4A DOMENICA A | QUARESIMA – OMELIA : « VA’ A LAVARTI NELLA PISCINA DI SILOE »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/3-QuaresimaA-2014/Omelie-Quaresima/04-Dom-Quaresima-A-2014/12-4a-Domenica-A-2014-SC.htm

30 MARZO 2014 | 4A DOMENICA A | QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« VA’ A LAVARTI NELLA PISCINA DI SILOE »

L’episodio del cieco nato è uno dei più vivaci fra quelli descrittici da san Giovanni; nello stesso tempo, però, è pieno di drammaticità perché intende simboleggiare lo stato di cecità in cui si trovano gli uomini, se Dio non viene incontro per aprir loro gli occhi e farli vedere. Ciò nonostante, ci saranno sempre dei « ciechi » che neppure Dio può guarire, perché non hanno consapevolezza di essere ciechi: anzi, presumono di vederci fin troppo bene!

È il peccato irremissibile dei farisei, su cui con molto tristezza si chiude l’odierno brano evangelico: « Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: « Noi vediamo », il vostro peccato rimane » (Gv 9,41).
Non è perciò il tema della « luce » che qui viene proposto, come abbiamo visto in altre Domeniche, ma il « contrasto » fra la luce e le tenebre che si fanno implacabile lotta fra di loro, come viene già accennato nel prologo del Vangelo: « La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta » (1,5).
« Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore »
E questo contrasto non è soltanto degli inizi della vita cristiana quando, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, eravamo « tenebre » e per il Battesimo siamo diventati « luce nel Signore » (Ef 5,8), ma è un fatto permanente e si estende ad ogni momento della nostra esistenza.
Di qui il suo invito a comportarci « come figli della luce » e a « fugare le opere delle tenebre », denunciandole e condannandole dovunque si trovino e da chiunque siano fatte (Ef 5,8-11).
Il contrasto fra luce e tenebre in tal maniera si allarga, perché abbraccia anche la « denuncia » delle opere « tenebrose », che il più delle volte vengono programmate ed eseguite proprio nella clandestinità, « in segreto » (v. 12), sia per timore della pubblica condanna, sia per agire indisturbatamente e compiere maggiori disastri.
Se le cose stanno così, si allarga però anche la responsabilità dei cristiani, ai quali non basterà più essere personalmente, con le loro opere, i « testimoni » della luce, ma dovranno anche essere voce « profetica » che denuncia senza paura le iniquità del mondo, soprattutto quando venissero ammantate con le apparenti motivazioni della bontà, della convenienza, della necessità, dell’arte e perfino del progresso. Si pensi a certe libertà sessuali, a certi spettacoli, alla legalizzazione dell’aborto, a certe violenze, a certi cattivanti schemi politici, ecc.
D’altra parte, il cristiano non può sottrarsi a questo servizio, indubbiamente scomodo e necessariamente anche polemico, di annunciatore e testimone della « luce ». Dovrebbe rinunciare al suo Battesimo, che è essenzialmente una chiamata alla luce, anzi, una specie di « risurrezione » da morte a vita per camminare nella luce, come ci ricorda la finale del brano paolino: « Per questo sta scritto: « Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà »" (v. 14).Pur contenendo vaghi riecheggiamenti ad Isaia (60,1 e 26,19), questa citazione è quasi certamente ripresa da un antico inno cristiano che doveva essere utilizzato nella Liturgia battesimale. A imitazione di Cristo, i discepoli fanno nel Battesimo un’esperienza di passaggio dalla morte alla vita e « dalle tenebre alla luce »: esperienza che deve essere testimoniata lungo tutta la loro esistenza, così come è avvenuto per Cristo che, una volta « risuscitato dai morti, non muore più » (Rm 6,9).
« Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita… »
Ma vediamo di esaminare un po’ meglio, sia pure per rapidi tratti, il lunghissimo brano evangelico, descrittoci con toni altamente drammatici da Giovanni.
Letterariamente è una composizione perfetta, con una progressione molto calibrata di affetti e di sentimenti, di reazioni e di contrasti. Prima si descrive il miracolo del cieco nato, fatto con estrema sobrietà: « Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita… sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: « Va’ a lavarti nella piscina di Siloe (che significa ‘Inviato’) ». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva » (9,1.6-7).
La domanda degli Apostoli sulla eventuale colpa di quella situazione di cecità serve più che altro a richiamare l’attenzione sulla « manifestazione » della gloria di Dio nel gesto di bontà e di potenza che Gesù sta per compiere (vv. 2-3).
Quindi seguono in rapida successione diversi interrogatori, tendenti a decifrare, più che la stessa oggettività, il « significato » del segno operato da Cristo: il cieco viene prima interrogato dalla folla (vv. 8-12), quindi dai farisei (vv. 13-17); segue l’interrogatorio dei genitori (vv. 18-23), e ancora una volta dello stesso cieco nato (vv. 24-34). La scena si conclude con l’incontro del cieco con il suo guaritore e con la confessione di fede: « Io credo, Signore! », a cui segue un commento molto amaro di Gesù (vv. 35-41).
Tutto il racconto è disposto in modo da far emergere due atteggiamenti antitetici davanti al medesimo fatto: l’atteggiamento del cieco nato, che lentamente arriva alla « illuminazione » totale, che non è quella fisica soltanto, ma soprattutto quella spirituale; l’atteggiamento dei farisei e di quelli che più generalmente Giovanni chiama i « Giudei », i quali si ostinano, nonostante le reiterate affermazioni della veridicità del fatto, a negarne l’evidenza e a riconoscervi il segno della presenza del divino. Mentre il cieco, « desideroso » di vedere, ottiene la luce, i pretesi « veggenti », che si illudono di sapere tutto su Dio e la sua legge (« Noi siamo discepoli di Mosè! »: v. 28), diventano ciechi!
In tutto questo, come vedremo, si esprime il « giudizio » di Dio sulle intenzioni più segrete degli uomini.

La fede come « luce »
Nell’atteggiamento del cieco nato san Giovanni intende descrivere il normale itinerario di fede del cristiano con tutte le sue asperità, apparenti assurdità e contraddizioni. Si pensi semplicemente a quello strano gesto di Gesù di spalmargli gli occhi con il fango fatto con la saliva: in fin dei conti, dal punto di vista igienico, poteva essere proprio quello il modo di far perdere la vista a chi l’aveva! Eppure il cieco crede, va alla piscina di Siloe a lavarsi e ci « vede ».
Quasi certamente qui c’è un rimando all’episodio della guarigione dalla lebbra di Naaman il Siro ottenuta mediante l’immersione per sette volte nelle acque del Giordano (2 Re 5). Non è che l’acqua, o di Siloe o del Giordano, sia prodigiosa: è la fede nella parola di Dio o del Profeta che la rende tale!
La fede non solo accetta l’incredibile, ma vince tutte le ostilità e la falsa logica degli uomini. Il cieco nato si trova tutti contro: persino i genitori, che pure conoscevano benissimo la sua condizione, hanno paura di compromettersi davanti ai Giudei (v. 22) e rimettono ogni responsabilità al figlio: « Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso » (vv. 20.21).
Tutte le difficoltà vengono sollevate per indurlo a negare quella che, per lui, era l’evidenza: « Allora alcuni dei farisei dicevano: « Quest’uomo non viene da Dio perché non osserva il sabato ». Altri dicevano: « Come può un peccatore compiere tali prodigi? »… « Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore »" (vv. 16.24).
Come si vede, la lotta non è intorno a un fatto, a cui in fin dei conti si poteva sempre dare una qualche spiegazione, quanto attorno a Gesù: è lui che dà fastidio, è lui che crea « dissensi » (v. 16), è lui che obbliga a prendere posizione. Non si tratta di essere per il miracolo o contro il miracolo, ma « per » Cristo o « contro » Cristo, con tutte le conseguenze che l’accettare Cristo comporta.
Ma anche tutte le difficoltà vengono puntualmente dissolte dal cieco che era stato guarito, senza grandi disquisizioni o sottili ragionamenti, ma con la chiarezza delle cose semplici le quali, appunto perché tali, forse non vengono prese in considerazione dai così detti « sapienti », che potrebbero essere anche i teologi di ieri e di oggi! « Allora lo insultarono e gli dissero: « Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia ». Rispose loro quell’uomo: « Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla »" (vv. 28-33).
È interessante anche notare il progressivo « chiarificarsi » della fede del cieco nato: facendo riferimento a Gesù nei successivi interrogatori che gli vengono fatti, da principio egli è per lui semplicemente « quell’uomo che si chiama Gesù » (v. 11), quindi « un profeta » (v. 17), inviato « da Dio » (v. 33). Infine, nell’incontro a solo con lui, lo confessa come « Signore »: « Gesù, saputo che l’avevano cacciato via, e incontratolo gli disse: « Tu credi nel Figlio dell’uomo? ». Egli rispose: « E chi è, Signore, perché io creda in lui? ». Gli disse Gesù: « Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui ». Ed egli disse: « Io credo, Signore! ». E gli si prostrò innanzi » (vv. 35-38).
A questo punto la fede è completa: il cieco nato finalmente « vede » in senso totale, perché non solo ha riacquistato la vista fisica, ma soprattutto perché è capace di cogliere in « quell’uomo che si chiama Gesù » una dimensione divina, non percepibile all’occhio della pura e semplice intelligenza: « il Signore » della gloria, il « Figlio dell’uomo » che giudicherà il mondo, secondo la profezia di Daniele (7,13-14).

« Io sono venuto in questo mondo per giudicare… »
Per i Giudei, invece, Gesù rimane semplicemente « un peccatore » (v. 24), che ha violato il sabato perché « aveva fatto del fango e aveva aperto gli occhi a un cieco » (v. 14); di lui « non si sa di dove sia » (v. 29), e perciò non può venire da Dio. Essi non riescono a vedere quello che vede il cieco nato, perché non si sottopongono al « giudizio » di Dio che scardina i ragionamenti umani e può rivelarsi come a lui piace. Forse che è indegno di Dio rendere la vista ad un cieco, anche se di sabato? Non è forse il « sabato » il giorno del Signore per eccellenza, in cui egli può manifestare anche più potentemente la sua benevolenza verso gli uomini?
I « ciechi » veri sono perciò i Giudei che non riescono a vedere la presenza di Dio in Cristo, e lo respingono addirittura come « peccatore ».
E non riescono perché non vogliono: perciò la loro cecità è colpevole. In questo c’è già un « giudizio » di condanna da parte di Dio. È quanto Gesù afferma a conclusione di tutto l’episodio, mettendo in evidenza il dramma che si svolge nel cuore di ogni uomo di fronte a lui: « Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi » (v. 39).
Abbiamo qui l’eco di una frase di Gesù all’inizio del racconto: « Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo » (v. 5). E precedentemente aveva anche detto: « Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » (8,12). Davanti alla luce basta aprire gli occhi per vedere e lasciarsi immergere nella luminosità. Soltanto chi chiude gli occhi rimane nelle tenebre; ma la colpa è tutta sua. E questa è precisamente la condanna, « il giudizio » che egli, più che Dio, pronuncia su se stesso.

Il Battesimo come « illuminazione »
Tutti gli studiosi riconoscono che in questo brano Giovanni, oltre che descriverci un fatto realmente accaduto, ci vuole istruire sugli effetti del Battesimo nella vita del cristiano: come nella fontana di Siloe il cieco ha riacquistato la vista, così il cristiano riceve nelle acque del Battesimo la sua « illuminazione », per cui accetta e confessa Cristo come « Figlio di Dio » e « Signore », e considera tutte le cose e il senso stesso della vita in un’altra luce.
Già la Lettera agli Ebrei presenta il Battesimo come « illuminazione » (6,4; 10,32; cf Ef 5,14). La tematica è ripresa ampiamente dai Padri, fra i quali ci piace citare Clemente Alessandrino: « Battezzati, noi siamo illuminati e diventiamo figli di Dio, riceviamo un dono perfetto e possediamo l’immortalità… Noi, i battezzati, liberati dai peccati, la cui oscurità faceva ostacolo allo Spirito Santo, abbiamo l’occhio dello spirito libero, trasparente, luminoso… ».1
Anche il nome della piscina, in cui è avvenuta la guarigione del cieco, è significativo per Giovanni. « Siloe », infatti, in ebraico vuol dire « inviato » (v. 7), che l’Evangelista evidentemente riferisce a Cristo qual Messia, « inviato » dal Padre: non è l’acqua che guarisce, ma Cristo! In realtà, però, la forma ebraica è più attiva che passiva: non colui che è inviato, ma « colui che invia » (con evidente riferimento al canale che alimentava la fontana di Siloe). E anche Cristo è « colui che invia » i suoi discepoli ad « annunciarlo » al mondo!
Il Battesimo è una grande « illuminazione », che non possiamo però tenere per noi: esso ci « invia » a tutti gli uomini, per partecipare anche a loro un po’ della nostra luce, perché anch’essi imparino a vedere gli altri uomini, le cose, gli avvenimenti, con gli « occhi » stessi di Dio, cioè con gli occhi della fede.
Perché rimane sempre vero quello che leggiamo nella prima lettura, che ci descrive l’elezione di Davide a re d’Israele: « L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore » (1 Sam 16,7).

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 28 mars, 2014 |Pas de Commentaires »

Vous pouvez laisser une réponse.

Laisser un commentaire

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01