13 DICEMBRE: SANTA LUCIA

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13 DICEMBRE: SANTA LUCIA

Di questa Santa Martire gli Atti greci e latini ci hanno tramandato poche notizie. Della sua vita e del suo martirio ci parlano però ampliamente le memorie lasciate da San Gregorio Magno, vissuto nel secolo VI e il poema in versi « De laudibus virginum » di S. Adelmo vissuto nel VII secolo. Si sa che era di nobile casato e che il padre morì quando Lucia era ancora piccola. Da allora madre e figlia vissero l’una per l’altra. Possiamo immaginare Lucia trascorrere la sua infanzia sotto lo sguardo e le cure affettuose della madre Eutichia che si rallegrava di tanta leggiadra giovinetta, speranza del nobile casato.
Lucia non amava la vita oziosa e spensierata che conducevano i giovani dell’ambiente ricco e patrizio.
Educata alla rettitudine, alla pietà e alla carità, Lucia si apriva dolcemente alla luce suprema del Vangelo e nel suo cuore si faceva strada un desideriO sempre più intenso e prepotente: quello di somigliare sempre più alla Vergine Maria promettendo solennemente, nel segreto del suo cuore, di consacrarsi interamente al suo celeste Sposo. L’elogio dei figli, specialmente delle figlie, va alla madre », sentenziò una volta il Cantù e non avrebbe potuto pronunciare una verità più vera perché la madre è veramente la maggiore ispiratrice di tutto il bene che, specialmente una figliola, può riuscire ad operare e, a sua volta, suscitare quando, anche lei sarà diventata madre. Eutichia oltre al vanto di avere generato quel frutto, ha avuto il merito di farlo maturare in modo tale che anche oggi tante madri potrebbero guardare orgogliose a quella figlia e tante figlie benedire e ammirare quella madre.

Lucia prega S. Agata
La storia della Chiesa di quel tempo, è tutto un cielo ingemmato di stelle luminose rappresentato dallo sterminato esercito di martiri che da Cristo hanno ottenuto la palma del martirio nelle persecuzioni contro il cristianesimo.Fra queste stelle, certamente una guidava ed illuminava Lucia: Agata, astro della chiesa di Catania, morta martire durante le persecuzioni di Decio Imperatore il 5 febbraio dell’anno 251. Sant’Agata. bella e ricca fanciulla, fu sottoposta ad indicibili torture per non sottostare ai desideri di Quinziano, prefetto della Sicilia, per cui moriva nelle carceri. In seguito, sul luogo del suo martirio fu eretto un tempio che oggi porta il nome di Sant’Agata Vetere.
La fama della gloriosa Sant’Agata si sparse per tutta la provincia (allora la Provincia comprendeva tutta la Sicilia) a causa dei miracoli da lei operati ed era motivo di culto anche per i cittadini siracusani che si recavano in pellegrinaggio al sepolcro della martire catanese per pregare.
Fu così che Lucia, preoccupata per la salute della mamma che da qualche tempo soffriva di flussi di sangue senza alcuna speranza di guarigione, intraprese un pellegrinaggio nella non lontana Catania per pregare sulla tomba di Sant’Agata e ottenerne la grazia di una pronta guarigione. A Catania, Lucia e la madre giunsero probabilmente il 5 febbraio 301, giorno della festa della Santa. Quale soddisfazione per la giovane Lucia nel poter avere la gioia di pregare l’invitta martire nel tempio a lei dedicato, nella speranza che la mamma guarisse dal suo male e riprendesse piena salute. Per sé supplicò la grazia di dedicare la vita a Dio, nella speranza che la madre rinunziasse al desiderio di darla in sposa ad un giovane che si era innamorato di lei. Intanto nel tempio, durante la sacra funzione, si diede lettura del passo del Vangelo di Matteo riguardante l’avvenuta guarigione di una povera donna, l’emorroissa, conseguita al semplice tocco del lembo della veste del Signore. All’udire quell’episodio evangelico, Lucia, rivolta alla madre, disse: « La martire Agata, serva del signore, ha presso di Lui libero accesso e sarai guarita per sua intercessione se toccherai fiduciosa il sepolcro di lei ».

L’apparizione di S. Agata
Terminata la funzione religiosa, si avvicinarono al sepolcro e si prostrarono pregando a lungo. L’anima di Lucia si dischiuse tutta in fervida preghiera e, come rapita in estasi, fu presa da un sonno soave.
Le apparve Sant’Agata glorificata tra due angeli, nell’atto di rivolgerle la parola e di dirle: « Lucia, sorella mia, perché chiedi a me quel che tu sei in grado di ottenere per altri? Ecco, tua madre sarà sana per la tua fede. E come per mezzo mio viene beatificata la città di Catania, così per mezzo tuo sarà salvata la città di Siracusa ».
Lucia svegliatasi da così radiosa visione disse alla madre: « Madre, la nostra preghiera, per intercessione di Sant’Agata, è stata esaudita. Per grazia di Cristo, ecco tu sei guarita ».

Rivelazione alla madre
La fanciulla sentì in cuor suo che quello era il momento di rivelare alla madre la sua segreta decisione di consacrarsi a Dio rinunciando ad uno sposo terreno. Il suo sposo era e sarebbe stato Gesù, per sempre. Eutichia, che sentiva ritornare le forze, col cuore colmo d’amore e di riconoscenza capì che le opere buone erano la prova più eloquente della gratitudine verso Dio e convenne che la ricca dote di Lucia fosse donata ai poveri. Comprese così che la volontà di Lucia era un atto d’amore definitivo verso Dio.

L’arresto di Lucia
Ritornate a Siracusa, Eutichia risanata nel corpo e con l’anima piena di gioconda e spirituale letizia, in armonia col desiderio di Lucia, cominciò a vendere ogni cosa, distribuendo il ricavato ai poveri. Tutto ciò non passò inosservato a quel giovane che ambi-va alla mano di Lucia. Questi capì che la fanciulla doveva professare la fede cristiana e che difficilmente avrebbe sposato un pagano come lui. Resosi conto che Lucia non avrebbe mai rinunciato a Cristo e, deluso per il mancato matrimonio, non esitò a denunziarla all’arconte Pascasio, accusandola di prestare culto a Cristo e disobbedire così alle norme dell’editto di Diocleziano. Lucia fu così arrestata e condotta dinanzi alla massima autorità. La fanciulla tranquilla e serena, nella certezza che Cristo le avrebbe dato la forza di sopportare qualunque pena, anche il martirio se fosse stato necessario, confermò davanti a Pascasio apertamente il suo credo e i suoi sentimenti e con forza ed energia si rifiutò di sacrificare agli dei: « Io obbedisco alla legge del mio Dio, come te a quelle dei Cesari – fu la risposta di Lucia – tu porti rispetto ai tuoi Superiori. io rendo omaggio al mio Signore; se tu non Vuoi offendere i Cesari, vorrò forse io offendere Iddio? Tu ti studi di piacere agli imperatori, io voglio piacere solo a Dio; …fa dunque quello che credi sia giusto
per te, io opero secondo l’animo mio e secondo i miei princìpi ».

Le minacce di Pascasio
Pascasio, sentito che Lucia magnificava la religione di Cristo, la minacciò di sevizie e di tormenti, ma la fanciulla anziché impaurirsi sembrò animarsi sempre più confidando nella promessa del Signore che aveva assicurato l’assistenza dello Spirito Santo ai suoi seguaci trascinati sulla via del martirio. Pascasio le domandò: « Dentro di te c’è dunque lo Spirito di Dio? » e Lucia rispose con le parole di San Paolo: « Coloro che vivono castamente e piamente sono tempio di Dio; lo Spirito Santo abita in essi ».
Queste parole Pascasio non poteva capirle quindi con rabbia crescente la minacciò: « Troverò bene il modo di cacciare da te questo Spirito che tu proclami Santo. Ah, tu vuoi dunque restare fedele sposa del tuo Dio? Ebbene, ti costringerò a subire violenze inaudite. Vedrai come fuggirà da te questo Spirito Santo, se è vero che lo porti nel cuore ».

Il prodigioso intervento
Detto ciò comandò che la fanciulla fosse portata là dove avrebbe subito violenza la sua verginità: molti soldati le furono addosso spingendola brutalmente, ma per quanto si adoperassero, i loro sforzi erano inutili. La legarono con delle funi alle mani e ai piedi e tutti insieme presero a tirare inutilmente; provarono allora a trascinarla con un paio di buoi ma la fragile fanciulla restava immobile come una roccia.
Il prodigioso intervento divino aveva reso Lucia così immobile che nessuna forza umana riusciva a smuoverla dal luogo dove si trovava. Allora Pascasio, inferocito per quanto succedeva, ordinò che il suo corpo fosse cosparso di pece, resina e olio e che si accendesse un gran fuoco. Ma le fiamme si ritraevano senza sfiorare il corpo della fanciulla.
« Queste fiamme non possono bruciarmi, Pascasio, perché i credenti devono conoscere la forza dimostrativa del martirio e perché i non credenti devono essere confusi e molti di loro, abbandonato l’orgoglio, possano credere e umiliarsi dinanzi al Signore ». Pascasio non credendo ai propri occhi domandò: « Come e perché, fragile come sei, neppure mille ti hanno potuto smuovere? » Lucia rispose: « Cadranno mille alla tua destra e diecimila alla tua sinistra, ma nessuno potrà accostarsi a te ».

La corona del martirio
Il grande momento era vicino; Lucia stava per conquistare la corona del martirio e per congiungersi al suo Creatore, suo celeste Sposo. Con gli occhi e l’anima fissi in cielo immaginava di vedere Sant’Agata, vicina a lei, sorridente, che la invitava. Lucia disse ancora: « E giunta la mia ora. Colpisci, Pascasio. e io morrò. Ma ti annunzio che la pace sarà restituita alla Chiesa di Dio. Diocleziano e Massimiano passeranno, e il Cristianesimo continuerà a diffondersi ».
Lucia cadde in ginocchio come in atto di preghiera e la violenta spada penetrò in quelle teneri carni recidendo il capo. Era il 13 dicembre 304: Lucia, chiusa la sua giovane vita terrena, rinasceva nella gloria.

Dies natalis
Il giorno della morte è per i santi e per i martiri quello della vera nascita: il « dies natalis » cioè il « giorno natalizio » quando essi rinascono alla vita eterna. In-fatti, il Martirologio Gerominiano, sotto la data del 13 dicembre, riporta: « A Siracusa, città della Sicilia, il natale di santa Lucia vergine ». Una notevole discordanza si rileva quanto al supplizio di S. Lucia. Gli Atti greci dicono che fu decapitata, mentre la tradizione latina, ritiene S. Lucia trafitta al collo. Il gesuita siracusano P. Ottavio Gaetani dei Marchesi di Sortino, che fu cultore della storiografia dell’antica Sicilia, riuscì a scoprire gli Atti greci di S. Lucia presso Giorgio Papadopulo, prete di rito greco « Il mio animo, scrisse egli allora, mi fa ritenere che gli Atti greci di S. Lucia siano più antichi dei Latini per Questo li stimo moltissimo.

Papadopulo
Il Codice, che fu denominato « Papadopulo » e pubblicato, oltre che dal Gaetani anche dal Can. G. Di Giovanni, concorda con le memorie su S. Lucia lasciateci sia da S. Gregorio Magno nel « Sacramentario » nell’Antifonario », sia da S. Adelmo nel suo poema « De laudibus virginum ». Degno di nota è che il codice nel descrivere il supplizio di S. Lucia, a differenza degli Atti latini che parlano di rescissione della giugulare, riporta: « dette queste cose, le recisero il capo ». La decapitazione, riservata ai condannati di nobile stirpe, narrata dal Papadopulo è confermaa dal fatto che il corpo di S. Lucia presenta il capo separato dal busto: un particolare questo che depone a favore della maggior attendibilità storica degli Atti greci rispetto ai latini. Mons. Lancia di Brolo nella sua « Storia della Chiesa in Sicilia » afferma che il Codice Papadopulo contiene gli Atti di S. Lucia senza errori ed incoerenze e presenta l’interrogatorio del Preside e le risposte delle Santa in tutta la loro semplicità e sublime bellezza, conformi a tutto quanto gli antichi Padri ricordano di S. Lucia; sicché si può ritenere siano stati composti sopra gli atti proconsolari subito dopo il martirio e sulle deposizioni delle persone che ne furono testimoni.
« A mio parere « afferma il Lancia di Brolo « gli Atti di S. Lucia sono uno dei più bei testimoni della nostra storia ».

Iscrizione di Euskia
« Ma il più antico documento », scrive Mons. Garana, « del culto tributato a S. Lucia è costituito dalla celebre iscrizione di Euskia, nome corrispondente a quello di Ombrosa o Ombretta, rinvenuta il 22 giugno 1894 dall’archeologo Paolo Orsi durante le esplorazioni nelle Catacombe di S. Giovanni… L’epigrafe greca, tradotta in italiano, dice: Euskia, la irreprensibile, vissuta buona e puraper anni circa 25, morì nella festadella mia Santa Lucia, per la quale non vi ha elogio condegno; (fu) cristiana fedele, perfetta grata al suo marito di molta gratitudine ».
L’epigrafe, datata al V secolo dall’Orsi al IV dal Pace, è la solida conferma della personalità storica di Lucia e del culto a lei tributato da sempre.

La fede di Lucia
Le parole che Lucia rivolse a Pascasio: « Coloro che vivono castamente e piamente sono tempio di Dio; lo Spirito Santo abita in essi », rispecchiano parole di San Paolo: ….. il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio ». (I Cor. 4, 19) Nella Lettera ai Romani l’Apostolo scrive: ….. avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre! » (R m 8,15) e nella Prima Lettera ai Corinzi: ….. i segreti di Dio nessuno li ha mai potuto conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. » (l Cor.2,ll-l2) Nelle parole di Lucia si nota quanto intenso sia stato l’amore della sua anima nella ricerca di Dio. Secondo la concezione di S. Giovanni della Croce, l’anima, nella ricerca di Dio, riceve sì, molteplici illuminazioni e sentimenti, ma è nella oscurità della fede che raggiunge Dio nella sua essenza. Questa presa di possesso della fede, diventa sempre più penetrante a misura che l’anima si avvicina a Dio per mezzo dell’amore. E attraverso tale amore l’anima di Lucia ha accolto Dio nella fede, in attesa di contemplarlo nella visione diretta della beatitudine eterna e questa « presa » della fede è commisurata all’amore, perché è l’amore che trasformando l’anima, rende la presenza di Dio sempre più vicina e la sua attrazione sempre più irresistibile costituendo così l’alba regale della visione eterna.

Le relique di S.Lucia
Il generale bizantino Giorgio Maniace, entrato a Siracusa alla testa delle sue truppe nel 1038. saputo il luogo di sepoltura del corpo di S. Lucia pensò di trasportarlo a Costantinopoli per farne omaggio all’imperatrice Teodora. Con la caduta di Costantinopoli ad opera dei Crociati, nel 1204, il Doge Enrico Dandolo fece traslare il corpo della Santa a Venezia dove attualmente è custodito nella Chiesa di S. Geremia. Durante i secoli Siracusa è venuta in possesso solo di alcune reliquie. Il gesuita P. Bartolomeo Petracci donò al Senato di Siracusa la reliquia consistente in tre frammenti di costole che ora è racchiusa in una teca d’oro posta nel petto del simulacro di S. Lucia.bIl servo di Dio P. Innocenzo Marcinò, guardiano e provinciale dei Cappuccini di Siracusa divenuto in seguito Ministro Generale dell’Ordine, riuscì a procurare a Mons. Capobianco, Vescovo di Siracusa, due altre reliquie consistenti in due frammenti di un braccio. Queste reliquie sono racchiuse in un pregevole reliquiario fatto eseguire dall’ ‘Arcivescovo Carabelli. Nel Duomo di Siracusa sono esposti, in apposite teche, il velo, la veste e le scarpette che furono tolti al corpo di S. Lucia in occasione della traslazione a Costantinopoli. Il velo, di seta finissima bianca, è listato da strisce color zafferano; la veste, a forma di tunica lunga e stretta alle spalle e molto ampia in basso, è di seta finissima color porpora, arabescata con foglie e fiori del medesimo colore; le calzature sono di pelle sottile, foderate di raso rosso e con stringhe di cuoio. In una teca d’argento è custodito un pezzo di osso dell’avambraccio portato in dono dal Patriarca di Venezia Monsignor Marco Cé, in occasione della sua venuta a Siracusa durante la festa di S. Lucia nel 1988.

Il sepolcro
Dopo la sepoltura del corpo di S. Lucia nel preesistente cimitero paleocristiano, questo venne ingrandito verso sud con nuove gallerie che si distinguono dalle gallerie delle catacombe di S. Giovanni per la simmetria delle camerette che fanno supporre di essere sepolture destinate a famiglie distinte.
Da talune lettere di S. Gregorio Magno (Ep. VII 39) risulta che sul sepolcro, nel 597, sorgeva un monastero.San Zosimo, divenuto
vescovo di Siracusa verso la fine del secolo VI, fu custode per molti anni, del sepolcro di S. Lucia.
Nel XVII sec. l’architetto Giovanni Vermexio, per incarico del Senato, costruì il tempio ottagonale che custodisce il sepolcro di S. Lucia. In questa chiesa, sottostante alla piazza, l’Arcivescovo Bignami fece apporre un’iscrizione che esprime il secolare desiderio dei Siracusani di riavere il corpo della loro Patrona: « Lucia, sponsa Chnisti, omnis plebs te expectat ». (Lucia, sposa di Cristo, tutto il popolo ti attende).
Ai piedi del sepolcro si trova una pregevole scultura: « Santa Lucia morente » del fiorentino Gregori Tedeschi (1634). La Martire è piegata leggermente sul lato destro in modo che il suo soavissimo viso appaia in tutta la sua pienezza; la mano destra stringendo a sé la palma del martirio, si posa sul Vangelo. Il corpo della Santa, sotto le pieghe della veste, appare nel sereno abbandono della morte cristiana. Chi guarda l’immagine di quel corpo che fu veramente « il tempio del Dio vivente » immacolato e casto, sente nell’animo un mistico sentimento di venerazione.

Il prodigioso sudore
Nei momenti più tragici della storia di Siracusa S. Lucia ha sempre manifestato il suo costante patrocinio verso la sua terra e i suoi concittadini. Uno dei tanti segni della sua intercessione presso il Signore è quello del prodigioso sudore del simulacro marmoreo che la raffigura morente, collocato presso il suo sepolcro.

Siracusa sotto assedio
Era il mese di maggio 1735 e Siracusa, sotto giogo austriaco, era ormai da molti mesi stretta nell’assedio degli spagnoli. Le operazioni di guerra ti le due opposte forze vedevano la stremata ed indifesa popolazione in preda alla disperazione.
Scrive il Privitera che « non può descriversi il terrore, le angosce e i palpiti mortali dei miseri Siracusani in questi giorni d’inferno. Alcuni andavano ad rintanarsi nei sotterranei… altri rifuggivano alle chiese piangendo ed orando… La moltitudine poi a folla stava in mezzo alle strade tutto il giorno e tutta la notte: ed era un terrore, un raccapriccio, il sentir levarsi mille voci di spavento ed invocare il nome della Santa Protettrice al comparir d’ogni striscia di fuoco per l’aria, all’udirsi il fragor delle bombe… ».

Un segno miracoloso
S. Lucia non poteva restare estranea a tanta sofferenza e rincuorò i siracusani con il segno del sudore di quell’immagine che la raffigura morente dopo la prova del martirio: eloquente messaggio della sua solidarietà al martirio che stava subendo il suo popolo. Ma ecco la descrizione del fatto nella testimonianza rilasciata al Tribunale Diocesano da uno dei Frati del Convento di S. Lucia:
….. ritrovandosi detto Padre di residenza nel sopra-detto Convento, giorno 6 del passato Maggio, scendendo col Vicario del suddetto Convento, in compagnia di tre ingegneri Spagnuoli ed un Terziario del Terzo Ordine del P. San Francesco, nel Sepolcro di S.ta Lucia si accorse uno degli ingegnieri di certo splendore che spiccava dalla faccia dell’ ‘immagine di marmo di detta Santa, e del medesimo lustro o splendore disusato se ne accorse pure il suscritto Predicatore unitamente col Padre Vicario ed attribuendolo per allora ad effetto o dei cristalli posti d’innanzi la statua o di qualche umidità dell’aria si determinò o di scenderla da quel luogo o di coprirla o di discenderla da quel luogo e metterla al sicuro altrove. Venuti poi il secondo giorno lì 7 del suddetto Mese i riferiti Ingegnieri col P. Nicolò Terziario mandati dal Maresciallo per custodire con qualche difesa di legna e tavole la statua suddetta dal pericolo delle bombe e palle, si accorsero del medesimo splendore e per maggiormente accertarsi del vero, salì detto Padre col P. Vicario, ed uno degli Ingegnieri, e levati colle proprie mani i due cristalli si accorse che la fronte della statua grondava in gran copia gocciole di sudore appunto come ceci, a qual spettacolo si pose a piangere non potendo trattenere le lagrime, molto più quando osservò che tutto il resto del marmo era asciutto, attribuendolo tutti a uno strano portento. Onde uno di quegli Ingegnieri togliendosi dal capo un fazzoletto cominciò ad asciugarla ed il suddetto Padre come che avea cura della sagrestia non trovandosi addosso fazzoletto bianco prese una manica del camice, ed una tovaglia d’altare, e si pose unitamente col P. Vicario ad asciugarla, lasciandola totalmente asciutta. E perchè l’ora era tarda non si potè mettere in esecuzione lo che pretendevano i Signori Ingegnieri, molto più che mancarono gli operai necessari a tal fatica. Onde si ricoprì coi due cristalli con animo di ritornarvi l’indomani; come in effetto 11 terzo giorno dì 8 di Maggio ritornato l’Ingegniere in compagnia del P. Vicario e del detto Padre ed un altro Ingegniere si accorsero tutti che la statua seguiva a grondare da per tutto un copioso sudore, e specialmente dalla faccia, la quale sembrava al Relatore come una faccia d’Operaio, che trasuda qualor fatiga sotto i raggi del sole in tempo d’estate, e si djffondeva in tanta copia l’umore, che scorreva dalla fronte e faccia, che riempì tutto il fondo delle piegature delle vesti, come pure si vedevano bagnate le mani ed anche i piedi, ed il resto, come si è detto, dei marmi fu osservato dagli ingegnieri e dal relatore sempre asciutto. Onde uno degli ingegnieri uscito un fazzoletto mondo e delicato, che forse aveva portato per tale effetto cominciò ad asciugare la faccia di detta Immagine, ed il fazzoletto se lo portò via, lo che fece anche detto Padre e col P Vicario con quella manica di camice, quale si conserva in detto Convento con una tovaglia del medesimo Altare. E coperta già la statua con doppia custodia di tavole e travi ben grossi, dopo lo spazio di 26 giorni circa, si tolse quella difesa di legna, e si trovò la statua asciutta, ed asciutte le tovaglie, colle quali era involta, spargendosi, frattanto per tutto il Campo che la Statua di marmo di S. Lucia aveva più volte sudato, perchè vi fù un gran concorso d’Ufficiali, Soldati e specialmente dell’Ecc.mo Sig.r Marchese di Grazia reale. Perciò ha detto ed attestato quanto di sopra cum juramento fatto, pectore more sacerdotali.
Ego Fr. Michaelangelus a Siracusis testore ut S.a D.n Franciscus Salvaloco V. Cancellarius.

Finalmente la pace
L’assedio continuò per tutto il mese di maggio, rifiutandosi gli ufficiali austriaci di capitolare pur nella consapevolezza che la resa agli spagnoli era ormai inevitabile. Sempre il Privitera, narrando del Generale Orsini Comandante della Piazza, dice:
« quando una bomba caduta a caso nella sua stanza mentr’ei desinava, lo affrettò più prestamente a risolvere; giacchè preso dallo spavento, e dal timore che quella non iscoppiasse, fe’ caldissimo voto alla Santa Protettrice della Città, che se lo liberasse dal presente pericolo ei cederebbe la piazza incontanente. La bomba, senza esplodere, nè recar danno alcuno, là restò inerte dove cadde ».
Era il 30 maggio 1735 e Siracusa finalmente ottenne pace. La bomba caduta nella casa dell’Orsini è tuttora esposta presso il Centro Espositivo Luciano nel Duomo di Siracusa.

 

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