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25 DICEMBRE 2013 – SANTO NATALE – OMELIA DI APPROFONDIMENTO

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25 DICEMBRE 2013 | SANTO NATALE | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

NATALE DEL SIGNORE

« Andiamo fino a Betlemme… » Tutto in Cristo è grande, anzi « troppo » grande per la nostra misura di comprensione e di ammirazione. E questo, nonostante che egli si sia fatto « carne » (cf Gv 1,14) umana, in tutto « simile a noi » (Eb 4,15). Però proprio questa « umanizzazione » porta con sé il senso del mistero e della sorpresa: « perché » si è fatto uno di noi, lui che è al di sopra e al di fuori di tutti noi? Nel momento in cui egli ci si avvicina, avvertiamo anche che ci sovrasta all’infinito, ci sfugge, si nasconde a noi. C’è da domandarsi se il Natale ce lo « sveli » più di quello che non ce lo « veli »! È l’eterno gioco del « mistero » di Dio quando si apre all’uomo. La stessa Liturgia del Natale avverte questa « ineffabilità » della venuta di Cristo in mezzo a noi e con la possibilità della triplice celebrazione eucaristica, tipica della festività odierna, tenta di introdurre i fedeli a percepire e a gustare qualcuno dei molteplici aspetti che costituiscono la infinità del mistero dell’Incarnazione. Per la nostra riflessione seguiremo i testi liturgici della seconda Messa, detta dell’aurora, che è molto più concisa delle altre due, ma non meno ricca di contenuto teologico e spirituale. Soprattutto le Orazioni sono frementi di gioia e come inebriate della grande festa di « luce » che è il Natale. « Signore, Dio onnipotente, che ci avvolgi della nuova luce del tuo Verbo fatto uomo, fa’ che risplenda nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro spirito », preghiamo nella Colletta: è la dilatazione della « luce », che ci è penetrata nella mente e nel cuore mediante la fede, alle opere della vita, che supplichiamo dal Signore. Il Natale si celebra vivendolo! Lo stesso pensiero ricorre nella Orazione dopo la Comunione: « O Dio, che ci hai radunato a celebrare in devota letizia la nascita del tuo Figlio, concedi alla tua Chiesa di conoscere con la fede le profondità del tuo mistero, e di viverlo con amore intenso e generoso ». Il « vivere » è sempre conseguente al « conoscere »: la cosa più grossa è scoprire che cosa significhi la « nascita » umana di Cristo; non appena avremo percepito qualcosa di questo « mistero », sarà tutta la nostra vita ad esserne come travolta e capovolta. Ci accorgeremo subito che non potremo celebrare il Natale del Signore senza « nascere » di nuovo anche noi con lui. Anche le letture bibliche, pur nella loro concisione, portano avanti molto efficacemente questo tipo di riflessioni che abbiamo appena accennato.

« Quando si è manifestato il suo amore per gli uomini » Incominciamo dalla seconda, che è ripresa dalla Lettera a Tito, in cui san Paolo, in un contesto in cui parla dei doveri generali dei fedeli, ricorda quale « rinnovamento » ha prodotto Cristo nella nostra vita, allorché si è « manifestato » in mezzo a noi: « Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati… ». È chiaro che per Paolo tutta l’iniziativa della nostra salvezza risale esclusivamente all’amore di Dio, concretizzatosi nell’Incarnazione del Cristo. Sia il Padre che Cristo vengono chiamati « Salvatore nostro » (vv. 3 e 6), con un’innovazione piuttosto ardita: mentre, infatti, normalmente nell’epistolario paolino solo Dio viene detto « Salvatore »,1 nella nostra lettera tale appellativo viene dato anche a Cristo.2 E questo non soltanto per affermarne l’eguale dignità insieme al Padre, ma anche per mettere in evidenza la « grandezza » della salvezza che ci è stata donata; essa è opera del Padre e del Figlio. Anzi, anche dello Spirito Santo, che « è stato effuso su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo » (v. 6). Il « dono » dello Spirito continua e dilata quello dell’Incarnazione, che in tal modo non rimane un evento grandioso, ma isolato nella storia, senza punti di contatto e di riferimento con i singoli credenti: mediante lo Spirito ognuno di noi, in questa festa di Natale, può risalire alle sorgenti dell’amore, può di nuovo sperimentare e assorbire in sé tutta la forza di quella « bontà » (v. 4) che spinse Dio a progettare e a realizzare quel « primo » Natale, che non cesserà mai di sorprendere gli uomini di tutti i tempi. Non dimentichiamo quello che san Paolo dice così meravigliosamente altrove: « L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5,5). Proprio perché « dono » dell’amore, lo Spirito è capace di rivelarci e di farci ripercorrere tutte le vie dell’amore attraverso una interiore « degustazione » e anche attraverso una maggiore penetrazione del senso della Liturgia. In tale prospettiva non è senza significato il sottolineare che in questo piccolo brano ricorrono ben tre sostantivi per designare la « benevolenza », completamente gratuita, del Padre verso di noi, di fronte alla quale non hanno rilevanza alcuna le « opere di giustizia » che eventualmente potessimo anche aver « compiuto » (v. 5): il Natale ha senso soltanto perché da sé l’uomo non avrebbe mai potuto e saputo salvarsi! I tre sostantivi sono: la « bontà di Dio », il « suo amore per gli uomini » (v. 4), la « sua misericordia » (v. 5). Soprattutto il secondo è significativo: in greco abbiamo philanthropía, che forse sarebbe stato anche meglio lasciare tale e quale, proprio perché tutti ne conoscono il significato. E Dio non è stato « filantropo » in forma arida e distaccata, ma ha « amato » gli uomini fino a diventare uno di loro: ha davvero saputo mettersi nei nostri panni! Proprio per questo egli ci comprende e ci perdona. D’altra parte, appunto perché è diventato uno di noi, non potrà mai respingerci: direi che, nonostante tutto, Dio è come costretto ad amare gli uomini, perché per il mistero dell’Incarnazione egli si è mescolato a ognuno di noi.

« Riconosci, o cristiano, la tua dignità » Ma c’è un’altra cosa da osservare in questo brano: ed è il riferimento al Battesimo, che viene presentato come il « lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo » (v. 5). Non è del Battesimo in genere che vogliamo qui parlare, ma solo in quanto dice riferimento al mistero del Natale: i termini adoperati per descriverlo ci rimandano, infatti, all’idea di una « nuova » nascita (« rigenerazione »: in greco palinghenesía) e di una « novità » di vita (« rinnovamento »). Tutto questo sta a dire che per i credenti il loro « natale » coincide con il Battesimo: in quel momento essi sono « rinati » in Cristo. È per il Battesimo che noi ci appropriamo del mistero dell’Incarnazione, così come è per l’Incarnazione che Gesù si appropria della nostra natura umana. È di qui che deriva tutta la nostra grandezza, così come l’impegno a vivere secondo lo stile di questa « nuova » vita offertaci da Cristo per mezzo del suo Natale. Era quanto ricordava san Leone Magno ai cristiani del suo tempo: « Riconosci, o cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro… Con il sacramento del Battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! ».3

« Li chiameranno popolo santo » Anche la prima breve lettura, ripresa da Isaia, può e deve essere letta in questa chiave di « rinnovamento » nella « santità », annunciata dal Profeta per la Gerusalemme dei tempi ultimi, quando gli esiliati ritorneranno finalmente alla loro terra dalla schiavitù di Babilonia: « Dite alla figlia di Sion: Ecco, arriva il tuo Salvatore… Li chiameranno popolo santo, redenti dal Signore. E tu sarai chiamata « ricercata », « città non abbandonata »" (Is 62,11.12). Al di là di queste immagini, è evidente il rimando alla tematica degli « sponsali » fra Dio e il suo popolo (cf Is 54,6-7, ecc.). La Incarnazione è la espressione massima dell’ »innamoramento » di Dio verso gli uomini: davvero nel Natale Cristo ha « sposato » ognuno di noi per attirarci nell’intimità della sua vita e del suo amore!

« Ecco, vi annunzio una grande gioia » Il brano di Vangelo, anch’esso molto rapido, quasi che la Liturgia non volesse disperdere in dettagli secondari o troppo assorbenti la nostra attenzione, ci descrive la premurosa andata dei pastori a Betlemme dopo lo strabiliante annunzio dell’Angelo: « Ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo; oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore » (Lc 2,11). Il testo non presenta particolari difficoltà esegetiche, perciò concentreremo la nostra attenzione su certi atteggiamenti spirituali dei protagonisti della scena, che certamente san Luca vuole riproporre anche per i suoi lettori. E prima di tutto l’atteggiamento di accoglienza e di disponibilità dei pastori verso l’annunzio dell’Angelo: « Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere » (Lc 2,15). La loro premura fu ampiamente ricompensata: « Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia » (v. 16). Non furono per niente scandalizzati di trovare il « Salvatore » del mondo in tanta miseria e in tanto disagio. Era quanto l’Angelo aveva già loro anticipato: « Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia » (v. 12). Se mai, questo era per loro un segno di maggiore credibilità: allora vuol dire che Dio ama davvero tutti gli uomini, anche i più poveri e abbandonati, dal momento che si è posto al loro rango! La Incarnazione annulla radicalmente e addirittura capovolge le posizioni sociali: è la rivalutazione dell’uomo in quanto tale, piccolo o grande che sia, ricco o povero, dotto o ignorante, a prescindere dalla maggiore o minore fortuna o prestigio che ciascuno di noi può avere nella vita. Come effetto, poi, di questo atteggiamento di disponibilità, esplode nei pastori il senso della « gioia » per la grande scoperta e il bisogno di comunicarla agli altri: « E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano » (vv. 17-18). Luca conclude la scena dicendoci che essi « se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro » (v. 20). È il Natale che incomincia a fare la sua grande corsa per il mondo: sono dei poveri e semplici « pastori » che « annunziano » il fatto più sconvolgente della storia ad altri uomini! Il Vangelo ha una forza esplosiva nelle realtà che contiene: ha bisogno soltanto di chi lo attesti e lo proclami con la parola e con la vita per diventare contagio, o fuoco che brucia. Non importa essere magi o pastori, pescatori come Pietro o raffinati dottori come Paolo: l’importante è avere il cuore pieno di Lui, gli occhi e gli orecchi ancora carichi di « sorpresa » per avere « visto e udito » qualcosa di incredibilmente bello e meraviglioso, che non potremo mai più tenere solamente per noi.

Maria « serbava tutte queste cose nel suo cuore » Accanto ai pastori c’è un’altra creatura, discreta, eppure attenta osservatrice di tutto quanto le capita attorno: Maria che, al dire di Luca, « serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore » (v. 19). Anche più tardi, dopo il ritrovamento di Gesù nel tempio, Luca ci dirà che « sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore » (2,51). È l’atteggiamento di chi si trova davanti a fatti che sono più grandi di noi, e perciò richiedono uno sforzo di maggiore penetrazione. Non è soltanto la storia di Maria che è piena di mistero, ma anche e soprattutto ciò che è avvenuto al suo Figlio: se veramente egli è l’erede delle promesse fatte a Davide e se il trono « regale » gli appartiene, come le aveva detto l’Angelo (cf Lc 1,33), com’è che nasce nella miseria più squallida? D’altra parte, perché tutta questa gente, umile e semplice, va alla ricerca del suo Figlio, senza che nessuno abbia sparso la notizia della sua nascita? E poi, a chi poteva interessare la nascita di un bambino, che non portava con sé alcun segno di prestigio o di rilevanza sociale, e neppure semplicemente umana? Sono soltanto degli interrogativi che non potevano non nascere nel cuore della madre, per la quale il « mistero » di quel Figlio, nato dalle sue stesse viscere, non era minore che per gli altri: anzi era infinitamente più grande! E accanto a queste considerazioni, il tentativo di squarciare il futuro: che ne sarebbe stato di lui e per quali vie Dio lo avrebbe condotto, senza che lei, sua madre, avesse alcun diritto a intralciarle, ma solo a favorirle e a spianarle? Questo atteggiamento pensoso di Maria davanti al mistero del suo Figlio è un’indicazione preziosa anche per noi, allo scopo di celebrare degnamente il Natale. Una realtà che ci trascende e che solo un infinito amore e una intelligenza vigile e attenta a cogliere tutti i segni del divino nelle cose possono pienamente percepire e rivivere. Un desiderio struggente di ritrovare in Cristo, fattosi nostro fratello, la soluzione a tutti i problemi che agitano e turbano il cuore degli uomini ormai alle frontiere misteriose del Duemila.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche

Natività nella Chiesa della Santa Trinità, Parigi

Natività nella Chiesa della Santa Trinità, Parigi dans immagini sacre

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IO, EBREO, DAVANTI AL PRESEPIO – DI GIORGIO ISRAEL

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IO, EBREO, DAVANTI AL PRESEPIO

DI GIORGIO ISRAEL

(non trovo la data, a dovrebbe essere – leggo da un altro sito – dicembre 2006)  

In questi giorni per gli ebrei è Hanukkah, la festa delle luci. Intorno le luci di Natale. Ma a scuola i miei figli non incontrano un’esperienza religiosa diversa. Trovano soltanto Babbo Natale con una slitta carica di giocattoli e di luoghi comuni multiculturali. Non devo spiegare loro chi era Gesù e cos’è il cristianesimo, bensì difendere la loro esperienza religiosa dall’assedio del consumismo, o arrabbattarmi a spiegare l’insipida storiella di Natale raccontata a scuola: la storia di un bambino italiano, svedese o musulmano (ma musulmano è una nazionalità?) che diventa un bambino qualsiasi per non far torto a nessuno. Mi si potrebbe chiedere cosa mai pretenda. Rimpiango forse i tempi della mia fanciullezza, in cui circolava abbondantemente l’antigiudaismo? Tempi in cui potevo incontrare un sacerdote che spiegava alla classe che gli ebrei erano crudeli deicidi e, carezzandomi la testa, aggiungeva che io, poverino, non c’entravo, dopodichè nessuno voleva più sedere nel banco con me. Non li rimpiango, apprezzo il grande cammino percorso e non sono di quei masochisti che preferiscono non vederlo mentre amano farsi torturare dall’antisemitismo islamico. Quel che voglio lo vedo tangibilmente nel rapporto con gli amici di Comunione e Liberazione: un chiaro e dignitoso senso della propria identità, rispettoso di quella altrui, senza sincretismi e senza tentativi di conversioni, obliqui o invadenti che siano. Un atteggiamento che è la chiave dell’unico dialogo possibile, quello così ben spiegato da Benedetto XVI nel discorso alla sinagoga di Colonia. È un atteggiamento che ho appreso da mio padre in quei tempi in cui era più difficile assumerlo: tanto egli era rigoroso nel contrastare ogni sussulto antiebraico, quanto era tenace nel difendere più che la possibilità, la necessità del dialogo ebraico-cristiano. Da lui ho appreso – e vorrei trasmettere ai miei figli – a ravvisare nelle preghiere cristiane e nella messa le frasi e le benedizioni delle ricorrenze ebraiche, a scoprire che la benedizione ebraica impartita dai genitori ai figli (“Il Signore ti protegga e ti custodisca”) è la stessa di San Francesco a Frate Leone. La propria identità religiosa non rischia nulla nel cercare quel che unisce, nel riconoscere che “non si può essere cristiani se non si è ebrei” (come ha detto il cardinale Caffarra) e che la prima esperienza religiosa con cui un ebreo deve misurarsi e con cui deve dialogare è quella cristiana. Il dialogo non è soltanto reso impossibile dagli atteggiamenti di sopraffazione integralista, ma è vanificato dal buonismo confusionario che, alla fine, svela più intolleranza di quanto sembri. Ho incontrato questo secondo atteggiamento alla fine della mia vita scolastica, quando nel mondo religioso avanzava il progressismo. Il docente di religione nel mio liceo era un sacerdote molto “avanzato”, poi divenuto redattore di un giornale comunista. Mi propose di restare nell’ora di religione per “dialogare”. Poi quando vide che difendevo senza complessi le mie vedute mi invitò seccamente a non disturbare le lezioni… Aveva creato attorno a sé un circolo di adepti assai motivati, molto (troppo) pervasi di una sicurezza di sé che respingeva la mia identità di ebreo non meno drasticamente dei più incalliti integralisti. Colpiva il modo in cui trasformavano l’esperienza religiosa in un’esperienza meramente sociale. Una decina di anni fa assistetti in Spagna al matrimonio cattolico di una coppia di amici. Un prete alquanto informale eseguì il rito in modo casereccio, fino a che lo sposo non salì dietro l’altare e tenne una specie di conferenza colloquiale per spiegare il significato del rito secondo le vedute più “progredite”. Finì con una chitarrata. Espressi a qualcuno il mio disappunto sollevando un’ondata di ilarità: un ebreo che assumeva le vesti del cattolico tradizionalista… Tentavo di spiegare che un rito assume valore se è circondato da un’atmosfera di intensa partecipazione e di silenzioso e assorto rispetto e che perdere questa dimensione è quanto distruggere l’esperienza religiosa alle radici. Non apprezzo la confusione chiassosa delle sinagoghe romane: malgrado ciò, nel momento della benedizione finale del giorno di Kippur, quando i figli si raccolgono sotto il manto di preghiera dei genitori, si crea un silenzio irreale, su cui si staglia soltanto la voce del rabbino celebrante, davvero “la voce del silenzio”. I riti religiosi hanno bisogno di questi momenti di intensità. Assistendo a una messa ho sempre evitato l’atteggiamento del curioso, cercando di capire l’esperienza religiosa e i sentimenti dei fedeli. Non vi è nulla da rimproverare alle forme più o meno mondane di socializzazione, ma è incongruo e insensato surrogare con esse l’esperienza religiosa. Inoltre, chi pretende di creare questi surrogati tende a conferire alle sue pratiche la sacralità della funzione originale e ad assumere atteggiamenti arroganti e intolleranti tipici dell’integralismo. Visto che si considera investito del potere di tradurre i riti della sua fede nelle forme socializzate da lui decise, figuriamoci quale rispetto può avere per le fedi altrui. Un giorno pranzai con uno di questi sacerdoti iperprogressisti che mi spiegò con sussiego e sdegno che l’ebraismo era una religione rozza e brutale e che il cristianesimo, pur avendo fatto qualche progresso, aveva ancora molto da apprendere da una religione tanto più evoluta come l’islam… Non poteva darsi una manifestazione più clamorosa di odio di sé. Non rimpiango un certo passato ma non mi piace il “presepe” di oggi. L’evoluzione dell’insegnamento di religione nelle scuole illustra ulteriormente l’andazzo. Le novità introdotte dal secondo Concordato non hanno costituito affatto un progresso. Certo, prima occorreva chiedere l’esenzione dall’ora obbligatoria di religione, che però veniva concessa sempre: se eri piccolo restavi in classe a fare quel che volevi e l’unico rischio era di incontrare qualche persona malevola; quando eri più grande uscivi prima o entravi dopo, perché la collocazione dell’ora lo consentiva sempre. La perversa introduzione delle ore sostitutive obbligatorie crea un sentimento di esclusione molto più grave. Il mio figlio più grande fu costretto a sorbirsi un’annata di lettura del Corano, i più piccoli si destreggiano tra attività improbabili e libercoli intrisi di un insopportabile buonismo multiculturale da cui ricavano un’unica sbagliatissima conclusione: che sono “diversi”. Su tutto domina la tiritera secondo cui l’ora di religione è sì confessionale, ma a tal punto “aperta” che non può che “far bene a tutti”. Il guaio, per l’appunto, è che è troppo aperta, fino a generare il proselitismo del nulla. Così, può capitare l’insegnante – non meno devastante del sacerdote della mia infanzia – che invita i piccoli a fare pressioni psicologiche sul loro compagno perché partecipi anche lui e si tolga dall’isolamento. Sono manifestazioni di arrogante debolezza che alimentano soltanto il discredito e la disaffezione per l’insegnamento della religione. È questo un tema su cui si possono fare proposte precise per un’ora di religione obbligatoria non confessionale ma per nulla confusamente “storico-culturale”, la quale trasmetta i valori spirituali che sono a fondamento delle nostre società. Ma è un discorso troppo serio e complesso per rischiare di trattarlo male in poche righe. Vorrei concludere dicendo che occorre arrestare la corsa verso il disprezzo della spiritualità, in particolare di quella religiosa. Un Natale così non fa bene a nessuno. Si ricominci pure a fare i presepi nelle scuole e a cantare “Stille Nacht”. Ho accompagnato tante volte delle compagne di scuola a comprare le bellissime figurine dei presepi di stile napoletano e sono ancora qui, senza aver perso nulla della mia identità ebraica. È molto più importante sbarazzarsi di questo Babbo Natale politicamente corretto, con la pelle multicolore a vestito di Arlecchino e la slitta vuota di spiritualità e carica di cellulari.

da Avvenire

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UNA RACCOLTA DI PENSIERI SUL NATALE – (TRATTE DAGLI SCRITTI DEI PADRI DELLA CHIESA)

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UNA RACCOLTA DI PENSIERI SUL NATALE – (TRATTE DAGLI SCRITTI DEI PADRI DELLA CHIESA)

Roma, 19 dicembre 2011. Offriamo ai nostri lettori una serie di riflessioni sul Natale tratte dagli scritti dei Padri della Chiesa, da leggere una al giorno, come una novena, o tutte insieme nella meditazione del mattino.

Non c´è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità. Dai Discorsi di san Leone Magno, papa. Se infatti non fosse stato vero Dio, non avrebbe portato a noi rimedio; se non fosse stato uomo vero, non ci avrebbe dato l`esempio. Leone Magno, Sermoni, 21. Riconosci, o cristiano, la tua dignità e, consorte ormai della divina natura, non tornare alla bassezza della tua vita antecedente, depravata. Ricordati di quale capo e di quale corpo tu sei membro. Rammenta che sei stato strappato dal potere delle tenebre e sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio. Col sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo (cf. 1Cor 3,16): non cacciare da te con le azioni cattive un ospite tanto degno e non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del demonio: il tuo prezzo è il sangue di Cristo. Leone Magno, Sermoni, 21. Mosè desiderò contemplare la gloria di Dio, ma non gli fu possibile vederla come aveva desiderato. Potrebbe oggi venire a vederla, perché giace nella cuna in una grotta. Allora nessun uomo sperava di vedere Dio e restare in vita; oggi tutti coloro che l`hanno visto sono sorti dalla seconda morte alla vita. Mosè non poté vedere Dio come realmente è; i magi invece entrarono e videro il Figlio di Dio fatto uomo. E` grande il prodigio che si è compiuto sulla nostra terra: il Signore di tutto è disceso su di essa, Dio si è fatto uomo, l`Antico è diventato fanciullo; il Signore si è fatto uguale al servo, il figlio del re si è reso come un povero errabondo. Efrem Siro, Inno per la nascita di Cristo, 1. Maria credette, e ciò in cui credette in lei è avvenuto. Crediamo anche noi, perché anche a noi possa giovare ciò che è avvenuto. Certo, anche questa natività è mirabile; tuttavia pensa, o uomo, ciò che per te ha accettato il Dio tuo, il Creatore per la creatura. Restando Dio in Dio, vivendo l`eterno con l`eterno, il Figlio uguale al Padre non ha sdegnato di rivestire la forma del servo per i colpevoli, per gli schiavi peccatori. E ciò non è stato certo ricompensa di meriti umani. Per le nostre iniquità, meritavamo piuttosto le pene; ma, se avesse osservato le nostre iniquità, chi lo avrebbe sostenuto? Per gli empi, dunque, e per gli schiavi peccatori il Signore si è fatto uomo e si è degnato di nascere di Spirito Santo da Maria vergine. Agostino, Predica sulla professione di fede, 215,4. Il Verbo di Dio si è manifestato nella carne una volta per sempre. Ma, in chi lo desidera, egli vuole continuamente rinascere secondo lo spirito, perché ama gli uomini. Così, ridiventa bambino e si forma in loro con il progredire delle virtù. Il Verbo si manifesta nella misura in cui sa di poter essere ricevuto da chi lo accoglie: non limita la manifestazione della sua grandezza per gelosia, ma misura l`intensità del suo dono secondo il desiderio di chi brama vederlo. Il Verbo di Dio si manifesta sempre, secondo le disposizioni di chi lo riceve: tuttavia, data l`immensità del mistero, egli rimane ugualmente invisibile per tutti. Per questo motivo l`apostolo, penetrata con acutezza la potenza del mistero, dice: Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e nei secoli (Eb 13,8): egli dimostrava così di avere ben compreso la perenne novità del mistero e intuiva che l`intelligenza non potrà mai possederlo come una cosa invecchiata. Massimo il Confessore, Capitoli teologici, 1,8-13. Per quanto, dunque, lo stato infantile che la maestà del Figlio di Dio non si è sdegnata di assumere abbia poi raggiunto, col succedersi degli anni, l`età adulta e, dopo il trionfo della passione e della risurrezione, si siano succedute tutte le azioni che l`umiltà di Cristo ha accettato per noi, tuttavia l`odierna festività della nascita di Gesù da Maria vergine ne rinnova i sacri inizi; e mentre adoriamo la natività del nostro Salvatore dimostriamo insieme di celebrare il nostro inizio. La generazione di Cristo infatti è l`origine del popolo cristiano, e la nascita del capo è la nascita del corpo. Leone Magno, Sermoni, 26,1-2. Ma il Signore vuole aumentare ancora la tua gloria. Imprime in te la sua immagine, perché questa immagine visibile renda manifesta sulla terra la presenza del Creatore invisibile; ti ha dato il suo posto in questo mondo terrestre perché il grande regno di questo mondo non sia privo di un rappresentante del Signore… E ciò che Dio ha creato in te con la sua potenza, ha avuto la bontà di assumerlo in sé. Ha voluto manifestarsi realmente nell`uomo, nel quale, fino a quel momento, era apparso soltanto in immagine. Ha concesso all`uomo di essere in realtà quello che prima era soltanto per somiglianza… Pietro Crisologo, Sermoni, 148. Sappiamo che il Verbo ha assunto un corpo incarnandosi in una vergine e ha portato il vecchio uomo realizzando in sé la nuova creazione… Sappiamo che egli è veramente uomo, costituito della nostra stessa natura: se non fosse così, invano avrebbe ordinato di imitarlo come maestro. E infatti, se quest`uomo avesse una natura diversa dalla mia, come potrebbe ordinarmi di essere simile a lui, mentre io sono così debole? Dove sarebbero la sua bontà e la sua giustizia? così, per non essere considerato diverso da noi, egli ha sopportato la fatica, ha voluto soffrire la fame e la sete, si è abbandonato al sonno, non si è sottratto al dolore e ha obbedito alla morte manifestando infine la sua risurrezione. In tutto questo egli ha offerto come primizie la propria umanità, perché tu, quando soffri, non ti perda di coraggio, ma, riconoscendoti uomo, aspetti anche tu quello che il Padre ha dato a lui… Ippolito di Roma, Confutazione di tutte le eresie, 10,33-34.

NATALE 2010 – PRESEPE A QUINTO DI TREVISO

NATALE 2010 - PRESEPE A QUINTO DI TREVISO dans immagini sacre (2)

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Natività, Catacombe di Santa Priscilla, Roma

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22 DICEMBRE 2013 – 4A DOMENICA DI AVVENTO : MT 1,18-24 – PER L’OMELIA

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22 DICEMBRE 2013  – 4A DOMENICA DI AVVENTO A  -  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA PER L’OMELIA

LECTIO DIVINA SU: MT 1,18-24

Oggi il vangelo vuole prepararci ad una celebrazione gioiosa e cosciente del mistero del Natale: il nostro Dio un giorno prese la decisione di farsi come uno di noi e, da quel giorno, è – e per sempre!- il ‘Dio-con-noi.’ Come non mostrarsi riconoscenti davanti ad un Dio che volle essere nostro simile, orgogliosi perfino di avere un Dio che optò per nascere, crescere, vivere e morire come uno di noi? Ma per fare autentica la nostra gratitudine, bisognerà « pagare un prezzo ». Come suole accadere, la buona notizia porta con sé una non tanto buona…, per alcuni. Dio, quando si impegnò ad essere uomo, ha chiesto aiuto per poterlo fare. E non andò molto bene a quelli che lo aiutarono. Giuseppe, come prima Maria, dovette pagare un alto prezzo per rendere possibile a Dio di farsi uomo. Il vangelo di oggi tratta proprio di questo.

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: « Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati ». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: « Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele », che significa « Dio con noi ». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

Benché si presenti come cronaca della nascita di Gesù, il racconto evangelico è, piuttosto, la proclamazione dell’origine divina della maternità di Maria. Quanto si narra succede prima che Gesù nasca. Prima, perfino, che i suoi genitori vivano insieme. Non si parla, dunque, di nascita, bensì di una gestazione tempestiva. Il passaggio si divide in tre parti: la prima, la rapida e neutrale narrazione della concezione di Gesù prima che Maria, la madre, coabitasse con Giuseppe, il marito; la seconda, il messaggio angelico sognato da Giuseppe nel quale un angelo dà ragione dell’imprevista gravidanza di Maria; la terza, la schietta costatazione dell’obbedienza immediata di Giuseppe, giusto marito. Non perché il racconto narra i fatti in forma quasi asettica, senza che spunti emozione alcuna, bisognerebbe ignorare il suo alto contenuto drammatico per i protagonisti: una madre indifesa ed un marito ‘deriso’ sono le ‘vittime’ in questo annuncio della nascita di Gesù. La decisione di Dio di entrare nella storia umana interferisce nella vita di alcuni. Maria, essendo ancora vergine, è già madre; Giuseppe, prima di convivere con sua moglie, deve rinunciare a generare il bambino, ma dovrà fare da padre. Benché Dio si sia messo direttamente nelle loro vite, non si spiega direttamente, bensì per mezzo di un messaggero: l’angelo, e approfittando che Giuseppe sogna, ‘spiega’ quell’accaduto. Le parole del messaggero sono il centro del racconto: svelano che lo Spirito sta all’origine della concezione del figlio di Maria, gli impone un nome e la missione di salvatore ed annuncia il compimento della profezia. Chiarita la situazione, il giusto marito non ha altra scelta ma deve assentire senza ritardi: smette di sognare per mettersi ad ubbidire.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo! Ciò che Dio vuole essere con noi lo impedisce di esserlo senza noi. Dio non potrebbe essere il Dio-con-noi, se non glielo consentiamo; il permetterglielo ci obbliga all’obbedienza radicale. Dio entra nel nostro mondo inaspettatamente, ma non gratis. A chi Egli più si avvicina, più gli esige. Senza avviso previo e né, molto meno, col suo consenso, Giuseppe scopre che Maria, la sua promessa sposa, aspetta un bambino che egli non ha generato. Il narratore si affretta ad indicare l’origine divina della gravidanza, ma ciò non lascia meno perplesso Giuseppe: gli sarebbe stato più facile immaginarsi un’infedeltà nella sua promessa che una concezione verginale. Senza avere superato ancora l’incertezza, Giuseppe, giusto come era, decide di ripudiarla in segreto; volendo abbandonare Maria senza rendere la cosa pubblica non è compimento della legge (Dt 24,1). La giustizia di Giuseppe non si basa, dunque, nell’obbedienza ad una legge bensì nell’accettazione del piano che Dio ha pensato per lui e che il suo messaggero gli svela. Giuseppe affronta una situazione molto penosa senza molti chiarimenti né considerazione verso la sua promessa, ma pensa di rimandarla senza esporla all’obbrobrio. La maternità di Maria lo mise in un grave guaio. Che Dio spiegasse a Giuseppe la situazione, dopo che il fatto fosse accaduto, e gli rivelasse il futuro del bambino non gli rese più facile la sua accettazione. L’intervento di Dio in Maria lasciò Giuseppe senza il posto che avrebbe voluto occupare in quella famiglia; prima di convivere con Maria, Giuseppe dovette decidere se, accettando Maria già come madre, accettava l’intromissione di Dio nella sua vita intima e l’annichilazione dei suoi progetti più personali. Sapere che con la nascita di Gesù si realizzava l’antica profezia e terminava l’attesa del salvatore promesso, non lo risparmiò di dover sacrificare il suo sonno migliore: per dover essere il guardiano della famiglia di Dio, dovette rinunciare ad essere padre; per dover fare da padre al figlio di Dio, non poté fare da marito. Dovette rassegnarsi ad avere un figlio che egli non aveva generato; dovette essere padre durante tutta la sua vita di una vita della quale non era responsabile della nascita. Così agisce il Dio dell’incarnazione. Giuseppe fu, senza dubbio, insieme a Maria, colui il quale dovette pagare il più alto prezzo per rendere possibile l’incarnazione di Dio: poiché Dio volle essere con noi, non rimase rimedio a Giuseppe che permettere che Dio gli ‘sequestrasse’ la vita che aveva programmato insieme a Maria. Poiché trovò in Giuseppe un uomo che seppe rinunciare ai suoi sogni e risvegliarsi ad una vita di obbedienza, Dio poté essere nostro, uno in più tra noi, uno dei nostri. Poté, dunque, nascere perché Dio si è fatto uomo… e perché alcuni uomini, come Giuseppe e Maria, gli prestarono le loro vite affinché Dio entrasse nel mondo; l’obbedienza radicale che gli fece accettare il piano che, il bambino annunciato non era il loro, ma di Dio, rese possibile la realizzazione del piano di Dio e la nascita del suo Figlio. E’ natale quando Dio trova credenti che vogliano rinunciare ai loro piani, ai loro figli, al loro presente ed al loro futuro, per mettersi totalmente a disposizione di Dio. Fu natale quando Dio trovò un padre per suo figlio, nell’uomo che dovette rinunciare ad essere marito di Maria. Sarà di nuovo natale se ci sono credenti disposti a sacrificare i loro progetti personali per permettere a Dio che realizzi con essi i suoi. Ricordare oggi Giuseppe, dovrebbe renderci più cauti nella nostra allegria e più seri nella preparazione personale al natale. Nessuno come Giuseppe, ad eccezione di Maria seppe in anticipo i piani di Dio, che cioè Egli aveva intenzione di farsi simile a noi, nessuno come lui, insieme a Maria, dovette pagare un prezzo tanto alto, per permettere a Dio di realizzare il suo proposito. A quanti desideriamo celebrare il Dio fattosi uomo, il ricordo di Giuseppe ci fa capire che quando Dio si avvicina agli uomini, non arriva mai invano, né gratis. Il primo natale fu possibile non solo perché Dio volle essere uomo, ma anche perché trovò uomini che gli permisero di essere Dio con essi, nelle loro vite, benché ciò supponesse il dover rinunciare ai loro propri progetti e alla forma di vita che tanto avevano sognato. È pura illusione voler celebrare il natale, il mistero del Dio-con-noi, e rifiutarsi di accettare che Dio possa disporre di noi. Dio entrerebbe nel nostro mondo, Dio si trasformerebbe in uno come noi, Dio ripeterebbe oggi il suo primo natale con noi, se trovasse, come nel primo, uomini che, come Giuseppe, assumano le sue esigenze e si prestino a quello che Egli chieda loro. Mancano al Dio dell’incarnazione credenti che, come Giuseppe, facciano proprio il piano di Dio, osino adottare suo Figlio, a costo di consentirgli che interferisca nei loro propri piani e sequestri perfino le loro migliori illusioni. Che pena: se anche celebriamo il natale tante volte, Dio non riesca ad entrare nel mondo! Credere nel natale oggi implica essere disponibili affinché Dio possa ricrearlo: al nostro Dio non gli manca la voglia di farsi simile a noi; gli mancano credenti che si fidino tanto di Lui e che lo accettino nelle loro vite senza paura. Magari il nostro Dio trovi in qualcuno di noi la giustizia che trovò in Giuseppe: il mondo riavrebbe di nuovo Gesù. Questa è la nostra opportunità e la nostra responsabilità.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

   [Traduzione di d. Nino Zingale sdb, Casa Generalizia SDB, Roma-Pisana]

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 décembre, 2013 |Pas de commentaires »
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