LECTIO DIVINA DI ESODO 17, 3-7

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INTRODUZIONE ALLA LECTIO DIVINA DI ESODO 17, 3-7

III SETTIMANA DI QUARESIMA /A

3 In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. 4 Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: “Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. 5 Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e và! 6 Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7 Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”.

“Il libro dell’Esodo è il cuore dell’A.T., il libro che è l’annuncio, il kerigma sul Signore, Dio unico, che ha eletto Israele, lo ha salvato dalla casa della schiavitù e si è legato ad esso attraverso l’alleanza del Sinai. Ciò che il Vangelo è per il Nuovo Testamento, l’Esodo lo è per l’Antico, ma senza di esso non sarebbe possibile comprendere l’esodo messianico definitivo operato da Gesù, il Figlio di Dio. … Siamo dunque di fronte al libro centrale per la Fede degli Ebrei, essenziale fondamento al compimento cristiano”.[1] L’Esodo è imperniato su due grandi temi narrativi: l’ uscita dall’Egitto, cioè appunto l’esodo (capp. 1-15,21) e l’alleanza del Sinai (19-40). In mezzo ci viene raccontata la marcia degli Ebrei nel deserto (15,22-18). E’ proprio in questa sezione di transizione che si colloca il nostro brano. Il deserto è il luogo per eccellenza della tentazione e del bisogno, della fame, della sete, della solitudine. E’ ovvio che gli Ebrei nella lunga traversata abbiano sentito la sete, e non certo una sola volta. Già in Esodo 15, 22-27 il popolo aveva mormorato contro Mosé per lo stesso motivo. Lì la situazione era proprio paradossale, perché davanti al popolo stava una distesa d’acqua amara, che infatti si chiamava Mara (in ebraico mar, amara, amarezza). Anche lì l’aiuto del Signore, invocato da Mosé, non si fece attendere e, con un legno gettato nell’acqua, essa divenne dolce. Ma perché chiedere l’acqua equivale a tentare il Signore? Non è solo una naturale richiesta di soddisfare un bisogno legittimo?
Evidentemente no, se in seguito a questo episodio il luogo prese il nome di Massa, cioè prova e Meriba, che significa contestazione[2]. La richiesta dell’acqua è la richiesta del segno visibile di una presenza: se la manna non era poi un segno così eloquente neanche per gli Ebrei, tanto che l’etimologia popolare riconduce il termine manna all’ espressione ”che è?”(Man hu’), di fronte all’acqua non ci sono dubbi. L’acqua è vita, ristoro, riposo. La Bibbia “nuota” in un mare di acqua di salvezza, anche se l’acqua può avere anche valenza negativa (pensiamo al Diluvio) La sola parola “acqua” la troviamo 582 volte nel Primo Testamento! [3]. La richiesta dell’acqua, come chiarisce il brano alla fine, è il bisogno del popolo di sapere che non è solo, che il Signore non lo ha abbandonato, che è ancora lì presente, è sempre l’Emmanuele. L’acqua dice che la relazione non è interrotta, che quel Dio non è l’Essere lontano e separato della filosofia occidentale, ma è il Dio della relazione, l’ESSERE CON, il Signore che di fronte alle folle stanche e affamate spezza pane che si moltiplica, perché si commuove, come una madre di fronte al figlio.
La sete d’acqua è in fondo sete di cielo. Non viene forse dal cielo l’acqua? Sarà per questo che l’ebraico sorride con tanti suggestivi giochi di corrispondenze, forse casuali, forse no: fra cielo (Samàijm) e acqua (Màjim); fra gola e anima (un’unica parola le dice entrambe: nefesh); fra occhio e pozzo (tutti e due sono detti ‘àjin). A proposito di quest’ultimo vocabolo, la connessione è molto forte. Il pozzo infatti (inteso come fonte d’acqua viva e non come cisterna) è considerato l’occhio del cielo, perché il cielo vi si rispecchia e ne viene accolto[4].
Un’ultima riflessione sugli altri due simboli presenti nel testo: il bastone e la roccia.
Il bastone può richiamare la guida rassicurante del pastore ma anche l’odiosità del potere che sottomette e schiavizza. Così il rabbi Rashi (XI sec.) spiega l’espressione con cui hai percosso il Nilo del v 5: “E’ stata aggiunta perché gli ebrei ritenevano che la verga non fosse destinata che alla punizione; con essa infatti furono colpiti il Faraone, l’Egitto, ed eseguite diverse piaghe in Egitto e presso il Mar Rosso, perché ha precisato: ‘Con la quale hai colpito il fiume, affinché vedano che questa serve anche per una cosa buona’ “.
La roccia può essere segno di sterilità, asprezza, immagine dell’ostilità della natura, da cui pure Dio ricava l’acqua vitale. E’ la chiave di lettura dei Salmi 78,15-16 e 105,41 o di Sap 11,4. Alcuni rabbini, invece, intesero la roccia come segno dell’amore di Dio che seguiva gli Israeliti nel deserto: cogliamo un’eco di questa tradizione in Paolo, 1 Cor 10, 4: …tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. D’altronde sono molti i salmi in cui Dio stesso è chiamato roccia.
Non stupiamoci della diversità e talvolta contraddittorietà di tutte queste interpretazioni: accettiamone la ricchezza, senza smarrirci. I rabbini dicono che ogni Parola della Scrittura ha 70 significati… ce n’è uno ‘giusto’ per ciascuno di noi. L’importante è raccogliere questo invito:
Girala e rigìrala, in essa c’è tutto. Rimìrala, invecchia e consùmatici sopra: non ti allontanare mai dalla Torah, poiché non c’è per te parte migliore di essa.[5]
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[1] Dalla premessa al “Commento esegetico-spirituale” all’ Esodo di Enzo Bianchi, ed. Qiqajon.
[2] Tra l’altro, la presenza di due nomi geografici fa pensare che ci fossero due tradizioni distinte dello stesso episodio.
[3] Ci ricorda Ravasi che più in generale ben 1500 versetti del Primo e 430 del Nuovo Testamento sono “immersi nell’acqua”, cioè si riconnettono a questa tematica.
[4] Ce lo ha spiegato Paolo De Benedetti, durante una puntata di “Uomini e profeti” su Radio tre.
[5] Avoth 5, Mishnah 22.

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