SAN BENEDETTO DA NORCIA PATRONO D’EUROPA – 11 LUGLIO

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SAN BENEDETTO DA NORCIA PATRONO D’EUROPA – 11 LUGLIO

Benedetto credette che era possibile anche nel deserto (geografico e morale) aprire una scuola per imparare a servire il Signore. La Regola è tutta organizzata attorno a un duplice «lavoro»: il lavoro per Dio e il lavoro delle mani. I monaci sono infatti «operai del Signore».

San Benedetto da Norcia

(ca. 480 – 21 marzo 543/560)

Nel secolo V dopo Cristo, l’Impero romano era in decomposizione. Avevano cominciato i Vandali ad oltrepassare la frontiera del Re­no con vere e proprie migrazioni d’intere tribù, con donne, bambini, carri, greggi. Nel 410 Roma era caduta, ed era stata saccheggiata per la prima volta dalle truppe d’Alarico, sotto gli occhi stupefatti del mondo. Poi, nei primi tre quarti di secolo, si era compiuta la rovina.
A metà secolo c’era stata la terribile minaccia di Attila e dei suoi Unni, provenienti dal Nord, e, subito dopo, un altro saccheggio di Roma da parte dei Vandali di Genserico che, avevano devastato la Spagna, le province d’Africa, ed erano risaliti dal mare, dopo aver conquistato la Sicilia e la Sardegna. Le città imperiali restarono, di conseguenza, prive di grano. Nel 476 fu ucciso a Ravenna l’ultimo imperatore d’Occidente e il barbaro Odoacre prese il potere; il figlio minorenne dell’ucciso lo chiamavano per spregio Romolo l’imperatoruccio (Augustolo). Nel 490 Teodorico il Grande prende il potere e fonda a Ravenna il regno dei Goti d’Oriente, tentando una sintesi, anche culturale, di romanità e germanesimo. Ma l’impresa fallirà in una trentina d’anni, per l’incompatibilità tra la fede ariana dei Goti e quella cattolica dei Romani.
Benedetto nasce dalle parti di Norcia, verso il 480; è dunque bambino quando l’Impero romano si dissolve – Roma, dove si reca adolescente per iniziare gli studi, è sopraffatta dalle sventure: ripetu­te carestie e inondazioni del Tevere, epidemie, lotte intestine, disfaci­mento del tessuto sociale amministrativo e religioso [...]
Sembrava davvero una città agonizzante, anche se – dice un testi­mone del tempo – «Roma moriva ridendo», senza voler rinunciare ai piaceri e alle dissolutezze che spesso accompagnano la disgregazione.
«Ci fu un uomo Benedetto, di nome e per grazia…», così comin­cia il racconto di san Gregorio, presentandoci subito un adolescente che ha già – come piaceva a quei tempi – la saggezza di un uomo ma­turo.
Benedetto è un ragazzo di famiglia agiata che, dal territorio di Norcia, viene a Roma per dedicarsi agli Studi letterari. Ma la «città eterna» gli appare piuttosto come abisso di perdi­zione in cui è facile perdersi, ed egli intuisce che deve anzitutto «cercare se stesso», realizzando quell’ideale di «abitare con se stesso» che è condizione primaria di salvezza, quando tutto sembra crollare.
Fugge dunque da Roma: quel mondo desolato che si abbevera agli ultimi piaceri gli sembra un deserto; preferisce perciò un deserto vero, secondo le più antiche e pure tradizioni monastiche.
Fugge, soli Deo placere desiderans («desiderando piacere soltanto a Dio»), inaugurando, con i fatti, una di quelle plendide massime spirituali di cui diventerà maestro. E, riflettendo sugli studi di letteratura che Benedetto ha abban­donati, il Santo Pontefice crea un’altra massima di splendido sapore antico: «Se ne andò, sapendo di non sapere e sapientemente ignoran­te» (scienter nescius et sapienter indocitis) (D 2°, prol.).
Per tre anni Benedetto visse in un paesino a settanta chilometri da Roma, accompagnato e accudito dalla sua governante, abitando in una chiesa; e già lì diede inizio alla sua attività taumaturgica per ri­sparmiare qualche dispiacere casalingo a colei che lo accudiva con tanto affetto.
Ma è difficile vivere in solitudine, quando si fanno miracoli, e Be­nedetto fuggì di nuovo – questa volta completamente solo – rifugian­dosi in un inaccessibile speco a Subiaco. Vi restò tre anni, assistito da un monaco del posto che gli portava periodicamente un po’ di pane.
Fu Dio a decidere che quella solitudine dovesse cessare dopo tre anni: il giorno di Pasqua suggerì a un prete delle vicinanze, che si sta­va preparando il pranzetto festivo, di andare a condividerlo con l’e­remita della montagna. Poi furono dei pastori che cominciarono a scambiare con lui del cibo: essi gli portavano il necessario, dai prodotti del loro gregge, e il giovane solitario ricambiava, offrendo il nutrimento della sua predi­cazione.
Stava per cominciare la missione pubblica di Benedetto, ma prima egli doveva essere provato dalla tentazione e definitivamente pu­rificato.
Secondo i canoni antichi delle «tentazioni nel deserto», l’eremita si vide assalito dal ricordo bruciante di una bella ragazza che aveva intravisto nel breve soggiorno romano, e tanto bastò per incendiargli il cuore, la mente e le membra. Benedetto spense quel fuoco accendendone un altro più materia­le, ma più tormentoso: si ravvoltolò nudo tra spine e ortiche, finché il corpo bruciò davvero: «Di fuori bruciò per lo strazio, e dentro si estinse il fuoco del peccato» – commenta il saggio pontefice.
Molti secoli dopo, in altra stagione, Francesco d’Assisi, per lo stesso problema, sceglierà di immergersi nella neve gelata.
Ambedue comunque dimostrarono d’avere una notevole intelli­genza, dato che compresero che non si può mai curare l’ardore dei sensi affidandosi solo ad elevazioni spirituali. La vittoria fu comunque definitiva. Nel racconto essa ha lo scopo esplicito di garantirci che Benedetto non diventò maestro di altri cri­stiani, senza prima aver imparato ad avere un completo dominio di sé.
Non trascorse molto tempo, che i monaci di Vicovaro (tra Subiaco e Tivoli) vennero a offrirgli la nomina a superiore. Benedetto accettò, dopo molte resistenze, ma i monaci se ne pentirono subito, non appe­na si accorsero che egli esigeva una vera osservanza regolare. Cercarono un mezzo spiccio per liberarsene e decisero di avvele­nargli, a pranzo, il bicchiere di vino.
Avevano però dimenticato che la consuetudine prescriveva di be­nedire il bicchiere di vino prima di bere, e così – quando Benedetto tracciò il segno di croce – la coppa logicamente si spezzò, perché «la bevanda di morte non aveva potuto sopportare il segno della vita». Forse il miracolo spaventò i monaci, ma Benedetto si convinse che era meglio per lui abbandonarli, perché non voleva «stremare le sue forze» nel tentativo di correggere «chi non voleva essere corretto». Da allora furono monaci e postulanti ad accorrere da lui, ma ac­correvano soltanto coloro che desideravano davvero d’essere spiri­tualmente guidati.
In breve, i discepoli furono tanti che Benedetto si trovò, quasi senza accorgersene, ad essere fondatore di dodici monasteri dissemi­nati nella zona: ognuno abitato da dodici monaci.
Il numero perfettamente e sapientemente biblico (dodici per do­dici) rappresenta anticipatamente «il disegno» della armoniosa archi­tettura benedettina. Ed erano già monasteri in cui – secondo un uso rimasto a lungo – si accoglievano anche bambini, figli di nobili, da educare.
[...] La storia di Montecassino inizia in seguito a un opportuno stacco voluto da Dio, anche se allora sembrò che fosse il demonio ad avere la meglio.
In breve, ci fu un prete «astioso di invidia» che fece di tutto per distruggere l’opera del Santo: prima gli mandò del «pane avvelenato» e Benedetto sventò la minaccia, poi organizzò nell’orto del monaste­ro, con alcune ragazze, uno spettacolo lascivo per avvelenare i frati. In conclusione Benedetto, comprendendo che l’astio era rivolto a lui, diede un definitivo ordinamento a quei monasteri, assegnò loro dei bravi superiori e poi li lasciò alla loro sorte, conducendo con sé solo pochi fratelli.
Inutile dire che, appena Benedetto si mise in viaggio, quel prete astioso e malvagio morì vittima di una disgrazia, ma il santo Patriarca rimproverò Mauro e gli impose una penitenza perché gli aveva porta­to la notizia con una certa soddisfazione. Lui provava invece un im­menso dolore.
Non tornò indietro tuttavia, ma si incamminò verso Cassino, una rocca situata sul fianco di un alto monte, sulla cui vetta c’era ancora un tempio dedicato ad Apollo.
Quando Benedetto si diede a distruggere tempio e altare pagani e a predicare ai nativi la Buona Novella, la lotta con Satana esplose con violenza. I monaci dicevano di sentire un grido lamentoso: «Maledet­to, non Benedetto, che cos’hai contro di me? Perché mi perseguiti?». Era l’annuncio che la nuova fondazione avrebbe contribuito alla di­struzione del regno di Satana, ma dovevano attendersi prove su prove.
Durante la costruzione dell’abbazia, i monaci, come vedevano in ogni aiuto la mano provvidente di Dio, così vedevano nelle difficoltà più insormontabili la mano oppressiva di Satana. Era infatti una terra seminata di idoli.
In questi casi Benedetto interveniva con la sua preghiera, sia che si trattasse di spostare un macigno che sembrava radicato nel terreno, sia che si trattasse di placare qualche allucinazione dei monaci, sia che un muro in costruzione crollasse improvvisamente su uno dei ra­gazzini affidati alla comunità. Il potere del santo si estendeva allora fino a richiamare in vita il fanciullo morto per la cattiveria del demonio. Altri miracoli gli occorrevano, poi, per aiutare i monaci ad osservare la Regola. Così Benedetto sapeva, per divina ispirazione, se dei monaci in viaggio l’avevano trasgredita mangiando fuori dal Monastero o accettando regali.
Allo stesso modo egli metteva a nudo le intenzioni e le traine di chi cercava di ingannarlo o le interne mormorazioni di chi disobbedi­va nel cuore.
L’episodio rimasto celebre nella storia fu quello di Totila, il re go­to, che scorrazzava impunemente per l’Italia e che si avvicinò a Montecassino incuriosito della fama di Benedetto.
Per mettere alla prova il santo, il re gli mandò il suo scudiero ab­bigliato da re, con tutte le insegne e la scorta dei nobili. Benedetto non lo lasciò nemmeno avvicinare. Da lontano gli gridò: «Figlio mio, levati quelle vesti che non ti appartengono!». Caddero tutti a terra, impressionati non perché l’inganno fosse stato scoperto, ma per la «velocità» con cui erano stati smascherati.
Quando Totila giunse in persona, non osava nemmeno avvicinar­si e se ne stava genuflesso lontano. Gli si accostò Benedetto, lo fece alzare e gli disse senza mezzi termini: «Il male che fai è molto, e mol­to ne hai già fatto. Metti fine, una buona volta, alle tue malvagità. En­trerai a Roma, passerai il mare, regnerai nove anni e nel decimo morrai». Dicono che, da allora, Totila fu un po’ meno crudele.
«Al suo orecchio risuonavano perfino le parole solamente pensa­te», spiega l’agiografo, che narra anche «miracoli» più spirituali: in­tuizione dell’animo e delle debolezze altrui, premonizioni, sogni, au­torevolezza sulle anime estesa fin quasi all’aldilà, forza di intercessione in terra e in cielo.
La formula usata per spiegare tutto è questa: ad agire è «la grazia di Benedetto». Il santo è talmente ricolmo di doni spirituali che può dispensarli con larghezza, in ogni direzione.
Poi ancora quei miracoli di guarigione e di «abbondanza», carat­teristici di ogni «epoca messianica»: liberazione di indemoniati, gua­rigione dei lebbrosi, sollievo di prigionieri e sofferenti, remissione di debiti, e abbondanza prodigiosa di provviste (pane, olio) in tempo di carestia.
Viene anche sottolineata la soccorrevole carità verso i più poveri, al quali Benedetto si prefigge «di dare tutto in terra per non perdere nulla in ciclo», tanto da innervosirsi quando il monaco dispensiere conserva gelosamente l’ultima ampolla d’olio.
Solo una volta Gregorio descrive Benedetto, nella sua dolente umanità: non mentre compie miracoli, ma mentre si abbandona a un dirotto pianto: così lo vede infatti un nobile ospite del monastero che entra improvvisamente nella camera dell’abate.
A lui Benedetto confida: «Tutto questo monastero che io ho co­struito e tutte le cose che ho preparato per i fratelli, per disposizione di Dio Onnipotente sono destinate a finire preda dei barbari. A grande fatica sono riuscito ad ottenere che, di quanto è in questo luogo, sia­no risparmiate almeno le persone». E così accadde alcuni decenni dopo la morte del Patriarca, al tem­po dell’invasione longobarda. A nessun amico di Dio può infatti essere risparmiata la passione e la sua notte.
Ultimo miracolo raccontato vede per la prima volta Benedetto quasi tremare di impotenza. Ha davanti un papà disperato che porta in braccio il corpicino del figlio morto. «Restituiscimi mio figlio, re­stituiscimi mio figlio!», grida insistentemente l’uomo, con la persua­sione che, rivolgendosi a Benedetto, il grido raggiunga Dio.
«Te l’ho forse tolto io tuo figlio?», chiede confuso Benedetto, ma quando si accorge che gli viene chiesto un miracolo di resurrezione, subito manda via gli altri monaci: «Allontanatevi, fratelli, allontana­tevi! Non sono miracoli per me questi! Solo i Santi Apostoli possono farli! Perché volete addossarmi un peso che non sono capace di por­tare?». Poi il miracolo accade, ma Benedetto lo chiede a Dio «per la fede di quest’uomo che chiede di resuscitargli il figlio».
Ora che l’agiografo ha toccato il vertice della sua narrazione, rac­conta anche, per la prima e unica volta, una sconfitta di Benedetto: «Ci fu qualcosa che, pur da lui desiderata, non riuscì ad ottenere». Improvvisamente Benedetto esce dal suo alone misterioso e subli­me, e veniamo a sapere qualcosa dei suoi affetti.
Scopriamo così che egli ha una sorella gemella alla quale è molto affezionato e che, come lui, si è consacrata a Dio fin dall’infanzia. Scopriamo che il venerabile Patriarca le dedica un giorno all’an­no: un’intera giornata in visita al monastero di lei, «a parlare assieme di argomenti santi», fino alla cena compresa.
Ed ecco che ci viene narrata l’ultima visita. Quando, a sera, giun­ge l’ora in cui Benedetto deve tornare in monastero (la Regola proibisce severamente di pernottare fuori), Scolastica chiede al fratello un’eccezione: «Questa notte non lasciarmi, te ne prego, così potremo fino a domani mattina parlare della gioia della vita celeste». Ma rice­ve un rifiuto quasi scandalizzato: «Che cosa dici mai, sorella!».
Il cielo non ha una nuvola. Scolastica pone le mani intrecciate sul tavolo e china la testa. In brevissimo tempo il cielo si annuvola e scoppia una tale tempesta con lampi e tuoni e rovesci di pioggia, che Benedetto, per tutta la notte, non può nemmeno metter piede fuori della soglia.
«Dio Onnipotente ti perdoni, sorella mia», disse Benedetto, «che hai fatto?». E Scolastica, con logica tutta femminile, rispose: «Vedi, ho pregato te, e tu non mi hai voluto ascoltare. Allora ho pregato il mio Signore e mi ha ascoltata. Ora esci pure, se ci riesci, torna in mo­nastero!».
Così Benedetto si trovò a subire un miracolo. Il motivo era duplice, spiega papa san Gregorio.
Il primo: nel cristianesimo tutto è questione d’amore. Dio stesso è amore, quindi fu cosa logica «che potesse di più colei che amò di più». Ed è con questo conclusivo giudizio che Gregorio relativizza in un colpo solo tutti i miracoli che ha raccontati e ne fa – anche a favore di Benedetto, si intende – una questione d’amore.
Il secondo: Dio sapeva che quell’incontro tra i due fratelli era l’ul­timo. Scolastica morì dopo tre giorni. Benedetto mandò i suoi frati a prenderne il corpo, per deporlo nel sepolcro che egli aveva fatto pre­parare per sé. «Si ebbe perciò che, come in vita la loro anima era sta­ta sempre una cosa sola in Dio, così in morte anche i loro corpi non furono separati neppure dalla tomba» (D n. 34).
Siamo così giunti quasi al vertice della narrazione, e sentiamo per­ciò il bisogno di andare all’altra fonte della biografia di Benedetto, a cui san Gregorio rinvia il suo lettore scrivendo: «Tra i tanti miracoli che resero famoso nel mondo quest’uomo di Dio c’è da porre anche il luminoso splendore della sua dottrina. Scrisse infatti per i monaci una Regola, davvero notevole per la sua discrezione, e chiara e bella (luculenta) nell’espressione. E se qual­cuno vuole conoscere più a fondo i suoi costumi e la sua vita, nell’in­segnamento della Regola può trovare gli atti con cui egli stesso visse il proprio magistero, perché egli non poté insegnare in maniera di­versa da come visse» (D 11,36).
Che la Regola debba in qualche maniera rispecchiare la vita del nostro santo è evidente soprattutto la dove descrive le qualità e i compiti dell’abate che – dice Benedetto – «sono già tutti indicati dal nome con cui lo si chiama: Padre!».
Il cuore dell’avvenimento evangelico – la venuta sulla terra del Fi­glio di Dio e il dono del suo Spirito che ci rende capaci di invocare Dio col nome di Abbà («Padre!») – diventa così il cuore stesso del monastero, tutto abitato da figli che si rivolgono con questo nome al loro Superiore.
Costui sa di dover trasmettere la volontà di Dio, con le parole e con la vita, ricordandosi sempre «del nome che porta»: sa di dover essere un padre «puro, sobrio, misericordioso» che lascia sempre «prevalere la misericordia sulla giustizia».
A lui Benedetto chiede il difficile equilibrio di un amore capace, a un tempo, di estendersi a tutti e di privilegiare ciascuno secondo le sue necessità. Un padre riservato e indulgente, forte e saggio; non inquieto né ansioso, non oppressivo né geloso; capace di tenerezza e di infinita pazienza, ma anche di severità e di decisione. Un padre che «preferisce sempre la misericordia alla giustizia», ma non trascura mai la correzione.
Un padre che osserva attentamente i suoi figli e la loro diversa in­dole in modo che «i forti abbiano sempre un ideale a cui tendere e i deboli la possibilità di non scoraggiarsi».
Gli aggettivi, le immagini, i proverbi si susseguono sotto la penna di Benedetto, a volte con u certo umorismo, come quando esorta l’abate a non essere come quel pastore che «a forza di far correre il gregge fa morire tutte le pecore in un solo giorno», o quando gli con­siglia «di stare attento a non spezzare il recipiente a forza di grattare via la ruggine».
Altri consigli hanno la bellezza di motti programinatici: «L’abate curi più di essere amato che termuto»; «sappia di dover giovare più che comandare».
Dietro molte espressioni si intravedono le esperienze personali di Benedetto: le sue scoperte pedagogiche, i propositi di buon gover­no che deve aver elaborato nel corso degli anni, le delusioni che deve aver subito e i successi riportati con l’aiuto di Dio.
Ma la Regola è soprattutto descrizione dell’edificio che Benedetto va man mano costruendo. Si può dire che egli progetti una costruzio­ne grandiosa, ma a suo modo incredibilmente semplice.
In un’epoca in cui tutto sembra sfaldarsi – sia la società ecclesiale che quella civile, sia la vita monastica che quella laicale – e Benedetto pensa in termini di «famiglia»: il monastero è un’intera «società» ge­stita come una «famiglia». Nella sua compiutezza, il monastero deve contenere tutto ciò che serve alla vita: «l’acqua, il mulino, l’orto e i locali dove si esercitano i vari mestieri … ».
Da un lato è il monaco che non ha più bisogno di girovagare per il mondo né di cercarvi il necessario per vivere, dall’altro – nei seco­li bui che si avvicinano – sarà piuttosto il mondo che verrà a vivere all’ombra e sotto la protezione del monastero, cercandovi quella pa­ce, quell’ordine, quella progettualità che sarà impossibile trovare al­trove.
Nel monastero benedettino vengono a vivere, come fratelli sotto l’autorità di un unico Padre, tutti coloro che lo desiderano, purché promettano obbedienza e stabilità. Non si fa distinzione tra liberi e schiavi, né tra uomini d’arme e contadini, né tra ignoranti e dotti. Non si fa distinzione di età: perfino i fanciulli sono ammessi; l’ab­bazia ha sempre una scuola in cui dei bambini – amati come figli – già si preparano alla vita monastica; la Regola vale anche per loro, anche se tocca all’abate adattarla alla loro età e temperarla. Non si fa nemmeno quella distinzione che più ci si attenderebbe: la previa valutazione delle disposizioni spirituali e l’attuazione di un discernimento vocazionale.
La Regola sembra dare per scontato, quasi in ogni pagina, che in monastero abitino, con lo stesso diritto, monaci obbedienti, capaci, pazienti, docili, virtuosi, intelligenti e altri caparbi, cattivi, orgogliosi, ribelli, turbolenti, arroganti, indisciplinati, inutili…
Tutti assieme essi formano «il gregge dell’abate», ed egli deve pascerli dando ad ognuno il giusto nutrimento e la giusta medicina. Alla fine del cammino (… alla fine della Regola) Cristo li prenderá tutti assieme li condurrà alla vita eterna».
Nel prologo, Benedetto definisce il suo monastero «una scuola per imparare a servire il Signore»; poco dopo dirà che è un’«officina» dove tutti lavorano, avendo a disposizione gli «strumenti delle buone opere». Se si legge la lunga lista di questi «strumenti consigliati» (quasi 74) non ci si deve meravigliare di trovare elencati assieme: i principali comandamenti (compreso quello di «non ammazzare» e «non commettere adulterio»), le opere di misericordia (compresa quella di «seppellire i morti»), le tentazioni contro le quali bisogna resistere (tra cui «non dare sfogo all’ira», «non covare rancore», «non almanaccare l’inganno»), i vizi che bisogna eliminare (tra cui la raccomandazione di non essere «pigri», «beoni», «mangioni», «dormiglioni», brontoloni»), e le virtù che bisogna coltivare (tra cui «venerare i più anziani» e «amare i più giovani»).
Il fatto che Benedetto si attardi a enumerare raccomandazioni spesso gravi, ci dice che si ritiene normale anche la vocazione di molti robusti e inveterati peccatori: i tempi sono tali che il monastero non può essere immaginato come rifugio di anime elette e spiritualmente affinate, ma come rifacimento e salvezza di tutto un mondo, solo in parte cristiano, che sembra inabissarsi.
Ma tra i tanti pesanti richiami risplendono indicazioni di altissima vita mistica, offerte come lampi di ideale a chi «può comprendere»: dal bellissimo «Affidare a Dio la propria speranza», al suggestivo «Desiderare la vita eterna con ogni concupiscenza spirituale», al conclusivo e pacificante «Non disperare mai della misericordia di Dio» .
E non si può certo dimenticare quello splendido aforisma: «Non anteporre nulla all’amore di Cristo» che Benedetto mette all’inizio della Regola e che riprende alla fine con un’assolutezza ancora maggiore.
Su tutto dovrà poi dominare l’obbedienza all’abate, soprattutto quella prestata «senza indugio», che è propria di coloro «che ritengono di non avere per sé nulla di più caro di Cristo» e che porterà i fratelli a un desiderio umile di obbedirsi reciprocamente»,
L’esistenza che la Regola descrive e prescrive è tutta organizzata attorno a un duplice «lavoro» (opus): il lavoro per Dio e il lavoro delle mani. I monaci sono infatti «operai del Signore».
Opus Dei (la preghiera comune di tutti i monaci) è un lavoro che dev’essere compiuto «al cospetto degli angeli» e scandisce le ore del giorno e della notte. Esso dà un orientamento verticale e purificatore a tutte le tensioni dell’esistenza. Anche in questo caso deve valere una radicale decisione del cuore: «non si deve anteporre nulla all’Opera di Dio», così come non si deve anteporre nulla all’amore di Cristo. Opus magnum è il lavoro a cui tutti devono applicarsi negli altri tempi della giornata. In un’epoca in cui il lavoro è affare di schiavi, Benedetto lo fa diventare questione di umana dignità, di fraterna solidarietà e di spirituale offerta.
Perfino gli strumenti di lavoro vanno trattati «come i vasi sacri dell’altare». Perfino l’economo della casa dve curare l’amministrazione e deve tutto sorvegliare in base a un criterio di profonda umanità innervata dalla fede: anch’egli è tenuto a comportarsi «come padre della comunità» e il suo compito deve tendere a che «nessuno si turbi o si rattristi nella casa di Dio»,
Ora et Labora: il motto sintetico, che diverrà poi tradizionale, descrive il monaco che sa di lavorare con Dio e per Dio, ma sa che anche Dio lavora con lui e in lui.
Fu così che i monaci – guidati da questa Regola (che Benedetto, alla fine, definisce «piccolissima Regola da principianti») – impararono a rendere «eroica la vita quotidiana e quotidiana la vita eroica» con lo stesso ritmo con cui apprendevano «a dissodare terre e a darle alla civiltà», dopo aver dissodato e offerto a Dio il loro cuore.
Col passare (dei secoli «l’Europa sarà rinserrata in una rete di fattorie modello, (i centri di allevamento, di focolai di alta cultura, di fervore spirituale, di arte di vivere, di volontà di azione, in una parola: di civiltà ad alto livello che emerge dai flutti tumultuosi della barbarie. San Benedetto è senza alcun dubbio il Padre d’Europa. I bene­dettini, suoi figli, sono i padri della civiltà europea»: così ha scritto Léo Moulin. Egli amava ricordare che perfino le leggi del galateo che oggi rispettiamo a tavola (tovaglie, tovaglioli, fiori, silenzio, pulizia, sequenza dei cibi, cortesia reciproca, modo di comportarsi) furono inventate dai monaci che resero il cibo «una pietanza», qualcosa che è legata alla pietas: un cibo ricevuto e consumato con gratitudine e ri­spetto.
Ai tempi della prima abbazia di Montecassino il lavoro riguarda­va la stretta amministrazione della casa e dei suoi più vicini possedimenti.
Col tempo i monaci impareranno a dissodare terre, bonificare, ir­rigare, fino a gestire vere e proprie aziende agricole, allevamenti, vi­vai, serre sperimentali. Impareranno e insegneranno la viticoltura, lo sfruttamento delle foreste, l’uso delle piante medicinali. Si preoccuperanno di ricopiare nei loro freddi scriptoria tutte le opere dell’antichità classica che oggi noi conosciamo soltanto per lo­ro merito. I monasteri diverranno perfino centri finanziari, e adempiranno per secoli anche alla funzione di banche di depositi e prestiti.
Dicono che in Europa non c’è luogo in cui non si trovino tracce dell’azione dei monaci, e molte città ebbero il loro primo nucleo in un’abbazia.
La Regola è all’origine di tutto questo: ha salvato e costruito l’Europa non perché offrisse un progetto dettagliato e credibile di ricostruzione, ma perché trasmetteva un modello di vita in cui «la dignità umana aveva un riconoscimento quotidiano» (Bernard Dejòuvenel) e – aggiungiamo noi – tale dignità era riconosciuta in ogni azione del giorno, dalla più sacra alla più umile.
Lo scopo di Benedetto – e poi quello dei suoi monaci – non fu quello di supplire alle deficienze di una società in sfacelo, ma quello di poter semplicemente realizzare la vocazione che Dio dona all’uomo.
Benedetto credette, insomma, che era possibile anche nel deserto (geografico e morale) aprire una schola dominici servitii: «una scuola per imparare a servire il Signore»; ma comprese che, in quegli anni e in quei secoli, una simile «scuola» doveva semplicemente farsi carico di insegnare tutto, anche tutto l’umano»: dalla cortesia al senso del­la misura, dalla tenerezza alla serietà, dall’onorare Dio all’onorare i propri fratelli e le proprie responsabilità.
Aveva poco più di sessant’anni, quando Dio gli fece l’ultimo rega­lo. Una notte in cui Benedetto pregava silenziosamente, stando alla finestra, una luce si diffuse lentamente fino a che tutto sembrò ri­splendere come in pieno giorno. Ed ecco che «durante questa visione si verificò un fatto prodigioso, come ebbe a dire in seguito lui stesso: davanti ai suoi occhi si presentò addirittura il mondo intero come raccolto sotto un unico raggio di sole».
Anche san Gregorio Magno, che racconta quest’episodio conclu­sivo, fa fatica a spiegare il significato e la possibilità stessa di una si­mile visione. Spiega tuttavia così: «Non furono la terra e il cielo a rimpicciolirsi, fu l’anima del veggente che si dilatò».
E questa una nota ricorrente nell’esperienza di molti santi, che merita di essere sottolineata: l’ultima preghiera, l’ultima visione ri­guardano Dio Creatore e la bellezza di tutte le creature. Il primo articolo del Credo è anche l’ultima verità pienamente creduta e gustata.
Ormai il Santo Patriarca sapeva d’essere giunto al termine del suo cammino. Si fece portare nell’oratorio del monastero, ricevette l’Eu­caristia, e poi «con l’aiuto dei discepoli che sostenevano le sue debo­li membra, rimase in piedi con le mani alzate verso il cielo, finché spirò mormorando un’ultima preghiera».
Moriva com’era vissuto, nella posizione dell’Orante, mentre alcu­ni monaci di lontani monasteri ricevevano la visione di una strada, tutta coperta di tappeti, che si innalzava dritta fino al cielo, verso Oriente, e una voce spiegava loro: «Questa è la via per la quale Bene­detto, caro a Dio, è asceso al cielo».
Così finisce il racconto della vita di colui che fu «Benedetto di no­me e per grazia». Più avanti, in un altro libro dei suoi Dialoghi, san Gregorio ag­giungerà ancora un episodio sul Santo Patriarca che può servirci come conclusione del racconto e ammonimento.
Il Pontefice narra la vicenda di un eremita del monte Morsicano che, in quegli stessi anni, viveva chiuso in una caverna e che, per restare fedele al suo proposito, aveva addirittura legato il suo piede alla roccia con una catena di ferro. Benedetto, quando lo seppe, gli mandò a dire: «Se sei servo di Roma a tenerti legato non deve essere una catena di ferro, ma la catena di Cristo». Voleva dire – a lui e a noi – che l’unico legame indissolubile è l’a­more di Gesù.

(Testimoni della Fede) Sacerdoti – autore: Antonio Sicari

Publié dans : SAN BENEDETTO DA NORCIA |le 10 juillet, 2014 |Pas de Commentaires »

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