Archive pour juin, 2014

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

http://www.centrostudilauretani.it/internal.asp?idcat=75&idart=398

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

( link al teso italiano – latino:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem )

2 agosto 2011

Commento all’Inno Lauda Sion Salvatorem

VI Festival Organistico Lauretano – Loreto nel mondo
2 agosto 2011 ore 21. 15
Pontificia Basilica della Santa Casa
di
S.E. Mons. Giovanni Tonucci
Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto
Presidente Centro Studi Lauretani

Come già annunciato in occasione del primo concerto del Festival Organistico di quest’anno, il programma di ogni sera prevede l’esecuzione di almeno una melodia ispirata a famosi testi, usati nella celebrazione liturgica e che hanno come tema l’Eucaristia. Facciamo questo per preparare la nostra partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà in Ancona nel prossimo mese di settembre.
Questa sera analizziamo la sequenza che, dal primo verso, è intitolata: “Lauda Sion Salvatorem” ovvero “Loda, Sion, il Salvatore”. “Sion” è il nome della montagna sulla quale è costruita Gerusalemme e quindi si riferisce propriamente alla città stessa.
Il termine “Sequenza” indica un inno che, nella liturgia eucaristica, è recitato, o preferibilmente cantato, dopo la seconda lettura, prima del canto al Vangelo. Nelle antiche tradizioni liturgiche se ne conoscevano molte, ma solo cinque sono state conservate nel Messale Romano composto dopo il Concilio di Trento e pubblicato nel 1570. Tanto per chiarire le idee, in quell’occasione fu eseguita un’opera di unificazione molto radicale, che fece scomparire una enorme quantità di testi appartenenti a diverse e venerabili tradizioni liturgiche. È pertanto del tutto infondata l’idea che il Messale di San Pio V, così detto dal nome del Papa che lo promulgò, racchiudesse in sé l’originale tradizione liturgica della Chiesa. Di fatto, esso espresse la volontà di uniformare i modi di celebrare e, a questo scopo, mise da parte – o forse potrei dire: tolse di mezzo – molte espressioni della fede antica, che nel tempo erano state create all’interno di tante comunità cristiane. Molti di questi testi sono stati ricuperati attraverso gli studi che, dall’inizio del secolo XX, hanno preparato la riforma liturgica e che sono poi confluiti nella formulazione del Messale Romano promulgato da Papa Paolo VI nel 1970.
Le cinque sequenze conservate nel Messale Tridentino ed anche nel Messale del Vaticano II sono: il “Victimae Pascalis” di Pasqua; il “Veni Sancte Spiritus” di Pentecoste; il “Lauda Sion” del Corpus Domini; lo “Stabat Mater” dell’Addolorata, il 15 settembre; e infine il “Dies Irae” della Commemorazione dei defunti , il 2 novembre.
Come altri importanti testi dal contenuto eucaristico, anche il “Lauda Sion Salvatorem” è opera di San Tommaso d’Aquino, la cui paternità è testimoniata da autori suoi contemporanei. Nel XVII secolo, qualche Gesuita volle mettere in dubbio l’attribuzione all’Aquinate, che apparteneva all’Ordine dei Domenicani, senza però solide ragioni. In quel secolo, i Gesuiti hanno avuto parecchi problemi e molte dispute a diversi livelli, non poche proprio con i Domenicani. In questo caso, almeno, si direbbe che hanno loro stessi creato problemi, senza ragioni sufficienti.
La struttura del testo è variata: esso è composto di 24 strofe, le prime 18 delle quali hanno 3 versi – 2 ottonari e 1 settenario; le 4 strofe seguenti – quindi dalla 19ª alla 22ª – hanno 4 versi – 3 ottonari e 1 settenario; le 2 ultime hanno 5 versi – 4 ottonari e 1 settenario.
Nei contenuti, la sequenza esamina, con espressioni poetiche, l’intera teologia eucaristica e la espone in maniera dettagliata, soffermandosi su alcuni particolari, per sottolineare il dogma della transustanziazione, che proprio attraverso la riflessione teologica di quei decenni aveva ricevuto una precisa definizione, con termini non facili ma molto appropriati.
Data la lunghezza del testo, sarebbe impossibile spiegare verso per verso l’intera sequenza. Per facilitare la comprensione ne riassumo i contenuti, sottolineandone solo alcuni. Notiamo, innanzitutto, che, forse per la destinazione del brano, che doveva essere cantato nel Giovedì Santo e nel Corpus Domini, l’accento è posto soprattutto sul ricordo dell’ultima cena, e si sottolinea quindi l’aspetto conviviale del sacramento, più che quello sacrificale, nel ricordo del Calvario.
Le prime strofe esortano i fedeli a lodare Cristo Salvatore. Subito dopo, si propone il tema del canto: ricordare l’ultima cena, durante la quale Gesù diede ai suoi dodici apostoli il pane che dà la vita. Una strofa molto bella è quella che segue: “Sit laus plena, sit sonora,/ sit iucunda, sit decora/ mentis iubilatio – La lode sia piena, sia risonante, il giubilo della mente sia lieto, sia appropriato”.
Dopo questo inizio, l’autore ricorda l’oggetto della festa: l’istituzione della Pasqua della nuova alleanza, in cui la nuova mensa pone fine all’antica e la realtà del nuovo convito, come una luce piena, allontana la notte del passato.
E qui comincia una parte didattica, nella quale San Tommaso presenta i vari aspetti della dottrina eucaristica, componendo quasi un riassunto di catechesi, a uso dei fedeli che, cantando la sequenza, potevano memorizzare le diverse affermazioni: il pane si cambia veramente in carne, il vino in sangue, anche se l’aspetto esterno rimane lo stesso e richiede da parte nostra un assenso di fede, al di là di quello che possiamo verificare attraverso i sensi. Pur nella divisione dei segni – carne e sangue – Cristo resta intero sotto ciascuna specie. Lo stesso Gesù non viene spezzato né diviso da chi lo riceve e rimane sempre intero. Questa annotazione sarebbe stata utile per qualche anima pia che raccomandava che, nel ricevere la comunione, non si masticasse il pane consacrato, “per non fare male a Gesù”. L’episodio è vero e ne sono testimone, e dimostra una buona ignoranza dell’insegnamento della Chiesa sull’Eucaristia, al punto di basarsi su una convinzione oggettivamente eretica.
San Tommaso insiste con la sua catechesi: “Sumit unus, sumunt mille:/ quantum isti, tantum ille:/ nec sumptus consumitur – Lo riceve uno, lo ricevono mille. Tanto per questi quanto per quelli: ricevuto non si consuma”.
Molto attuale è la parte che segue, nella quale Tommaso si sofferma su un aspetto delicato: nell’Eucaristia, Cristo non si può difendere e può essere ricevuto da chiunque, anche da chi si trova in stato di peccato grave. Abbiamo personalmente la responsabilità, nella nostra coscienza, di non compiere superficialmente un gesto che rischia di essere ridotto ad una manifestazione di simpatia – come accade purtroppo spesso in occasione di funerali e di matrimoni, in cui alcuni fanno la comunione come gesto di partecipazione alla gioia o al dolore dei diretti interessati: “Sumunt boni, sumunt mali:/ sorte tamen inaequali,/ vitae vel interitus – Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi ma con sorte diversa: di vita o di morte”. Facendo eco a quello che scrive San Paolo, il teologo specifica: “È morte per i cattivi, vita per i buoni: vedi quale diverso risultato dalla stessa comunione”. Il richiamo è importante, per farci capire la differenza tra un incontro di amore con Cristo e la violazione offensiva della sua donazione, che diventa un sacrilegio, e quindi un peccato ancora più grave.
La parte finale della sequenza torna ad essere una contemplazione poetica dell’Eucaristia, con una strofa famosa: “Ecce panis angelorum,/ factus cibus viatorum:/ vere panis filiorum,/ non mittendus canibus – Ecco il pane degli angeli, fatto cibo dei pellegrini: vero pane dei figli, da non gettare ai cani”. Ricordo che un sacerdote professore di latino, leggendo quest’ultimo verso commentava: “E con questa allusione ai cani, la poesia va a farsi benedire”.
Ma dopo questa calata di tono, lo stile torna alto, nel ricordo delle figure bibliche del sacrificio di Cristo: “In figuris praesignatur,/ cum Isaac immolatur:/ Agnus paschae deputatur, / datur manna patribus – Con i simboli è annunziato, con Isacco dato a morte, nell’agnello della pasqua, nella manna data ai padri”.
Le ultime due strofe sono formate da cinque versi, e sono una preghiera rivolta a Cristo, buon pastore: “Bone pastor, panis vere,/ Jesu, nostri miserere:/ tu nos pasce, nos tuere:/ tu nos bona fac videre / in terra viventium./ Tu qui cuncta scis et vales,/ qui nos pascis hic mortales,/ tuos ibi commensales,/ cohaeredes et sodales,/ fac sanctorum civium. Amen. Alleluia – Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen. Alleluia”.
Come vedete, è un testo complesso ma ricco, ed è comprensibile che esso abbia ispirato tanti compositori i quali, in epoche e con stili diversi, ne hanno offerto la loro interpretazione musicale. Oggi siamo invitati ad ascoltare la composizione di Dénis Bédard “Communion sur Lauda Sion”, destinato per accompagnare il momento della comunione nella Messa. Ci affidiamo alla maestria del concertista Olivier Vernet e ci auguriamo un buon ascolto.

 

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

( link al teso italiano – latino:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem )

2 agosto 2011

Commento all’Inno Lauda Sion Salvatorem

VI Festival Organistico Lauretano – Loreto nel mondo
2 agosto 2011 ore 21. 15
Pontificia Basilica della Santa Casa
di
S.E. Mons. Giovanni Tonucci
Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto
Presidente Centro Studi Lauretani

Come già annunciato in occasione del primo concerto del Festival Organistico di quest’anno, il programma di ogni sera prevede l’esecuzione di almeno una melodia ispirata a famosi testi, usati nella celebrazione liturgica e che hanno come tema l’Eucaristia. Facciamo questo per preparare la nostra partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà in Ancona nel prossimo mese di settembre.
Questa sera analizziamo la sequenza che, dal primo verso, è intitolata: “Lauda Sion Salvatorem” ovvero “Loda, Sion, il Salvatore”. “Sion” è il nome della montagna sulla quale è costruita Gerusalemme e quindi si riferisce propriamente alla città stessa.
Il termine “Sequenza” indica un inno che, nella liturgia eucaristica, è recitato, o preferibilmente cantato, dopo la seconda lettura, prima del canto al Vangelo. Nelle antiche tradizioni liturgiche se ne conoscevano molte, ma solo cinque sono state conservate nel Messale Romano composto dopo il Concilio di Trento e pubblicato nel 1570. Tanto per chiarire le idee, in quell’occasione fu eseguita un’opera di unificazione molto radicale, che fece scomparire una enorme quantità di testi appartenenti a diverse e venerabili tradizioni liturgiche. È pertanto del tutto infondata l’idea che il Messale di San Pio V, così detto dal nome del Papa che lo promulgò, racchiudesse in sé l’originale tradizione liturgica della Chiesa. Di fatto, esso espresse la volontà di uniformare i modi di celebrare e, a questo scopo, mise da parte – o forse potrei dire: tolse di mezzo – molte espressioni della fede antica, che nel tempo erano state create all’interno di tante comunità cristiane. Molti di questi testi sono stati ricuperati attraverso gli studi che, dall’inizio del secolo XX, hanno preparato la riforma liturgica e che sono poi confluiti nella formulazione del Messale Romano promulgato da Papa Paolo VI nel 1970.
Le cinque sequenze conservate nel Messale Tridentino ed anche nel Messale del Vaticano II sono: il “Victimae Pascalis” di Pasqua; il “Veni Sancte Spiritus” di Pentecoste; il “Lauda Sion” del Corpus Domini; lo “Stabat Mater” dell’Addolorata, il 15 settembre; e infine il “Dies Irae” della Commemorazione dei defunti , il 2 novembre.
Come altri importanti testi dal contenuto eucaristico, anche il “Lauda Sion Salvatorem” è opera di San Tommaso d’Aquino, la cui paternità è testimoniata da autori suoi contemporanei. Nel XVII secolo, qualche Gesuita volle mettere in dubbio l’attribuzione all’Aquinate, che apparteneva all’Ordine dei Domenicani, senza però solide ragioni. In quel secolo, i Gesuiti hanno avuto parecchi problemi e molte dispute a diversi livelli, non poche proprio con i Domenicani. In questo caso, almeno, si direbbe che hanno loro stessi creato problemi, senza ragioni sufficienti.
La struttura del testo è variata: esso è composto di 24 strofe, le prime 18 delle quali hanno 3 versi – 2 ottonari e 1 settenario; le 4 strofe seguenti – quindi dalla 19ª alla 22ª – hanno 4 versi – 3 ottonari e 1 settenario; le 2 ultime hanno 5 versi – 4 ottonari e 1 settenario.
Nei contenuti, la sequenza esamina, con espressioni poetiche, l’intera teologia eucaristica e la espone in maniera dettagliata, soffermandosi su alcuni particolari, per sottolineare il dogma della transustanziazione, che proprio attraverso la riflessione teologica di quei decenni aveva ricevuto una precisa definizione, con termini non facili ma molto appropriati.
Data la lunghezza del testo, sarebbe impossibile spiegare verso per verso l’intera sequenza. Per facilitare la comprensione ne riassumo i contenuti, sottolineandone solo alcuni. Notiamo, innanzitutto, che, forse per la destinazione del brano, che doveva essere cantato nel Giovedì Santo e nel Corpus Domini, l’accento è posto soprattutto sul ricordo dell’ultima cena, e si sottolinea quindi l’aspetto conviviale del sacramento, più che quello sacrificale, nel ricordo del Calvario.
Le prime strofe esortano i fedeli a lodare Cristo Salvatore. Subito dopo, si propone il tema del canto: ricordare l’ultima cena, durante la quale Gesù diede ai suoi dodici apostoli il pane che dà la vita. Una strofa molto bella è quella che segue: “Sit laus plena, sit sonora,/ sit iucunda, sit decora/ mentis iubilatio – La lode sia piena, sia risonante, il giubilo della mente sia lieto, sia appropriato”.
Dopo questo inizio, l’autore ricorda l’oggetto della festa: l’istituzione della Pasqua della nuova alleanza, in cui la nuova mensa pone fine all’antica e la realtà del nuovo convito, come una luce piena, allontana la notte del passato.
E qui comincia una parte didattica, nella quale San Tommaso presenta i vari aspetti della dottrina eucaristica, componendo quasi un riassunto di catechesi, a uso dei fedeli che, cantando la sequenza, potevano memorizzare le diverse affermazioni: il pane si cambia veramente in carne, il vino in sangue, anche se l’aspetto esterno rimane lo stesso e richiede da parte nostra un assenso di fede, al di là di quello che possiamo verificare attraverso i sensi. Pur nella divisione dei segni – carne e sangue – Cristo resta intero sotto ciascuna specie. Lo stesso Gesù non viene spezzato né diviso da chi lo riceve e rimane sempre intero. Questa annotazione sarebbe stata utile per qualche anima pia che raccomandava che, nel ricevere la comunione, non si masticasse il pane consacrato, “per non fare male a Gesù”. L’episodio è vero e ne sono testimone, e dimostra una buona ignoranza dell’insegnamento della Chiesa sull’Eucaristia, al punto di basarsi su una convinzione oggettivamente eretica.
San Tommaso insiste con la sua catechesi: “Sumit unus, sumunt mille:/ quantum isti, tantum ille:/ nec sumptus consumitur – Lo riceve uno, lo ricevono mille. Tanto per questi quanto per quelli: ricevuto non si consuma”.
Molto attuale è la parte che segue, nella quale Tommaso si sofferma su un aspetto delicato: nell’Eucaristia, Cristo non si può difendere e può essere ricevuto da chiunque, anche da chi si trova in stato di peccato grave. Abbiamo personalmente la responsabilità, nella nostra coscienza, di non compiere superficialmente un gesto che rischia di essere ridotto ad una manifestazione di simpatia – come accade purtroppo spesso in occasione di funerali e di matrimoni, in cui alcuni fanno la comunione come gesto di partecipazione alla gioia o al dolore dei diretti interessati: “Sumunt boni, sumunt mali:/ sorte tamen inaequali,/ vitae vel interitus – Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi ma con sorte diversa: di vita o di morte”. Facendo eco a quello che scrive San Paolo, il teologo specifica: “È morte per i cattivi, vita per i buoni: vedi quale diverso risultato dalla stessa comunione”. Il richiamo è importante, per farci capire la differenza tra un incontro di amore con Cristo e la violazione offensiva della sua donazione, che diventa un sacrilegio, e quindi un peccato ancora più grave.
La parte finale della sequenza torna ad essere una contemplazione poetica dell’Eucaristia, con una strofa famosa: “Ecce panis angelorum,/ factus cibus viatorum:/ vere panis filiorum,/ non mittendus canibus – Ecco il pane degli angeli, fatto cibo dei pellegrini: vero pane dei figli, da non gettare ai cani”. Ricordo che un sacerdote professore di latino, leggendo quest’ultimo verso commentava: “E con questa allusione ai cani, la poesia va a farsi benedire”.
Ma dopo questa calata di tono, lo stile torna alto, nel ricordo delle figure bibliche del sacrificio di Cristo: “In figuris praesignatur,/ cum Isaac immolatur:/ Agnus paschae deputatur, / datur manna patribus – Con i simboli è annunziato, con Isacco dato a morte, nell’agnello della pasqua, nella manna data ai padri”.
Le ultime due strofe sono formate da cinque versi, e sono una preghiera rivolta a Cristo, buon pastore: “Bone pastor, panis vere,/ Jesu, nostri miserere:/ tu nos pasce, nos tuere:/ tu nos bona fac videre / in terra viventium./ Tu qui cuncta scis et vales,/ qui nos pascis hic mortales,/ tuos ibi commensales,/ cohaeredes et sodales,/ fac sanctorum civium. Amen. Alleluia – Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen. Alleluia”.
Come vedete, è un testo complesso ma ricco, ed è comprensibile che esso abbia ispirato tanti compositori i quali, in epoche e con stili diversi, ne hanno offerto la loro interpretazione musicale. Oggi siamo invitati ad ascoltare la composizione di Dénis Bédard “Communion sur Lauda Sion”, destinato per accompagnare il momento della comunione nella Messa. Ci affidiamo alla maestria del concertista Olivier Vernet e ci auguriamo un buon ascolto.

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI – OMELIA PAPA BENEDETTO 2012

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120607_corpus-domini_it.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì, 7 giugno 2012

Cari fratelli e sorelle!

Questa sera vorrei meditare con voi su due aspetti, tra loro connessi, del Mistero eucaristico: il culto dell’Eucaristia e la sua sacralità. E’ importante riprenderli in considerazione per preservarli da visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato.
Anzitutto, una riflessione sul valore del culto eucaristico, in particolare dell’adorazione del Santissimo Sacramento. E’ l’esperienza che anche questa sera noi vivremo dopo la Messa, prima della processione, durante il suo svolgimento e al suo termine. Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. In effetti, è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione, in cui il Signore convoca il suo popolo, lo raduna intorno alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita, lo nutre e lo unisce a Sé nell’offerta del Sacrificio. Questa valorizzazione dell’assemblea liturgica, in cui il Signore opera e realizza il suo mistero di comunione, rimane ovviamente valida, ma essa va ricollocata nel giusto equilibrio. In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione giusta posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare. Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziali. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana.
In realtà, è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra. E’ proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’«ambiente» spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia. Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. L’incontro con Gesù nella Santa Messa si attua veramente e pienamente quando la comunità è in grado di riconoscere che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci attende, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi, con la sua presenza discreta e silenziosa, e ci accompagna con la sua intercessione, continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre.
A questo proposito, mi piace sottolineare l’esperienza che vivremo anche stasera insieme. Nel momento dell’adorazione, noi siamo tutti sullo stesso piano, in ginocchio davanti al Sacramento dell’Amore. Il sacerdozio comune e quello ministeriale si trovano accomunati nel culto eucaristico. E’ un’esperienza molto bella e significativa, che abbiamo vissuto diverse volte nella Basilica di San Pietro, e anche nelle indimenticabili veglie con i giovani – ricordo ad esempio quelle di Colonia, Londra, Zagabria, Madrid. E’ evidente a tutti che questi momenti di veglia eucaristica preparano la celebrazione della Santa Messa, preparano i cuori all’incontro, così che questo risulta anche più fruttuoso. Stare tutti in silenzio prolungato davanti al Signore presente nel suo Sacramento, è una delle esperienze più autentiche del nostro essere Chiesa, che si accompagna in modo complementare con quella di celebrare l’Eucaristia, ascoltando la Parola di Dio, cantando, accostandosi insieme alla mensa del Pane di vita. Comunione e contemplazione non si possono separare, vanno insieme. Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale. E purtroppo, se manca questa dimensione, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale. Invece, nella vera comunione, preparata dal colloquio della preghiera e della vita, noi possiamo dire al Signore parole di confidenza, come quelle risuonate poco fa nel Salmo responsoriale: «Io sono tuo servo, figlio della tua schiava: / tu hai spezzato le mie catene. / A te offrirò un sacrificio di ringraziamento / e invocherò il nome del Signore» (Sal 115,16-17).
Ora vorrei passare brevemente al secondo aspetto: la sacralità dell’Eucaristia. Anche qui abbiamo risentito nel passato recente di un certo fraintendimento del messaggio autentico della Sacra Scrittura. La novità cristiana riguardo al culto è stata influenzata da una certa mentalità secolaristica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. E’ vero, e rimane sempre valido, che il centro del culto ormai non sta più nei riti e nei sacrifici antichi, ma in Cristo stesso, nella sua persona, nella sua vita, nel suo mistero pasquale. E tuttavia da questa novità fondamentale non si deve concludere che il sacro non esista più, ma che esso ha trovato il suo compimento in Gesù Cristo, Amore divino incarnato. La Lettera agli Ebrei, che abbiamo ascoltato questa sera nella seconda Lettura, ci parla proprio della novità del sacerdozio di Cristo, «sommo sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), ma non dice che il sacerdozio sia finito. Cristo «è mediatore di un’alleanza nuova» (Eb 9,15), stabilita nel suo sangue, che purifica «la nostra coscienza dalle opere di morte» (Eb 9,14). Egli non ha abolito il sacro, ma lo ha portato a compimento, inaugurando un nuovo culto, che è sì pienamente spirituale, ma che tuttavia, finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti, che verranno meno solo alla fine, nella Gerusalemme celeste, dove non ci sarà più alcun tempio (cfr Ap 21,22). Grazie a Cristo, la sacralità è più vera, più intensa, e, come avviene per i comandamenti, anche più esigente! Non basta l’osservanza rituale, ma si richiede la purificazione del cuore e il coinvolgimento della vita.
Mi piace anche sottolineare che il sacro ha una funzione educativa, e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni. Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe «appiattito», e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita. Oppure pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli. Dio, nostro Padre, non ha fatto così con l’umanità: ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro. Al culmine di questa missione, nell’Ultima Cena, Gesù istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, il Memoriale del suo Sacrificio pasquale. Così facendo Egli pose se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma lo fece all’interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare, quale segno supremo del vero Sacro, che è Lui stesso. Con questa fede, cari fratelli e sorelle, noi celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo. Amen.

22 GIUGNO 2014 | 12A DOM.: CORPUS DOMINI- A : « IO SONO IL PANE VIVO, DISCESO DAL CIELO »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/12a-Domenica-a/12-12aDom-Corpus_Domini-A-2014-SC.htm

22 GIUGNO 2014 | 12A DOM.: CORPUS DOMINI- A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« IO SONO IL PANE VIVO, DISCESO DAL CIELO »

« L’uomo è un essere che si abitua alle cose straordinarie e spesso ne riconduce l’impressione eccezionale d’un dato momento entro un’espressione convenzionale e superficiale ordinaria. L’uomo si abitua; ed anche a riguardo di realtà, che eccedono la sua consueta capacità di comprensione, egli le considera spesso normali e come contenute nell’involucro puramente verbale che le qualifica, senza più attribuire e riconoscere la esuberante ricchezza di significato interiore loro proprio. Così avviene sovente a noi per questo ineffabile sacramento dell’Eucaristia ».

La capacità di « meravigliarci »
Queste parole di Paolo VI1 descrivono a perfezione lo strano atteggiamento di molti cristiani davanti al dono dell’Eucaristia fatto da Cristo alla sua Chiesa. Ci manca la capacità di sorprenderci, di meravigliarci, perfino di « scandalizzarci », sia pure in un atteggiamento di diniego, come capitò agli ascoltatori di Gesù nella sinagoga di Cafarnao: « Questo linguaggio è duro: chi può intenderlo? » (Gv 6,60). Prima avevano espresso il loro stupore con una frase, più che di scetticismo, come quella appena citata, di disorientamento per la difficoltà a « razionalizzare » il mistero: « Come può costui darci la sua carne da mangiare? » (v. 52).
Rimane, in ogni modo, il fatto che essi sono capaci di « meravigliarsi » e di reagire di fronte a qualcosa di enormemente grande e sorprendente, qualora ciò sia vero! Noi, invece, forse « crediamo », ma non ci meravigliamo più: ci siamo talmente « abituati » alle cose grandi, che esse non ci dicono più nulla, sono diventate ordinarie. Nessuna sorpresa perciò che non abbiano più incidenza nella nostra vita. C’è da domandarsi se la vita di molti cristiani sarebbe diversa da quella che è, se, per ipotesi assurda, l’Eucaristia venisse a mancare!
Tutte le letture bibliche della odierna Liturgia del « Corpus Domini » mi sembrano orientate precisamente al fine di suscitare un senso di « meraviglia » davanti all’incredibile, da tradursi però in coerenti atteggiamenti di vita. È quello a cui ci invita anche la sequenza del « Lauda Sion » che, pur fluita dalla mente del più grande fra tutti i teologi, Tommaso d’Aquino, è intrisa di tutto l’affetto del suo cuore ed esplode in accenti di commossa poesia.

« L’uomo non vive soltanto di pane… »
Già la prima lettura ci aiuta non poco a comprendere molti riferimenti che troveremo nel discorso eucaristico di Gesù. A distanza di tanti anni egli intende risuscitare nel cuore degli Israeliti non solo il ricordo dei benefici passati, ma anche la « commozione » davanti alla benevolenza di Dio verso i loro padri durante la faticosa peregrinazione del deserto.
Nel brano di Dt 8,2-3.14-16 abbiamo lo sfondo desolante del « deserto », con tutte le sue asprezze, la fame, la sete, i rischi mortali, le insidie, la spossatezza, i frequenti smarrimenti nel cammino, la disperazione. Tutto questo per dire che Israele da solo non avrebbe potuto sopravvivere a quell’ambiente che, proprio per sua natura, è una trappola di morte. L’uomo non basta da solo a salvarsi!
E in realtà solo Dio ha salvato Israele, rendendo prodigiosamente fertile il deserto, quasi che dalla sua sabbia senza vita avesse potuto fiorire il frumento e sgorgare l’acqua ristoratrice e dissetante. Quello che il deserto da sé non poteva fare, l’ha operato la « parola che esce dalla bocca del Signore » (Dt 8,3).
La « parola », perciò, è la vera protagonista di questa drammatica esperienza d’Israele per tutto il periodo della sua lunga peregrinazione, lontano dalla Terra promessa: senza di essa neppure la « manna » che lo ha sfamato, neppure « l’acqua » che è scaturita dalla « roccia durissima », avrebbero potuto prodursi. Più che i doni di Dio, perciò, vale la sua « parola », che quei doni si era impegnata a offrire e ha offerto.
Si noti poi, in tutto il testo che abbiamo letto, la sottolineatura della « eccezionalità » del dono fatto da Dio al suo popolo. « Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore » (v. 3; cf v. 16). Il dare la « manna », dunque, è un prodigio più grande di quello che Dio avrebbe fatto se avesse dato a Israele il « pane », già « conosciuto » dai loro padri. La parola di Dio è « creatrice » di situazioni sempre nuove: Dio si supera sempre!
Niente impedisce perciò che nei tempi del Nuovo Testamento egli superi il dono stesso della « manna » con un cibo anche più misterioso e nutriente, per saziare la « fame » del suo popolo che continua l’aspra peregrinazione nel deserto della vita. E questo è tanto più possibile in quanto la « parola » di Dio, a cui nulla può resistere, davvero in Cristo « si è fatta carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi » (Gv 1,14).

Cristo, nuova « manna »
In realtà il cibo « nuovo », più misterioso e nutriente, che Dio ci dà ed era prefigurato dalla manna e dall’acqua scaturita dalla roccia, è la « carne » stessa e il « sangue » di Cristo, immolato per noi sulla croce.
È chiaro perciò che il dono è infinitamente più grande e la benevolenza di Dio raggiunge qui l’incredibile. E anche lo « scopo », pur muovendosi sulla linea degli interventi salvifici dell’Antico Testamento appena ricordati, è più profondo: non è soltanto il desiderio di essere vicino al suo popolo e di rifocillarne le forze con l’energia che ogni cibo ingerito ed assimilato infonde nell’organismo, ma soprattutto la volontà di assumerlo a « vivere » la sua stessa vita. Infatti, mangiando di Cristo, non si può non vivere di Cristo: « Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me » (Gv 6,57). È così che per i cristiani, per una non del tutto strana assurdità evangelica, la stessa faticosa « peregrinazione » nel deserto della vita diventa già un « abitare » nella patria del cielo (cf Fil 3,20).
Ma vediamo di analizzare brevemente questo meraviglioso brano di Vangelo, che costituisce la parte conclusiva del così detto « discorso eucaristico », che secondo l’Evangelista Gesù avrebbe pronunciato nella sinagoga di Cafarnao (Gv 6,59).
Se in tutta la sezione precedente di questo discorso (Gv 6,26-50) Gesù si è presentato come « il pane disceso dal cielo » (vv. 33.35.41), « il pane della vita » (v. 48), in realtà egli intendeva preparare mediante la « fede » i suoi ascoltatori all’affermazione più sbalorditiva ancora: quel « pane », che è lui, in quanto Figlio di Dio, « mandato » nel mondo per salvarlo (cf vv. 38-40), viene offerto agli uomini perché essi lo « mangino » veramente, facendosi da lui « vivificare » e trasformare addirittura in una realtà divina, « eterna » come è eterno Iddio. La « morte » non ha accesso là dove si mangia il « pane della vita »!

« Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo »
« Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo » (v. 51). È evidente in questa ultima espressione il riferimento alla morte di croce, intesa come offerta sacrificale « in favore » (in greco ypér) non di pochi eletti, ma del « mondo » intero. Infatti negli scritti del Nuovo Testamento, compreso Giovanni, la preposizione ypér viene adoperata quasi automaticamente per esprimere il valore redentivo della morte di Cristo.2
Ma la cosa che più sorprende è che egli promette (si noti il futuro « darò ») di dare a « mangiare » proprio quella « carne » che sarà immolata sulla croce: un pasto « sacrificale », dunque, offerto perché tutta la forza di redenzione e di amore espressa in quel sublime gesto di donazione venga partecipata ai credenti. Di qui lo scandalo dei Giudei, che contestano la possibilità stessa del fatto: « Come può costui darci la sua carne da mangiare? » (v. 52).
Come capita in Giovanni, l’incomprensione degli altri dà a Gesù l’opportunità di ribadire e di approfondire il suo pensiero (vv. 53-58).
Varie cose colpiscono in queste parole di Gesù, che raggiungono il culmine del disvelamento del mistero e colmano ancora di stupore; almeno se non tentiamo di volgerle al vago, allo sfumato, alla metafora, appunto, di niente altro che una unione profonda, magari anche mistica, con lui.

« La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda »
Prima di tutto il « realismo » con cui Gesù si esprime, quasi preoccupato che gli uomini siano tentati di attenuare la portata di quello che lui sta dicendo. Si noti infatti la solennità della ripresa iniziale: « In verità, in verità vi dico… » (v. 53). Inoltre, parla di « vero cibo » e « vera bevanda » (v. 55), con la caratteristica aggettivazione giovannea (alethés = vero, verace) che esprime la realtà più profonda delle cose, colte però in chiave di fede. Il « mangiare », poi, che qui ricorre diverse volte (vv. 54.55.58), è espresso in greco con un verbo (tróghein) che propriamente significa « divorare », « triturare »: qualcosa, perciò, che richiama non un gesto simbolico, ma crudamente realistico. Indubbiamente c’è anche un riferimento allo strazio violento a cui fu sottoposto il corpo di Cristo sulla croce.
Di qui anche il richiamo al « sangue », che grondò abbondante dalle ferite del corpo del Signore crocifisso e che non era consentito agli Ebrei di mangiare in nessuna maniera, perché nel sangue c’è la « vita », che appartiene a Dio solamente (Lv 17,11). Invece Gesù offre il suo sangue proprio perché intende comunicare agli uomini la sua stessa « vita »: non riserva nulla per se stesso! « Corpo » e « sangue » esprimono la « totalità » della sua persona, offerta in dono ai fratelli.
La seconda cosa da osservare è l’insistenza con cui Gesù parla della « vita » che ne deriverà a coloro che mangeranno di lui: « Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno… Chi mangia questo pane vivrà in eterno » (vv. 51.54.58). Sembra strano che da un gesto di morte, qual è quello evocato qui da tutto il contesto, possa nascere la vita. Eppure è proprio così! L’offerta di Cristo sulla croce è l’espressione massima dell’amore: e l’amore è essenzialmente vitalità, potenza contagiosa di trasformazione, ricreazione di rapporti interrotti o semplicemente affievoliti.
D’altra parte questa « vita », comunicata dalla partecipazione al corpo e al sangue del Signore, è la vita stessa che vive oggi il Figlio di Dio nella gloria: « Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me » (v. 57). Perciò è una vita di « risorti » in Cristo: Cristo vive « per (in greco dià) il Padre », perché da lui ha tutto il suo essere all’interno del mistero trinitario e perché da lui ha ricevuto la vita nella risurrezione. Il cristiano vive « per (dià) Cristo » nella misura in cui in tutto ciò che fa e pensa si lascia guidare da lui e a lui orienta tutto se stesso: in tale modo l’Eucaristia diventa per lui indispensabile mezzo di partecipazione al mondo del divino, per avere in sé la pienezza della vita che viene da Dio.
Per ultimo, vorrei far notare come san Giovanni parli qui costantemente di « carne » (sárx) piuttosto che di « corpo », come fanno invece i Sinottici. Perché questo? Non è facile dirlo, e gli studiosi divergono tra di loro. A parte il fatto che molto probabilmente il quarto Evangelista ci rende meglio l’originale aramaico besár (= carne), che esprime sia la persona intera che il corpo che la rappresenta, c’è da pensare che egli abbia voluto intenzionalmente collegare l’Eucaristia con la Incarnazione. Si ricordino le parole del prologo del suo Vangelo: « E il Verbo si fece carne (sárx) e venne ad abitare in mezzo a noi » (1,14). Mediante l’Eucaristia « continua » in mezzo agli uomini l’Incarnazione, cioè Cristo prolunga la sua presenza di amore e di salvezza tra noi nella pienezza e nella totalità del suo essere.

« Poiché c’è un solo pane, siamo un corpo solo »
Nella prospettiva di queste riflessioni non ci sarà difficile capire la densità della seconda lettura, in cui san Paolo ricorda ai cristiani di Corinto il significato dell’Eucaristia come koinonía, cioè come comunione e fusione in Cristo e con i fratelli: « Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1 Cor 10,16-17).
« Comunicando » dunque con l’Eucaristia, non soltanto ci compaginiamo a Cristo, ma ci compaginiamo anche tra di noi, diventiamo « un corpo solo », pur essendo molti. Mangiando il corpo di Cristo, anche noi diventiamo « corpo di Cristo » (sant’Agostino).

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche,

Papa Giovanni Paolo II, processione del Corpus Domini 2001

Papa Giovanni Paolo II, processione del Corpus Domini 2001 dans immagini sacre

http://www.michaeljournal.org/eucharist.htm

Publié dans:immagini sacre |on 19 juin, 2014 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II E IL CORPUS DOMINI

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GIOVANNI PAOLO II E IL CORPUS DOMINI

di don Mariusz Frukacz

6 giugno 2012

CZESTOCHOWA, (ZENIT.org)- Un giorno alla Solennità del Corpus Domini, una ricorrenza cui il beato Giovanni Paolo II era molto legato. Sull’argomento Zenit ha intervistato monsignor Stanislaw Nowak, arcivescovo di Czestochowa.
Eccellenza, come ricorda il giorno in cui Giovanni Paolo II ha rinnovato la tradizione della processione del Corpus Domini a Roma?
Mons. Stanislaw Nowak: Ricordo sempre quanto si parlava a Cracovia dei primi giorni del pontificato di Giovanni Paolo II e di quanto succedeva a Roma dopo l’elezione del cardinale Wojtyla sul Trono di San Pietro.
Soprattutto ricordo che si parlava tanto del fatto che Giovanni Paolo II avrebbe rinnovato la processione del Corpus Domini a Roma. Si diceva che il Santo Padre aveva voluto compiere questo gesto perché amava infinitamente questa processione, di cui era molto coinvolto anche in quanto vescovo di Cracovia.
Va detto, infatti, che, già come vescovo di Cracovia, Karol Wojtyla attribuiva una grande importanza nella processione Corpus Domini in quanto “professione di fede in Dio sulla strada”, al centro della città. Aveva sofferto molto quando, ai tempi del comunismo, fu interrotta la grande tradizione di Cracovia – risalente a prima della seconda guerra mondiale – di svolgere la processione eucaristica fino alla piazza principale della città.
Il grande arcivescovo di Cracovia suo predecessore, Adam Sapieha, aveva guidato questa processione fino alla piazza principale, attraversando con il Santissimo Sacramento le strade della centro storico. Durante la dura era comunista, purtroppo, non fu possibile organizzare tutto questo: la processione aveva luogo soltanto sulla collina del castello di Wawel ed era vietato andare per le strade della città.
Da cardinale, quindi, Karol Wojtyla lottò tanto per riportare la processione del Corpus Domini per le strade.
Perché, dunque, la processione del Corpus Domini sulle strade della città è stata così importante per il cardinale Wojtyla?
Mons. Stanislaw Nowak: In Polonia esisteva la grande tradizione dei quattro altari durante la processione pubblica del Corpus Domini e come cardinale di Cracovia, il beato Wojtyla ha predicato la parola di Dio con grande attualità in ciascuno dei quattro altari.
Egli parlò di libertà, chiedendo il rispetto da parte dello Stato per le tradizioni cattoliche e del ripristino della Facoltà di Teologia a Cracovia. La processione del Corpus Domini, quindi, all’epoca di Wojtyla era, da un lato, una grande confessione di fede e, dall’altro, un richiamo alle autorità dello Stato a ristabilire la giustizia in Polonia.
Alla luce di questo, possiamo dire che esiste una relazione interessante fra il rinnovamento della processione del Corpus Domini a Roma e quella di Cracovia. Quando l’allora cardinale Karol Wojtyla fu eletto Papa, rinnovando e celebrando la prima processione a Roma, allo stesso tempo le autorità comuniste diedero il permesso cha la processione del Corpus Domini tornasse nella piazza principale di Cracovia. E questo, per noi polacchi fu una grande gioia.
*Mons. Stanislaw Nowak è nato l’11 luglio 1935 in Jeziorzany. Ordinato sacerdote il 22 giugno 1958 dall’Arcivescovo di Cracovia Eugeniusz Baziak, iniziò il ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Cracovia – come un vicario – in Choczni vicino a Wadowice, in Ludzmierz e Rogoznik Podhale.
Negli anni 1963-1979 è stato il padre spirituale del Seminario di Cracovia e, allo stesso tempo, ha proseguito gli studi specializzati in teologia negli anni dal 1967 al 1971 presso l’Istituto Cattolico di Parigi.
Dal 1971 è stato, poi, docente alla cattedra di Teologia della vita interiore della Pontificia Facoltà di Teologia a Cracovia e, dal 1981, alla Facoltà di Teologia della Pontificia Accademia di Teologia. Nei anni 1984-1992 mons. Nowak è stato il quarto ordinario vescovo della diocesi di Czestochowa e, dal 1992 è il primo Metropolita di Czestochowa.
Durante i miei studi a Roma ho potuto partecipare per tre volte alla processione del Corpus Domini, guidata da Giovanni Paolo II, negli anni 2001-2003, dunque nell’ultimo periodo del suo grande Pontificato.
Il Santo Padre era già un uomo che aveva patito molte sofferenze; allo stesso tempo, però, era un uomo di straordinaria forza spirituale, e per questo posso dire che, durante la processione del Corpus Domini, il beato Wojtyla ha dato una grande testimonianza dell’amore di Cristo presente nel Santissimo Sacramento.
Ricordo che una volta andai molto vicino al Santo Padre e avvertii subito la sua grande fede e il profondo amore che da lui traspariva. Quando guardò Cristo fu davvero un’emozione unica, perché amava veramente Cristo: lo ha portato con sé fino alla fine, con la Sua croce, quando, nonostante la sofferenza, guidò la processione del Corpus Domini.
Questa processione, infatti, è stata per me un’esperienza profonda, una lezione di fede, di amore e di umiltà. Credo che quando Giovanni Paolo II ha seguito Cristo per le strade della Città Eterna, dalla Basilica di San Giovanni in Laterano fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore, ha insegnato a tutti a rivolgere il nostro sguardo a Cristo, imparando quindi a guardare con amore, ma anche con umiltà e pace, dentro il cuore di ogni persona che incontriamo sul cammino della nostra vita.
La solennità del Corpus Domini risale al 1264, per volontà di Papa Urbano IV che istituì la festa «affinché il popolo cristiano riscoprisse il valore del mistero eucaristico». A distanza di più di 700 anni la tradizione continua ininterrotta: Benedetto XVI, infatti, presiederà, questo giovedì, la Santa Messa sul sagrato di San Giovanni in Laterano, per poi guidare la processione del Corpo di Cristo fino alla basilica di Santa Maria Maggiore.
“Un momento importante per la fede dei cristiani e per la vita ecclesiale della Diocesi di Roma” ha dichiarato il cardinale Vicario, Agostino Vallini. Soprattutto un’occasione “per ringraziare il Signore del dono inestimabile dell’Eucaristia, per testimoniare pubblicamente la nostra fede e l’unità della Chiesa di Roma intorno al suo Vescovo”.
In vista di tale evento, ZENIT ha incontrato padre Giuseppe Midili, O.Carm., direttore dell’Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma, che ci ha raccontato la storia e il significato di questa festa in cui “la Chiesa si manifesta come Corpo unico e unitario”.
****
Il Corpus Domini celebra l’Eucarestia, fulcro della fede cristiana. Qual è il significato di questa solennità?
Padre Midili: Eucaristia significa rendimento di grazie. Ogni giorno – specialmente la domenica – la Chiesa si raduna per celebrare i santi misteri e rendere grazie al Padre per il dono del Figlio, che ha offerto la sua vita in sacrificio per noi e ci ha meritato la salvezza. La solennità del Corpo e del Sangue del Signore è l’occasione liturgica di un ringraziamento speciale. La comunità cristiana si raduna per prendere coscienza che solo nell’Eucaristia trova il culmine e la fonte di tutta la sua vita. Ogni atto di fede, ogni forma di pietà, di devozione, ogni forma di autentica carità non può prescindere mai da questo sacramento, che è costitutivo del cristiano.
A quando risale la nascita di tale ricorrenza?
Padre Midili: La solennità del Corpo e del Sangue del Signore fu istituita nel 1264 da papa Urbano IV, perché il popolo cristiano potesse partecipare con speciale devozione alla Santa Messa e alla processione e così testimoniasse la fede in Gesù, che ha voluto rimanere presente sotto le specie del pane e del vino consacrati. Nel corso dei secoli questa solennità ha costituito il punto più alto di devozione eucaristica, perché ha unito l’adorazione devota a quell’evento originante imprescindibile che è la celebrazione della Messa.
La celebrazione del Corpus Domini a san Giovanni in Laterano è entrata nella tradizione della diocesi di Roma grazie a Giovanni Paolo II. Perché il beato Papa ha voluto dargli una così grande
importanza?
Padre Midili: Sin dall’anno 1979 Papa Giovanni Paolo II volle che a Roma la solennità del Corpo e Sangue del Signore si celebrasse il giovedì, perché proprio il giovedì santo Gesù radunò i suoi discepoli e durante la cena istituì il nuovo ed eterno sacrificio, il convito nuziale dell’amore. Mentre nella sera del giovedì santo si rivive il mistero di Cristo che si offre nel pane spezzato e nel vino versato, nella ricorrenza del Corpus Domini questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio.
Il Papa volle celebrare nella Cattedrale di Roma, insieme con tutti i sacerdoti e i fedeli della città, perché l’Eucaristia è mistero di comunione con Dio, ma anche tra le persone. La migliore immagine di Chiesa, infatti, è quella che si costituisce intorno al Vescovo, per celebrare i divini misteri, mangiare e bere del Corpo e Sangue del Signore, rendere grazie e così testimoniare la comunione e l’amore che Gesù ha insegnato.
Qual è il senso di celebrare questa festa nella piazza antistante la Basilica di San Giovanni?
Padre Midili: Piazza S. Giovanni è allo stesso tempo il sagrato della Basilica Cattedrale di Roma, ma è anche il luogo delle manifestazioni pubbliche per la città e per l’Italia; spesso è teatro di concerti, di eventi politici e purtroppo anche di scontri; è l’agorà degli antichi. È diventata un simbolo del nostro paese, è un sagrato-piazza.
Celebrare la Santa Messa in un luogo così significativo nel giorno della festa dell’Eucaristia ribadisce che Gesù è in mezzo al suo popolo in ogni momento della vita. Con la sua presenza egli santifica la quotidianità, vede e risana la sofferenza, è per tutti un segno di speranza. Gesù non è lontano da noi e dalla nostra vita, ma è sempre presente, si è fatto vicino. Possiamo incontrarlo nell’Eucaristia celebrata e nel pane consacrato. Egli ci viene incontro.
Il Corpus Domini è un momento fondamentale per il popolo cristiano. Soprattutto la processione, guidata dal Santo Padre, è un evento di grande impatto la cui idea centrale è che “Cristo cammina in mezzo a noi”….
Padre Midili: La Santa Messa e la processione nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore sono un unico evento, che manifesta la Chiesa come Chiesa. É la festa della comunità radunata. I credenti si ritrovano insieme per celebrare il sacrificio di Cristo e nella celebrazione rendono grazie a Dio per tutto quello che hanno ricevuto. La migliore immagine di Chiesa è quella che si raduna intorno al suo Vescovo per celebrare i santi misteri, mangiare e bere del Corpo e del Sangue del Signore, rendere grazie e così testimoniare la comunione e l’amore che Gesù ci ha insegnato.
L’adorazione è prosecuzione dell’Eucaristia celebrata, testimonianza d’amore e di fede verso Gesù, prolungamento del ringraziamento dopo ogni S. Comunione. La processione è cammino di sequela. Ancora una volta la Chiesa si identifica con il popolo in cammino, che segue il suo maestro. Si ripete l’esperienza dei discepoli di Emmaus, che percorrono un tratto di strada con Gesù e lo ascoltano mentre li istruisce. Nella processione eucaristica la comunità cammina con Gesù, ma non lo riconosce più mentre spezza il pane. Noi riconosciamo il Maestro presente in quel pane.

Brunelleschi, Crocifisso, Firenze

Brunelleschi, Crocifisso, Firenze dans immagini sacre

http://www.bussoladiario.com/2012/11/firenze-florence-florenz-tra-arte.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 juin, 2014 |Pas de commentaires »

LA LITURGIA DELL’EUCARESTIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Attualit%E0/04-05/9-Liturgia_dell_Eucarestia.html

LA LITURGIA DELL’EUCARESTIA

(l’articolo è del sito Don Bosco di Torino, sempre valido)

Il centro della liturgia cosmica
L’Incarnazione del Signore e la sua Ascensione hanno reso possibile la comunicazione tra cielo e terra, adombrata nella visione della scala di Giacobbe (cf. Gn 28,12) e preannunciata da Cristo stesso (cf. Gv 1,51). L’Apocalisse, con l’altare dell’Agnello al centro di Gerusalemme che scende dal cielo sulla terra, è l’archetipo del culto cristiano: esso è adorazione di Dio da parte dell’uomo e comunione dell’uomo con Dio. Il Canone Romano nell’invocazione Ti supplichiamo, Dio Onnipotente, menziona “l’altare del cielo”, perché di là scende la grazia di Colui che è il Risorto e il Vivente e si compie il meraviglioso scambio che salva l’uomo.
Cristo è il sacerdote universale del Padre, attraverso la cui umanità, lo Spirito Santo trasmette la vita divina al creato e all’uomo e la porta a perfezione. La natura umana di Cristo è fonte di salvezza, egli è il sommo liturgo e sacerdote.
Secondo gli orientali, la presenza della Trinità conferisce all’Eucaristia la qualità di convegno della terra e del cielo: “la tenda di Dio con gli uomini” (Ap 21,3). Dice San Dionigi l’Areopagita che Dio: “è chiamato bellezza … perché chiama (kaleí) a sé tutte le cose … e tutte le raccoglie (synagheí) insieme”. I termini greci sono sinonimi della convocazione ecclesiale. La presenza di Cristo là dove si riuniscono i fedeli per l’Eucaristia rende la terra cielo: “Questo mistero trasforma per te la terra in cielo… Ti mostrerò infatti, sulla terra ciò che nel cielo esiste di più venerabile… Ti mostro non gli angeli, non gli arcangeli, ma il loro stesso Signore…”.
Dunque si può “sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato”.

Quando l’Eucaristia è validamente celebrata
Il sacramento è “un segno sensibile della realtà sacra e forma visibile della grazia invisibile”. Questa definizione del Concilio di Trento, serve a ricordare gli elementi di cui si compone necessariamente anche il sacramento eucaristico: il ministro, i riceventi e il gesto sensibile.
Quanto agli elementi, il gesto dell’Eucaristia è possibile solo col pane, col vino e alcune gocce d’acqua che esprimono l’unione del popolo santo col sacrificio di Cristo, anche se, per la validità del gesto, l’acqua non è necessaria.
Quanto alla formula, per la fede cattolica, sono essenziali e necessarie solo le parole della consacrazione. Il ministro è il sacerdote validamente ordinato. In modo valido possono ricevere l’Eucaristia solo i battezzati, per i quali, secondo la tradizione latina, è richiesto l’uso di ragione, onde conoscere per quanto è possibile i Misteri della fede e accostarvisi con retta intenzione e devozione. È richiesto anche lo stato di grazia, che dopo il peccato mortale, si ottiene con la confessione sacramentale.
Da tutto questo si comprende che la liturgia non è una proprietà privata da sottoporre alla propria creatività per le celebrazioni comunitarie come anche per quelle con pochi o senza fedeli.

La preparazione alla Comunione
L’Eucaristia è la presenza vivente di Cristo nella Chiesa. L’umiliazione del Signore, lo ha portato a trasformarsi in nutrimento per l’uomo (cf 1 Cor 10,16; 11,23s).
Uno dei simboli tradizionali di questo mistero è il pesce: “… m’imbandì per cibo il pesce di fonte … incontaminato, che la vergine pura prende e ogni giorno porge agli amici perché ne mangino, con vino eccellente che offre mescolato al pane”, come riferisce la celebre epigrafe di Sant’Abercio, vescovo del II secolo, la più antica di contenuto eucaristico.
Un altro simbolo della donazione di sé è il pellicano: “Pie pellicane Jesu Domine…” esclama San Tommaso d’Aquino nell’inno Adoro te devote. Il mistero dell’incarnazione del Verbo continua nel Corpo eucaristico, pane dell’uomo. Gesù lo ha preannunciato nel discorso di Cafarnao: “Io sono il pane disceso dal cielo…” (Gv 6,41). La sua carne è vero cibo, il suo sangue è vera bevanda (cf Gv 6,55). Nella Comunione eucaristica si alimenta la comunione ecclesiale, la Comunione dei santi; infatti “poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (1 Cor 10,17).
L’Eucaristia è il convito pasquale dell’Agnello immolato, Cristo Signore. La piena partecipazione dei fedeli alla S. Messa si compie nella Santa Comunione, ricevuta con le dovute disposizioni esterne ed interne.
Quindi, come non è accettabile l’astensione prolungata per eccesso di scrupolo, così non va incoraggiata la frequenza indiscriminata.
L’esclusione dalla Comunione a causa di peccati gravi è attestata dalle parole stesse dell’istituzione: “sangue versato … in remissione dei peccati” (Mt 26, 28) e dalle antiche anafore. Ben presto la Chiesa ha richiesto un itinerario per catecumeni e per penitenti; questi ultimi potevano partecipare alla Messa come akoinônetôi (privi di Comunione); per i peccati gravi bisognava ricorrere alla penitenza canonica. Il fatto che molti Padri insistano sulla necessità d’essere degni prova che la richiesta della remissione dei peccati, anche nell’epiclesi postconsacratoria, non è un invito, rivolto ai rei di peccati gravi, ad accostarsi all’Eucaristia senza la previa penitenza. Anche se alla Messa si può partecipare validamente anche senza la Comunione, che è parte integrante del sacrificio, ma non essenziale, tuttavia si afferma che la partecipazione piena al corpo di Cristo non avviene senza una buona disposizione.
La preparazione personale si perfeziona attraverso i riti di Comunione:
– Padre nostro: in esso c’è la domanda del pane quotidiano, che è anche il pane eucaristico, mentre “si implora la purificazione dai peccati, così che realmente i santi Doni vengano dati ai santi”. Domandando di essere perdonati, chiediamo di saper perdonare, perché il Regno e la volontà di Dio si compiano in noi e siamo fatti degni di ricevere il Sacramento.
– Il rito della pace: lo scambio o saluto della pace, cioè del perdono, che nelle liturgie orientali e in quella ambrosiana si fa prima dell’anafora, nel rito romano avviene prima della Comunione. Il Signore risorto apparve in mezzo ai suoi e offrì la sua pace, approntò, dice San Giovanni Crisostomo, “la mensa della pace”.
L’Eucaristia dona la pace e la salvezza delle anime che è Cristo stesso (cf Ef 2,13-17); egli è stato immolato per pacificare le realtà celesti e terrestri, per vivere in pace con i fratelli. Perciò l’Eucaristia è il vincolo della pace (cf Ef 4,3): “Come la pace stabilisce l’unità tra il molteplice, così l’agitazione divide l’uno in molti”. Infatti “pace… è la Chiesa di Cristo”. Il cristiano, chiedendo la pace, in realtà chiede Cristo: “Chi cerca la pace cerca Cristo poiché egli è la pace”. La liturgia è il mistero con cui la pace di Cristo giunge di nuovo a tutta la creazione.
Le Costituzioni Apostoliche descrivono così il rito del gesto di pace: “I membri del clero salutino il vescovo e, tra i laici, gli uomini salutino gli uomini e le donne le donne”. Il bacio dei fedeli è un’azione sacra, esperienza dell’unità che unisce i fedeli tra loro e con il Verbo. Perciò la pace innanzitutto si implora con una preghiera che chiede anche l’unità per la Chiesa, per la famiglia umana ed esprime l’amore vicendevole con un breve dialogo tra sacerdote e fedeli. Il rito, comunque, non obbliga allo scambio del gesto di pace, che si compie secondo l’opportunità.
In tal caso, come nello stile sobrio della liturgia romana e in quello ricco del rito bizantino, ciascuno lo dà a quelli immediatamente vicini, evitando di lasciare il proprio posto e creare distrazione. Sarebbe opportuno, quindi, disciplinare questo rito per il decoro della liturgia.
Pace è un nome che i primi cristiani davano all’Eucaristia, perché essa significa radunare, superare le barriere, condurre gli uomini in una nuova unità. Con il raduno eucaristico i cristiani, perdonandosi l’un l’altro prima di fare la Comunione, hanno creato condizioni di pace in un mondo senza pace.
– Frazione del Pane: questo rito significa che, pur essendo molti, nella comunione del pane spezzato diventiamo un corpo solo. Dice San Giovanni Crisostomo: “Ciò che Cristo non ha patito sulla croce lo patisce nell’oblazione a causa tua e accetta di essere spezzato per poter saziare tutti”. Ma il Cristo pur spezzato non si divide. Dopo la frazione ogni particola del santo pane è Cristo intero. Tutti coloro che si accostano alla Comunione ricevono tutto il Cristo, che riempie totalmente. Nessuna comunità può ricevere Cristo se non con tutta la Chiesa.
– Unione delle specie: è un gesto semplice nel rito romano ma dal grande significato, che esalta l’opera dello Spirito, dall’Incarnazione alla Risurrezione del Signore. La liturgia bizantina lo spiega come ‘Pienezza di Spirito Santo’; poi, nel singolare rito dello zéon, versando acqua calda, si dice: ‘Fervore di Spirito Santo’. Ora Cristo risuscita!
– Preparazione personale: è fatta dal sacerdote con preghiere molto belle recitate sottovoce e anche da qualche attimo di silenzio che anticipa quello più disteso dopo la Comunione. È un esempio per aiutare i fedeli nella loro preparazione.

La Santa Comunione
Il sacerdote eleva l’Ostia consacrata come il Corpo di Cristo fu elevato sulla croce, dicendo nella liturgia latina: “Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”; nella bizantina: “Le cose sante ai santi”. Inoltre “Poiché la comunione ai Misteri non è permessa indifferentemente a tutti, il sacerdote non invita tutti… invita a comunicarsi quanti sono nella condizione di parteciparvi degnamente: Le cose sante ai santi… Egli qui chiama «santi» quelli che sono perfetti nella virtù, e anche quanti tendono a quella perfezione, pur mancandone ancora. Nulla infatti impedisce a costoro, partecipando ai santi Misteri, di esserne santificati”.
L’Eucaristia è il sacramento dei riconciliati, offerto dal Signore a coloro che sono una cosa sola con lui. Per questo fin dall’inizio il discernimento precede l’Eucaristia (cf 1 Cor 11,27s) sotto pena di sacrilegio. La Didaché riprende questa tradizione apostolica e fa pronunciare al sacerdote, prima della distribuzione del sacramento, queste parole: “Se uno è santo, venga; se non lo è, si penta!”. La liturgia bizantina contiene ancora quest’invito. Nella liturgia romana il sacerdote rivolge l’invito alla Comunione e con i fedeli recita “Signore, non sono degno” per esprimere sentimenti di umiltà; la risposta è l’Amen personale di ogni comunicando.
Dalle fonti antiche si evince che la Comunione non si prende ma si riceve, quale simbolo di ciò che significa, cioè Dono ricevuto in atteggiamento di adorazione. Nei casi previsti di Comunione sotto le due specie, nel rito latino,va ricordata la dottrina cattolica riguardo ad essa. Per i riti orientali va osservata
la tradizione secondo i canoni.
Si raccomanda la vera devozione nell’accostarsi a ricevere la Comunione. San Francesco d’Assisi ardeva “di amore in tutte le fibre del suo essere, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Si comunicava con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri”. E Cabasilas invita a riflettere che “mentre comunichiamo ad una carne e ad un sangue umano, riceviamo nell’anima Dio: corpo di Dio non meno che d’uomo, sangue e anima di Dio, mente e volontà di Dio non meno che d’uomo”.
La realtà del Corpo di Cristo è la sua persona e la sua vita, mistero e verità salvifica da abbracciare, come San Tommaso d’Aquino, con la fede e la ragione.
Infine, la preghiera dopo la Comunione chiede i frutti del mistero celebrato e ricevuto, poiché al conseguimento di essi la Santa Messa è ordinata. ***

RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-9

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - EUCARESTIA |on 18 juin, 2014 |Pas de commentaires »
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