Archive pour février, 2014

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2013

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20121015_lent-2013_it.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2013

Credere nella carità suscita carità «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16)                                  

Cari fratelli e sorelle,

la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.

1. La fede come risposta all’amore di Dio. Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva… Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un ”comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell’amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai “concluso” e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell’«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro l’amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore – «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all’amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.  «La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! … La fede, che prende coscienza dell’amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l’amore. Esso è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l’amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).

2. La carità come vita nella fede Tutta la vita cristiana è un rispondere all’amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20). Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12). La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell’amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).

3. L’indissolubile intreccio tra fede e carità Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l’atteggiamento di chi mette in modo così forte l’accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista. L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v’è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio, è l’annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8). In sostanza, tutto parte dall’Amore e tende all’Amore. L’amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l’annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell’Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri. A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione della Lettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l’iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.

4. Priorità della fede, primato della carità Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all’azione dell’unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20). La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l’unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell’amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5). Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l’Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l’Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall’umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13). Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita. Per questo elevo la mia preghiera a Dio, mentre invoco su ciascuno e su ogni comunità la Benedizione del Signore!

Dal Vaticano, 15 ottobre 2012 

BENEDICTUS PP. XVI

 

IL CARNEVALE

http://camcris.altervista.org/carnevale.html

IL CARNEVALE

Caratterizzato da colori e schiamazzi, il carnevale è considerata la festa dell’allegria per eccellenza. Uomini di ogni ceto sociale si recano a balli in maschera e sfilate variopinte, cercando di liberare la fantasia e di catturare un po’ di felicità. Lo scherzo « vale » ed il commercio che vi è connesso raggiunge il suo apice; vengono acquistati vestiti da indossare solo per qualche giorno, poi, come ogni anno, rimangono soltanto piazze e strade da ripulire. Oltrepassando pragmatiche e superficiali considerazioni, pro o contro il carnevale, occorre chiedersi da dove esso provenga e di quali concetti religiosi o valori morali sia portatore.

Le origini del carnevale Certamente non è facile indagare sulle origini di una festa come il carnevale, le cui tracce storiche nessuno ha potuto o voluto realmente conservare. Non è possibile nemmeno fare luce sui diversi aspetti che ne caratterizzano i festeggiamenti, in quanto, nel corso dei secoli e in realtà geografiche diverse, il carnevale si è arricchito di sfumature sempre nuove. L’etimologia del termine « carnevale » risale, con ogni probabilità, al latino carnem levare, espressione con cui nel Medioevo si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima, vale a dire dal giorno successivo alla fine del carnevale, sino al « giovedì santo » prima della Pasqua. Il carnevale infatti, nel calendario liturgico cattolico-romano si colloca necessariamente tra l’Epifania (6 gennaio) e la Quaresima. Le prime testimonianze documentarie del carnevale risalgono ad epoca medievale (sin dall’VIII sec. ca.) e parlano di una festa caratterizzata da uno sregolato godimento di cibi, bevande e piaceri sensuali. Per tutto il periodo si sovvertiva l’ordine sociale vigente e si scambiavano i ruoli soliti, nascondendo la vecchia identità dietro delle maschere. I festeggiamenti culminavano solitamente con il processo, la condanna, la lettura del testamento, la morte e il funerale di un fantoccio, che rappresentava allo stesso tempo sia il sovrano di un auspicato e mai pago mondo di « cuccagna », sia il capro espiatorio dei mali dell’anno passato. La fine violenta del fantoccio poneva termine al periodo degli sfrenati festeggiamenti e costituiva un augurio per il nuovo anno in corso. Nelle varie manifestazioni carnevalesche è possibile individuare un denominatore comune: la propiziazione e il rinnovamento della fecondità, in particolare della terra, attraverso l’esorcismo della morte. Il periodo carnevalesco coincide più o meno con l’inizio dell’anno agricolo, un chiaro indizio che permette di collegare direttamente il carnevale alle feste greche di impronta dionisiaca (le feste in onore di Dionisio, dio greco del vino, caratterizzate dal raggiungimento di uno stato di ebbrezza ed esaltazione entusiastica, che sfociavano in vere e proprie orge), e a quelle romane dei Saturnali (solenne festa religiosa, che si celebrava in onore del dio Saturno e durante la quale si tenevano cerimonie religiose di carattere sfrenato e orgiastico, che prevedevano tra l’altro la temporanea sospensione del rapporto servo-padrone). Lo stretto rapporto esistente tra queste feste e alcuni costumi del carnevale è evidente, anche se ignorato dai più. In tempi recenti gli storici hanno insistito maggiormente sull’origine agraria e sociale del carnevale. Esso è irrisione dell’ordine stabilito e capovolgimento autorizzato, limitato e controllato nel tempo e nello spazio dall’autorità costituita. In altre parole la festa del carnevale era vista dalle classi sociali più agiate come un’ottima valvola di sfogo concessa ai meno abbienti allo scopo di garantirsi il protrarsi dei propri privilegi. Non meno interessante è l’origine e la valenza demoniaca di alcune tra le maschere carnevalesche più famose e antiche, come quella nera sul volto di Arlecchino o quella bipartita (bianca e nera) di Pulcinella. Studi sul significato psicologico della volontà di indossare una maschera hanno mostrato che l’irresistibile attrazione esercitata dal carnevale sta proprio nella possibilità di smettere di essere se stessi per assumere le sembianze e il comportamento della maschera. Questa scelta, quando non è condizionata da fattori economici, rivela interessanti, e talvolta inaspettati, aspetti psicologici di una persona. Queste brevi note storiche, lungi dall’esaurire l’argomento, vogliono far riflettere il lettore sulla reale origine del carnevale e sull’impossibilità per ogni cristiano, separato dalle usanze del mondo e consacrato a Dio, di lasciarsi coinvolgere sia pure dal minore di questi aspetti.

Il Carnevale visto come manifestazione sociale Il Carnevale è la celebrazione del travestimento: di quella promiscuità ribelle che sovverte l’ordine naturale e morale stabilito da Dio: « La donna non si vestirà da uomo, e l’uomo non si vestirà da donna poiché il Signore, il tuo Dio, detesta chiunque fa queste cose » (De.22:5). La condanna è estesa ad ogni licenza dalla propria identità spirituale e dalle responsabilità etiche (So.1:89). Il Carnevale è il riconoscimento di quella ambiguità che, confondendo realtà e apparenza, verità e finzione, mira ad offuscare quella lucidità e giusta inibizione necessarie ad onorare Dio (Is.5:20,22; Ro.13:12-14). Per diversi credenti basta un disincantato: « non c’è nulla di male… » per rendere implicita l’approvazione di Dio in faccende che non Lo riguarderebbero. Il Carnevale è espressione di una allegrezza abbinata alla volgarità, in contrasto con la gioia cristiana (Ro.14:17, Ef.5:3,4), di una satira dissacratoria completamente in contrasto con la Parola di Dio, che non insegna lo scherno delle autorità, bensì a pregare per esse (I Ti.2:12). Il Carnevale è l’esaltazione sfrenata del godimento fine a sé stesso; tale festa costituisce, tuttavia, più che un’innocente divertimento, uno dei tanti « diversivi » che, con la scusa di fugare noia, tristezza e desideri repressi, allontana le coscienze dalla sana preoccupazione per la condizione dell’anima dinanzi al Giudizio divino (Is.30:9-11; Lu.16:19,25; I Pi.4:3,7).

Il Carnevale visto quale evento religioso Il Carnevale ha perduto nel tempo certe punte di pura stregoneria, ma sotto il manto della baldoria « scaccia pensieri », la sostanza dell’esorcismo « scaccia spiriti » non è scomparsa; esso è comunque una ricorrenza pagana, con tutto il suo fardello di contraddizioni inconciliabili con lo spirito e l’opera di Cristo (II Co.6:14-16). Il « carnevale religioso » rivisita un rituale che disonora l’unica propiziazione riconosciuta da Dio (I Gv.2:12). La simbologia cattolica delle ceneri ripropone una prescrizione mosaica superata dall’efficacia purificatoria del sacrificio di Gesù Cristo (Eb.9:11-14). Il Carnevale insegna un falso riscatto spirituale, promuovendo il peccato volontario in prospettiva di un « pentimento programmato ».

Conclusione Come cristiani desiderosi di vivere secondo la volontà di Dio, non vogliamo vivere secondo il sistema che vige nel mondo: « E non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà » (Ro.12:2, I Pi.1:14). Come genitori siamo inoltre chiamati ad istruire i nostri figli nella volontà di Dio, anche se veniamo considerati delle persone che non sanno rimanere al passo con i tempi, poiché la nostra preoccupazione non è quella di rimanere indietro con la società, ma di seguire Gesù Cristo il Signore in ogni cosa.

(si ringrazia P. Tarantino per il testo dell’articolo)

 

Publié dans:CARNEVALE (IL) |on 26 février, 2014 |Pas de commentaires »

Sant’Alessandro di Alessandria

Sant'Alessandro di Alessandria dans immagini sacre St.-Alexander-of-Alexandria

http://classicalchristianity.com/category/bysaint/st-alexander-of-alexandria-died-ca-326/

Publié dans:immagini sacre |on 25 février, 2014 |Pas de commentaires »

26 FEBBRAIO: ALESSANDRO DI ALESSANDRIA

http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_di_Alessandria

26 FEBBRAIO: ALESSANDRO DI ALESSANDRIA

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Alessandro di Alessandria (250 – Alessandria d’Egitto, 26 febbraio 326) fu il settimo Papa della Chiesa copta (massima carica del Patriarcato di Alessandria d’Egitto). Occupò la cattedra patriarcale dal 313 fino alla sua morte, avvenuta nel 326.

Biografia

La questione ariana Alessandro viene ricordato sia per la sua grandezza che per il fatto che la sua nomina patriarcale escluse l’eresiarca Ario da quella carica. Quest’ultimo aveva iniziato a predicare la sua eresia nel 300, quando Pietro, da cui fu scomunicato, era patriarca. Ario fu riammesso alla comunione da Achilla, il successore di Pietro, e da questo momento iniziò a tramare per essere nominato vescovo. Alla morte di Achilla, però, fu eletto Alessandro, pertanto Ario gettò la maschera e si ribellò apertamente. Alessandro, in principio, fu molto tollerante verso gli errori di Ario, al punto che il clero quasi si ribellò. Infine, però, l’eresia condannata da un concilio tenutosi ad Alessandria nel 318 e, più tardi, dal primo concilio di Nicea (325), di cui Alessandro redasse gli atti. Il concilio di Nicea stabilì, infatti, che il Figlio è consustanziale al Padre e non generato, contraddicendo in tal modo le tesi di Ario che, pur ammettendo che Gesù fosse di sostanza simile a Dio, riteneva che questi avesse iniziato ad esistere solo nel momento in cui era stato generato. Il concilio adottò, inoltre, la partizione civile dell’Impero come modello di partizione giurisdizionale della chiesa, riconoscendo per la prima volta ad Alessandria il ruolo di patriarcato.

Le persecuzioni Durante il suo lungo episcopato si verificarono le sanguinose persecuzioni degli imperatori Galerio e Massimino Daia che misero per l’ennesima volta a dura prova il cristianesimo in Egitto. Fu proprio mentre il suo predecessore Pietro era in carcere, in attesa del martirio, che Alessandro ed Achilla si recarono presso il pontefice ed intercessero per Ario, che Pietro aveva scomunicato dichiarando che era destinato alla perdizione. Il pontefice rifiutò di riammetterlo alla comunione, tuttavia, quando Achilla succedette a Pietro, Ario fu ordinato sacerdote e quando, a sua volta, Alessandro divenne vescovo l’eretico era ancora tollerato.

Figura e culto di Alessandro Alessandro veniva descritto dai contemporanei come « un uomo tenuto nella massima considerazione dal popolo e dal clero, magnificente, liberale, eloquente, amante di Dio e dell’uomo, dedito ai poveri, al bene e solerte verso tutti; così dedito alla mortificazione, che non ruppe mai il suo digiuno finché il sole brillava in cielo ». Viene venerato come santo dalla Chiesa cattolica (26 febbraio), da quella ortodossa (26 febbraio, anche se per lungo tempo il 17 aprile) e da quella copta (22 aprile).

Dal Martirologio Romano: « 26 febbraio – Commemorazione di sant’Alessandro, vescovo: anziano glorioso e dal fervido zelo per la fede, divenuto dopo san Pietro capo della Chiesa di Alessandria, separò dalla comunione ecclesiale il suo sacerdote Ario, pervertito dalla sua insana eresia e confutato dalla verità divina, che egli poi condannò quando entrò a far parte dei trecentodiciotto padri del concilio di Nicea I. »

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 25 février, 2014 |Pas de commentaires »

PAOLO, APOSTOLO – (TEMI DIVERSI…)

 http://www.fattipiuinla.it/Scout/Documenti%20vari/San%20Paolo_Teologia%20di%20Paolo.doc.

PAOLO, APOSTOLO – (TEMI DIVERSI…)

(ho cercato il termine « fiducia » ispirata da quello che sta accadendo in Italia, questo testo lo presento così come l’ho trovato, non ho il tempo di sistemarlo, mi sembra, però, gli il Signore mi ha suggerito bene!)

Grande apostolo e missionario, le cui lettere costituiscono una buona parte del Nuovo Testamento. Nato a Tarso, gli fu imposto il nome di Saulo e fu educato a Gerusalemme dal rabbino Gamaliele. Saulo apparteneva alla setta dei Farisei, tenaci oppositori del cristianesimo. Mentre si recava a Damasco ad arrestare alcuni cristiani, Saulo vide una luce folgorante e udì una voce che gli diceva:  « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ».

Accecato dalla luce, Saulo fu condotto a Damasco, dove Anania gli restituì la vista. Dopo essere stato battezzato, Saulo cominciò subito a predicare la nuova fede « dimostrando che Gesù è il Cristo ». I Giudei di Damasco ordirono un complotto per ucciderlo, per cui Saulo fu costretto a fuggire di notte a Gerusalemme. Qui i discepoli lo ricevettero con paura e diffidenza, fino a quando Barnaba non lo presentò agli apostoli narrando la sua conversione. Alcuni anni più tardi Barnaba andò a cercare Saulo per portarlo con sé ad Antiochia di Siria. Questa Chiesa poi inviò Barnaba e Saulo a predicare il Vangelo in Asia Minore. Dopo la visita a Cipro Saulo si chiamerà sempre Paolo (la forma in greco del suo nome ebraico). Ritornati ad Antiochia, riferirono alla comunità tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto la porta della fede ai pagani. Paolo in particolare fece capire ai cristiani giudei di Gerusalemme che Gesù era venuto per salvare tutti, non solo gli Ebrei. Nel suo secondo viaggio missionario fu accompagnato da Sila. A Listra si unì a loro un giovane di nome Timoteo e assieme partirono per la Grecia da Troade, dove furono raggiunti da Luca. Fondarono una nuova Chiesa a Filippi; qui Paolo e Sila furono bastonati e messi in prigione. Dopo il loro rilascio viaggiarono attraverso la Grecia; Paolo predicò ad Atene e si fermò a Corinto per diciotto mesi. Paolo poi tornò a Gerusalemme portando con sé la colletta per i poveri che aveva raccolto dai cristiani della Grecia e dell’Asia Minore. Paolo stette un po’ di tempo in Siria prima di partire di nuovo per Efeso, dove lavorò e predicò per quasi tre anni prima di partire per il suo terzo viaggio rivisitando Corinto, la Grecia, l’Asia Minore, per poi far ritorno a Gerusalemme. Poco dopo il suo ritorno a Gerusalemme Paolo fu di nuovo arrestato e mandato a Cesarea per il processo. Dopo due anni di custodia cautelare, Paolo si appellò a Cesare avvalendosi del suo diritto di essere processato a Roma. Durante il viaggio per mare la nave fece naufragio al largo di Malta senza perdita di vite umane. Giunto sano e salvo a Roma, vi fu tenuto agli arresti domiciliari per due anni. Probabilmente il processo si concluse con l’assoluzione, ma in seguito fu nuovamente arrestato e poi condannato a morte dall’imperatore Nerone attorno al 67 d.C. Il convertito di Cristo Non si ha nessuna sicurezza che Saulo-Paolo abbia avuto rapporti diretti con Gesù, la cui attività a Gerusalemme può essere coincisa con gli anni della presenza di Paolo nella città santa. La frase che si legge in 2Cor 5,16, « Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così », non autorizza alcuna conclusione sicura. Certo è che l’attaccamento appassionato alle tradizioni ebraiche e la focosità del carattere fecero di lui, in perfetta buona fede, un temibile avversario della chiesa nascente (cfr. At 7,58; At 8,1-3; At 9,1s, ecc.). Dopo l’uccisione di Stefano, a cui prese parte, At 8,1, Saulo si recò a Damasco per dare la caccia ai cristiani, ma mentre stava raggiungendo la città e già vedeva approssimarsi l’oasi e le mura fu atterrato da un’apparizione folgorante di Cristo. L’avvenimento è narrato tre volte negli Atti degli Apostoli, perché segna una tappa fondamentale nella storia della chiesa, e trova ripetute allusioni nelle lettere. Rievocandolo nel corso della vita, Paolo ne parlerà come di una nascita violenta (cfr. 1Cor 15,8) e gli sembrerà di essere stato « afferrato » o più letteralmente « catturato » da Cristo, Fil 3,12, « consacrato » o « segregato » in vista del vangelo di Dio, Rm 1,1. Il fatto, avvenuto verso l’anno 35 dell’èra cristiana, mutò radicalmente il corso della sua vita (cfr. Gal 1,11-16; Fil 3,7ss). Ricevuti il battesimo e l’iniziazione cristiana tramite Anania, un ebreo-cristiano di Damasco, At 9,19, si ritirò per qualche tempo nella solitudine dell’Arabia, Gal 1,17, e quindi ritornò a Damasco, dandosi con zelo a propagare il vangelo tra i suoi antichi correligionari, i quali non tardarono a dichiararlo apostata e a chiederne la vita. Sfuggendo alle loro insidie, si recò a Gerusalemme sotto la garanzia di Bàrnaba, un giudeo-cristiano influente di origine levitica, At 9,23ss, a « prendere contatti con Cefa », Gal 1,18. Ma per sottrarsi all’ostilità montante contro di lui accettò il consiglio di tornare a Tarso, sua città natale, At 9,29. Fu proprio in questi giorni di Gerusalemme che, mentre si trovava a pregare nel tempio, gli apparve di nuovo Gesù e gli fece intendere che la sua missione si sarebbe dovuta indirizzare verso le genti, At 22,17-21. Si noti che anche per Paolo, come già per Pietro nel battesimo di Cornelio, si attribuisce a un esplicito ordine divino il varcare le barriere del popolo ebraico nell’annuncio messianico. Nasce allora in lui la coscienza di essere il continuatore, per la sua parte, di quel misterioso « Servo di Jhwh » che è descritto nel libro di Isaia (cfr. Is 42,1-4; Is 49,1-6; Is 50,4-9; Is 52,13 – Is 53,12) e che i cristiani interpretano come figura di Cristo e della chiesa. Il periodo trascorso da Paolo a Tarso ci rimane oscuro e durò forse da quattro a cinque anni. Paolo vi esercitò senza dubbio il mestiere di « fabbricante di tende », ma non lo si può immaginare inattivo nell’impegno di annunciare il Cristo. E’ pensabile che in questo periodo sia maturata la sua riflessione sul mistero di Gesù, che venne a prendere per lui il posto che prima occupava la Tôrah, la legge, nella sua mente e nel suo cuore di fariseo: la legge era la luce, sapienza, giustificazione e salvezza, la legge era il vanto e il sostegno di ogni israelita. Ora Paolo acquisisce la coscienza che la legge era stata soltanto un pedagogo, un maestro che formava ed educava mediante precetti. Data a Mosè nell’alleanza del Sinai, era stata scolpita su tavole di pietra e rimaneva quindi esterna all’uomo, che la interiorizzava mediante lo studio e l’osservanza rigorosa. Nella nuova alleanza invece, avvenuta con la morte e la risurrezione di Gesù, Dio stesso infonde una « legge nuova » nel cuore donando il suo Spirito (Ger 31,33; Ez 36,26). Si tratta di un dono che l’uomo deve accogliere mediante la fede; resta però sempre un’attività di Dio che agisce nell’uomo che si apre a lui. Per questo san Paolo dirà:   »Vivo, però non più io, ma vive in me Cristo », Gal 2,20. Cristo è il fine della legge, in lui si trovano la nuova alleanza e la nuova creazione; lui e nessun altro è il mediatore della salvezza e della giustificazione, la quale avviene per la fede senza che siano più necessarie le opere prescritte dalla legge, ed è dono dello Spirito; e il tutto è da Dio, il quale adempie in Cristo la promessa fatta ad Abramo e riconcilia a sé tutte le cose (cfr. 2Cor 5,18-19). Questo, in parole povere, è il nucleo del pensiero di san Paolo quale dev’essersi chiarito e articolato nei primi anni dopo la conversione e a contatto delle prime esperienze missionarie. La grande avventura apostolica che seguirà non farà che trarne le conseguenze. Profilo fisico e spirituale La personalità di Paolo è una delle più ricche e complesse che si conoscano. Abbiamo la fortuna di possedere, negli scritti da lui dettati, le annotazioni autobiografiche, le introspezioni spirituali che rappresentano la prima grande espressione della letteratura psicologica. Da questo punto di vista la seconda lettera ai Corinzi va annoverata tra le opere letterarie più significative dell’umanità. Per trovare qualcosa di simile, bisogna leggere l’Apologia di Socrate di Platone o il Discorso per la corona di Demostene. Ma Socrate e Demostene, pur nella loro rispettiva grandezza, appartengono a un mondo antico, si inquadrano in una pólis e in una visione del mondo che è diventata estranea all’uomo contemporaneo. Paolo appartiene a un tipo nuovo di umanità, è il primo moderno tra gli antichi, anche se rivela connessioni evidenti con la sua età e cultura. Alla base della sua personalità si trova un fisico d’eccezione, duro, tenace, resistente alla fatica fisica e spirituale. Senza questa solidità corporea e psichica Paolo non sarebbe stato in grado di effettuare le prestazioni che gli sono attribuite. Già il mestiere di tessitore manuale e fabbricante di tende cilicie evoca un ambiente di robustezza ruvida e aspra. Gli interminabili viaggi per mare e per terra, in regioni montuose e desertiche, i naufragi, le percosse e le fustigazioni subìte, i disagi e le privazioni di ogni genere, gli eccessi di temperatura rigida e torrida del Mediterraneo orientale e del suo entroterra, aggiunti alle fatiche della predicazione e del lavoro quotidiano, le preoccupazioni spirituali per le comunità nascenti, l’assillo degli ostacoli frapposti ad ogni passo sul suo cammino dagli avversari, avrebbero facilmente avuto ragione di una costituzione fragile e nevrotica. Se si considera poi che la maggior parte degli scritti di Paolo, i più ampi e i più impegnativi, come la prima e la seconda lettera ai Corinzi, la lettera ai Galati e quella ai Romani si collocano tutti negli anni 56-67, anni burrascosi e difficili per ciò che accadde a Corinto, a Efeso e in Macedonia e mise a dura prova la resistenza fisica e spirituale dell’Apostolo, si potrà valutare quale fosse la tempra, la tenacia e la lucidità di questo « strumento scelto » di Cristo, At 9,15. E tuttavia è quasi un luogo comune attribuire a Paolo una malattia cronica, spesso di ordine fisico, talora, con insinuazioni non serene, di ordine psichico. Ma l’ipotesi di un’affezione cronica si regge in piedi a fatica. Di un’infermità nella carne egli parla in Gal 4,13ss come di un incidente che lo costrinse a prolungare il soggiorno in Galazia, ma dalla costatazione che i Galati « si sarebbero strappati anche gli occhi » per darli a lui, Gal 4,15, non si può certo dedurre che egli fosse malato agli occhi. Più discussa e problematica è la rivelazione che egli stesso fa del:   »pungiglione nella carne, un emissario di Satana che lo schiaffeggia perché non insuperbisca », 2Cor 12,7. Molte ipotesi sono state proposte per individuare la natura di questo morbo misterioso: malattia cronica, febbri malariche, epilessia… Ma fra tutte le opinioni, tenuto conto del linguaggio immaginoso con il quale l’Apostolo si esprime, sembra probabile ravvisare in questo aculeo che lo affligge, lo tiene a capo chino e gli impedisce di cantare il peana della vittoria, l’ostilità degli Ebrei, suoi « fratelli secondo la carne », Rm 9,3, che lo punge e l’affligge fino alla disperazione, fino a fargli nascere il desiderio di offrirsi in sacrificio per loro, Rm 9,2-3. Questo assillo spirituale e fisico costituisce lo sfondo dei cc. 9-11 della lettera ai Romani, dove egli affronta con larghezza di vedute il doloroso mistero del suo popolo. Tutto sommato, in un uomo così provato e temprato da fatiche, paragonabili soltanto nell’antichità a quelle di Alessandro Magno o di Giulio Cesare, difficilmente si può ammettere una malattia cronica di carattere fisico o di natura nervosa. Su questo fisico saldo e tenace s’innesta un carattere indomabile, risentito e volitivo. L’arco delle sue oscillazioni è larghissimo, va dalla tenerezza affettuosa e delicata alle impennate più indignate e implacabili. Ai Corinzi, dopo un’appassionata autoconfessione, scrive:   »La nostra bocca vi ha parlato apertamente e il nostro cuore si è dilatato per voi, o Corinzi. Non siete davvero allo stretto in noi: è nei vostri cuori che state allo stretto. Rendeteci il contraccambio. Parlo come ai figli, dilatate il cuore anche voi! », 2Cor 6,11-13. E ai Tessalonicesi, ricordando i giorni del primo incontro e dell’evangelizzazione: « Siamo stati affabili con voi; come una madre che cura premurosamente i suoi figli, così noi, desiderandovi ardentemente, eravamo disposti a comunicarvi non soltanto il vangelo di Dio ma la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari », 1Ts 2,7-8. La lettera ai Romani contiene una lunga sequenza di saluti a uomini e donne, conoscenti e amici dell’Apostolo, la quale è un modello di calore epistolare:   »Salutate Prisca e Aquila… Salutate Epeneto… salutate la carissima Pèrside… Salutatevi reciprocamente col bacio santo », Rm 16,3-16.

Ma quest’uomo tenerissimo e affabile è capace di assumere i toni più duri quando ne va di mezzo la fede o la purezza del vangelo: « Siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza – scrive ai Corinzi -. Guardare le cose in faccia: se alcuno ha la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che, se lui è di Cristo, lo siamo anche noi… Per non sembrare di volervi spaventare con le lettere! Perché « le lettere, si dice, sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa »… Sappia costui che quali siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche a fatti, di presenza », 2Cor 10,6-11. E ai Filippesi: « Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi dai falsi circoncisi », Fil 3,2; cfr. Gal 5,12. E ai Galati:   »Ma se noi o un angelo disceso dal cielo annunciasse a voi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia votato alla maledizione divina. Come ho detto prima, anche in questo momento ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che voi riceveste, sia votato alla maledizione divina », Gal 1,8-9.

Tra questi due estremi della dolcezza e della rudezza si distende la gamma della psicologia di Paolo: è ironico e veemente, sa ferire e medicare, umiliare e infondere coraggio; fiero della propria autonomia e sufficienza, ama l’autosufficienza dello stoico, la parre^sía e la franchezza di linguaggio del cinico, disdegna gli artifici della forma letteraria, coltiva l’amicizia, sa tacere, sopportare, accettare con gioia, e fa uso spontaneo di figure poetiche e retoriche; è un uomo di azione dal temperamento virile e concreto, ma al tempo stesso è un mistico, un contemplativo che cerca e trova nella preghiera la fonte e l’energia dell’azione. Tutti i momenti più drammatici della sua vita, le scelte decisive per l’azione sono precedute da uno stato di incontro mistico con il Signore: così a Gerusalemme agli inizi della missione, At 22,17-18, a Troade prima della partenza per la Grecia, At 16,9, a Corinto dopo i primi insuccessi, At 18,9, durante il naufragio sulla via di Roma, At 27,23. Alcuni tratti lo caratterizzano nettamente: è un introverso, per il quale la vera realtà è quella interiore, umana, spirituale: non si trova mai in tutto il suo epistolario uno sguardo sulla natura, alla maniera dei vangeli; trae di preferenza le immagini dal mondo umano (nascita, morte, soldati, stadio, schiavi, padroni, ecc.) e le poche volte che tenta di usare immagini della natura, come l’innesto dell’ulivo, nel cui mondo viveva, lo fa in maniera cerebrale, invertendo i termini del paragone (cfr. Rm 11,17ss). Paolo non ha quel che una volta si soleva chiamare « il senso della natura », bensì il senso dell’uomo e dei fatti sociali. Il suo mondo è la città. Mentre Gesù parlava del seme, del lievito, del fico, dei fiori, degli uccelli, del pastore, della vite, ecc., Paolo si serve di un registro espressivo di natura cittadina: lo stadio, la vita militare, gli schiavi, il tribunale, il teatro, il commercio, la costruzione delle case e così via, sono i suoi termini di riferimento. Altri elementi caratterizzanti sono l’entusiasmo, la gioia, la commozione interiore; il vangelo vissuto e sperimentato sprigiona la sua potenza attraverso la sua persona facendone un autore di comunicazione, uno stimolatore e maieuta efficace di decisione. Il contagio che sprizza dal suo parlare e dal suo atteggiamento modellato su Cristo passa e diventa creativo negli ascoltatori attraverso il canale dell’amore e della dedizione che lo lega intimamente a loro.   »Ricordate che come un padre fa con ciascuno dei suoi figli, vi abbiamo esortato individualmente, incoraggiandovi e scongiurandovi a camminare in maniera degna di Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria », 1Ts 2,11-12. Paolo fu essenzialmente un operatore della parola. Si incontrano e si fondono in lui due grandi civiltà della parola, quella greca e quella rabbinica ebraica. Ma egli sperimenta la presenza di un elemento imponderabile e misterioso nella parola del vangelo, la presenza di una potenza e virtù divina (dynamis, enérgheia), le quali manifestano la loro efficacia operativa nei segni verbali adottati dalla predicazione. Scrive ai Tessalonicesi rievocando la sua predicazione in mezzo a loro:  « Il nostro vangelo non è giunto fra voi soltanto a parole, ma anche con potenza, con effusione dello Spirito Santo e con piena convinzione… E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, accogliendo la parola in mezzo a molta tribolazione con la gioia dello Spirito Santo », 1Ts 1,4-5. Per essere efficace la parola si coniuga in lui con l’esempio e raggiunge i destinatari sulla via dell’amore. « Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo – scrive ai Corinzi – ma non certo molti padri, io vi ho generato in Cristo Gesù mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori… come io lo sono di Cristo », 1Cor 4,15-16; 11,1.

Lettere Paoline Le lettere giunte a noi con il nome di Paolo da sole basterebbero a collocarlo tra i grandi scrittori dell’antichità. Più che la quantità colpisce l’acutezza del pensiero e l’immediatezza esistenziale. Sono nate a servizio della missione e come sua integrazione.   San Paolo, l’autore delle Lettere  Grande apostolo e missionario, le cui lettere costituiscono una buona parte del Nuovo Testamento. Nato a Tarso, gli fu imposto il nome di Saulo e fu educato a Gerusalemme dal rabbino Gamaliele… « Un frammento di missione » le ha chiamate W. Wrede, e ben si addice loro la definizione che ne dà lo scrittore greco Demetrio, probabilmente contemporaneo di Paolo, chiamandole « l’altra parte del dialogo » già instaurato con i destinatari. Tredici lettere recano nell’indirizzo il nome di Paolo, e una quattordicesima, la lettera agli Ebrei, gli è stata attribuita fin dal II secolo, pur non essendo scritta da lui, anche se l’autore discretamente si mette nei suoi panni (cfr. Eb 13,23-25). Delle tredici lettere, sette sono ritenute da tutti autentiche (1 Tessalonicesi, 1-2 Corinzi, Galati, Romani, Filippesi, Filemone); apparse tra gli anni 50 e 60, esse sono gli scritti più antichi del cristianesimo. Nelle altre lettere la maggioranza dei critici è incline a ravvisare la mano di qualche discepolo, se non addirittura la pseudoepigrafia secondo un’usanza in voga in quei secoli. Vengono raccolte in determinati gruppi: sono dette « lettere principali » le quattro più ampie (Romani, 1-2 Corinzi, Galati), « lettere della prigionia » quelle che, secondo la loro stessa testimonianza, sono state scritte in prigione (Filippesi, Efesini, Colossesi, Filemone, 2 Timoteo), e poiché le lettere a Tito e Timoteo si caratterizzano come un gruppo a sé, e trattano argomenti attinenti alla pratica, vengono denominate « lettere pastorali ».

Introduzione alle Lettere Le lettere giunte a noi con il nome di Paolo da sole basterebbero a collocarlo tra i grandi scrittori dell’antichità. Più che la quantità colpisce l’acutezza del pensiero e l’immediatezza esistenziale. Sono nate a servizio della missione e come sua integrazione. « Un frammento di missione » le ha chiamate W. Wrede, e ben si addice loro la definizione che ne dà lo scrittore greco Demetrio, probabilmente contemporaneo di Paolo, chiamandole « l’altra parte del dialogo » già instaurato con i destinatari. Tredici lettere recano nell’indirizzo il nome di Paolo, e una quattordicesima, la lettera agli Ebrei, gli è stata attribuita fin dal II secolo, pur non essendo scritta da lui, anche se l’autore discretamente si mette nei suoi panni (cfr. Eb 13,23-25). Delle tredici lettere, sette sono ritenute da tutti autentiche (1 Tessalonicesi, 1-2 Corinzi, Galati, Romani, Filippesi, Filemone); apparse tra gli anni 50 e 60, esse sono gli scritti più antichi del cristianesimo. Nelle altre lettere la maggioranza dei critici è incline a ravvisare la mano di qualche discepolo, se non addirittura la pseudoepigrafia secondo un’usanza in voga in quei secoli. Vengono raccolte in determinati gruppi: sono dette « lettere principali » le quattro più ampie (Romani, 1-2 Corinzi, Galati), « lettere della prigionia » quelle che, secondo la loro stessa testimonianza, sono state scritte in prigione (Filippesi, Efesini, Colossesi, Filemone, 2 Timoteo), e poiché le lettere a Tito e Timoteo si caratterizzano come un gruppo a sé, e trattano argomenti attinenti alla pratica, vengono denominate « lettere pastorali ». Dopo A. Deissmann, che le ha messe a confronto con la grande quantità di lettere papiracee scoperte in Egitto, si pone la questione se siano lettere reali oppure « epistole », cioè lettere fittizie, come per esempio quella di Orazio Ad Pisones, De arte poetica. La lettera serve al dialogo di uomini a distanza, l’epistola è un’esercitazione letteraria, destinata al gran pubblico. Ora non c’è dubbio che in Paolo si tratta di lettere vere e proprie, che si rivolgono a un destinatario preciso e non a un pubblico generico, sono dovute a determinate ragioni, affrontano questioni che riguardano situazioni concrete, contengono comunicazioni e saluti personali. Ma anche quando tratta argomenti di attualità, egli li investe con argomentazioni teologiche. Inoltre le sue lettere contengono vere e proprie sezioni dottrinali che vanno al di là delle questioni contingenti: così 1Ts 4,13ss, dove dal caso concreto dei Tessalonicesi passa a trattare dell’escatologia cristiana; lo stesso in 1Cor cc. 10; 13-15, ove la situazione della comunità dà spunto a considerazioni teologico-pastorali sulla situazione « esodica » della vita cristiana, sul primato della carità (agápe^) e sulla speranza della risurrezione. Le lettere ai Galati e ai Romani sono trattazioni teologiche, ma conservano il carattere di vere lettere alle rispettive comunità. Lettere occasionali dunque, nate dalle esigenze della missione, ma nel contempo lettere pastorali e apostoliche destinate a costruire le comunità. Il loro modulo espositivo è ampiamente dialogico; spesso egli fa esporre obiezioni da un presunto interlocutore o gli rivolge domande retoriche per aver modo di presentare la risposta (cfr. Rm 2,1.21; 1Cor 15,29-35). E’ lo stile classico della diatriba, in uso nella tradizione e nella prassi pedagogica cinico-stoica contemporanea. Colpisce a prima vista l’uso frequente delle antitesi e delle contrapposizioni (luce-tenebre, morte-vita, schiavitù-libertà, peccato-giustizia, perdizione-salvezza, carne-spirito, debolezza-forza, vecchio-nuovo, ecc.), indice di una personalità vivace, operativa e senza mezzi termini. Risulta con sicurezza che le comunità leggevano le lettere (cfr. 1Ts 5,27) e se le passavano le une con le altre (cfr. Col 4,16). Ci si domanda se qualcuna sia andata perduta; in 1Cor 5,9 Paolo cita una precedente missiva che non ci è rimasta. Lo stesso si deve dire della cosiddetta « lettera delle lacrime », citata in 2Cor 2,4; ma vi sono motivi di ritenere che alcune lettere da noi possedute contengano e fondano insieme più lettere o frammenti di lettere; in particolare la seconda lettera ai Corinzi viene ritenuta da alcuni, non senza fondamento, una compilazione di vari scritti più brevi inviati alla stessa comunità. Una raccolta degli scritti di Paolo deve essere cominciata assai presto. La seconda lettera di Pietro attesta l’esistenza, verso la fine del I secolo, di un corpus di lettere paoline, che viene paragonato alle altre Scritture sacre (quelle ebraiche, fatte proprie dai cristiani); di esse si dice che bisogna interpretarle correttamente, per non essere indotti nell’errore: « Reputate un’occasione di salvezza la longanimità del Signore nostro, come anche vi scrisse il nostro amato fratello Paolo, secondo la sapienza che gli era stata data: come in tutte quelle lettere in cui parla di questi argomenti, ci sono dei punti difficili a capire, che persone incompetenti e leggère stravolgono, al pari delle altre parti della Scrittura, a propria rovina », 2Pt 3,15-16. Chi abbia promosso tale raccolta, a quali lettere si estendesse e quali scopi perseguisse non è dato saperlo. Verso la metà del II secolo Marcione definì di propria iniziativa un catalogo di sacre Scritture, con dieci lettere di san Paolo, escluse le pastorali a Timoteo e a Tito. Il Papiro 46, del 200 circa, riporta ancora dieci lettere, inclusa quella agli Ebrei, escluse quella a Filemone e le pastorali. Il cosiddetto Canone o Frammento muratoriano, databile intorno al 180 d.C., cataloga tredici lettere, esclusa quella agli Ebrei. I martiri di Scillium (180 d.C.), interrogati dal proconsole Saturnino circa gli scritti che portano con sé, rispondono: « Libri e le lettere di Paolo, uomo giusto ». Non è dato conoscere il numero delle lettere. Ma tutte le lettere di Paolo, fatta eccezione per il breve biglietto a Filemone, si trovano citate in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo: ciò fa supporre che già allora circolasse una raccolta delle lettere dell’Apostolo. Qui però si entra nella storia del canone (cfr. sopra, introduzione al Nuovo Testamento). Gli autografi delle lettere, vergate certamente su papiro, sono andati irrimediabilmente perduti; si possiedono tuttavia oltre 5.000 copie manoscritte, un patrimonio eccezionalmente ricco. Spiccano tra esse dieci papiri del III secolo, frammentari, che precedono i grandi codici unciali completi, il Sinaitico e il Vaticano, del IV secolo. Il manoscritto più antico e autorevole è il già citato Papiro 46 della collezione Chester Beatty, databile al 200 circa, giunto a noi quasi completo.

Il metodo: approccio « sincronico » e « diacronico » L’esegesi lontana dalla vita è vuota, d’altro canto una vita che andasse per conto suo, facendo a meno della Parola di Dio sarebbe una vita sbandata o sbandabile. Secondo l’edizione critica delle concordanze di Aland nel Nuovo Testamento il tesoro linguistico consta di 137.490 parole; la parte di Paolo consta di 32.342 parole. Il rapporto è del 23,5 %. Questo ci dice che dobbiamo considerare il fatto che Paolo usa dei termini in maniera ripetitiva e con una frequenza apprezzabile rispetto agli altri scrittori neotestamentari. Il 23,5 % è una percentuale un po’ bassa e non ha grande rilevanza, ma ci sono dei termini come  (eu’agghèlion, usato con una frequenza del 78,94%), i quali, pur non avendo un peso particolare, richiamano un’attenzione a questa insistenza del tutto particolare. Nel quadro teologico d’insieme del Paolinismo, si deve tener conto anche delle lettere pastorali, che posseggono materiale d’insieme. Soprattutto le lettere della prigionia, in particolare Colossesi ed Efesini, che si suppongono scritte da Paolo in carcere, danno un tocco teologico tutto particolare al messaggio paolino.   Accoglienza Come abbiamo visto parlando della fede l’accoglienza deve essere piena. Non solo l’uomo che crede deve accogliere tutto il Cristo che gli viene presentato, ma questa totalità deve essere lasciata penetrare in tutta la vita. Fin dall’inizio la fede non è un atto separato, scontato, ma è un’accoglienza che entra fino a riempire tutti gli spazi della vita: accoglienza totale, perché è assenza di limitazione all’accoglienza, e piena, perché questo contenuto tende a penetrare in tutti gli aspetti della vita. La prima accoglienza del contenuto del vangelo è quella accoglienza che, nella prassi paolina, precedeva il battesimo; questa è la trafila che Paolo seguiva: parlando a dei Giudei presupponeva la credenza in Dio, parlando ai pagani il primo passaggio è quello di spostarsi dal livello di idolatria al livello di accettazione del Dio vivente; così Paolo si esprime in 1Ts:   « [...] Siete passati dal servizio della divinità morta al servizio e all’adorazione del Dio vivente ». Questo è il primo passo: Paolo infatti non annunciava Cristo come una voce nel deserto, ma prima a coloro che non ammettevano l’esistenza di Dio parlava loro della sua esistenza, come del resto fece Paolo sull’Areopago negli Atti degli Apostoli al capitolo 17 (Cf. At 17) ) , dove egli parlando a pagani parte dalla loro esperienza e li porta alla concezione di Dio e infine parla di Cristo. Quando c’è una accettazione piena di Dio egli parla subito di Cristo, che è considerato come un dono di Dio; una volta capito Cristo e il contenuto del mistero pasquale, c’è l’esplicitazione piena della fede, l’accettazione definitiva di questo contenuto del mistero pasquale di Cristo nella propria vita che è appunto l’apertura della fede; a questa poi segue il battesimo che fa scattare la giustificazione. Paolo in 1Cor 15,11, dove vengono rievocati i contenuti del mistero pasquale, dice:   »[...] Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto « . Accogliete questo annuncio in questi termini in cui ve lo abbiamo annunciato e presentato. La fede al secondo livello si può chiamare una assimilazione progressiva che tende a coprire tutta la vita, che si realizza quella pienezza scelta nella prima apertura della fede. La prima apertura della fede, l’accoglienza dell’annuncio di Cristo morto e risorto è una accoglienza che va mantenuta continuamente, cioè è un’applicazione della morte e della risurrezione di Cristo che tende a interessare tutti i dettagli della vita. È quello che Paolo esprime quando dice in Gal 2,20:   »[...] Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me. La vita che vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me ».   Giustificazione Questo è un tema particolarmente delicato anche perché sia la Riforma che la Controriforma hanno preso come vessillo di espressione proprio la giustificazione, con alcuni abbagli storici ed esegetici piuttosto notevoli, sia da parte cattolica che protestante. Questo movimento che ha ruotato attorno alla giustificazione ci fa capire l’importanza che ha questo tema in Paolo. Con il nostro metodo diamo subito un’occhiata alla terminologia:

Paolo  Nuovo Testamento

 57   91 – 62,6%

2   2 – 100%

5   10 – 50%

27  39 69,2%

Dikaiôsùnê, significa giustizia, ma noi la traduciamo anche giustificazione; è un tema che stando alla terminologia è caro a Paolo; dikàiôsis significa giustificazione in senso attivo, e abbiamo una prevalenza del 100%, ma data la presenza così esigua non possiamo dire che è sconvolgente. Lo stesso è per dikàiôma, atto giusto, perché abbiamo cinque presenze in Paolo sulle dieci complessive del Nuovo Testamento.Il verbo dikaiòô, giustificare, è presente questa volta più dei sostantivi. Questo per dire che troviamo in Paolo 91 ricorrenze di questo grappolo terminologico riferite alla giustificazione sulle 142 di tutto il Nuovo Testamento, la cui proporzione del 65% è notevolmente alta, e questo fa capire cheè un termine molto presente in Paolo: questo sempre come ipotesi di lavoro. Infatti sarebbe un grave errore metodologico se prendessimo queste statistiche come delle dimostrazioni, sono solo degli indizi. Di fronte a questa abbondanza di ricorrenze vediamo quali sono i significati di fondo da attribuirsi a giustificazione in senso attivo dikàiôsis, giustificazione come atto giusto dikàiôma e al verbo dikaiòô. C’è un significato di fondo? Questo tema è centrale ed è molto discusso, un po’ a causa della storia che lo ha molto sovraccaricato, un po’ dal modo originale e vario in cui Paolo lo ha usato. Ne tentiamo una spiegazione che capìta adeguatamente apre la porta a capire la portata di questo termine in Paolo e ci aiuta in concreto a capire e spiegare i singoli brani. La giustificazione in Paolo viene da un termine ebraico equivalente, sedakà che si traduce con giustificazione, e che ha un senso molto preciso. Sedakà è tipico dell’Antico Testamento ed indica un pareggio tra una misura e una realtà concreta che corrisponde alla misura. Quando tra la realtà concreta e una misura abbiamo una corrispondenza piena abbiamo una sedakà, giustificazione. Vediamo alcuni esempi. C’è una sedakà in senso fisico: se si comprano due misure di grano, di olio o di vino, se a queste misure corrisponde poi la realtà tangibile del grano, olio e vino che viene dato, allora abbiamo una sedakà; se comprando una bottiglia di vino di un litro, il suo contenuto è un litro di vino allora abbiamo una sedakà. C’è anche una sedakà a livello legale: la legge mi indica un comportamento da eseguire; la legge è una misura che indica una condotta; se tra questa formula e il comportamento di una persona c’è pareggio e rispondenza avremo allora la giustificazione in senso legale.C’è anche una giustificazione in senso religioso: per esempio lo Shemà Israel,   »Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (Dt 6,5) anche questa è una misura, cioè c’è una formula ideale e c’è una condotta che cerca di esprime e concretizzare questa formula; se nella condotta di una persona c’è un tentativo di attuazione di questa formula abbiamo un uomo giusto dal punto di vista religioso. L’uomo giusto in senso religioso, quindi, è colui che fa un certo pareggio fra certe formule di carattere religioso che indica un certo comportamento, e il comportamento storico spazio-temporale che ha quella persona. Lo stesso si può dire a livello umano più generale: c’è una formula che riguarda l’uomo così globale e quando l’uomo realizza in pieno questa formula c’è un pareggio; questa formula, è ciò che per Paolo significa essere uomo, e la prenderemo in considerazione tra poco. C’è una giustizia che riguarda Dio: quando si parla di un Dio giusto non si deve pensare ad un Dio che sta ad esigere i propri diritti; Dio non si colloca nello schema di giustizia commutativa che è uno schema validissimo nella comunità umana: io ho dei diritti e dei doveri, è dovere di tutti rispettare i diritti degli altri. Ma quando si parla di Dio la giustizia commutativa non è valida perché Dio non ha un corpo e tutto quello che fa lo fa per amore, non per avere dall’uomo qualcosa in cambio: l’alleanza è una iniziativa di puro amore da parte di Dio. Anche Dio si può chiamare però in un certo senso Giusto, non nel senso che fa rispettare i suoi diritti, ma in un senso diverso.  Dio ha fatto delle promesse ad Abramo, e proprio questa promessa fatta comporterà una realizzazione concreta di quello che Dio ha detto. Dio è perfettamente coerente con l’impegno che ha preso: c’è quindi un certo pareggio in Dio tra quelle che sono le promesse che Dio ha fatto e la loro realizzazione, questa è la giustizia propria di Dio, la sua coerenza suprema. La fedeltà di Dio nella storia della salvezza è quello che Paolo chiama la Giustizia di Dio. Per quanto riguarda Paolo c’è da notare un aspetto che riguarda Dio e uno che riguarda l’uomo. In Rm 3,26 Paolo parla di Dio come giusto e giustificante, Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù. Dio quindi è giusto, fa pareggio in pieno, ma Egli è anche capace di rendere l’uomo capace di fare questo pareggio: all’uomo che ha fede in Gesù. Guardiamo l’esegesi che sostanzialmente è condivisa da protestanti e cattolici, anche se con sfumature diverse: l’uomo ha una sua formula, Dio allora interviene donando il vangelo, chiedendo l’apertura della fede, se l’uomo accoglie il vangelo per mezzo della fede scatta nell’uomo la giustificazione: l’uomo viene battezzato, e gli viene data la possibilità di fare un pareggio pieno tra quella che è la sua formula di « essere uomo », il suo progetto, e la realtà concreta storica dell’uomo stesso; l’uomo può vivere concretamente secondo questo schema e la formula che lo riguarda.   Fede La fede è la risposta all’annuncio del vangelo, l’apertura piena al progetto di Dio che viene presentato e focalizzato attraverso l’annuncio del vangelo. Mediante l’apertura della fede il cristiano accoglie il vangelo.

Paolo  Nuovo Testamento 142 243 Percentuale 58,43% 54   241 Percentuale 22,40%

La frequenza con cui Paolo usa  pistis, fede è molto apprezzabile. Per Paolo c’è un interesse al concetto, all’interpretazione che viene espressa attraverso un sostantivo, più che attraverso il verbo che esprime lo svolgimento dell’azione. Per organizzare meglio il materiale paolino notiamo quattro livelli nei quali si può collocare tutto quello che Paolo ha detto sia a proposito della fede che del credere. Questa è una nostra schematizzazione che ci aiuta a capire meglio Paolo. 1) Adesione iniziale-battesimo; 2) assimilazione progressiva in tutta la vita; 3) espressione comunitaria; 4) spinta missionaria verso l’annunzio e la condivisione con tutti. Consideriamo prima un livello generale che sottostà a questi quattro livelli: la fede per Paolo è un’apertura al contenuto del vangelo. La persona viene interpellata dall’annuncio del vangelo « Cristo morto e risorto per… », un contenuto che tende a diventare transitivo, a entrare nella vita; se uno lo accoglie allora in lui si genera la fede, che è l’accoglienza piena e totale al vangelo. Questo concetto di fede ha i suoi antecedenti, già se ne parla nell’Antico Testamento, ma per Paolo fede non è solo apertura verso Dio, fiducia in Dio, proprio dell’Antico Testamento, ma per Paolo la fede è l’apertura radicale con la quale viene accolto e personalizzato in un secondo momento, nella persona a cui viene annunciato, il contenuto stesso del vangelo. Questa accoglienza deve essere una apertura piena e radicale, richiede dall’uomo una scelta di volontà. Non si può accettare una parte dell’evento pasquale, non si può accettare il Cristo nella propria vita mettendo delle condizioni; un’accettazione limitante in partenza non è più fede, invece la fede vera e propria implica una totalità, implica che si accolga completamente tutto il Cristo che viene presentato dal vangelo. Questo è un punto importante che merita una sottolineatura.

Formula dell’uomo La formula dell’uomo è possibile trovarla in Gn 2,26: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza » immagine e somiglianza sono sinonimi, ma non formano una tautologia (Proposizione nella quale il predicato ripete il concetto già espresso nel soggetto), ma l’immagine è la somma di quei tratti di Dio che l’uomo può realizzare, cioè l’intelligenza, l’amore, la bontà, la capacità creativa, e diventa somiglianza quando questa immagine si realizza davvero. L’uomo quindi a immagine di Dio è l’uomo progettato da Dio e come appare nella Genesi, la formula dell’uomo quindi è essere immagine di Dio nel senso appena citato, cioè di realizzazione dei valori di Dio, ciò che è specifico di Dio, perché Dio vuole l’uomo con questi elementi e costellazioni di valori che vengono comunicati e immessi nella formula uomo. A questo si può aggiungere, secondo Paolo e Giovanni, i tratti tipici di Dio nei tratti tipici di Cristo, perché Cristo è visto come la realizzazione piena a livello umano, concreto, dei valori propri di Dio. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: « Chi vede me vede il Padre » e questa è una espressione che sicuramente Paolo condividerebbe. Non che ci sia una somiglianza a livello fisico, una banalizzazione grezza, del tutto aliena al testo, ma le scelte proprie di Gesù sono quelle anche del Padre. Chi capisce quello che fa Gesù, l’atteggiamento di Gesù, capisce le motivazioni, gli atteggiamenti e i grandi valori del Padre. In questo senso allora Gesù è immagine viva del Padre. Se questo è chiaro allora la formula tipica di uomo per Paolo è l’uomo a immagine di Dio, che esprime i tratti caratteristici di Dio, dei tratti visti concretamente in Cristo. Paolo poteva affermare: Cristo vive in me, perché sentiva in lui la forza purificatrice di Cristo e avvertiva in lui la spinta operativa propria della Risurrezione. Applicando queste esperienza di Paolo in generale all’uomo, quindi l’uomo per realizzarsi in quanto uomo deve esprimere i tratti tipici di Cristo stesso, gli atteggiamenti di Cristo. Non per nulla abbiamo per Paolo un primo Adamo e un ultimo Adamo, e non è un gioco di concetti: il primo Adamo è l’Adamo da cui tutti deriviamo; sulla stessa linea in cui portiamo i tratti tipici di Adamo siamo destinati a portare i tratti tipici di Cristo, infatti la linea uomo comincia con Adamo ma non termina con Adamo, ma in Cristo, per cui si ha un autentico uomo nella misura in cui emergono nell’ambito dell’uomo i tratti tipici e caratteristici di Cristo

Livelli della Fede In Gal 2,20 Paolo dice:   »Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me. La vita che vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. » Questa è una espressione un po’ paradossale di Paolo: vivo, cioè conduco una vita normale, ma Cristo vive in me, cioè non c’è una sostituzione di soggetto; Paolo non è eliminato da Cristo che gli nega la soggettività, ma egli dice che nella vita che egli vive normalmente emergono gli elementi tipici di Cristo, e questi elementi non sono presenti come un peso morto, ma elementi che conducono la sua vita. Il mistero pasquale anche per quanto riguarda la morte di Cristo, applicazione liberante e purificante del Cristo nella vita questo era funzionante anche per Paolo, in quanto non era perfetto e aveva bisogno di questa purificazione che produceva in lui l’applicazione della morte di Cristo. Lo stesso lo si può dire per l’aspetto della risurrezione nella sua vita: il Cristo che vive in Paolo è il Cristo che spinge a farsi tutto a tutto, che lo spinge a farsi donazione totale e completa. Paolo dice di non condurre una vita da iniziato a un tipo di fede, ma attivamente gli dà la purificazione da quelle che sono le sue debolezze e gli dà questa capacità totale di amore, un amore che si perfeziona sempre più: è il Cristo che con le sue implicazioni proprie del mistero pasquale si fa sentire, è vivo in lui; la vita che Paolo vive nella carne, quindi a livello umano, ha una apertura verso l’alto, la vive nella fede, al secondo livello; questa sua vita è permanentemente aperta a accogliere il Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per lui. Questa apertura mantenuta per tutta la vita è la fede al secondo livello. La differenza con il primo livello è la continuità. C’è inoltre una fede al terzo livello: ci sono posizioni contrastanti tra i vari studiosi: Bultmann dice che di una fede al terzo livello bisogna parlare; di parere contrario invece è Konzelmann che nega questa possibilità. La fede al terzo livello è la fede propria dell’assemblea liturgica, è la fede della comunità del gruppo. In questi termini si comprende anche la perplessità di Konzelmann: infatti egli giustamente sottolineava che la fede è una scelta, una responsabilità della persona. Se in un gruppo di cento persone ce n’è una centunesima che non crede, non è che la fede del gruppo in qualche modo compensa la fede di questa persona che come individuo non crede! Egli sostiene infatti che la fede di gruppo stimola, aiuta, ma non sostituisce la decisione della fede che è pienamente e prettamente personale: è la persona che deve scegliere o negare questa apertura. Bultmann invece sostiene che quando varie persone che già credono si trovano insieme, unite nell’assemblea liturgica che era il tempo forte delle comunità primitive, questo fatto di trovarsi insieme fa scattare una nuova dimensione della fede, fa fare alla fede una specie di salto qualitativo: in questo senso il gruppo diventa protagonista di fede; c’è una fede di gruppo che non sostituisce la fede dei componenti, ma che supposta la fede già al primo o secondo livello dei componenti del gruppo, fa scattare un nuovo tipo di fede almeno nelle sue espressioni caratteristiche; è quel di più che accade quando ci troviamo insieme e ci comunichiamo certi valori, e questo avviene anche a livello puramente umano. Quando preghiamo insieme anche se preghiamo in silenzio, il fatto di pregare insieme dà alla preghiera una dimensione più forte; quando invece abbiamo uno scambio di inni, espressioni di fede, è chiaro che c’è un di più rispetto a quello che la persona aveva prima di entrare a far parte di questa riunione, a questa assemblea. Questo di più si trova espresso in alcune forme letterarie caratteristiche del Nuovo Testamento, come ad esempio il prologo del Vangelo di Giovanni che era, secondo un’opinione ancora prevalente, un inno alla Parola che veniva cantato nell’assemblea liturgica e che poi l’autore del quarto Vangelo ha ripreso e un po’ commentato, ma sulla linea dell’inno stesso; quest’inno veniva cantato dall’assemblea. Un altro fatto evidente è al versetto Gv 1,14 si passa dal singolare di terza persona ad un plurale di prima persona:   » E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (…) Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia ». Un altro fatto evidente è al versetto Gv 1,14 si passa dal singolare di terza persona ad un plurale di prima persona:   »E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (…) Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia ». C’è una sottolineatura su un plurale « noi tutti », ma chi sono costoro? Il testo è stato rielaborato, e il noi è proprio dell’assemblea liturgica, è il noi dei singoli cristiani che si trovano a vivere insieme, è il noi della chiesa giovannea. Anche nel prologo della lettera agli Efesini c’è una benedizione tipica della liturgia sinagogale, in cui si esprime, dopo aver preso coscienza di quello che Dio dà, una specie di lode e benedizione di ritorno; è una specie di inno liturgico celebrativo. Lo stesso vale per le formule di fede diffuse nell’epistolario paolino, cioè dei piccoli « Credo » che l’assemblea esprime insieme. Bastano questi esempi. Troviamo in tutto il corpo paolino un’abbondanza rilevante di inni, a volte allo stato puro, altre volte rielaborati (è il caso dell’inno cristologico di Filippesi, formule di fede espressione della fede della comunità; tanto basta per dirci che nell’epistolario paolino è presente e in qualche maniera attiva il gruppo, il noi della comunità ecclesiale, al punto che c’è una certa pendolarità. Paolo quando scrive indirizza il suo scritto espressamente all’assemblea liturgica, e lo abbiamo visto nella prima Lettera ai Tessalonicesi (Cfr. 1 Ts 5, 27). Le sue lettere venivano lette nelle assemblee, ma non è presente solo un passaggio da Paolo all’assemblea liturgica, ma anche c’è un passaggio dall’assemblea liturgica a Paolo; nel senso che Paolo condivide l’esperienza dell’assemblea liturgica, la prende, la fa sua e quando nel caso di Fil 2 sembra riprendere un inno prepaolino, semplicemente Paolo riprende un inno dall’uso liturgico di una Chiesa che ha fondato lui e lo fa suo condividendo l’esperienza liturgica dell’assemblea e se ne arricchisce. Questo è il terzo livello della fede in Paolo, cioè quando appare come soggetto della fede in Paolo non soltanto la singola persona, ma la singola persona accanto ad altre persone che già credono in un atteggiamento di condivisione e comunicazione. C’è un salto qualitativo, una esplosione nuova di contenuto che si esprime sia negli inni sia nelle cosiddette formule di fede. C’è un quarto livello di fede, che possiamo chiamare missionario: quando una comunità come quella di Antiochia, ha maturato la fede ai tre livelli appena descritti, avverte una comunicazione ulteriore, non solo uno scambio all’interno della comunità, ma una proposta a coloro che non hanno mai sentito parlare di questi valori. Si va a portare agli altri un contenuto di fede che già si possiede. Da questo possiamo vedere alcune caratteristiche importanti di questa comunicazione di fede: La fede deve essere annunciata, chi annuncerà il vangelo? dice Paolo. Anche l’annuncio del vangelo fatto dalla comunità e da Paolo è un esercizio della fede al quarto livello. Da questo si capisce una qualche configurazione della missione, cioè la missione non è propaganda, non è una specie di aggregazione fanatica, dobbiamo portare quanta più gente possibile, e neppure di una propaganda teolo-gica; la spinta per la missione è una spinta di condivisione e di amore: ho una ricchezza bellissima e non la voglio tenere per me e la comunico agli altri; lo stesso Paolo dice che l’amore di Cristo fa pressione in noi. La condivisione missionaria di Paolo la troviamo a partire da Atti degli Apostoli al capitolo 9 in poi: questa non è una biografia di Paolo, ma è una interpretazione, è la figura di Paolo vista come la punta di diamante della Chiesa missionaria in atteggiamento di missione.   L’armatura di Dio (Efesini 6, 10-18) Analisi del testo lettera di San Paolo agli Efesini 6, 10-18 Qualcuno in passato riteneva e ritiene ancora oggi che il battesimo sia l’atto conclusivo della nostra conversione a Dio, ma questa è una pia illusione che dobbiamo togliere dalla nostra mente se vogliamo veramente seguire gli insegnamenti della Parola di Dio. Con il battesimo abbiamo soltanto iniziato un lungo percorso che si presenta in salita e pieno di difficoltà da superare giorno dopo giorno. Si tratta della nostra rigenerazione spirituale che ci consente di raggiungere la maturità e l’equilibrio richiesti da Dio. Mediante la fede e la conversione noi siamo stati chiamati fuori dalle tenebre del mondo per vivere nella piena luce del Signore. Come dice appunto l’apostolo Pietro nella sua prima lettera al cap. 2 v. 9:   « Ma voi siete una stirpe eletta, un regale sacerdozio, una gente santa, un popolo acquistato per Dio, affinché proclamiate le meraviglie di colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce ». Dio stesso ci inonda di grazia, ci ricopre d’amore, ci guida con saggezza assoluta per mezzo della sua santa Parola che ci trasforma mediante un profondo rinnovamento della nostra mente. Sempre l’apostolo Pietro paragona questo nostro sviluppo spirituale a quello del piccolo bambino appena nato che desidera succhiare dal seno materno quell’alimento che gli consentirà di crescere e di diventare una persona adulta e matura. In 1 Pt 2, 2 leggiamo infatti:   »Come bambini appena nati, desiderate ardentemente il puro latte della parola, affinché per suo mezzo cresciate » Alla fine di questa frase in molti manoscritti del testo greco originale troviamo una parola di cui alcuni traduttori non ha tenuto conto, ma che io ritengo della massima importanza per poter comprendere la natura di questa nostra crecita spirituale. Non si tratta quindi di una crescita fine a se stessa, ma di una crescita indispensabile per la nostra stessa salvezza. Si può quindi indubbiamente concludere che non ci potrà essere alcuna salvezza per coloro che non crescono spiritualmente. Crescere è dunque l’obiettivo primario del cristiano. Bisogna crescere per passare dallo stato di fanciullezza a quello della maturità e non essere più sballottati come onde del mare dai dubbi che spesso ci assalgono in maniera prepotente. Bisogna crescere per non trovarci inermi ed incapaci di reagire di fronte ai venti di false dottrine. Bisogna crescere soprattutto per essere capaci di affrontare e vincere con sacrificio e con lealtà l’aspro combattimento contro il male in tutte le sue forme. Molto spesso l’apostolo Paolo nei suoi scritti ricorre all’immagine del combattimento fisico o della competizione sportiva per sottolineare l’importanza e l’impegno che il cristiano deve usare nel campo spirituale. Con queste parole egli infatti esorta il giovane Timoteo:   »Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna . . .  » (1 Tim 6, 12). Anche scrivendo ai Corinzi egli usa lo stesso paragone della lotta e della competizione sportiva per sottolineare l’impegno della vita cristiana, come possiamo leggere in 1 Cor 9, 24-27. Possiamo affermare con certezza che Paolo ha messo in pratica nelle sua vita queste esortazioni. Indimenticabile è infatti in tutta la sua intensità il pensiero con il quale l’apostolo, ormai prossimo alla fine, riassume la sua esistenza al servizio del Signore: 2 Tim 4, 7-8. Nel testo di Efesini 6, 10-18 l’apostolo Paolo, riprendendo delle immagini già familiari al profeta Isaia (Is 11, 5; 59, 17) e ispirandosi forse al pretoriano romano che faceva la guardia a lui mentre era prigioniero, esorta i cristiani a rivestirsi della completa armatura di Dio, ossia a far proprie il complesso delle varie parti di questa armatura e delle armi da usare affinché il combattimento alla fine possa risultare vittorioso. Non dimentichiamoci che, scrivendo ai Colossesi, egli aveva detto che il sacrificio di Cristo poteva farci comparire dinanzi a Dio santi, irreprensibili e senza colpa soltanto se perseveriamo nella fede, « essendo fondati e fermi, senza essere smossi dalla speranza dell’evangelo » (Cl 1, 23). Questa fermezza noi la possiamo acquistare per mezzo dell’ armatura e delle armi che Dio stesso mette a nostra disposizione. Il nemico contro cui dobbiamo difenderci e usare le armi di Dio non può essere sottovalutato in quanto si tratta del diavolo stesso, di Satana, l’avversario e l’ideatore di ogni macchinazione perversa. Per ingannarci e sedurci egli è capace di trasformarsi persino in « angelo di Luce » (2 Cor 11, 14), di citare persino le Sacre Scritture torcendole con abilità a proprio vantaggio come ha fatto con Gesù stesso durante le tentazioni (Mt 4, 6). Egli, come principe delle potenze dell’aria, ha la capacità di spingerci verso la disubbidienza ed il peccato (Ef 2, 2). Carica di cupa tensione è l’immagine in cui Pietro lo dipinge come un leone ruggente che si aggira impaziente in cerca di prede da sbranare per soddisfare la sua spasmodica bramosia (1 Pt 5, 8). Il nostro combattimento quindi – come afferma Paolo – non è rivolto contro « carne e sangue », ossia non è contro l’uomo, contro gli elementi materiali, né ha nulla a che vedere con la violenza fisica, ma si indirizza contro le potenze spirituali della malvagità che si trovano nei luoghi celesti. I termini « principati », « potestà » « dominatori di tenebre » e « spiriti malvagi » sono più o meno sinonimi e indicano la natura spirituale del nemico contro cui dobbiamo combattere. Nella storia del cristianesimo, spesso gli uomini, non tenendo conto di questa realtà, si sono macchiati di delitti atroci contro i propri fratelli ed hanno giustificato queste azioni delittuose definendole « guerre sante  » o  » santa inquisizione ». Ma tutti questi conflitti non avevano nulla a che fare con il conflitto spirituale di cui ci sta parlando Paolo. Questo conflitto spirituale non è neppure identificabile con magie varie, stregonerie, incantesimi, esorcismi, sortilegi, spiriti incarnati, fantasmi e cose simili che sono già condannate dal Signore per l’infondatezza assoluta dei loro presupposti. Satana è molto più astuto e le sue manifestazioni molto più pericolose delle superstizioni vuote e facilmente contestabili. La sede del combattimento è piuttosto la nostra coscienza, il nostro animo, la nostra volontà. È qui che si agitano le forze invisibili del male che cercano di prendere pian piano possesso di noi in modo da ferirci in maniera mortale. In Giacomo 1, 14-15 leggiamo:   »Ciascuno invece è tentato quando è trascinato e adescato dalla propria concupiscenza. Poi, quando la concupiscenza ha concepito, partorisce il peccato e il peccato, quando è consumato, produce la morte ». È quindi estremamente importante farci trovare pronti per non soccombere, ma vincere questa decisiva battaglia. Come prima cosa occorre essere consapevoli dei nostri limiti e delle nostre debolezze. Confidando solo nelle nostre capacità di resistenza, finiremmo per essere miseramente sconfitti e non avremmo alcuna possibilità di farcela. Per questo motivo Paolo ci esorta a trovare la nostra forza e la nostra speranza nelle virtù e nella potenza del Signore, invitandoci a rivestire la completa armatura di Dio per essere capaci di sconfiggere il giorno cattivo della tentazione. L’apostolo Paolo ci dà un’assicurazione divina ben precisa che troviamo in 1 Cor 10, 13:   » Nessuna tentazione vi ha finora colti se non umana; or Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, affinché la possiate sostenere « . Questa promessa è davvero rassicurante. Essa tuttavia ha bisogno di due elementi fondamentali per poter trovare piena attuazione: Il Primo e più importante elemento è quello realizzato da Dio con Cristo facendolo risorgere dalla morte (Ef 1, 20), Per mezzo di questo evento il Signore ha iniziato a demolire la potenza di Satana « legandolo » e limitandone quindi drasticamente i poteri e l’abilità di sedurre i deboli nella fede. L’altro elemento è quello che può realizzare l’uomo rimanendo strettamente legato al Signore come un tralcio alla vite per ricevere da Lui la linfa vitale (Gv 15, 1-5). Soltanto realizzando questa unione in maniera perfetta ed indissolubile l’uomo potrà affrontare e superare qualsiasi tentazione. Essere con Lui, essere in Lui significa percorrere la via dell’ubbidienza e combattere strenuamente per la fede che ci è stata tramandata una volta per sempre (Gd 3). In conclusione possiamo affermare che Paolo ci invita a rivestirci della completa armatura di Dio perché questo è il solo modo per evitare l’inganno e la seduzione del peccato. Le stesse raccomandazioni ci vengono rivolte con altre parole anche dall’apostolo Pietro in 2 Pt 1, 5-11 che potremo leggere e meditare nelle nostre case. Questa lotta che dobbiamo sostenere è una lotta interiore contro le tentazioni subdole e sottili di Satana che fa leva sui piccoli orgogli, sulle piccole debolezze sui momenti di incertezza e di scoraggiamento che ci assalgono, per sferrare il suo attacco finale e cercare di farci soccombere. Ma noi abbiamo la rassicurante promessa da parte di Dio che tali attacchi non potranno mai essere vincenti se affrontati con le Sue armi, poiché equipaggiati in maniera adeguata saremo in grado di affrontare con successo anche il combattimento più duro ed intenso. Le armi del Signore sono armi di luce (Rm 13, 12) capaci di donare al cristiano la certezza assoluta della vittoria finale. Infatti lo stesso apostolo Paolo in Rm 8, 37-39, così scrive: « Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati. Infatti io sono persuaso che né morte né vita né angeli né principati né potenze né cose presenti né cose future, né altezze, né profondità, né alcuna altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore ».   Le cose di Lassù Analisi del testo della Lettera  ai Colossesi 3, 1-4   »Se dunque siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate in mente le cose di lassù, non quelle che sono sulla terra, perché voi siete morti e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, che è la nostra vita apparirà, allora anche voi apparirete con lui in gloria » Ricollegandosi direttamente con quanto aveva già detto al cap. 2 ai vv. 12-13, in cui aveva parlato della sepoltura dell’uomo vecchio e peccatore e della sua risurrezione a nuova vita, nel battesimo, mediante la fede in Cristo, Paolo ora trae la necessaria conseguenza: « Se dunque siete risuscitati con Cristo », ora tutto il vostro interesse, la vostra attenzione, i vostri pensieri, i vostri desideri, le vostre aspirazioni, il vostro comportamento, l’intero vostro essere, anima spirito e corpo, non può essere rivolto che verso un’unica direzione: il cielo, e cioè « le cose di lassù » Anzi Paolo dice addirittura che non solo noi dobbiamo « cercare le cose di lassù », ma queste cose devono essere l’oggetto principale dei nostri pensieri: « abbiate in mente le cose di lassù ». Non più le cose terrene, di questo mondo che passa, ma le cose che riguardano il cielo, il quale deve essere la meta verso la quale aspiriamo con tutte le nostre forze. Anche ai Filippesi Paolo scrive (Fl 3, 20) che la nostra cittadinanza non è in questo mondo, ma nei cieli ed è lì che dobbiamo assolutamente concentrare tutte le nostre aspirazioni. Pur vivendo in questa terra, noi qui siamo soltanto di passaggio, in quanto la nostra dimora definitiva sarà il cielo, ed è appunto per questa dimora definitiva dei cieli che noi dobbiamo prepararci. Paolo invitandoci a guardare verso il cielo, è in perfetta sintonia con Cristo, il quale a sua volta ci invita a riporre le nostre speranze non nelle cose effimere di questo mondo che procurano solo dolore e sofferenza, ma nei cieli dove il nostro tesoro sarà custodito senza deperire e senza procurarci inutili affanni. Rimangono infatti indelebilmente incise nei nostri cuori le sue famose parole:   »Non vi fate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri sfondano e rubano, anzi fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non sfondano e non rubano. Perché dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore » (Mt 6, 19-21)   »Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte » (Mt 6, 33). Tornando al nostro brano di Cl 3, Paolo ci vuole far comprendere che se la nostra vita cristiana inizia per noi con il sacrificio di Cristo, tale vita sarebbe imperfetta e del tutto inutile se non ci fosse poi il desiderio e l’impegno costante da parte nostra di guardare verso la meta finale che Gesù ha preparato per noi. Se viviamo in Cristo, al quale siamo stati uniti nel battesimo e mediante il quale abbiamo vinto il male e le forze della malvagità di questo mondo disubbidiente, allora dobbiamo indirizzare le nostre energie verso due impegni primari, ben precisi e tra loro collegati: Cercare le cose di lassù, avere in mente le cose di lassù. Cercare le cose di lassù. Gesù ha promesso: « Chi cerca trova » (Mt 7, 7-8). Una ricerca richiede implicitamente la volontà di raggiungere l’obbiettivo prefissato. L’obiettivo della ricerca delle cose di lassù ci viene agevolato in modo particolare dal fatto che noi siamo rinati a nuova vita mediante la fede nel sacrificio di Cristo. Chi è risuscitato dentro di sé col Signore, è già entrato nella nuova dimensione della salvezza che fra breve si compirà del tutto ed ha quindi un nuovo ed esclusivo centro di interesse, un diverso scopo da raggiungere in funzione del quale imposterà tutta la sua vita. Ne consegue che nella preghiera, nello studio della Parola di Dio, nei rapporti fraterni, nella predicazione del vangelo, nella santificazione personale, chi ama Dio, cercherà continuamente in Cristo la forza, lo spirito, l’esatta direzione, la più profonda comprensione, la coerenza che gli consentiranno di essere degni del cielo, cioè della nuova dimora che Dio ha preparato per i suoi figli. Viceversa chi non cerca non potrà mai trovare perché non si sforza neppure di porsi questo obiettivo. Da questa mancanza di ricerca e quindi di intenso desiderio per cose di lassù non può che derivarne rilassatezza, approssimazione, superficialità che spinge tanti cosiddetti « credenti » a vivere un cristianesimo da un punto di vista unicamente terreno, come se nulla fosse cambiato nella loro vita. Avere in mente le cose di lassù Quando uno vuole cercare qualcosa, prima di tutto deve averla presente dentro di sé, deve averla presente nella sua mente. Soltanto dopo averla presente nella sua mente, egli sentirà il desiderio di cercarla. Quando cerchiamo qualcosa vuol dire che dentro di noi è sorto un interesse per questa cosa. Per questo motivo, appunto, Paolo aggiunge: « Abbiate in mente le cose di lassù, non quelle che sono sulla terra » Gesù, che era un profondo conoscitore della natura umana, disse: « dov’è il vostro tesoro, lì sarà pure il vostro cuore » (Mt 6, 21). Siccome il cuore è la sede dei nostri pensieri e dei nostri interessi, è ovvio che se noi ci faremo un tesoro nei cieli, lì sarà pure il nostro cuore ed il nostro interesse. Chi trova i tesori di Cristo e se ne riveste, desidera immergere il proprio animo nelle cose di Dio, vuole averle nel proprio cuore continuamente come oggetti preziosi di valore incalcolabile, da custodire gelosamente. Ricordate le brevi parabole di Gesù sul tesoro nascosto e sulla perla trovata? Le troviamo in Mt 13, 44-46. Una volta trovato questo tesoro o questa perla, si vende ogni cosa e si acquista questo tesoro o questa perla preziosa. Ma perché dobbiamo cercare ed avere in mente le cose di lassù, piuttosto che le cose terrene? Paolo ce lo spiega al versetto 3: « perché siete morti e la vita vostra è nascosta in Cristo » Come un morto non può più essere coinvolto nelle cose di questa terra, così chi è morto con Cristo non può più vivere le cose delle terra alla maniera di quelli della terra. Contemplando il trono di Dio, ci si sottrae al pericolo di essere compromessi con le cose di questa terra. Il cristiano è uno che si separa dal mondo, ma non scappa fisicamente da questo mondo, non si sottrae ai suoi doveri isolandosi come un eremita. Vive in questo mondo, ma con quel necessario distacco che gli permette di vincere le avversità, i mali, di superare qualsiasi difficoltà perché ha lo sguardo rivolto con speranza verso orizzonti migliori. Si nutre della Parola di Dio, ma al tempo stesso condisce i cibi insipidi di questa terra con il sale della fede, della speranza e dell’amore. Pur vivendo in questa terra, pur soffrendo con pazienza i mali di questo mondo, è felice perché ha raggiunto la pace con Dio e quindi un armonioso equilibrio interiore. Visto dal di fuori questo modo di essere e di pensare potrebbe sembrare « pazzia », come « pazzia » potrebbe sembrare il messaggio della croce che il cristiano predica e vive. Anche se il mondo non se ne rende conto, perché non lo sa e non lo vede, colui che vive una nuova vita in Cristo possiede dentro di sé la pienezza di ogni cosa. La realtà profonda dell’animo di colui che si è affidato a Cristo appare però come velata, nascosta al mondo, proprio come nascosta e velata era la pienezza della sapienza di Dio che si era incarnata in Gesù, e moltissimi non se ne accorsero e moltissimi ancora oggi continuano a non accorgersene. Il cristiano può sembrare un fallito, uno che non sa vivere secondo le regole del gioco, imposte dal principe di questo mondo; uno che ha riposto ogni sua fiducia ed ogni sua speranza in una persona finita miseramente sulla croce. Ma il percorso quotidiano del vero credente è invece intimamente illuminato da una luce così intensa e divina che egli stesso a volte non se ne rende pienamente conto. Basta pensare che ogni credente è grande per Dio. Ricordate cosa disse Gesù di Giovanni Battista?   »In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto mai nessuno più grande di Giovanni Battista; ma il minimo nel regno dei cieli è più grande di lui » (Mt 11, 11). Il minimo nel regno dei cieli, il più umile, il più piccolo, il piu’ trascurabile agli occhi del mondo, è invece agli occhi di Dio addirittura più grande di Giovanni Battista. Per questo motivo il vero credente deve porre la massima attenzione nel proprio cammino, deve continuamente farsi guidare dal suo Signore ed essere costantemente a lui fedele anche nel piccole cose, per poter essere poi giudicato degno di ereditare le grandi cose di Dio. Tutto questo avrà naturalmente un coronamento finale: « Quando Cristo, che è la nostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete con lui in gloria » Il ritorno di Cristo, la sua manifestazione finale, farà scomparire ogni velo residuo, porterà in piena luce tutto il bene e tutto il male. Allora chi si è davvero rivestito di Cristo brillerà come il sole della stessa luce divina di cui brillano gli angeli del cielo. Le sofferenze del cammino terreno, l’inimicizia, il disprezzo, l’indifferenza e lo scherno, apparteranno ad un lontano passato e si riveleranno delle piccole cose rispetto all’immensità della gloria di Dio di cui saremo investiti. Non ci sono parole umane adatte a descrivere questa gloria, ma Pietro ci dice che alla fine noi diventeremo nientemeno che partecipi della natura divina (2 Pt 1, 3-4). Cessando di essere ciò che siamo stati nel nostro passato di peccatori ed accettando di essere ciò che il Signore vuole che noi siamo, partecipiamo durante tutta la nostra vita alla morte ed alla resurrezione di Cristo, preparando l’ascensione alla gloria di Lassù. La stessa morte fisica non sarà più per noi un doloroso distacco, un salto nel buio, ma un glorioso ingresso in un mondo meraviglioso. Come scriveva Paolo ai Filippesi, Il cristiano è contento di rimanere in questa vita finché questa sua permanenza sarà utile alla propria e all’altrui salvezza, ma è contento anche e a maggior ragione di partire, perché è consapevole che la pienezza della comunione con il Signore si attuerà soltanto oltre la vita terrena. La propria vita terrena non la vive più per se stesso, ma per colui a cui ha deciso di appartenere mediante il battesimo. Se il cristiano ha costruito la sua vita terrena nell’amore di Dio e del prossimo, se si è costruito un tesoro nei cieli, egli potrà ora guardare con speranza e con serenità al suo viaggio verso l’eternità. Il Progetto di Dio Il termine progetto viene dal greco  , protìthémi, porre prima. In Paolo riscontriamo il termine  , progetto, sei volte sulle dodici totali del Nuovo Testamento; abbiamo inoltre  , protìthémi, che ricorre tre volte in Paolo sulle tre totali del Nuovo Testamento, quindi è un suo uso tipico che però fatto tre volte soltanto non è molto significativo. Considerando il sostantivo  sia il verbo  possiamo dire che l’idea che soggiace è molto cara in un certo senso a Paolo, nonostante l’esiguo uso di questi termini.  viene usato 6 volte:  Rm 8,28:  » Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno »  Rm 9,11: « … quando essi ancora non eran nati e nulla avevano fatto di bene o di male perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione non in base alle opere . .. « .  Ef 1,11: « In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà »  Ef 3,11: « … secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore…  »  2Tim 1,9: « Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia… ».  2Tim 3,10: « Tu invece mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede. nella magnani-mità, nell’amore del prossimo… « . Il progetto, nei primi cinque casi, si riferisce al progetto di Dio; solo una volta Paolo lo usa per sé; è da notare che abbiamo fatto questa scelta con una certa disinvoltura. Per quanto riguarda il verbo  viene usato in:  Rm 1,13:  » Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi…  »  Rm 3,25:  » Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia ».  Ef 1,9:  » … poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito… « .   Progetto – Progettare Quando Paolo pensa a questo progetto-progettare, due volte lo riferisce a sé, le altre volte a Dio. Quando appunto parliamo di un progetto di Dio espresso con il sostantivo e con il verbo che abbiamo appena indicato, siamo abbastanza aderenti al testo paolino. Non ci occupiamo adesso del progetto di Paolo, ma cosa significa questo progettare da parte di Dio? Per rispondere alla domanda dobbiamo considerare come in Paolo si è formata l’idea che Dio ha un progetto e che Dio progetta. Paolo presenta un senso acuto di Dio, e questo si può vedere di più nella lettura delle sue lettere, infatti quando ne parla non riesce mai ad essere freddo o indifferente, si riscalda sempre: il tema « Dio » provoca una forte e irresistibile risonanza di Dio, un grande entusiasmo verso Dio. In Paolo c’è stata un’esperienza personale di Dio nell’ambiente giudaico di tendenza farisaica, che diverge da quella forma ipocrita che troviamo condannata nel Vangelo o in alcune lettere di Paolo, dove si parla della degenerazione del fariseismo; invece il fariseismo di cui parla Paolo è un movimento in cui si cerca di attualizzare il massimo possibile la Legge, il fariseo è il « separato » dalla massa per fare le cose religiose più in profondità. Paolo appartiene a quella corrente farisaica e viene educato secondo questa tendenza del giudaismo impegnato del tempo e non frammisto di ellenismo. Egli poteva frequentare, seppur nell’ambiente ellenistico di Tarso, la sinagoga e fare tutte le preghiere che un ebreo di quel tempo compiva, come lo sema Israel recitato tre volte al giorno. Questa educazione personale di Paolo avuta fin dalla sua prima giovinezza ha avuto una forte risonanza su di lui; anche l’esperienza di Gerusalemme ha aperto molto gli orizzonti di Paolo. Come carattere Paolo era particolarmente sensibile alla dimensione umana, quindi anche le cerimonie dell’acqua, della luce tutto ciò che si faceva nel tempio era per lui importante. Ciò è dimostrato dal fatto che anche quando la liturgia del tempio sarà superata e il tempio non avrà più quell’importanza avuta nell’Antico Testamento, Paolo rimarrà affezionato al tempio, al punto da essere catturato nel tempio e portato a Cesarea.Paolo è molto sensibile ai problemi umani; vissuto in un ambiente ebraico non è rimasto estraneo alla cultura ellenistica della sua città. Anche quando va ad Atene fa il giro della città e non rimane nel quartiere ebraico, ma va in giro trovando anche la statua « al dio ignoto ». Paolo non ha invece il senso della natura, nei suoi viaggi attraverso paesaggi meravigliosi non ne parla mai, e quando ne parla sbaglia e fa confusione; questo a differenza di Gesù che ha una grande sensibilità alla natura. Allora per quanto riguarda l’idea del progetto di Dio, Paolo da una parte è come risucchiato dal senso acuto di Dio, ma dall’altra parte è attratto dalla dimensione dell’uomo, tutto ciò che attorno a lui gravita. Paolo sa che l’uomo è creato da Dio e sa che ci deve essere un rapporto; ma quale è questo rapporto? Paolo sperimenta anche una tensione tra l’elemento più verticale di Dio, e l’elemento orizzontale dell’esperienza dell’uomo e volendo metterle insieme ne scaturisce l’idea del progetto di Dio. L’uomo in tutte le sue iniziative è progettato da Dio: questo termine in Paolo ha una valenza tutta nuova. Paolo unisce questa esperienza acuta che ha di Dio e l’esperienza acuta che ha dell’uomo formulando questa idea: tutto ciò che fa l’uomo rientra in una progettazione che parte dalla trascendenza di Dio. Ma vediamo in che senso. Il progetto è un progetto a livello di Dio, nasce e si forma in Dio;  , protìthémi, porre prima, quel prima non ha un senso sulla linea dell’anticipo del tempo, ma equivale « al di sopra » di tutto. Tutto ciò che Dio fa riguarda sia l’uomo che il cosmo. Tale progetto onnicomprensivo, che ha l’uomo al centro, viene elaborato da Dio, che – dicevamo – è al di sopra di tutto. Ecco che Paolo esprime con  , questa realtà che coinvolge la trascendenza di Dio. Ad esempio Paolo dice: « Dio ha predestinato »; non è sulla linea temporale che si sta parlando, ma ciò vuol dire che tale progetto è nato nell’interiorità stessa di Dio. Ecco che è più opportuno parlare di progetto: è come l’artista che elabora dentro di sé quell’ispirazione che poi verrà alla luce nell’opera d’arte. Tale progetto viene anche rapportato a Cristo come inizio e come conclusione: ossia Dio – nell’elaborare tale progetto – guarda a Cristo come inizio, e nuovamente a lui come compimento. Tutta la realtà umana e cosmica, in qualche modo parte da Cristo e si conclude in Cristo. È una grande intuizione della teologia paolina. Tutto converge in Cristo.

  Uomo e Dio Nell’Antico e Nuovo Testamento c’è un senso molto chiaro di questa corrispondenza piena tra quello che Dio dice e quello che Dio fa. Non c’è una parola di Dio che cade a vuoto, una Parola di Dio, detta da Dio ha pienamente il suo effetto. Dio è anche giustificante, fa sì che l’uomo possa fare pareggio nel senso che anche l’uomo ha una sua formula, una sua misura, che configura quella che è la realtà propria dell’uomo; per la Bibbia ogni uomo sta sulla linea di Adamo, non ha senso senza un riferimento ad Adamo, e Cristo si colloca su questa scia. L’uomo, in quanto tale, per la Bibbia, è visto come discendente di Adamo; l’uomo quindi è uomo perché discendente da Adamo, ma anche perché è rapportato a Cristo: come l’uomo non avrebbe la sua identità senza Adamo, così non avrebbe la sua identità senza Cristo, che è l’ultimo Adamo. L’uomo è creato da Dio con questi punti luminosi emergenti di Dio, che a un certo punto si sviluppa e fiorisce in somiglianza. L’immagine è il seme e la somiglianza è la fioritura di questa immagine. Nel Nuovo Testamento Cristo è la realizzazione concreta dell’uomo in quanto somigliante di Dio. Cristo entrando nella linea antropologica di Adamo porta nell’uomo la possibilità di poter realizzarsi a immagine e somiglianza di Dio. Potremmo concludere che la formula « uomo » è immagine e somiglianza di Dio realizzata concretamente nella forma di Cristo. Questa immagine e somiglianza di Dio è un progetto che si realizza se c’è un pareggio tra l’uomo spazio-temporale, ossia in carne e ossa, che vive nella sua storia. L’uomo è pienamente se stesso quando concretamente realizza questi valori dell’immagine di Dio nella forma di Cristo, cioè fa pareggio con la sua formula, con la sua vera identità. Perché si possa fare questa corrispondenza, bisogna che la realtà concreta dell’uomo corrisponda a questa formula. Un primo approccio è abbastanza sconfortante per Paolo; nella lettera ai Romani, vedremo il quadro che traccerà dell’uomo lacunoso, peccatore, vuoto. Paolo nota che di questa formula che compete all’uomo, nell’uomo stesso ce n’è poca. L’uomo appare proprio al contrario dell’immagine di Dio: Paolo infatti dice in Rm 3:   »(…) tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù ». (Cfr. Rm 3) cioè sono privi della gloria, in quanto realtà-valore, perché a causa delle scelte sbagliate l’uomo si svuota e quindi questa immagine di Dio sembra non esserci niente. Dio vuole giustificare l’uomo, e allora il primo impegno che deve fare per giustificare l’uomo è liberare l’uomo, liberarlo da tutti i detriti e il materiale d’ingombro che l’uomo ha ricevuto dalle sue scelte sbagliate. Per Paolo il peccato non è solo una scelta sbagliata dell’uomo, ma scava nell’uomo, è una lacuna di un sistema dell’uomo. Dio toglie queste rovine e abbiamo l’applicazione del mistero pasquale, della morte di Cristo che libera l’uomo della sua peccaminosità quasi sin dalla radice, soprattutto libera l’uomo dai risultati di queste scelte. L’immagine di Dio infatti non può essere importata su un uomo tutto carico di altri elementi. Una volta che l’uomo è liberato è possibile delineare nell’uomo i tratti tipici dell’immagine di Dio nei tratti di Cristo, e abbiamo i vari aspetti indicati e sottolineati da Paolo: l’uomo diventa Figlio di Dio, grazie alla vitalità comunicata da Cristo risorto. Lo spirito che viene donato al cristiano, non è altro che la comunicazione della vitalità storica del Cristo risorto. Una volta che il Cristiano è davvero figlio, se è figlio possiede lo spirito perché la filiazione del cristiano è realizzata da questa comuni-cazione e partecipazione che Cristo fa al cristiano della sua vitalità. Paolo dirà nella lettera ai Romani al capitolo 8:   »Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio ». L’uomo giustificato, allora è colui che si è aperto a quest’influsso di Dio giustificante donando il mistero pasquale, e la vitalità di Cristo risorto donata al cristiano produce in lui questa realtà di Figlio di Dio con la capacità di guidarsi, di fare nella sua vita le stesse scelte di Cristo. L’uomo giustificato è l’uomo cristificato, che comincia a fare nella sua vita le stesse scelte fondamentali di Cristo. Inoltre, la giustificazione è anche un sviluppo: possiamo dire che non siamo  dedikaiômènoi, ma  dikaioùmenoi; cioè con il primo si intenderebbe un’azione cominciata nel passato che continua nel presente e significa già giustificati; il secondo termine significa che è in sviluppo di giustificazione, l’azione è cominciata e sta sviluppandosi sempre di più, è la fede che permette l’accoglienza progressiva di quello che viene comunicato attraverso il vangelo.

  Vangelo Etimologia: Vangelo (lieto annunzio), dal greco  lieto,  annunzio. La terminologia con cui Paolo si esprime circa questo termine (Vangelo) può essere analizzata secondo questa statistica: Paolo  Nuovo Testamento  60  76  Percentuale 78, 94 %

21  58  Percentuale 37, 5 %

Son nate pertanto varie ipotesi: tra le altre ne ricordiamo due: 1) Paolo è colui che ha coniato il termine  , riprendendolo dall’uso dell’Antico Testamento. 2) Paolo ha preso il termine  ad Antiochia, nel periodo che intercorre tra la sua vocazione (ca. 36 d.C.) e il suo primo viaggio missionario (ca. 46 d.C.). Antiochia era infatti una Chiesa vivace, dove per la prima volta i credenti in Cristo furono detti cristiani. Mettere qui un link col mio articolo su Antiochia Vi è, nella statistica, una prevalenza del sostantivo  rispetto al verbo: è un indizio che ci può far capire che Paolo da buon intellettuale, fa una sintesi dei fatti e la esprime con il sostantivo  . Ecco che vangelo è la sintesi, per Paolo, di tutto ciò che ha osservato circa l’annuncio apostolico. Fondamentale è il contenuto espresso dal termine, infatti non è semplicemente lieto (  ), annunzio ( ) così come ci dice l’etimologia; ma è: Annuncio di Cristo morto e risorto per…; interpella l’uomo, raggiungendolo dov’è; L’uomo deve scegliere: si o no; Da questo dipende la sua situazione escatologica: salvezza – perdizione. È la somma di questi quattro punti che costituisce la lieta novella che Paolo annuncia.In primo luogo Paolo annuncia la morte e la risurrezione di Cristo, non semplicemente come evento, ma come fatto che libera, o salva dai peccati (ecc…). Sono eventi per, ossia in funzione di qualcos’altro. Gesù è veramente morto e risorto, ma non è questo il succo dell’annunzio: morte e risurrezione comunicano la vita divina all’uomo.Tale annuncio arriva all’uomo nel suo ambiente, ossia lo interpella personalmente; questi dovrà fare una scelta: si o no. Il sì è l’accoglienza della fede. Da tale risposta data al vangelo dipende tutto lo sviluppo ulteriore della persona: salvezza o perdizione. Ora, quindi, capiamo in che misura il Vangelo è lieto annuncio: solo nel caso in cui l’uomo lo accoglie e vi aderisce con la vita. Infine troviamo una certa tensione o bipolarità tra una certa trascendenza e immanenza del Vangelo. Paolo difatti dice che il vangelo è di Dio, ma dice anche « il mio vangelo ». Di chi è allora il vangelo, di Dio o di Paolo? Possiamo dire che è di entrambi: il vangelo di Dio viene personalizzato da Paolo ( Trascendenza  : di Dio, Personalizzazione  : di Paolo).  

Oratorio di San Pellegrino, affresco raffigurante Cristo in trono con i Santi Pietro e Paolo, Bominaco

 Oratorio di San Pellegrino, affresco raffigurante Cristo in trono con i Santi Pietro e Paolo, Bominaco dans immagini sacre bominaco-oratorio-di-san-pellegrino-affresco-raffigurante-cristo-in-trono-con-i-santi-pietro-e-paolo
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Publié dans:immagini sacre |on 24 février, 2014 |Pas de commentaires »

REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

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REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

PROLOGO DELLA REGOLA

Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: « Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici? ». Se a queste parole tu risponderai: « Io! », Dio replicherà: « Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila ». Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: « Ecco sono qui! ».

Capitolo V – L’obbedienza
Ma questa obbedienza sarà accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o proteste, perché l’obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio, come ha detto lui stesso: « Chi ascolta voi, ascolta me ». I monaci dunque devono obbedire con slancio e generosità, perché « Dio ama chi dona con gioia ».

Capitolo VII – L’umilità
E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il Signore tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che patiscono: « Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore da macello ». Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono lietamente: « E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a colui che ci ha amato ».

Capitolo XLIX – La quaresima dei monaci
Perciò durante la Quaresima aggiungiamo un supplemento al dovere ordinario del nostro servizio, come, per es., preghiere particolari, astinenza nel mangiare o nel bere, in modo che ognuno di noi possa di propria iniziativa offrire a Dio « con la gioia dello Spirito Santo » qualche cosa di più di quanto deve già per la sua professione monastica; si privi cioè di un po’ di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l’animo fremente di gioioso desiderio.

LA GIOIA DEI DISCEPOLI
Inondati dalla luce gioiosa del risorto

Tratto dal libro « DIO DELLA MIA GIOIA » – di Anna Maria Canopi O.S.B. – Ed. PIEMME

La gioia dei discepoli non può essere che la gioia del loro Maestro; anzi, è Gesù stesso. Gesù risorto illumina di gioia i discepoli. Il racconto evangelico della apparizione di Gesù nel cenacolo annota: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20, 20). Era sera. Essi si trovavano là, chiusi, assorbiti nella tristezza e paralizzati dalla paura. Il Signore entra attraverso le porte chiuse e li saluta: «Pace a voi!». Ecco, subito si accende una grande luce in quella stanza, «e i discepoli gioirono ». Si rischiarano in quella serena presenza che è come un largo sorriso. La luce del Risorto inonda i loro volti, i loro cuori; lo riconoscono proprio in questa luce che li risveglia alla speranza.
Poi durante i quaranta giorni della sua permanenza tra loro, prima di salire al Padre, Gesù risorto rinnova per i discepoli l’appuntamento della gioia, rinnovando le sue apparizioni in vari momenti e in diversi luoghi. Però, come già prima della sua passione, Gesù non li illude lasciando loro pensare che il tempo del dolore è finito. No. Il viaggio del dolore, il tempo della prova, per i discepoli incomincia propria ora. Egli predice loro apertamente e ripetutamente le sofferenze cui andranno incontro, essendo essi necessariamente chiamati a partecipare anche alla sua croce – mistero di redenzione -. Li assicura però circa la forza che sarà loro data per rendere fedele testimonianza. Solo attraverso a questa partecipazione alla sua sofferenza, i discepoli potranno partecipare alla gioia della sua gloria, della sua risurrezione; potranno entrare in quella pienezza di gioia che coincide con la pienezza di vita in lui. Adesso ne hanno ricevuto soltanto un bagliore, un raggio.
Rileggiamo i capitoli 15-16 di Giovanni, riascoltiamo i bellissimi e toccanti discorsi di Gesù ai suoi discepoli nei giorni precedenti la sua passione. Egli consegna loro il suo testamento spirituale: Tutto quello che vi ho detto – cioè di rimanere in me, di volervi bene, di osservare i miei comandamenti – questo che vi ho detto, ve l’ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (cf Gv 15, 10 ss.). Lo scopo di Gesù è quindi sempre quello di rendere felici i suoi discepoli: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena». E ancora: Il mondo vi perseguiterà proprio perché non siete suoi. Voi dovrete soffrire. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. Ma tutto questo faranno a causa del mio nome. Se voi saprete soffrire per il mio nome, sarete riconosciuti fedeli, sarete riconosciuti dal Padre e avrete l’aiuto, l’assistenza dello Spirito Consolatore, di Colui che sostiene (cf Gv 15, 18-27). Soffrirete, ma per un momento transitorio. La sofferenza è sempre una pasqua, cioè è sempre un passaggio.
E continua: Vi scacceranno dalle sinagoghe, parleranno male di voi, vi oltraggeranno; allora ricordatevi che ve l’ho detto, perché se ve ne ricorderete, non vi perderete d’animo. Saprete che si tratterà del doloroso passaggio che approda alla gioia. Egli promette che non li lascerà soli, che ritornerà, che lo rivedranno e che in quel giorno la loro gioia sarà piena e nessuno potrà loro togliere la gioia perenne di cui li avrà riempiti.
Nel capitolo 17 di Giovanni si trova la splendida e commovente preghiera sacerdotale. Gesù prega per i suoi; prega il Padre. E che cosa chiede al Padre? Che egli stesso li custodisca e li renda felici:
Quand’ero con loro io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi, Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia (Gv 17, 13-14).
Ecco che cosa chiede al Padre: che doni ai discepoli la pienezza della gioia di cui ha ricolmato lui nella risurrezione. Questa pienezza si riversa però nel cuore dei discepoli, solo se accolgono la parola di Gesù che rivela l’amore del Padre e che li invita a partecipare alla sua passione, al suo sacrificio di obbedienza.
Per i discepoli la gioia di vedere Gesù nei quaranta giorni dopo la sua risurrezione si fa poi gioia di contemplarlo mentre egli sale al cielo. San Luca, narrando come avvenne l’ascensione di Gesù, dipinge quasi a vivaci pennellate i discepoli che guardano il Signore mentre viene elevato in alto e fa notare che, dopo averlo visto scomparire nella profondità del cielo, ricolmi della sua presenza spirituale, interiore, sicuri della fedeltà della sua parola, ritornano a Gerusalemme e sono pieni di gioia: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 52-53). Incomincia l’attesa, la grande attesa del ritorno del Signore. E vediamo che questa attesa è tutta pervasa di gioia; è pervasa di gioia perché è pervasa di fede, di speranza, di sicurezza nella parola che egli ha dato. Perciò anche nel primo capitolo degli Atti si dice che gli apostoli con Maria, la madre di Gesù, stavano radunati in preghiera in attesa del dono dello Spirito. In questa permanente riunione di preghiera essi sono pervasi di pace e di gioia. E da questo momento la gioia dei discepoli è attesa del ritorno di Gesù e insieme esperienza della sua invisibile ma reale presenza in mezzo a loro.

Gioia nello Spirito Santo
Lo Spirito Santo, che viene donato nel giorno della Pentecoste, è la forza che li investe dall’alto; è una specie di ebrietas, di ebrezza spirituale che li spinge a parlare di Gesù ex abundantia cordis. Essi sono così ricolmi di lui da traboccarne. E’ loro gioia, quindi, poterne parlare, proclamare il suo nome, annunziare il suo vangelo, nonostante le minacce e le persecuzioni. Anzi, questa gioia interiore li fa esultare proprio nelle tribolazioni e nelle sofferenze patite per lui. Un giorno, dopo essere s tati imprigionati, flagellati, minacciati, gli apostoli sono di nuovo lasciati in libertà a condizione che smettano finalmente di parlare di quel galileo. Risultato? Ecco: «Essi se ne andarono dal sinedrio, lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5, 40-41). Era un vanto per loro, un motivo di fierezza l’avere patito qualche cosa per colui che aveva tanto patito per loro. In latino l’espressione è bellissima: «Ibant gaudentes»;andavano saltando di gioia, perché erano stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. Quindi, per nulla intimiditi, «ogni giorno, nel tempio e a casa non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5, 42). Davvero è un lieto annunzio quello che essi lietamente diffondono! Il vangelo della gioia, portato dovunque con franchezza ed entusiasmo, fa aumentare il numero dei credenti. Cresce così la gioia mentre cresce la fraternità, la famiglia di Dio, la chiesa. La gioia dei discepoli consiste anche nello stare insieme fraternamente a pregare, a lodare il Signore, a condividere i beni, a spezzare insieme il pane, cioè a celebrare l’eucarestia, memoriale della passione-morte-risurrezione del Signore. Questa è una grandissima gioia, in una atmosfera di novità e di stupore pieno di adorazione. Così la gioia del vangelo attraverso questi credenti si diffonde anche in altre città, in mezzo ad altre popolazioni. La gioia è comunicata insieme con la parola del vangelo, con il dono dello Spirito Santo mediante il battesimo e l’imposizione delle mani. La gioia è proprio il segno della presenza dello Spirito Santo, dono del Signore risorto. Quando Filippo andò ad annunziare il vangelo in una città dei Samaritani, molti di questi credettero nel Signore Gesù, e allora «vi fu grande gioia in quella città» (cf At 8, 5-8). Anche nella descrizione del viaggio di Filippo che, lungo la strada da Gerusalemme a Gaza, evangelizza un etiope e poi, arrivando ad una sorgente, subito lo battezza, si fa notare che quando il diacono scomparve (portato altrove dallo Spirito) il neo-battezzato proseguì il suo cammino «pieno di gioia». Non soltanto “con gioia”, ma “pieno”, “ricolmo” di tale sentimento infuso dall’alto. Vi si riconosce proprio la sovrabbondanza della gioia messianica annunziata dai profeti. Negli Atti degli apostoli si legge più di una volta che la chiesa «cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» (9, 31). Crescere voleva dire camminare, andare avanti, andare incontro al Signore e portare agli altri l’annunzio della salvezza. Cresceva e camminava proprio perché era colma del conforto, ossia della forza e della gioia dello Spirito Santo. Non poteva contenersi perché dentro le urgeva l’amore, il dinamismo della vita divina che tende sempre ad espandersi, comunicarsi, donarsi. Con la predicazione di Barnaba e Paolo ad Antiochia siamo ormai nel mondo pagano. Ecco, anche i pagani «si rallegravano e glorificavano la Parola di Dio e abbracciavano la fede» (cf At 13, 48-49 e passim). Stupendo! I pagani si rallegravano e rendevano gloria alla Parola di Dio; l’accoglievano, l’abbracciavano passando così alla fede nel vero Dio. I « discepoli », tutti quelli che ora seguivano il Signore Gesù, erano «pieni di gioia e di Spirito Santo». Pieni di gioia, perché pieni di Spirito Santo: è la stessa cosa. Questo è, dunque, il segreto della prodigiosa diffusione del vangelo.

LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI
Uno dei più grandi diffusori della gioia nel mondo pagano è san Paolo, l’uomo che incontra il Signore sulla strada di Damasco mentre si reca a perseguitare i credenti in lui. Il Signore lo atterra folgorandolo e se lo conquista come una preda. L’esperienza interiore di Paolo sulla strada di Damasco è l’esperienza del Cristo risorto, ma anche del Cristo crocifisso. Da questo incontro rimane infatti come stigmatizzato per sempre: porta impresse nel suo corpo e nel suo spirito le ferite gloriose del Cristo. Il Cristo risorto lo tocca, lo ferisce, lo pervade tutto, perciò – se noi leggiamo attentamente le sue lettere – vediamo che la gioia di Paolo gronda sempre del sangue della croce, e che la sua sofferenza è sempre abbagliata dalla luce gloriosa della risurrezione. Paolo, infatti, si dice contento proprio quando soffre. In lui c’è sempre l’unità e la totalità del mistero pasquale; c’è sempre l’esperienza del Cristo crocifisso e risorto.
Nel capitolo ottavo della lettera ai Romani, Paolo esprime il gemito dell’umanità e di tutta la creazione come travaglio di parto, come passaggio alla vera vita mediante una nuova nascita. Si tratta proprio del passaggio pasquale. Tutta l’umanità e tutta la creazione gemono, ma in questo gemito si fa strada un grido di esultanza. Tutto gioisce in modo indicibile passando dalla croce alla gloria. Per questo Paolo conclude la lettera ai Romani – scritta con tanta sofferenza – rallegrandosi di loro perché hanno accolto la Parola e sono passati alla fede nel vero Dio, e augura la pienezza della letizia pasquale: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù (cioè per la forza) dello Spirito Santo» (Rm 15, 13).
Siamo salvati, ma in speranza; e siamo ancora in cammino; dobbiamo soffrire per passare alla gloria. Occorre abbondare di Spirito Santo per pregustare la gioia e la pace che troveremo nel pieno compimento del regno di Dio. Questa è la nostra grande consolazione e la nostra “beata speranza”.
Anche nella seconda lettera ai Corinzi san Paolo parla delle sue debolezze e delle sue tribolazioni, di tutto quello che ha patito nel suo avventuroso itinerario apostolico. E come ne parla? Ecco:
Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2 Cor 4, 8-10). In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto (2 Cor 6, 4-10). È beato nelle tribolazioni! «Afflitti, ma sempre lieti». Sul piano della logica umana tutto è paradossale, ma sul piano della fede ogni cosa è nel suo giusto ordine. Essere partecipi del mistero pasquale di Gesù è l’esperienza più beatificante. Proseguendo la lettera in tono confidenziale, Paolo esprime poi gioia e consolazione per l’affetto e l’aiuto dei fratelli. Riferendosi a Tito scrive: «Egli ci ha annunziato il vostro desiderio di aiutarlo, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta» (2 Cor 7, 7). Paolo è contento di avere sofferto e di soffrire ancora, perché questo gli permette di sperimentare la carità, l’affetto, la compassione e la consolazione da parte dei fratelli, di coloro che egli ha generato alla fede. E più bello avere qualcuno che condivida con noi la sofferenza che non avere sofferenze. Da ciò si dimostra che davvero il segreto della gioia è sempre l’amore. Inoltre si dice contento d’aver scritto ai Corinzi una lettera severa che li ha rattristati, ma che anche li ha stimolati al pentimento, dopo il loro riprovevole comportamento:
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio! Ecco quello che ci ha consolati. A questa consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi. Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi (2 Cor 7, 8-11.13.16). Facendo poi l’elogio dei cristiani della Macedonia che sono stati tanto generosi nella colletta per la chiesa di Gerusalemme, scrive: «Nonostante la lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità» (2 Cor 8, 2). Si trova grande gioia, dunque, nel saper dare generosamente con spirito di fede e di carità. Tornando alla propria personale esperienza, san Paolo confida umilmente che il Signore gli ha dato una prova senza tregua, una spina nella carne, e che alla sua supplica per esserne liberato gli ha risposto: «Ti basta la mia grazia» (cf 12, 7-10). Accettando volentieri e umilmente le proprie debolezze, esce in quella stupenda esclamazione:

«Superabundo gaudio in infirmitatibus meis».
Se questa è la volontà del Signore, io sovrabbondo di gioia nella mia debolezza, nelle mie infermità.
Perché?
Perché in questa mia infermità, in questa mia debolezza, in questa mia umiliazione, sperimento maggiormente la potenza di Cristo.
Perciò anche in altri punti dei suoi scritti l’Apostolo dice: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10), perché in me c’è più spazio per Cristo.
Proprio in base alla sua esperienza egli può esortare e convincere di questo anche i fedeli. Nel congedarsi dai Corinzi in questa lettera dice: «Fratelli, state lieti!».
State sempre lieti, rimanete nella letizia, «tendete alla perfezione», cioè alla perfetta letizia che coincide con la santità.
Non siate lieti soltanto in qualche momento, ma “state”! Siate nello stato di letizia, che è lo stato del cristiano, vivendo in pace, perché il Dio dell’amore e della pace è in mezzo a voi. Proprio questa letizia prova il fatto che si è con il Signore, che si vive alla sua presenza.

Coltivatore della gioia nel cuore dei credenti
Potremmo, se non bastasse, dare uno sguardo anche alle altre lettere di san Paolo. In quella scritta ai Galati egli dice espressamente che la gioia è frutto dello Spirito Santo (5, 22) e che il segreto della gioia è perciò sempre la vita secondo lo Spirito. Chi vive secondo lo Spirito ha la gioia; di più: è gioia. Notiamo che nell’elencare i frutti dello Spirito Santo l’Apostolo pone al primo posto l’amore perché lo Spirito Santo stesso è amore e poi subito la gioia, perché dall’amore scaturisce immediatamente la gioia. Amore e gioia danno la pace; e poi tutto di conseguenza: bontà, pazienza, benevolenza, fedeltà, mitezza.
Se è così, bisogna guardarsi dallo spegnere lo Spirito, poiché si spegnerebbe la fonte di tutti i buoni frutti (cf Ef 4, 30). Se con una condotta indegna contristiamo lo Spirito Santo che è in noi, diventiamo terreno arido; i frutti della grazia non possono maturare e il lavoro dell’Agricoltore è reso vano. Se ci pensiamo, ci appare inconcepibile il fatto che lo Spirito Santo possa essere contristato, mortificato in noi! Contristato vuol dire in certo modo contratto, messo allo stretto, soffocato per l’angustia dello spazio.
All’inizio della lettera agli Efesini san Paolo espone il piano di Dio e lo presenta come una chiamata ad ereditare il regno della luce, a diventare santi in Cristo per essere lode della sua gloria, cioè per essere un canto di gioia a colui che ci ha creati e che in Cristo ci ha benedetti «con ogni benedizione spirituale».
Nella lettera ai Filippesi rivolge a quei suoi carissimi figli anzitutto con un inno di ringraziamento perche il loro ricordo è per lui motivo di gioia (cf 1, 3ss.). Li considera dei privilegiati. Perche? «Perche a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere… » (1, 29-30). La gioia vera, per il cristiano, è ricevere la grazia di partecipare ai patimenti di Cristo, perché questo dà la sicurezza della partecipazione anche alla sua gloria, alla sua gioia.
Accennando poi alle sue sofferenze mentre è in prigione, Paolo dice che è contento ed esorta loro a non rattristarsi per questo, ma anzi a goderne con lui. Le sue sofferenze egli le considera come il sangue versato in libagione sul sacrificio della loro fede. Come rattristarsi per una realtà di grazia tanto bella? «E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, “sono contento” e “ne godo” con tutti voi. Allo stesso modo anche voi “godetene e rallegratevi” con me» (2, 17-18).
Sempre nella lettera ai Filippesi raccomanda di accogliere il fratello Epafrodito che ha sofferto, di accoglierlo con premura, rallegrandosi al vederlo, come ci si rallegra nel vedere il Signore: «Accoglietelo dunque nel Signore, con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui; perché ha rasentato la morte per la causa di Cristo» (2,29-30). «Accoglietelo con piena gioia». Perché? Perché questo fratello che ha sofferto per la fede porta le stigmate, le ferite gloriose del Cristo. La motivazione della gioia è sempre il Signore presente in tutti e in tutto. I cristiani, se sono autentici, se sono in comunione di carità, essendosi abbeverati all’unico Spirito (cf 1 Cor 12, 13), devono vivere sempre nella gioia spirituale. E un dovere rallegrarsi.
Proprio perché li vede fedeli a questo impegno, l’Apostolo, con accenti vibranti di affetto e commozione, dice: «Rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti» (2, 2). «Perciò, fratelli miei carissimi, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore cosi come avete imparato, carissimi… Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini» (4, 1. 4-5).
Scrivendo ai Colossesi, Paolo esprime la propria gioia di soffrire per loro e per tutte le chiese: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (1, 24). Ed egli li accende di fervore inondandoli di gioia pasquale: Siamo risorti con Cristo dice quindi siamo figli della luce, figli della gioia. «Rivestitevi, dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine… » (3, 12ss.). Ciò vuol dire: Rivestitevi di Cristo e cantate il cantico dell’uomo nuovo, il cantico della salvezza, quindi della gioia.
In questo passo, appunto dopo aver esortato a rivestirsi di Cristo, ossia di tutti i suoi sentimenti, raccomanda di essere riconoscenti, di vivere nella carità, nella pace: «Cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate, in parole e opere, fatelo nel nome di Gesù Cristo, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (3, 16-17).
Vivere nel rendimento di grazie e nella gioia significa essere davvero rivestiti dei sentimenti di Cristo che nei giorni della sua vita terrena «esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli… » (Lc 10, 21). Come Gesù, vivere per il Padre e trovare nel Padre la pienezza della gioia: questo deve essere l’intento del cristiano.
San Paolo generando alla fede, si ritiene collaboratore, o meglio, coltivatore della gioia nel cuore dei credenti. Ai Tessalonicesi egli scrive congratulandosi per la loro fede e per il loro impegno nella carità poiché in tal modo, tramite loro, si diffonde ovunque il buon profumo di Cristo e quindi la gioia riempie il cuore di molti altri fratelli (cf 1 Ts 3, 6ss.).

La consegna della gioia nell’apostolo Pietro
La consegna della gioia del Signore è stato l’impegno anche di tutti gli altri apostoli e discepoli: del resto, essa coincide con l’annunzio del vangelo.
San Pietro nella sua prima lettera esordisce affermando che quanti amano il Cristo in questa vita, pur senza vederlo, soffrendo gioiscono in lui e pregustano la contemplazione del suo volto di gloria:
… Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro che, pur destinato a perire, tuttavia si prova con il fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime (1 Pt 1, 6-9).

… nell’apostolo Giacomo
Sulla stessa linea è l’esortazione di san Giacomo:
Considerate perfetta letizia, fratelli miei, quando subite ogni genere di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri… (1, 2-4).
Questa «perfetta letizia», volto dell’autentica santità, contrassegno del cristiano, è più facilmente riscontrabile tra gli umili e i poveri. Ai ricchi e orgogliosi è invece rivolto il pressante invito a deporre la loro fatua allegria e a piangere di compunzione, appunto per rendersi idonei a ricevere la vera gioia dal Signore (cf Gc 4, 9-10).

… nella lettera agli Ebrei
Non meno significativo è quanto si legge nella lettera agli Ebrei. Coloro che si sono accostati a Dio non più col terrore ma nella piena confidenza, essendo stati avvicinati dal Mediatore della nuova alleanza e resi partecipi dell’«adunanza festosa», dell’«assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli», devono offrire continuamente a Dio un sacrificio di lode (cf 12,22-24; 13, 15), cioè un omaggio di gioia. Ecco in quale modo:
on scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace. Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché vegliano su di voi come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano qucsto con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi (13,16-17).
Sincera fraternità, condivisione generosa, ascolto e obbedienza: ecco i connotati del vero culto a Dio.

… nella Regola di san Benedetto
Ciò spiega perché nel capitolo quinto della Regola di san Benedetto l’obbedienza è definita il «principale contrassegno dell’umiltà e propria di coloro che ritengono di non avere nulla più caro di Cristo»; ma perché tale obbedienza sia gradita a Dio e dolce agli uomini deve essere offerta con prontezza, di buon animo, ricordando che «Dio ama chi dona con gioia». Un cuore scontento non può piacere a Dio.
La gioia del buon zelo nella vita fraterna scaturisce proprio dal fare dono di se stessi nell’obbedirsi e nel servirsi a vicenda (cf RB, cc. 7; 31; 35; 68; 71; 72). Perché nella casa di Dio nella comunità monastica come nella comunità ecclesiale, nella famiglia, ecc. «nessuno si turbi o si rattristi», è necessario che tutti siano protesi a vivere per il Signore e per i fratelli.

La gioia nel sacrificio
Commentando la Sacra Scrittura Origene scriveva: «Tu generi la gioia se tutto stimerai gioia, quando ti imbatterai in varie tentazioni e offrirai questa gioia in sacrificio a Dio. E quando ti avvicinerai lieto a Dio, egli ti renderà nuovamente quello che avrai offerto, e ti dirà: Di nuovo mi vedrete e gioirà il vostro cuore e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. Così dunque riceverai moltiplicato quello che avrai offerto a Dio» (Omelia ottava sulla Genesi).
Offrire la propria sofferenza, la propria povertà portandola all’altare con “viso lieto”, questo noi spesso trascuriamo di fare, presumendo invece di presentare con ragione le nostre lagnanze al Signore per il costo della vita… per il prezzo troppo alto della nostra cittadinanza nel suo regno. Camminando in questa “valle di lacrime” non dobbiamo perdere di vista la meta del nostro pellegrinaggio. La celeste Gerusalemme la chiesa nostra madre già glorificata con Cristo non cessa di incoraggiarci ricordandoci le divine promesse:

Una grande gioia mi viene dal Santo
per la misericordia che presto vi giungerà
dall`Eterno vostro salvatore.
Vi ho visti partire
tra gemiti e pianti,
ma Dio vi ricondurrà a me
con letizia e gioia, per sempre (Bar 4, 22-23).

Allora: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza» (Is 12, 3).

Saranno raggianti di felicità quelli che, passati attraverso la grande tribolazione della presente vita, avranno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, si saranno cioè purificati mediante la sofferenza che li ha resi partecipi della croce del Redentore (cf Ap 7, 9-15). Là, nella santa dimora del cielo, gli eletti:

Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
perché l’Agnello
li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima
dai loro occhi (Ap 7, 16-17).

I verbi della promessa sono al futuro, ma questo futuro di salvezza e di gioia già ci appartiene, già trasfigura le fatiche del nostro quotidiano cammino, se ogni passo è compiuto nella fede, nella speranza, nell’amore.

Le origini eterne della nostra gioia
L’apostolo Giovanni che più da vicino ha attinto alla sorgente del cuore di Cristo torna a farci contemplare le origini eterne della nostra gioia:
Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta (1 Gv 1, 1-4).
I discepoli avevano visto e toccato la Gioia divina fatta visibile nella persona di Gesù; l’avevano vista affondare nelle tenebre del venerdì santo e risorgere all’alba di un nuovo giorno senza fine. Riempiti della sua presenza non possono fare a meno di testimoniarla, anche a prezzo di molte sofferenze, affinché essa diventi anche la nostra gioia pura e inalienabile. Tale gioia è la comunione con il Padre e il Figlio nell’Amore che è lo Spirito Santo; è il mistero ineffabile della santissima Trinità nella cui sfera siamo attirati.

Il nostro destino felice
Così quello che era “in principio” cioè all`origine di tutte le cose si trova anche alla fine e rimane per sempre. In principio era la gioia e sempre rimarrà la gioia: Dio. Questo è il nostro destino felice. Questo desideriamo ardentemente raggiungere.
«Vita felice esclama sant’Agostino è il gaudio per la verità; è quindi gioire di te che sei la verità, o Dio, mia luce, salvezza del mio volto, mio Dio. Questa vita beata tutti la vogliono… » (Conf. X, 23 ).
Sì, tutti la vogliono, ma come la cercano? «C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?» interroga il Signore. «Se, all’udirlo, tu rispondi: Io! così ti soggiunge il Signore: se vuoi avere la vera ed eterna vita… sta lontano dal male e fa il bene, cerca la pace e perseguila» (cf Sal 33 citato nel Prologo alla Regola di san Benedetto).
Bisogna dunque cercare la gioia sull’unica diritta strada della verità che è il Vangelo.

Lontano, Signore,
lontano dal cuore del tuo servo che a te si confessa,
lontano il pensiero che godendo di qualunque gioia
possa essere felice.
Vi è infatti una gioia che non è data agli empi,
ma a coloro che ti servono con gratuità — per puro amore –
e la gioia di costoro sei tu stesso.
Questa è la vita felice: gioire per te, di te, a causa di te.
Altra felicità non esiste (Conf. X, 22).
Ti rendiamo grazie, Signore! Amen! Alleluja!

 

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