Archive pour décembre, 2013

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA – OMELIA (2007)

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FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA – OMELIA (2007)

Let. 1a Sir. 3, 3 – 7. 14 – 17. 2a Col.1, 12 – 21. Vang. Mt. 2, 13 – 15. 19 – 23.

Introduzione

Nella Festa della Famiglia di Nazarhet la Liturgia ci invita a meditare sui valori della famiglia cristiana, che sono la comunione di amore, l’indissolubilità, l’armonia semplice e austera per l’adempimento di una missione sacra, che è quello dell’inizio di nuove vite e dello sviluppo di esse. E’ stato questo il meraviglioso disegno di Dio su di essa e ciò certamente contrasta oggi con la confusione delle idee proposte dalle varie ideologie, che tentano di dissacrare quella che dovrebbe essere « Chiesa Domestica ». Per disporci alla celebrazione domandiamo perdono per aver contribuito alla perdita dei valori dell’amore, della gratuità e della riconciliazione nelle Famiglie.

OMELIA Il Papa Paolo VI°, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, nella Basilica di Nazareth disse: « Insegni Nazareth che cosa è la famiglia, quale la sua comunione di amore, quale la sua semplice ed austera bellezza, quale il suo carattere sacro e inviolabile ». Ciò mi fa pensare alla necessità di porre l’attenzione sui valori spirituali della Famiglia Cristiana, che trovano i suoi punti di appoggio sulla rivalutazione dell’amore, sulla Fede vissuta e sulla visuale di Speranza, che aiuta i membri della Famiglia ad affrontare i problemi con ottimismo cristiano e con rinnovato impegno. Del resto sono questi i valori che ci presentano i membri di quella Famiglia, che il Figlio di Dio si è scelta per seguire la via di tutti gli uomini nella sua esperienza terrena. La sacra Famiglia di Nazareth è proposta dalla Chiesa come modello di ogni famiglia proprio perché è fondata sull’amore autentico e perché in essa Dio è sempre al primo posto; tutto è subordinato a Lui; niente si vuole o si fa al di fuori del suo volere. Anche la sofferenza è abbracciata con profondo spirito di Fede, vedendo in ogni circostanza l’attuazione di un piano divino anche se questo resta spesso avvolto nel mistero. Le vicende più aspre e dure non turbano l’armonia appunto perché tutto è considerato alla luce di Dio; perché Gesù è il centro degli affetti; perché Maria e Giuseppe gravitano intorno a Lui, dimentichi di sé, interamente associati alla sua Missione. La Parola di Dio ascoltata ci aiuta a comprendere sempre di più questa esigenza. Nel brano del Siracide la famiglia descritta come baluardo contro il paganesimo ellenistico, ci presenta un ideale terreno che non è solo quello di una lunga vita come meta dell’onore reso ai genitori e della stima e della reputazione conseguente alla saggia educazione dei figli, ma al fondo c’è un significato religioso dei doveri verso i genitori, che è richiamato da tre valori: l’espiazione dei peccati, l’esaudimento della preghiera, la benedizione di Dio. E’ già un preludio della nuova fisionomia che il nuovo testamento dà ai rapporti familiari. S. Paolo nella seconda lettura ci dice che il primato di Cristo ha ripercussioni morali sulla vita della famiglia perché la signoria di Cristo si deve manifestare non solo nelle celebrazioni liturgiche, ma anche nelle relazioni coniugali e familiari. La portata della formula  » nel Signore « , riportata dall’Apostolo è di grande peso perché si tratta di fare sempre ciò che è gradito al Signore, imitando il Cristo nel quale il Padre si è compiaciuto. Il brano del Vangelo ci dice che la Famiglia di Gesù rivive l’Esodo dall’Egitto e realizza così la profezia di Osea : »Dall’Egitto ho chiamato il mio Figlio ». Giuseppe e Maria rappresentano l’Israele fedele che il Messia guida a compiere l’ultimo e definitivo Esodo in vista della formazione della Nuova Comunità Messianica.. E’ chiaro che L’Ecvangelista Matteo vede nella Sacra Famiglia come una concentrazione delle sorti del Popolo di Dio: essa è « una Chiesa domestica »! La salvezza della famiglia di Gesù dal potere oppressore dei nuovi faraoni che la minacciano è l’inizio della salvezza del nuovo Popolo di Dio che fugge dall’Egitto e va nel paese d’Israele. Questi riferimenti bibblici possono farci allargare lo sguardo, dopo la celebrazione del Natale, al periodo che Gesù trascorse a Nazareth, dove Egli cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e dove il Figlio di Dio per lunghi anni condivise la vita e la fatica di ogni giorno con Maria e Giuseppe e  » stava loro sottomesso  » . E ciò ci introduce nella considerazione del progetto di Dio sulla famiglia, avendo voluto che il suo Figlio, « generato prima dell’aurora del mondo », divenisse membro dell’umana famiglia. Dio con ciò mostra l’intenzione di darci un modello nella Famiglia di Nazareth e di segnalarci i suoi insostituibili valori. L’importanza della dimensione familiare per l’accoglienza della vita umana e della crescita della persona prima di essere dimostrata dalla psicologia e dalla pedagogia, prima di essere tragicamente confermata dalle vicende dolorose e dalle indicibili sofferenze dei senza famiglia, è affermata da Dio stesso, che ha scelto di inserirsi di persona in questa realtà. Del resto Egli stesso ha da sempre pensato e voluto l’uomo e la donna creandoli secondo la propria immagine e somiglianza affinché ricevessero la benedizione dell’amore reciproco, della vicendevole integrazione, della fecondità di nuove vite e del compito di portarle a maturità. Di questa benedizione la Santa Famiglia di Nazareth è la prima erede e la più sicura custode. Ma ciò mi fa pensare alle molte famiglie oggi provate dalle sofferenze e da tanti problemi che appaiono insolubili. Forse in tante famiglie non è entrata la gioia del Natale. In certe famiglie i genitori hanno vissuto il Natale con il cuore triste perché il figlio o la figlia non hanno voluto prendere parte con loro al Natale e di Gesù o viceversa. Allora la celebrazione della Festa della Famiglia di Gesù potrebbe rimarcare il divario insuperabile tra la famiglia ideale e quella reale. Ma allora in che senso la Famiglia di Gesù è modello delle nostre famiglie, pur tenendo conto che quella Famiglia era composta di personaggi eccezionali? Proprio gli orientamenti della Liturgia ci fanno capire che la Famiglia di Nazareth è modello perché in essa l’armonia era fondata sulla comunione di amore. I membri della famiglia di Nazareth erano convinti più d’ogni altro che amarsi per Dio significa sapersi accogliere in quanto immagini viventi del Signore e figli di Dio; quindi anche i membri di ogni famiglia cristiana dovrebbero innestare su quelli che sono i vincoli della natura le motivazioni soprannaturali dell’amore.

Conclusione Amare cioè il coniuge e i figli in Dio; amarli per quanto di veramente grande e bello essi possiedono; volere cioè per loro il massimo bene, che è la partecipazione alla vita stessa di Dio. Ma questa è una grazia a cui è necessario collaborare tutti i giorni, specialmente alimentando la propria Fede con la preghiera in modo da attirare la benedizione di Dio sulla Famiglia e su tutti i suoi membri. E’ questo l’auspicio per tutte le vostre famiglie perché diventino testimonianza per tante altre famiglie che hanno bisogno di ritrovare la via di Dio.

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Santo Stefano Protomartire

Santo Stefano Protomartire dans immagini sacre Saint-Stephen
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Publié dans:immagini sacre |on 26 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

SANTO STEFANO PROTOMARTIRE – 26 DICEMBRE

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STEFANO, IL PRIMO – 26 DICEMBRE

BREVE BIOGRAFIA DEL PROTOMARTIRE

 Introduzione  Capitolo I – La vicenda umana di Stefano  Capitolo II – Le reliquie di Santo Stefano, tra storia e leggenda

Introduzione

Il Servo di Dio Giovanni Paolo II ci ha ricordato più volte, durante il suo pontificato, che ogni epoca della storia della Chiesa è stata segnata dal sacrificio di tanti uomini e donne che, in ogni parte della terra, hanno coraggiosamente offerto la loro esistenza per la causa del Vangelo. Si tratta di una moltitudine proveniente “da ogni tribù, popolo e nazione” costituita da coloro che seguono l’Agnello immolato. Ebbene tale immenso corteo, le cui fila si ingrossano costantemente anche ai nostri giorni, si apre proprio con Stefano, colui che i nostri antenati hanno scelto come titolare della loro chiesa parrocchiale, come modello di vita cristiana, come amico celeste col quale condividere le gioie e le sofferenze dell’esistenza. Così lo invoca un’antica prosa di Chartres:

“Le pietre arrossate dal tuo sangue / Sono la bellezza della tua corona. / Tu fosti il primo a tracciare,/ con un sentiero di pietre, / la strada del cielo. / Tu fosti il primo grano triturato /a entrare nei granai del Cristo”.

Dopo duemila anni il volto del Primo Martire conserva intatto il suo fascino. “Bello come un angelo” lo definisce san Luca negli Atti degli Apostoli, e tale bellezza, ne siamo certi, può ancora attrarre molti a Cristo.

Capitolo I – La vicenda umana di Stefano

Del primo, grande e veneratissimo martire, Stefano, non ci è dato conoscere la provenienza. Si suppone che fosse greco (in quel tempo, infatti, Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse) poiché il nome Stefano in quella lingua ha il significato di “coronato”. Si è pensato anche che fosse un ebreo educato nella cultura ellenistica; certamente fu uno dei primi giudei a diventare cristiani e che prese a seguire gli Apostoli. Vista la sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne anche il primo dei diaconi di Gerusalemme. Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni. Dopo la Pentecoste, il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero anche dei dissidi fra gli ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le loro vedove venivano trascurate. Allora i dodici Apostoli, riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel “servizio delle mense”, trascurando così la predicazione della Parola di Dio e la preghiera. Fu proposto di affidare questo compito ad un gruppo di sette di loro, così gli Apostoli avrebbero potuto dedicarsi di più alla preghiera e al ministero. La proposta fu accettata e vennero eletti Stefano, definito “uomo pieno di fede e Spirito Santo”, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas, Nicola di Antiochia; a tutti, gli Apostoli imposero le mani; la Chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del ministero diaconale. Nell’espletamento di questo compito, Stefano “pieno di grazie e di fortezza, compiva grandi prodigi tra il popolo”, non limitandosi al lavoro amministrativo ma dedicandosi attivamente anche alla predicazione, soprattutto fra gli ebrei della diaspora, che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto. Nel 33 o 34 circa., vedendo il gran numero di convertiti, gli ebrei ellenistici sobillarono il popolo e accusarono Stefano di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”. Gli anziani e gli scribi lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio e con falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”. E alla domanda del Sommo Sacerdote “Le cose stanno proprio così?”, il diacono Stefano rispose pronunziando un discorso (il più lungo degli ‘Atti degli Apostoli’,che servirà da modello ai primi predicatori cristiani), in cui ripercorse la Sacra Scrittura in tutti quei passi dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti, l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore. Rivolto direttamente ai sacerdoti del Sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”. Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentava contro di lui, Stefano ispirato dallo Spirito, alzò gli occhi al cielo e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”. Fu il colmo. Elevando grida altissime e turandosi gli orecchi, i presenti si scagliarono su di lui e a strattoni lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo con pietre. I loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saulo (il futuro Apostolo delle Genti, s. Paolo), che assisteva all’esecuzione. Mentre il giovane diacono protomartire crollava insanguinato sotto i colpi degli sfrenati aguzzini, pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, “Signore non imputare loro questo peccato”. Gli Atti non parlano del luogo dove fu lapidato Stefano, dicono solamente “fuori della città”, ma la tradizione indica come luogo la parte est di Gerusalemme, in una zona lontana dal controllo della guarnigione romana. L’evangelista Luca, autore degli Atti, non indica nemmeno il luogo della sepoltura, afferma solamente che “uomini pii seppellirono Stefano e fecero gran lutto per lui” (At 8, 2). L’anno della morte è ritenuto il 31 o 32 secondo alcuni, altri indicano con maggior certezza il 36 , comunque in prossimità della festa ebraica di Pentecoste o quella dei Tabernacoli, data la presenza in Gerusalemme di molti forestieri (At 7, 9). La celebrazione liturgica di s. Stefano sarà fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, la chiesa vorrà subito commemorare i “comites Christi”, cioè i più vicini a lui nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.

Capitolo II – Le reliquie di Santo Stefano, tra storia e leggenda

Secondo la celebre lettera del prete Luciano (scritta alla fine del 415) gli Ebrei lasciarono il corpo di Stefano esposto alle belve, ma per volere di Dio nessun animale lo toccò. Gamaliele, che aveva simpatia per i discepoli di Cristo, commosso dalla sorte del Diacono, convinse i cristiani a seppellirlo in segreto in un luogo poco distante da Gerusalemme, detto Caphargamala. I cristiani fecero come aveva suggerito Gamaliele e seppellirono Stefano dopo aver fatto solenni riti funebri. In questo luogo il corpo del Santo rimase come dimenticato per circa quattrocento anni. Tuttavia questo non deve sorprendere, in primo luogo perché il culto dei martiri iniziò solo nel II secolo e si sviluppò dopo il IV in seguito all’ottenimento della libertà religiosa; in secondo luogo perché Gerusalemme subì una completa distruzione prima nel 70 da parte di Tito e poi nel 135 sotto l’imperatore Adriano e quindi la memoria di molti era andata perduta. Nel 415 Luciano, prete del villaggio di Caphargamala, dopo le visioni avute in sogno individuò il luogo in cui era sepolto il corpo del Protomartire. Egli descrisse il ritrovamento in una lettera scritta poco dopo gli avvenimenti. Dopo il ritrovamento, il corpo fu traslato a Gerusalemme, per opera del vescovo Giovanni, nella data del 26 dicembre 415 . Durante la traslazione una pioggia abbondante interruppe la terribile siccità che affliggeva la terra. Il corpo di santo Stefano rimase nella chiesa del Monte Sion fino al 14 giugno del 460, quando fu trasportato nella basilica fatta costruire appositamente per accogliere le reliquie del Santo dall’imperatrice Eudossia moglie di Teodosio II. Intanto, dopo il ritrovamento del corpo, furono inviate in ogni parte del mondo cattolico le reliquie del Santo, e dovunque esse giungevano si costatavano miracoli strepitosi; di conseguenza si moltiplicavano i luoghi di culto dedicati al Protomartire. Le reliquie giunsero anche in molte chiese dell’Africa settentrionale. Anche il più che prudente sant’Agostino, convinto dagli innumerevoli miracoli, favorì l’estensione del culto del Protomartire, soprattutto con i suoi celebri Discorsi e riferendo nella sua famosa opera “La Città di Dio” i miracoli più significativi avvenuti nei nuovi santuari dedicati al Santo, compreso quello consacrato da lui stesso ad Ippona. Secondo una pia tradizione il corpo di Stefano fu successivamente traslato a Costantinopoli e da qui trasferito a Roma alla fine del sec. VI, durante il pontificato di Pelagio II, e sistemato nella Basilica di san Lorenzo fuori le mura. Un manoscritto del del XII secolo riporta il racconto particolareggiato, fatto da un diacono di nome Lucio, sulla traslazione delle reliquie di santo Stefano a Roma. Giunte alla Basilica e aperta la tomba del Martire, il corpo di Lorenzo si ravviva ritirandosi da una parte per accogliere festante il nuovo compagno che giunge dal lontano oriente, cedendogli cortesemente il posto d’onore. Lo stesso manoscritto riporta un Carme del papa Pelagio I (555-561) in cui si dice espressamente che in questo luogo riposano le membra di due uomini santi, Stefano e Lorenzo. (…). Un’altra testimonianza della traslazione di santo Stefano a Roma si trova in un manoscritto del secolo XIV, conservato alla biblioteca Vallicelliana, che corrisponde sostanzialmente al racconto di Lucio e al carme di Pelagio I. (…). Al di là della valutazione che si possa dare alle varie narrazioni circa la traslazione del corpo di santo Stefano, è certa la venerazione delle reliquie del Protomartire nella Basilica di san Lorenzo. Vari elementi stanno ad attestarlo: sull’arco trionfale di Pelagio (secolo VI) è raffigurato santo Stefano, associato nel culto e nel sepolcro al Martire romano; sul marmo all’ingresso della tomba c’è l’iscrizione “LAURENTIUS ALMUS ET PROTOMARTYR STEPHANUS”, risalente al XII secolo; gli affreschi del XIII secolo nel portico onoriano rappresentano gli episodi principali della vita di santo Stefano e della traslazione delle sue reliquie a Roma; accanto alla chiesa esisteva una chiesa e un monastero col nome di santo Stefano. Inoltre ci sono testi storici: il citato Carme di Pelagio I, il martirologio romano , che al 7 di maggio parla della traslazione del corpo di santo Stefano Protomartire da Costantinopoli a Roma e della deposizione nel sepolcro di san Lorenzo martire nell’Agro Verano per disposizione del sommo pontefice Pelagio. (…). Al di là di ogni considerazione possibile è degno di nota il fatto che la pietà popolare ha colto un segno della Provvidenza nel pensare che i due più grandi diaconi d’Oriente e d’Occidente riposano in un solo sepolcro, sotto un solo arco trionfale, come segno della apostolicità e universalità della Chiesa.

IL MISTERO DELLA SAPIENZA CHE ABITA CON NOI (II domenica dopo Natale 2011)

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IL MISTERO DELLA SAPIENZA CHE ABITA CON NOI

(RIFLESSIONE SULLA DIVINA INFANZIA)

PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA 

II DOMENICA DOPO NATALE (02/01/2011)

Vangelo: Gv 1,1-18 (forma breve Gv 1,1-5.9-14)  

Seconda Domenica dopo Natale. Continua la riflessione sulla Divina Infanzia, prosegue il fascino del mistero dell’Incarnazione di Dio che entra nella nostra storia e la percorre fin dall’infanzia per saggiarne in prima persona tutte le tappe e apportarvi la novità della salvezza. Ma solo adesso forse siamo invitati a capovolgere il punto di vista sul Natale, nel senso che la nostra riflessione si svolge in senso discendente: non più dalla terra (dalla grotta) al cielo, ma… dal cielo alla grotta. Chi è infatti questo Bambino che stiamo contemplando nel presepe ormai da tanti giorni? La Prima Lettura di questa Domenica ci offre una risposta, anche se richiama un altro passo significativo: egli è la Sapienza che era esistente quando Dio creava il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti »; la Sapienza cioè che esisteva in Dio fin dall’eternità e che ha deciso di scegliersi una dimora in mezzo a noi: Sapienza eterna che è entrata nel tempo venendo a porre la propria tenda in mezzo a noi. Come affermerà infatti Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio (1 Cor 1,24-30; Ef 3,1) perché generato non creato ma della medesima sostanza divina, il Verbo di Dio che si è fatto uomo. La Sapienza che era presente al momento della creazione viene associata nella Scrittura al Verbo e identificata con Esso, sia per l’eternità che la caratterizza sia soprattutto per la « dimora » che essa viene ad instaurare in mezzo agli uomini; essa non può essere allora che il Verbo di Dio incarnato che prende il nome di Gesù e che ci raggiunge nella dimensione storica dell’era di Augusto e nella geografia della cittadina di Betlemme dove avviene questo evento straordinario in una grotta sperduta. E’ significativo considerare che il mistero della grotta di Betlemme muove dall’eternità e riguardi qualcosa di inafferrabile e di inconcepibile relativamente a noi che tuttavia ne siamo resi partecipi: un ricco possidente non parla mai a nessuno dei suoi subalterni dei suoi forzieri, tanto meno della propria camera o del suo letto; al contrario Dio ci parla di se stesso a Betlemme nonostante la sua ineffabilità e grandezza, e nonostante la sua natura non abbia nulla di compatibile con quella dell’uomo. Certo, Dio resta sempre un mistero racchiuso in se stesso, che non potremo mai circoscrivere né determinare, ma questo mistero ci viene tuttavia svelato a Betlemme e siamo resi capaci di conoscerlo. « Mistero » è infatti qualcosa che appartiene alla sola sfera del divino e di cui noi non possiamo parlare se non nella misura in cui Dio ce lo consente; nessuno può parlare adeguatamente di Dio se non in conseguenza della sua Rivelazione e non si potrà mai raggiungere la verità se essa stessa non ci avesse raggiunti.,Ma che cos’è il Natale, visto dalla prospettiva discendente? E’ appunto un mistero, qualcosa di cui solo Dio ha diritto di sapere, perché insondabile per le nostre povere forze eppure di esso veniamo resi partecipi in quell’evento della grotta che dice espressamente tutto: Dio è amore e per amore si è umiliato fino a farsi uomo, anzi Bambino. Nella grotta l’arcano di Dio viene reso manifesto all’uomo e questi viene raggiunto da tanta confidenza divina; nell’avvenimento di Betlemme il Mistero insondabile ci consente di parlare di se stesso anche se non si esaurisce per noi. E’ il mistero di tutta l’Eternità che entra nel tempo, pur restando eternità. Tale cambiamento di prospettiva ci consente anche di immedesimarci in una ricchezza immensa della quale solo Dio è capace e che si rende tutta disponibile per l’uomo, perché nel Verbo Incarnato nonché sapienza increata l’uomo scopre le proprie risorse e si sente incoraggiato nel sapersi amato da Dio. E infatti il prologo al Vangelo di Giovanni insiste sul « Verbo, che era presso Dio e che era Dio… si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi », a convivere con noi diventando in tutto simile a noi per proporsi come nostro orientamento, cioè come luce che rifulge nelle tenebre per averne ragione e per dissiparle: la presenza di Dio incarnato è finalizzata a che l’uomo possa ritrovare se stesso senza brancolare nel buio ma affidarsi alla luce che scaturisce solo dall’Alto. La Sapienza è considerata nella Bibbia il dono più grande che Dio possa concedere in quanto essa è la prerogativa che ci conduce a giudicare con saggezza, obiettività, moderazione secondo la volontà di Dio per poi agire secondo una condotta di verità e di giustizia ben distante dalle aspettative umane; Cristo sapienza di Dio percorre i nostri medesimi sentieri per illuminarci egli stesso con la sua vita, con le sue parole e le opere di misericordia affinché non solamente possiamo realizzare la volontà di Dio, ma per mezzo di lui possiamo anche accedere a Dio. Davanti al fascino del mistero che ci si dischiude e che si fa toccare con mano, da parte nostra non possiamo che darci alla semplicità di un solo atto di adesione libera nella fede, concedendo noi stessi e la nostra vita al Dio Sapienza che ci illumina e ci accompagna.

Il presepio nella tradizione di Tesero, Val di Fiemme, Trento (Italy) (2012)

Il presepio nella tradizione di Tesero, Val di Fiemme, Trento (Italy) (2012) dans immagini sacre tesero-i-presepi-nelle-corte-natale-2012-valle-di-fiemme-it180
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Publié dans:immagini sacre |on 25 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE 2008, OMELIA – PAPA BENEDETTO

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081224_christmas_it.html  

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì, 25 dicembre 2008

Cari fratelli e sorelle!

“Chi è pari al Signore nostro Dio che siede nell’alto e si china a guardare nei cieli e sulla terra?” Così canta Israele in uno dei suoi Salmi (113 [112], 5s), in cui esalta insieme la grandezza di Dio e la sua benevola vicinanza agli uomini. Dio dimora nell’alto, ma si china verso il basso… Dio è immensamente grande e di gran lunga al di sopra di noi. È questa la prima esperienza dell’uomo. La distanza sembra infinita. Il Creatore dell’universo, Colui che guida il tutto, è molto lontano da noi: così sembra inizialmente. Ma poi viene l’esperienza sorprendente: Colui al quale nessuno è pari, che “siede nell’alto”, Questi guarda verso il basso. Si china in giù. Egli vede noi e vede me. Questo guardare in giù di Dio è più di uno sguardo dall’alto. Il guardare di Dio è un agire. Il fatto che Egli mi vede, mi guarda, trasforma me e il mondo intorno a me. Così il Salmo continua immediatamente: “Solleva l’indigente dalla polvere…” Con il suo guardare in giù Egli mi solleva, benevolmente mi prende per mano e mi aiuta a salire, proprio io, dal basso verso l’alto. “Dio si china”. Questa parola è una parola profetica. Nella notte di Betlemme, essa ha acquistato un significato completamente nuovo. Il chinarsi di Dio ha assunto un realismo inaudito e prima inimmaginabile. Egli si china – viene, proprio Lui, come bimbo giù fin nella miseria della stalla, simbolo di ogni necessità e stato di abbandono degli uomini. Dio scende realmente. Diventa un bambino e si mette nella condizione di dipendenza totale che è propria di un essere umano appena nato. Il Creatore che tutto tiene nelle sue mani, dal quale noi tutti dipendiamo, si fa piccolo e bisognoso dell’amore umano. Dio è nella stalla. Nell’Antico Testamento il tempio era considerato quasi come lo sgabello dei piedi di Dio; l’arca sacra come il luogo in cui Egli, in modo misterioso, era presente in mezzo agli uomini. Così si sapeva che sopra il tempio, nascostamente, stava la nube della gloria di Dio. Ora essa sta sopra la stalla. Dio è nella nube della miseria di un bimbo senza albergo: che nube impenetrabile e tuttavia – nube della gloria! In che modo, infatti, la sua predilezione per l’uomo, la sua preoccupazione per lui potrebbe apparire più grande e più pura? La nube del nascondimento, della povertà del bambino totalmente bisognoso dell’amore, è allo stesso tempo la nube della gloria. Perché niente può essere più sublime, più grande dell’amore che in questa maniera si china, discende, si rende dipendente. La gloria del vero Dio diventa visibile quando ci si aprono gli occhi del cuore davanti alla stalla di Betlemme. Il racconto del Natale secondo san Luca, che abbiamo appena ascoltato nel brano evangelico, ci narra che Dio ha un po’ sollevato il velo del suo nascondimento dapprima davanti a persone di condizione molto bassa, davanti a persone che nella grande società erano piuttosto disprezzate: davanti ai pastori che nei campi intorno a Betlemme facevano la guardia agli animali. Luca ci dice che queste persone “vegliavano”. Possiamo così sentirci richiamati a un motivo centrale del messaggio di Gesù, in cui ripetutamente e con crescente urgenza fino all’Orto degli ulivi torna l’invito alla vigilanza – a restare svegli per accorgersi della venuta del Signore ed  esservi preparati. Pertanto anche qui la parola significa forse più del semplice essere esternamente svegli durante l’ora notturna. Erano persone veramente vigilanti, nelle quali il senso di Dio e della sua vicinanza era vivo. Persone che erano in attesa di Dio e non si rassegnavano all’apparente lontananza di Lui nella vita di ogni giorno. Ad un cuore vigilante può essere rivolto il messaggio della grande gioia: in questa notte è nato per voi il Salvatore. Solo il cuore vigilante è capace di credere al messaggio. Solo il cuore vigilante può infondere il coraggio di incamminarsi per trovare Dio nelle condizioni di un bambino nella stalla. Preghiamo in quest’ora il Signore affinché aiuti anche noi a diventare persone vigilanti. San Luca ci racconta inoltre che i pastori stessi erano “avvolti” dalla gloria di Dio, dalla nube di luce, si trovavano nell’intimo splendore di questa gloria. Avvolti dalla nube santa ascoltano il canto di lode degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini della sua benevolenza”. E chi sono questi uomini della sua benevolenza se non i piccoli, i vigilanti, quelli che sono in attesa, sperano nella bontà di Dio e lo cercano guardando verso di Lui da lontano? Nei Padri della Chiesa si può trovare un commento sorprendente circa il canto con cui gli angeli salutano il Redentore. Fino a quel momento – dicono i Padri – gli angeli avevano conosciuto Dio nella grandezza dell’universo, nella logica e nella bellezza del cosmo che provengono da Lui e Lo rispecchiano. Avevano accolto, per così dire, il muto canto di lode della creazione e l’avevano trasformato in musica del cielo. Ma ora era accaduta una cosa nuova, addirittura sconvolgente per loro. Colui di cui parla l’universo, il Dio che sostiene il tutto e lo porta in mano – Egli stesso era entrato nella storia degli uomini, era diventato uno che agisce e soffre nella storia. Dal gioioso turbamento suscitato da questo evento inconcepibile, da questa seconda e nuova maniera in cui Dio si era manifestato – dicono i Padri – era nato un canto nuovo, una strofa del quale il Vangelo di Natale ha conservato per noi: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini”. Possiamo forse dire che, secondo la struttura della poesia ebraica, questo doppio versetto nei suoi due brani dice in fondo la stessa cosa, ma da un punto di vista diverso. La gloria di Dio è nel più alto dei cieli, ma questa altezza di Dio si trova ora nella stalla, ciò che era basso è diventato sublime. La sua gloria è sulla terra, è la gloria dell’umiltà e dell’amore. E ancora: la gloria di Dio è la pace. Dove c’è Lui, là c’è pace. Egli è là dove gli uomini non vogliono fare in modo autonomo della terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza. Egli è con le persone dal cuore vigilante; con gli umili e con coloro che corrispondono alla sua elevatezza, all’elevatezza dell’umiltà e dell’amore. A questi dona la sua pace, perché per loro mezzo la pace entri in questo mondo. Il teologo medioevale Guglielmo di S. Thierry ha detto una volta: Dio – a partire da Adamo – ha visto che la sua grandezza provocava nell’uomo resistenza; che l’uomo si sente limitato nel suo essere se stesso e minacciato nella sua libertà. Pertanto Dio ha scelto una via nuova. È diventato un Bambino. Si è reso dipendente e debole, bisognoso del nostro amore. Ora – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi. Con tali pensieri ci avviciniamo in questa notte al Bambino di Betlemme – a quel Dio che per noi ha voluto farsi bambino. Su ogni bambino c’è il riverbero del bambino di Betlemme. Ogni bambino chiede il nostro amore. Pensiamo pertanto in questa notte in modo particolare anche a quei bambini ai quali è rifiutato l’amore dei genitori. Ai bambini di strada che non hanno il dono di un focolare domestico. Ai bambini che vengono brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza, invece di poter essere portatori della riconciliazione e della pace. Ai bambini che mediante l’industria della pornografia e di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin nel profondo della loro anima. Il Bambino di Betlemme è un nuovo appello rivolto a noi, di fare tutto il possibile affinché finisca la tribolazione di questi bambini; di fare tutto il possibile affinché la luce di Betlemme tocchi i cuori degli uomini. Soltanto attraverso la conversione dei cuori, soltanto attraverso un cambiamento nell’intimo dell’uomo può essere superata la causa di tutto questo male, può essere vinto il potere del maligno. Solo se cambiano gli uomini, cambia il mondo e, per cambiare, gli uomini hanno bisogno della luce proveniente da Dio, di quella luce che in modo così inaspettato è entrata nella nostra notte. E parlando del Bambino di Betlemme pensiamo anche alla località che risponde al nome di Betlemme; pensiamo a quel Paese in cui Gesù ha vissuto e che Egli ha amato profondamente. E preghiamo affinché lì si crei la pace. Che cessino l’odio e la violenza. Che si desti la comprensione reciproca, si realizzi un’apertura dei cuori che apra le frontiere. Che scenda la pace di cui hanno cantato gli angeli in quella notte. Nel Salmo 96 [95] Israele, e con esso la Chiesa, lodano la grandezza di Dio che si manifesta nella creazione. Tutte le creature vengono chiamate ad aderire a questo canto di lode, e allora lì si trova anche l’invito: “Si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene” (12s). La Chiesa legge anche questo Salmo come una profezia e, insieme, come un compito. La venuta di Dio a Betlemme fu silenziosa. Soltanto i pastori che vegliavano furono per un momento avvolti nello splendore luminoso del suo arrivo e poterono ascoltare una parte di quel canto nuovo che era nato dalla meraviglia e dalla gioia degli angeli per la venuta di Dio. Questo venire silenzioso della gloria di Dio continua attraverso i secoli. Là dove c’è la fede, dove la sua parola viene annunciata ed ascoltata, Dio raduna gli uomini e si dona loro nel suo Corpo, li trasforma nel suo Corpo. Egli “viene”. E così si desta il cuore degli uomini. Il canto nuovo degli angeli diventa canto degli uomini che, attraverso tutti i secoli in modo sempre nuovo, cantano la venuta di Dio come bambino e, a partire dal loro intimo, diventano lieti. E gli alberi della foresta si recano da Lui ed esultano. L’albero in Piazza san Pietro parla di Lui, vuole trasmettere il suo splendore e dire: Sì, Egli è venuto e gli alberi della foresta lo acclamano. Gli alberi nelle città e nelle case dovrebbero essere più di un’usanza festosa: essi indicano Colui che è la ragione della nostra gioia – il Dio che viene, il Dio che per noi si è fatto bambino. Il canto di lode, nel più profondo, parla infine di Colui che è lo stesso albero della vita ritrovato. Nella fede in Lui riceviamo la vita. Nel Sacramento dell’Eucaristia Egli si dona a noi – dona una vita che giunge fin nell’eternità. In quest’ora noi aderiamo al canto di lode della creazione e la nostra lode è allo stesso tempo una preghiera: Sì, Signore, facci vedere qualcosa dello splendore della tua gloria. E dona la pace sulla terra. Rendici uomini e donne della tua pace. Amen. 

Christmas at the London Oratory, 2012

Christmas at the London Oratory, 2012 dans immagini sacre crib-20122

http://charlescole.com/2012/12/26/christmas-at-the-london-oratory/

Publié dans:immagini sacre |on 24 décembre, 2013 |Pas de commentaires »
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