Archeologia Biblica … UR DEI CALDEI

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Archeologia Biblica …    

UR DEI CALDEI

di ROBERTA BIAGIOTTI MENCARELLI

         Nell’articolo precedente abbiamo trattato della Torre di Babele, l’antica Etemenanki di Babilonia; ma c’è un’altra ziqqurat che affonda la sua storia nella notte dei tempi, la torre di una città misteriosa e remota quanto Babele: Ur dei Caldei, la città di Abrahamo.          Tutti i credenti sanno da dove proveniva il grande patriarca biblico; le cose si complicano quando però proviamo ad indagare su chi fossero questi Caldei e dove fosse situata Ur. Io per prima sono rimasta esterefatta dall’abissale incongruenza fra l’uomo di Dio che conosciamo dalla Genesi, e la città che l’ha formato: Ur – la città del dio-luna! Non un villaggio qualsiasi, ma una grandissima città, una metropoli del mondo antico, uscita dalle nebbie della leggenda solo nel 1922, grazie agli scavi di un grande archeologo, l’inglese Leonard Woolley.          Abrahamo – figlio di Tera, della discendenza di Sem – abitò ad Ur nella prima parte della sua vita. Genesi 11:28 ci dice che il fratello Haran nacque e morì ad Ur. Ma forse è più esatto dire che Abrahamo abitò nei dintorni di Ur, visto che in nessun punto della Bibbia si parla di lui come di un cittadino, ma bensì di un proprietario di greggi, uno sceicco. Il suo contesto sociale era però sicuramente pagano; in Giosuè 24:2 leggiamo che il padre di Abrahamo serviva altri dèi al di là del fiume Eufrate, cioè in Mesopotamia. Nessuno può umanamente spiegare come, da un padre adoratore di idoli, sia nato il patriarca monoteista per eccellenza. Solo Dio può aver fatto una tale opera, agendo nella vita di quell’uomo in un modo tanto anacronistico per quell’epoca – Dio che spinse, misteriosamente, la famiglia di Abrahamo a lasciare Ur, alla morte di uno dei fratelli. Si allontanarono dalla città di oltre 1000 Km verso nord, e ritornarono a Charan, città natale di Tera; e fu a Charan, alle porte di Canaan, che Abrahamo sentì la chiamata del Signore a lasciare definitivamente la Mesopotamia per quella che sarebbe divenuta la Terra Promessa (Genesi 12:1).          Il primo passo, dunque, era stato lasciare Ur, la città pagana consacrata al dio lunare, la divinità maggiore fra quelle adorate dal padre di Abrahamo. Siamo intorno al 1800 a.C., ma la città di Ur era già fiorente 2000 anni ed oltre prima di Abrahamo; le sue case patrizie, i suoi templi erano imponenti e lussuosi e gli abitanti Sumeri, vivevano in una realtà altamente evoluta, molti secoli prima del grande diluvio. Ancora oggi nessuno sa con certezza da dove siano venuti i Sumeri, le ‘teste nere » – come li definisce l’antica letteratura cuneiforme. Certo è che non erano semiti e che, incredibilmente, giunsero in Mesopotamia (forse dagli altipiani dell’Iran) con un bagaglio culturale che comprendeva la scrittura e conoscenze architettoniche grandemente evolute come l’arco, la colonna, la cupola, ossia tutto ciò che sarebbe stato usato, dopo di loro, per costruire altre grandi civiltà.          L’antica Ur sorgeva nella bassa Mesopotamia, sulla riva occidentale dell’Eufrate, proprio nel punto in cui questo fiume, unendosi al delta del Tigri, sfociava nel Golfo Persico; oggi, il mare è invece molto distante dai resti della città. A partire dal 2600 a.C., tre furono le grandi dinastie di Ur tipicamente sumere. Fra la seconda e la terza dinastia, si innestarono invasioni di popoli semiti (della discendenza di Sem – figlio di Noè, per intenderci) come gli Accadi, che spostarono la capitale da Ur ad Akkad, il cui sito archeologico non è ancora stato scoperto, ma che dovrebbe trovarsi più a nord, non lontano dall’antica Babilonia. L’impero accadico era però già al tracollo nel 2200 a.C., indebolito dalle scorrerie dei montanari Gutei, sconfitti poi a loro volta dai Sumeri di Uruk, città vicina ad Ur, che dettero il via alla III dinastia di Ur, la più importante, quella che vide sul trono un sovrano speciale Ur-Nammu, intorno al 2100 a.C., cioè tre secoli prima di Abrahamo. Ad Ur-Nammu si deve infatti la ricostruzione della parte monumentale di Ur, dalle mura ai templi maggiori dell’area sacra – il Temenos – attorno alla famosa ziqqurat da sempre paragonata alla torre di Babele.          La ziqqurat di Ur, conosciuta dagli archeologici con il nome di Tell-al-Muqayyar (monte dei gradini) ha avuto una storia travagliata, ma sicuramente una vita più lunga di quella dell’altra torre, visto che della ziqqurat di Babele ci rimangono solo le fondamenta riportate alla luce da Koldwey, mentre la ziqqurat di Ur è incredibilmente ancora in piedi! Certo, non è intatta. La sua storia comincia prima di quella delle grandi piramidi d’Egitto: 25 metri di altezza, 4 cubi sovrapposti rivestiti di rosso e d’azzurro e, sul gradino più alto, il più piccolo, il tetto dorato di un santuario, dove i sacerdoti e sacerdotesse svolgevano i loro riti in onore del dio lunare Nanna. Ciò che restava di tutto quello splendore è stato visto per millenni solo dai beduini del deserto, fino all’anno 1854, quando la carovana guidata dal console britannico J.E. Taylor, incaricato del British Museum di Londra, giunse sul tell deciso ad esplorarne l’interno, in cerca di statue antiche o di qualche tesoro nascosto. Ma non trovò altro che un ammasso compatto di mattoni rossi; e allora Taylor prese una delle decisioni più scellerate della storia dell’archeologia: demolire il gradino superiore della torre. Dopo settimane di distruzione, l’unico bottino consisté però in cilindri di terracotta coperti di iscrizioni in cuneiforme. Per altri decenni il Tell-al-Muqayyar ricadde nell’oblio del mondo occidentale, fino al 1923, con l’intervento, finalmente, di un vero archeologo: sir Charles Leonard Woolley. Quella torre diventerà il centro della sua vita assieme alle tante altre piccole collinette, i « tell » appunto, intorno alla ziqqurat. Lì sotto giacevano infatti i resti della zona sacra che circondava la torre: cinque templi, di cui i più grandi erano dedicati a Nanna e alla sua sposa – la dea Ningal. All’interno di ogni tempio, Woolley trova i resti di antiche vasche, fontane, e tavole di mattoni con profondi segni di coltello: li venivano squartati gli animali offerti alle divinità. Nelle cucine dei templi, i resti dei focolari che servivano a preparare le vivande dei banchetti sacrificali. Scrive Woolley nella sua relazione: ‘Dopo 38 secoli si può riaccendere il fuoco e rimettere in funzione la più antica cucina del mondo » (Da « La Bibbia aveva ragione » di W. Keller, ed. A.Garzanti, 1956, p. 18). Tre anni dopo, nel demolire una serie di piccoli telI a sud della torre a gradini, ecco la scoperta più grandiosa: l’intera città, la biblica Ur dei Caldei. Lunghe file di muri e facciate, alte fino a tre metri, inframmezzate da vie e piazze; grandi case molto più simili a ville, lussuose, a due piani, con anche 13 o 14 stanze. Una città enorme e molto più ricca della Babilonia di Nabucodonosor. E questo ben 1500 anni prima!          Una grande città che viveva intorno al commercio e al centro di culto, l’area sacra su cui ruotava la vita di centinaia di persone, di cui le sacerdotesse erano l’elemento di spicco. I loro riti consistevano soprattutto nella cura delle statue che personificavano le due divinità maggiori: Nanna e Ningal. Ad esse venivano quotidianamente offerti cibi e bevande e ci si prendeva cura delle loro statue adornandole di gioielli e vesti preziose. Secondo le più antiche tradizioni mesopotamiche, ogni anno si ripeteva il « matrimonio sacro » fra le due divinità, le cui statue lasciavano il tempo per essere trasportate nel luogo della cerimonia. A quel punto, alle statue si sostituivano il re e la grande sacerdotessa per consumare, in loro vece, il matrimonio. Tutto ciò fa pensare che, almeno in età antichissima, i re di Ur venissero considerati divini o almeno dei semi-dei. Ed è a questo fatto che si allaccia la macabra realtà che Woolley portò alla luce: quella che per millenni era rimasta sepolta nelle tombe reali di Ur.          All’interno della cinta muraria che racchiudeva il Temenos, Woolley scoprì antichissime tombe risalenti a circa 2600 anni prima di Cristo, durante la I dinastia di Ur, e di cui non era rimasta traccia nella letteratura sumerica giunta fino a noi. In quell’antichissimo cimitero, 16 tombe appartenevano a re e regine della città, e in esse si scoprì la realtà di quello che era stato un vero e proprio massacro rituale. Accanto al corpo dei personaggi reali, decine e decine di altri corpi. Le camere funerarie, di una o più stanze, venivano scavate profondamente nel terreno e vi si accedeva per mezzo di rampe a scivolo; li venivano deposti i corpi, circondati dagli oggetti preziosi usati in vita. Alcuni dei servitori più intimi venivano poi uccisi e i loro corpi deposti ai lati della bara. La porta della stanza veniva murata. A quel punto, scendevano nella fossa tutti coloro che dovevano accompagnare il defunto nell’al di là: ancelle, danzatrici, schiavi, soldati della guardia e persino i carri dei buoi, naturalmente insieme agli aurighi che li guidavano. Tutti si disponevano in file ordinate, prendevano una coppa, la riempivano da un grande vaso di bronzo collocato al centro della fossa, bevevano quello che doveva essere stato un potente narcotico, si sdraiavano ordinatamente e si addormentavano. Dall’alto, le lamentatrici gettavano la terra sui corpi; su quel macabro pavimento si svolgeva poi un banchetto funebre, e altre vittime venivano sacrificate. Così per due o tre strati, fino a che il livello della fossa non raggiungeva la superficie. Come ho detto, non ci è giunta testimonianza scritta delle motivazioni che spingevano ad un massacro del genere. Sembra però implicita la credenza che quei re fossero ritenuti di natura semi-divina; il narcotico bevuto volontariamente soltanto la cieca fiducia che quelle persone avevano, nell’accompagnare il padrone nell’altro mondo, di assicurarsi la continuazione del proprio onorevole servizio.          Ma le tombe reali di Ur nascondevano anche la verità su qualcosa di molto più prezioso per la storia dell’umanità cristiana. Nell’estate del 1929 Woolley decise di scavare al di sotto delle tombe, per cercare le tracce della vita di Ur prima del 2600 a.C. Ed ecco che sotto le tombe più antiche, dopo metri e metri di terreno sempre uguale ricco di frammenti di anfore e vasellame vario, appare improvvisamente un terreno diverso: argilla, come quella che può essersi formata solo dai sedimenti delle acque. Sabbia alluvionale lasciata da una remotissima e vastissima alluvione, molto più grande di quelle che poteva avere provocato l’Eufrate nel corso dei secoli. Tre metri di sedimenti argillosi, sotto i quali, nuovamente, il terreno torna normale, ma ricco di altri resti di abitanti umani. Questa volta, infatti, le ceramiche sono diverse: non più fatte di tornio, ma a mano, molto più primitive, dunque, datate 4000 anni prima di Cristo! Woolley aveva scoperto le tracce del Diluvio biblico, proprio sotto la città di Ur, dove sicuramente, in base ad ulteriori ricerche fatte in zone più a nord della Mesopotamia, il Diluvio aveva avuto l’intensità più catastrofica, nel punto, cioè, dove il delta dei due fiumi si apriva sul Golfo Persico; e ricordiamo che il mare un tempo era proprio alle porte di Ur, ai piedi della torre a gradini che vi si specchiava.          Ma torniamo ai tempi più recenti della città. Con la fine della III dinastia, si spense anche l’influenza di Ur e dei Sumeri nel mondo mesopotamico. Gli Elamiti (di origine semita) provenienti dalla Persia, dettero il colpo finale, assediando e saccheggiando la città; le statue dei suoi dèi furono portate a Susa. Così come avrebbe fatto il profeta Geremia quando compose le sue Lamentazioni sulla caduta di Gerusalemme per mano babilonese, così, molto tempo prima, fecero i superstiti abitanti di Ur, che composero la « Lamentazione per la distruzione di Ur » e la « Lamentazione per la distruzione di Sumer e di Ur ». Eccone un esempio: « O Nanna, fa che uomini fedeli – afferrandoti i piedi – portino a te le loro lacrime nel tempio silenzioso … Così, con il popolo delle teste nere allontanato da te – fa sì che tuttavia essi possano portarti obbedienza – con la città in rovina, – fa che essi possano implorarti piangendo, oh Nanna! Restaura la città, – falla ancora sorgere alla vista davanti a te – e non farla tramontare come tramontano le stelle luminose, – ma falla camminare alla tua vista! (da Ur. La città del dio-luna di Frances Pinnok, ed. Laterza 1995,p.232).          Dopo alterne vicende, Ur fu poi conquistata da Hammurabi di Babilonia verso il 1790 a.C., e poi dai Cassiti, i cui sovrani ricostruirono gli edifici dell’area sacra e ridettero un po’ di vita al clero di Nanna, ponendo ancora una volta, secondo la più antica tradizione, una figlia di re a capo delle sacerdotesse Ma poi arrivarono prima gli Assiri e poi ancora i Babilonesi di Nabucodonosor I, che dedicò un ex-voto d’oro in uno dei templi di Ur, e soprattutto il grande Nabucodonosor Il, il conquistatore di Gerusalemme, a cui si attribuisce l’ultimo imponente muro di recinzione dell’area sacra di Ur. Un rilievo particolare va però dato all’ultimo re babilonese – Nabonide (556 a.C.) – passato alla storia come il re archeologo. Era originario di Charan, ossia della città da cui proveniva la famiglia di Abrahamo. Sua madre sembra essere stata una sacerdotessa di Nanna nel grande santuario di Charan. Forse per questo decise di affiancare la triade divina babilonese di Marduk, Nabu e Nerbal la triade astrale formata da Shamash-il sole, Inanna’Ishtar-Venere e proprio Nanna la luna. Da lì le sue attenzioni per Ur, la città di Nanna, e per la sua ziqqurat, che fece ricostruire sul nucleo di quella rovinata di Ur-Nammu.          Ogni innovazione religiosa, si sa, scatena sempre le ire del clero tradizionalista; basta ricordare ciò che accadde al faraone Akhenaton d’Egitto – alias Amenophis IV – quando decise di cancellare tutte le divinità a favore di una sola: Aton-il Disco solare. Allo stesso modo, il clero babilonese finì per terrorizzare Nabonide con vaticini negativi, tanto che il re decise di tornare a Babilonia, portando però con sé le statue degli dèi di Ur, per proteggerle, forse. Ma ancora una volta la storia cambiò e sorse l’impero persiano di Ciro il Grande (539 a.C.), il sincretista protettore di tutti i culti che rimandò tutti gli dèi nei santuari delle loro città (per gli Ebrei, si trattò solo degli arredi sacri del tempio, naturalmente!). E così anche Nanna tornò a Ur. Ma già dal 535 a.C. si cominciarono a perdere le tracce della città i cui luoghi di culto furono probabilmente abbandonati poco a poco. Le rive dell’Eufrate si allontanarono inesorabilmente e la sabbia del deserto finì per seppellire ogni cosa.

« Siccome non vedeste nessuna figura il giorno che il Signore vi parlò in Oreb dal fuoco, badate bene a voi stessi, affinché non vi corrompiate e non vi facciate qualche scultura, la rappresentazione di qualche idolo, la figura di un uomo o di una donna, la figura di uno degli animali della terra…; e anche affinché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito celeste, tu non ti senta attratto a prostituirti davanti a quelle cose e a offrire loro un culto, perché quelle sono le cose che il Signore, il tuo Dio, ha lasciato per tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli ». Deuteronomio 4:15-19

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