LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

http://www.centrostudilauretani.it/internal.asp?idcat=75&idart=398

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

( link al teso italiano – latino:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem )

2 agosto 2011

Commento all’Inno Lauda Sion Salvatorem

VI Festival Organistico Lauretano – Loreto nel mondo
2 agosto 2011 ore 21. 15
Pontificia Basilica della Santa Casa
di
S.E. Mons. Giovanni Tonucci
Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto
Presidente Centro Studi Lauretani

Come già annunciato in occasione del primo concerto del Festival Organistico di quest’anno, il programma di ogni sera prevede l’esecuzione di almeno una melodia ispirata a famosi testi, usati nella celebrazione liturgica e che hanno come tema l’Eucaristia. Facciamo questo per preparare la nostra partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà in Ancona nel prossimo mese di settembre.
Questa sera analizziamo la sequenza che, dal primo verso, è intitolata: “Lauda Sion Salvatorem” ovvero “Loda, Sion, il Salvatore”. “Sion” è il nome della montagna sulla quale è costruita Gerusalemme e quindi si riferisce propriamente alla città stessa.
Il termine “Sequenza” indica un inno che, nella liturgia eucaristica, è recitato, o preferibilmente cantato, dopo la seconda lettura, prima del canto al Vangelo. Nelle antiche tradizioni liturgiche se ne conoscevano molte, ma solo cinque sono state conservate nel Messale Romano composto dopo il Concilio di Trento e pubblicato nel 1570. Tanto per chiarire le idee, in quell’occasione fu eseguita un’opera di unificazione molto radicale, che fece scomparire una enorme quantità di testi appartenenti a diverse e venerabili tradizioni liturgiche. È pertanto del tutto infondata l’idea che il Messale di San Pio V, così detto dal nome del Papa che lo promulgò, racchiudesse in sé l’originale tradizione liturgica della Chiesa. Di fatto, esso espresse la volontà di uniformare i modi di celebrare e, a questo scopo, mise da parte – o forse potrei dire: tolse di mezzo – molte espressioni della fede antica, che nel tempo erano state create all’interno di tante comunità cristiane. Molti di questi testi sono stati ricuperati attraverso gli studi che, dall’inizio del secolo XX, hanno preparato la riforma liturgica e che sono poi confluiti nella formulazione del Messale Romano promulgato da Papa Paolo VI nel 1970.
Le cinque sequenze conservate nel Messale Tridentino ed anche nel Messale del Vaticano II sono: il “Victimae Pascalis” di Pasqua; il “Veni Sancte Spiritus” di Pentecoste; il “Lauda Sion” del Corpus Domini; lo “Stabat Mater” dell’Addolorata, il 15 settembre; e infine il “Dies Irae” della Commemorazione dei defunti , il 2 novembre.
Come altri importanti testi dal contenuto eucaristico, anche il “Lauda Sion Salvatorem” è opera di San Tommaso d’Aquino, la cui paternità è testimoniata da autori suoi contemporanei. Nel XVII secolo, qualche Gesuita volle mettere in dubbio l’attribuzione all’Aquinate, che apparteneva all’Ordine dei Domenicani, senza però solide ragioni. In quel secolo, i Gesuiti hanno avuto parecchi problemi e molte dispute a diversi livelli, non poche proprio con i Domenicani. In questo caso, almeno, si direbbe che hanno loro stessi creato problemi, senza ragioni sufficienti.
La struttura del testo è variata: esso è composto di 24 strofe, le prime 18 delle quali hanno 3 versi – 2 ottonari e 1 settenario; le 4 strofe seguenti – quindi dalla 19ª alla 22ª – hanno 4 versi – 3 ottonari e 1 settenario; le 2 ultime hanno 5 versi – 4 ottonari e 1 settenario.
Nei contenuti, la sequenza esamina, con espressioni poetiche, l’intera teologia eucaristica e la espone in maniera dettagliata, soffermandosi su alcuni particolari, per sottolineare il dogma della transustanziazione, che proprio attraverso la riflessione teologica di quei decenni aveva ricevuto una precisa definizione, con termini non facili ma molto appropriati.
Data la lunghezza del testo, sarebbe impossibile spiegare verso per verso l’intera sequenza. Per facilitare la comprensione ne riassumo i contenuti, sottolineandone solo alcuni. Notiamo, innanzitutto, che, forse per la destinazione del brano, che doveva essere cantato nel Giovedì Santo e nel Corpus Domini, l’accento è posto soprattutto sul ricordo dell’ultima cena, e si sottolinea quindi l’aspetto conviviale del sacramento, più che quello sacrificale, nel ricordo del Calvario.
Le prime strofe esortano i fedeli a lodare Cristo Salvatore. Subito dopo, si propone il tema del canto: ricordare l’ultima cena, durante la quale Gesù diede ai suoi dodici apostoli il pane che dà la vita. Una strofa molto bella è quella che segue: “Sit laus plena, sit sonora,/ sit iucunda, sit decora/ mentis iubilatio – La lode sia piena, sia risonante, il giubilo della mente sia lieto, sia appropriato”.
Dopo questo inizio, l’autore ricorda l’oggetto della festa: l’istituzione della Pasqua della nuova alleanza, in cui la nuova mensa pone fine all’antica e la realtà del nuovo convito, come una luce piena, allontana la notte del passato.
E qui comincia una parte didattica, nella quale San Tommaso presenta i vari aspetti della dottrina eucaristica, componendo quasi un riassunto di catechesi, a uso dei fedeli che, cantando la sequenza, potevano memorizzare le diverse affermazioni: il pane si cambia veramente in carne, il vino in sangue, anche se l’aspetto esterno rimane lo stesso e richiede da parte nostra un assenso di fede, al di là di quello che possiamo verificare attraverso i sensi. Pur nella divisione dei segni – carne e sangue – Cristo resta intero sotto ciascuna specie. Lo stesso Gesù non viene spezzato né diviso da chi lo riceve e rimane sempre intero. Questa annotazione sarebbe stata utile per qualche anima pia che raccomandava che, nel ricevere la comunione, non si masticasse il pane consacrato, “per non fare male a Gesù”. L’episodio è vero e ne sono testimone, e dimostra una buona ignoranza dell’insegnamento della Chiesa sull’Eucaristia, al punto di basarsi su una convinzione oggettivamente eretica.
San Tommaso insiste con la sua catechesi: “Sumit unus, sumunt mille:/ quantum isti, tantum ille:/ nec sumptus consumitur – Lo riceve uno, lo ricevono mille. Tanto per questi quanto per quelli: ricevuto non si consuma”.
Molto attuale è la parte che segue, nella quale Tommaso si sofferma su un aspetto delicato: nell’Eucaristia, Cristo non si può difendere e può essere ricevuto da chiunque, anche da chi si trova in stato di peccato grave. Abbiamo personalmente la responsabilità, nella nostra coscienza, di non compiere superficialmente un gesto che rischia di essere ridotto ad una manifestazione di simpatia – come accade purtroppo spesso in occasione di funerali e di matrimoni, in cui alcuni fanno la comunione come gesto di partecipazione alla gioia o al dolore dei diretti interessati: “Sumunt boni, sumunt mali:/ sorte tamen inaequali,/ vitae vel interitus – Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi ma con sorte diversa: di vita o di morte”. Facendo eco a quello che scrive San Paolo, il teologo specifica: “È morte per i cattivi, vita per i buoni: vedi quale diverso risultato dalla stessa comunione”. Il richiamo è importante, per farci capire la differenza tra un incontro di amore con Cristo e la violazione offensiva della sua donazione, che diventa un sacrilegio, e quindi un peccato ancora più grave.
La parte finale della sequenza torna ad essere una contemplazione poetica dell’Eucaristia, con una strofa famosa: “Ecce panis angelorum,/ factus cibus viatorum:/ vere panis filiorum,/ non mittendus canibus – Ecco il pane degli angeli, fatto cibo dei pellegrini: vero pane dei figli, da non gettare ai cani”. Ricordo che un sacerdote professore di latino, leggendo quest’ultimo verso commentava: “E con questa allusione ai cani, la poesia va a farsi benedire”.
Ma dopo questa calata di tono, lo stile torna alto, nel ricordo delle figure bibliche del sacrificio di Cristo: “In figuris praesignatur,/ cum Isaac immolatur:/ Agnus paschae deputatur, / datur manna patribus – Con i simboli è annunziato, con Isacco dato a morte, nell’agnello della pasqua, nella manna data ai padri”.
Le ultime due strofe sono formate da cinque versi, e sono una preghiera rivolta a Cristo, buon pastore: “Bone pastor, panis vere,/ Jesu, nostri miserere:/ tu nos pasce, nos tuere:/ tu nos bona fac videre / in terra viventium./ Tu qui cuncta scis et vales,/ qui nos pascis hic mortales,/ tuos ibi commensales,/ cohaeredes et sodales,/ fac sanctorum civium. Amen. Alleluia – Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen. Alleluia”.
Come vedete, è un testo complesso ma ricco, ed è comprensibile che esso abbia ispirato tanti compositori i quali, in epoche e con stili diversi, ne hanno offerto la loro interpretazione musicale. Oggi siamo invitati ad ascoltare la composizione di Dénis Bédard “Communion sur Lauda Sion”, destinato per accompagnare il momento della comunione nella Messa. Ci affidiamo alla maestria del concertista Olivier Vernet e ci auguriamo un buon ascolto.

 

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

( link al teso italiano – latino:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem )

2 agosto 2011

Commento all’Inno Lauda Sion Salvatorem

VI Festival Organistico Lauretano – Loreto nel mondo
2 agosto 2011 ore 21. 15
Pontificia Basilica della Santa Casa
di
S.E. Mons. Giovanni Tonucci
Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto
Presidente Centro Studi Lauretani

Come già annunciato in occasione del primo concerto del Festival Organistico di quest’anno, il programma di ogni sera prevede l’esecuzione di almeno una melodia ispirata a famosi testi, usati nella celebrazione liturgica e che hanno come tema l’Eucaristia. Facciamo questo per preparare la nostra partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà in Ancona nel prossimo mese di settembre.
Questa sera analizziamo la sequenza che, dal primo verso, è intitolata: “Lauda Sion Salvatorem” ovvero “Loda, Sion, il Salvatore”. “Sion” è il nome della montagna sulla quale è costruita Gerusalemme e quindi si riferisce propriamente alla città stessa.
Il termine “Sequenza” indica un inno che, nella liturgia eucaristica, è recitato, o preferibilmente cantato, dopo la seconda lettura, prima del canto al Vangelo. Nelle antiche tradizioni liturgiche se ne conoscevano molte, ma solo cinque sono state conservate nel Messale Romano composto dopo il Concilio di Trento e pubblicato nel 1570. Tanto per chiarire le idee, in quell’occasione fu eseguita un’opera di unificazione molto radicale, che fece scomparire una enorme quantità di testi appartenenti a diverse e venerabili tradizioni liturgiche. È pertanto del tutto infondata l’idea che il Messale di San Pio V, così detto dal nome del Papa che lo promulgò, racchiudesse in sé l’originale tradizione liturgica della Chiesa. Di fatto, esso espresse la volontà di uniformare i modi di celebrare e, a questo scopo, mise da parte – o forse potrei dire: tolse di mezzo – molte espressioni della fede antica, che nel tempo erano state create all’interno di tante comunità cristiane. Molti di questi testi sono stati ricuperati attraverso gli studi che, dall’inizio del secolo XX, hanno preparato la riforma liturgica e che sono poi confluiti nella formulazione del Messale Romano promulgato da Papa Paolo VI nel 1970.
Le cinque sequenze conservate nel Messale Tridentino ed anche nel Messale del Vaticano II sono: il “Victimae Pascalis” di Pasqua; il “Veni Sancte Spiritus” di Pentecoste; il “Lauda Sion” del Corpus Domini; lo “Stabat Mater” dell’Addolorata, il 15 settembre; e infine il “Dies Irae” della Commemorazione dei defunti , il 2 novembre.
Come altri importanti testi dal contenuto eucaristico, anche il “Lauda Sion Salvatorem” è opera di San Tommaso d’Aquino, la cui paternità è testimoniata da autori suoi contemporanei. Nel XVII secolo, qualche Gesuita volle mettere in dubbio l’attribuzione all’Aquinate, che apparteneva all’Ordine dei Domenicani, senza però solide ragioni. In quel secolo, i Gesuiti hanno avuto parecchi problemi e molte dispute a diversi livelli, non poche proprio con i Domenicani. In questo caso, almeno, si direbbe che hanno loro stessi creato problemi, senza ragioni sufficienti.
La struttura del testo è variata: esso è composto di 24 strofe, le prime 18 delle quali hanno 3 versi – 2 ottonari e 1 settenario; le 4 strofe seguenti – quindi dalla 19ª alla 22ª – hanno 4 versi – 3 ottonari e 1 settenario; le 2 ultime hanno 5 versi – 4 ottonari e 1 settenario.
Nei contenuti, la sequenza esamina, con espressioni poetiche, l’intera teologia eucaristica e la espone in maniera dettagliata, soffermandosi su alcuni particolari, per sottolineare il dogma della transustanziazione, che proprio attraverso la riflessione teologica di quei decenni aveva ricevuto una precisa definizione, con termini non facili ma molto appropriati.
Data la lunghezza del testo, sarebbe impossibile spiegare verso per verso l’intera sequenza. Per facilitare la comprensione ne riassumo i contenuti, sottolineandone solo alcuni. Notiamo, innanzitutto, che, forse per la destinazione del brano, che doveva essere cantato nel Giovedì Santo e nel Corpus Domini, l’accento è posto soprattutto sul ricordo dell’ultima cena, e si sottolinea quindi l’aspetto conviviale del sacramento, più che quello sacrificale, nel ricordo del Calvario.
Le prime strofe esortano i fedeli a lodare Cristo Salvatore. Subito dopo, si propone il tema del canto: ricordare l’ultima cena, durante la quale Gesù diede ai suoi dodici apostoli il pane che dà la vita. Una strofa molto bella è quella che segue: “Sit laus plena, sit sonora,/ sit iucunda, sit decora/ mentis iubilatio – La lode sia piena, sia risonante, il giubilo della mente sia lieto, sia appropriato”.
Dopo questo inizio, l’autore ricorda l’oggetto della festa: l’istituzione della Pasqua della nuova alleanza, in cui la nuova mensa pone fine all’antica e la realtà del nuovo convito, come una luce piena, allontana la notte del passato.
E qui comincia una parte didattica, nella quale San Tommaso presenta i vari aspetti della dottrina eucaristica, componendo quasi un riassunto di catechesi, a uso dei fedeli che, cantando la sequenza, potevano memorizzare le diverse affermazioni: il pane si cambia veramente in carne, il vino in sangue, anche se l’aspetto esterno rimane lo stesso e richiede da parte nostra un assenso di fede, al di là di quello che possiamo verificare attraverso i sensi. Pur nella divisione dei segni – carne e sangue – Cristo resta intero sotto ciascuna specie. Lo stesso Gesù non viene spezzato né diviso da chi lo riceve e rimane sempre intero. Questa annotazione sarebbe stata utile per qualche anima pia che raccomandava che, nel ricevere la comunione, non si masticasse il pane consacrato, “per non fare male a Gesù”. L’episodio è vero e ne sono testimone, e dimostra una buona ignoranza dell’insegnamento della Chiesa sull’Eucaristia, al punto di basarsi su una convinzione oggettivamente eretica.
San Tommaso insiste con la sua catechesi: “Sumit unus, sumunt mille:/ quantum isti, tantum ille:/ nec sumptus consumitur – Lo riceve uno, lo ricevono mille. Tanto per questi quanto per quelli: ricevuto non si consuma”.
Molto attuale è la parte che segue, nella quale Tommaso si sofferma su un aspetto delicato: nell’Eucaristia, Cristo non si può difendere e può essere ricevuto da chiunque, anche da chi si trova in stato di peccato grave. Abbiamo personalmente la responsabilità, nella nostra coscienza, di non compiere superficialmente un gesto che rischia di essere ridotto ad una manifestazione di simpatia – come accade purtroppo spesso in occasione di funerali e di matrimoni, in cui alcuni fanno la comunione come gesto di partecipazione alla gioia o al dolore dei diretti interessati: “Sumunt boni, sumunt mali:/ sorte tamen inaequali,/ vitae vel interitus – Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi ma con sorte diversa: di vita o di morte”. Facendo eco a quello che scrive San Paolo, il teologo specifica: “È morte per i cattivi, vita per i buoni: vedi quale diverso risultato dalla stessa comunione”. Il richiamo è importante, per farci capire la differenza tra un incontro di amore con Cristo e la violazione offensiva della sua donazione, che diventa un sacrilegio, e quindi un peccato ancora più grave.
La parte finale della sequenza torna ad essere una contemplazione poetica dell’Eucaristia, con una strofa famosa: “Ecce panis angelorum,/ factus cibus viatorum:/ vere panis filiorum,/ non mittendus canibus – Ecco il pane degli angeli, fatto cibo dei pellegrini: vero pane dei figli, da non gettare ai cani”. Ricordo che un sacerdote professore di latino, leggendo quest’ultimo verso commentava: “E con questa allusione ai cani, la poesia va a farsi benedire”.
Ma dopo questa calata di tono, lo stile torna alto, nel ricordo delle figure bibliche del sacrificio di Cristo: “In figuris praesignatur,/ cum Isaac immolatur:/ Agnus paschae deputatur, / datur manna patribus – Con i simboli è annunziato, con Isacco dato a morte, nell’agnello della pasqua, nella manna data ai padri”.
Le ultime due strofe sono formate da cinque versi, e sono una preghiera rivolta a Cristo, buon pastore: “Bone pastor, panis vere,/ Jesu, nostri miserere:/ tu nos pasce, nos tuere:/ tu nos bona fac videre / in terra viventium./ Tu qui cuncta scis et vales,/ qui nos pascis hic mortales,/ tuos ibi commensales,/ cohaeredes et sodales,/ fac sanctorum civium. Amen. Alleluia – Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen. Alleluia”.
Come vedete, è un testo complesso ma ricco, ed è comprensibile che esso abbia ispirato tanti compositori i quali, in epoche e con stili diversi, ne hanno offerto la loro interpretazione musicale. Oggi siamo invitati ad ascoltare la composizione di Dénis Bédard “Communion sur Lauda Sion”, destinato per accompagnare il momento della comunione nella Messa. Ci affidiamo alla maestria del concertista Olivier Vernet e ci auguriamo un buon ascolto.

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