LA RADICE BIBLICA: L’INCONTRO CON L’ALTRO – Piero Stefani

http://bes.biblia.org/index.php/percorsi-ed-esperienze-didattiche/secondaria-di-ii-grado/la-ardice-biblica-lincontro-con-laltro.html

(anche Paolo, sono quattro pagine, prendo solo la prima tra l’altro c’ è il copyright del 2009).

LA RADICE BIBLICA: L’INCONTRO CON L’ALTRO

PIERO STEFANI   tratto da: La radice biblica. La Bibbia e i suoi influssi sulla cultura occidentale, Bruno Mondadori, Milano 2003, pp. 116-145 (per gentile concessione dell’editore)

1. LA VISIONE BIBLICA DELLO STRANIERO La lingua ebraica, pur essendo piuttosto povera di vocaboli, dispone di vari termini per nominare il forestiero. “Straniero” è parola relativa, in quanto si è definiti tali non già in se stessi, ma nei confronti di qualcun altro, e poiché la Bibbia si presenta come il libro di un popolo particolare, quello d’Israele, in essa necessariamente si parla molto dell’“altro”. Il cosmopolitismo secondo cui l’uomo si qualifica come “cittadino del mondo”, tema costante della saggezza ellenistica (specie di matrice stoica), è estraneo alla concezione propriamente biblica, la quale non dimentica mai l’esistenza di una distinzione tra il popolo d’Israele e le altre genti. Questa situazione non sfocia meccanicamente in un sentimento di contrasto o di contrapposizione nei confronti degli altri, né diviene, per forza, espressione di orgoglio nazionale (tratti, peraltro, in parte effettivamènte presenti); va vista piuttosto come una precondizione indispensabile per parlare di rapporti con gli stranieri, questione ancora oggi attualissima.

Tre parole chiave In ebraico esistono almeno tre parole chiave per indicare lo straniero: zar, nekhàr (o il connesso aggettivo, spesso sostantivato, nokhrì) e gher. Zar significa “straniero” o “estraneo”. Lo si impiega per riferirsi ai popoli con cui Israele ha direttamente a che fare: in particolare è termine con cui si indicano i nemici politici ed è quindi spesso caricato di un senso di antagonistico. In altri contesti vuol dire, però, semplicemente “estraneo” rispetto a qualcosa o a qualcuno. Nekhàr ha un significato simile al precedente, volendo dire anch’esso “straniero o forestiero”. A volte si è voluta chiarire la sottile differenza fra i due termini sostenendo che nekhàr indica quanto non si riconosce come proprio, mentre zar esprime quel che appartiene a qualcun altro. Nel loro insieme essi sembrano quindi contenere le due facce della dimensione tipica dell’essere straniero: l’“altro” come diverso da noi e l’“altro” come colui che viene definito indipendentemente da noi. Essi si riferiscono a un “diverso” avvertito come estraneo e nei cui confronti si manifestano non di rado atteggiamenti negativi. Tuttavia, tra “noi” e l’“altro” non sempre sono erette demarcazioni invalicabili: il forestiero da estraneo può diventare vicino. Nasce così la figura del gher, lo straniero che risiede in mezzo a una popolazione a una popolazione diversa dalla propria. La Bibbia dedica una particolare attenzione proprio a quest’ultima figura e lo fa sia guardando alle antiche vicende del popolo d’Israele sia dettando varie norme al riguardo. È infatti significativo che il termine gher venga impiegato per riferirsi ad alcune grandi figure della storia ebraica che soggiornarono presso popolazioni diverse dalla propria: Abramo fu gher in Egitto (Gen 12,10), a Gherar (Gen 20,1) e a Hebron (Gen 23,4); Mosè lo fu a Madian dove ebbe un figlio che chiamò Gherson (nome derivato appunto da gher); inoltre tutti i figli d’Israele furono gherìm (plurale di gher) in terra d’Egitto (cfr. Es 22,20; 23,29; Lv 19,34; 25,33; Dt 10,19). Nello snodarsi della storia che dai patriarchi giunge fino alla generazione dell’esodo, l’esperienza di essere gher, cioè minoranza, più volte vessata e perseguitata, diviene tratto accomunante dell’intero popolo.

Dall’essere minoranza all’ospitarla Vi è però anche un momento successivo, quando il popolo ebraico, ormai insediato nella propria terra, diviene, a sua volta, colui che ospita in mezzo a sé degli stranieri. La Bibbia mostra quindi di conoscere assai bene tanto l’esistenza di società multietniche, multiculturali e multireligiose, quanto l’impiego, nei confronti del forestiero residente, di strategie orientate, in modo oscillante, all’accoglimento, allo sfruttamento o alla chiusura. Stando al primo libro delle Cronache, nel censimento voluto da Salomone (X sec. a.c.) furono enumerati ben 153.600 stranieri residenti in terra d’Israele (1Cr 2,16; cfr. 1Cr 22,2). Si è calcolato che una simile cifra potesse, grosso modo, corrispondere all’8-9 % della popolazione globale. Sempre in quest’epoca, in connessione alla costruzione del Tempio e della reggia di Gerusalemme, venne utilizzata manodopera straniera per lavori di fatica o per opere edilizie poco familiari agli ebrei. Il re Salomone prese settantamila stranieri «come portatori, ottantamila come scalpellini perché lavorassero sulla montagna e tremilacinquecento come sorveglianti perché facessero lavorare la gente» (2Cr 2,17. Difficile, osservando questa moltitudine di stranieri impiegati in lavori che non si vogliono (o non si sanno) fare, non cogliere – nonostante le ovvie differenze – analogie piuttosto forti con dinamiche presenti nelle società contemporanee. Secondo le normative bibliche il gher non gode di tutti i diritti del popolo ebraico presso cui risiede, per esempio a lui non spetta alcuna parte del territorio. Di solito si trova al servizio di qualcuno che è suo signore e protettore, è annoverato tra i poveri e, al pari delle categorie economicamente più deboli. gode del diritto di spigolatura, vale a dire della possibilità di raccogliere le spighe rimaste nei campi dopo la mietitura (Lv 19,10; 23,22; Dt 2,19-21). Le condizioni di precarietà propria del gher attirano su di lui la protezione divina: il Signore «rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà pane e vestito» (Dt 10,18). La situazione del gher prospettatici dalla Bibbia è dunque multiforme: egli in genere vive in condizioni di insicurezza economica, pur avendo dei diritti non è parificato all’ebreo dal punto di vista giuridico, tuttavia, appunto per questa sua debolezza, è amato in modo particolare dal Signore; la Scrittura, inoltre, ribadisce a più riprese il precetto di amare lo straniero.   Lo straniero nel Vangelo Nei Vangeli il significato di straniero si conforma, in genere, a quello fin qui illustrato: con questo termine si indicano infatti i non appartenenti al popolo ebraico. Nel cosiddetto “discorso missionario” Gesù impone ai dodici apostoli di non andare fra i gentili (cioè, i non ebrei) e di non entrare nelle città dei samaritani, ma di rivolgersi piuttosto alle pecore sperdute della casa d’Israele, cioè comanda loro di dedicarsi agli ebrei peccatori (cfr. Mt 10,5-6); e Gesù stesso qualifica in modo analogo il proprio compito (Mt 15,24). I Vangeli descrivono però vari incontri di Gesù con stranieri (cfr. per es. Mt 15,21-28; Mc 5,1-20; 7,24-30; Lc 8,26-39); anzi, riportano sue affermazioni che additano alcuni non ebrei come esempi di fede (cfr. per es. Mt 8,5-13; Lc 7 ,l-10). Tuttavia, a ben guardare, proprio questi passi tendono più a confermare che a smentire la sussistenza di una diversità tra gli appartenenti al popolo di Israele e i membri di altri popoli. Dopo la pasqua di Gesù, l’annuncio apostolico è, invece, rivolto a costituire comunità formate da credenti in Gesù Cristo provenienti sia dal popolo d’Israele sia dalle genti (questo termine, come quello simile di gentile, si riferisce a tutti i non ebrei; in Paolo, tale senso è a volte espresso pure dalla parola “greci”). Questo allargamento verso le genti è particolarmente sottolineato nell’incontro tra Pietro e il centurione romano Cornelio descritto negli Atti degli apostoli, episodio che si conclude con il battesimo di quest’ultimo e con la consapevolezza instillata nell’apostolo che a Dio è gradito colui che pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga (cfr. At 10,1-11.18).   Paolo, l’apostolo delle genti Anche nelle grandi dichiarazioni teologiche presenti nelle lettere di Paolo – l’apostolo delle genti (egli infatti, più di ogni altro, si impegnò a far giungere l’annuncio evangelico ai non ebrei) – l’uguaglianza tra i credenti in Cristo non annulla le differenze di ordine etnico, antropologico e sociale; esse però sono ormai viste in una nuova luce: «Tutti siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo, poiché quando siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né giudeo, né greco, non più schiavo o libero, non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo» (Gal 3,28). Il senso di tale affermazione è che in Cristo vengono meno le discriminazioni; l’essere o il non essere circoncisi (cioè l’essere giudei o greci) non dà più luogo a una separazione reciproca (cfr. Gal 5,6;6,15; 1Cor 7,19). In Lui i credenti formano un’unità spirituale, senza che ciò comporti il venir meno delle distinzioni tra uomini e donne, ebrei e gentili, e, per l’epoca di Paolo, anche tra schiavi e liberi. 

Vous pouvez laisser une réponse.

Laisser un commentaire

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01