PASTORI AL PRESEPIO – ANALISI DI LC 2, 8-20

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I PASTORI AL PRESEPIO

 NOVEMBRE 2009 – ARGOMENTO: BIBBIA

ANALISI DI LC 2, 8-20

Luca ha consegnato alla chiesa un racconto della natività  denso di teologia. Di questa ricchezza è anche pregna la scena dei pastori che, all’annuncio dell’angelo, si avviano alla culla del neonato Messia. L’approccio a questo testi lo facciamo in tre momenti: – Come l’antica letteratura giudaica rileggeva i brani dell’AT che parlano dei “pastori di greggi” veri e propri; – Come la letteratura cristiana ha interpretato le stesse pagine bibliche con l’aggiunta però dei pastori di Betlemme – Le tradizioni giudaica e cristiana offrono davvero un contributo per comprendere Luca 2, 8-20?

RILETTURE DEL GIUDAISMO ANTICO SUI “PASTORI” D’ISRAELE L’AT parla spesso di Dio “pastore” del suo popolo e dei patriarchi di Israele in quanto “pastori” nel senso reale del termine: – Abele (Gen 4,2) – I pastori di carrai e Giacobbe (Gen 29, 7-8) – I figli di Giacobbe (Gen 37, 13-14) – Mosè (Es 3,1) – Le tende dei pastori (Ct 1,8) Orbene: là dove il testo biblico parla di Dio o dei Patriarchi come “pastori”, i commenti giudaici dei passi tendono a trasformare la loro mansione di “pastori” in quella di “re – capi – guide” del popolo. Questi commenti riguardano soprattutto: Abele, Giacobbe e i suoi figli, Mosè, Davide, i pastori del Cantico. Ma lo stesso Dio è celebrato in Filone come il Pastore supremo che regge l’universo con tutte le sue creature. Le interpretazioni si diramano in due direzioni: – “pastore” diventa sinonimo di “re – capo – guida” dei greggi composti da persone quindi è sinonimo di chi è capo e sa governare saggiamente. Questa equivalenza appare soprattutto in Filone, ma viene attestata anche dal midrash; – “pastore” significa anche “maestro – dottore della Legge di Mosè”: a) Filone indicava anche in Dio lo stesso pastore che pasce l’universo e lo regge mediante la parola della sua Legge che è giusta e retta. b) Il Midrash pone in chiara luce l’equazione simbolica: pastori = dottori della legge, come ad esempio, nel caso di Mosè. c) Il Targum paragona le “tende” dei pastori alle “case di studio” della legge. d) In altre referenze della letteratura giudaica  e cristiana tra il I secolo avanti e dopo Cristo, il titolo “pastore” viene attribuito a persone che “insegnano la legge di Mosè”, come il profeta mandato da Dio ai deportati in Babilonia; o “predicano il Vangelo della Nuova Alleanza”, come Gesù stesso o gli evangelizzatori delle prime comunità cristiane.

TESTIMONIANZE CRISTIANE DEI “PASTORI” DI ISRAELE COME “DOTTORI” DA ORIGENE FINO AL XIV SECOLO I commenti degli autori cristiani fino al XIV secolo quindi Padri e Scrittori ecclesiastici si dividono in commenti su: a) I Patriarchi di Israele b) I “pastori” e “le tende dei pastori” c) I “pastori” di Betlemme

I PATRIARCHI DI ISRAELE Esistono una quindicina di commentari, cernita esigua, ma non priva di significato. Anche per gli autori cristiani, le figure bibliche dei “pastori di gregge” divengono il simbolo dei pastori – maestri che hanno il compito di istruire i fedeli nella legge di Mosè o nella verità di Cristo. Come “falsi pastori” vengono indicati di conseguenza “gli eretici” i “falsi maestri”. I pastori biblici vengono indicati spesso anche come modello dei “veri pastori della chiesa”. (Didimo il Cieco – Cirillo d’Alessandria – Beda il Venerabile – Ruperto di Deutz – Isidoro di Siviglia – Teodoro di Mopsuestia – Gregorio Magno)

I PASTORI E LE TENDE DEI PASTORI Esiste una copiosa fioritura di opere di commento soprattutto al passo del Cantico dei Cantici: “perché io non sia vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni” (Ct 1,7). Il commento lo applica ai movimenti ereticali che frantumano il gregge, guidato dall’unico vero pastore che è Cristo. Di conseguenza le “tende dei pastori” sono le sette dei falsi pastori, degli eretici i quali – da maestri perversi – insegnano dottrine errate. Solo raramente le “tende dei pastori” sono interpretate come la funzione del legittimi pastori, quali sono i profeti, gli Apostoli, la Chiesa ecc. (Origene – Gregorio di Elvira – Beda il Venerabile – Gilberto di Foliot – Giovanni di Halgrin- Tommaso d’Aquino – Filippo di Harveng)

I PASTORI DI BETLEMME La pericope dei pastori di Betlemme, è stata oggetti di preziosi commenti fin dall’antichità cristiana. Le varie esegesi possono essere così sintetizzate: a) Significato letterale – storico di fondo: riguarda i pastori di Betlemme intesi nel senso ovvio del termine, cioè come custodi del loro gregge. Illuminati dallo Spirito essi si recano a visitare il neonato Messia per poi annunciarlo al mondo b) Significato tipico – spirituale – mistico – morale: Questo tipo di commento è presente soprattutto nell’esegesi patristico – medievale. Questa interpretazione viene intesa a due livelli: – ecclesiale: I pastori di Betlemme sono “figura” dei pastori della Chiesa e la loro esperienza vissuta in occasione del Natale di Gesù, è come un preludio che anticipa i compiti di quanti saranno chiamati a presiedere le future comunità cristiane; – pasquale: I gesti e le parole dei pastori di Betlemme sono posti in relazione con la fede e l’attività che i discepoli di Gesù esplicheranno a partire dalla resurrezione del Signore. Si fanno quindi questi parallelismi: 1. Come i pastori annunciarono per primi la nascita di Gesù, anche i pastori della Chiesa furono i primi araldi della rinascita spirituale del mondo; 2. come i pastori accorse a contemplare le sembianze del Verbo divino rivestito di carne, così i pastori della Chiesa contemplarono la gloria del Verbo Incarnato manifestatasi nella Resurrezione

IL TESTO EVANGELICO DI LC 2, 8-20 Dopo quello che abbiamo detto fin’ora ci dobbiamo chiedere: La narrazione lucana conteneva già in se stessa i motivi “ecclesiali – pasquali” enucleati più diffusamente poi dalla tradizione cristiana?  E ancora: le tradizioni elaborate sia dal giudaismo che dal cristianesimo sulle figure bibliche dei pastori ci possono aiutare a comprendere il ruolo dei pastori di Betlemme? La risposta può essere positiva. Esaminiamo sotto tre aspetti la pericope lucana: – A) Motivi pasquali di Lc 2, 8-20 – B) I pastori di Betlemme figura dei pastori della Chiesa – C) Quale storicità ha questa pericope?

 A) MOTIVI PASQUALI Eccome alcuni: 1 “La gloria del Signore” Nel linguaggio di Luca, sia Vangelo che Atti, “la gloria del Signore” è sempre connessa con la glorificazione pasquale di Gesù risorto dai morti (Lc 9, 26.31.32; 21,27; 24,26; At 7,55; 22,11) 2. La resurrezione di Cristo come “nascita” nella ”città di Davide” Il messaggio dell’angelo: “Vi è nato nella città di Davide un Salvatore”, in prima istanza annuncia il parto di Maria, avvenuto nella “città di Davide chiamata Betlemme”, in seconda istanza potrebbe anche alludere alla resurrezione di Cristo avvenuta in “Sion – Gerusalemme” Infatti anche Gerusalemme era chiamata “città di Davide” (2Sam 5,7.9; 1Cr 11,5.7; Is 22,9-10…) Oltre a Is 9,5, sembra che qui echeggi anche il Sal 2,7, anch’esso ambientato in Sion – Gerusalemme: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ora è noto che la tradizione lucana, espressa per bocca di Paolo, applica il Sal 2,7 all’azione di Dio che risuscita Gesù dai morti (At 13,33) e considera l’oggi della pasqua, come una nuova “nascita” di Cristo. 3. I titoli di: Salvatore – Cristo – Signore Questi tre appellativi annunciati dall’angelo ai pastori, sono di chiara derivazione pasquale. Stando alla dottrina degli Atti, soltanto a seguito della sua intronizzazione presso il Padre. Gesù sarà proclamato in quanto tale (At 5,31; 13,23; At 2,36) 4. Un filo sottile tra il natale e la pasqua Alcune evidenti analogie tra il natale e la pasqua rendono manifesti gli echi pasquali di Lc 2, 8-20: a) Il segno: – a Betlemme i pastori trovano il bambino e lo vedono; al sepolcro le donne, Pietro e l’altro discepolo non trovano Gesù e non lo vedono; – a Betlemme Maria “lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia”; nella sepoltura Giuseppe d’Arimatea “lo avvolse in bende e lo depose nella tomba” – a Betlemme i pastori trovano Gesù avvolto in fasce; a pasqua nella tomba non si trova Gesù ma solo le bende in cui era stato avvolto nella sepoltura; b) La “parola”: -  Il bimbo della mangiatoia faceva porre questa domanda: Chi è quel bambino? La risposta è data dall’angelo: “Oggi vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore”; Al sepolcro la domanda che sorge è: Dov’è il Signore?  La risposta degli angeli è: “Non è qui, è risuscitato”. Gesù, il bambino di un tempo, avvolto in fasce, è lo stesso Gesù che ha dovuto sopportare le sofferenze e la morte, per entrare nella sua gloria. 5. La struttura e il vocabolario kerigmatico di Lc 2, 8-20 La pericope lucana usa un vocabolario che rimanda all’esperienza della primitiva comunità cristiana, quando annuncia l’evento della risurrezione di Cristo: ciò che fanno i pastori di Betlemme, è in realtà ciò che fanno i pastori della chiesa, come appare soprattutto dagli atti: I Pastori di Betlemme – I pastori sono, antitutto, “evangelizzati”: sono infatti investiti dalla gloria del Signore, il quale, mediante l’angelo, annuncia e fa conoscere loro l’evento del Natale. Per prima cosa, quindi essi odono questa parola di rivelazione e poi vanno a vedere Maria, Giuseppe e il bambino; – I pastori divengono evangelizzatori: Infatti parlano e fanno conoscere a tutti la parola – evento che essi hanno udito e visto da parte del Signore. Essi se ne vanno glorificando e lodando Dio e tutti quelli che li ascoltano si meravigliano  I Pastori della Chiesa – I pastori della Chiesa sono, antitutto, “evangelizzati”: Difatti il Signore si fa vedere, cioè appare ai discepoli  dopo la resurrezione, per cui essi vedono il Signore risorto e la sua gloria. Apparendo ai suoi il Signore risorto rivela ai suoi che il Padre gli ha fatto conoscere le vie della vita. -I pastori della Chiesa sono “evangelizzatori”: Obbedendo al comando del Risorto, essi annunciano e proclamano l’evento cristiano che ha il suo culmine nella resurrezione; fanno conoscere a tutto il popolo, quello che hanno visto e udito. L’annuncio è tanto nuovo ed inatteso che quelli che ascoltano si meravigliano, mentre la Chiesa, perseverando unita nella Parola udita, eleva a Dio un tributo di gloria. Le analogie tra l’azione kerigmatica dei pastori di Betlemme e quella dei pastori della Chiesa sono così profonde che si può affermare che la Comunità ricorda la nascita del Messia pensando alla sua risurrezione. Il popolo credente si raccoglie attorno alla sua culla per celebrare la sua nascita nel tempo ma ha in mente la sua nascita nell’eternità della gloria.

B) I PASTORI DI BETLEMME FIGURA DEI PASTORI DELLA CHIESA Se l’oggetto dell’annuncio diffuso dai pastori di Betlemme è di natura prettamente pasquale, i pastori di Betlemme sono allora, sotto la penna di Luca, sono figura dei pastori della chiesa cristiana primitiva, descritti soprattutto nel libro degli Atti, anch’esso opera di Luca. 1. I pastori del gregge nel libro degli Atti Negli Atti vediamo che Luca definisce pastori del gregge coloro che lo Spirito ha posto come “episcopi” a pascere la Chiesa di Dio (At 20.28). Tali episcopi sono i presbiteri della chiesa di Efeso, che Paolo ha mandato a chiamare (At 20,17). Essi hanno una funzione di guida, di presidenza in seno alla comunità e il compito di insegnare la retta dottrina che lo stesso Paolo ha loro trasmesso. Il tenore contestuale di At20,28-31, mostra chiaramente che i pastori del gregge, cioè della Chiesa, sono capi della comunità e dottori – maestri in tutto quello che riguarda il Regno e la volontà di Dio predicata dagli Apostoli. 2. Le cose viste e udite Se i pastori di Betlemme raffigurano di fatto la missione evangelizzatrice dei pastori della chiesa, quali saranno le cose che essi hanno visto e udito e che fanno conoscere a tutti?La risposta viene dagli Atti (4,20; 22,14-15 ) e dalla stessa pericope di Luca (Lc 2,8-20): a) Per i pastori della Chiesa, secondo gli Atti, le “cose viste e udite” hanno attinenza con la morte e la resurrezione del Signore in connessione col ministero pubblico prepasquale che va dal battesimo di Giovanni in Galilea fino a Gerusalemme. Esse, dunque, durano tutto il tempo in cui il Signore visse in mezzo a loro, dal Battesimo fino all’Ascensione; per i pastori del Betlemme le cose viste e udite cono le parole dell’angelo che annuncia la nascita del Messia e ne chiarisce l’identità, il canto degli angeli che esaltano la gloria di Dio, la visone stessa dell’angelo, il bambino deposto nella mangiatoia, Maria e Giuseppe. I pastori della Chiesa e quelli di Betlemme hanno visto e udito dunque le cose riguardanti il Cristo, contemplato nello splendore della gloria di Dio, dopo averlo visto sotto le sembianze umili e contingenti della carne umana. Secondo Luca dunque la Pasqua spinge verso il Natale: la comunità cristiana professa il bambino di Betlemme, nato da Maria sposa di Giuseppe, che è la stessa persona che, resuscitata dai morti, si rivelerà come Messia divino, come Cristo Signore.

C) QUALE STORICITA’ PER Lc 2, 8-20? Quale può essere il grado di storicità insito nella pericope di Luca? E cioè: l’evangelista intende narrare un fatto realmente accaduto? Qual è la demarcazione tra il fatto storico e i suoi intendimenti dottrinali – interpretativi?

1. Anacronismi pasquali di Lc 2, 8-20 La ricognizione delle risonanze pasquali della pericope è di capitale importanza per valutare i limiti della storicità della pericope stessa. – Nell’annuncio ai pastori e nel loro far conoscere a tutti l’annuncio – evento vi sono inverosimiglianze chiaramente inaccettabili dal punto di vista della cronaca dei fatti. Infatti soltanto dopo l’evento della Pasqua, sarà manifestato che Gesù di Nazaret è il Salvatore – Cristo – Signore. Che cosa avrebbero potuto comprendere gli ignari pastori si un simile messaggio che già conferma il Cristo risorto e la sua divinità? Ma come sarebbe stato possibile all’angelo fare un simile annuncio se gli eventi non erano ancora accaduti? Luca, quindi, antica nel discorso dell’angelo i fulgori della Pasqua trasferendo sui pastori di Betlemme l’attività catechetico – evangelizzatrice che sarà propria dei pastori della Chiesa. L’intento degli anacronismi è chiaramente teologico – dottrinale.

2. Un fondo di cronaca? Scarta la rivelazione pasquale ai pastori di Betlemme che cosa resta di essi? E’ possibile riconoscere nel racconto qualcosa di quanto accadde realmente? Si può rispondere così: In Lc 2, 8-20, possiamo discernere un nucleo esiguo di cronaca: Betlemme, già da antica tradizione, era una zona di gente dedita alla pastorizia. Non stupisce dunque che alla nascita di Gesù, ci fossero intorno dei pastori a guardia del gregge, forse gli stessi proprietari della grotta – stalla. Avvenuta la nascita, non è difficile che alcuni di loro si recarono a rendere visita di omaggio al neonato e ai genitori e diffondono intorno a loro la notizia di questa nascita. Forse illuminati da una speciale grazia divina, compresero in parte la natura messianica, secondo l’attesa diffusa nel popolo, del neonato bambino di Betlemme. Di questa visita rimane un vivo ricordo nelle memorie di Maria che rimase assorta sulle cose che dicevano i pastori.

Conclusione Possiamo concludere che siamo di fronte ad una vera storia, nel senso che l’evangelista non solo narra il fatto della nascita di Gesù, ma ne coglie anche il senso profondo, quale esso si manifesta in seguito alla pasqua. La lettura pasquale della pericope di Luca, quindi, non vanifica l’evento descritto, ma lo fa comprendere meglio. La critica sia linguistica che morfologica del brano permette di ravvisare sotto l’attuale formulazione l’eco sostanziale del ruolo effettivo svolto dai pastori di Betlemme. Alcuni autori parlano di una solida componente della tradizione locale betlemita che non escluderebbe una concomitante testimonianza che risalga alla stessa madre di Gesù. 

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