Archive pour avril, 2014

San Paolo Apostolo

San Paolo Apostolo dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 4.Serbia,+Zica,+Apostolo+Paolo,+1300

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DIFFERENTI CULTURE TEOLOGICHE NEL PRIMO SECOLO DEL CRISTIANESIMO

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=63

Incontri di « Fine Settimana » percorsi su fede e cultura – anno 35° – 2013/2014

Una Chiesa povera e aperta che ascolta e accompagna

DIFFERENTI CULTURE TEOLOGICHE NEL PRIMO SECOLO DEL CRISTIANESIMO

SINTESI DELLA RELAZIONE DI GIUSEPPE BARBAGLIO

Verbania Pallanza, 12-13 gennaio 1991
Il tema non concerne i diversi influssi culturali che dall’esterno sono penetrati nella vita delle comunità cristiane dei primi anni, ma la diversità dentro le stesse comunità cristiane e le cui origini sono varie.
diversi modelli interpretativi di fede

La diversità è sì teologica, però bisogna precisare che la teologia in questi casi, come si trova nei Vangeli, nelle lettere di Paolo, è l’interpretazione della fede, è la fede in quanto viene esposta. La diversità tocca le radici stesse della fede; più che diverse teologie, ci sono diversi modelli interpretativi, non soltanto pensati, ma anche vissuti. Il processo interpretativo non è puramente mentale, ma coinvolge tutta la persona in quanto vive quella realtà nuova al centro della fede cristiana che è Gesù. C’è un’unica fede cristiana perché tutti questi modelli hanno al centro Gesù, però le immagini di Gesù e della sua centralità sono molto diverse.
riflesso di diversi tipi di comunità
Negli scritti del Nuovo Testamento troviamo il riflesso di diverse comunità; dal punto di vista tipologico potremmo dire che vi sono tre tipi di comunità cristiana nei primi cento anni: c’è un tipo di comunità cristiana palestinese costituita da giudeo cristiani di lingua aramaica che è la comunità madre di Gerusalemme, la comunità degli Apostoli con attorno altre comunità palestinesi. La sua caratteristica è che credevano in Gesù in quanto Messia, figlio di Dio e che vivevano armoniosamente questa fede all’interno dell’eredità giudaica, per cui dal punto di vista esterno consumavano l’Eucarestia nelle loro case, questo era lo specifico, e poi frequentavano il tempio in comune con il mondo giudaico. Erano una setta all’interno del mondo giudaico; avevano la circoncisione, osservavano tutte le regole, la liturgia al tempio, le preghiere quotidiane, i tabù alimentari ed in più avevano la fede in Gesù come Messia. La loro novità era il compimento di una speranza presente nell’attesa giudaica.
Un secondo tipo di comunità era la giudeo cristiana di lingua greca che aveva al suo vertice i sette diaconi, soprattutto Stefano, Filippo, Barnaba. La diversità culturale in questo caso era molto più profonda; questa comunità ha vissuto un rapporto conflittuale e critico con la comunità giudaica: il tempio è finito, sono finiti i sacrifici, Gesù rappresenta una novità. Questa comunità giudeo cristiana di lingua greca a Gerusalemme è stata oggetto della prima persecuzione anticristiana negli anni 40 scatenata da Agrippa, come apprendiamo fra le righe del racconto di Luca che parla solo di dissapori e della costituzione dei sette diaconi delle mense, ma la frattura in realtà fu molto forte.
Un terzo tipo di comunità nasce dal fianco di questa seconda di Stefano ed è una comunità cristiana mista, ad Antiochia di Siria. Al suo interno esistevano circoncisi e pagano-cristiani che venivano ammessi alla comunità senza circoncisione; era una comunità nata dopo la morte di Stefano nella persecuzione, fondata dagli altri che erano riusciti a scappare.
Un altro tipo di comunità cristiana è quello delle comunità paoline etnico-cristiane, costituite principalmente da circoncisi ed in essa non vigeva, come invece nella comunità mista, il problema della coesistenza a causa dei tabù alimentari. Paolo difendeva la scelta degli incirconcisi della comunità di Antiochia di non osservare le prescrizioni sul cibo mentre Pietro e Barnaba sostenevano che, pro bono pacis, non in linea di principio, i pagani dovessero scendere a compromessi. Nelle comunità paoline non c’è alcun problema di coesistenza pacifica, di rapporti con le tradizioni giudaiche perché sono di formazione nuova.
tre modelli di fede cristiana
Questa diversa tipologia non solo presenta differenze morfologiche, ma induce alla elaborazione di diversi modelli di fede cristiana. Per modello di fede si intende vissuti, cammini di fede profondamente diversi e quindi diverse immagini di Gesù, di Dio, del mondo e dell’uomo. La convergenza è la centralità di Gesù per la salvezza umana e per il rapporto con Dio. Dio è il Dio di Gesù Cristo, l’uomo è un essere in Cristo ed il mondo riporta l’immagine di Gesù.
I modelli qui presentati sono tre: modello matteano, paolino e giovanneo; però ve ne sono altri, si può anche parlare di un modello lucano e di Marco.
Il modello matteano, testimoniato dal Vangelo di Matteo si può definire autoritario-magisteriale-obbedenziale. Il Vangelo di Matteo riflette una comunità cristiana molto legata alla tradizione giudaica.
Il secondo modello, paolino, si può definire modello dinamico-spirituale, incentrato sulla forza dello Spirito, energia creatrice di vita. Paolo è legato ad elementi veterotestamentari, alla testimonianza sullo Spirito soprattutto dei Profeti, Geremia ed Ezechiele, però è legato molto anche alla cultura ellenistica, stoica, misterica dovuta alla temperie in cui era vissuto a Tarso. Paolo è stato l’uomo dei due mondi, il mondo giudaico orientale e il mondo greco occidentale.
Il terzo modello è giovanneo, del Giovanni autore del Vangelo e delle lettere, mentre l’Apocalisse appartiene ad un altro filone, anche se la tradizione lo attribuisce a Giovanni; è di autori diversi. E’ un modello che si può definire conoscitivo-esperienziale; risulta da eredità culturali molto diverse di sfondo ebraico, ma con elementi apocalittici, sincretistici, con un giudaismo non tanto legato alla Palestina quanto al mondo della diaspora e molto dipendente dalla mistica di Efeso. Efeso era allora una grande metropoli culturale che risentiva dell’oriente. Paolo e Giovanni elaborano modelli di fede cristiana abbastanza lontani dall’eredità giudaico-palestinese.
I tre modelli sono molto diversi, soprattutto quello paolino e quello matteano. Per noi questo significa che nelle fonti scritte del cristianesimo non abbiamo un solo modello di fede, ma più modelli e profondamente diversi. L’unità cristiana che è data nella sua espressione scritta dal Nuovo Testamento, non è una omogeneità indifferenziata, tanto che i Vangeli sono quattro. L’unità cristiana è un’armonia di diverse percezioni profonde. La fede cristiana è la stessa, ma in diversi modelli dati da differenze culturali che non sono solo influssi esterni, ma sono il tessuto culturale di diversi ambienti e sono il modo di vedere Dio e di vedere il mondo e di situarsi nel mondo.
ecumenismo come coesistenza solidale di diversi modelli
L’ecumenismo non si deve intendere come tensione verso un unico modello di fede. La preghiera ecumenica non può essere la richiesta a Dio di un unico modello, perché già all’origine cosi non era. Nell’origine abbiamo diversi modelli, tutti canonici, tutti normativi, tutti ugualmente validi, perché sono entrati nelle Scritture. L’ecumenismo è una convergenza, un cammino di solidarietà delle diverse chiese; non è il superamento di diversi modelli per sceglierne uno, è la consapevolezza che la ricchezza di Gesù può essere vissuta dagli uomini su tutta la terra in senso universale in diversi modi, con diversi modelli interpretativi. Se noi riuscissimo a raggiungere questa coscienza ecumenica coesisteremmo pacificamente nella solidarietà piena dei diversi modelli. Così voleva Paolo il quale diceva: nell’unica chiesa di Cristo ci sto io, le comunità miste ed anche quelle di Gerusalemme. Questo testimonia la ricchezza della diversità dei modelli per cui la fede cristiana è una realtà cosi ricca e complessa che non può essere vissuta totalmente in un modello, ma da tanti modelli, più facce di una unica realtà inesauribile. E’ proprio la ricchezza della fede cristiana che giustifica ed esige la pluralità per salvare la ricchezza inesauribile, come dicono le lettere ai Colossesi ed ai Filippesi, del mistero di Cristo.
1. il modello di Matteo

Il modello di fede cristiana presentato nel Vangelo di Matteo è autoritario-magisteriale-obbedenziale.
La comunità di Matteo è stata influenzata molto profondamente dalla cultura ebraica. Questa comunità per esprimere la propria fede in Gesù e per viverla ha elaborato un proprio orientamento che consiste nel fare la volontà di Dio, che ci è stata disvelata e chiarita da Gesù. Da una parte abbiamo l’autorità di Dio, il suo potere, la sua volontà sugli uomini e dall’altra Gesù, il maestro, che ci chiarisce e ci insegna il volere di Dio perché lo pratichiamo. Gesù è un maestro pedagogico che non solo ci chiarisce questa volontà, ma ci esorta a farla; vuole far crescere in noi l’atteggiamento di obbedienza.
Questo modello si può trovare in vari testi.
Nel Padre Nostro l’invocazione molto sottolineata da Matteo è « sia fatta la tua volontà », invocazione che non compare nella versione di Luca (« sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, dacci oggi il pane »). Questo interesse rilevante viene confermato in Matteo nella scena del Getsemani di cui parlano anche Marco e Luca: « vorrei che questo calice della sofferenza passasse da me ». Matteo prosegue: « sia fatta la tua volontà ». In Marco c’è il concetto (« sia fatto non come voglio io, ma come vuoi tu »), ma in Matteo l’invocazione è uguale a quella utilizzata nel Padre Nostro. Il confronto fra Matteo e Marco, che è la sua fonte, o con i detti di Gesù di cui è testimone anche Luca, ci permette di vedere su che cosa Matteo insiste.
Nel testo di Matteo 7,21 è messo in discussione il modello carismatico-profetico della vita cristiana, quello per cui la vita cristiana consiste in una esperienza carismatica, spettacolare, in cui l’uomo, supera il limite di se stesso, esce dalla propria razionalità e dalle capacità puramente umane e diventa un superman religioso. Matteo ha combattuto contro questo modello facendo valere il suo ed in questo passo Gesù dice: « non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio ». Anche la conclusione è molto significativa, Gesù dice (Mt. 7, 23) « andate via da me operatori di iniquità ». Matteo usa quindi il termine tecnico di « fuorilegge », quelli che sono contro la nomos, la legge che è volontà di Dio che si esprime in un dettato.
Al cap. 12 v. 50, è narrato l’episodio della famiglia di Gesù che vuole parlargli (è un testo preso da Marco con cui si può fare un confronto). In Matteo la risposta di Gesù è articolata: « Gesù stende la mano sui suoi discepoli ». Il termine discepolo ha per Matteo un significato molto preciso, indica i dodici discepoli storici in quanto raffigurazione di tutti i credenti di tutti i tempi. Per Matteo, quindi, e questo è un primo elemento, la vita cristiana è una vita da discepolo. Un secondo elemento riguarda la vita nuova di Gesù, per il quale la famiglia naturale perde di importanza, dato che la nuova famiglia si costruisce non sui legami del sangue, ma sui legami del discepolato. Un terzo elemento è messo poi in luce dalle parole di Gesù: « chi sono mia madre, mio padre? Quelli che fanno la volontà del Padre mio ». In questa scena Matteo riesce ad elaborare tre concetti collegandoli strettamente e che definiscono il modello del credente: discepolato di Gesù, la nuova famiglia, chi fa la volontà del Padre. In Marco manca il riferimento ai discepoli.
In 21, 31 abbiamo la parabola che è presente solo in Matteo, quella del Padre e dei due fratelli. Il padre dice al figlio maggiore: « va a lavorare nella mia vigna » ed il figlio dice: « si, vado »; invece non va; anche al figlio minore dice di andare a lavorare, ma lui risponde no, poi si pente e ci va. La domanda di Gesù è: chi dei due ha fatto la volontà del padre? Certamente il secondo. E’ qui fortemente sottolineato l’interesse di Matteo sul fare la volontà del Padre. Tutta l’esperienza del popolo di Israele nell’Antico Testamento era basata sul fare la volontà di Dio, poi evidenziata nel rabbinismo, nel fariseismo coll’elaborazione degli oltre seicento comandamenti per poter fare in ogni momento la volontà di Dio con tutte le indicazioni; la legge era la « siepe » costruita attorno all’uomo in modo che non potesse uscire dal campo della volontà di Dio. L’elemento propriamente cristiano sta in Gesù che è l’interprete autorevole e magisteriale della volontà di Dio.
Solo in Matteo abbiamo due sommari, due riassunti dell’attività di Gesù che sono l’uno alla fine del capitolo 4 e l’altro alla fine del capitolo 9. In 4, 23 « Gesù percorreva tutta la Galilea insegnando – didaskón – in tutte le loro sinagoghe – keryssòn – proclamando ad alta voce la lieta notizia del regno e – therapeuón – curando ogni malattia ed ogni infermità nel popolo ». Attività didascalica, kerigmatica e terapeutica. Il termine didaskón in Matteo ha significato tecnico, non è generico come in Marco. In Matteo l’attività didascalica è l’attività con cui Gesù interpreta la legge, espressione della volontà di Dio, indicando qual è veramente il volere di Dio nei confronti dell’umanità. Gesù è l’interprete autorizzato della legge del Sinai, interprete ultimo e definitivo.
L’attività didascalica di Gesù viene evidenziata nel Vangelo di Matteo nel discorso della montagna. All’inizio la scena viene così descritta, al cap. 5, 1: « e vedendo le folle salì sul monte e sedutosi gli si avvicinarono i suoi discepoli », il che vuol dire che il discorso della montagna per Matteo non è universale, ma destinato ai discepoli, a quelli che fanno la volontà, mentre Luca ambienta il discorso nella pianura dove c’è tanta gente « e aperta la bocca insegnava loro dicendo ».
Il tema di Gesù maestro della legge, volontà di Dio, si trova anche al cap. 5, 17, « non ritenete, dice Gesù, che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti, ma a far sì che avvenga il compimento, « plerosai ». Nel v. 20 « vi dico infatti che se la vostra giustizia – o meglio l’obbedienza al volere di Dio – non supera l’osservanza degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli ».
Nel cap. 22, 36-40, alla domanda sul comandamento più grande, Gesù risponde: « amare Dio », citando l’inizio del cap. VI del Deuteronomio, e, citando Levitico 18 « amare il prossimo come te stesso ». Matteo aggiunge che dall’osservanza di questi due comandamenti dipende tutta la legge, tutta la rivelazione di vita dal punto di vista normativo. Matteo (22, 40) usa il verbo tecnico « crematai », il perno su cui si muove la porta. Tutta la legge, espressione della volontà di Dio, si muove nel perno di questi due comandamenti.
In 7, 12 quando Matteo riporta la « regola d’oro » « quello che vuoi sia fatto a te fallo agli altri » aggiunge « in questo sta tutta la legge »; è l’insegnamento del maestro Gesù sul senso definitivo, ultimo e perfetto della legge che rivela il volere di Dio. Gesù non solo è maestro, ma anche pedagogo perché lui per primo ha osservato questa legge.
In 3, 15 quando Gesù va a farsi battezzare dal Battista, il Battista si rifiuta e c’è un dialogo presente solo in Matteo; dice Gesù: « lascia fare, perché noi due dobbiamo fare la giustizia di Dio ». Nel cap. 28, 18-20 il mandato missionario è espresso in termini assolutamente nuovi rispetto a Marco e Luca ed anche alla mentalità di Paolo, « andate in tutto il mondo, fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli ed insegnando loro ad osservare tutto quanto io vi ho comandato ». Il Cristo risorto rimanda i suoi discepoli, di tutti i tempi, a ciò che Gesù di Nazareth ha detto e comandato di fare.
il contesto culturale delle immagini di Dio, di Gesù e dell’uomo

Nel Vangelo di Matteo i termini « volontà », « legge », « comandamento », « osservanza », « parola autorevole di Gesù », sono fondamentali perché la sua comunità elabora, una immagine di Dio come il Signore, il padrone la cui volontà è da osservare, ed elabora una immagine di Gesù come il maestro autorevole che insegna il volere e la sua osservanza ed infine elabora l’immagine dell’uomo come un essere sottomesso a questa autorità suprema divina, a questa paternità autorevole e autoritaria ed a questo maestro e pedagogo che è Gesù.
Queste immagini di Dio, di Cristo e dell’uomo emergono da precisi contesti culturali. Innanzitutto il contesto sociale della famiglia orientale, ebraica, con il pater familias che aveva autorità indiscutibile e somma sui figli e sulla moglie. Il secondo riferimento culturale e sociale è la società del tempo che era non democratica, con grandi capi, il grande re signore ed il popolo sottomesso. L’uomo viene percepito in questo contesto socioculturale come il servo, nel senso migliore del termine perché anche Figlio è un servitore del volere del Padre. « Pais » in greco oscilla tra servo e figlio ed in ebraico si usa « ebhedh ». Terzo riferimento socioculturale è il riflesso degli altri due: il rapporto con Dio è caratterizzato dal patto, dall’alleanza. Nell’Antico Testamento questa era la categoria fondamentale. Nel patto i partners sono disuguali, Dio è il creatore ed il popolo è il suo servo; nel patto Dio protegge il popolo, lo libera e lo salva ed il popolo osserva la volontà di Dio. C’è da precisare che questa autorità di Dio « pater familias », grande sovrano, partner divino della alleanza, non impone con la forza il suo volere, ma lo propone, il popolo entra nella alleanza liberamente, ma accettando questi rapporti.
Anche la parola magisteriale di Gesù segue questa logica, Gesù è un maestro che non si impone con la violenza, lo dice lui stesso: « imparate da me che sono mite ed umile di cuore, « tapeinós e prays ». Il suo giogo è leggero, ma è giogo. L’autorità magisteriale di Gesù è da lui proposta ed accettata, e l’uomo, da questo punto di vista, è concepito come un essere eterodiretto, che ha bisogno di ricevere direttive autorevoli che deve osservare se vuole arrivare alla salvezza, alla pienezza, all’autenticità del suo essere; le direttive vengono dall’alto ed, infatti c’è nell’A.T. la categoria fondamentale, che poi ha pervaso anche la cultura moderna, del servizio, « abda ». Il grande cambiamento di Israele è stato dalla schiavitù all’abda, dall’assoggettamento al faraone imposto e violento, ad un servizio accolto ed accettato a Dio, per cui è diventato « ebhedh Jahvè ». L’uomo è un essere bambino, bisognoso di venire istruito, educato, indirizzato. Questo modello autoritario-magisteriale-obbedienziale crea difficoltà al credente d’oggi, sensibile ai valori dell’autonomia della persona, persona capace di orientarsi verso il vero ed il giusto, che si autodetermina. Per l’uomo d’oggi l’autodeterminazione è costitutiva dell’essere persone; anche nell’antica concezione si autodeterminava, ma per sottomettersi ad una guida superiore; era un’autodeterminazione a venire eterodiretto. Il modello autoritario-magisteriale suppone una concezione dell’uomo come essere eteronomo, che si muove secondo la nomos di un altro, un essere la cui legge è la legge di un altro. E’ chiaro che il rapporto fra Dio e noi è un rapporto fra creatore e creatura ed in cui la creatura è nella dipendenza del creatore; però la dipendenza in questo modello matteano viene intesa come obbedienziale, perché la volontà del creatore è sovrana e ad essa devono sottomettersi tutti gli uomini, quindi vi è dipendenza nell’essere e dipendenza nel volere. La dipendenza non si può far saltare, ma lo schema è inteso, ad esempio da Luca e Paolo, in modo diverso. Gesù è certamente il rabbi, ma non si esaurisce in questa sua attività didascalica. Matteo ha elaborato per la sua comunità il modello di fede cristiana autoritario-magisteriale-obbedenziale, che si inserisce in un contesto socioculturale ben preciso della famiglia, della società e dei rapporti tra le società.

2. il modello di Paolo
Il modello di Paolo è dinamico-spirituale; bisogna considerare che Paolo è stato un discepolo della seconda ora e questo ha influito molto.
al centro Gesù crocifisso e risorto
Paolo mostra un disinteresse totale a ciò che Gesù di Nazareth ha detto e ha fatto, quindi a Gesù maestro; l’interesse suo e delle sue comunità è tutto incentrato su Gesù crocifisso e risorto. Non dice niente del discorso della montagna, che pure è importante, non considera le parabole, i detti, ciò che Gesù ha fatto; tutto il suo interesse è per la risurrezione del crocifisso.
La risurrezione è una categoria teologica, quindi già interpretativa. Non è descrittiva, ma dà una chiave di lettura, che solo nella fede si può accogliere, ad una realtà, ad un evento.
Anche per Matteo Gesù è il risorto, però egli pone l’accento sulla chiamata del risorto ai discepoli perché insegnino a tutti gli uomini ciò che aveva insegnato loro e quindi il risorto rimanda al Gesù di Nazareth.
resurrezione: una categoria di origine apocalittica
Invece in Paolo la caratteristica fondamentale di risurrezione non rinvia ad altro. E’ una categoria di origine apocalittica, cioè fa parte di quel movimento di pensiero espresso nei libri apocalittici, come Daniele e i libri apocrifi che non sono entrati nella Bibbia, e che si è sviluppato nel N.T. nell’Apocalisse, dove la risurrezione significa il nuovo mondo. L’Apocalisse era dominata dallo schema dei due mondi; nel libro apocalittico IV Esdra si dice che Dio all’inizio ha creato due mondi, questo attuale ed il mondo celeste che sta nei cieli. Questo mondo è corrotto ed è da buttare e sulle ceneri di questo mondo scenderà dal cielo un mondo nuovo. La risurrezione è una categoria apocalittica teologica che riguarda i destini del mondo, di questo mondo con l’umanità. E’ una categoria universalistica e cosmica.
mutamento con Gesù e Paolo: il nuovo mondo inizia nel vecchio
Con Gesù e poi con Paolo, questa eredità apocalittica è stata modificata nel suo schematismo perché è stata tolta la successione fra i due mondi, cioè il mondo celeste che viene a prendere il posto di questo mondo. In Gesù ed in Paolo il nuovo mondo entra in questo vecchio mondo che deve diventare un nuovo mondo. La risurrezione significa che c’è una svolta decisiva nella storia dell’umanità e del mondo per cui cominciano i cieli nuovi e la terra nuova. Il nuovo mondo comincia già dentro il vecchio, ma la conclusione del processo è rimandata al futuro: Paolo dice che se Gesù è risorto la svolta è avvenuta, il nuovo mondo lotta col vecchio mondo in attesa di vincere totalmente.
il dono dello Spirito
La novità fondamentale che è già realizzata è il dono dello Spirito, il principio attivo delle forze nuove e positive della vita contro le forze della morte. Già nell’A.T. si riteneva che lo Spirito fosse donato a tutti gli uomini, ma alla fine dei tempi: Gioele « verranno giorni in cui tutti profeteranno » e questa linea profetica verrà portata avanti da Luca. Ezechiele e Geremia intendevano lo Spirito come forza capace di cambiare l’uomo dal di dentro. Geremia parlava della legge scritta nei cuori, ed Ezechiele parlava dello Spirito capace di sostituire il cuore di pietra con il cuore di carne. Paolo si collega a questa aspettativa dello Spirito non sulla linea profetica, ma sulla linea del principio nuovo di vita per cui dice « Cristo risorto è pneuma zoopoioun » in 1 Corinti 15, 45. Paolo che è interessato alle sorti dell’umanità afferma che mentre il primo Adamo è stato principio di vita psichica, cioè principio della vita naturale, il nuovo Adamo è il principio della vita pneumatica, soprannaturale.
l’uomo: campo di lotta tra dinamismo della carne e dinamismo dello spirito
Gesù per Paolo è il principio della vita del nuovo mondo già iniziato, Gesù risorto è colui che è stato investito totalmente dalle forze dello Spirito di Dio in quanto principio creatore. La persona di Gesù è diventata un campo magnetico delle forze del nuovo mondo; essendo un campo magnetico, Gesù è il principio attivo che dona queste forze agli altri, è il risuscitato ed il risuscitatore di chi entra in questo campo magnetico.
La formula, fondamentale della vita cristiana per Paolo, è essere in Cristo, equivalente con essere nello Spirito. L’uomo è pertanto una nuova creatura, non un bambino che ha bisogno di direttive per trovare la strada, e di sollecitazioni per camminare nella strada indicata.
L’essere umano è però un drammatico campo di lotta tra due dinamismi contrastanti, il dinamismo della « sarks » (carne) (Galati 5 e Romani, 8), che è il dinamismo dell’egocentrismo, ed il dinamismo dello spirito. Anche l’uomo molto religioso può essere egocentrico perché fa della religione il piedestallo della costruzione di se stesso. L’uomo è zimbello della « sarks »: « non faccio il bene che vorrei, ma faccio il male che non vorrei » (Romani 7).
In che senso Gesù è il Salvatore? Per Matteo è colui che è venuto a rivelare la via da percorrere e sollecita a percorrerla salvando l’uomo, sottintendendo che l’uomo sia capace di camminare, ma ha bisogno di luce per individuare la strada e di sollecitazioni. Paolo invece ha una concezione altamente drammatica dell’uomo, dominato dalla « sarks ». La salvezza dell’uomo dipende dall’entrare nel campo magnetico di Gesù, cioè nelle dinamiche della donazione e dell’amore, in modo da venire investito da un nuovo dinamismo antitetico all’altro contro cui combattere. Nella storia il dinamismo dello Spirito di Cristo è capace di avere il sopravvento; la speranza ultima è che il dinamismo dello Spirito copra totalmente e perfettamente la persona umana come è avvenuto per Gesù che totalmente vive per Dio e per noi nella donazione più estrema.
Dio come fonte delle forze della vita
La salvezza unica per l’uomo dipende dalla donazione di un altro dinamismo che sappia vincere e trionfare totalmente nell’uomo ed intorno all’uomo. Dio per Paolo è la fonte delle forze della vita. Lo Spirito di Dio presiede alla creazione del mondo e alla risurrezione dei morti. Il testo di Ezechiele 37 racconta che il popolo nell’esilio era ridotto ad ossa aride sparse nella valle. La parola del profeta, che annuncia che c’è ancora un futuro, una speranza, fa sì che le ossa si ricompongano, che i corpi si riformino, ma ancora senza movimento e quindi senza vita (per l’ebreo la vita è movimento); a quel punto subentra lo Spirito, invocato dal profeta, e tutti si muovono e sono come un esercito marciante. Per Paolo l’importante è Dio come fonte delle forze della vita. Nella Bibbia lo Spirito è un concetto di forza, di energia creatrice e per Paolo si ha nell’uomo Gesù la concentrazione delle forze della vita che investono il credente. L’uomo è un essere autonomo, che non riceve direttive dall’alto, ma si muove secondo dinamiche sue positive o negative e la salvezza sta nell’accogliere la nuova creazione come evento della vita sulla morte. Per Paolo il credente non è una persona docile alle direttive, un sottomesso, un obbediente, ma è « kainè ktisis », una nuova creatura. « Se uno è in Cristo è nuova creatura » (2 Cor 5,17) ed i frutti dello Spirito sono « l’agape, la gioia, la condivisione, la benignità, la bontà » (Galati 5).
lasciarsi guidare dallo Spirito, dalle forze della vita

L’impressione che in Paolo vi siano molti comandamenti è errata, perché in realtà sono pochissimi, però ci sono molte esortazioni; le lettere hanno una prima parte dottrinale o dogmatica a cui segue una parte morale costituita da sollecitazioni, incoraggiamenti. Le sue comunità, che venivano dal mondo pagano, erano comunità giovani, ed avevano bisogno del sostegno di una parola esterna. Paolo esorta anche minutamente, ma il suo imperativo è « camminate secondo lo Spirito », siate docili al dinamismo che è in voi, lasciatevi guidare dalle forze della vita contro le forze della morte. Il verbo è « ago » al passivo, essere guidato, e noi potremmo dire « lasciarsi agire » e resistere al dinamismo della carne. « Se viviamo mediante lo Spirito, camminiamo per mezzo dello Spirito » (Gal 5,25). « Se voi siete guidati dallo Spirito non siete più sotto la legge » (Gal 5,18). « Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio » (Rom 8, 14) . « Noi che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito » (Rom 8, 4). « La legge dello Spirito della vita » (Rom 8,2): la legge per Paolo non è una norma, ma dinamismo dello Spirito fonte della vita. « Ti ha liberato dalla legge della carne » (Rom 8,9). « Il Dio della speranza vi riempia di gioia affinché abbondiate nella speranza col dinamismo dello Spirito » (Rom 15,13) . « Mandò Dio lo Spirito di suo Figlio, nei nostri cuori, nel quale Spirito possiamo gridare abbà » (Galati 4, 6). « La circoncisione del cuore è operata dallo Spirito » (Rom 2, 29): è il dinamismo nuovo che agisce sul centro decisionale dell’uomo e muove la persona. « L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito » (Rom 5, 5).
uomo autodiretto grazie al dono dello Spirito
La conclusione è che questo modello dinamico spirituale s’inquadra in una concezione dell’uomo come essere autodiretto, che ha dentro di sé la capacità di autodecidere che è poi la libertà. Però è una capacità di duplice segno perché sono presenti due dinamiche antitetiche: la dinamica della carne e la dinamica dello Spirito. Se ha la meglio la dinamica dell’egocentrismo l’uomo cammina verso la morte, il fallimento, se invece prevale la dinamica dello Spirito l’uomo si realizza in un essere che si dona nell’amore e cammina verso la sua piena realizzazione. Cristo per Paolo non è un maestro che indica la strada, che promulga la legge, come per Matteo, ma colui che è animato pienamente dallo Spirito e dona lo Spirito come dinamismo di vita a quanti gli si aprono nella fede. Dio per Paolo non è il sovrano, il parer familias, il re che impone, propone autorevolmente il suo potere come indicazione per arrivare ai porti della vita, ma Dio è (Romani 4, 17) « Il quale dà la vita ai morti e chiama all’esistenza ciò che non esiste ».
Dio per Paolo è la fonte delle forze della vita come Gesù a sua volta è il campo magnetico e l’uomo è l’essere agito da forze contrastanti, e, nella fede sceglie il campo delle forze della vita contro le forze della morte. La concezione del credente per Paolo è altamente drammatica perché l’io personale è conteso fra le due forze. Paolo dice: « Sento in me due leggi, la legge della vita e la legge della morte ». L’esortazione di Paolo è una chiamata alla responsabilità, l’uomo con la propria scelta si gioca la vita o morte: camminate secondo lo Spirito per avere la vita e non secondo la carne che vi porta alla morte.
Anche in Paolo il rapporto tra l’uomo e Dio è un problema di dipendenza, ma mentre per Matteo era nell’ordine dell’assoggettamento a un valore sovrano, qua è una dipendenza delle forze della vita, della creatura dal creatore da cui riceve le forze della vita per battere le forze della morte. Dio e Gesù per Paolo sono le fonti da cui noi traiamo il dinamismo positivo che è lo spirito dell’amore e della vita. Possiamo vedere quale immagine di Dio, di Cristo e dell’uomo diversa appare in Paolo rispetto a Matteo, eppure tutti e due sono ugualmente, legittimamente cristiani e sono testimoniati come modelli di fede per le generazioni cristiane di tutti i tempi. Il modello patriarcale di Matteo ed il modello dinamico pneumatico di Paolo sono completamente diversi, ma tutti e due hanno al centro della loro esperienza di fede Gesù.
discussione

la rottura di Paolo nei confronti del giudaismo nomistico
Paolo rappresenta una rottura radicale perché dice che è finita la legge, sono finiti i comandamenti; la sua critica è radicale: la nostra vita non è più governata dai comandamenti, ma dal dinamismo che Dio ci dona. Si tratta di una grande rottura nei confronti del giudaismo nomistico del tempo. Il giudaismo al tempo di Gesù, e ancora più al tempo di Paolo, è nomistico, tutto centrato attorno alla legge. La tendenza del fariseismo ha preso il sopravvento. Nella tradizione ebraica invece c’erano anche altri filoni, come quello apocalittico o quello profetico, a cui Paolo si avvicina, soprattutto nei modelli di Geremia e di Ezechiele.
Geremia era vicinissimo alla corrente deuteronomistica ma, similmente a Paolo, con un accentuato pessimismo sull’uomo. Geremia diceva che l’uomo ha smarrito il cammino dei suoi passi e non sa più dove andare. Nelle sue prediche diceva: « si può cambiare forse la pelle del leopardo? La pelle nera di un etiope? ». Anche Ezechiele dice che Israele ha cominciato a peccare contro Dio sin dall’inizio, già a partire dall’Egitto e poi ha continuato sulla stessa strada, e dice: « Gli idoli Israele li ha elevati nel suo cuore ». Geremia ed Ezechiele, così convinti dello spaesamento dell’uomo, si rivolgono al miracolo di Dio, allo Spirito: venga un nuovo raggio creatore, si scriva la legge nei cuori.
Paolo si collega a questi profeti e dice che l’invocato Spirito di Dio passa attraverso Gesù, operando una rottura molto decisa nei confronti del mondo autoritario. Matteo presenta il modello autoritario nel migliore dei modi perché il maestro Gesù non solo dà le leggi, ma le osserva per primo; però c’erano presentazioni ben peggiori di questo modello, in cui Dio spariva e quello che unicamente valeva era la norma scritta.
Nel mondo greco, al tempo di Paolo, le religioni classiche erano in grande crisi, perché lontane dai problemi esistenziali delle persone e tutte orientate a difendere il potere costituito. Quando sono apparse le religioni misteriche, che ponevano al centro il problema della salvezza dell’uomo, della sua vita e immortalità, hanno avuto grande successo.
Paolo ha risentito certamente di questa atmosfera tutta tesa a dare importanza al problema della vita nel senso più ampio e radicale del termine, e ha agganciato al tema dello Spirito, presente nel filone profetico di Geremia ed Ezechiele, Gesù risorto e quindi la speranza.
La chiesa cattolica invece rappresenta oggi il modello matteano imperniato sulla legge, sul comandamento, sull’obbedienza, sull’osservanza, sull’autorità, sul pater familias, sul sovrano, sul capo, sulla sottomissione. Questo modello è utile per i primi passi, per l’infanzia o per le stagioni in cui abbiamo bisogno delle siepi. Paolo dice però che il modello per la maturità cristiana è un altro, quello del lasciare agire lo Spirito. Il problema non è abbandonare lo schema matteano per assumere quello di Paolo, ma prendere, secondo le stagioni della nostra vita, secondo la cultura, le affinità elettive, il meglio dell’uomo e dell’altro. La maturità della vita cristiana però Paolo l’ha definita una volta per sempre: è vita nello Spirito.

3. il modello di Giovanni
Il modello giovanneo è caratterizzato dalla centralità data alla conoscenza. E’ un modello gnostico, anche se poi la gnosi è diventata un movimento ereticale a partire dal II secolo.
un modello conoscitivo-esperienziale
E’ un modello conoscitivo-esperienziale perché la conoscenza, nel solco della tradizione veterotestamentaria, non è puramente intellettuale o tanto meno cerebrale, ma è uno sperimentare, è un vivere.
I gruppi giovannei, anche se non si può attribuire l’intero filone all’apostolo Giovanni, nell’ambito del cristianesimo delle origini, erano abbastanza chiusi. Di origine giudaica, questi gruppi avevano rotto con il giudaismo. Con molta probabilità sono nati in Transgiordania a contatto con i gruppi battisti, ed hanno preso le distanze anche dagli altri cristiani. Inoltre hanno vissuto in contesti sociali ostili.
Dal punto di vista sociologico la configurazione tipologica di questi gruppi è quella della setta: sono chiusi in se stessi, con grande senso della propria identità e con rapporti molto intensi all’interno per poter sostenere l’ostilità esterna. Sono caratterizzati dalla contrapposizione: noi arroccati e tutti gli altri… Ciò che li divide dagli altri è la conoscenza. Il senso di identità dei gruppi giovannei è dato dalla convinzione di conoscere la verità su Dio, sul Figlio di Dio. Questi gruppi fanno equivalere la fede alla conoscenza. Nel Vangelo di Giovanni tante volte c’è questa coordinata: noi abbiamo creduto, noi abbiamo conosciuto. Il verbo « pisteuo » è inteso in senso equivalente al verbo « ghignosco ».
credere è conoscere
Nel Vangelo di Giovanni, nel prologo, (1,9-10) si dice: « la luce vera, che illumina ogni uomo venendo nel mondo, era nel mondo ed il mondo mediante essa (la luce Gesù) fu fatto e il mondo però non la conobbe ». Conoscere ha un senso molto pregnante, molto forte, vuol dire « non lo accoglie ». « Dio ha tanto amato l’umanità da mandare suo Figlio perché il mondo abbia la vita » (3, 16).
In Giovanni ci sono tre concetti di mondo: 1° il mondo in senso cosmologico, in quanto creato da Dio; 2° il mondo come universalità degli uomini che sono i destinatari dell’amore di Dio; 3° il mondo come l’insieme degli uomini che non hanno accolto, non hanno conosciuto.
Giovanni, a differenza degli gnostici, non ritiene che gli increduli siano destinati alla perdizione eterna, siano irrecuperabili. Il « noi » vuole esercitare una funzione positiva nei confronti del mondo che non crede, di testimonianza della verità. Noi conosciamo la verità, gli altri non la conoscono e costruiscono il mondo in termini negativi.
Dopo il discorso di Gesù sul mangiare la sua carne e bere il suo sangue, il popolo reagisce con incredulità e molti suoi discepoli lo abbandonano. Gesù si rivolge al gruppo dei dodici e chiede: « anche voi ve ne volete andare? » e Pietro risponde « da chi dobbiamo andare? Tu solo hai parole di vita eterna », « noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio » (Gv 6, 67-69), cioè noi abbiamo conosciuto la tua identità, la tua vera, nascosta identità.
In 8,31 Gesù dice: « se rimanete nella mia parola ». « Parola » è messa in correlazione a conoscenza perché il momento della conoscenza è la risposta positiva al momento fondamentale della rivelazione. Mentre in Paolo tutta l’interpretazione della fede è sotto il segno della creazione, delle forze della vita prodotte dallo Spirito, nei gruppi di Giovanni la fede ruota intorno al concetto della rivelazione, al venire alla luce di ciò che è nascosto. E’ una prospettiva di pensiero di tipo apocalittico (apocalupsis = disvelamento), a differenza del pensiero di Paolo che è creazionistico. Già il domenicano Pierre Benoit aveva notato questa differenza fra il giovannismo ed il paolinismo, uno incentrato sul motivo della rivelazione e l’altro della creazione.
conoscere attraverso la parola e gesti simbolici
Gesù è la parola, « o logos », il Verbo, perciò dice: « se rimanete nella mia parola voi sarete veramente miei discepoli » (Gv 8,31): conoscere è rimanere nella parola, nella parola comunicativa dei segreti della realtà. Continua al v. 32 « conoscerete la verità e la verità vi farà liberi ». La verità in Giovanni è l’oggetto della rivelazione: non è come nel mondo greco il togliere il velo che sta sopra le cose, ma è rivelazione del segreto, ed il velo lo toglie un altro, cioè Gesù. In 8,55, Gesù si rivolge ai giudei, suoi avversari, riguardo a Dio: « e voi non l’avete conosciuto (« egnòcate »: è un perfetto), e non lo conoscete; io invece l’ho conosciuto e lo conosco e se io dicessi che non lo conosco sarei simile a voi, un menzognero, ma lo conosco e osservo la sua parola ». E’ una conoscenza esoterica, propria gruppi elitari, e non dei giudei che pure sono monoteisti, tanto meno dei pagani politeisti. L’identità nascosta del Dio della tradizione giudaica viene rivelata da Gesù; è lo stesso Dio, ma i giudei non lo conoscono perché non conoscono quell’aspetto caratterizzante che è l’aver mandato il suo Figlio. In Giovanni Gesù definisce Dio: colui che mi ha mandato.
Nel cap. 10, 38 Gesù rivela l’identità nascosta di Dio attraverso la parola, ma compiendo anche gesti simbolici. Nel Vangelo di Giovanni vi sono solo cinque o sei miracoli, non chiamati però miracoli « terata », come li chiamano i sinottici, cioè opere potenti e straordinarie, ma « semeia », cioè segni che rivelano realtà nascoste. Dice in 10, 38: « credete alle opere, affinché sappiate e conosciate che il Padre è in me ed io nel Padre » cioè l’identità nascosta di Dio è il suo rapporto con Gesù.
In 14, 7: « se conoscete me – dice Gesù – conoscerete anche il Padre, fin da ora lo conoscete e lo avete visto », e più tardi a Filippo: « chi ha visto me ha visto il Padre ».
In 14, 17: « lo spirito di verità che il mondo non può ricevere poiché né lo vede né lo conosce, voi invece lo conoscete », e 14, 20: « in quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio e voi in me ».
verso la verità piena

Questo spirito è donato al gruppo e diventa il principio di una vita di conoscenza progressiva che condurrà alla verità piena. Il gruppo giovanneo è consapevole del limite della conoscenza però dice: « in noi c’è lo spirito di verità e questo ci condurrà alla verità intera ».
Nel cap. 17, 3 si scopre chiaramente il mondo di Giovanni, si dice « questa è la vita eterna » « aiònios » (eterno che deriva da aion, cioè il secolo, il mondo dal punto di vista del tempo). Secondo la corrente apocalittica Dio ha fatto due aiones perciò aionios è la vita del mondo nuovo. Per Giovanni la vita del nuovo mondo c’è già adesso. Giovanni restringe enormemente il futuro. Per Giovanni la vita eterna è che gli uomini conoscano Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo, quindi la vita eterna equivale alla conoscenza. La conoscenza fa sì che l’uomo sia un cittadino del nuovo mondo.
Cap. 17, 7: « ora hanno conosciuto (i discepoli) che tutto quanto mi hai dato, viene da te » cioè l’identità di Gesù è una correlazione essenziale a Dio. Cap. 17, 8: « le parole che mi hai dato, o Dio, io le ho date a loro ed essi le hanno accolte e hanno conosciuto veramente che sono uscito da te e hanno creduto che mi hai mandato ». L’elemento nuovo che troviamo qui è la missione; ciò che unisce Gesù a Dio è che Dio è colui che manda e Gesù è colui che è mandato. Dio ha mandato il Figlio suo nel mondo: il mondo è il destinatario e la finalità è la vita eterna che consiste nella conoscenza.
Il passo successivo di Giovanni sta nel mettere in luce che la dinamica profonda di questa missione è l’amore; « Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio suo » (3, 16). Ciò che definisce l’identità nascosta di Dio, di Gesù e del mondo anche come destinatario, è un evento storico « Dio ha mandato ». Giovanni usa l’aoristo che è il tempo greco che indica un evento del passato puntuale, circoscritto in uno spazio di tempo. Ciò che definisce Dio non è la sua essenza eterna, ma è un gesto. La conoscenza è riconoscere questo gesto di amore, accettare. La teologia di Giovanni è meditativa, è una meditazione progressiva, non come quella di Paolo che è costituita da squarci improvvisi, contrastanti.
Dio è amore
In 17, 23 c’è la preghiera ultima, detta sacerdotale, di Gesù: « io prego affinché tutti gli uomini conoscano che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me ». Cap. 17, 25-26: « Padre santo, il mondo non ti ha conosciuto, ed essi i miei discepoli hanno conosciuto che mi hai mandato, e ho fatto conoscere ad essi il tuo nome e lo farò conoscere sempre di più affinché l’amore con cui mi hai amato sia in essi ed io in essi »; il tema della conoscenza sfocia spontaneamente nel tema dell’amore.
Prima lettera di Giovanni 2, 13-14: « scrivo a voi, o padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio… ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre ».
In 1Gv 2, 20 e 2, 27, appare un elemento nuovo, il tema della unzione, del crisma. La conoscenza proviene dalla parola di Gesù, ma ciò che la fa progredire è lo spirito di verità; da una parte c’è la parola, dall’altra lo spirito che è in funzione della rivelazione. I teologi medioevali dicevano « auditus externus » ed « auditus internus ». Gesù è il maestro esterno, lo Spirito il maestro interno. Mentre in Matteo Gesù era maestro in quanto insegnava le cose da fare, in Giovanni è un maestro esoterico, di sapienza. Il forte senso di identità che caratterizzava i gruppi giovannei derivava dalla conoscenza, dall’avere « lo spirito di verità » e « l’unzione. L’ unzione sarebbe l’influsso che il maestro interno esercita su di loro per condurli alla verità. 1 Gv 2, 20: « e voi avete Cristo dal Santo e tutti avete la conoscenza » e 2, 27: « l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno sia vostro maestro » ». Mentre Matteo diceva: « insegnate », per i gruppi giovannei non c’è magistero. Questi gruppi sono un po’ al margine dell’ortodossia cristiana: il principio interno è vero, ma senza verifiche esterne ci si può illudere. Il gruppo settario ha una certezza monolitica.
1 Gv 3, 1: « la ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui »; 1Gv 3, 16: « in questo abbiamo conosciuto l’amore ». Il passaggio è forte perché un conto è conoscere un gesto d’amore e un conto è conoscere l’amore. La giustificazione di Giovanni è che in questo gesto di amore Dio ha espresso tutto se stesso. Giovanni dice: nel gesto con cui Dio ha donato suo figlio li c’è tutto Dio, ed essendo un gesto di amore oblativo per il mondo, Dio è l’amore. C’è correlazione tra il gesto di Dio e Gesù, che non è strumento inanimato, perché a sua volta ha dato per il mondo la sua vita. Dio ha dato il Figlio e il Figlio ha dato se stesso. Sono due gesti d’amore che esprimono l’uno l’essere di Dio e l’altro l’essere di Gesù. Il gesto d’amore è cosi impegnativo e totalizzante che fa equivalere la persona che lo compie al gesto, in Dio e in Gesù. Prosegue « poiché egli ha posto la sua vita per noi », ma la meditazione procede ancora « e noi dobbiamo porre la nostra vita per i fratelli ».
In 1 Gv 4, 7-16: « amiamoci a vicenda perché l’amore viene da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio poiché Dio è amore ». Questa definizione esiste solo in questa lettera; non solo nel mondo biblico, ma in tutto il mondo di allora nessuno ha mai detto: Dio è amore, espressione che Giovanni ripete due volte (4, 8 e 4, 16). Giovanni ha capito che il gesto di Dio e anche di Gesù, è il gesto ultimo, definitivo, finale, escatologico. Altri, soprattutto Paolo hanno detto che il gesto di Dio è di amore, ma Giovanni fa un passo avanti e conclude: se questo è il gesto ultimo di Dio ed è un gesto di amore, Dio è amore perché in questo gesto c’è tutto Dio.
conoscere Dio è amare i fratelli
1 Gv 4, 16: « Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi ». 1 Gv 5, 20: « il Figlio di Dio ci ha dato l’intelligenza perché possiamo conoscere il verace ». 2 Gv 1: « tutti quelli che hanno conosciuto la verità ». Conoscere la verità, conoscere l’identità profonda di Dio e di Gesù: il modello di Giovanni è il modello della conoscenza dell’amore, conoscere e credere nell’amore. Conoscere l’amore vuoi dire lasciarsi coinvolgere nel dinamismo dell’amore, per cui conoscere Dio vuol dire amare i fratelli. La conseguenza del concetto: Dio ha amato noi, sembrerebbe: dunque noi dobbiamo amare Dio, ed invece la conseguenza di Giovanni è dobbiamo amare i fratelli, perché c’è sotto un altro pensiero. Noi che crediamo a questo Dio dal gesto di amore supremo crediamo all’amore e ci lasciamo coinvolgere, sperimentiamo questo amore nella nostra vita. Questo amore diventa il dinamismo della nostra vita e ci porta ad amare il prossimo. E’ un enorme cammino di riflessione che ha fatto il gruppo giovanneo per vivere un altro senso della propria identità e diversità nei confronti di quelli che sono fuori.
In tutti e tre questi modelli troviamo la centralità di Gesù: Gesù come maestro delle direttive di Dio, Gesù come il risorto campo magnetico delle forze della vita del nuovo mondo e Gesù rivelatore della verità suprema. Conoscere la verità è conoscere l’amore rivelato da Dio e da Gesù. Gesù è allo stesso tempo il rivelatore ed il rivelato. Anche la realtà dell’uomo è segreta per cui il gruppo di Giovanni è lanciato alla scoperta del segreto profondo che sta sotto le apparenze. E’ un modello apocalittico, del disvelamento dei segreti, che si attaglia a gruppi elitari, esoterici; gli altri vedono la superficie, ma ci sono gruppi interessati alla scoperta del senso profondo della realtà di Dio, di Cristo e dell’uomo.

discussione
un grande senso di accettazione dei diversi
Per Matteo l’ambito dell’amore per il fratello è il gruppo, mentre Paolo aveva un grande slancio missionario e diceva: amatevi tra di voi ed amate anche gli altri. Giovanni non ha comunicazione con il mondo ostile che li odia, ma dà testimonianza. Anche Paolo era stato emarginato dalla chiesa di Gerusalemme ed il suo grande avversario fu Giacomo. Quando Paolo torna a Gerusalemme portando una somma rilevante ottenuta con la colletta per sostenere i poveri, come segno di comunione delle sue nuove chiese con la chiesa madre di Gerusalemme, con molta probabilità non viene accolto da Giacomo. Paolo è morto non accettato. In un certo senso è stato il primo scomunicato. Gli avevano chiesto una dimostrazione di fedeltà giudaica pro bono pacis, ma Paolo è morto senza aver avuto la consolazione che tutto il suo sforzo di integrare il mondo pagano nella chiesa di Cristo fosse andato in porto. E’ morto rifiutato. La cosa strepitosa è che però i suoi scritti sono stati accettati; soltanto l’ala più oltranzista dei giudeo-cristiani, gli ebioniti, ha definito Paolo « inimicus homo », il nemico che ha seminato la zizzania nel campo dove Pietro ha seminato il buon grano. I suoi scritti sono stati accettati; ciò è avvenuto nel II secolo. Dopo che le diverse chiese hanno raccolto i vari scritti, quando si è trattato di fare la cernita, gli scritti di Paolo sono entrati nel canone ed hanno esercitato in alcuni momenti una grande influenza. In alcuni periodi la voce di Paolo è stata assolutamente muta, ma in altri momenti, con Agostino, Lutero, è suonata forte, come anche la voce giovannea. Non conosciamo bene i risvolti, però nella raccolta che è stata fatta c’è un grande senso di accettazione dei diversi. A favore di Paolo ci sono state due cose: il suo martirio ed il fatto che la scuola di Paolo ha prodotto anche le lettere pastorali, che sono nello schema del pater familias, e soprattutto gli Atti degli Apostoli. Anche le sue lettere più nuove, Galati, Romani, Corinzi sono passate. Lo spirito quindi era di grande accettazione, la discriminante era la visione gnostica. Hanno scartato tutti gli scritti gnostici, come per esempio il Vangelo di Tommaso di poco posteriore a quello di Giovanni e peraltro molto vicino, tenendo come discriminante l’incarnazione. Tutti gli scritti gnostici che negavano l’incarnazione vera sono stati esclusi. Il grande merito di aver salvato Paolo va ad Ireneo che ha scritto un’opera « Adversus haereses » in cui ha messo gli eretici da una parte ed ha rivendicato Paolo alla grande chiesa, perché Paolo rischiava, come dirà poi Tertulliano, di essere l’apostolo degli eretici.
a proposito dei diversi modelli: le intuizioni fondamentali
Modelli. Matteo, Paolo, Giovanni sono forti personalità letterarie e di pensiero. Il problema è se la loro opera è un affastellamento di elementi vari accostati l’uno all’altro, o se ha una intuizione fondamentale di base; questo è l’interrogativo a cui bisogna rispondere. Vi è la soluzione secondo cui è stato messo insieme molto materiale con un lavoro di tipo enciclopedico e c’è invece la soluzione secondo cui gli autori hanno costruito una sintesi unitaria su un’idea centrale. Chi ha scritto un Vangelo ha scritto un’opera unitaria mentre Paolo scriveva a seconda delle circostanze e l’elemento della farraginosità può essere presente. La maggior parte degli studiosi della catechesi paolina dicono che Paolo non è un teologo sistematico, ma è un teologo unitario e omogeneo, cioè Paolo ha alcune linee fondamentali attorno a cui costruisce il tutto, oltre ad elementi puramente marginali e contingenti.
Il modello è da intendersi in termini fluttuanti: 1° questi tre autori hanno un modo unitario di vedere la fede; 2° questo modo unitario di vedere la fede e di viverla si esprime in un quadro di affinità elettive; ad esempio il pensiero di Paolo gira attorno al punto focale della creazione, Giovanni attorno al rivelare la verità nascosta e Matteo intorno alla necessità dell’uomo di essere pedagogicamente istradato. Certamente cercando di definire l’intuizione base ed il quadro in cui viene espressa, si fa un’opera soggettiva di percezione e di interpretazione, ben sapendo che in questi autori ci sono tanti altri elementi periferici ed anche contraddittori. Ad esempio in Paolo compare anche una precettistica, ma non si tratta di comandamenti, bensì di esortazioni; è sintomatico che quando Paolo lascia una comunità non la affidi a qualcuno da lui scelto, proprio perché credeva molto alla capacità dello Spirito di suscitare un successore. Non metteva nessun capo, ma quando i leaders emergevano, li riconosceva; ai Corinti diceva: ciascuno ha qualcosa, chi l’esortazione, chi la preghiera.
Bisogna comunque avere coscienza della flessibilità dei modelli, ci sono altri elementi. Anche sui criteri di definizione sociologica della setta occorre distinguere: il gruppo giovanneo era una setta, ma diverso dalla setta qumramita che diceva di amare i figli della luce ed odiare i figli delle tenebre che erano non solo i goim, ma anche i giudei che non appartenevano alla loro setta. Il modello applicato a Matteo è sociologico, della famiglia. Questi modelli sociologici già sono stati applicati teologicamente in tutta la tradizione ebraica, infatti quando si chiama Dio padre nel senso dell’autorità si usa il concetto del pater familias e quando si dice re, il concetto del sovrano assoluto.
I modelli da noi usati sono poveri di articolazioni e vogliono solo cogliere l’anima, sono intuizioni fondamentali.

Canonizzazione Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII

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Incredulità d Tommaso

Incredulità d Tommaso dans immagini sacre 1O21644a

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IL RITRATTO DELLA COMUNITÀ CRISTIANA IN ATTI 2,42-48

http://www.saveriane.it/paginebibliche/nuovotestamento/attidegliapostoli/At%202,42-48%20lungo.doc.

« CON LETIZIA E SEMPLICITÀ DI CUORE »

IL RITRATTO DELLA COMUNITÀ CRISTIANA IN ATTI 2,42-48

42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

12. UNO SGUARDO GENERALE
È il primo dei tre « sommari » o quadri riassuntivi, mediante i quali Luca descrive, in un quadro ideale, la prima comunità cristiana a Gerusalemme. I verbi all’imperfetto e al participio, le costruzioni perifrastiche indicano una situazione stabile, quotidiana. Luca generalizza episodi concreti avuti dalla tradizione, idealizzando il comportamento della comunità di Gerusalemme, perché sia da modello ad ogni futura comunità cristiana .
Appare il tema già accennato dello stare insieme e della concordia (cf. At 1,14; 2,1) e quello della riunione dei salvati apparso nel discorso di Pietro (cf. At 2,21.40.41) Insieme, sono annunciati temi che saranno sviluppati successivamente (cf. At 4,32-35; 5,12-14; 5,42). Approfondiamo qui in particolare il v. 42.
. »Il v. 42 viene generalmente inteso come l’enumerazione dei quattro ‘fondamenti’ della chiesa. Con ogni probabilità ci troviamo di fronte a una ripresa di quelli che sono i ‘tre pilastri del mondo’ secondo la tradizione giudaica: « Il mondo è fondato su tre realtà: la Legge (Torah), il culto (‘Abôdâh) e le opere di misericordia (Gemilut hasadîm) » . La Torah si rivolge allo spirito dell’uomo; la si ricollega a Giacobbe, considerato come l’uomo perfetto, il padre del popolo eletto. Il culto del tempio – e poi la preghiera che sostituisce i sacrifici – riguarda l’anima dell’uomo; è un attributo di Abramo, con riferimento alla sua ospitalità. Nei tre pilastri si riconosce anche l’attivazione delle tre dimensioni dell’uomo: rapporto con se stesso (studio, approfondimento personale), rapporto con Dio (adorazione e ogni forma di culto), rapporto con gli altri e col mondo (apertura agli altri, solidarietà e beneficenza). Il v. 42 presenta una rilettura di questi tre principi fondamentali: l »insegnamento degli apostoli’, che riguarda la persona di Gesù, il suo messaggio e la sua azione, conferma e porta a compimento quello della Torah; le opere di misericordia sono diventate la ‘comunione’ fraterna (la koinonia), mentre il culto, già sdoppiato in sacrifici e preghiere a partire dall’esilio, ora si sviluppa in ‘frazione del pane’ e ‘preghiere’. Il radicamento della comunità nel giudaismo viene ancora una volta sottolineato da Luca, che mette in luce allo stesso tempio le differenze. »

2. COMPOSIZIONE
Ecco il testo in una traduzione letterale e nella sua composizione:
+ 42 Ed erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere.
= 43 E c’era timore in ogni persona, molti miracoli e segni avvenivano attraverso gli apostoli.
44 E tutti i credenti erano nello stesso (luogo) e avevano tutte le cose comuni 45 e vendevano le proprietà e le sostanze e le dividevano tra tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
+ 46 Ogni giorno (erano) perseveranti unanimemente nel tempio, spezzando il pane in ogni casa, prendevano cibo con gioia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio
= e avendo favore presso tutto il popolo. E il Signore aggiungeva ogni giorno al gruppo coloro che erano salvati.
Il testo si compone di tre parti concentriche: A: 42-43; B: 44-45; A’: 46-47.
La prima e l’ultima comprendono due brani paralleli:
42 // 46-47a: in entrambi appare « perseveranti », la « comunione » è espressa da « unanimemente » e da « prendevano cibo con gioia e semplicità di cuore » (46); la « frazione del pane » appare in 42 come sostantivo e in 46 come verbo; le « preghiere » (42) richiamano il « tempio » e « lodando Dio » (46; 47a). Ci sono anche differenze: il v. 42 parla dell’insegnamento degli apostoli, il v. 46 aggiunge il tema della gioia e della semplicità di cuore.
43 // 47b: parlando della reazione del popolo: il timore è frutto della percezione della presenza di Dio nell’agire degli apostoli (46); tutta la comunità riscuote la simpatia del popolo. Il Signore conduce l’azione, aggiungendo alla comunità i salvati.
Il centro (44-45) descrive il risvolto economico della vita comune, tema caro a Luca.
3. At 2,42a: « Erano assidui nell’insegnamento degli apostoli… »

Erano assidui: o partecipavano con perseveranza. La costruzione è perifrastica: verbo essere + participio. Il verbo pros-karterein significa rimanere forte, perseverare, resistere, avere costanza; esprime dunque attaccamento perseverante. Questo verbo si ripete due volte in questi versetti , ed era già apparso in 1,14 . In At in parte il verbo viene usato con il significato del tutto profano di indicare una durata , ma altrove designa l’atteggiamento spirituale della comunità. « L’elemento fondamentale che qualifica la comunità è la perseveranza o fedeltà nell’impegno assunto…. Il verbo… con una risonanza liturgica e cultuale, sottolinea… l’atteggiamento di dedizione costante e impegnata dei convertiti. »
all’insegnamento (didachê) degli apostoli: il termine didachê nella lingua greca significa « insegnamento e dottrina comunicata per mezzo dell’istruzione ». In Atti 2,42 e 5,28 didachê indica l’insegnamento degli apostoli riguardo a Gesù. « Con questa espressione bisogna intendere una realtà differente dalla proclamazione iniziale della buona novella (il kerygma), che ha portato gli ascoltatori alla fede e al battesimo. Si tratta di un’istruzione in profondità dei nuovi cristiani » . « Il contenuto abbraccia la rilettura dei testi biblici alla luce del Cristo, il richiamo degl’insegnamenti di Gesù per guidare le scelte pratiche dei credenti. » « Non si limita dunque all’insegnamento di Gesù che gli apostoli sono chiamati a trasmettere, o alla catechesi della comunità, ma include l’insieme della predicazione apostolica diventata normativa per l’intera chiesa » .
Dal Concilio Vaticano II: La chiesa venera le Scritture
« La Chiesa ha sempre venerato le Divine scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra Liturgia, di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la Sacra tradizione, la chiesa ha sempre considerato e considera le Divine scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, impartiscono immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare, nelle parole dei profeti e degli Apostoli, la voce dello Spirito Santo. E’ necessario dunque che la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura. Nei Libri Sacri infatti, il Padre celeste che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pure e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla Sacra Scrittura ciò che è stato detto: « vivente ed efficace è la parola di Dio » (Eb 4,12), « che ha la forza di edificare e di dare l’eredità tra tutti i santificati » (At 20,32; cf. 1 Tess 2,13). » (Dei Verbum, 21)
« Questo è certo, che quando una comunità… vive respirando Cristo, dimorando nella Parola, attingendo alla sua linfa vitale, diventa un segno trasparente delle realtà eterne, un anticipo dei nuovi cieli e della nuova terra; diventa l’albero rigoglioso che il salmista contempla lungo corsi d’acqua, carico di buoni frutti in ogni stagione, che accoglie alla sua ombra, per ristorarli, molti viandanti esausti. In realtà, chi coltiva assiduamente la Parola, da essa si trova coltivato e diviene un giardino di delizie in cui Dio stesso ama scendere e riposare » (Anna Maria Canopi).

4. At 2,42b: Assidui nell’unione fraterna
1. La comunione o koinonía
Il termine « unione fraterna » traduce la parola greca koinonía. La koinonía è:
- la relazione fraterna: « Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me la destra in segno di comunione… » (Gal 2,9).
- l’aiuto concreto dato ai fratelli e sorelle in difficoltà: »La Macedonia e l’Acaia hanno voluto fare una colletta a favore di poveri che sono nella comunità di Gerusalemme » (Rm 15,26).
- la relazione con Gesù, a cui Dio ci ha chiamati: »Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro! » (1Cor 1,9). « Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1Cor 10,16s).
- frutto dell’annuncio: »Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta. … Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, sia in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato » (1Gv 1,3…7).
La koin?nía avviene grazie allo Spirito Santo: « La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi » (2Cor 13,13).

I Vescovi italiani: Comunità casa e scuola di comunione
Scrivono i Vescovi italiani nel documento per il decennio 2001-2010 « Comunicare il vangelo in un mondo che cambia »:
« Raggiunti dall’amore di Dio « mentre noi eravamo ancora peccatori » (Rm 5,8) siamo condotti ad aprirci alla solidarietà con tutti gli uomini, al desiderio di condividere con loro l’amore misericordioso di Gesù che ci fa vivere. La Chiesa è totalmente orientata alla comunione. Essa è e dev’essere sempre, come ricorda Giovanni Paolo II, « casa e scuola di comunione » (NMI 43). La Chiesa è casa, edificio, dimora ospitale che va costruita mediante l’educazione a una spiritualità di comunione. Questo significa far spazio costantemente al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2). Ma ciò è possibile solo se, consapevoli di essere peccatori perdonati, guardiamo a tutta la comunità come alla comunione di coloro che il Signore santifica ogni giorno. L’altro non sarà più un nemico, né un peccatore da cui separarmi, bensì « uno che mi appartiene ». Con lui potrò rallegrarmi della comune misericordia, potrò condividere gioie e dolori, contraddizioni e speranze. Insieme, saremo a poco a poco spinti ad allargare il cerchio di questa condivisione, a farci annunciatori della gioia e della speranza che insieme abbiamo scoperto nelle nostre vite grazie al Verbo della vita. Soltanto se sarà davvero « casa di comunione », resa salda dal Signore e dalla parola della sua grazia, che ha il potere di edificare (cf. At 20,32), la Chiesa potrà diventare anche « scuola di comunione ». È importante che ciò avvenga: in ogni luogo le nostre comunità sono chiamate a essere segni di unità, promotori di comunione, per additare umilmente ma con convinzione a tutti gli uomini la Gerusalemme celeste, che è al tempo stesso la loro « madre » (Gal 4,26) e la patria verso la quale sono incamminati… (65). Questo nostro cammino avviene sotto lo sguardo di Maria, la madre del Signore, e conta sulla sua intercessione. » (68)
« Ciò che rende felice un’esistenza, è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore e quella della nostra vita. Perché una vita sia bella, non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi possibilità; l’umile dono della propria vita rende felici.. Dio si aspetta che siamo un riflesso della sua presenza, portatori della speranza del Vangelo. Chi risponde a questa chiamata non ignora le proprie fragilità, così custodisce nel suo cuore queste parole di Cristo: « Non temere, continua a fidati! »… Entrando nel terzo millennio, riusciamo a comprendere che, duemila anni fa, Cristo è venuto sulla terra non per creare una nuova religione, ma per offrire ad ogni essere umano una comunione in Dio?… Il Cristo ci chiama, noi poveri del Vangelo, a realizzare la speranza di una comunione e di una pace che si diffonda attorno a noi. Anche il più semplice fra i semplici può riuscirci. Avverti una felicità? Sì, Dio ci vuole felici!… e l’umile dono di sé rende felici ».
(Frère Roger, fondatore di Taizé, Lettera da Taizé 2001)

5. At 2,42c: Erano assidui… nella frazione del pane
La frazione del pane
Nel Giudaismo, ‘frazione del pane’ indica generalmente lo spezzare il pane (e la benedizione), con la quale il padre di famiglia dà inizio al pasto. In Luca l’espressione indica (esprimendo la parte per il tutto) la celebrazione eucaristica. , a carattere domestico (« nelle case » At 2,46). « Il termine ‘frazione del pane’, anche se al primo momento richiama il rito sacramentale, in realtà sottolinea l’aspetto di compartecipazione nell’unità, che caratterizza la celebrazione cristiana; dato che anche la vita quotidiana della comunità rispecchiava, secondo Luca, questa unità e questa comunione. Nella linea di pensiero ereditata dagli Ebrei, i cristiani hanno certamente visto nella frazione del pane il simbolo dell’unità cercata da Cristo riunendo i fedeli » .
Un gesto che fa memoria
Spezzando il pane ai figli, il padre e la madre esprimono la sollecitudine per loro. Spezzando il pane per i discepoli, Gesù dice parole che nessuno avrebbe potuto immaginare. « Prendete e mangiate: questo è il mio corpo… » (Lc 22,19p). Una vita può essere un pane? Non ci bastava dunque il pane che già c’era, maturato nei campi, macinato nei mulini, cotto nei forni? Quale pane ancora? Perché il Signore aveva inventato questo gesto?
I discepoli l’hanno compreso dopo la resurrezione, grazie al dono dello Spirito. Gesù ha lasciato il segno di ciò che stava per accadere: la sua vita spezzata per la vita di tutti. L’alleanza nuova celebrata nel suo sangue. L’eucaristia non è solo un segno, ma sacramento, presenza reale di Cristo attraverso e al di là dei segni. L’Eucaristia, a differenza del cibo ordinario che noi trasformiamo in noi stessi, ci assimila a Gesù. Comunicandoci davvero, dovremmo poter dire con Paolo: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20). E come unico pane condiviso, l’eucaristia ci cementa fra di noi, come corpo di Cristo. Sulla mano ci viene deposto Cristo nel sacramento del pane, ma anche ogni mio fratello e sorella. Per questo non posso comunicarmi escludendo qualcuno.

Dall’insegnamento della Chiesa: Diventare eucaristia
« Frutto di questa esistenza eucaristica quotidiana sono la fiducia, la libertà di spirito, l’impegno sereno a capire sempre più la realtà, il dialogo, la competenza sul lavoro, la gratuità, il perdono, la dedizione nei rapporti interpersonali, la verità verso se stessi. E’ questo modo di interpretare l’esistenza e di viverla che inserisce l’eucaristia nella vita e trasforma la vita in un permanente rendimento di grazie. » (Doc. Eucarestia, Comunione e Comunità, n. 63).

« Ricordate Oscar Romero? Un attimo prima che venisse ammazzato disse: qui, in questo calice, c’è del vino che attende di diventare sangue. E si abbatté su di lui una scarica di mitragliatrice. Roger Garaudy diceva ai cristiani: Cristo è nel pane. Però ricordate che i discepoli lo riconobbero allo spezzare del pane. Se non c’è frantumazione del nostro pane, della nostra ricchezza, del nostro tempo, difficilmente i discepoli lo riconoscono. (…). Il frutto dell’eucaristia dovrebbe essere la condivisione dei beni… Le nostre eucaristie dovrebbero essere delle esplosioni che ci scaraventano lontano e, invece, il Signore dopo cinque minuti ci rivede ancora lì dinanzi all’altare. (…) Chi si comunica dovrebbe farsi commensale di ogni uomo. (…).
(don Tonino Bello)

6. At 2,42d: « Erano assidui … nelle preghiere »
Erano assidui: cf At 6,4: « Noi invece, ci dedicheremo (= saremo assidui) alla preghiera e al servizio della Parola ». Nel Nuovo Testamento, spesso si collega l’assiduità, la perseveranza, alla preghiera:
 » « Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui » (At 12,5).
 » « Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera… » (Rm 12,12);
 » « Perseverate nella preghiera » (Col 4,2; cf. Lc 11,1-13; 18,1-8);
 » « Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiera e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi… ».
nelle preghiere: con « le preghiere » (al plurale), Luca si riferisce probabilmente alle preghiere fatte ad ora fissa (tre volte al giorno), secondo l’uso giudaico. In At 2,46 si dice: « Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio » e poco dopo, in 3,1 si dice che « Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio ». Possiamo supporre che i credenti recitavano i salmi, ma anche cantici e suppliche proprie, quali il Padre nostro. La comunità primitiva sembra aver praticato abitualmente la preghiera in comune, sia nel culto (cf. anche 1Cor 11,4s; 14,13-16.26) che in ambito più ristretto: « Pietro si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera » (At 12,12). Luca evidenzia come tutti i momenti importanti della vita di Gesù, dei suoi discepoli e della comunità sono segnati dalla preghiera; tutte le decisioni importanti sono prese nella preghiera. Come è stato per Gesù , cosi è per la comunità .

Un Padre della Chiesa: La preghiera
« La preghiera è comunione con Dio e ci rende una cosa sola con lui… La preghiera non è un atteggiamento esteriore, ma viene dal cuore; non è limitata a ore o tempi determinati, ma si attua ininterrottamente di giorno e di notte. Non basta infatti dirigere prontamente il pensiero a Dio solo nei momenti dedicati alla preghiera; ma anche quando si è impegnati in altre occupazioni, come l’assistenza ai poveri o altri doveri e opere che arrechino aiuto alle persone, è necessario mettervi dentro il desiderio e la memoria di Dio, perché queste occupazioni, rese gustose col sale dell’amore di Dio, diventino per il Signore un cibo piacevolissimo… La preghiera è la gioia del cuore e la pace dell’anima »
(Giovanni Crisostomo, + 407).

« Certo, nelle nostre giornate, esistono minuti particolarmente nobili e preziosi, quelli della preghiera e dei sacramenti. Se non esistessero questi momenti di contatto più efficienti e più espliciti, l’afflusso dell’Onnipresenza divina e la coscienza che ne abbiamo diminuirebbero ben presto; e giungerebbe il momento in cui la nostra più attiva diligenza umana, senza essere assolutamente perduta per il Mondo, sarebbe per noi priva di Dio. Ma, concessa gelosamente una parte alle relazioni con Dio, incontrato, osiamo dire, « allo stato puro » (e cioè in quanto Essere distinto da tutti gli elementi di questo Mondo), come temere che l’occupazione più banale, più assorbente, nonché quella più attraente, ci costringa ad uscire da Lui? Ripetiamolo: per opera della Creazione, e soprattutto dell’Incarnazione, niente è profano, quaggiù, per chi sa vedere. Anzi, tutto è sacro per chi distingue, in ogni creatura, la particella di essere eletto sottoposta all’attrazione di Cristo in via di consumazione. (…) Mai, in nessun caso, « sia che mangiate, sia che beviate », … acconsentite a fare alcuna cosa senza averne riconosciuto prima, e senza ricercarne poi, fino in fondo, il significato e il valore costruttivo in Cristo Yesu. (…) Dalle mani che la impastano fino a quelle che la consacrano, la grande Ostia universale dovrebbe essere preparata e maneggiata solo con adorazione.
Teilhard de Chardin, L’ambiente divino, pp. 53ss

27 APRILE 2014 | 2A DOMENICA DI PASQUA : « PERCHÉ MI HAI VEDUTO, TOMMASO, HAI CREDUTO… »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/4-Pasqua-A-2014/Omelie/02-Domenica-Pasqua-2014/12-2a-Domenica-A-2014-SC.htm

27 APRILE 2014 | 2A DOMENICA DI PASQUA A | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« PERCHÉ MI HAI VEDUTO, TOMMASO, HAI CREDUTO… »

« Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale, che vi faccia crescere verso la salvezza » (1 Pt 2,2).
Con queste parole, piene di gioia per il prodigio della nuova vita che si moltiplica in virtù del Battesimo in tanti nuovi figli della Chiesa, si inizia la Liturgia di questa seconda Domenica di Pasqua. Però è chiaro che esse sono indirizzate a tutti i credenti, che devono ugualmente sentirsi come « bambini appena nati », in quanto coinvolti anch’essi in quel prodigio di totale « novità » che è la risurrezione di Cristo. È quanto cantiamo in un bellissimo Prefazio pasquale (II): « Per mezzo di lui rinascono a vita nuova i figli della luce… In lui morto è redenta la nostra morte, in lui risorto tutta la vita risorge ».

La « novità » della vita cristiana
È in questa luce, credo, che si deve interpretare la prima lettura che ci descrive, in uno di quei rapidi « sommari » che sono caratteristici del libro degli Atti (2,42-47; 4,32-35; 5,12-16), la vita veramente « singolare » dei primi cristiani di Gerusalemme dopo la discesa dello Spirito Santo. Lo sfondo liturgico qui non è, perciò, propriamente pasquale ma pentecostale, anche se è vero che la Pentecoste è il perfezionamento della Pasqua perché lo « Spirito » è il dono del Risorto, come ci dirà anche il brano del Vangelo odierno. Rimane, comunque, il fatto di quella radicale « novità » di vita dei primi cristiani, che si può spiegare solo come un prodigio di autentica partecipazione al mistero di « risurrezione » del Signore.
« I fratelli erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti in letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo » (At 2,42.44-47).
I primi cristiani vivono davvero una vita da « risorti », che rappresenta come una rottura con la vita precedente e con quella dell’ambiente sociale e religioso che li circonda. Sembra che siano « cittadini » di un altro « mondo », precisamente quello che Cristo ha inaugurato risorgendo dai morti!
La caratteristica più singolare di questo nuovo mondo è l’ »unione » degli spiriti, che si manifesta nei segni di una carità senza limiti: si arriva perfino a mettere « in comune » le proprie sostanze, per aiutare chi ne aveva bisogno. Lo scopo, infatti, della vendita dei propri beni non era tanto quello del distacco, quanto della « condivisione »; un traguardo più alto, dunque, della semplice pratica della povertà, sia di spirito che effettiva, pur essa insegnata ripetutamente da Cristo (cf Mt 5,3; 2 Cor 8,9; ecc.).
Non siamo perciò davanti a uno schema di organizzazione economica, dettata da certi fini sociali da raggiungere: siamo, invece, davanti a una esperienza « religiosa » profonda, che ha inteso trasferire e incarnare l’impulso della fede nella totalità dei rapporti umani. Se condividiamo la stessa fede, perché non « condividere » anche i beni che la fortuna o la Provvidenza ha dato a me più abbondantemente che a un altro?
È per questo che l’Autore degli Atti ha qui adoperato un termine, « koinonía » (v. 42), che, pur riferendosi immediatamente alla « messa in comune » dei beni (koiná: v. 44), a nostro parere ha un significato molto più ampio: quello cioè di « comunione spirituale » o « unione fraterna », come molto bene ha tradotto la Bibbia della C.E.I. Senza questa « fraternità » nell’amore, infatti, il gesto coraggioso di quei primi cristiani non avrebbe avuto nessuna giustificazione: neppure quella economica, che di fatto, come sappiamo anche da altre testimonianze (cf At 11,29-30), non ebbe nessuna incidenza nel risolvere lo stato di pauperismo cronico della Chiesa di Gerusalemme.
D’altra parte, questo era solo uno degli « elementi » relativi allo stile di « vita nuova » di quei primi cristiani. C’erano altri elementi, e non di minore importanza, che servivano a cementare gli spiriti e ad aprirli gli uni agli altri in un respiro di commovente « ecclesialità »: ed erano l’assiduità dell’ »insegnamento degli Apostoli », la liturgia eucaristica (« frazione del pane »), il bisogno di ritrovarsi insieme in particolari momenti e luoghi di « preghiera » (cf At 1,14.24; 4,24-30; 12,5; ecc.).
Tutto questo creava un clima di sorpresa e di ammirazione negli altri, che erano costretti a domandarsi il « perché » di questo comportamento completamente diverso: l’esperienza della « risurrezione » diventava, così, contagiosa e si comunicava anche agli estranei.

« Gesù si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi »"
Infatti, per credere al Cristo risorto, più che vederlo personalmente, è necessario sperimentarlo nella testimonianza di vita di quelli che si dicono suoi discepoli.
Mi sembra che sia proprio questo il messaggio più alto del brano evangelico, che si conclude con due appelli urgenti alla fede.
Il primo contiene le parole di Gesù a Tommaso, chiamato Didimo (cioè il « gemello »), che voleva a tutti i costi toccare con mano il Risorto: « Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno » (Gv 20,29). Il secondo ci riferisce la conclusione, che san Giovanni pone a termine del suo libro: « Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome » (20,30-31). La « fede » passa dunque per la mediazione dell’Apostolo che ha « visto » per noi e si fa garante, con la sua vita di uomo nuovo e diverso, che Cristo è « davvero risuscitato dai morti » (cf Lc 24,34).
Il brano di Vangelo consta di due parti nettamente distinte e, nello stesso tempo, intimamente collegate fra di loro per l’identico clima pasquale che le avvolge.
Nella prima parte si descrive l’apparizione di Gesù, il giorno stesso di Pasqua, ai suoi Apostoli (Gv 20,19-23).
È certo che san Giovanni è interessato a dire ai lettori del suo Vangelo che il Cristo risorto non è « diverso » dal Gesù che gli uomini hanno appeso al legno della croce: per questo egli mostra spontaneamente agli Apostoli « le mani e il costato » (v. 20). Addirittura inviterà poi Tommaso, assente in quel momento, e che aveva lanciato la sfida dell’incredulità, qualora non avesse potuto verificare con i propri occhi la nuova realtà del Risorto (v. 25), ad affondare la mano nell’ampia ferita del costato (v. 27). Soltanto sono « diverse » le modalità del suo nuovo modo di esistere, e perciò può entrare anche « a porte chiuse » (v. 19) nel luogo del cenacolo.
Ma quello che a san Giovanni interessa soprattutto dimostrare è che il Cristo risorto è veramente il « Signore della vita », perché dona ai suoi i « pegni » di questa nuova vita in cui lui è già introdotto e alla quale, soltanto adesso, i suoi possono avere accesso: la « pace » e il dono dello « Spirito ».
Non è perciò semplicemente un saluto quello che Gesù rivolge per ben due volte ai suoi Apostoli: « Pace a voi! » (vv. 19.21), e poi ripeterà a loro quando sarà presente Tommaso (v. 26). Questo si capisce anche meglio, se si tiene conto della annotazione di Giovanni circa il « timore » dei discepoli, che tengono ben serrate le « porte del luogo dove si trovavano » (v. 19).
Il « timore » denota uno stato di insicurezza e di apprensione per qualche pericolo che ci possa incombere: colui che teme non si è ancora staccato da se stesso per affidarsi esclusivamente a Dio. Solo il Cristo che risorge dai morti può comunicare ai suoi la certezza che Dio è più potente delle nostre debolezze, della paura stessa della morte. La « pace » perciò è il primo dono del Risorto, come del resto egli stesso aveva promesso nei suoi discorsi di addio: « Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27).
La « pace » diventa così la pienezza dei beni salvifici, con la sicurezza che ormai il credente è liberato da tutte le paure delle cose, degli altri uomini e perfino di se stesso: con il Cristo risorto dai morti egli ha vinto tutte le « potenze » ostili, che minacciano costantemente la nostra serenità interiore e anche i nostri rapporti di convivenza civile. E Dio sa se ancor oggi, un po’ dovunque, c’è bisogno per tutti noi del dono della « pace »! È per questo che la Pasqua non finisce mai di essere attuale.

« Ricevete lo Spirito Santo »
E accanto alla « pace » il dono dello « Spirito », in quanto segno e frutto, nello stesso tempo, della nuova « creazione » inaugurata dal Cristo risorto.
È significativo, infatti, il gesto di « alitare » sugli Apostoli: nella linea della simbologia biblica esprime l’idea di una « creazione » rinnovata. Anche per la formazione di Adamo, plasmato dalla polvere del suolo, si dice che Dio « alitò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente » (Gn 2,7). Così pure nella grande visione del capitolo 37 di Ezechiele il Signore dice: « Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano » (37,9). Non si dimentichi che in ebraico il termine rùach può significare sia « alito » che « spirito ».
Inoltre lo Spirito, che qui viene donato, è in ordine alla « remissione » dei peccati: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (vv. 22-23). Ciò che guasta l’uomo e l’ordine della creazione è precisamente il « peccato », per mezzo del quale anche « la morte è entrata nel mondo » (cf Rm 5,12). Con il dono dello Spirito il Risorto intende mettere a disposizione degli uomini, da lui redenti, una forza di « santificazione » e di rinnovazione permanente: purtroppo il conflitto fra il bene e il male continuerà nel loro cuore, ma ormai la comunità cristiana ha in se stessa la capacità di riscattarsi dal male e di risorgere a nuova vita mediante il « potere » della remissione dei peccati che il Risorto ha affidato alla sua Chiesa.

« Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani »
Nella seconda parte del brano evangelico si descrive una seconda apparizione di Gesù agli Undici, provocata proprio dalla incredulità di Tommaso al racconto degli altri Apostoli (vv. 26-29).
È la risposta di Gesù alla sfida di Tommaso: non però in termini di contro-sfida, ma di amore e di benevolenza.
In fin dei conti, Tommaso è il simbolo di tutti gli uomini, e perciò anche di noi, che proviamo enorme difficoltà a credere e confondiamo talora la fede con una deduzione di carattere scientifico o con una prova di evidenza. La fede, invece, è sempre un « rischio » che solo la docilità del cuore e l’umiltà della intelligenza permettono di affrontare e di superare: è la capacità di credere che Dio è « più grande del nostro cuore » (cf 1 Gv 3,20) e di tutti i nostri ragionamenti. Se egli ci si offre e ci si manifesta, come fece Gesù con i suoi Apostoli, non è né per strabiliarci né per umiliarci, ma per parteciparci la sua gloria. Si tratta dunque di un gesto di amore!
E proprio perché gesto di amore, è offensivo chiedere a Dio i « segni » della sua credibilità. È il senso del rimprovero di Gesù a Tommaso: « Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno » (v. 29). Tutta la « beatitudine » è credere « senza aver visto », senza chiedere a Dio più di quello che già ci ha dato in Cristo, morto e risorto per noi: oltre tutto, più di questo egli non potrebbe fare! Il credere, in queste condizioni, significa che già la grazia di Dio opera in noi e che noi siamo disposti a lasciarci guidare dove a lui piacerà.
È il senso della confessione di Tommaso: « Mio Signore e mio Dio » (v. 28), che esprime una adesione di fede, ma più ancora un affidamento radicale a Cristo perché sia ora e sempre il vero « Signore » della sua vita.

Ed è anche il senso del bellissimo brano della seconda lettura, in cui san Pietro esorta i primi cristiani a vivere nella « gioia », pur essendo provati da sofferenze e persecuzioni di ogni genere, perché il Cristo risorto dà loro fiducia e speranza, anche se essi non lo hanno visto: « Voi lo amate, pur senza averlo visto; ed ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime » (1 Pt 1,8).

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 avril, 2014 |Pas de commentaires »

I discepoli di Emmaus

I discepoli di Emmaus dans immagini sacre icona01

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Publié dans:immagini sacre |on 24 avril, 2014 |Pas de commentaires »
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