missione, e men che mai Il loro appartenere al popolo ebraico disprezzato dai pagani! Perciò essi sull’istante non poterono comprendere, e furono necessarie numerose visioni successive per persuadere Pietro ad entrare nella casa d’un pagano, Il centurione Cornelio, ed a catechizzare la sua famiglia (Atti 10,28). E tuttavia si trattava di un «uomo pio e che temeva Il Signore, Il quale distribuiva larghe elemosine al popolo ebraico e pregava Dio senza interruzione» (Atti 10,2), «al quale tutta la stirpe ebraica rendeva una buona testimonianza» (v. 22). E soltanto la discesa visibIle dello Spirito Santo su questi «incirconcisi» poté spingere Pietro ad amministrare loro Il battesimo (vv. 44-48).
Però, si dirà, non fu cosí per Paolo, l’Apostolo per eccellenza! Sembra infatti difficIle trovare uno strumento umanamente meglio preparato a1 compito che gli era stato affidato: ai suoi doni naturali straordinari si aggiungeva una cultura insieme giudaica e greca, in virtú dell’educazione ricevuta a Tarso ed a Gerusalemme 21.
Senza alcun dubbio, molte qualità umane facevano di Paolo un apostolo nato del mondo pagano. Tuttavia si terrà presente che personalmente egli non si sentiva preparato a convertire i pagani, ma i suoi confratelli ebrei. Egli stesso ce lo rivela. Certo egli ha coscienza che la sua conversione fu insieme una vocazione all’apostolato, ed all’apostolato dei pagani; 22 ma di questo disegno di Dio su di lui egli s’è reso conto solo piú tardi, dopo un tentativo di predicazione agli ebrei di Gerusalemme: «Un giorno mentre pregavo nel Tempio – ci racconta – caddi in estasi; vidi cosi Il Signore che mi parlò: Affrettati, esci subito da Gerusalemme, poiché essi non accoglieranno la tua testimonianza su di me» (Atti 22,17s). A Paolo invece sembra che la sua nomea di persecutore dei cristiani dovrebbe conferire a tale testimonianza un valore singolare: «Signore, risposi, essi però sanno che andando da sinagoga in sinagoga io facevo gettare in carcere e battere con verghe coloro che credevano in te, e quando essi versavano Il sangue di Stefano Il tuo testimone, io ero là, anch’io, d’accordo con coloro che lo uccidevano e custodivo le loro vesti. Egli però mi disse: Vai, io voglio inviarti lontano verso i pagani» (Atti 22,19ss).
Ma soprattutto le qualità umane di Paolo, per manifesta disposizione divina si trovarono costantemente come inefficaci a causa di questa spina confitta nella sua carne, questi «affanni, persecuzioni, angosce», su cui in confidenza rivela qualche cosa ai Corinzi. Anzi sembra che proprio attraverso questi affanni egli sperimentò la sua « debolezza» radicale e dunque la sua «forza», questa «povertà» dello strumento, del resto cosí ricco, di cui Dio aveva bisogno per poter utIlizzarlo con pieno rendimento. Il capitolo che precede evoca precisamente queste «tribolazioni» inerenti alla sua vita apostolica: prove fisiche, certo, «affanni, carcerazioni, fustigazioni, naufragi, travagli e fatiche, veglie frequenti, fame e sete, digiuni ripetuti, freddo e novità »; ma molto di piú, le prove morali tra le quali egli tiene a ricordare esplicitamente l’ostIlità incontrata «da parte degli ebrei suoi compatrioti», che impedivano costantemente la sua predicazione ai pagani, come abbiamo visto 23, che piú volte complottarono contro la sua vita 24, e che riuscirono a farlo incarcerare a Gerusalemme (Atti 21,33); ostIlità, ancora, «da parte dei pagani» come Il procuratore Felice che lo tiene prigioniero a Cesarea per due anni sperando che «Paolo gli avrebbe versato del danaro: e perciò mandava spesso a cercarlo per parlare con lui» (Atti 24,26); ostIlità anche e soprattutto—perché fu la prova piú dolorosa per lui—da parte di coloro ch’egli chiama «i falsi fratelli», gli «amici» che avrebbero dovuto ragionevolmente aiutarlo perché lavoravano tutti con Il medesimo còmpito: cristiani «giudaizzanti», che non acconsentono a rinunciare a Mosè ed accusano Paolo di essere infedele verso le Scritture.
Dio permise infatti che da quando iniziò Il suo ministero e fino alla sua seconda prigionia a Roma, e finché visse, Paolo incontrasse sulla sua strada avversari simIli. Ad Antiochia di Siria, ad esempio, subito dopo Il suo primo viaggio missionario, i suoi nemici lo costringono a salire a Gerusalemme insieme a Barnaba per difendersi davanti gli Apostoli (Atti 15,1-4; Galati 2,1s). Paolo trionfa, non senza pena, e cosí Il principio della libertà cristiana è cosa acquisita almeno per i convertiti dal paganesimo; ma gli avversari non disarmano. Si trovano di nuovo nelle comunità della Galazia, che sono arrivati quasi a separare dal loro apostolo (Galati 1,ó; 4,16-20; 5,4): ed a tale scopo non hanno esitato a denigrare la sua persona, a presentarlo come un apostolo di secondo rango, che non ha conosciuto Il Cristo Gesú, e che in conseguenza ignora la sua vera dottrina, che cerca di «piacere agli uomini» e per farsi ben volere moltiplica le conversioni a scapito della verità dell’Evangelo (Galati 1,10; 2,6 ecc.). A Corinto verso la stessa epoca essi lo hanno accusato di leggerezza e di opportunismo (2 Corinzi 1,17), d’orgoglio e d’arroganza (2 Corinzi 1,24; 3,1), e coi loro sforzi hanno conseguito tale successo, cosí almeno ritiene Paolo, che questi non osa piú tornare nella Chiesa che ha fondato, poiché teme che non vi sarà ricevuto, e perciò manda in avanscoperta Tito perché s’informi della situazione (2Corinzi 7,5ss). A FIlippi, giudaizzanti numerosi e verosimIlmente influenti, sono attestati dalle incisive allusioni della lettera indirizzata a questa comunità (Filippesi 3,2, e molto probabIlmente vv. 18s). A Gerusalemme, presso la Chiesa Madre dove essi sono di casa, la loro presenza fa temere a Paolo ch’essi giungano fino a rifiutare le elemosine ch’egli porta loro: questi doni delle Chiese della gentIlità sono stati raccolti da lui con tanta piú cura in quanto erano per lui Il simbolo dell’unità della Chiesa; perciò un rifiuto avrebbe significato una rottura, che avrebbe potuto frustrare tutto Il suo apostolato 26; e allora egli supplica la comunità di Roma perché «lotti con lui nelle preghiere che essa rivolge a Dio», non soltanto «perché egli eviti gli increduli della Giudea», ma anche «perché l’aiuto ch’egli porta a Gerusalemme sia gradito dai santi» (Romani 15,31); e del resto la narrazione degli Atti dimostra che i timori di Paolo erano ben fondati: poiché appena arriva a Gerusalemme egli si sente rinfacciare la sua attitudine di fronte alla Legge, e deve dare garanzie del suo attaccamento a Mosè 27
A Roma infine,dove egli si trova prigioniero per la prima volta—se la lettera ai FIlippesi è scritta da Roma, come viene ritenuto generalmente, 28 – sappiamo che «la maggioranza dei fratelli, resi coraggiosi nel Signore per Il fatto stesso delle sue catene, osano con audacia di proclamare senza timore la Parola» (FIlippesi 1,14); ma egli aggiunge questa stupefacente notizia: «Certuni, è vero, lo fanno per invidia, in spirito di rivalità… annunciano Il Signore per spirito d’intrigo; le loro intenzioni non sono pure; essi ritengono cosí di aggravare Il peso delle mie catene» (vv. 15-17). E quel che sappiamo della seconda prigionia di Paolo, sempre a Roma, sembra mostrare abbastanza chiaramente che anche là i suoi nemici avevano lavorato con successo 29. Per convincersene, basta leggere la commovente lettera ch’egli, indirizzandosi a Timoteo, Il suo «figlio dIletto», dettò dalla sua prigione poco prima del suo martirio, e che è stata rettamente chiamata Il suo «testamento spirituale». Se egli ringrazia esplicitamente Onesiforo di averlo «spesso confortato», di «non aver arrossito delle sue catene»; se egli si congratula anche delle «attive indagini» svolte dal suo arrivo a Roma per «scoprire» Il luogo dove Paolo stava carcerato (2Timoteo 1,16s), è forse arbitrario concluderne che la comunità cristiana di Roma in quella circostanza non s’era molto preoccupata di colui che subito dopo venerò come suo «fondatore »? 30
Del resto Paolo non deplora soltanto la defezione dei suoi discepoli: «Tu lo sai, tutti quelli dell’Asia, tra cui Figello ed Ermogene, si sono staccati da me» (1,15)… «Dema mi ha abbandonato per amore del mondo… Alessandro Il fonditore mi ha arrecato molto danno… anche tu guardati da lui, perché è stato un nemico accanito della nostra predicazione» (4,10-15)32. E la lamentela che segue riguarda un avvenimento verificatosi poco prima a Roma stessa: «La prima volta che ho dovuto presentare la mia difesa, nessuno mi ha sostenuto, tutti mi hanno abbandonato! Ma ciò non sia imputato a loro colpa!» (v. 16). Strano abbandono, in realtà, e l’Apostolo sente Il bisogno di implorare Il perdono del Signore su chi lo ha operato32
Mai, probabIlmente, egli si è sentito cosí isolato e cosí impotente. Ma nel momento medesimo in cui tutti lo abbandonano, Il Signore gli presenta l’occasione insperata — in questo tribunale pagano in cui, quando si trattava del processo d’un cittadino romano, assistevano sovente i piú alti personaggi e talvolta persino l’imperatore 33— di dare una testimonianza piú solenne che mai sul Cristo Gesú. Infatti egli si affretta ad aggiungere: «Il Signore, invece, mi ha assistito e mi ha colmato di forza, affinché per mio mezzo Il messaggio fosse proclamato, e giungesse alle orecchie di tutti i pagani» (V. 17).
Un’ultima volta dunque, al termine della sua vita, Paolo doveva sperimentare fino a che punto «la potenza di Dio si dispiega nella debolezza». O piuttosto, una penultima volta. Poiché l’ultima avrà luogo qualche mese o qualche settimana piú tardi, quando la spada del boia, ch’egli aveva richiamato nella sua lettera ai Romani tra i segni dell’amore del Cristo Gesú verso di noi (Romani 8,35) 34, lo riunirà realmente e per sempre al suo Maestro, e attraverso Il suo martirio lo costituirà «fondatore», insieme a Pietro, della Chiesa di Roma 35.

Stanislas Lyonnet

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