Archive pour février, 2014

IL VERO TIMOR DI DIO

http://www.lafedepenzo.it/lettera-romani.htm

(anche questo risultato mi viene dalla ricerca sul Timore di Dio)

IL VERO TIMOR DI DIO

(da: « Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani », 22 gen. 1948, di Maria Valtorta)

Dice l’Autore Santissimo:
« «Il timore di Dio non è dinanzi ai loro occhi» dice l’Apostolo (Lettera di San Paolo ai Romani 3,18; Salmo 35,2). E con questa breve sentenza spiega ogni depravazione dello spirito incirconciso.
La maggioranza degli uomini cattolici – parlo a questi e di questi, perché costoro hanno ricevuto i sette mirabili doni del Paraclito e dovrebbero, per questo, conoscere almeno la forza, la pace, la luce che da essi viene e la verità della loro natura – la maggioranza dei cattolici non sa esattamente cosa sia il timore di Dio né come lo si pratichi.
Anche qui ci sono tre categorie. Quella degli scrupolosi, quella dei quietisti o indifferenti, e quella dei giusti. Ma prima di parlare di loro parlerò del dono.
Cosa è il timore di Dio? Paura di Lui, quasi Egli fosse un giustiziere inesorabile che si compiace di punire, un inquisitore che non lascia di notare le più piccole imperfezioni per mandare alle torture eterne? No. Dio è carità, e di Lui non si deve avere paura. Bene il suo occhio divino vede tutte le azioni, anche le minime degli uomini. Bene la sua giustizia è perfetta. Ma proprio perché è tale, Egli sa valutare la buona volontà degli uomini e le circostanze nelle quali l’uomo si trova, quelle circostanze che sono sovente altrettante tentazioni a peccare di superbia e perciò di disubbidienza, ira, avarizia, gola, lussuria, invidia, accidia.
Dio punì duramente Adamo ed Eva, ma nel suo castigo fu subito unita misericordia: la promessa di un Redentore che li avrebbe tolti dalla prigione conseguente alla colpa, essi e i figli loro e quelli venuti dai figli dei figli (Libro della Genesi 3,15). Ad Adamo ed Eva pieni di innocenza e grazia, dotati di integrità e di scienza proporzionata al loro eccelso stato e al loro ancor più eccelso fine – passare dal Paradiso terrestre a quello celeste e godere in eterno del loro Dio – Dio avrebbe ben potuto dare condanna eterna. Perché essi tutto avevano avuto di quanto serve a santificarsi ed essere perfetti contro ogni tentazione, e l’avevano avuto senza aver fomiti di peccato in essi.
Voi uomini, questi forniti li avete. Il Battesimo e i Sacramenti vi cancellano la macchia di origine, vi rendono la Grazia e vi infondono le virtù principali, o vi cancellano i peccati consumati dopo l’uso della ragione, o vi fortificano della forza stessa di Cristo cibandovi di Lui, o vi sostengono con la grazia di stato. Ma il retaggio del Peccato originale resta coi forniti, e su questa eredità, su questo residuo del contagio ricevuto dal Progenitore, lavora Satana con più facilità di riuscita che non su Adamo ed Eva.
Dato che uno degli assiomi della divina Giustizia è questo: «A chi più ha ricevuto più viene chiesto» (Vangelo di Luca 12,48), ad Adamo ed Eva, che avevano tutto ricevuto e non avevano tare ereditarie in loro, ma unicamente la perfezione di essere usciti formati dalle mani di Dio, dal Pensiero di Dio – perché Dio col suo solo pensiero comandò all’argilla di formarsi secondo il suo disegno, e le molecole dell’argilla, materia inerte e sorda, ubbidirono (Libro della Genesi 2,7), perché tutto ubbidisce al comando di Dio, tutto fuorché Satana e l’uomo più o meno ribelle – ad Adamo ed Eva, usciti formati dal Pensiero di Dio e animati dal suo soffio, ad Adamo ed Eva tutto doveva esser chiesto e preteso, e in caso di peccato tutto doveva esser levato e castigo senza fine doveva essere dato.
Essi conoscevano Dio. Conversavano con Lui nel vento della sera (Libro della Genesi 3,8). Egli, oltre essere il loro Autore, era il loro Maestro, ed essi erano le prime «voci» destinate a rivelare ai futuri le verità imparate da Dio. E ciononostante, pur avendo conosciuto la Perfezione, furono curiosi dell’Orrore e ascoltarono l’Orrore non seguendo la Parola di Dio. Offesero duramente il Padre Creatore, il Figlio Verbo che li istruiva sul Bene e sul Male, sulle cose e animali e piante create, e l’Amore perché, ingrati, dimenticarono, per un lubrico Seduttore che li tentava ad un frutto, a uno solo, tutto quanto la Carità aveva loro dato perché fossero felici (Libro della Genesi 3,1-13).
Ma Dio non comminò l’Inferno ad essi. Non poteva forse fulminarli, là ai piedi dell’albero della Prova che per essi era divenuto l’albero della Concupiscenza? Volontariamente essi lo avevano mutato in tale e sarebbe stato giusto che perissero, essi, vera mala pianta nata da perfetto Seme – il Pensiero divino – divenuta maligna perché avvelenata dalla bava infernale. Non poteva Dio ordinare all’Arcangelo di colpirli con la sua spada di fiamma là, alle soglie del Paradiso terrestre, perché la loro spoglia immonda non contaminasse la Terra e da quel limite essi precipitassero nell’Abisso dal quale era uscito colui che essi avevano preferito a Dio?
Poteva. E sarebbe stato nel suo pieno diritto. Ma la Misericordia, ma l’Amore, temperarono la condanna con la promessa della Redenzione e perciò del premio eterno.
Coloro, tutti coloro che muoiono negli scrupoli e offendono così la Paternità di Dio, il suo Amore, la sua Essenza, credendolo un Dio terribile, insofferente di ogni debolezza nei piccoli suoi figli, intransigente, misurante i piccoli sulla sua Perfezione infinita, dovrebbero riflettere a questo. Chi mai si salverebbe se Dio fosse come essi lo concepiscono? Se misura della perfezione umana dovesse essere la Perfezione divina, chi abiterebbe i Cieli fra i figli di Adamo? Una sola: Maria.
Ma se è stato detto: «Siate perfetti come il Padre mio e vostro» (Vangelo di Matteo 5,48), non e già per sgomentarvi ma per spronarvi a fare il più che potete. Sarete giudicati – non mi stanco di ripeterlo – non per la perfezione conseguita in misura perfetta prendendo a misura quella divina, ma per l’amore con il quale avrete cercato di fare.
Nel comando d’amore è detto: «Ama con tutto te stesso» (Libro del Deuteronomio 6,5; Vangelo di Matteo 22,37). Questo «te stesso» cambia da persona a persona. C’è chi ama come un serafino e chi sa amare soltanto come un pargolo, molto embrionalmente. Ma il Maestro, posto che la maggioranza sa amare come i pargoli – molto embrionalmente – mentre seraficamente sanno amare soltanto creature di eccezione, ecco che vi ha proposto a modello un fanciullo (Vangelo di Matteo 18,3-4). Non Se stesso. Non sua Madre. Non il padre suo putativo. No. Un fanciullo. Ai suoi Apostoli, a Pietro capo della Chiesa, ha proposto a modello un fanciullo.
Amate con la perfezione di un fanciullo che crede senza elucubrazioni scientifiche per spiegarsi i misteri; che spera, senza timore paralizzante, frutto di troppo raziocinare, di andare nel bel Paradiso; che ama serenamente Iddio pensato buon papà, buon fratello, buono e protettore amico, e fa il suo piccolo bene per far piacere a Gesù; e sarete perfetti nella vostra misura perfetta, perfetti nella vostra bontà relativa, come è perfetto Iddio nella sua bontà infinita.
Timore di Dio non è dunque terrore di Dio. Questo ricordino i malati di scrupoli, i quali offendono Dio nel suo amore e paralizzano se stessi in un perpetuo tremore. Ricordino che un’azione non buona diventa più o meno peccato a seconda che uno è convinto che sia peccato, o è incerto che lo sia, o non crede affatto che lo sia. Perciò, se uno fa anche un’azione non veramente peccaminosa ma è convinto che essa lo sia, fa cosa ingiusta perché il suo desiderio è di fare cosa ingiusta, mentre se uno fa cosa non giusta ma ignorando che sia tale, veramente ignorando che sia tale, Dio non gli imputa quella cosa come colpa.
Così pure, quando speciali circostanze obbligano un uomo a compiere azioni che il decalogo o altra legge evangelica proibiscono – giustizieri che devono compiere giustizia, soldati che devono combattere e uccidere, congiurati che per non mandare al patibolo i loro compagni e nuocere a interessi superiori giurano di essere loro soli i colpevoli e muoiono per salvare gli altri -, Dio giudicherà con giustizia l’imposto omicidio o l’eroico spergiuro. Basta che il fine dell’azione sia retto e compiuto con giustizia.
Timore non è terrore. Però anche timore di Dio non è quietismo. I contrari degli scrupolosi sono i quietisti. Sono quelli che per un eccesso di fiducia, ma fiducia disordinata, non si dànno premura di fare il bene perché sono sicuri che Dio è così buono da essere sempre contento di tutto. E con ogni studio, seduti nella loro staticità sonnolenta, cercano di restarvi, chiudendo la mente alle verità che a loro non piace di sapere, ossia a quelle che parlano di castigo, di purgatorio, di inferno, del dovere di fare penitenza, di lavorare a perfezionarsi.
Sono anime torbide e superbe. Sì, perché i quietisti sono dei superbi. Superbi credendosi già perfetti al punto da essere certi di non peccare mai. Superbi perché, anche se fanno atti di pietà e di penitenza, sono atti esterni, per aver nome e lode di «santi». Sono senza carità perché sono egoisti. Sul loro altare è il loro io, non è Dio. Sono bugiardi e sovente si fingono contemplativi e prediletti da Dio con doni straordinari. Ma non è Dio che li predilige, sebbene Satana, il quale li seduce per traviarli sempre più. Si credono poveri di spirito perché non hanno santa premura di compiere azioni buone per meritare il Cielo, ma poveri di spirito non sono; anzi sono pieni della golosità e avarizia più grette e profonde, e sono accidiosi. Sono intemperanti perché non negano nulla alla materia, e se uno dice loro: «Non è lecito ciò che fai», rispondono: «Dio lo vuole per provarci. Ma noi sappiamo uscire dall’illecito con la stessa facilità con cui vi entriamo perché noi siamo stabiliti in Dio». Sono dei veri eretici, e Dio li abborre.
Infine vi sono i giusti. Essi hanno il dolce, riverenziale timore di Dio. Temono di dare dolore a Dio, e per questo con tutte le loro forze cercano di fare ogni azione buona e nel miglior modo a loro possibile. Se cadono in imperfezione o peccato, hanno un ardente pentimento e lo vanno a deporre ai piedi di Dio, e un’ardente volontà di riparazione. La colpa involontaria non li paralizza. Sanno che Dio è Padre e li compatisce. Lavano, riparano, riedificano ciò che l’Insidia multipla e assalente proditoriamente ha sporcato, sciupato, abbattuto; fanno ciò col loro amore che invocano sempre più forte dall’Amore divino: «Infondi il tuo amore nel mio cuore». Costoro hanno il vero timor di Dio.
Cosa è dunque il vero timor di Dio sempre vivo nel loro spirito? Il timore di Dio è amore, è umiltà, è ubbidienza, è fortezza, è dolcezza, è mitezza, è temperanza, è attività, è purezza, è sapienza, è ascensione. E il vero Modello del timore perfetto di Dio è dato dal Cristo, che amò Dio con un amore che si piegò ilare e volonteroso a ogni desiderio del Padre, sino all’ubbidienza di croce (Lettera di San Paolo ai Filippesi 2,8), che fu umile sino ad abbassarsi sui piedi del traditore e baciarli (Vangelo di Giovanni 13,5), che fu forte contro tutte le insidie, dolce come un pargolo, temperante come un asceta, mite come un agnello, puro come un angelo, più di un angelo, sapiente essendo l’Uomo uno con Dio, contemplatore che ascendeva con lo spirito rapito alle adorazioni perfette che facevano esultare i Cieli ai quali, finalmente, saliva dalla Terra, dall’Uomo, un’adorazione che saziava il fuoco di Dio.
Anche Maria fu un esempio di timore perfetto. Ma Ella fu ciò che fu in vista dei meriti del Figlio. E perciò ancora bisogna dire che Colui che in eterno fu possessore del timore perfetto fu il Verbo di Dio per il quale tutto fu compiuto (Lettera di San Paolo ai Colossesi 1,15-20; Vangelo di Giovanni 1,3.10.16), anche la meraviglia del Cielo e della Terra: la Vergine Immacolata, Figlia, Madre, Sposa di Dio.
Un solo versetto su tanti ha avuto commento. Ma l’importanza di esso è tale che la Sapienza su esso si è attardata.
Possedete il perfetto timore di Dio e voi possederete l’amore perfetto, e perciò possederete Dio e sarete da Lui posseduti. In eterno ».

Publié dans:Lettera ai Romani |on 6 février, 2014 |Pas de commentaires »

Saint Saba Abbot

Saint Saba Abbot dans immagini sacre San_Saba_Archimandrita

http://dailygospel.org/main.php?language=AM&module=saintfeast&localdate=20131205&id=10363&fd=0

Publié dans:immagini sacre |on 5 février, 2014 |Pas de commentaires »

SAN SABA ARCHIMANDRITA ABATE – 5 DICEMBRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/80600

(avevo progettato per oggi di mettere San Saba, perchè oggi ricorre la memoria (facoltativa) ma mi sono sbagliata, il San Saba a cui pensavo è questo che si festeggia il 5 dicembre: San Saba Abate)

SAN SABA ARCHIMANDRITA ABATE

5 DICEMBRE

Mutalasca, Cesarea di Cappadocia, 439 – Mar Saba, Palestina, 5 dicembre 532

Nasce nel 439 a Cesarea di Cappadocia. La sua famiglia, cristiana, lo indirizza verso gli studi presso il vicino monastero di Flavianae. Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Attorno ai 18 anni arriva pellegrino in Terrasanta. Sul cammino sosta sempre in comunità monastiche di diverso tipo: di vita comune, anacoretiche, nelle loro grotte o capanne. È così che trova una guida nel monaco Eutimio detto «il grande», col quale condividerà la vita eremitica in Giordania. Dopo la morte del maestro si ritira verso Gerusalemme, nella valle del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: la laura. Una comunità destinata a crescere fino ad ospitare 150 monaci e far da guida ad altri «villaggi» monastici di questo tipo. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote, e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina archimandrita, capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Muore, ultranovantenne, nel 532. (Avvenire)

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Vicino a Gerusalemme, san Saba, abate, che, nato in Cappadocia, raggiunse il deserto di Giuda in Palestina, dove istituì una nuova forma di vita eremitica in sette monasteri, che ebbero il nome di laure, nelle quali gli eremiti si riunivano sotto la guida di un unico superiore; passò lunghi anni nella Grande Laura, in seguito insignita del suo nome, rifulgendo come modello di santità e lottando strenuamente in difesa della fede calcedonese. Nasce suddito dell’Impero romano d’Oriente, in una famiglia di cristiani, che da ragazzo lo mettono agli studi nel monastero di Flavianae, presso Cesarea di Cappadocia (attuale Kayseri in Turchia). Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Si scontra con i suoi, che invece vorrebbero avviarlo alla carriera militare. E la spunta allontanandosi. Sui 18 anni arriva pellegrinoin Terrasanta, facendo sempre tappa e soggiorno tra i monaci: quelli di vita comune, e anche gli anacoreti, nelle loro grotte o capanne.Trova una guida decisiva nel monaco Eutimio detto “il grande”: ha convertito molti arabi nomadi, è stato consigliere spirituale dell’imperatrice Eudossia (la moglie di Teodosio II) nella prima metà del secolo. Con Eutimio, Saba condivide la vita eremitica nei luoghi meno accoglienti: il deserto della Giordania, la regione del Mar Morto. Assiste poi fino all’ultimo questo suo maestro (morto intorno al473) e si ritira più tardi verso Gerusalemme, andando a stabilirsi in una grotta nel vallone del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: lalaura o lavra (“cammino stretto”, in greco), che è un misto di solitudine e di comunità, dove i monaci vivono isolati percinque giorni della settimana, e si riuniscono poi il sabato e la domenica per la celebrazione eucaristica in comune. Vivonosotto la guida di un superiore, e dal gennaio fino alla Domenicadelle palme sperimentano la solitudine totale in unaregione desertica. Insieme a lui, nel vallone, i monaci raggiungono il numerodi 150, ma nuovi “villaggi” nascono in altre partidella Palestina, imitando il suo, che prende il nome diGrande Laura. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote,e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina poi archimandrita, cioè capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Ma non è un capo dolce, Saba. Non fa sconti sulla disciplina e non tutti lo amano: tant’è che per qualche tempo lui si dovrà allontanare. E andrà a fondare un’altra laura a Gadara, presso il lago di Tiberiade. Poi il patriarca lo richiama, perché i monaci si sono moltiplicati: c’è bisogno della sua energia, per la disciplina e per la difesa della dottrina sulle due nature del Cristo, proclamatanel 451 dal concilio di Calcedonia, e contrastata dalla teologia “monofisita”, che nel Signore ammetteva una sola natura.Scontro teologico, con la politica di mezzo: c’è frattura a Costantinopoli tra l’imperatore Anastasio e il patriarca;e Saba accorre nella capitale, nel vano tentativo di riconciliarli. Poi vi ritornerà altre volte. E l’ultima, nel 530 è per lui una fatica enorme: ha quasi novant’anni. Ma affronta il viaggioper difendere i palestinesi da una dura tassazione punitiva. La gente lo venera già da vivo come un santo. E ancora da vivo gli si attribuisce un intervento miracoloso contro i danni di una durissima siccità. Canonizzato da subito, dunque. E sempre ricordato anche dal grande monastero che porta ilsuo nome: Mar Saba. È stato per lungo tempo centro di ascesi e di studio; ed esiste tuttora, dopo avere attraversato tempi di fioritura e di decadenza, di saccheggi e di devastazioni.

Autore: Domenico Agasso

IL RISPETTO DELLA VITA UMANA NASCENTE

http://difendilavita.altervista.org/rispetto_vita_umana_nascente.html

IL RISPETTO DELLA VITA UMANA NASCENTE

della Dott.ssa Adele Caramico (Bioetica e Famiglia)

Sembra una cosa ovvia che si parli o si discuta sul rispetto verso la vita umana. Ma è importante anche quel rispetto che si deve alla vita dell’uomo, prima che questi venga alla luce. Se si riconosce la dignità di persona al bimbo appena nato, non sarebbe spontaneo riconoscergli la stessa dignità anche prima che avvenga il parto? Comunque è lo stesso bambino quello che pochi minuti prima si trova ancora nell’utero e dopo viene alla luce!

Nell’attuale dibattito su quale “tipo” di riconoscimento dare al bimbo non ancora nato, evidentemente i pareri non sono così concordi ed ovvi, visto che c’è una continua discussione su quando considerare persona umana la vita nel grembo materno, con le dovute conseguenze di quando attribuirle quei diritti di cui gode la persona, compreso quello primario e fondamentale alla vita stessa.

Tutto questo scaturisce dal fatto che non tutti gli studiosi, filosofi, biologi e medici, riconoscono che, fin dall’istante del concepimento, ha inizio una nuova vita umana. Gli oppositori a tale riconoscimento affermano che non si può parlare di individuo umano fino al 14° giorno dalla fecondazione, data in cui avviene l’impianto in utero. Prima di questo momento alcuni studiosi parlano di pre-embrione. Il motivo di questa differenziazione è dovuto al fatto che, le cellule embrionali sono totipotenti, fino a quando non è avvenuto l’impianto nell’utero, perché potrebbe avvenire la formazione di uno o più embrioni gemelli del primo. Secondo coloro che sostengono la tesi del pre-embrione, non è possibile, e né è ammissibile, parlare di una vita umana da considerare individuale, fino a quando il neoconcepito non abbia perso questa totipotenza, cioè solo al 14° giorno di vita embrionale [Cfr.S. LEONE, La riproduzione assistita. Nuove tecnologie ed implicanze etiche, Cinisello Balsamo 1998, pp. 40-41]. Però bisogna tenere comunque presente che, anche nel caso in cui si sviluppi un gemello, questi non scaturisce da una divisione del primo sistema individuale, ma ne è uno nuovo che col primo ha in comune l’origine. Quando accade che prima del 14° giorno una o anche più cellule si distacchino dal sistema originario, si ha la formazione di un nuovo sistema che potrebbe tanto essere riassorbito, se c’è qualche problema, oppure dare luogo ad un secondo sistema che sia simile al primo, ma senza ombra di dubbio non è e non può mai essere una copia del primo sistema e neppure quest’ultimo che si sia sdoppiato.

Ciò porta ad affermare che il concetto di cellule totipotenziali non implica il non poter parlare di individuo umano fin dal concepimento [F. COMPAGNONI, Quale statuto per l’embrione umano?, in M. MORI (a cura di), La Bioetica. Questioni morali e politiche per il futuro dell’uomo, Milano 1991, pp. 95-96].

Da un punto di vista prettamente biologico, possiamo dire che la vita umana inizia nel momento in cui i gameti, maschile e femminile, si uniscono. La cellula, chiamata zigote, è diversa sia dalle cellule materne che da quelle paterne e rivela già una sua specifica identità: ogni cellula derivante da essa, che andrà a formare la nuova persona umana, sarà identica a questa prima cellula [Cfr. S. LEONE, o. c., p. 42]. Nello zigote “è già descritto il colore degli occhi, l’altezza, il timbro della voce, la forma del viso, le attitudini ecc. (…). Anche di fronte a una possibile gemellarità, l’unicità genetica di questa cellula è definitiva” [S. LEONE, o. c., p. 42].

La stessa biologia ammette che la caratteristica scientifica, che va a costituire l’individuo appartenente alla razza umana, è costituita dal codice genetico [Cfr. F. COMPAGNONI, o. c., p. 95]. Da questo processo abbiamo che “biologicamente l’embrione è appartenente alla specie umana subito dopo la fusione dei pronuclei dei gameti, dopo la costituzione di un nuovo codice genetico, di un nuovo genoma. Lo sviluppo di questo nuovo essere, il suo fiorire ed il suo declino fino alla morte, biologicamente è un processo senza salti qualitativi, tali da far cambiare lo statuto biologico dell’essere in questione” [F. COMPAGNONI, o. c., p. 95] . In effetti noi sappiamo, sempre dalla biologia, che l’embrione che viene generato da due organismi appartenenti alla razza umana, è anch’esso umano e quindi ha diritto al riconoscimento della dignità di persona [cfr. F. COMPAGNONI, o. c., p. 95].

Parlare dell’inizio della vita umana ha senso solo se esso rientra in un orizzonte di apertura all’altro e di rispetto per la vita dell’uomo. Per quante argomentazioni si vogliano portare, per negare che la vita ha inizio nell’istante del concepimento, ci sono sempre delle risposte, anche nella stessa biologia umana, che smentiscono tali tesi.

Embrione ed adulto sono diverse fasi di sviluppo di un unico essere umano e la stessa genetica afferma che un essere vivente non può diventare qualcosa di diverso da quello che era già precedentemente; nel corso di tutto il suo sviluppo non perde le sue caratteristiche, e ciò vale anche per l’embrione [Cfr. M. LOMBARDI RICCI, Embrione, in Rivista di Teologia Morale 30 (1998), p. 99].

L’uomo, da quando compare nel grembo materno, e per tutto il suo successivo sviluppo, prima nella vita prenatale e dopo nella vita extrauterina, attraverso le varie fasce di età, che lo portano poi a quella adulta ed alla vecchiaia, non perde mai la sua caratteristica primaria che è quella di essere persona umana. Il suo sviluppo procede in modo indipendente dai genitori dai quali ha avuto origine, la sua vita non è quella di suo padre come non è quella di sua madre. Il suo è lo sviluppo di un essere umano e, non sarà mai umano realmente, se non lo è stato fin dal momento del concepimento [Cfr. Dichiarazione sull’aborto procurato, n. 12 ; cfr. anche Donum Vitae, I, n. 1].

In un’epoca, in cui a prevalere sono le dimostrazioni scientifiche, non si può comunque prescindere dal soffermarsi su delle riflessioni di carattere filosofico. Soprattutto quest’ultime ci vengono particolarmente in aiuto quando, nonostante ci siano tante e varie teorie scientifiche, non si raggiunga un punto di interpretazione del problema che sia comune a tutte. Ricollegandoci a ciò che Aristotele affermava circa la potenza e l’atto, ed applicandolo alle questioni relative all’inizio della vita umana, potremo dire che coloro che non riconoscono la vita umana fin dall’istante del concepimento, è come se considerassero l’embrione come un uomo in potenza: allora questo embrione potrebbe trasformarsi in qualsiasi altra cosa, anche non umana! E ciò sarebbe assurdo. Anche lo stesso fatto che l’embrione sia totipotente, nella fase di preimpianto, ci fa affermare che egli è, comunque, in atto un uomo, almeno “uno” come numero, mentre potrebbe essere considerato un bambino in potenza, allo stesso modo come un bambino potrebbe essere considerato un adulto in potenza o una bambina potrebbe essere una mamma in potenza: ma in atto restano sempre persone umane che non mutano la loro caratteristica primaria, quella di appartenere alla razza umana.

Nel Cristianesimo, il rispetto della vita umana si deve fin dal momento del concepimento. Per colui che crede nel Creatore non è difficile ritenere che la vita dell’uomo non nasca per caso ma è voluta da Dio, e che la propria esistenza, non è determinata autonomamente, ma sempre nell’orizzonte divino. Non è quindi solo il codice genetico a determinare l’uomo, in questo caso, ma esso va affiancato a quel progetto divino che il Creatore ha su ogni sua creatura fatta a sua immagine e somiglianza [Cfr. F. COMPAGNONI, o. c., p. 96], anzi si compenetrano a vicenda e si armonizzano, sempre nell’ambito di quella libertà che distingue l’uomo dal resto del creato.

Publié dans:PRO VITA (TEMI) |on 5 février, 2014 |Pas de commentaires »

San Paolo a Malta

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Publié dans:immagini sacre |on 4 février, 2014 |Pas de commentaires »

San Paolo e il serpente

San Paolo e il serpente dans immagini sacre p-0099_san_paolo_e_serpente_cartoline
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Publié dans:immagini sacre |on 4 février, 2014 |Pas de commentaires »

IL PERDONO CRISTIANO, PERDONARE IL PROSSIMO, IL PERDONO DEI PECCATI

http://camcris.altervista.org/perdono.html

IL PERDONO CRISTIANO, PERDONARE IL PROSSIMO, IL PERDONO DEI PECCATI

« Siate invece gli uni verso gli altri benigni, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonati in Cristo » (Efesini 4:32).

Per molte persone la parola « perdono » non ha alcun senso. Un episodio di risentimento lo troviamo descritto perfino negli evangeli. In viaggio verso Gerusalemme, Gesù aveva bisogno di ospitalità forse per il pernottamento. Per questo dalla schiera dei discepoli partirono Giacomo e Giovanni per domandare ai samaritani del vicino villaggio qualche posto per l’alloggio.
Ma i samaritani sono duri e non trattano coi giudei! Ci sono vecchi attriti storici e religiosi che hanno sempre impedita una leale amicizia tra i due popoli, perciò essi non intendono ricevere Gesù.
I discepoli vogliono vendicarsi di un simile atteggiamento e dicono: « Signore vuoi tu che diciamo che scenda fuoco dal cielo e li consumi? ». L’Evangelo dice che Gesù sgridò i discepoli. Li sgridò come sgridò gli spiriti immondi e come sgridò il mare in tempesta. Era necessario che nel loro cuore albergasse il sentimento della carità e che imparassero a perdonare.
La legge del perdono è la grande rivoluzione spirituale che il cristianesimo ha introdotto nel mondo. Per gli antichi esisteva la legge del « fai come ti è stato fatto ». Se uno ti spezza un dente, spezza anche tu il dente all’avversario, se uno ti acceca un occhio, cava l’occhio al tuo avversario. Ed i giudei, che erano educati religiosamente, dicevano di perdonare fino a tre volte.
L’apostolo Pietro parlando con Gesù va oltre: « Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù a lui: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette » (Matteo 18:21-22). Gesù non voleva porre un limite matematico facendo pensare che si dovesse perdonare 490 volte e poi si è liberi di vendicarsi. No, egli esclude in senso assoluto il sentimento di vendetta, dovendosi perdonare sempre, senza limiti.
Bisogna che si segua la pratica del Padre che è nei cieli. Egli è largo nel perdonare, dice il profeta Isaia. Egli fa risplendere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Nel Salmo 103 troviamo scritto: « Quanto i cieli sono alti al disopra della terra, tanto è grande la sua benignità verso quelli che lo temono. Quanto è lontano il levante dal ponente, tanto ha egli allontanato da noi le nostre trasgressioni. Come un padre è pietoso verso i suoi figliuoli, così è pietoso l’Eterno verso quelli che lo temono. Poiché egli conosce la nostra natura; egli si ricorda che siamo polvere » (vv. 11-14).
Come cristiani, siamo chiamati ad agire alla maniera di Cristo che ci insegna un metodo nuovo dicendo: « Non contrastate al malvagio » (Matteo 5:39), ed anche: « Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano… Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete?… Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste » (Matteo 5:44-48).
Gesù ha realizzato pienamente queste parole nella sua vita, non solo perdonando un gran numero di peccatori, ma chiamando « amico » Giuda Iscariota, pur sapendo che stava per tradirlo. E quando sul legno della croce, inchiodato, sente l’insulto dei suoi carnefici, Egli dice: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Luca 23:34).
In Matteo 18 vi è la parabola del servitore spietato. Essa inizia dicendo che il Regno dei Cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servitori. Gliene fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti, una somma rilevante che corrisponde a 60 milioni delle nostre lire. Ma il servitore non aveva di che pagare. Il re dispose che fosse venduto schiavo lui insieme alla moglie ed i figli. Ma egli gettatosi ai piedi del re disse: « Abbi pazienza con me, e ti pagherò tutto ».
Il re, mosso a compassione, gli rimise il debito. Ma quel servitore a sua volta doveva ricevere del denaro da un suo compagno, una somma assai modesta di solo 100 danari, circa 90 lire. Il modo con cui gli chiese il danaro fu violento: gli strinse fortemente la gola quasi a farlo morire dicendo: « Paga quello che devi! ».
Il poveretto chiese di aver pazienza con lui, ma il crudele creditore lo fece mettere in carcere finché non gli avesse pagato il debito. La cosa fu saputa dal re il quale, mandando a chiamare il servitore a cui aveva rimesso il debito, gli disse: « Malvagio servitore, io t’ho rimesso tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, com’ebbi anch’io pietà di te? ».
Il re lo consegnò in mano degli aguzzini che lo avrebbero trattenuto fino al tempo del pagamento di tutto il debito.
La parabola aggiunge una parola che è valida per noi: « Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello ». Il che significa che il Signore non ci userà misericordia se a nostra volta non usiamo misericordia. Il debito del nostro fratello è piccolo, rispetto a quello che abbiamo noi col Signore. La nostra ribellione a Dio costituisce il debito impagabile dei diecimila talenti. Dio perdona solo se a nostra volta perdoniamo di cuori i nostri debitori.
Questa prassi è tanto importante nella legge di Dio che Gesù l’ha inclusa nella preghiera modello: « Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori » (Matteo 6:12).
E l’apostolo Paolo scrive: « Siate invece gli uni verso gli altri benigni, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonati in Cristo » (Efesini 4:32).
Vogliamo concludere ricordando l’insegnamento biblico riguardante il perdono dei peccati e la salvezza. Ogni essere umano è peccatore per natura, e a causa del peccato è caduto, separato in modo irrimediabile da Dio, e condannato alla morte eterna. Questa è la condizione di tutto il genere umano, nessuno escluso. Dio, essendo santo e giusto, deve condannare il peccato, e ciò implica la morte del peccatore (Ebrei 9:22). Ma, nella sua misericordia e amore, Dio ha dato all’uomo la possibilità di essere perdonato da ogni peccato, reso giusto, riconciliato con Dio e, da creatura di Dio, diventare figlio di Dio.
Gesù Cristo, il figlio di Dio, è venuto nel mondo a morire per noi, affinché la morte che doveva colpire noi in quanto peccatori, cadesse su di Lui, il Signore e Creatore di ogni cosa! Chiunque crede in Lui, nel suo sacrificio, e abbandonato ogni peccato, Lo accetta come personale salvatore e Signore, è salvato e riconciliato con Dio. Ciò implica il perdono dei peccati, e la giustificazione del peccatore non per la propria giustizia, ma per la giustizia di Gesù Cristo stesso.
Questo però può avvenire a una sola condizione: che vi siano il ravvedimento e la fede in Gesù Cristo. Bisogna cioè riconoscere umilmente davanti al Signore il proprio stato di peccatori caduti e separati da Lui, abbandonare i propri peccati e credere in Gesù. « Io vi dico che così vi sarà in cielo più allegrezza per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti i quali non han bisogno di ravvedimento » (Luca 15:7).
Non c’è perdono senza il ravvedimento. « Ravvedetevi dunque e convertitevi, onde i vostri peccati siano cancellati » (Atti 3:19).
« Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità » (1 Giovanni 1:9).
« Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna » (Giovanni 3:16).

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