Archive pour février, 2014

LA PACE – STAREC SILVANO DELL’ATHOS

 

http://www.gianfrancobertagni.it/Discipline/misticacristiana.htm

STAREC SILVANO DELL’ATHOS

LA PACE

Che fare per conoscere la pace nel proprio cuore e nel proprio corpo? Bisogna amare tutti gli uomini come se stessi ed essere pronti a morire in ogni istante. Se pensi alla morte, diventi umile, ti lasci guidare interamente da Dio, desideri essere in pace con tutti e amare tutti. Quando la pace di Cristo entra in te, ti rallegri di essere come Giobbe, seduto sulla spazzatura (cf. Gb 2,8). Gli altri conoscono gli onori, tu invece sei lieto di essere il più maltrattato. L’umiltà di Cristo è una grande cosa, così misteriosa che non si può spiegarla agli altri. Nel tuo amore, ti auguri il bene degli altri più del tuo. Sei felice quando vedi gli altri star meglio di te e sei triste quando vedi gli altri soffrire (cf. Rm 12,15). Ogni uomo desidera la pace, ma non sa come ottenerla. Un giorno abba Paissios cadde in preda all’ira e invocò il Signore: “Ti prego, liberami dall’ira!”. Il Signore gli apparve e gli disse: “Paissios, se non vuoi adirarti, non desiderare nulla, non giudicare il fratello, non detestare nessuno: così non sarai più preda dell’ira”. Così è infatti: chi rinuncia alla volontà propria per seguire quella di Dio e degli altri avrà sempre la pace nel cuore. Chi invece obbliga gli altri a fare ciò che vuole, non conoscerà mai la pace. Se qualcosa ti rattrista, pensa: “Il Signore conosce il mio cuore: se questa è la sua volontà, tutto concorrerà al bene mio e degli altri” (cf. Rm 8,28). Così dimorerai sempre nella pace. Se invece cominci a lamentarti e a dire: “Questo non va, non è cosa buona”, allora, per quanto tu digiuni e preghi, il tuo cuore non conoscerà mai la pace. Vuoi custodire la pace nel cuore? Vigila sul tuo spirito: custodisci i pensieri graditi a Dio e allontana quelli malvagi. Presta attenzione a quanto avviene nel tuo cuore. Chiediti sempre se il tuo cuore è in pace. Se non lo è, chiediti cosa hai fatto di male. Sii sobrio perché il tuo cuore dimori in pace: infatti la pace si perde anche per colpa del corpo. A volte succede di parlare male di qualcuno che non si conosce e che è un amico di Dio. Preòccupati solo di ciò che riguarda te, di quanto ti viene ordinato dall’igumeno o dal padre spirituale. Allora il Signore ti darà la sua forza perché tu possa obbedire, e sentirai in te i frutti dell’obbedienza: la pace e la preghiera continua. Vivendo in comunità perdiamo la pace di Dio perché non abbiamo imparato ad amare il fratello come ci chiede il Signore. Per esempio: tuo fratello ti insulta e tu lasci che l’ira s’impadronisca del tuo cuore. Lo giudichi e arrivi a detestarlo: allora senti che l’amore ti abbandona e non hai più la pace. Se vuoi avere la pace del cuore, prendi l’abitudine di amare chi ti fa del male e di pregare subito per lui (cf. Mt 5,44). Vuoi la pace del cuore? Chiedi con tutte le forze al Signore: “Concedimi di amare tutti gli uomini”. Il Signore sa che se non amiamo i nostri nemici non avremo mai la pace del cuore. Per questo ci ha lasciato il comandamento di amare i nemici (cf. Mt 5,44). Se non amiamo i nemici, avremo magari dei momenti di calma, ma non potrà durare. Se invece li amiamo, la pace resterà nel nostro cuore, giorno e notte. Quando lo Spirito ti concede la pace, guarda di non perderla occupandoti di cose senza importanza. Se dai la pace al fratello, il Signore te ne darà ancora di più. Ma se fai soffrire tuo fratello, la tristezza si impadronirà anche di te. Per conoscere la pace, medita la legge del Signore, giorno e notte (cf. Sal 1,2). È lo Spirito che ha scritto questa legge, e lo Spirito passerà dalla sacra Scrittura al tuo cuore. Proverai allora una dolcezza così grande che non sentirai più alcun gusto per le cose materiali. Se ami i beni terreni, il tuo cuore si svuota, tu diventi triste, indurito e non hai più voglia di pregare. L’avversario vede che non dimori più in Dio, ti attacca e semina liberamente nel tuo spirito ciò che vuole (cf. Lc 11,24?25). Ti suggerisce un pensiero dopo l’altro e così tu passi tutta la giornata senza quiete e non riesci a contemplare Dio con cuore puro. Se un pensiero impuro ti si affaccia alla mente, caccialo immediatamente: così conserverai la pace del cuore. Se invece lo accogli, perderai l’amore di Dio e non potrai più pregare con fiducia.

Quando perdi la pace? Quando pensi, anche per un attimo, di aver fatto qualcosa di buono; quando ti credi migliore del fratello; quando giudichi qualcuno (cf. Mt 7,1?5); quando rimproveri senza dolcezza e senza amore; quando mangi molto; quando preghi senza zelo.

Se perdi la pace, piangi i tuoi peccati e il Signore te li perdonerà. La gioia e la pace prenderanno nuovamente dimora nel tuo cuore e sentirai lo Spirito stesso dirti: “Ti sono perdonati i tuoi peccati!” (Lc 7,48). Non hai bisogno di altri testimoni: l’odio per il tuo peccato è la prova che il Signore l’ha perdonato. Come può conservare la pace un igumeno se i fratelli non gli obbediscono? È faticoso per lui, ed è motivo di sofferenza (cf. Eb 13,17). Per conservare la pace deve pensare: “Questi fratelli non mi obbediscono, ma il Signore li ama ugualmente: ha sofferto fino alla morte per la loro salvezza. Allora io devo pregare per loro con tutte le mie forze”. Il Signore concederà poi la pace a colui che prega. Tu sai per esperienza che chi prega si accosta a Dio con fiducia e amore, eppure anche tu sei un uomo peccatore. Ma il Signore ti farà gustare i frutti della preghiera. Prendi l’abitudine di pregare così per coloro che ti sono affidati da Dio: la tua anima conoscerà una pace profonda e un grande amore. Se sei responsabile degli altri e devi giudicare qualcuno per le sue cattive azioni, prega prima il Signore: “Donami un cuore pieno di bontà” (cf. 1Re 3,9?12). Il Signore ama un cuore così. Allora potrai giudicare con giustizia. Se invece giudichi considerando solo le azioni, sicuramente ti sbaglierai e non sarai gradito al Signore. Un fratello può conservare la pace quando ha un igumeno violento e malvagio? Chi si adira con frequenza soffre molto anche lui: è abitato da uno spirito malvagio e soffre a motivo del proprio orgoglio. Devi essere cosciente di questo e pregare molto per il tuo igumeno che soffre di questo male. Il Signore vede la tua pazienza: perdonerà i tuoi peccati e ti concederà la preghiera ininterrotta. Pregare per quanti ci odiano e ci fanno soffrire è un’azione molto bella agli occhi di Dio. Il Signore allora ti darà la sua forza, giungerai alla sua conoscenza nello Spirito santo e, nel suo nome, sopporterai ogni dolore con gioia. Su questa terra siamo tutti inquieti e cerchiamo di essere liberi. Ma che cos’è la libertà? E come diventare liberi? Pochi lo sanno. Anch’io anelo alla libertà e la cerco giorno e notte. Io so che è presso Dio. Dio fa dono della libertà a chi ha il cuore umile e piange i propri peccati. Costui non desidera più fare ciò che gli piace, ma ciò che piace a Dio. Quando uno piange i propri peccati, il Signore gli concede la sua pace e lo rende libero di amare. Non c’è nulla di meglio al mondo che amare Dio e gli altri. Il Signore non vuole la morte del peccatore (cf. Ez 33,11). Quando questi piange le proprie colpe, il Signore gli dà la forza dello Spirito santo. Questa forza produce la pace e l’uomo è libero di essere in Dio con lo spirito e con il cuore. Quando lo Spirito santo perdona i nostri peccati, ci dà la libertà di pregare Dio con uno spirito puro. Allora contempliamo Dio liberamente e in lui troviamo la pace e la gioia. Questo significa essere veramente liberi. Ma senza Dio non si può essere liberi.

Publié dans:MONACHESIMO (IL), SCRITTI |on 10 février, 2014 |Pas de commentaires »

Profeti

Profeti dans immagini sacre 555px-The_Prophets_%28Ateni_fresco%29

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:The_Prophets_(Ateni_fresco).jpg

Publié dans:immagini sacre |on 7 février, 2014 |Pas de commentaires »

FORZA E DEBOLEZZA DI SAN PAOLO

http://gheddo.missionline.org/?p=264

ANNO PAOLINO: FORZA E DEBOLEZZA DI SAN PAOLO

Posted on aprile 2009

Siamo ancora nell’Anno Paolino, proclamato da Benedetto XVI dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009 per ricordare il bimillenario della nascita dell’Apostolo Paolo. Leggendo gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, si rimane colpiti da due fatti: la potenza di Dio e la fragilità del santo, la sua miseria umana.
Cari amici, noi abbiamo un modo sbagliato di guardare ai santi. Li pensiamo quasi dei budda impeccabili, imbalsamati nelle loro nicchie, uomini perfetti e senza tentazioni e senza colpe. No, erano e sono uomini deboli e peccatori come noi. La differenza è che loro coltivano il desiderio di santità, pregando Dio di convertirli. Noi invece ci adattiamo ad una vita cristiana mediocre. Una volta ho detto ad un signore che è venuto a confessarsi: “Guardi che anche lei è chiamato alla santità” e lui mi risponde: “Ma cosa dice? Io santo? Per carità, sono così debole, peccatore, incostante, pieno di difetti, che parlarmi di santità è un’utopia, un sogno che non mi permetto nemmeno di coltivare!”.
Santa Teresa di Gesù ha detto che “santità è il desiderio di santità”. Bello, sintetico e chiaro! S. Paolo è un innamorato di Gesù, vuol spendere tutta la vita per Lui sente l’ansia di annunziare il Salvatore, perché sperimenta nella sua vita la bellezza di questo amore profondo ed esclusivo. “Guai a me se non annunziassi il Vangelo!” (1 Cor. 9,16). “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal. 2,20). ” Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno”(Fil. 1,21). “Tutte queste cose che prima avevano per me un grande valore, ora che ho conosciuto Cristo le ritengo da buttare via. Tutto è una perdita di fronte al vantaggio di conoscere Gesù Cristo, il mio Signore” (Fil. 3, 7-8).
Ma Paolo rimane debole e peccatore, si confessa umilmente ai suoi cristiani e dice loro di pregare per lui. “Mi presentai a voi debole, pieno di timore e preoccupazione” scrive nella I lettera ai Cor. 2,3. “Di me stesso non mi vanterò – scrive nella stessa lettera – (12, 5) – fuorchè delle mie debolezze”. Dicendo di avere ricevuto da Dio “grandi rivelazioni” aggiunge: ” Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nelle carne, un inviato da satana incaricato di schiaffeggiarmi perché non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore perché lo allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole. E’ per questo che mi vanto volentieri della mia debolezza, perché la potenza di Cristo agisca in me. Perciò mi rallegro della mia debolezza … perchè quando sono debole, allora sono veramente forte”. (2 Cor. 12, 7-10).
Che bello questo passo! S. Paolo non spiega che cos’è questa sua debolezza, ma riconosce di essere peccatore e dice addirittura che “Quando sono debole è allora che sono forte”. Ecco la differenza con il nostro atteggiamento: quando noi ci scopriamo peccatori, allora ci scoraggiamo e diciamo che pensare alla santità è un sogno assurdo. Cari amici, non è il nostro peccato che spiace al Signore, ma la mancanza di volontà e di decisione nel pentirsi e volerlo superare confidando nella Grazia di Dio e l’aspirazione profonda e costante all’unione con Dio, cioè alla santità. Chiediamo a San Paolo di coltivare anche in noi il desiderio della santità, cioè della piena intimità con Dio, perché questo è il senso profondo e supremo della vita cristiana.

Piero Gheddo

LA PREDICAZIONE DI PAOLO A CORINTO – 1COR 2, 1-5 (2,1-10)

http://www.perfettaletizia.it/bibbia/1corinzi.htm#uno0

LA PREDICAZIONE DI PAOLO A CORINTO – 1COR 2, 1-5 (2,1-10)

TESTO

2 1 Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. 3 Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. 4 La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
6 Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. 7 Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei
dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9 Ma, come sta scritto (Is 64,3; 65,16):

Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano.

10 Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11 Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. 12 Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. 13 Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 Ma l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito.
15 L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16 Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? (Is 40,13) Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.

COMMENTO

A Corinto non erano ancora giunti i “superapostoli” (2Cor 11,5), ma i Corinzi, colpiti dall’arte retorica e dai modi da tribuno dei “dominatori di questo mondo”, non si ritenevano soddisfatti se i predicatori non erano forbiti, ricchi di cognizioni, seducenti come tribuni. Paolo deve dunque fare la difesa della sua predicazione e del perché si sia presentato loro “nella debolezza e con molto timore e trepidazione” e questo per confidare solo nella potenza di Dio, la sola capace di rendere viva la Parola in un cuore. Il suo sapere poi fu soltanto questo: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”. Paolo scartava la sapienza umana, quella di questo mondo, quella di coloro che sono “i dominatori di questo mondo”, cioè i tribuni, i governatori, i retori, ecc.. Esiste però una sapienza della quale gli evangelizzatori parlano. E’ una sapienza che viene da Dio, che è “sapienza di Dio” e che “nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria”.
“I perfetti”, sono i fedeli che non sono più degli infanti, ma sono diventati capaci di “cibo solido”. I perfetti non sono quelli che non hanno più bisogno di conversione permanente, poiché tale è necessità permanente, senza fine, ma quelli maturi nella conoscenza delle verità del Signore.
La conoscenza della “cose che occhio non vide, né orecchio udì” Dio l’ha comunicata “per mezzo dello Spirito”, che ci illumina Cristo.
Ai Corinzi Paolo non aveva ancora potuto parlare di ciò che diceva ai “perfetti”, poiché erano ancora “carnali”, cioè embrionali e quindi ancora presi da ciò che si vede e tocca, e non con lo sguardo interiore ben fermo alle cose invisibili (2Cor 4,18).
“L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno”. L’uomo spirituale sa distinguere nitidamente il giusto dall’ingiusto, sa cogliere agilmente gli errori contro la verità, sa valutare le situazioni e percepisce le finzioni degli uomini. Questo però non procede dalle sue capacità, ma dallo Spirito presente in lui. Nessuno poi, “lasciato alle sue forze”, può giudicare le cose dello Spirito, cioè valutare per quello che sono, poiché per lui le cose di Dio “sono follia”. Nessun uomo lasciato alle sue sole forze può conoscere il pensiero del Signore, e questa è la presunzione di tanti che giungono a trattare Dio alla pari dandogli consigli o addirittura degli imperativi.
“Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo”, ma lo abbiamo perché Cristo ce lo ha comunicato mediante la sua Parola, che viene illuminata dallo Spirito (Gv 16,13).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 7 février, 2014 |Pas de commentaires »

9 FEBBRAIO 2014 – 5A DOMENICA A | T.O. OMELIA : « VOI SIETE… LA LUCE DEL MONDO »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/05a-Domenica-A/12-5aDomenica-A-2014-SC.htm

9 FEBBRAIO 2014|5A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« VOI SIETE… LA LUCE DEL MONDO »

Come nella precedente terza Domenica del tempo ordinario, anche in questa predomina il tema della « luce ». Con un capovolgimento, però, molto ardito di significato: mentre là la « luce » era Cristo, che incominciava la sua predicazione nelle regioni « immerse nelle tenebre » dell’errore (cf Mt 4,12-16), qui « luce del mondo » diventano i suoi discepoli.
Non si tratta soltanto di un richiamo a un senso altissimo di responsabilità davanti al « mondo », come vedremo subito, ma anche di una profonda intuizione ecclesiologica: i discepoli di Cristo sono un po’ come il suo « riflesso », il prolungamento della sua identità fra gli uomini. Tutto questo, ovviamente, esigerà da loro un forte impegno di coerenza e di coraggio.

« VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA »
L’odierno brano di Vangelo segue immediatamente le Beatitudini e fa parte, con esse, del più ampio « discorso della Montagna ».
Anche se non ci è possibile ricostruire la situazione « vitale » precisa in cui Gesù pronunciò queste parole, dato che gli altri Sinottici le scompongono fra di loro e le collocano in contesti diversi,1 è significativo che Matteo le aggiunga direttamente alle Beatitudini. Ciò vuol dire che, per lui, solo il cristiano in quanto è « povero in spirito », « mite », « misericordioso », « operatore di pace », ecc., può diventare « luce del mondo ». La vita di tutti quelli che Gesù chiama « beati » si muta così in « splendore della nuova realtà » (J. Dupont), cioè del « regno di Dio » che ha già fatto irruzione nei loro cuori. I cristiani non annunciano solo la luce, ma « si dimostrano » luce!
Come si vede, le immagini per definire la natura del cristiano sono due: quella del « sale » e quella della « luce », anche se è la seconda che domina il quadro.
Non è facile vedere il rapporto fra le due immagini, che, in realtà, gli altri Sinottici riportano isolatamente, come abbiamo sopra notato. Significando però più normalmente la « sapienza », il « sale » era assai ben indicato ad esprimere l’atteggiamento di intelligenza « critica » con cui il cristiano deve comprendere e attuare la sua missione nel mondo. Ad esempio, sarebbe un palese gesto di « stoltezza » quello di accendere una lucerna « per metterla sotto il moggio » (Mt 5,15)! In tal modo le due immagini già dicono un certo rapporto fra di loro.
Ma forse, più che nella rassomiglianza esterna, il rapporto è da ricercare nella funzione, diciamo così, di « relazionalità » che sia il sale che la luce includono in sé. Il sale non serve per se stesso: non si mangia il sale! Serve invece per dar sapore ai cibi, per preservarli dalla corruzione, per fertilizzare la terra; ci si serviva del sale anche per pattuire certe alleanze. Tutto questo deve aver inteso Gesù quando ha detto ai suoi discepoli: « Voi siete il sale della terra » (v. 13), dove il termine « terra », raffrontato al seguente « mondo » (v. 14), certamente significa l’universo intero, cioè tutti gli uomini.
Come essere « sale » per tutti gli uomini? È qui il problema. Però, se noi cristiani riuscissimo anche semplicemente a far amare a ciascuno la vita propria e quella degli altri nelle manifestazioni di ogni giorno, nell’umiltà e ferialità degli infiniti gesti che si ripetono sempre, senza andare a cercare gesti spettacolari o atteggiamenti strani, non daremmo forse un « sapore » nuovo alle cose? Un cristiano che semina gioia, serenità e contentezza anche nel dolore, profumo di bontà e di comprensione, adempie già alla sua funzione di « sale della terra », anche senza dire grandi parole. Egli farà così rinascere il « gusto » e il « desiderio » delle cose semplici e « genuine », come proviamo tutti davanti agli infiniti cibi sofisticati che ci vengono ammanniti quotidianamente.
Proprio perché il sale non serve per se stesso ma per dare sapore, diventa inutile qualora si rendesse « insipido »: « A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini » (v. 13). Non sembra, però, che il sale naturale possa diventare « insipido ». Quello che non avviene nel campo della natura, può invece drammaticamente verificarsi per i cristiani, se non mantengono intatta la loro forza di insaporimento e di contagio salvifico che deriva loro dal Vangelo.
« Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio »
Molto più comprensibile e traducibile anche in atteggiamenti concreti è l’immagine della « luce », che è resa ancora più trasparente dalle due piccole parabole che la completano: la parabola della città posta « sul monte », che non può essere nascosta (molto probabilmente si ispira a Is 2,2-3), e quella della « lucerna » che non si accende « per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa » (v. 15).
Anche qui l’accento è posto sulla funzione « relazionale » della luce: essa non è data, né è stata fatta per far festa soltanto a se stessa! La luce serve per riempire le pupille degli uomini e degli animali, che non possono svolgere la loro vita se non vedendosi fra di loro e misurando i giusti rapporti con gli oggetti, valutando distanze, vicinanze, contorni, proporzioni, colori, sentieri, ecc.
Anche la luce, per compiere la sua funzione, ha solo bisogno di essere se stessa; se non la si imprigiona o non si nasconde « sotto il moggio », sarà visibile a tutti, comunicando a tutti vita, gioia, libertà di movimenti e di azione. Come per legge fisica la luce deve risplendere e dilatarsi raggiungendo velocità e distanze fantastiche (si pensi agli anni luce!) così il vero discepolo di Cristo non può non risplendere davanti al mondo. Tutti sono costretti a posare i loro sguardi sulla « città collocata sopra un monte » (v. 14): Dio ha dato ai cristiani un posto « che non è lecito loro di abbandonare ».2
La conclusione del brano evangelico ci dice anche quale testimonianza di luce dobbiamo dare al mondo: « Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli » (v. 16). Si tratta dunque della testimonianza delle « opere », più che dell’annunzio stesso del Vangelo.
Ed è chiaro da tutto il contesto che qui le « opere » sono quelle che derivano dallo spirito delle Beatitudini, come già abbiamo accennato: le opere della « povertà », della « mitezza », della « misericordia », della « purezza del cuore », della « pace », della serenità nelle « persecuzioni », ecc. Davanti a queste « opere » il mondo non può non riconoscere che vengono da Dio: lui soltanto, infatti, può dare la luce e la forza di compiere azioni che non rientrano per niente negli schemi della « saggezza » umana. Per questo tutta la « gloria » deve risalire al « Padre che è nei cieli » (v. 16).
In questi versetti è esaltata la missione della Chiesa nel mondo: l’essere « sale » e l’essere « luce » è per gli altri, abbiamo detto. È solo mettendosi « a servizio del mondo », aiutandolo a scoprire la presenza di Dio nella propria intensità di vita e nella testimonianza del proprio amore, che la Chiesa potrà riflettere sul suo « volto » la « luce » stessa di Cristo ed essere riconosciuta come « universale sacramento di salvezza ».3

« SPEZZA IL TUO PANE CON L’AFFAMATO »
Alla testimonianza delle « opere » richiama molto energicamente anche la prima lettura, ripresa da un capitolo di Isaia in cui il Profeta, reagendo contro un certo « ritualismo » cultuale che faceva consistere tutta la religione in digiuni, cerimonie, penitenze, ecc., contrappone il primato dell’amore.
« Non è piuttosto questo il digiuno che io voglio? …Spezza il tuo pane con l’affamato, / introduci in casa i miseri, senza tetto, / vesti chi è ignudo / senza distogliere gli occhi dalla tua gente. / Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, / la tua ferita si rimarginerà presto. / Davanti a te camminerà la tua giustizia, / la gloria del Signore ti seguirà… / Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, / il puntare il dito e il parlare empio, / se offrirai il pane all’affamato, / se sazierai chi è digiuno, / allora brillerà fra le tenebre la tua luce, / la tua oscurità sarà come il meriggio » (Is 58,6-10).
Il brano propone alcune delle classiche « opere di misericordia », così spesso richiamate da papa Giovanni XXIII. Anche qui ricorre per ben due volte l’immagine della « luce »: « Allora la tua luce sorgerà come l’aurora… Allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio » (vv. 8.10). C’è, tuttavia, un crescendo nello sviluppo dell’immagine: prima è la luce al suo sorgere, poi la luce sfolgorante del pieno meriggio.
La luce però nasce dalle opere dell’amore: « Se toglierai di mezzo a te l’oppressione… allora brillerà fra le tenebre la tua luce ». L’amore ha bisogno di essere dimostrato, non proclamato a parole: quando c’è, esso esplode, si afferma, è accettato, convince, diventa una fiamma che scalda e illumina tutti e testimonia che Dio opera in quelli che amano. Perciò è scritto che « la gloria del Signore ti seguirà » (v. 8).
La nostra Chiesa forse è diventata troppo la Chiesa del culto, della pietà ritualistica, dei Sacramenti, cioè la Chiesa per se stessa, dimenticando di essere soprattutto la « Chiesa dell’amore », cioè la Chiesa per gli altri, « per il mondo », come del resto è stata nei tempi più belli della sua storia. È questa vocazione che oggi soprattutto essa va riscoprendo nelle infinite occasioni di servizio che il mondo, più che reclamare, supplica da lei. Allora anche per la Chiesa « brillerà fra le tenebre la sua luce, la sua oscurità sarà come il meriggio » (v. 10).

« IO RITENNI DI NON SAPERE ALTRO SE NON CRISTO CROCIFISSO »
Del resto, basta che essa rifletta sulla « centralità » del messaggio, che da sempre annuncia agli uomini, per riscoprire la sua vocazione all’amore. È ciò che Paolo ricordava ai cristiani di Corinto, che cercavano una specie d’autocompiacimento in certi « doni », o « carismi », che davano loro una sorta di ebbrezza spirituale e persino di fanatismo: « Io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso » (1 Cor 2,1-2).
Ma « Cristo crocifisso » è l’annuncio dell’amore offerto gratuitamente a tutti, della salvezza per il mondo. È da questo gesto di « debolezza » e di impotenza che è esplosa la più grande « luce » che la Chiesa ha il compito di testimoniare, con la forza dello Spirito (cf 1 Cor 2,4), a tutte le generazioni.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche,

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 février, 2014 |Pas de commentaires »

Angelo Custode

Angelo Custode dans immagini sacre angelo%252520custode

https://picasaweb.google.com/iconecristiane/IconePerManoDiDomenicaGhidotti

Publié dans:immagini sacre |on 6 février, 2014 |Pas de commentaires »

COLLEGIO « SAN PAOLO APOSTOLO » – GIOVANNI PAOLO II (San Paolo)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1981/documents/hf_jp-ii_hom_19810124_visita-collegio-san-paolo_it.html

(ho cercato : « il timore di Dio in San Paolo » e tra gli altri risultati il motore di ricerca mi ha dato questo)

VISITA AL PONTIFICIO COLLEGIO MISSIONARIO INTERNAZIONALE « SAN PAOLO APOSTOLO »

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Cappella del’Istituto

Sabato, 24 gennaio 1981

Carissimi Sacerdoti!

1. È per me una grande gioia potermi oggi incontrare con voi, in questo Collegio dedicato a san Paolo Apostolo, dove avete la vostra dimora, mentre frequentate l’Università di “Propaganda Fide”, per sviluppare e completare i vostri studi filosofici e teologici e la vostra preparazione pastorale. Nelle visite, che sto compiendo ai vari Istituti e Atenei della Città di Roma, non poteva e non doveva mancare, nella circostanza così singolare della festa del Collegio, questo incontro con voi, che venite da ogni parte del mondo e che portate qui, nel centro della Cristianità, le caratteristiche e le ansie dei vostri popoli e delle vostre culture.
Accogliete perciò il mio saluto cordiale e affettuoso, che si rivolge prima di tutto al Cardinale Prefetto e al Segretario della Sacra Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ai Superiori e ai Responsabili del Collegio, e si estende poi a ciascuno di voi personalmente, comprendendo anche tutti coloro che collaborano in varie mansioni per il buon andamento della casa e della vita in comune. È un saluto che vuole esprimere compiacimento e apprezzamento per la buona volontà che dimostrate nel vostro impegno di studio e di aggiornamento, per un più efficace ministero adatto alle esigenze della società, e per un aiuto illuminato e concreto alle Comunità ecclesiali delle vostre nazioni e delle vostre diocesi. Ed è un saluto che intende anche manifestare la mia riconoscenza per la vostra fedeltà alla Sede Apostolica e per le preghiere che offrite per la mia persona e per la mia missione universale.
2. Desidero però che l’odierno incontro attorno all’altare, celebrando il Sacrificio eucaristico, divenga per tutti voi anche uno stimolo ad una vita sacerdotale sempre più santa e ad un impegno sempre più responsabile nei vostri studi e nei vostri ideali. E proprio le letture della liturgia si prestano ad alcune riflessioni di notevole importanza per tale scopo.
Nella prima lettura abbiamo sentito ciò che il Signore dice per mezzo del profeta Isaia: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11). Sono espressioni ben note, che hanno fatto riflettere i Padri e i Dottori della Chiesa, i santi e i mistici di tutte le epoche e che destano impressione anche nei nostri animi, perché affermano l’assoluta potenza ed efficacia della Rivelazione di Dio: nessun ostacolo o rifiuto umano può fermarla o spegnerla. Noi sappiamo che la “Parola di Dio”, nella pienezza dei tempi, si è incarnata: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1.14) ed è rimasta presente nella storia umana per mezzo della Chiesa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). La “Parola di Dio” è sempre efficace, perché prima di tutto mette in crisi la ragione umana: le filosofie semplicemente razionali e temporali, le interpretazioni solamente umanistiche e storicistiche, sono sconvolte dalla “Parola di Dio”, che risponde con suprema certezza e chiarezza agli interrogativi posti al cuore dell’uomo, e lo illumina circa il suo vero destino, soprannaturale ed eterno, e gli indica la condotta morale da praticare, come autentica via di serenità e di speranza. Non solo: la “Parola di Dio” dà “luce” e “via”, si fa vita di grazia, partecipazione alla stessa vita divina, inserimento nel misterioso ma reale dinamismo della redenzione dell’umanità. Infatti Gesù si definì “luce del mondo”: “Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me, non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46) e vita delle anime.
Forti di questa certezza che viene da Dio, bisogna avere il coraggio della sua Parola! Nessuna paura della Verità: la “Parola di Dio” è sempre efficace, non è inerte, non è mai sconfitta, non torna a Dio umiliata e delusa! E allora, vi dico con san Paolo: “Comportatevi come figli della luce” (Ef 5,8). Certamente, la “Parola di Dio” è sconvolgente perché, dice il Signore: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8); mette in crisi, perché è esigente, è affilata come spada a doppio taglio, è basata non su discorsi persuasivi di umana sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza (cf.1Cor 2,4-5). “Nessuno si illuda – scriveva san Paolo ai Corinzi –. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio… Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini!” (1Cor 3,18-19.21). C’è infatti una falsa sapienza che può tentare e illudere, confondendo e facendo diventare presuntuosi. Commentando l’affermazione: “Rendiamo a Dio un culto a lui gradito, con riverenza e timore, perché il nostro Dio è un fuoco divoratore (Eb 12,28-29), il Cardinale Newman, un appassionato di san Paolo, così diceva: “Il timore di Dio è il principio della sapienza; fino a quando non vedrete Dio come un fuoco consumatore, e non vi avvicinerete a Lui con riverenza e con santo timore, per il motivo di essere peccatori, non potrete dire di essere nemmeno in vista della porta stretta… Il timore e l’amore devono andare insieme; seguitate a temere, seguitate ad amare fino all’ultimo giorno della vostra vita. Questo è certo; dovete però sapere che cosa vuol dire seminare quaggiù nelle lacrime se volete mietere in gioia nell’al di là” (Card. Newman, Parochial and Plain Sermons, Vol. I, Serm. XXIV; cf. J. H. Newman, La mente e il cuore di un grande, Bari 1962, p. 230).
3. Nella seconda lettura, il celebre episodio della conversione di san Paolo, da lui stesso narrato agli Ebrei di Gerusalemme, è ugualmente denso di insegnamenti per la vostra vita sacerdotale. Sulla via di Damasco, caduto nella polvere, san Paolo viene abbacinato dalla luce sfolgorante di quel Gesù che egli perseguita nei cristiani; ne segue la sua conversione immediata e decisiva, evidente opera miracolosa della grazia di Dio, perché Paolo doveva essere il primo autorevole interprete del messaggio di Cristo, divinamente ispirato. Il Divino Maestro gli comanda di alzarsi e di proseguire il cammino; e da quel momento, si può dire, san Paolo diventa nostro maestro e guida nel conoscere ed amare Cristo.
Ma soprattutto devono interessarci e farci meditare le parole del giusto Anania: “Il Dio dei nostri Padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito” (At 22,14-15). Queste parole si possono applicare anche ad ogni sacerdote, ministro di Cristo. Anche voi siete stati scelti, anzi predestinati dall’Altissimo a conoscere la “Parola di Dio”, a incontrarvi con Cristo, a partecipare agli stessi suoi poteri divini, per annunziarlo e testimoniarlo davanti a tutti gli uomini. Come Paolo, convertito alla verità, si gettò con ardente fervore nella sua missione di apostolo e di testimone, e nessuna difficoltà riuscì più a fermarlo, così fate anche voi. Il mondo ha bisogno di anime fervorose e ardimentose, umili nel comportamento, ma ferme nella dottrina; generose nella carità, ma sicure nell’annunzio; serene e coraggiose, come Paolo, che in mezzo a difficoltà e contrasti di ogni genere, sovrabbondava di gioia in ogni sua tribolazione, perché per lui vivere era Cristo e morire un guadagno (cf. 2Cor 7,4; Fil 1,21).
L’Evangelista san Marco riferisce le ultime parole di Gesù, categoriche e imperative: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato” (Mc 16,15-16). Esse significano che è positiva volontà di Dio che il messaggio evangelico sia annunziato a tutto il mondo e che si creda alla “Parola di Dio”. L’essere sacerdoti è indubbiamente una dignità immensa ed eccelsa; ma è anche una grande responsabilità. Siate sempre consapevoli della vostra grandezza e degni della fiducia che Dio ha posto in voi!
Carissimi, vi illumini nei vostri studi e vi conforti nei vostri propositi Maria Santissima, che in questi giorni preghiamo come “Madre dell’Unità della Chiesa”, e che sempre invochiamo “Sede della Sapienza”, “Causa della nostra letizia”.

1...678910

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01