Archive pour avril, 2014

LA PASQUA NELL’ARTE. CIÒ CHE L’OCCHIO NON VIDE MAI.

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LA PASQUA NELL’ARTE. CIÒ CHE L’OCCHIO NON VIDE MAI.

Dall’era paleocristiana fino a oggi, l’arte a servizio della Chiesa ha descritto il « prodigioso duello » di cui parla l’inno, ora in maniera astratta, ora in modo allusivo, presentando Cristo crocifisso in vesti regali e sacerdotali, o con gli occhi aperti, o sostenuto (rialzato) dal Padre.

Pienezza della fede in Cristo è accoglienza della sua risurrezione e del potere che ne promana: è l’atto d’adesione intellettuale ed esistenziale al paradosso di un’umiliazione che sfocia in gloria, di una morte che si trasmuta in vita. In tale adesione consiste infatti la sapienza cristiana, e san Paolo – nel medesimo passo in cui ricorda ai credenti di Corinto d’aver predicato loro il vangelo senza argomentazioni filosofiche, ritenendo « di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso » (1 Corinzi, 2, 2-4) – afferma comunque di parlare « sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, divina, misteriosa, che è rimasta nascosta » così che « nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla », perché (dice) « se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1 Corinzi, 2, 7-8).
Paolo mutua questa frase « Signore della gloria », da un antico inno ebraico celebrante la traslazione dell’arca dell’alleanza dall’esterno all’interno delle mura di Gerusalemme: « Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria » (Salmi, 24, 7). Nel suo ragionamento, cioè, aprire la mente e la vita al paradosso di Cristo crocifisso, risorto e glorioso è come spalancare le porte di una città fortificata; anzi, è come demolirle del tutto per far entrare il conquistatore vittorioso. Per Paolo « il re della gloria » infatti è Cristo, e chi apre a lui riceve Dio, come nel salmo che domanda, « Chi è questo re della gloria? », e poi subito risponde: « Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia » (Salmi, 24, 8).
Dalle catacombe fino a oggi, molti artisti hanno reso visibile quest’interiore accoglienza del Risorto. Hanno offerto cioè non evocazioni di idee teologiche, non illustrazioni di fatti storici, ma traduzioni visive della più misteriosa, profonda e personale esperienza di ogni cristiano e di tutti i cristiani, del singolo credente e della Chiesa universale: l’esperienza di resa davanti al conquistatore, di porte antiche che si alzano e si spaccano, pur di farlo entrare. Grandi maestri di pittura e scultura hanno creato immagini di un processo individuale e collettivo in sé « inimmaginabile », come dice ancora san Paolo nel passo sopraccitato. Dopo l’affermazione che gli uccisori di Cristo non avevano la sapienza derivante dalla fede, l’Apostolo descrive tale sapienza come l’insieme di « quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo » ma che « Dio ha preparato per coloro che lo amano » (1 Corinzi, 2, 9-10; cfr. Isaia, 64, 3); e aggiunge: « Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito ».
Le immagini del Risorto sono pertanto visualizzazioni di ciò che « occhio non vide mai », racconti di quanto nessun orecchio ha mai udito, appelli emotivi a una gioia mai entrata in cuore umano se non infrangendo limiti posti dalla ragione, se non demolendo barriere erette dalla logica, se non per pura fede. Tra tutte le immagini che riguardano Cristo, queste infatti sono le più religiose, le immagini che cioè inabissano nel vero mistero del Salvatore.
Come tutti sanno, il Nuovo Testamento non descrive l’evento decisivo della fede cristiana, la risurrezione di Cristo, parlando solo della scoperta della sua tomba vuota il mattino di Pasqua. In verità non si tratta di un evento, come il Battesimo o l’Ultima Cena, ma di un processo, un graduale dispiegarsi di energie spirituali, morali e fisiche tale che la morte non riesce a tenere il Salvatore nel suo amplesso. La risurrezione è implicita nell’esistenza stessa di Gesù, possiamo dire, perché – Verbo di Dio – « in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Giovanni, 1, 4). È già definita come traguardo nei primi tempi del suo ministero, quando – parlando con Nicodemo – Cristo afferma che, « come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna » (Giovanni, 3, 14-15). Su questo tema ritornerà dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme quando dice ancora: « Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (Giovanni, 12, 32). Il processo risurrezionale inizia veramente durante la Cena, quando – dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli, dopo aver loro comandato di amarsi gli uni gli altri come lui li ha amati, promettendo loro lo Spirito consolatore e la pace – Cristo alza gli occhi al cielo e dice: « Padre, è giunta l’ora, glorifica il figlio tuo, perché il figlio glorifichi te.
Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse » (Giovanni, 17, 1-5).

« E ora, Padre, glorificami »: ma, subito dopo, chi parlava fu arrestato, giudicato, giustiziato!
Significa forse che il Padre lo ha disatteso, non concedendogli la gloria rivendicata? La fede cristiana afferma il contrario, proclamando che Dio gliela concessa ma come processo paradossale, uno spiegamento di forze all’interno della debolezza, una gloria emergente dall’umiliazione, la vita che lotta con la morte e vince. Mors et vita duello, conflixere mirando: dux vitae mortuus regnat vivus: sono le parole di un inno pasquale del medioevo, e ben descrivono quest’eroica lotta al cuore dell’essere: « La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa ».
Dall’era paleocristiana fino a oggi, l’arte a servizio della Chiesa ha descritto il « prodigioso duello » di cui parla l’inno, ora in maniera astratta, ora in modo allusivo, presentando Cristo crocifisso in vesti regali e sacerdotali, o con gli occhi aperti, o sostenuto (rialzato) dal Padre. Tra le più splendide articolazioni di questo tema, vi è il monumentale Risorto in croce di Giuliano Vangi, eseguito nel 1999 per il presbiterio del duomo di Padova, dove l’artista visualizza il discorso escatologico del vangelo di Luca, in cui Cristo descrive il suo ritorno con linguaggio drammatico: « Come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno », dice, alludendo al « giorno » della Parusia, il « giorno senza tramonto », l’ »ottavo giorno » dell’eternità (cfr. Luca, 17, 24). È il testo più adatto a quest’opera che, infatti, lampeggia, guizza, brilla. Realizzato in un’inconsueta lega d’argento e nichel, con elementi d’oro e bronzo, si distingue radicalmente dall’apparato decorativo del duomo e perfino dalle altre figure di Vangi nel presbiterio, concepite in marmo bianco di Carrara, giallo di Siena, rosso veronese, pietra tunisina color miele e nel blu reale del Portogallo: materiali, colori e incastri tradizionali che troviamo nella scultura tardo imperiale, in quella della fine del Rinascimento, e nei monumenti barocchi della stessa cattedrale padovana.
Il Cristo invece si distingue. È avveniristico, quasi tecnologico, quest’uomo che emana luce dalla croce « tirata come un cristallo » (al dir dell’artista): una croce alta sei metri, la cui gamma cromatica va dal blu scuro della base (la notte in cui l’uomo soffre e perde speranza) al « dolce color d’oriental zaffiro » che rincuorò l’Alighieri (cfr. Purgatorio, 1, 13), e infine al bianco limpido, incandescente della luce in cui abita il Padre.
Sono materiali e colori moderni – qualcuno dirà « da discoteca » – e nel contempo antichi, plasmati dall’immaginazione dei profeti, dalle visioni nella notte del tempo. « Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinio di fuoco che splendeva tutt’intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente », dice un profeta d’Israele (Ezechiele, 1, 4). Bronzo lucido e topazio, un firmamento simile a cristallo splendente, carboni ardenti come torce agitate, il fuoco che sprigiona bagliori: ecco l’immaginario degli inizi del sesto secolo avanti Cristo, il linguaggio sacrale del figlio di Buzi, il sacerdote Ezechiele che, sulle rive del Chebar, vide aprirsi i cieli (Ezechiele, 1, 1).
Questo linguaggio visionario, che ritroviamo nel libro di Daniele e infine nell’Apocalisse, è quello preferito da Cristo stesso, nel già citato passo lucano e in numerosi altri passi, per descrivere il suo « giorno », « quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli e si siederà sul trono della sua gloria » (Matteo, 25, 31). Ed è il linguaggio in cui Vangi fa vedere i cieli aperti, il Figlio dell’uomo che brilla da un capo all’altro come un lampo, la croce come trono di gloria, il « giorno » del testimone fedele, del primogenito dei morti e principe dei re della terra, di colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, facendo di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre; l’ »oggi » in cui Cristo « viene sulle nubi e ognuno lo vedrà, anche quelli che lo trafissero » (Apocalisse, 1, 7). Al centro del presbiterio, dove in persona Christi il vescovo celebra la liturgia eucaristica, l’artista cioè strappa il velo che copre i nostri occhi, traducendo in lingua corrente un celebre affresco del Risorto di Ambrogio Borgognone in Sant’Ambrogio a Milano, dove Cristo proclama (in parole scritte su un drappo d’onore sotto i suoi piedi): « Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Apocalisse, 1, 17-18).
È significativo che questo Cristo di Vangi, raffigurato mentre passa da morte a vita, sia stato concepito per l’altare di una chiesa. In immagini legate alla liturgia, come nella liturgia stessa, i credenti sono invitati a cercare, oltre ciò che vedono, qualche cosa di più, magari non vista perché ancora nel futuro o che c’è ma rimane nascosta, ma che in ogni caso muta radicalmente il senso e l’aspetto delle cose viste. L’immagine si pone come epifania e apocalisse, manifestazione e rivelazione: è il caso di una splendida pala d’altare senese, opera di Giovanni di Paolo oggi alla Pinacoteca Nazionale di Siena, in cui vediamo Cristo umiliato che regge la croce, a sinistra, mentre a destra, risorto e trionfante giudica vivi e morti, mostrando le piaghe come trofei. Frammezzo, fra l’imago pietatis e l’imago gloriae di questa doppia immagine, è raffigurato lo Spirito, operatore dei cambiamenti che conducono alla vita eterna (tra cui quello eucaristico: il cambiamento del pane e vino nel corpo e sangue di Cristo). La colomba è collocata all’apice dell’immagine, sopra il punto in cui il sacerdote, consacrando, invoca lo Spirito Santo sui doni, ed è come se scendesse contemporaneamente su Cristo sofferente per risuscitarlo alla gloria, e sul pane e vino per transustanziarli. Quando si celebrava la messa davanti a quest’immagine, l’ostia e il calice innalzati tra le due raffigurazioni di Cristo comunicavano che, come Cristo è risorto nello Spirito e sotto lo stesso Spirito il pane diventa suo corpo, anche noi che ci nutriamo di questi elementi siamo destinati a mutare forma. « Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste: in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba noi saremo trasformati » (1 Corinzi, 15, 49-52).
In modo analogo, il Crocifisso di Vangi ripropone l’intuizione dell’autore dell’Apocalisse, che colloca la sua visione della fine delle cose nel contesto della domenica e di un’esperienza mistica della liturgia. « Rapito in estasi nel giorno del Signore – dice – udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: quello che vedi, scrivilo in un libro » (Apocalisse, 1, 10). Giovanni vide sette candelabri d’oro in mezzo ai quali si muoveva il sommo Sacerdote dei beni futuri, simile a un figlio d’uomo ma con gli occhi fiammeggianti come fuoco e che teneva nella destra sette stelle (Apocalisse, 1, 12-15).
Il nuovo Crocifisso sopra l’altare riporta l’Eucaristia a questo contesto escatologico. Tra i santi della città e diocesi (Prosdoscimo, Giustina, Antonio, Gregorio Barbarico) scolpiti dallo stesso Vangi in atteggiamenti ruminativi, ora esplode Cristo. La comunione dei santi – la comunione dei padovani con questi quattro santi patroni, la comunione di ogni credente con coloro che lo hanno preceduto – ora ritrova il suo centro in Lui, nel suo corpo e sangue offerti sulla croce.
Così ora nel presbiterio del Duomo di Padova contempliamo il Vivente rivelato nella comunione dei santi, sopra un altare che sembra la pietra sepolcrale « rotolata via » dagli angeli che la sostengono, esprimenti una sorta di tripudio cosmico. Perché, a differenza del Cristo del Borgognone a Milano, in cui predominano i segni dell’umiliazione – e a differenza dell’altro grande crocifisso a Padova, quello di Donatello all’altare del santo – qui è il trionfo di Cristo che viene proclamato, la gloria della sua vita nuova. Scriveva infatti Vangi nel 1999, per l’inaugurazione del Crocifisso: « Ho cercato di esprimere tramite gli occhi aperti la vita, la vittoria di Cristo sulla morte, la risurrezione e quindi la Parusia, la gloria finale promessa per tutti da Gesù nel passo di Giovanni: « Quando sarò innalzato attirerò tutti a me ». Il Signore qui non è inchiodato ma quasi appoggiato alla croce, con le braccia spalancate non nel supplizio ma piuttosto in quest’abbraccio redentivo per l’intera umanità ».
Le mani del Salvatore non inchiodate ma « appoggiate » alla croce, i chiodi diventati punti di luce: fa pensare alla mistica tavola conservata nella stessa Cattedrale, nella sagrestia dei Canonici, opera di Nicoletto Semitecolo raffigurante il Figlio crocifisso davanti al Padre, ma senza la croce. Le mani del Figlio, con i segni della sua obbedienza, sono semplicemente « appoggiate » alle mani estese del Padre che lo sostiene con il suo amore. Le parole di Cristo sulla Croce, « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », vengono così riportate al loro contesto d’origine: al salmo che sia Gesù che coloro che l’ascoltarono conobbero, e che, dall’iniziale senso d’abbandono, porta all’affermazione conclusiva che Dio « non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito » (Salmi, 21, 25). E poi le ultime parole: « Io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: « Ecco l’opera del Signore »" (Salmi, 21, 30-32).
Questo Cristo sulla croce azzurra è già in cielo, Signore delle generazioni future, Redentore del terzo millennio, Salvatore di popoli nascituri. Nel mistero del corpo crocifisso che, splendente e senza sofferenza, vive davanti al Padre, Vangi rivela l’Uno di cui l’Antico Testamento affermava: « Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza » (Abacuc, 3, 4).

Timothy Verdon

(©L’Osservatore Romano, 9 aprile 2009)

Anastasis, Women Arrive at the Empty Tomb,

 Anastasis, Women Arrive at the Empty Tomb, dans immagini sacre Anastasis,%20Myrrhbearing%20Women%20Arrive%20at%20the%20Empty%20Tomb

http://www.artway.eu/content.php?id=1471&action=show&lang=en

Publié dans:immagini sacre |on 19 avril, 2014 |Pas de commentaires »

LA DISCESA AGLI INFERI DEL SIGNORE – Antica Omelia sul Sabato Santo

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010414_omelia-sabato-santo_it.html

LA DISCESA AGLI INFERI DEL SIGNORE

A cura dell’Istituto di Spiritualità: Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

« Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: « Sia con tutti il mio Signore ». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: « E con il tuo spirito ». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: « Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli ». »

Da un’antica « Omelia sul Sabato santo ». (PG 43, 439. 451. 462-463)

Orazione
O Dio eterno e onnipotente, che ci concedi di celebrare il mistero del Figlio tuo Unigenito disceso nelle viscere della terra, fa’ che sepolti con lui nel battesimo, risorgiamo con lui nella gloria della risurrezione. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

TRE MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO DI JOSEPH RATZINGER – L’ANGOSCIA DI UNA ASSENZA

http://www.30giorni.it/articoli_id_10246_l1.htm

TRE MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO DI JOSEPH RATZINGER

L’ANGOSCIA DI UNA ASSENZA. MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO

del cardinal Joseph Ratzinger

In queste pagine, miniature tratte dall’evangeliario dell’inizio del XIII secolo conservato nell’abbazia benedettina di Groß Sankt Martin a Colonia: la deposizione.

PRIMA MEDITAZIONE
Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell’aldilà non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l’angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell’anima. Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!». Cinquant’anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara a una “teologia dopo la morte di Dio”, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio. Il mistero terribile del Sabato santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po’ titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione.
Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro?
Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui.
C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo.
Amen.

La crocifissione
SECONDA MEDITAZIONE
Il nascondimento di Dio in questo mondo costituisce il vero mistero del Sabato santo, mistero accennato già nelle parole enigmatiche secondo cui Gesù è «disceso all’inferno». Nello stesso tempo l’esperienza del nostro tempo ci ha offerto un approccio completamente nuovo al Sabato santo, giacché il nascondimento di Dio nel mondo che gli appartiene e che dovrebbe con mille lingue annunciare il suo nome, l’esperienza dell’impotenza di Dio che è tuttavia l’onnipotente – questa è l’esperienza e la miseria del nostro tempo.
Ma anche se il Sabato santo in tal modo ci si è avvicinato profondamente, anche se noi comprendiamo il Dio del Sabato santo più della manifestazione potente di Dio in mezzo ai tuoni e ai lampi, di cui parla il Vecchio Testamento, rimane tuttavia insoluta la questione di sapere che cosa si intende veramente quando si dice in maniera misteriosa che Gesù «è disceso all’inferno». Diciamolo con tutta chiarezza: nessuno è in grado di spiegarlo veramente. Né diventa più chiaro dicendo che qui inferno è una cattiva traduzione della parola ebraica shêol, che sta a indicare semplicemente tutto il regno dei morti, e quindi la formula vorrebbe originariamente dire soltanto che Gesù è disceso nella profondità della morte, è realmente morto e ha partecipato all’abisso del nostro destino di morte. Infatti sorge allora la domanda: che cos’è realmente la morte e che cosa accade effettivamente quando si scende nella profondità della morte? Dobbiamo qui porre attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata, così come la vita, l’essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté ve­nire a contatto, e di fatto venne, con l’essere proprio di Dio. Prima la morte era soltanto morte, separazione dal paese dei viventi e, anche se con diversa profondità, qualcosa come “inferno”, lato notturno dell’esistere, buio impenetrabile. Adesso però la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è divenuto partecipe delle nostre solitudini. Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non c’è alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, il carattere sinistro dell’esistenza in sé. Solo una voce umana potrebbe consolarlo; solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l’angoscia. C’è un’angoscia – quella vera, annidata nella profondità delle nostre solitudini – che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. Quest’angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore, allora noi parliamo di inferno. E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell’avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all’ultima e vera profondità dell’altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l’inferno. Jean-Paul Sartre ha espresso questo poeticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo della sua dottrina sull’uomo. Una cosa è certa: c’è una notte nel cui buio abbandono non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno: shêol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall’amore, che è talmente profonda che l’amore non può più accedere a essa, è l’inferno.
«Disceso all’inferno»: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell’amore, allora nella morte penetra la vita: ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata – prega la Chiesa nella liturgia funebre.
Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: «disceso all’inferno». Ma se una volta ci è dato di avvicinarci all’ora della nostra solitudine ultima, ci sarà permesso di comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certa speranza che in quell’ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo già adesso presagire qualcosa di quello che avverrà. E in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

La sepoltura
TERZA MEDITAZIONE
Nel breviario romano la liturgia del triduo sacro è strutturata con una cura particolare; la Chiesa nella sua preghiera vuole per così dire trasferirci nella realtà della passione del Signore e, al di là delle parole, nel centro spirituale di ciò che è accaduto. Se si volesse tentare di contrassegnare in poche battute la liturgia orante del Sabato santo, allora bisognerebbe soprattutto parlare dell’effetto di pace profonda che traspira da essa. Cristo è penetrato nel nascondimento (Verborgenheit), ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile, egli è penetrato nella sicurezza (Geborgenheit), anzi egli è diventato la sicurezza ultima. Ormai è diventata vera la parola ardita del salmista: e anche se mi volessi nascondere nell’inferno, anche là sei tu. E quanto più si percorre questa liturgia, tanto più si scorgono brillare in essa, come un’aurora del mattino, le prime luci della Pasqua. Se il Venerdì santo ci pone davanti agli occhi la figura sfigurata del trafitto, la liturgia del Sabato santo si rifà piuttosto all’immagine della croce cara alla Chiesa antica: alla croce circondata da raggi luminosi, segno, allo stesso modo, della morte e della risurrezione.
Il Sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L’origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. La croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un’insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell’immagine della croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano. Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all’evento accaduto: contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell’incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità inimmaginabile dell’amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell’amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell’impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall’interno.
Ma così non abbiamo dimenticato un po’ troppo la connessione tra croce e speranza, l’unità tra l’Oriente e la direzione della croce, tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del Sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacché Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire. O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta.
Amen.

La resurrezione
PREGHIERA
Signore Gesù Cristo, nell’oscurità della morte Tu hai fatto luce; nell’abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del Tuo amore; in mezzo al Tuo nascondimento possiamo ormai cantare l’alleluia dei salvati. Concedici l’umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando Tu ci chiami nelle ore del buio, dell’abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici, in questo tempo nel quale attorno a Te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della Tua gioia pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato santo della storia. Concedici che attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la Tua gloria futura.
Amen.

Resurrezione

Resurrezione dans immagini sacre 2013-0510-resurrection
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Publié dans:immagini sacre |on 18 avril, 2014 |Pas de commentaires »

Colossesi 3,1-5.9-11 – Seconda Lettura

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Colossesi%203,1-11

BRANO BIBLICO SCELTO

Colossesi 3,1-5.9-11

Fratelli, 1 se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
5 Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria.
9 Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni 10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.
11 Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

COMMENTO
Colossesi 3,1-11

La risurrezione anticipata dei credenti
L’esordio dello scritto ai Colossesi (Col 1,1-23) termina con una enunciazione dei temi che l’autore intende trattare. Essi sono: l’opera di Cristo per la santità dei credenti, la fedeltà al vangelo ricevuto, il vangelo annunziato da Paolo (cfr. 1,21-23). L’ultimo di questi temi è quello trattato per primo (1,24 – 2,5). Successivamente l’autore affronta il secondo tema, che riguarda la fedeltà al vangelo (2,6-23) e infine si concentra sull’opera di Cristo a vantaggio dei credenti (3,1 – 4,1). Il testo liturgico riprende la prima parte di questo terzo sviluppo. Esso si divide in tre parti: l’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4); ammonizioni (vv. 5-9a); invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11).

L’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4)
Nella parte precedente della lettera l’autore ha criticato le teorie che mettono a rischio la fedeltà al vangelo, esortando i suoi lettori ad abbandonare le false dottrine che vengono loro proposte. Esse inculcano la sottomissione gli elementi di questo mondo, ai quali i colossesi devono ritenersi ormai morti. Questa morte però prelude a una vita nuova, che essi hanno già ottenuto: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (vv. 1-2). La risurrezione dai morti non è più vista da questo autore come un evento escatologico, collegato con il ritorno di Gesù, ma come una realtà già realizzata. Con Cristo, anche i credenti in lui sono già risorti, godono la stessa vita nuova di cui egli è entrato in possesso mediante la sua risurrezione e ascensione al cielo. È questa una convinzione tipica della seconda generazione cristiana, per la quale la parusia è vista ormai come un evento che si perde nella notte dei tempi, ma che ha già avuto una realizzazione anticipata mediante l’associazione del credente a Cristo. Proprio per questo motivo i credenti devono considerarsi come già risorti con Cristo e sono invitati a cercare anche loro le cose di lassù, cioè quelle che stanno a cuore a Cristo nella sua nuova situazione di Messia intronizzato alla destra del Padre. Su di esse essi devono concentrare il loro pensiero, non sulle cose della terra.
La situazione di morte e di vita tipica dei credenti in Cristo viene poi ulteriormente specificata con queste parole: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (v. 3). Ciò che è visibile per il momento è solo la loro morte, perché la loro nuova vita, in quanto partecipazione alla vita di Cristo in Dio, non è visibile agli occhi del corpo. Ma «quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (v. 4). L’utore ha già spiegato che la risurrezione dei morti non avrà luogo al momento del ritorno di Gesù, ma è già avvenuta. Tuttavia egli sottolinea che solo quando egli verrà, la loro nuova vita sarà manifestata, in quanto anch’essi parteciperanno alla sua gloria.

Ammonizioni (vv. 5-9a)
Nonostante siano già morti e risuscitati con Cristo, i credenti devono ancora portare a termine il loro passaggio attraverso la morte, senza del quale non possono ottenere pienamente la nuova vita in Cristo. L’ammonizione viene divisa in due parti, separate da un inciso riguardante il passato dei colossesi. Anzitutto l’autore scrive: «Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono» (vv. 5-6). In contrasto con le cose di lassù, le cose che appartengono alla terra si identificano con una serie di cinque vizi che rappresentano altrettante disobbedienze alla volontà di Dio e attirano la sua ira su quelli che li praticano. In questo piccolo catalogo sono elencati soltanto atteggiamenti interiori. Il primo è l’impurità (porneia), cioè l’inclinazione a trasgredire la volontà di Dio in campo sessuale. Essa si accompagna con l’immoralità (akatharsia, che di per se indica l’impurità rituale), la passione (pathos), cioè l’impulso incontrollato verso il male, il desiderio (epithymia) cattivo, quello cioè proibito dall’ultimo comandamento del decalogo, e infine l’avarizia (pleonexia), che viene bollata come una forma di idolatria.
Dopo questo primo elenco, l’autore si ferma per osservare che «anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi» (v. 7). Questi vizi fanno parte del tipo di vita che era proprio dei colossesi prima della loro adesione a Cristo. Naturalmente si tratta di un giudizio sommario, il cui scopo non è quello di squalificare la vita precedente dei colossesi, ma di fare apprezzare per contrasto la nuova vita data da Cristo.
Riprende l’esortazione, che riguarda di nuovo una serie di vizi: «Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri» (vv. 8-9). Anche questa volta si tratta di cinque vizi, ai quali è stato aggiunto un divieto. Diversamente dai precedenti però questi vizi riguardano non processi interiori, ma azioni esterne. La prima è l’ira (orghê), che indica la reazione violenta nei confronti degli altri. Viene poi l’animosità (thymon), la cattiveria (kakia), gli insulti (blasphêmia) e i discorsi osceni (aischrologia). Infine i colossesi vengono messi in guardia dal ricorso alla menzogna nei loro rapporti vicendevoli. È chiaro che si tratta di vizi che rendono impossibile la vita comunitaria, perché provocano reazioni violente e incontrollate verso gli altri membri della comunità.

Invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11)
Dopo l’esortazione a far morire le cose di quaggiù, l’autore ritorna a sottolineare quello che i credenti sono già diventati: «Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato (vv. 9b-10). L’uomo vecchio è quello che si lascia ancora trascinare dai vizi di cui l’autore ha appena parlato. I colossesi devono liberarsi da esso se vogliono essere uomini nuovi. Si suggerisce però che questo stato non è raggiunto una volta per tutte, ma deve continuamente ricercato, puntando a una conoscenza sempre più approfondita di Dio per diventare simili a lui. La vita cristiana si distingue dunque per il suo dinamismo interno, che porta ad approfondire sempre più il rapporto con Dio.
Questa crescita nella fede ha una conseguenza comunitaria: «Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (v. 11). Questo testo è ricalcato su Gal 3,18, dal quale però si distingue per il fatto che è caduto il binomio uomo-donna e a esso è sostituito barbaro-scita, in cui la polarizzazione non è più evidente, in quanto gli sciti facevano parte dei barbari. La scomparsa del binomio uomo-donna mostra chiaramente che nella seconda generazione cristiana i rapporti di genere venivano ormai visti di nuovo alla luce dei costumi ambientali. Il fatto che Cristo sia tutto in tutti significa che l’uguaglianza raccomandata da questo testo riguarda direttamente la comunità e non la società civile.

Linee interpretative
In questo testo, come in altri dello stesso scritto, si può percepire l’intento di convincere i lettori che non è più necessario aspettare con impazienza la realizzazione degli eventi escatologici. Infatti la risurrezione, che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno di Gesù, si è già attuata per coloro che, mediante la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù, sono diventati un’unica cosa con lui. Negli ultimi tempi ci sarà solo la piena manifestazione della vita nuova già conseguita dal credente. Ciò comporta che ciascuno deve essere fin d’ora quello che un giorno apparirà in tutta la sua gloria. In questa prospettiva l’impegno a vivere una vita santa è subordinato all’accettazione del dono di Dio. Per questo si dice che l’indicativo precede l’imperativo.
Sullo sfondo del brano si percepisce una forte esperienza comunitaria, che si basa però su un cammino sincero di crescita personale. I vizi nei confronti dei quali il credente viene messo in guardia sono anzitutto atteggiamenti interiori di egoismo e di desideri terreni. Ma il superamento di questi impulsi è in funzione dei rapporti con gli altri, che presuppongono il l’eliminazione dell’ira e di tutto quanto implica una mancanza di rispetto nei loro confronti. Nella comunità, l’ideale da raggiungere è l’unità, che presuppone la rimozione di tutte le barriere che dividono le persone in vista di una vera uguaglianza. Questa unità sarà un giorno la prerogativa dell’umanità rinnovata. Essa però deve essere anticipata nella vita della comunità, che diventa così un segno efficace della potenza di Dio che opera nella sto

20 APRILE 2014 – PASQUA – OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/4-Pasqua-A-2014/Omelie/01-Santa%20Pasqua/12-1a-Domenica-S-Pasqua-A-2014-SC.htm

20  aprile 2014 | 1a Domenica: S. Pasqua A | Omelia di approfondimento


« Non è qui. È risorto, come aveva detto »

Se tutto nelle opere di Dio porta il segno dello « stupore », direi che soprattutto il mistero della Pasqua splende di stupore e di meraviglia.
È quanto mette in evidenza il Salmo responsoriale, che direttamente sembra riferirsi alla prodigiosa ricostruzione del secondo Tempio dopo il ritorno dall’esilio1 e che la Liturgia applica alla festa di Pasqua:
« La destra del Signore si è alzata,
la destra del Signore ha fatto meraviglie…
La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo;
ecco l’opera del Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo in esso » (Sal 118,16.22-24).
La « gioia » che ci pervade in questi giorni santi è proporzionata alla « meraviglia delle meraviglie » che Dio ha saputo operare risuscitando Cristo dai morti: perché la « pietra scartata dai costruttori » è proprio lui! Dio, però, più saggio architetto degli uomini, lo ha posto come « testata d’angolo »2 per sorreggere il nuovo « tempio », formato da tutti i redenti, vincitori ormai anch’essi della morte insieme al loro Signore. Mentre gli uomini gli avevano decretato la morte, Dio lo ha costituito « giudice dei vivi e dei morti » (At 10,42), colui « nel quale soltanto c’è salvezza » (At 4,12).

« Dio lo ha risuscitato al terzo giorno »
Questo senso di « stupore » lo cogliamo anche nell’annuncio che Pietro fa nella casa del centurione Cornelio, dopo la prodigiosa apparizione celeste che gli aveva fatto capire come la via della salvezza era ormai aperta anche ai pagani.
Dopo aver richiamato alcuni tratti della vicenda terrena di Gesù di Nazaret, Pietro ricorda come essa si sia drammaticamente conclusa a Gerusalemme: i Giudei « lo uccisero appendendolo a una croce » (At 10,39)! E questo, nonostante che egli fosse passato « beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui » (v. 38).
Proprio questa incomprensione dei Giudei fa crescere in noi la « meraviglia »: perché gli uomini non sono riusciti a vedere Dio proprio là dove era più presente? Come spiegare questa cecità, che rasenta i limiti dell’assurdo e dell’incredibile?
Meraviglia più grande, però, prova ed esprime san Pietro nel proclamare la risurrezione di Cristo, nella quale Dio si è preso la rivincita sulla ottusità e durezza di cuore degli uomini: « Ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui, ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome » (At 10,40-43).
Quel gesto di familiarità e di amicizia del Cristo risorto, che « mangia e beve » con i suoi Apostoli (At 10,41)3, commuove ed esalta ancora san Pietro. Nello stesso tempo, però, esso è la dimostrazione che Gesù è « veramente risorto » (cf Lc 24,34) ed è ormai l’eterno Vivente, che può compiere all’infinito gesti di risurrezione per tutti quelli che « credono » in lui: « Chiunque crede in lui, ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome » (v. 43).
La forza della risurrezione ormai fermenta la storia e diventa come il « giudizio » di Dio sugli uomini: si è « vivi » o si è « morti » nella misura in cui ci si lascia « trasformare » dalla potenza di questa vita « nuova » che è esplosa nel Cristo quando la pietra che chiudeva il sepolcro si è rovesciata, come ci dirà anche meglio san Paolo nella seconda lettura (Col 3,1-4).

Le donne « avvicinatesi, gli strinsero i piedi e lo adorarono »
Anche il brano di Vangelo è tutto percorso da un senso di stupore e di meraviglia. Anzi san Matteo, più degli altri Evangelisti, accentua questo aspetto, ricordandoci il « grande terremoto » che avvenne al momento della risurrezione del Signore e l’aspetto « rifulgente » di gloria dell’Angelo che fa rotolare la pietra del sepolcro e vi si asside sopra.
Sono tratti ripresi dal genere letterario « apocalittico », che vogliono suggerire la irruzione della potenza di Dio proprio là dove sembrava che gli uomini avessero seppellito per sempre, con il cadavere di Cristo, ogni speranza di vita. Non per nulla la storia della Passione si concludeva con la seguente annotazione: « Essi (cioè i Giudei) andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia » (Mt 27,66).
Ma analizziamo più dettagliatamente il racconto di san Matteo, cercando di cogliere il suo specifico messaggio. Pur convergendo infatti, nella sostanza, con la narrazione degli altri Evangelisti, egli vi introduce non pochi elementi propri, che dicono la sua « reinterpretazione » dei fatti.
Prima di tutto, il grande rilievo dato alla testimonianza delle donne, che sono Maria di Magdala e « l’altra Maria », cioè Maria di Giacomo.4 Esse non soltanto vanno al sepolcro, come ci dicono anche gli altri Evangelisti, ma hanno per prime, e insieme, l’apparizione di Gesù risorto (Mt 28,9-10). La loro andata al sepolcro, inoltre, non è per « ungere » il corpo del Signore, come in Marco e in Luca, ma per « visitare » la tomba (v. 1), che di fatto troveranno vuota. Indubbiamente Matteo intende dare un fondamento solido alla testimonianza della risurrezione.
Strano, però, che egli affidi e riconosca alle donne questa capacità di testimonianza, che invece san Paolo ignora,5 fedele in ciò alla tradizione giudaica, che non accettava la testimonianza di qualsiasi donna. Proprio per questo dobbiamo pensare di trovarci davanti a una tradizione storica sicura, che non avrebbe potuto essere inventata per nessun motivo.
D’altra parte, è assai importante che la prima esperienza del Cristo risorto la facciano delle donne e ne diventino anche le prime « annunciatrici ». Forse è il premio della loro fede, della loro semplicità e capacità di amare e di intuire: il loro andare al sepolcro già si pone in una linea di amore e di fedeltà al Signore. Gli Apostoli, invece, delusi e impauriti, più calcolatori che generosi, se ne stanno alla larga: addirittura non credono alla testimonianza delle donne, che ritengono come una forma di « vaneggiamento » (cf Lc 24,11).
Anche l’incontro con Gesù avviene in un clima di intensa commozione e di manifestazione scambievole di affetto: « Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: « Salute a voi ». Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: « Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno »" (vv. 9-10). Quel gesto di « adorazione » (prosek´ynesan: v. 9), che Matteo carica di significato teologico, esprime la fede della Chiesa nel Signore risorto, ma anche la gioia e l’esultanza di poterlo quasi abbracciare e come afferrare con le proprie mani: tanto è « vero » il suo ritorno alla vita!
Una fede, dunque, quella nel Cristo risorto, che nasce dall’amore e genera l’amore, creando un consorzio di vita infrangibile con lui. È in questa linea che si muove anche il racconto dell’apparizione a Maria di Magdala, riferito con accenti commossi da san Giovanni (20,11-18). La priorità data alle donne nella storia delle apparizioni del Cristo risorto non è solo il riconoscimento della loro alta funzione nella Chiesa, ma direi soprattutto il riconoscimento del primato dell’amore e anche della « gioia » nell’annuncio della fede.

« Non abbiate paura, voi! So che cercate il crocifisso »
Sul tema della « gioia » insiste soprattutto la prima parte del Vangelo odierno. Dopo aver fatto cenno al terremoto e all’apparizione dell’Angelo, che si asside sulla pietra sepolcrale da lui fatta rotolare, il testo continua: « Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’Angelo disse alle donne: « Non abbiate paura, voi! So che cercate il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto ». Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli » (vv. 4-8).
È evidente il contrasto fra lo « spavento » delle guardie e l’invito alla « gioia » rivolto alle donne: « Non abbiate paura, voi! So che cercate il crocifisso ». Sono stati d’animo diversi quelli che generano rispettivamente gioia e spavento: le donne « cercano » il Signore, perché lo amano. In un certo senso, direi che Gesù è già risorto nel loro cuore! I nemici di Cristo invece lo temono: il suo ritorno alla vita li giudica e li condanna. Lo vogliono per sempre morto, perché è già morto nel loro cuore!
Se anche nel cuore delle donne c’è un certo « timore » (v. 8), è solo senso di sorpresa davanti a qualcosa di inatteso e di troppo grande per loro; non appena però ne possono verificare il significato, la gioia riprende il sopravvento e « in fretta, con timore e gioia grande » corrono a darne l’annuncio agli Apostoli (v. 8). Si confronti questo particolare con il testo parallelo di Marco, per capire l’accentuazione della gioia fatta dal primo Evangelista: « Ed esse (le donne), uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura » (Mc 16,8).

È chiaro che Matteo rilegge gli eventi pasquali alla luce della loro posteriore assimilazione da parte della comunità cristiana: una comunità di credenti che si sente salvata da Cristo e che nella sua risurrezione già esperimenta e pregusta la propria risurrezione, quella attuale nello spirito e quella futura del proprio stesso corpo. Tutti motivi da far impazzire il cuore di gioia!
È la « gioia » che solennemente esplode nel canto del « preconio » pasquale nella Liturgia della veglia notturna: « Esulti il coro degli Angeli, esulti l’assemblea celeste, un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. Gioisca la terra, inondata di così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo. Gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore, e questo tempio tutto risuoni per le acclamazioni del popolo in festa ».

« Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù »
Tutto questo indica che gli Evangelisti, narrando e proclamando la risurrezione del Signore, non intendevano rievocare solo un grandioso evento del passato, ma celebrare un « mistero » di salvezza, operante anche oggi nel cuore dei credenti e nel flusso stesso della storia.
È quanto san Paolo ricordava ai cristiani di Colossi, invitandoli a vivere alla luce del mistero della risurrezione. Se Cristo, risuscitando dai morti, ha aperto per sé e per noi, che siamo il suo « corpo », le porte del cielo e ci ha ricongiunti con Dio, vuol dire che anche noi dobbiamo lasciarci trasportare in alto: c’è ormai come una forza di lievitazione che ci spinge verso orizzonti, che vanno oltre quelli puramente terreni.
« Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria! » (Col 3,1-4).
Qui, san Paolo si riferisce certamente al sacramento del Battesimo che, facendoci morire al peccato, ci introduce al mistero della « vita nuova » in Cristo, ci fa cioè risorgere con lui: « Da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo… Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù » (Ef 2,5-6). Soltanto che questa vita di « risorti » non risplende ancora del fulgore della « gloria », come già è avvenuto per Cristo; essa è invece « nascosta » nei segni modesti del nostro agire di ogni giorno.
L’importante, però, è vivere già da adesso da « figli della risurrezione », trascinando in questo impeto di rinnovamento anche i nostri fratelli e tutta la realtà creata. È così che anche noi, come ricordava sant’Atanasio nelle sue « Lettere pasquali », « celebreremo la festa del Signore, non con le parole soltanto, ma con le opere ».

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

 
Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 avril, 2014 |Pas de commentaires »
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