PAOLO SCRITTORE – (arte cristiana)

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PAOLO SCRITTORE – (arte cristiana)

Da Paolo Apostolo – di Giuseppe Ricciotti – ( tratto da totus tuus )

L’arte cristiana cominciò nel sec. XII a raffigurare Paolo munito di un’affilata spada, e questa raffigurazione diventò poi tipica nell’iconografia posteriore. Rappresenta quella spada soltanto il martirio dell’apostolo? No, alla mente dello storico essa simboleggia più giustamente l’arma spirituale impiegata da lui per primo fra i discepoli del Cristo, l’arma della scrittura.   A conferma di questa interpretazione simbolica si potrebbe far osservare che il Cristo non è raffigurato nell’iconografia con una spada, appunto perché non ha lasciato alcuno scritto. Il Cristo non doveva impiegare la spada della scrittura, perché egli stesso era la vivente parola d’Iddio, ed efficace, e tagliente più di qualunque spada a doppio taglio (Ebrei, 4, 12). Paolo invece scrisse, e questa sua spada, dopo tanti secoli. non ha perduto nulla della sua tempera e della sua affilatezza.  Paolo medesimo ci fornisce la valutazione di se stesso come scrittore, quando afferma di essere ignaro di parola, ma non di conoscenza (2 Cor., 11, 6); egli cioè si reputa, non già un esperto e sottile artefice della parola, ma un uomo che sente profondamente ciò che vorrebbe esprimere per mezzo di essa: inadeguata parola , ma pienezza di conoscenza.  Paolo non è un letterato di mestiere; egli non vede che il suo pensiero, non maneggia che il bronzo liquefatto, e lo fa colare nel primo stampo che gli capita sotto mano senza preoccuparsi di rifinirlo. Questa incompiutezza d’arte, è certamente la sua deficienza; ma è nello stesso tempo la causa della sua grandezza, perché lo fa essere un artista inconsapevole, uno scrittore che senza volerlo diventa spesso gran «letterato». Tale appunto è il giudizio che sull’eloquenza di Paolo dava Agostino, un altro competente in materia: Come noi non affermiamo che l’Apostolo sia andato appresso ai precetti dell’eloquenza, così non neghiamo che l’eloquenza sia andata appresso alla sapienza di lui (De doctrina christ. IV, 7).    Quando Paolo iniziava un suo scritto (salvo forse quelli dell’incipiente vecchiaia), doveva avere il suo spirito in stato di ebollizione, agitato, compresso, assillato da mille idee che volevano venire alla luce tutte insieme. Riflette egli alquanto per mettere un po’ d’ordine in quell’affollamento e finalmente scelta un’idea comincia ad esporla. Ma ecco che, a metà dell’esposizione, una certa parola ch’egli ha testé impiegata gli risveglia un’altra idea che gli sembra indispensabile: ed egli, lasciando sospeso il primo enunciato, v’inserisce a guisa d’inciso la seconda idea; è possibile tuttavia che, anche in questo inciso, egli inserisca una piccola parentesi per far posto ad una particolare riflessione venutagli in mente lì per lì; alla fine chiuderà parentesi e inciso; e provvederà a terminare l’esposizione iniziale.  Ma non è cosa sicura che egli termini un’esposizione iniziata e chiuda regolarmente un periodo incominciato; il periodo può anche rimanere non chiuso, perché nel frattempo altri concetti sono balenati alla mente dello scrittore e gli hanno fatto perder di vista l’argomento di cui trattava. È ciò che i grammatici chiamano l’anacoluto.   Altre volte – sempre a causa di quell’affollamento di concetti – sembra che Paolo voglia risparmiare tempo, inchiostro e papiro, ed esprime i concetti in maniera sommaria; in una forma che gli antichi avranno forse chiamato tachigrafica (e che noi chiameremmo telegrafica). Se per un dato concetto è necessario un periodo di almeno quattro proposizioni, Paolo ne esprime soltanto due, e il resto lo fa aggiungere dal lettore. È l’ellissi dei grammatici. Portiamo un solo esempio per ciascuno di questi casi, sebbene in Paolo abbondino anacoluti, ellissi e simili licenze letterarie.          Un esempio di periodo frastagliato da incisi e da parentesi si trova proprio all’inizio della lettera ai Romani (I, 1-7), la quale comincia così: Paolo, schiavo di Cristo Gesù, chiamato apostolo, separato per (annunziare) il vangelo di Dio…. A questo punto la parola vangelo dispiega avanti agli occhi di Paolo una visione meravigliosa, ed egli non sa frenarsi dall’inserire un inciso di commento: – che egli aveva in precedenza promesso mediante i suoi profeti nelle scritture sante riguardo al Figlio di lui… La menzione del Figlio di Dio non può passare per Paolo senza una qualche presentazione, ed egli inserisce la presentazione in una lunga parentesi: (quello fatto dal seme di David secondo la carne, quello costituito Figlio di Dio in possanza secondo lo spirito di santità dalla resurrezione dei morti, Gesù Cristo il Signore di noi, mediante il quale ricevemmo grazia ed apostolato ad obbedienza di fede in tutte le genti per il nome di lui: nelle quali siete anche voi, chiamati di Gesù Cristo) – . La lunga parentesi è finita (non senza aver ricevuto un altro breve inciso con le parole finali nelle quali… Cristo), ed è finito pure il primo inciso di commento; cosicché Paolo adesso può riannodarsi al suo enunciato iniziale e chiudere tutto il periodo: a tutti coloro che sono in Roma diletti di Dio, chiamati santi, grazia a voi e pace da Dio padre di noi e (dal) Signore Gesù Cristo. Diamo ora un esempio di periodo iniziato in una data forma ma proseguito poi in un’altra e rimasto senza la regolare chiusura. Paolo vuol dimostrare che la Legge ebraica offre molti vantaggi in confronto con la legge naturale, ed ecco il suo ragionamento (Romani, 3, 1, segg.): Qual (è) dunque il vantaggio del Giudeo, o quale l’utilità della circoncisione? Molto, in ogni maniera. In primo luogo, infatti, (c’è il vantaggio) che (ai Giudei) furono affidati gli oracoli d’Iddio. Che dunque? Se taluni non ebbero fede, forse che l’infedeltà di essi renderà vana la fedeltà d’Iddio? Non sia (mai)!, ecc. – E il ragionamento segue a lungo con argomentazione incalzante, ma invano si aspetterebbe la concatenazione preannunziata; in realtà l’avverbio in primo luogo  ha preannunziato un’espressione come questa in secondo luogo, la quale invece non compare mai in seguito. Infervorato nella sua argomentazione, Paolo dimentica la costruzione grammaticale che ha cominciata, e la lascia incompiuta.       Il terzo esempio illustrerà la maniera di esprimersi che abbiamo chiamato tachigrafica (o telegrafica). Paolo raffigura il popolo giudaico in un olivo domestico a cui siano stati troncati alcuni rami; su questo olivo, poi, è stato innestato un virgulto d’olivastro selvatico; che però ha attecchito e prospera. Il virgulto raffigura i Gentili, che sono innestati nella rivelazione divina già affidata al popolo eletto. Di qui il pericolo che il virgulto s’insuperbisca e disprezzi i rami troncati dell’olivo domestico. Ma Paolo interviene, ed ammonisce con un periodo che, se fosse regolare, dovrebbe sonare a un dipresso così: «Non ti vantare contro i rami; se poi ti vanti, hai torto, giacché devi pensare che non tu porti la radice, ma la radice porta te». Paolo invece, quasi affrettandosi a difendere i suoi connazionali, riduce il periodo a queste poche parole: Non ti vantare contro i rami; se poi ti vanti, non tu porti la radice, ma la radice te (Romani, 11, 18).   L’amore per il Cristo fa ritrovare a Paolo accenti veramente lirici; come nel passo seguente: Chi ci separerà dall’amore del Cristo? Tribolazione, ovvero angustia, ovvero persecuzione, ovvero fame, ovvero nudità, ovvero pericolo, ovvero spada?… Ma in tutte queste cose stravinciamo per mezzo di colui che ci amò. Sono certo, infatti, che né morte, né vita, né Angeli, né Principati, né cose presenti, né cose venture, né possanze, né altitudine, né profondità, né alcuna altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio, quello (ch’è) in Cristo Gesù il Signore di noi (Romani, 8, 35-39).     Gli anni, come sempre, fecero sentire i loro effetti anche sullo stilo di Paolo, smussando parecchio la punta aguzza di esso e frenando le sue continue vibrazioni. Lo stile, che rispecchia l’uomo in ogni scrittore e specialmente in Paolo, ci fa intravedere nelle ultime sue lettere un uomo ch’è entrato in una nuova fase di spirito, in una sfera più uniforme: il vecchio lottatore è divenuto adesso un calmo dominatore. In questo stato d’animo egli trova accenti quasi di sereno idillio: Io già sono versato in libagione, e il tempo del mio scioglier (le vele) è imminente. Ho combattuto il buon combattimento, ho compiuto la corsa, ho serbato la fede. Oramai sta deposta a parte per me la corona della giustizia, che mi darà in quel giorno il Signore, il giudice giusto; non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione (2 Timoteo, 4, 6-8). Le immagini di questo piccolo idillio sono prese dai giuochi del circo, a cui forse Paolo aveva qualche volta assistito da ragazzo nella sua Tarso. Sceso nell’arena della vita in onore del Cristo, egli ha coscienza di aver dato buone prove ivi nelle varie competizioni, compresa quella dello scrivere. Adesso, sereno, aspetta la corona.

Si è discusso a lungo, forse anche troppo, se gli scritti di Paolo siano lettere oppure epistole. Il Deissmann, grande studioso dei papiri greci, prese questi come punto di riferimento, e trovò che gli scritti di Paolo sono analoghi alle lettere di contadini o soldati egiziani conservate in detti papiri, cioè sono sorti occasionalmente per un determinato caso, non sono destinati al pubblico in genere, e soprattutto non hanno mire letterarie: dunque, concluse egli, sono lettere e non epistole. L’epistola infatti mostra le tre qualità precisamente contrarie alle suddette, ossia tratta più di fatti generali che di casi singoli e di solito lungamente, è destinata essenzialmente al pubblico e, soprattutto, ha mire letterarie; l’epistola si distingue dalla lettera come il dramma storico da un tratto di vera storia, o come un dialogo di Platone da un colloquio confidenziale .  Il Deissmann può avere, in una certa misura, ragione; ma la questione è impostata, male con quella netta ripartizione fra lettere ed epistole, giacché fra questi due termini estremi esiste tutta una graduazione di forme miste, che risentono sia dell’uno che dell’altro termine in varia misura. Molti scrittori antichi e moderni hanno scritto vere lettere, indirizzate a privati e trattanti casi singoli, pur mirando a fare opere letterarie, anche perché prevedevano che esse sarebbero state conservate e raccolte: dunque, una vera lettera può avere mire letterarie. Parimente una lettera può benissimo trattare di fatti generali, quanto un’epistola; può essere indirizzata, non proprio al pubblico in genere, ma ad un gruppo di privati tanto ampio da equivalere quasi a un pubblico; può essere, infine lunga quanto un’epistola e anche più.           Gli scritti di Paolo appartengono egualmente a quelle forme miste, da definirsi volta per volta a seconda dei singoli casi. Fondamentalmente, sì, sono lettere, perché scritte senza mira letteraria, in occasione di fatti singoli, e inviate da un privato a un gruppo più o meno ampio di privati. Ma, si noti subito, queste lettere circolavano anche fuori della cerchia dei loro destinatari immediati, e ciò avveniva quando Paolo era ancora in vita e per sua volontà esplicita : dunque di fatto, se non di nome, erano scritti «pubblici». Oltre a ciò esse trattano, non solo di casi singoli, ma anche di principi generici filosofico-teologici e di ampie visioni storiche, e talvolta raggiungono una grande ampiezza: sotto questi aspetti, dunque, si avvicinano molto al tipo dell’epistola, quale più quale meno. Anche astraendo dallo scritto agli Ebrei, che ha tutto dell’epistola, la lettera ai Romani si avvicina moltissimo allo stesso tipo; altre vi si avvicinano di meno; il biglietto a Filemone rimane una piccola «lettera» in senso rigoroso, pur contenendo i saluti a coloro che tengono le adunanze cristiane in casa del destinatario (Filem., 2) Rimane tuttavia verissimo che le felici scoperte di papiri, conservati dalle sabbie dell’Egitto, ci hanno offerto nuovi elementi per valutare più giustamente la veste letteraria delle lettere di Paolo. Quei papiri hanno conservato numerose lettere di carattere strettamente privato, le quali offrono non pochi riscontri, di stile e di lessico, con le paoline; vi si rileva la stessa cordialità familiare, il medesimo schema diviso in tre. Qui dobbiamo fornire alcuni necessari schiarimenti sulla stesura materiale delle lettere di Paolo.  Esse furono scritte su papiro, il materiale scrittorio comunemente impiegato a quei tempi. Dalla pianta egiziana del papiro si tagliavano verticalmente strisce sottilissime, lunghe anche un metro e larghe pochi centimetri; queste strisce, unite fra loro in uno strato longitudinale, erano poi rafforzate da un altro strato di strisce applicato trasversalmente: i due strati, uniti insieme per compressione, formavano un foglio di «carta», e dal nome della pianta che forniva le strisce sono derivati i nomi odierni, francese papier, tedesco Papier, inglese paper. Si fabbricavano fogli di vari tipi, per finezza e per prezzo: uno dei migliori tipi era quello ieratico, largo circa 24 centimetri. Per lettere ordinarie, di solito brevi, bastava un solo foglio; per quelle più lunghe, al primo foglio se ne incollava in margine uno o più altri, fino ad ottenere lo spazio sufficiente. Questa serie di fogli incollati, arrotolata su se stessa dopo ch’era stata scritta, formava un volumen più o meno grande.  Si scriveva con inchiostro e con cannellini, calami, o penne d’oca temperate. Quando il foglio era di qualità scadente, la scrittura diventava difficile, e lo scriba era costretto in sostanza a disegnare le lettere e quasi a pennellare. Il tipo di scrittura variava a seconda del materiale impiegato e anche della perizia dello scriba: si hanno, da una stessa epoca, scritture unciali, semiunciali, corsive grandi sia regolari, sia irregolari, e anche corsive molto minute; ma chi non era scriba di professione doveva preferire le forme semiunciali, o almeno le corsive grandi e ben marcate, perché erano più facili ad eseguirsi e di maggior chiarezza a leggersi, anche se richiedevano maggior tempo a scriversi. Che Paolo fosse nel numero di costoro, si può argomentare da quelle poche righe ch’egli aggiunge di sua mano in fondo alla lettera ai Galati (6, 11): Vedete con che grosse lettere scrissi a voi  di mia mano! Egli, volendosi far sentire bene dai Galati in quel tratto finale, che riassume tutta la severa lettera, cessa in quel punto di dettare all’amanuense, e scrive di sua propria mano calcando anche più la sua scrittura abitualmente grossa e forse già nota ai destinatari.     Quando la lettera era scritta, se era breve, il suo foglio veniva ripiegato e poi sigillato con pece o cera: al di fuori si scriveva nome e luogo del destinatario, e talvolta anche quello dei trasmettitori o delle soste intermedie. Se era una lunga lettera, il suo volumen si introduceva in una busta (paenula) che veniva sigillata, oppure era avvolto in un foglio di custodia, legata poi attorno con una cordicella e sigillato. La scrittura materiale di lettere quali quelle di Paolo richiedeva una fatica molto grave e molto lunga, che noi oggi difficilmente supporremmo. Anche astraendo dallo sforzo mentale per dominare i concetti ardui e sottili e per trovare termini adeguati ad esprimerli, la sola lunghezza del testo richiese quasi sempre più giorni di scrittura; ma poiché Paolo concedeva probabilmente solo ore serali o notturne alle sue lettere (giacché di giorno lavorava per guadagnarsi la vita), e poiché d’altra parte uno scriba ordinariamente non reggeva a più di due o tre ore di lavoro continuo (giacché scriveva in posizione scomodissima, accoccolato in terra, e sorreggendo il foglio su una tavoletta con la mano sinistra), bisogna concludere che le lettere di Paolo stavano in lavorazione anche varie settimane. Gli antichi ordinariamente non scrivevano da se stessi le loro lettere, ma le dettavano a schiavi amanuensi per evitar la fatica: di mano propria aggiungevano in fondo di solito una parola di saluto, oppure scrivevano la lettera per intero soltanto in casi speciali e a persone carissime. Paolo non aveva schiavi a cui dettare, ma si servì sovente di amici o discepoli; i quali certamente si prestavano tanto più volentieri a questo ufficio, in quanto sapevano ch’egli passava le sue giornate maneggiando duri strumenti di lavoro e ispidi peli di capre, e perciò la sera aveva la mano tremolante e le dita stanche. Tuttavia anch’egli aggiungeva in fondo alla lettera la sua nota autografa di saluto, e in qualche caso scriveva tutta la lettera da sé. È attestato che l’amanuense della lunga lettera ai Romani fu un certo Terzo (Rom. 16, 22); per la I Tessalonicesi (cfr. 1, 1) si possono essere alternati come amanuensi Silvano (Sila) e Timoteo, giacché il primo risulterà più tardi amanuense anche di Pietro (1 Pietro 5, 12). L’annotazione finale autografa è attestata esplicitamente per I Corinti (16, 21), Colossesi (4, 18), e II Tessalonicesi (3, 17) ove si avverte che tale annotazione dovrà essere il contrassegno di ogni lettera (per farla distinguere da lettere falsificate, mandate in giro sotto il nome di Paolo); ma anche là dove l’annotazione autografa oggi non è più attestata esplicitamente, è da considerarsi implicita. Il caso di Galati (6, 11 seg.) è parimente annotazione autografa, perché l’aoristo del verbo  è impiegato secondo l’uso epistolare degli antichi, che si riferiva al tempo in cui il destinatario leggeva la lettera, e perciò equivale al nostro presente (cfr. Filemone 19, 21;  1 Pietro, 5, 12; 1Giovanni 5, 13  testo greco); molti interpreti antichi invece credettero che tutta la lettera ai Galati fosse stata scritta da Paolo di sua mano, riferendo il verbo alla parte anteriore della lettera. Il biglietto a Filemone sembra ben essere tutto autografo di mano di Paolo (Filem. 19-21)      Lo schema della lettera di Paolo segue lo schema epistolare dei suoi tempi. Gli antichi dividevano la lettera in tre parti. – La prima era il titolo (praescripturn), che conteneva il nome del mittente e quello del destinatario, ordinariamente con poche parole di saluto o di encomio  La seconda parte era il corpo della lettera, che trattava, dei vari affari e poteva essere più o meno lunga. – La terza parte era la conclusione, ordinariamente assai breve e che poteva anche mancare del tutto; talvolta conteneva la data e il luogo in cui era stata scritta, più spesso i saluti dello scrivente o anche di altri.   Con la prima parte, o titolo (praescriptum), non dev’esser confusa la soprascritta (inscriptio) che si aggiungeva nel rovescio dello stesso foglio dopo ch’era stato ripiegato e chiuso, oppure nel foglio di custodia: questa soprascritta serviva solo per il recapito, e se la lettera veniva poi ricopiata, la soprascritta veniva tralasciata, se già non era andata perduta lacerando il foglio di custodia. Nel corpo della lettera Paolo, di solito, dedica la prima parte a trattazioni teoretiche, di fede o altro, mentre riserva la seconda parte a questioni pratiche: ma, a seconda delle circostanze, ammette anche mescolanze e ritorni. Infine, poche osservazioni sulla lingua usata da Paolo. Essa è il greco della koiné, quello parlato dalla grande massa, sia dai ceti medi ed elevati, sia dalla plebe: ma il tipo usato da Paolo è assai più vicino al tipo dei ceti colti che a quello della bassa plebe. Benché semita di stirpe e d’educazione, egli fin da bambino aveva appreso il greco, e da uomo maturo conosceva bene la struttura grammaticale e possedeva ampiamente il lessico di questa lingua. Come egli non si cura della levigatezza stilistica, così pure e per le stesse ragioni non si preoccupa della purezza della lingua: perciò non è da aspettarsi da lui quella eleganza studiata che si ritrova in scrittori atticizzanti dei suoi tempi, sebbene le sue occasionali citazioni di scrittori pagani  dimostrino che egli non ne sia affatto digiuno. Semitismi si riscontrano nelle sue lettere, e sono naturali in uno scrittore semita che tratta d’argomenti ebraici e impiega continuamente le sacre Scritture ebraiche: lo stesso avviene, in misura varia, presso gli altri scrittori del Nuovo Testamento; tuttavia i papiri recentemente scoperti hanno mostrato spesso che talune forme, stimate prima semitismi, non sono tali in realtà, e che erano impiegate usualmente nel greco della koiné. Ma anche sul materiale lessicografico greco da lui impiegato, Paolo imprime il suo stampo personale. Alcune parole ricevono da lui significati nuovi, o almeno sfumature nuove; altre volte egli fabbrica nuovi verbi oppure nuovi connessi di parole, per esprimere nuove idee; s’aiuta con i participi, quando manca la parola ch’egli cerca. Con questi ed altri artifizi egli riuscì a fabbricare il primo armamentario di espressioni tecniche a servizio della teologia cristiana. Sotto questo aspetto il suo merito, come il suo ardimento, furono immensi. Alla fine di quello stesso secolo Giovanni depositerà in quello stesso armamentario il suo grandioso termine «Logos», infondendogli un significato ben diverso da quello che aveva avuto presso i filosofi greci o i Giudei alessandrini: e anche l’ardimento di Giovanni fu certo grande, specialmente per il significato ch’egli annetteva a quel termine. Ad ogni modo l’autore del IV vangelo poteva ben addurre a sua giustificazione i molti ardimenti di Paolo, additando nell’armamentario teologico da costui iniziato i numerosi termini tecnici da lui depositativi già un mezzo secolo prima.                     Le conseguenze di questa iniziativa di Paolo si poterono valutare in pieno soltanto qualche secolo più tardi, allorché per le nuove circostanze dei tempi si dovettero coniare nuovi termini fino allora mancanti. Quando, alcuni secoli prima, Paolo passava lunghe serate in quel suo laboratorio da tessitore, in piedi, poggiando appena un braccio sull’angolo del telaio, mentre la sua mano nervosa tormentava incessantemente la barba, e stava là a dettare con faticosa lentezza parola su parola a Terzo , il quale accoccolato a terra in un angolo scriveva con la tavoletta sulle ginocchia e con la lucerna sul pavimento – Paolo in quelle serate fondava la prima università di teologia che abbia avuto il cristianesimo. 

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