DA UNO SCRITTO (DEL 1963) DI THOMAS MERTON SULL’AVVENTO

 http://www.latendadimamre.com/1/upload/3_foglio_informativo_2013.doc.

DA UNO SCRITTO (DEL 1963) DI THOMAS MERTON SULL’AVVENTO

(stralcio da un file doc del sito)

È importante ricordare la profonda e in qualche modo angosciosa serietà dell’Avvento, quando la nostra cultura di mercato si armonizza troppo facilmente con la tendenza a considerare il Natale, consciamente o no, come un ritorno alla nostra infanzia e innocenza. L’Avvento dovrebbe ricordarci che il « re che sta per venire » è ben più di un bambinello grazioso che sorride (o, per chi preferisce una spiritualità dolorosa, che piange) sulla paglia. Non v’è certamente nulla di sbagliato nelle tradizionali gioie di famiglia del Natale, né dobbiamo vergognarci di essere ancora capaci di anticipare tali gioie senza troppe contraddizioni. Infine, tutto questo in sé non è fuori posto. Ma la Chiesa, nel prepararci alla nascita di un « grande profeta », Salvatore e Re della Pace, pensa a qualcosa di più che a un banchetto familiare di stagione. Il mistero dell’Avvento mette a fuoco la luce della fede sul vero significato della storia, dell’uomo, del mondo e della nostra esistenza. Nell’Avvento noi celebriamo la venuta e la presenza di Cristo nel nostro mondo. Noi siamo testimoni della sua presenza anche in mezzo a tutti gli inscrutabili problemi e le profonde tragedie. La nostra fede dell’Avvento non è una fuga dal mondo per rifugiarci in un regno nebuloso di slogan e di conforti che dichiari irreali i nostri problemi d’ogni giorno, inesistenti le nostre tragedie. Il nostro compito è di cercare e trovare Cristo nel nostro mondo così com’è, e non come potrebbe essere. Il fatto che il mondo è diverso da quello che potrebbe essere non altera la verità che Cristo è presente in esso e che il suo piano non è andato frustrato né ha subito modifiche: in verità, tutto si svolgerà secondo il suo volere. Il nostro Avvento è la celebrazione di tale speranza. Quel che è incerto non è tanto la « venuta » del Cristo quanto l’accoglienza che avrà da parte nostra, la nostra risposta a lui, la nostra prontezza e capacità ad « avviarci incontro a Lui ». Il nostro Avvento, quindi, non è una celebrazione di meri valori culturali tradizionali, per quanto grandi e degni di essere perpetuati. L’Avvento non è un puro e semplice ritorno, una ricorrenza, un rinnovo dell’antico. Non può essere certamente un ritorno alla fanciullezza, né personale né sociale. La venuta del Signore, che è lo stesso della sua « presenza », è la venuta del nuovo, non il rinnovo dell’antico. Noi crediamo che colui il quale è venuto e che verrà è già presente qui, ora, e che noi siamo nel suo regno. Non solo, ma noi siamo il suo regno. Il Cristo che si è vuotato prendendo forma di servo, morendo sulla croce per noi, ci ha dato la pienezza dei suoi doni e della sua salvezza. In tal caso l’Avvento del Signore non chiede né più né meno che un ritorno al « vuoto » della fede. Cristo, come dicono i Vangeli è venuto più prontamente e più volentieri per coloro che avevano più bisogno di lui, ossia per gli infelici, i peccatori, i disprezzati: per coloro che erano « vuoti ». Il mistero dell’Avvento è in tal caso un mistero di vuoto, di povertà, di limitazione. Il segreto del mistero dell’Avvento è dunque la consapevolezza che io comincio là dove finisco perché Cristo comincia dove io finisco. In parole più povere: io vivo per Cristo quando muoio per me stesso. 

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