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IL TESTAMENTO DI PAOLO: UN PROGRAMMA DI VITA PER OGNI APOSTOLO – .At 20,17- 35

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IL TESTAMENTO DI PAOLO: UN PROGRAMMA DI VITA PER OGNI APOSTOLO.

At 20,17- 35

Da Mileto, Paolo mandò a chiamare subito ad Efeso i presbiteri della Chiesa. Quando essi giunsero disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, scongiurando Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù. Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio (la diakonia) che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al vangelo della grazia di Dio. Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio. Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come custodi (vescovi “episcopoi”) a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni ad insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi.

Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati.

Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia (makarion) nel dare che nel ricevere!».

Appunti per la lectio
Il discorso d’addio di Paolo si rifà al testamento di Giacobbe (Gen 47,29-50); di Mosè (Dt 31-34); di Gesù (Gv 13-17); e soprattutto di Samuele, di cui si riportano alcune frasi (1Sam 12,1-4).

È il terzo grande discorso di Paolo negli Atti:
- Il primo rappresentava la sua predicazione davanti ai Giudei (c. 13),
- il secondo la sua predicazione davanti ai pagani (c. 17);
- il terzo costituisce il suo testamento pastorale (c. 20).

Paolo raccomanda agli anziani di Efeso – e attraverso loro a tutti i pastori delle Chiese – vigilanza, disinteresse e carità. Atteggiamenti che acquistano maggior valore dagli stessi esempi dell’Apostolo, del quale il discorso ci offre uno splendido profilo.

Paolo, modello di ogni ministro nella Chiesa
L’Apostolo, in tutto il suo impegno ministeriale e pastorale per le sue Comunità, non pretende altro che “servire il Signore” Gesù Cristo (cf. Rm 1,1; Fil 1,1; Gal 1,10). Questa “diakonia” implica un atteggiamento di obbedienza estrema verso Dio e una disponibilità assoluta verso i fratelli per i quali si svolge il ministero. Per questo va donata “in tutta umiltà”, con la consapevolezza che la propria debolezza (cf. 2Cor 12,9s), accettata davanti a Dio e agli uomini, ci renderà miti e capaci di edificare la fraternità (cf. Fil 2,3).

Ministero sempre difficile

Lo Spirito Santo, non salva il missionario dalle “prove” e dalle persecuzioni, perché queste lo rendono più simile al Cristo (cf. Lc 22,28). All’apostolo non saranno neanche risparmiate lacrime vere, come quelle di cui parla Paolo in 2Cor 2,4 e Fil 3,18, e quelle di Gesù stesso (Eb 5,7).

Senza discriminazioni

Il Vangelo non è dottrina esoterica riservata ad un’élite, esso è annuncio di salvezza universale. L’apostolato è, dunque, impegno e dono per tutti e per ciascuno:
- In ogni forma: annuncio ed istruzione;
- in tutti i modi: pubblico e privato;
- a tutti i destinatari: Giudei e Greci;
- con tutto il contenuto: di conversione e di fede.

Come Paolo, l’evangelizzatore chiederà a tutti di «convertirsi a Dio (come se tutti fossimo ancora pagani) e di credere nel Signor nostro Gesù Cristo (come se ci fossimo fermati alla Legge dei Giudei)». Infatti non c’è fede senza conversione, e la conversione non è possibile senza la fede (cf. l’appello di Gesù in Mc 1,15).

Il pastore buono
I presbiteri che presiedono le Comunità hanno l’impegno di essere “episkopoi”, cioè custodi nella Chiesa (cf. Tt 1,7; 1Tm 3,2). Ma, per coerenza, essi devono prima “vegliare” su se stessi e, solo dopo, su chi è loro affidato. Ricordando che questi sono coloro che Cristo «si è acquistato con il suo sangue» (cf. Ap 5,9s).
I nemici da cui guardarsi perché attentano alla Comunità, sono quei “lupi rapaci” (cf. Mt 7,15; Gv 10,12) che diffondono dottrine perverse (cf. 1Gv 2,19). Ma il più terribile nemico del Vangelo può essere lo stesso evangelizzatore, quando lo strumentalizza il suo ministero per “attirare discepoli dietro sé” e non dietro Cristo! [Confronta, invece, l’atteggiamento di Maria alle nozze di Cana (Gv 2,11)].

Il far memoria dell’atteggiamento di Paolo, diventa incentivo per imitarlo nella sua dedizione pastorale. Con ciò si imita lo stesso Cristo Gesù. Conseguentemente il vero apostolo:
- È un uomo “avvinto dallo Spirito”, strumento docile per portare ovunque la Parola che salva.
- È un fondatore di Chiese che, tuttavia, “non ritiene la propria vita meritevole di nulla”, sentendosi veramente “servo inutile” (Lc 9,24); attento solo ad annunciare Cristo (cf. Fil 1,20).
- È un missionario che, come Cristo, annuncia a tutti “il regno di Dio”, gratuitamente, in modo che a tutti si riveli “il Vangelo della grazia di Dio” (cf. Rm 3,22ss).

Tuttavia, anche il più zelante degli apostoli sa che la salvezza è, prima di tutto, opera di Dio (cf. 1Cor 3,6). Per questo, nel suo testamento, Paolo non affida la Parola ai presbiteri, ma questi alla protezione e alla forza salvifica della Parola. Infatti in essa, Dio stesso opera, salva ed edifica, cioè costruisce, la Chiesa.

La “povertà” paolina
Paolo, con un rimando, quasi letterale al Testamento di Samuele (1Sam 12,3) e a ciò che di se stesso afferma nelle sue lettere (cf. 1Cor 9,11-12), dice di non aver cercato dai suoi discepoli «né argento né oro…». Egli è povero come Pietro e Giovanni che «non hanno né argento né oro, ma solo Cristo» (At 3,6). In più, con l’orgoglio di chi è stato alla scuola del grande Gamaliele, può affermare: «Alle necessità mie e di quelli che erano con me, hanno provveduto queste mie mani»(cf. 2Ts 3,8). Non è soltanto il distacco tutto lucano dalle ricchezze terrene, è anche il bisogno paolino di evitare qualsiasi strumentalizzazione che mettesse in ombra la gratuità dell’impegno apostolico.
Questo comportamento viene assunto dal monachesimo e, specificamente, dalla Regola di san Benedetto, il quale afferma: «Se le esigenze locali o la povertà richiedono che i fratelli si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino, perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle loro mani come i nostri Padri (Antonio, Pacomio) e gli Apostoli» (RB 48,7-8). E, aggiungiamo noi, come Gesù, “il falegname” (Mc 6,3), conosciuto come «il figlio del carpentiere» (Mt 13,55).
Proprio la testimonianza di quella che il Codice di Diritto Canonico, rivolgendosi a noi Religiosi, chiama “povertà operosa”, permette a Paolo di trasmetterci un “agrafon” (un detto di Gesù al di fuori dei Vangeli) che sintetizza bene l’insegnamento sociale del Cristo (cf. Lc 6,30.34-35.38), e l’atteggiamento pastorale di Paolo: «Si è più beati (makarion) nel dare che nel ricevere». Beatitudine che ci assimila a quella «benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo, il quale da ricco che era si fece povero per noi, perché noi diventassimo ricchi della sua povertà» (2Cor 8,9).
La povertà è, per Paolo, conseguenza della scelta radicale per il Cristo e il suo Vangelo. Anzi è essa stessa evangelo, perché s’inserisce in quella gratuità propria del “Vangelo della grazia” annunciato dall’Apostolo quale superamento della Legge.
Per noi Consacrati il testamento di Paolo è un’occasione ottima per rivedere il nostro modo di vivere il voto di povertà. Esso non può essere fine a se stesso, né semplice libertà dalle cose, piuttosto, esso deve seguire, come sua conseguenza il voto di castità, l’avere il cuore indiviso per Cristo (cf. 1Cor 7,32-34).

Per l’oratio
Propongo il Salmo 71: la preghiera di un vecchio.
Oppure il Salmo 112: essere trasparenza di Dio.

Papa Benedetto al Concistoro, questa mattina 22 febbraio 2014

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CATTEDRA DI SAN PIETRO, CONCISTORO 2012 – OMELIA DI PAPA BENDETTO

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CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI E PER IL VOTO SU ALCUNE CAUSE DI CANONIZZAZIONE

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA CON I NUOVI CARDINALI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Solennità della Cattedra di San Pietro
Domenica, 19 febbraio 2012

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Nella solennità della Cattedra di san Pietro Apostolo, abbiamo la gioia di radunarci intorno all’Altare del Signore insieme con i nuovi Cardinali, che ieri ho aggregato al Collegio Cardinalizio. Ad essi, innanzitutto, rivolgo il mio cordiale saluto, ringraziando il Cardinale Fernando Filoni per le cortesi parole rivoltemi a nome di tutti. Estendo il mio saluto agli altri Porporati e a tutti Presuli presenti, come pure alle distinte Autorità, ai Signori Ambasciatori, ai sacerdoti, ai religiosi e a tutti i fedeli, venuti da varie parti del mondo per questa lieta circostanza, che riveste uno speciale carattere di universalità.
Nella seconda Lettura poc’anzi proclamata, l’Apostolo Pietro esorta i “presbiteri” della Chiesa ad essere pastori zelanti e premurosi del gregge di Cristo (cfr 1 Pt 5,1-2). Queste parole sono anzitutto rivolte a voi, cari e venerati Fratelli, che già avete molti meriti presso il Popolo di Dio per la vostra generosa e sapiente opera svolta nel Ministero pastorale in impegnative Diocesi, o nella direzione dei Dicasteri della Curia Romana, o nel servizio ecclesiale dello studio e dell’insegnamento. La nuova dignità che vi è stata conferita vuole manifestare l’apprezzamento per il vostro fedele lavoro nella vigna del Signore, rendere onore alle Comunità e alle Nazioni da cui provenite e di cui siete degni rappresentanti nella Chiesa, investirvi di nuove e più importanti responsabilità ecclesiali, ed infine chiedervi un supplemento di disponibilità per Cristo e per l’intera Comunità cristiana. Questa disponibilità al servizio del Vangelo è saldamente fondata sulla certezza della fede. Sappiamo infatti che Dio è fedele alle sue promesse ed attendiamo nella speranza la realizzazione di queste parole dell’apostolo Pietro: “E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1 Pt 5,4).

Il brano evangelico odierno presenta Pietro che, mosso da un’ispirazione divina, esprime la propria salda fede in Gesù, il Figlio di Dio ed il Messia promesso. In risposta a questa limpida professione di fede, fatta da Pietro anche a nome degli altri Apostoli, Cristo gli rivela la missione che intende affidargli, quella cioè di essere la “pietra”, la “roccia”, il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (cfr Mt 16,16-19). Tale denominazione di “roccia-pietra” non fa riferimento al carattere della persona, ma va compresa solo a partire da un aspetto più profondo, dal mistero: attraverso l’incarico che Gesù gli conferisce, Simon Pietro diventerà ciò che egli non è attraverso «la carne e il sangue». L’esegeta Joachim Jeremias ha mostrato che sullo sfondo è presente il linguaggio simbolico della «roccia santa». Al riguardo può aiutarci un testo rabbinico in cui si afferma: «Il Signore disse: “Come posso creare il mondo, quando sorgeranno questi senza-Dio e mi si rivolteranno contro?”. Ma quando Dio vide che doveva nascere Abramo, disse: “Guarda, ho trovato una roccia, sulla quale posso costruire e fondare il mondo”. Perciò egli chiamò Abramo una roccia». Il profeta Isaia vi fa riferimento quando ricorda al popolo «guardate alla roccia da cui siete stati tagliati… ad Abramo vostro padre» (51,1-2). Abramo, il padre dei credenti, con la sua fede viene visto come la roccia che sostiene la creazione. Simone, che per primo ha confessato Gesù come il Cristo ed è stato il primo testimone della risurrezione, diventa ora, con la sua fede rinnovata, la roccia che si oppone alle forze distruttive del male.
Cari fratelli e sorelle! Questo episodio evangelico che abbiamo ascoltato trova una ulteriore e più eloquente spiegazione in un conosciutissimo elemento artistico che impreziosisce questa Basilica Vaticana: l’altare della Cattedra. Quando si percorre la grandiosa navata centrale e, oltrepassato il transetto, si giunge all’abside, ci si trova davanti a un enorme trono di bronzo, che sembra librarsi, ma che in realtà è sostenuto dalle quattro statue di grandi Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente. E sopra il trono, circondata da un trionfo di angeli sospesi nell’aria, risplende nella finestra ovale la gloria dello Spirito Santo. Che cosa ci dice questo complesso scultoreo, dovuto al genio del Bernini? Esso rappresenta una visione dell’essenza della Chiesa e, all’interno di essa, del magistero petrino.
La finestra dell’abside apre la Chiesa verso l’esterno, verso l’intera creazione, mentre l’immagine della colomba dello Spirito Santo mostra Dio come la fonte della luce. Ma c’è anche un altro aspetto da evidenziare: la Chiesa stessa è, infatti, come una finestra, il luogo in cui Dio si fa vicino, si fa incontro al nostro mondo. La Chiesa non esiste per se stessa, non è il punto d’arrivo, ma deve rinviare oltre sé, verso l’alto, al di sopra di noi. La Chiesa è veramente se stessa nella misura in cui lascia trasparire l’Altro – con la “A” maiuscola – da cui proviene e a cui conduce. La Chiesa è il luogo dove Dio “arriva” a noi, e dove noi “partiamo” verso di Lui; essa ha il compito di aprire oltre se stesso quel mondo che tende a chiudersi in se stesso e portargli la luce che viene dall’alto, senza la quale diventerebbe inabitabile.
La grande cattedra di bronzo racchiude un seggio ligneo del IX secolo, che fu a lungo ritenuto la cattedra dell’apostolo Pietro e fu collocato proprio su questo altare monumentale a motivo del suo alto valore simbolico. Esso, infatti, esprime la presenza permanente dell’Apostolo nel magistero dei suoi successori. Il seggio di san Pietro, possiamo dire, è il trono della verità, che trae origine dal mandato di Cristo dopo la confessione a Cesarea di Filippo. Il seggio magisteriale rinnova in noi anche la memoria delle parole rivolte dal Signore a Pietro nel Cenacolo: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).
La cattedra di Pietro evoca un altro ricordo: la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia, che nella sua lettera ai Romani chiama la Chiesa di Roma “quella che presiede nella carità” (Inscr.: PG 5, 801). In effetti, il presiedere nella fede è inscindibilmente legato al presiedere nell’amore. Una fede senza amore non sarebbe più un’autentica fede cristiana. Ma le parole di sant’Ignazio hanno anche un altro risvolto, molto più concreto: il termine “carità”, infatti, veniva utilizzato dalla Chiesa delle origini per indicare anche l’Eucaristia. L’Eucaristia, infatti, è Sacramentum caritatis Christi, mediante il quale Egli continua ad attirarci tutti a sé, come fece dall’alto della croce (cfr Gv 12,32). Pertanto, “presiedere nella carità” significa attirare gli uomini in un abbraccio eucaristico – l’abbraccio di Cristo -, che supera ogni barriera e ogni estraneità, e crea la comunione dalle molteplici differenze. Il ministero petrino è dunque primato nell’amore in senso eucaristico, ovvero sollecitudine per la comunione universale della Chiesa in Cristo. E l’Eucaristia è forma e misura di questa comunione, e garanzia che essa si mantenga fedele al criterio della tradizione della fede.
La grande Cattedra è sostenuta dai Padri della Chiesa. I due maestri dell’Oriente, san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio, insieme con i latini, sant’Ambrogio e sant’Agostino, rappresentano la totalità della tradizione e, quindi, la ricchezza dell’espressione della vera fede nella santa e unica Chiesa. Questo elemento dell’altare ci dice che l’amore poggia sulla fede. Esso si sgretola se l’uomo non confida più in Dio e non obbedisce a Lui. Tutto nella Chiesa poggia sulla fede: i Sacramenti, la Liturgia, l’evangelizzazione, la carità. Anche il diritto, anche l’autorità nella Chiesa poggiano sulla fede. La Chiesa non si auto-regola, non dà a se stessa il proprio ordine, ma lo riceve dalla Parola di Dio, che ascolta nella fede e cerca di comprendere e di vivere. I Padri della Chiesa hanno nella comunità ecclesiale la funzione di garanti della fedeltà alla Sacra Scrittura. Essi assicurano un’esegesi affidabile, solida, capace di formare con la Cattedra di Pietro un complesso stabile e unitario. Le Sacre Scritture, interpretate autorevolmente dal Magistero alla luce dei Padri, illuminano il cammino della Chiesa nel tempo, assicurandole un fondamento stabile in mezzo ai mutamenti storici.
Dopo aver considerato i diversi elementi dell’altare della Cattedra, rivolgiamo ad esso uno sguardo d’insieme. E vediamo che è attraversato da un duplice movimento: di ascesa e di discesa. E’ la reciprocità tra la fede e l’amore. La Cattedra è posta in grande risalto in questo luogo, poiché qui vi è la tomba dell’apostolo Pietro, ma anch’essa tende verso l’amore di Dio. In effetti, la fede è orientata all’amore. Una fede egoistica sarebbe una fede non vera. Chi crede in Gesù Cristo ed entra nel dinamismo d’amore che nell’Eucaristia trova la sorgente, scopre la vera gioia e diventa a sua volta capace di vivere secondo la logica di questo dono. La vera fede è illuminata dall’amore e conduce all’amore, verso l’alto, come l’altare della Cattedra eleva verso la finestra luminosa, la gloria dello Spirito Santo, che costituisce il vero punto focale per lo sguardo del pellegrino quando varca la soglia della Basilica Vaticana. A quella finestra il trionfo degli angeli e le grandi raggiere dorate danno il massimo risalto, con un senso di pienezza traboccante che esprime la ricchezza della comunione con Dio. Dio non è solitudine, ma amore glorioso e gioioso, diffusivo e luminoso.
Cari fratelli e sorelle, a noi, ad ogni cristiano è affidato il dono di questo amore: un dono da donare, con la testimonianza della nostra vita. Questo è, in particolare, il vostro compito, venerati Fratelli Cardinali: testimoniare la gioia dell’amore di Cristo. Alla Vergine Maria, presente nella Comunità apostolica riunita in preghiera in attesa dello Spirito Santo (cfr At 1,14), affidiamo ora il vostro nuovo servizio ecclesiale. Ella, Madre del Verbo Incarnato, protegga il cammino della Chiesa, sostenga con la sua intercessione l’opera dei Pastori ed accolga sotto il suo manto l’intero Collegio cardinalizio. Amen!

Libreria Editrice Vaticana

God creator: in the beginning

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Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: LA SANTITÀ

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE 

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 13 APRILE 2011

LA SANTITÀ

Cari fratelli e sorelle,

nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium 50). Al termine di questo ciclo di catechesi, vorrei allora offrire qualche pensiero su che cosa sia la santità. Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. E’ l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino  esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41). Ma rimane la questione: come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo (cfr Is 6,3), che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma. Per dirlo ancora una volta con il Concilio Vaticano II: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta” (ibid., 40). La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto. San Paolo sottolinea in modo molto forte la trasformazione che opera nell’uomo la grazia battesimale e arriva a coniare una terminologia nuova, forgiata con la preposizione “con”: con-morti, con-sepolti, con-risucitati, con-vivificati con Cristo; il nostro destino è legato indissolubilmente al suo. “Per mezzo del battesimo – scrive – siamo stati sepolti insieme con lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti… così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio. Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr  Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l’aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all’esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr Col 3,14; Rm 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po’ troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. Che cosa è essenziale? Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell’Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l’esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni.  Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo” (Lumen gentium, 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell’essere santi.  Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della Prima Lettera di san Giovanni, può affermare una cosa coraggiosa: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: “Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene” (7,8: PL  35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità. Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna. Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore. Grazie.

LEVITICO 19,1-2.17-18 – commento biblico

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Levitico+19,1-2.17-18

LEVITICO 19,1-2.17-18

1 Il Signore disse ancora a Mosè: 2 «Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo. 17 Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d’un peccato per lui. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.

COMMENTO Levitico 19,1-2.17-18

L’amore del prossimo Il Levitico si apre con una sezione riguardante i sacrifici offerti nel santuario (Lv 1-7); nella sezione successiva si descrive l’investitura dei sacerdoti (Lv 8-10); vengono poi presentate le norme riguardanti la purezza rituale (Lv 11-15), che si concludono con la descrizione della festa dell’Espiazione (Kippur), nella quale erano perdonate le trasgressioni involontarie delle norme di purità (Lv 16); la sezione successiva contiene un codice che, in base alla finalità a cui tendono le norme in esso contenute, viene chiamato «Legge di santità» (Lv 17-26). Esso inizia con un capitolo nel quale si descrive il ruolo del sangue nei sacrifici (Lv 17), seguito da un capitolo nel quale si riporta un elenco di proibizioni sessuali (Lv 18). Il capitolo 19 si apre con l’esortazione che dà il titolo a tutta la sezione: «Siate santi, perché io, JHWH vostro Dio, sono santo» (19,2). In essa JHWH si presenta come colui al quale appartiene la qualifica di «santo»: con essa si mette in luce la sua trascendenza, cioè la sua radicale separazione da tutto ciò che è limitato, sia in campo fisico che morale. Il testo classico in cui si delinea la santità di Dio è la vocazione di Isaia (Is 6,1-8; cfr. Os 11,9). La stessa santità è conferita anche al popolo che Dio si è scelto e ha unito a sé mediante l’alleanza (cfr. Es 19,6). Essa si attua mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, quelli riguardanti la sfera sessuale, ricordati nel capitolo precedente, e quelli elencati nel seguito del capitolo. La lista, omessa dalla liturgia, si apre con i comandamenti morali riguardanti il rispetto dei genitori e la proibizione dell’idolatria (vv. 3-4). Dopo un intermezzo in cui si esaminano alcuni casi specifici di carattere giuridico e cultuale (vv. 5-10), riprende la serie di comandamenti morali che proibiscono il furto, i giuramenti falsi, lo sfruttamento del povero, il disprezzo del sordo e del cieco e l’ingiustizia nel giudizio (vv. 11-16). Al termine di questo elenco appare la seguente esortazione: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso (we’ahabta lere’aka kamôka). Io sono JHWH» (vv. 17-18). La lista procede con altri precetti di tipo per lo più casistico (vv. 19-37), tra cui si trova la disposizione che impone all’israelita di amare il forestiero come se stesso, perché anch’egli è stato forestiero nel paese d’Egitto (v. 34). Questa sistemazione del materiale tende a sottolineare l’importanza e il significato che l’amore del prossimo rivesta all’interno della legislazione biblica. Mentre gli altri precetti della lista riguardano azioni esterne, l’esortazione dei vv. 17-18 tocca alla radice l’atteggiamento interiore del singolo israelita, la sua scelta fondamentale, in quanto gli impone di «amare» (’ahab) il suo prossimo come se stesso. Essa gli ricorda che il rapporto con gli altri non si esaurisce nella ricerca della giustizia sociale o nell’esercizio del diritto, ma deve tendere all’amore, l’unico che può garantire all’agire umano una dimensione di libertà. Questa formula non si oppone semplicemente al divieto di odiare e di vendicarsi, ma afferma che ciascun membro della comunità deve riconoscere nel suo prossimo un altro se stesso, dotato dei suoi stessi pregi e difetti, degno perciò della stessa simpatia e solidarietà di cui egli ha bisogno. In tal modo si mette in luce come l’osservanza dei precetti morali sia impossibile se non si assume nei confronti del prossimo un atteggiamento del cuore analogo a quello che la Torah richiede nei confronti di Dio (cfr. Dt 6,5). Parallelamente tale massima indica il criterio da assumere per scoprire la volontà divina in tutti quei campi che non sono regolati da norme specifiche: a tal fine ciascuno non deve far altro che invertire i ruoli e chiedersi che cosa si aspetterebbe dal suo prossimo se fosse al suo posto (regola d’oro). In tal modo l’amore del prossimo diventa tendenzialmente la sintesi di tutti i comandamenti in quanto indica la strada maestra per obbedire alla volontà di Dio, appropriandosi di quella santità che è la sua caratteristica specifica. Il prossimo di Lv 19,18 è certamente l’altro israelita. È certo infatti che il termine rea‘ (prossimo), che nel contesto è sinonimo di fratello (v. 17), compatriota (vv. 15.17), membro del tuo popolo (v. 18), indica colui che appartiene al popolo di Dio, e non l’altro uomo in genere. Non c’è dubbio che il concetto di prossimo venga applicato anche al nemico personale, poiché proprio nello stesso brano si esclude in seno alla comunità israelitica ogni forma di vendetta e di rancore (cfr. anche Es 23,4-5.; Pr 20,22; 24,29; 25,21; Gb 31,29). È significativo però che successivamente l’amore venga richiesto anche nei confronti del forestiero (ger). Questi è il non israelita che si è stabilito a lungo o definitivamente nel territorio di Israele. Egli si trova in un rapporto di servitù verso un patrono o verso la tribù nella quale risiede; a differenza dello schiavo mantiene la sua libertà personale e può farsi una posizione con il suo lavoro. Tuttavia non può entrare in possesso di una proprietà fondiaria e, di conseguenza, resta sempre in una posizione di inferiorità sociale paragonabile a quella dei poveri, degli orfani e delle vedove e, in una certa misura, dei leviti. Insieme a tutti costoro il forestiero dispone della tutela della legge, che proibisce di farlo oggetto di ingiustizia e di oppressione (cfr. per es. Es 22,20-22; 23,9; Dt 10,19; 14,29; 24,17-19): come motivo viene portato il fatto che Israele è stato forestiero in Egitto, applicando così implicitamente il principio contenuto nella regola d’oro. In ambito ellenistico il ger diventerà il proselite, cioè il gentile che aderisce al popolo di Israele. Non si parla invece di amore verso l’altra categoria di stranieri, i nokerîm. Costoro erano gli stranieri veri e propri, che potevano trovarsi solo occasionalmente in terra di Israele come viaggiatori, commercianti o più spesso come occupanti. Essi erano privi, in Israele come presso gli altri popoli dell’antichità, di protezione e di diritti; si aggiunga il fatto che appartenevano a popoli spesso nemici, oggetto quindi di disprezzo e di odio. Ma anche nei loro confronti vigeva l’obbligo dell’ospitalità che, per gli israeliti come presso gli altri popoli dell’antichità, era sacra (cfr. Gn 18,1-15; 19,1-8; Gdc 19,16-24).

Linee interpretative Nella tradizione deuteronomica la fedeltà di Israele verso il suo Dio è espressa in termini di amore (Dt 6,5). Nella tradizione sacerdotale lo stesso amore viene richiesto anche nei confronti del prossimo (Lv 19,18). I due comandamenti ricoprono in pratica lo stesso campo, in quanto ambedue riguardano l’obbedienza ai comandamenti dell’alleanza. Ma, mentre il primo riguarda direttamente la motivazione profonda dell’obbedienza, il secondo indica il campo in cui questa obbedienza si esplica. Tutto il contenuto della torah appare così come esigenza di una risposta personale al Dio dell’alleanza, ma al tempo stesso come un atteggiamento di lealtà verso gli altri membri del popolo. Il comandamento che prescrive l’amore verso il prossimo rivela due aspetti essenziali della torah di Israele. Da un lato esso sottolinea che nessuna delle sue prescrizioni può essere concepita se non come un mezzo per esprimere la propria lealtà nei confronti dell’altro, In questa prospettiva, non può esistere alcuna norma che abbia uno scopo puramente rituale, ma ogni dovere religioso deve essere un mezzo per realizzare l’amore fraterno. D’altra parte il comandamento dell’amore mette in luce come l’osservanza di qualunque precetto della legge deve partire dal cuore, cioè deve essere eseguita con una profonda convinzione e partecipazione. La pura esecuzione di quanto è comandato non soddisfa le esigenze fondamentali dell’alleanza.

OMELIA VII DOMENICA DEL T.O.

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/07a-Domenica-A/12-7aDomenica-A-2014-SC.htm

23  FEBBRAIO 2014 | 7A DOMENICA A | TEMPO ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« PERCHÉ SIATE FIGLI DEL PADRE VOSTRO CELESTE, CHE FA SORGERE IL SUO SOLE SOPRA I MALVAGI E SOPRA I BUONI »

Continuano in questa Domenica le contrapposizioni fra l’antica « legge » e la « giustizia » superiore che Gesù è venuto ad annunciare e a testimoniare agli uomini. Sono le ultime, e tutte e due incentrate sulla legge dell’amore, che deve essere vissuta in una maniera radicale, senza frontiere di patrie o di persone, senza angustia di cuore o di sentimenti, ad imitazione dell’amore di Dio, « che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (Mt 5,45). Come si vede, siamo nel cuore del Nuovo Testamento, davanti alla sua « novità » più luminosa ed esaltante. Ma siamo anche davanti alla pagina più « difficile » del Vangelo, che solo nella misura in cui lo accettiamo come « grazia » può diventare praticabile per ciascuno di noi. Proprio per questo nella Colletta chiediamo l’aiuto del Padre, per fare ciò che alle sole nostre forze sarebbe impossibile: « Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo attuare nelle parole e nelle opere ciò che è conforme alla tua volontà ».

« Amerai il tuo prossimo come te stesso » Il precetto dell’amore, pur essendo una novità evangelica per quanto riguarda la sua intensità e la sua ampiezza, è tuttavia anticipato nell’Antico Testamento. Il brano del Levitico, propostoci oggi dalla Liturgia, ne è una esemplificazione concreta: del resto, proprio ad esso farà riferimento Gesù nella seconda delle due antitesi che esamineremo tra poco (Mt 5,43). Esso fa parte di un capitolo che raccoglie, senza ordine apparente, prescrizioni circa la vita quotidiana, unificate solo dal continuo riferimento a Jahvè e alla sua santità. Pur nel rimando ai dieci comandamenti (Lv 19,3.4.11.12, ecc.), vi predomina un grande afflato di carità, che preannuncia lo spirito del Nuovo Testamento. Si arriva ad attenzioni e delicatezze come la seguente: « Non disprezzerai il sordo, non metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore » (v. 14). « Il Signore parlò a Mosè dicendo: Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: « Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore »" (Lv 19,1-2.17-18).

Dio come modello di « amore » e di « santità » Non a caso la Liturgia ha fatto precedere il brano relativo all’amore del prossimo (vv. 17-18) dall’ammonimento più generale: « Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo » (v. 2). Quasi certamente la frase conclusiva del Vangelo odierno è un riadattamento, in chiave di santità interiore e non meramente ritualistica, del precetto del Levitico: « Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48). Il « confronto » è da farsi addirittura con il Padre che sta nei cieli: questo apre indubbiamente la prospettiva di una « santità » che non avrà mai termine e che tende continuamente a superarsi. Il ritualismo e il legalismo, che pur erano presenti nel Levitico, vengono così riassorbiti in una tensione verso una meta, che sta sempre al di là di tutti gli sforzi che potranno fare gli uomini per adeguarsi a Dio. Qui perciò la « santità » non può non essere interiore e morale, tendente cioè a trasformare l’uomo dal di dentro. Del resto, il richiamo a un amore autentico, che superi il « rancore » vendicativo ed esiga la franchezza del « rimprovero » fraterno (Lv 19,17-18), si comprende solo sulla base di una santità interiore. Così come l’invito ancor più esigente: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (v. 18). Anche se qui il « prossimo » è prima di tutto il fratello di fede e di razza, cioè l’Ebreo, rimane sempre vero che siamo davanti a una formulazione di altissima spiritualità, che Cristo farà propria, sia pure dilatandola all’infinito (cf Mt 22,37-40). Sullo sfondo rimane sempre Dio come « modello » non solo di santità, ma anche di amore: che cosa è l’alleanza che Dio ha fatto con Israele, se non un patto di amore? A questa esemplarità di amore e di perdono ci rimanda il bellissimo canto responsoriale, che riporta alcuni versetti del Salmo 103:

« Benedici il Signore, anima mia… Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie… Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore… Come dista l’oriente dall’occidente. così allontana da noi le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono » (Sal 103,1.3.8.12-13).

Proprio perché il Signore è capace di amare e di perdonare tutti i suoi « figli », questi devono essere capaci di amarsi tra loro.

« Avete inteso che fu detto: « Occhio per occhio… »" Questo concetto è sviluppato in maniera anche più efficace e articolata dal brano di Vangelo odierno, che contiene le due ultime antitesi fra vecchia e nuova « giustizia » (Mt 5,38-42). È l’abolizione della così detta « legge del taglione »1 che, a uno stadio primitivo di sviluppo della società, prescriveva di rimanere nell’ambito del « giusto » per quanto riguardava il risarcimento dei danni o delle offese: non andare oltre il danno effettivamente arrecato. Se il riferimento immediato è al danno corporale (occhio, dente, ecc.), è solo per enunziare un principio generale, valido per tutti i casi analoghi. Paradossalmente Gesù capovolge questa prassi di « rigida » giustizia e introduce la legge della non violenza (« Io vi dico di non opporvi al malvagio »: v. 39). Addirittura va oltre: disarmare il prepotente e il violento, concedendogli più di quanto pretenda (« Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; a chi vuol toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello… »). Qui siamo tentati di dire che è davvero troppo! Eppure è l’unico modo per stroncare la violenza, dimostrando che essa non ha alcun senso proprio perché cediamo di buon animo alle pretese del violento: se noi siamo distaccati persino dalla nostra vita fisica, che cosa può farsene l’assassino che viene a depredarcela? La legge del taglione, che pur è di rigorosa giustizia, è già una legge di morte per il cristiano!

Superare la « giustizia » con l’amore « L’insegnamento che proibisce di ricambiare il male non è rivolto ai giudici, per suggerire loro un nuovo modo di applicare la legge, bensì all’offeso, per insegnargli quale condotta adottare in quanto discepolo di Cristo. L’atteggiamento cristiano può dimostrare così a coloro che vogliono vedere come gli stessi procedimenti legali siano inadeguati a regolare le relazioni umane. Non si dovrebbe ricavare dalla lettura della pericope una divisione fra l’etica individuale e quella collettiva, quasi che Gesù fosse interessato solo alla prima e non alla seconda. La contrapposizione è piuttosto… fra l’etica « costituita » e quella del Regno. La legge del taglione, in senso lato, può offrire una base legale necessaria in una società organizzata, ma non rappresenta un sistema né adeguato, né definitivo. Da questo dovrebbe apparire chiaro che Gesù poteva proporre qualcosa di superiore, senza abrogare assolutamente ciò che la legge prescriveva ».2 Non si tratta di abolire i tribunali per fare giustizia, ma di testimoniare davanti a tutti la forza più grande dell’amore. Quando tutti ci ameremo di più, allora anche i tribunali della « giustizia » umana potrebbero non avere più senso!

« Avete inteso che fu detto: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico »" La legge dell’amore è richiamata, in forma anche più rigorosa, nell’ultima contrapposizione fra « antica » e « nuova » giustizia (vv. 43-48). Mentre la prima parte del comandamento (« Amerai il tuo prossimo ») si trova effettivamente nella Bibbia, come si è sopra ricordato (cf Lv 19,18), la seconda (« odierai il tuo nemico ») non vi si trova. Perciò si può dire che abbiamo qui una « forzatura » del testo, per far emergere la novità cristiana del precetto dell’amore. Però tale forzatura, in realtà, si praticava nella prassi interpretativa giudaica, che non era certo aperta e tollerante verso gli avversari, sia religiosi che politici. Già ai tempi del Nuovo Testamento, una comunità che si sforzava di vivere intensamente il messaggio biblico, qual era la comunità di Qumran, esortava i propri membri ad « amare tutti i figli della luce, e a odiare tutti i figli delle tenebre, ciascuno secondo la sua colpa al cospetto della vendetta di Dio ».3 I « nemici » qui sono da intendere in senso generale, da coloro che non hanno rapporti cordiali con noi fino a quelli che ci fanno del male, o addirittura ci « perseguitano » a motivo della nostra fede (v. 44). Verso tutti costoro il discepolo di Cristo deve avere un rapporto di benevolenza e di comprensione, perfino di « preghiera » e di perdono. Visti davanti a Dio nella « preghiera », quelli che noi chiamiamo « nemici » ci appariranno diversi: gente che ha più bisogno di essere aiutata a ritrovare se stessa che non di essere punita per il proprio peccato. Chi « odia », più che fare male agli altri, fa male a se stesso, e perciò Gesù ci comanda di amarli: amandoli, li raddolciremo e toglieremo dal loro cuore le spine che l’odio vi aveva confitto.

« Amate i vostri nemici… e sarete figli dell’Altissimo » Per far capire a tutti noi che non ci domanda una cosa impossibile, Gesù porta l’esempio stesso del Padre celeste, che ama tutti alla stessa maniera, facendo « sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni » e « piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (v. 45). È così che saremo veri « imitatori » di Dio, come si conviene ai « figli ». Proprio al concetto di filiazione richiama Luca nel passo parallelo: « Amate invece i vostri nemici, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi » (Lc 6,35). Amare come sa amare Dio ci rende suoi « figli », perché ci fa somiglianti a lui. È nell’amore verso i « nemici » che si manifesta il massimo dell’amore. Così come si manifesta lo « specifico » dell’agire cristiano: « Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avrete? Non fanno così anche i pubblicani? » (v. 46). In tante cose il cristiano non si differenzia dagli altri, perché ci sono princìpi di morale comune, iscritti nel cuore di tutti: ma nell’amore ai « nemici » egli porta la sua connotazione originale, per la quale si differenzierà da tutti. Per legge di morale naturale è impossibile amare i « nemici »!

« Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » La seconda lettura, che continua a sviluppare il tema della « sapienza » di Dio rivelatasi paradossalmente nella « follia » della Croce, può facilmente raccordarsi al discorso sull’amore. Perché tutte quelle lotte e contrapposizioni nella comunità di Corinto? Perché c’era chi andava dietro a Paolo, chi a Cefa, chi ad Apollo? Perché quei cristiani non si amavano, si consideravano gli uni avversari degli altri. E così la Chiesa, che è « tempio di Dio », andava in frantumi. « Non sapete voi che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi » (1 Cor 3,16-17). Qui il concetto di « tempio », prima che esprimere la sacralità, esprime l’idea di coesione architettonica, per cui i vari elementi che lo compongono combaciano fra di loro e realizzano un meraviglioso disegno di bellezza. La comunità di Corinto però minacciava di andare in rovina per la « stolta » presunzione di alcuni di appoggiarsi più sugli uomini, siano anche Paolo o Cefa, che su Cristo: « Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente di questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente: perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio » (vv. 18-19). Non è appoggiandosi agli uomini che si mantiene in piedi il tempio di Dio! Tutto invece si può salvare, se ci si riconcilia nell’amore e ci si rapporta a Cristo. Allora ciò che ci contrapponeva ai fratelli apparirà più un « dono » che arricchisce tutti che non un motivo di sopraffazione degli altri. « Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (vv. 21-23). Lo strano è che molti cristiani vedono oggi « nemici », o avversari, anche dentro la Chiesa, fra gli altri cristiani! E non sono capaci di amare questi « nemici », che il più delle volte sono anche più fedeli a Cristo e al Vangelo, magari in forme nuove e originali. Il problema è di riscoprire l’amore come dimensione essenziale della « convivenza » all’interno stesso della Chiesa. È così che tante tensioni e difficoltà, che mai mancheranno, saranno superate, come è avvenuto nella comunità di Corinto al tempo di Paolo: « Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (v. 23).

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche,

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 février, 2014 |Pas de commentaires »
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