Archive pour novembre, 2013

“I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO” (ancora qualcosa)

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“I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO”

(ancora qualcosa, a me sembra di  non imparare e non capire mai abbastanza)

Duemila anni fa Paolo ha macinato quasi 14 mila chilometri: è stato uno che, per quel tempo e in quelle condizioni, ha viaggiato tanto. Ma cosa spingeva questo uomo a fare tutto quello che ha fatto? Io credo che ci sono molte cose di Paolo che fanno si che sia veramente un uomo del nostro tempo: noi abbiamo molte cose in comune con lui.

Duemila anni fa Paolo ha macinato quasi 14 mila chilometri: è stato uno che, per quel tempo e in  quelle condizioni, ha viaggiato tanto.
Ma cosa spingeva questo uomo a fare tutto quello che ha fatto? Io credo che ci sono molte cose di Paolo che fanno si che sia veramente un uomo del nostro tempo: noi abbiamo molte cose in comune con lui. La prima è questa: non sappiamo se Paolo abbia conosciuto Gesù quando Gesù viveva sulla terra. Quindi Paolo, come noi, è uno che è arrivato alla fede grazie all’esperienza del Risorto: un incontro con il Cristo risorto gli ha cambiato tutta la vita.
Questa esperienza, leggendo gli scritti di Paolo, sembra che sia stata una grande esplosione di libertà. Per poter amare uno deve essere libero: la libertà è una condizione dell’amore, non si può amare in una forma obbligata.
 A me piace descrivere Paolo come un ‘postmoderno’, perché racchiudeva in sé le culture del suo tempo. Era un ebreo nato in una città greca – Tarso (nel sud della Turchia) – e allo stesso tempo era anche un cittadino romano, quindi aveva dentro di sé la confusione del suo tempo e ha fatto una scelta come quelle che vediamo fare anche oggi: è andato a cercare le sue radici.
Per questo motivo ha lasciato la sua terra per andare a Gerusalemme a studiare sotto i Farisei. E’ andato alla migliore scuola che c’era in quel tempo, quella di Galaliele, che era tra i più grandi latini presenti a Gerusalemme in quel tempo.
In questo modo ha voluto affermare la sua identità. Nella lettera ai Filippesi Paolo descrive il suo curriculum vitae dicendo: “Io sono ebreo, nato da ebrei della tribù di Benjamin, fariseo di Farisei irreprensibile”.
 Teneva veramente a tutte le sue credenziali e per questo quando ha visto nascere all’interno della comunità degli Ebrei una nuova corrente che sembrava una nuova setta – il Cristianesimo- ha voluto perseguitare e cancellare quello che appariva un momento di divisione.
Paolo compare nella Sacra Scrittura per la prima volta negli atti degli Apostoli, dove si racconta di un giovane chiamato Saulo che chiese il permesso di andare a Damasco per perseguitare i Cristiani. Ed è lì che avvenne l’esperienza forte della sua vita: fu accecato lungo il cammino verso Damasco e la tradizione rappresenta questo episodio con l’immagine di Paolo che cade dal suo cavallo. Un aspetto curioso sta nel fatto che nel Nuovo Testamento non si fa menzione del cavallo, ma gli artisti hanno sempre rappresentato il momento della caduta.
 In quell’esperienza ci sono cose molto interessanti. Paolo che credeva di vedere con chiarezza, di avere tutte le certezze, viene colpito proprio nella vista. Questo vuol dire che spesso uno crede di avere tutte le certezze ma in realtà non sta veramente vedendo.
Da qui nasce tutta l’esperienza di Paolo. In questo momento di buio venne chiamato Anania, a cui il Signore disse di andare a battezzare Paolo e Anania inizialmente resistette ma alla fine lo battezzò. Poi il Signore disse a Paolo “Io ti ho scelto per essere un mio testimone davanti a tutte le genti”.
Quindi Paolo ebbe un primo contatto con i discepoli, che hanno guardato verso di lui con un po’ di sospetto. La sua accettazione all’interno della comunità non è avvenuta immediatamente.
Per questo Paolo si ritirò verso il deserto dell’Arabia, per meditare sull’esperienza avuta e per lasciarla crescere.
Anche questo è molto interessante per noi, perché spesso pensiamo che la conversione sia una cosa che avviene automaticamente, da un giorno all’altro, ma purtroppo le cose non funzionano così. Ci vuole tempo e anche sforzo per approfondire e lasciare che quest’esperienza prenda forza dentro di noi.
 Paolo visse la sua esperienza nel momento in cui c’era Barnaba e Barnaba andò a cercarlo a Tarso e lo portò nella comunità di Antiochia di Siria, dove Paolo cominciò a fare vita di comunità all’interno di questa comunità che ha dato il nome di Cristiani ai seguaci di Cristo, prima chiamati discepoli del Nazzareno.
In quella comunità Paolo e Barnaba ricevettero la chiamata di andare a predicare il Vangelo e di rendere testimonianza della Risurrezione. Durante il primo viaggio Paolo e Barnaba portarono con loro Marco, che la tradizione identifica come colui che dopo fu l’interprete di San Pietro a Roma ed è l’autore dell’omonimo Vangelo. Ma poi Marco li abbandonò e quando arrivò il momento del secondo viaggio le strade di Barnaba e di Paolo si separarono e questo divenne l’occasione per diffondere di più il Vangelo, perché Barnaba andò verso Cipro e Paolo verso l’Asia Minore.
In questo modo, passando attraverso la zona di Filippi (oggi la regione di Chetala in Grecia) Paolo entrò in Europa. Poi si diresse verso il centro della cultura – Atene – e lì cercò di convincere i Greci a convertirsi al Cristianesimo, anche utilizzando un approccio filosofico.
Nell’Areopago di Atene disse “Voi adorate un Dio ignoto” e citò i pensatori greci, poi quando arrivò il momento di parlare di Risurrezione i presenti gli dissero che non volevano più ascoltarlo e lui si rese conto che era chiamato non tanto a convincere con gli argomenti quanto ad essere testimone del Vangelo della Risurrezione. Così quando più tardi nella sua vita scrisse ai Corinzi disse “Quando sono venuto in mezzo a voi non sono venuto con grande sapienza ma con umiltà, come testimone del Cristo crocifisso”.
 Paolo ha dovuto imparare qual è il cammino dell’apostolo e questo vale anche per noi, che spesso pensiamo che dobbiamo convincere tutte le persone a forza di argomenti, affinché vedano che noi siamo coloro che posseggono la verità. Ma in realtà è la verità che possiede noi, che ci ha cooptato, e noi siamo suoi servitori. Per tanto quello che siamo chiamati a fare è rendere testimonianza di ciò che abbiamo conosciuto e toccato con le nostre mani, e rendere testimonianza vuol dire avere vissuto un’esperienza. Quindi per essere veri testimoni dobbiamo entrare in profondità in questa esperienza.
Così Paolo cominciò a diffondere il Vangelo. Secondo gli storici la prima cristiana europea fu una donna, Lidia, e dalle parti di Chetala c’è una chiesa dedicata proprio a questa prima cristiana.
Dopo l’ingresso nel continente europeo Paolo viaggiò fino ad arrivare a Roma.
Esiste però un altro viaggio di Paolo, che io definisco il suo viaggio più lungo, ed è quello interiore. Noi di solito parliamo dei viaggi apostolici, ma lui ha fatto un viaggio interiore molto più avventuroso di tutti gli altri: quello di passare dalla religione ebraica al Cristianesimo.
E in questo viaggio credo che abbia scoperto cose che sono state veramente sconvolgenti per lui, perché si era affidato ad una serie di leggi per trovare le certezze – alla dottrina dei Farisei – ma poi dopo l’incontro con Gesù si rese conto che l’uomo non può essere salvato da una serie di cose scritte. Serve un altro uomo, un Dio-uomo, ed è solo nell’incontro con un’altra persona, se questa è Dio stesso, che l’uomo fa veramente un’esperienza piena dell’amore.
 Questo è avvenuto nella vita di Paolo: è stata un’esperienza talmente forte che lui ha sentito il bisogno di condividerla con tutte le persone che incontrava ed è per questo che si è dedicato a viaggiare tanto. Ed è bello vedere che ha avuto, grazie al suo incontro con Cristo, una trasformazione nella sua personalità: all’inizio era un po’ spigoloso come persona, non era facile, ma con il passare del tempo è diventato molto dolce. Se si prendono le sue ultime lettere, quelle a Timoteo, si vede che scrive quasi come un padre anziano a suo figlio, dandogli dei consigli.
Lui stesso dice: “In me la grazia di Dio non è stata vana”. Infatti la grazia di Dio ha saputo ammorbidire questo uomo che era così duro. C’è stata una crescita spirituale nella sua vita, fatta anche di momenti di lotta. Basti pensare che nella lettera ai Romani dice: “Io con il mio spirito e la mia anima voglio fare quello che Dio vuole, ma allo stesso tempo mi trovo a fare quello che non devo fare”. E questa è la lotta che vive ciascuno di noi: spesso sappiamo quello che dobbiamo fare, il problema è che non lo facciamo. Solo Gesù può liberaci.
Paolo, quindi, si affida al Signore e per questo ciascuno di noi, cercando di entrare nella sua esperienza interiore, può trovare tanti spunti per la sua vita.
Paolo ha avuto anche problemi all’interno della Chiesa e credo che anche questo sia molto importante per noi, perché spesso ci sono persone che vivono della difficoltà all’interno della Chiesa e decidono di allontanarsi. Questo, però, non deve succedere. Anche Paolo ha avuto da discutere con Pietro, ma non ha detto “Vado via e mi faccio la mia chiesa”, al contrario ha lottato per l’unità, anche nelle differenze di posizione.
Nella lettera ai Galati dice “Pietro è venuto qui, gli ho detto tutto quello che dovevo dirgli”, ma  rimane fedele a Cristo e alla sua Chiesa.
Queste sono  per noi lezioni di un’attualità enorme. Avendo questa vocazione che il Papa ci ha concesso – di vivere un anno Paolino – noi dobbiamo riscoprire questa figura, conoscerla da vicino e questo dovere incombe soprattutto sui romani, perché Paolo era cittadino romano, ha vissuto in questa città ed ha dedicato una bella lettera di Romani.
 
Paolo a Roma
 Paolo a Roma arrivò come prigioniero. Quando tornò a Gerusalemme, alla fine del suo secondo viaggio, venne preso come prigioniero e da Cesaria Marittima venne trasportato fino a Roma, passando per Malta, Siracusa e Pozzuoli.
Gli storici dicono che nel primo periodo visse nella zona tra Largo di Torre Argentina e Campo de’ Fiori, dove c’è la chiesa di San Paolo alla regola che commemora la sua presenza. La chiesa si trova all’interno del vecchio quartiere dei tessitori: Paolo, infatti, era un tessitore di tende.
Lì visse come prigioniero. In quel tempo le prigioni erano gestite anche da imprese private, c’erano persone che avevano delle carceri e si offrivano di prendere i prigionieri. Anche Paolo finì in una casa privata e fu soggetto a restrizioni. Ebbe anche contatti con la comunità di Roma e da qui cominciarono a sorgere le prime comunità cristiane.
 Poi ci fu un periodo in cui ebbe la possibilità di viaggiare da Roma fino a Santiago: c’è una tradizione in Spagna che ricorda un passaggio di Paolo.
Ma durante la persecuzione di Nerone Paolo si trovava nuovamente a Roma, viveva in una casa che, secondo gli storici, è identificabile con la Chiesa di Santa Maria in via Lata, sull’attuale Via del Corso.
A Roma fu condannato e ucciso, nel luogo in cui sorge oggi l’Abbazia delle Tre fontane, e il suo corpo fu depositato nella attuale Chiesa di San Paolo fuori le mura, dove ancora ci sono il sarcofago e le catene con cui era stato legato.
Un altro luogo importante è il Carcere Mamertino nei Fori imperiali, in cui Paolo e Pietro furono tenuti prigionieri. Pietro venne, poi, crocifisso perché non era cittadino romano, mentre Paolo fu decapitato e, secondo la tradizione, quando gli tagliarono la testa questa rimbalzò facendo sgorgare le tre fontane.
 A Roma ci sono tante testimonianze della presenza di Paolo e dei pellegrini che, sin dal II secondo secolo, venivano a Roma per venerare i resti di Pietro sul colle Vaticano e di Paolo sulla via Ostiense, a San Paolo fuori le mura. E questa tradizione è rimasta ininterrotta fino ai nostri giorni. Nel ricordare la figura di Paolo è bello che anche noi cerchiamo di conoscere questi luoghi, perché sono legati alla sua vita. Per questo noi dell’Opera Romana Pellegrinaggi abbiamo creato un itinerario Paolino da fare con i nostri autobus scoperti bianchi e gialli – si chiamano Roma Cristiana – che girano per la città. All’inizio dell’itinerario si riceve una scheda (la “Paolina”), su cui si attacca un adesivo man mano che si percorrono le diverse tappe.
E’ una piccola proposta per aiutare chi vuole vivere questa esperienza di Paolo a Roma.
 
Itinerari Paolini nel mondo
 Naturalmente ci sono anche molti altri pellegrinaggi che stiamo proponendo sulle orme di Paolo. Quest’anno in particolare proponiamo la possibilità di seguire le sue orme in Turchia, in Grecia e in Siria, dove ci sono ancora la Via Dritta menzionata negli atti degli apostoli e la casa di Anania. La Siria è una nazione islamica, ma molto rispettosa, tanto che il governo siriano ha accolto l’idea del Santo Padre di lanciare l’anno Paolino e lo sta celebrando ufficialmente. Sono stati ripristinati i luoghi legati a San Paolo e si può anche andare alla chiesa che commemora il luogo della sua caduta o alla parte delle mura della città di Damasco da cui Paolo scappò perché cercavano di ucciderlo.
La Siria offre anche un altro dato interessante. Gesù parlava l’aramaico che era la lingua della gente, mentre l’ebraico era la lingua ufficiale della preghiera, e uno dei luoghi del mondo in cui oggi si conserva ancora quella lingua è Malula in Siria. Andare lì a sentire le persone che pregano il Padre Nostro in aramaico ti fa pensare quasi di sentire come Gesù l’avrebbe insegnato ai suoi discepoli.
 Un altro posto interessante è Malta, dove si trova la grotta del naufragio di San Paolo.
L’anno prossimo proporremo a tutte le persone che già hanno fatto l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa di continuare a seguire le orme del Cristianesimo, perché se Gesù è vissuto in Palestina, il passo successivo della Chiesa, subito dopo la risurrezione, fu quello di dar vita ad un movimento che si spinse verso l’Asia Minore, per poi arrivare a Roma.
Quindi se uno vuole veramente sapere come la fede si è diffusa da Gerusalemme fino ai confini della terra può anche seguire la traccia dei viaggi di Paolo e gradualmente arrivare a vedere come la fede è arrivata qui a Roma e da qui, con l’impulso missionario, è poi ripartita per le diverse parti del mondo.
 Credo che questa occasione – che il Papa ha definito ecumenica – sia importante in diversi sensi perché ci dà la possibilità di conoscere le Chiese ortodosse, che condividono con noi tutto tratte il fatto di riconoscere il Papa come capo della Chiesa.
Ci sono diverse tradizioni, perché loro hanno la liturgia di San Giovanni Crisostomo mentre noi utilizziamo quella latina, però è bello imparare anche cose diverse. Anche scoprire la chiesa orientale, che ha sviluppato molto la parte contemplativa.
Giovanni Paolo II parlava di una Chiesa che respira con due polmoni: noi siamo dentro un polmone, conoscere l’altro ci aiuta dal punto di vista ecumenico.
Poi si dovrebbe conoscere anche la Chiesa protestante, che riconosce la figura di Paolo. Anche la polemica di Lutero con Roma era nata dalla lettura della lettera ai Romani.
Credo che soprattutto oggi abbiamo bisogno di conoscere gli altri, perché il mondo sta diventando ‘globalizzato’ e quindi oggi si entra in contatto con realtà diverse ed è importante conoscerle anche per sapere come noi ci poniamo davanti ad esse.
 L’anno Paolino, quindi, ha una valenza ecumenica importante: conoscere la parola di Dio vivendo l’esperienza di Paolo. Questi itinerari che proponiamo sono anche esperienze di viaggi dentro l’anima di Paolo, di questo uomo che non aveva paura, che ha testimoniato fino all’ultimo l’esperienza della risurrezione. Domandarci da dove Paolo prendesse tutta la sua forza permetterà anche a noi di trovare la forza per  testimoniare la nostra fede.
 
Domanda di Don Francesco
Che forma assume questo viaggio interiore a Roma? Come si apre al mistero della risurrezione in questo caso? Per noi rimane un po’ misterioso dagli Atti degli Apostoli.
 
Risposta
Il Cardinale Martini aveva un corso di esegesi spirituale predicato su Paolo e le sue confessioni e iniziava gli esercizi spirituali parlando delle tre fontane. Alla fine della sua vita Paolo compie una specie di ‘retropensiero’, guarda alla sua vita passata. Esaminando i suoi ultimi scritti – per esempio le lettere a Timoteo e a Filemone – ci si accorge della sua trasformazione. Lui stesso dice che si stavano per sciogliere le vele della sua esperienza, in quanto ha visto un nuovo orizzonte che si apriva, l’approssimarsi dell’incontro con Gesù, che lui ha cercato di testimoniare durante la sua vita. E credo che gli anni a Roma, soprattutto il periodo in cui lui, persona attiva, era costretto a stare fermo, sono stati anni di una meditazione interiore di questa esperienza e quasi di preparazione per l’incontro definitivo con il suo destino.
 E’ stato il periodo della maturazione profonda della sua esperienza di Cristo e dagli scritti di quel periodo si vede che era arrivato ad un certo livello di intimità con il Signore. Nella lettera ai Galati dice: “Questa vita che io vivo nella carne la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e salvato”. Si possono trovare alcuni passaggi interessanti: infatti prima parlava del nostro Signore Gesù Cristo, ora parla del mio Signore. Questo indica un ulteriore passaggio nella sua maturazione, perché la sua esperienza non è più solo generica – il nostro Signore – ma personale: il mio Signore.
 
 
La personalità di Paolo
 Alcuni sostengono che Paolo fosse un epilettico, perché scrisse: “Quando io sono venuto in mezzo a voi non mi avete sputato in faccia”. In quel tempo, infatti,  quando uno aveva un attacco di epilessia si pensava che fosse posseduto da uno spirito e si esorcizzava questo spirito sputando in terra.
Poi si dice che avesse una psicologia molto ossessiva, perché era uno che poteva dire Gesù e Cristo anche cinque volte in una stessa frase. Inoltre era uno che quando prendeva una posizione era molto deciso.
Vi dico questo perché noi siamo abituati a vedere i Santi come uomini o donne perfetti, ma in realtà non lo sono. La differenza tra i Santi e noi è che loro sono riusciti anche a valorizzare i loro difetti nell’amore per Dio: per esempio una persona testarda non lo era per se stessa, per motivi egoistici, ma lo era per il Vangelo.
Cito un altro esempio che è molto vicino ai nostri tempi. Madre Teresa di Calcutta – che io ho avuto la grazia di conoscere – era una persona testarda, anche difficile, perché quando aveva un’idea in testa non c’era niente da fare. Questo sarebbe stato un difetto se lo avesse utilizzato per se stessa, invece lei era riuscita trasformarlo nella sua preoccupazione per aiutare i poveri e quello che normalmente è un difetto in una persona come lei è divento forse una virtù.
 Anche noi quando stiamo facendo il nostro cammino spirituale a volte siamo ossessionati dal desiderio di cancellare i nostri difetti per diventare persone perfette, ineccepibili. Invece la cosa importante è riuscire a far crescere tanto l’amore di Dio e l’amore verso il prossimo in modo che possano prendere il sopravvento sulle nostre limitazioni.
Questo è il segreto della vera ricerca della santità e noi lo vediamo in figure come Paolo e Pietro: analizzando le loro figure si vede che sono stati uomini fatti della stessa pasta di ciascuno di noi, però loro hanno preso sul serio l’esperienza della risurrezione.
Noi purtroppo ci siamo abituati, ma mai nella storia dell’umanità si è registrata una risurrezione, che è una trasformazione. Gesù risorto è uno che non ubbidisce alle leggi dello spazio e del tempo e questo rende il Cristianesimo unico all’interno di tutte le religioni storiche, perché il Signore è risorto e vive fuori e, allo stesso tempo, dentro il tempo e lo spazio.
Quando preghiamo Gesù oggi stiamo pregando una persona di 2000 anni fa, che allo stesso tempo è un nostro contemporaneo. Gesù vive in mezzo a noi.
Se noi leggiamo il momento della caduta di Paolo lungo il cammino di Damasco, vediamo che lui ha sentito dentro una voce che gli domandava: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. In realtà Paolo non stava perseguitando Gesù, ma i Cristiani. Quindi si rende conto che Gesù vive nei suoi Cristiani e nella sua Chiesa.
 C’è una identificazione della continuità della presenza del Signore nella vita della sua Chiesa e dei suoi fedeli e questo per Paolo è stata come un’esplosione, nella testa e nel cuore, che ha portato alla sua grande trasformazione.
Purtroppo per noi, che le sentiamo tutti i giorni, queste cose perdono la loro forza. Dobbiamo soffermarci sulle parole della salvezza e la salvezza vuol dire liberare dal male, che c’è in noi e attorno a noi. Queste sono parole capaci di salvare.
L’invito è a pregare Paolo, perché ci faccia vivere un briciolo dell’esperienza che lui ha vissuto, perché se lo viviamo la nostra vita ci trasformerà.
Leggendo l’inno alla carità ci si domanda come una persona possa arrivare a tutto questo, quando noi ci arrabbiamo appena uno ci calpesta i piedi. Questo succede quando uno è veramente riuscito ad entrare nella profondità dell’esperienza di Cristo, che è capace di cambiare questo mondo.
E l’anno Paolino ci dovrebber innovare.
Il Cristianesimo in fondo è una esperienza gioiosa, forse noi l’abbiamo reso un po’ cupo, invece dovremmo essere persone gioiose. Paolo dice: “Chi ci separerà dall’amore di Dio? La morte?” Nemmeno quella! E riscoprire questo Cristianesimo dei nostri primi Cristiani ci dà questa gioia di viverlo.
Io vengo da un paese in cui la chiesa cattolica ha solo 120 anni di presenza ufficiale e sono nato in un contesto in cui avevo amici musulmani, protestanti e cattolici. Noi cattolici sentivamo fortemente la nostra identità ed eravamo orgogliosi di esserlo. Forse le chiese giovani ancora hanno questa grinta, noi dobbiamo riscoprire questa gioia della fede, che è un grande dono.
Nessuno può fare nulla per meritare questo grande dono se non la misericordia di Dio che ce lo concede.
 
Domanda
Da dove parte l’itinerario Paolino a Roma?
Risposta
In genere i nostri pullman partono da San Pietro. L’esperienza di Paolo a Roma è legata molto anche a quella di Pietro: il Papa disse che come Remo e Romolo sono i fondatori della Roma antica così Paolo e Pietro sono le colonne della Roma cristiana. A San Pietro abbiamo degli uffici ed è lì che si prendono le “Paoline”. Se ci sono dei gruppi possiamo anche fare in modo di organizzare con un animatore pastorale che aiuti a vivere meglio l’esperienza del cammino Paolino.
 
Domanda
Sentendo parlare di San Paolo viene quasi da pensare che sia stato quello che ha dato più fondamenti ideologici alla Chiesa. Perché allora San Pietro è sempre il primo a cui si fa riferimento?
Risposta
Pietro ricopre quel ruolo non perché glielo abbiano dato gli uomini, ma perché Gesù l’ha scelto. Gesù ha detto a Pietro: “Tu sei la roccia e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa”. Poi, dopo la risurrezione, dopo che Pietro lo aveva rinnegato, il Signore lo conferma dicendo: “Pasci i miei agnelli”.
Quindi il ruolo di Pietro è per vocazione. Per me questa è una delle prove dell’autenticità del Vangelo, perché se i vangeli, come qualche autore moderno dice, fossero stati costruiti per raccontare delle storie, avrebbero cercato di fare bella la figura del primo Papa, invece Pietro viene descritto in tutti i suoi difetti.
 Il suo ruolo come capo della chiesa è stato disegnato da Gesù stesso e tutti l’hanno riconosciuto. Anche Paolo, dopo la sua esperienza, ha detto: “Io sono andato a Gerusalemme e non vidi nessuno degli altri apostoli tranne Cefa e Giacomo”.
Effettivamente Paolo aveva una base culturale più ampia, era cittadino romano, aveva vissuto in Grecia e aveva studiato la teologia ebraica. Aveva più strumenti e anche il suo vocabolario è più ricco di quello degli altri. Ma il Signore aveva consegnato a Pietro questo ruolo e il suo primato fu sempre riconosciuto, perché non era il frutto di un voto espresso dagli uomini, ma gli era stato dato dal Signore.
 
Intervento
Infatti si legge che Paolo non è un costruttore di chiese ma un suscitatore di comunità ecclesiali.
Risposta
Si, Paolo costituiva queste comunità e poi inviava le lettere per mantenere un contatto, per sostenerle nella fede. Paolo si autodefiniva l’ultimo degli apostoli.
 
Domanda
Si sa che nella persecuzione contro i Cristiani Paolo mettesse tutto se stesso, perché pensava che fossero dei bestemmiatori, e quindi doveva difendere il Dio in cui lui credeva e l’amore per il suo Dio. Potrebbe essere che nel momento della caduta, della conversione, riconoscendo Gesù come il suo Dio, lui abbia usato quella stessa forza per evangelizzare?
Risposta
Si, potrebbe essere. Gli altri apostoli ci descrivono Paolo come una persona energica, pertanto quando perseguitava lo faceva con forza. Ha dovuto sopportare naufragi, fame, flagellazioni e tante altre sofferenze e credo che ci voglia qualcosa di sovraumano per sopportare tutto questo.
Tutti noi sappiamo che arriva un momento in cui uno si domanda “chi me lo fa fare?” e osservando  quanto Polo abbia spinto se stesso per andare avanti, si vede che lui stesso dice: “Conosco colui in cui io ho posto la mia fiducia, è lui che mi dà la forza”.
 
Domanda
Quanto la conoscenza di Cristo da parte di Paolo è dovuta alla visione che ha avuto e quanto invece alla conoscenza della sua vita attraverso gli apostoli?
Risposta
Noi non sappiamo nemmeno quanto è durata quella visione, sappiamo solo che è stato un momento di luce, che lo ha accecato. Sappiamo anche che più tardi ha avuto qualche esperienza mistica, che lui stesso descrive. Leggendo le sue lettere non troviamo molti dettagli della vita di Gesù, sembrerebbe quindi che lui abbia imparato dalle persone che aveva attorno, dal contatto con la comunità. La sua conoscenza con Gesù, però, è soprattutto frutto di una meditazione profonda di quello che lui ha imparato e vissuto nella propria vita.
I primi tre vangeli sono più storici, nel senso che sono racconti, quello di Giovanni invece è più teologico, perché trasmette le sue riflessioni. Anche Paolo nei suoi scritti non racconta fatti ma esprime l’esperienza che ha vissuto.
 
Domanda
Possiamo dire che la forza che Paolo aveva prima della conversione derivava dal rapporto con Dio attraverso l’osservanza della legge e che dopo la sua forza derivava dalla conoscenza dell’amore di Cristo?
Risposta
Si, Paolo stesso quando scrive sulla legge è molto critico. E questo è interessante anche per noi.
La legge non salva, ma ti rende schiavo e nell’incontro con Cristo Paolo ha visto che l’amore è più forte della legge e ti rende libero. Questo è stato il grande impulso della vita di Paolo ed è lo stesso anche per noi. Non sono i comandamenti che ci salvano, i comandamenti sono dei precetti che ci aiutano a preservare il grande dono che abbiamo ricevuto.
 Mosé salì sulla montagna e incontrò Dio, che aveva scelto questo popolo come suo popolo, con cui stabilire un’alleanza e per conservare questa amicizia era necessario non fare certe cose. Infatti la seconda parte del decalogo contiene tutti comandamenti negativi. Alla base di questi comandamenti c’è la nostra amicizia con il Signore e noi li osserviamo perché ci teniamo a questo rapporto e non vogliamo rovinarlo. Questo dà senso ai comandamenti, perché altrimenti la legge diventa un fardello pesante e vuoto. E’vero che appena ne abbiamo l’occasione li mettiamo da una parte, ma se noi custodiamo il nostro rapporto con il Signore come qualcosa di prezioso, allora faremo di tutto per conservarlo, farlo crescere e non fare niente che possa nuocergli in nessun modo.
 
Intervento
La profondità e la vastità di Paolo sono senza limiti e confini, ma la sua grandezza sta nella sua unione con Cristo e io la vedo specialmente in due punti: quando dice “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” e poi quando parla della carità. Questi due punti mi riassumono tutta la sua grandezza.
Risposta
Ha toccato due punti fondamentali. Questa è la bellezza della fede cristiana: l’amore verso Dio che si manifesta nell’amore verso la creatura in cui Dio ha depositato la sua immagine. E il cristiano vero, innamorato di Dio, amando Dio ama tutti gli uomini, perché ogni uomo è fatto a sua somiglianza ed è per questo che San Giovanni dice che chi dice di amare Dio e odia suo fratello è un bugiardo.
La nostra sfida da Cristiani, quindi, è mantenerci su questi due aspetti che sono un binario unico da percorrere: l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo.
Matteo ci dice che alla fine della vita, quando noi verremo giudicati, il Signore ci dirà: “Ero forestiero, ero nudo, ero in prigione, quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”.
 Pertanto l’amore verso il prossimo diventa anche una manifestazione del nostro amore. Un Cristiano, però, non può dimenticare l’amore verso Dio e andare sul sociale, perché alla fine noi siamo chiamati ad amare il prossimo come Dio lo ama ed è questo che ci permette di poter amare anche quelli che ci fanno del male: amare l’altro nonostante se stesso. Noi non amiamo il prossimo per i suoi meriti ma perché l’amiamo in Dio.
C’è un aneddoto molto bello del cardinale di Kinshasa. C’erano dei conflitti tra Musulmani e Cristiani ed alcune persone hanno perso la vita, lui era molto arrabbiato perché alcuni Cristiani erano morti e mi disse: “Sai io non ce l’ho con i Musulmani, ma ce l’ho con il Signore che mi ha detto che li devo amare”.
Nostro Signore ci ha detto questo. La vita in Cristo e l’inno alla carità sono le due dimensioni della nostra fede.

Affresco dell’aspetto antico della basilica costantiniana di san pietro nel IV secolo.

basiliche

Publié dans:immagini sacre |on 18 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

UFFICIO DELLE LETTURE DEL 18/11/2013 – DEDICAZIONE DELLE BASILICHE DEI SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI

http://www.reginamundi.info/liturgia-delle-ore/ufficiodelleLetture.asp?codice=2922&gg=2&cal=690

UFFICIO DELLE LETTURE DEL 18/11/2013 | LITURGIA DELLE ORE

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO  – DEDICAZIONE DELLE BASILICHE DEI SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI

INVITATORIO
V. Signore, apri le mie labbra
R. e la mia bocca proclami la tua lode.

Antifona
Dinanzi al volto del Signore
cantiamo la sua lode.

SALMO 94 Invito a lodare Dio
( Il Salmo 94 può essere sostituito dal salmo 99 o 66 o 23 )
Esortandovi a vicenda ogni giorno, finché dura « quest’oggi » (Eb 3,13).

Si enunzia e si ripete l’antifona.

Venite, applaudiamo al Signore, *
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, *
a lui acclamiamo con canti di gioia (Ant.).

Poiché grande Dio è il Signore, *
grande re sopra tutti gli dèi.
Nella sua mano sono gli abissi della terra, *
sono sue le vette dei monti.
Suo è il mare, egli l’ha fatto, *
le sue mani hanno plasmato la terra (Ant.).

Venite, prostràti adoriamo, *
in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.
Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, *
il gregge che egli conduce (Ant.).

Ascoltate oggi la sua voce: †
« Non indurite il cuore, *
come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,

dove mi tentarono i vostri padri: *
mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere (Ant.).

Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione †
e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato, *
non conoscono le mie vie;

perciò ho giurato nel mio sdegno: *
Non entreranno nel luogo del mio riposo » (Ant.).

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen (Ant.).

Inno
O Trinità beata,
oceano di pace,
la Chiesa a te consacra
la sua lode perenne.

Padre d’immensa gloria,
Verbo d’eterna luce,
Spirito di sapienza
e carità perfetta.

Rovéto inestinguibile
di verità e d’amore;
ravviva in noi la gioia
dell’agape fraterna.

O principio e sorgente
della vita immortale,
rivelaci il tuo volto
nella gloria dei cieli. Amen.

I Antifona
Salvami, Signore,
per la tua misericordia.

SALMO 6 L’uomo nella prova implora la misericordia di Dio.
Ora l’anima mia è turbata … Padre, salvami da quest’ora (Gv 12, 27).

Signore, non punirmi nel tuo sdegno, *
non castigarmi nel tuo furore.
Pietà di me, Signore: vengo meno; *
risanami, Signore: tremano le mie ossa.

L’anima mia è tutta sconvolta, *
ma tu, Signore, fino a quando?
Volgiti, Signore, a liberarmi, *
salvami per la tua misericordia.

Nessuno tra i morti ti ricorda. *
Chi negli inferi canta le tue lodi?

Sono stremato dai lunghi lamenti, †
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, *
irroro di lacrime il mio letto.

I miei occhi si consumano nel dolore, *
invecchio fra tanti miei oppressori.

Via da me voi tutti che fate il male, *
il Signore ascolta la voce del mio pianto.

Il Signore ascolta la mia supplica, *
il Signore accoglie la mia preghiera.
Arrossiscano e tremino i miei nemici, *
confusi, indietreggino all’istante.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

I Antifona
Salvami, Signore,
per la tua misericordia.

II Antifona
Dio, rifugio del povero
nel tempo dell’angustia!

SALMO 9 A, 1-11 [I] Ringraziamento per la vittoria
E di nuovo verrà a giudicare i vivi e i morti.

Ti loderò, Signore, con tutto il cuore *
e annunzierò tutte le tue meraviglie.
Gioisco in te ed esulto, *
canto inni al tuo nome, o Altissimo.

Mentre i miei nemici retrocedono, *
davanti a te inciampano e periscono,
perché hai sostenuto il mio diritto e la mia causa; *
siedi in trono giudice giusto.

Hai minacciato le nazioni, †
hai sterminato l’empio, *
il loro nome hai cancellato in eterno, per sempre.

Per sempre sono abbattute le fortezze del nemico, *
è scomparso il ricordo
delle città che hai distrutte.

Ma il Signore sta assiso in eterno; *
erige per il giudizio il suo trono:
giudicherà il mondo con giustizia, *
con rettitudine deciderà le cause dei popoli.

Il Signore sarà un riparo per l’oppresso, *
in tempo di angoscia un rifugio sicuro.
Confidino in te quanti conoscono il tuo nome, *
perché non abbandoni chi ti cerca, Signore.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

II Antifona
Dio, rifugio del povero
nel tempo dell’angustia!

III Antifona
Dirò le tue lodi, Signore,
nell’assemblea del tuo popolo.

SALMO 9 A, 12-21 [II] Ringraziamento per la vittoria
Cantate inni al Signore, che abita in Sion, *
narrate tra i popoli le sue opere.
Vindice del sangue, egli ricorda, *
non dimentica il grido degli afflitti.

Abbi pietà di me, Signore, †
vedi la mia miseria, opera dei miei nemici, *
tu che mi strappi dalle soglie della morte,

perché possa annunziare le tue lodi, †
esultare per la tua salvezza *
alle porte della città di Sion.

Sprofondano i popoli
nella fossa che hanno scavata, *
nella rete che hanno teso
si impiglia il loro piede.

Il Signore si è manifestato, ha fatto giustizia; *
l’empio è caduto nella rete,
opera delle sue mani.

Tornino gli empi negli inferi, *
tutti i popoli che dimenticano Dio.
Perché il povero non sarà dimenticato, *
la speranza degli afflitti non resterà delusa.

Sorgi, Signore, non prevalga l’uomo: *
davanti a te siano giudicate le genti.
Riempile di spavento, Signore, *
sappiano le genti che sono mortali.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

III Antifona
Dirò le tue lodi, Signore,
nell’assemblea del tuo popolo.

Versetto
V. Fammi capire, e osserverò la tua legge,
R. la custodirò con tutto il cuore.

PRIMA LETTURA
Dal libro del profeta Gioele 4,1-3.9-21

Giudizio finale e felicità eterna
Così dice il Signore:
«Ecco, in quei giorni e in quel tempo,
quando avrò fatto tornare i prigionieri
di Giuda e Gerusalemme,
riunirò tutte le nazioni
e le farò scendere nella valle di Giòsafat,
e là verrò a giudizio con loro
per il mio popolo Israele, mia eredità,
che essi hanno disperso fra le genti
dividendosi poi la mia terra.
Hanno tirato a sorte il mio popolo e hanno dato un fanciullo in cambio di una prostituta, han venduto una fanciulla in cambio di vino e hanno bevuto.
Proclamate questo fra le genti:
chiamate alla guerra santa,
incitate i prodi,
vengano, salgano tutti i guerrieri.
Con le vostre zappe fatevi spade
e lance con le vostre falci,
anche il più debole dica: io sono un guerriero!
Svelte, venite, o genti tutte, dai dintorni
e radunatevi là!
Signore, fa’ scendere i tuoi prodi!
Si affrettino e salgano le genti
alla valle di Giòsafat,
poiché lì siederò per giudicare
tutte le genti all’intorno.
Date mano alla falce,
perché la messe è matura;
venite, pigiate,
perché il torchio è pieno
e i tini traboccano …
tanto grande è la loro malizia!
Folle e folle
nella Valle della decisione,
poiché il giorno del Signore è vicino
nella Valle della decisione.
Il sole e la luna si oscurano
e le stelle perdono lo splendore.
Il Signore ruggisce da Sion
e da Gerusalemme fa sentire la sua voce;
tremano i cieli e la terra.
Ma il Signore è un rifugio al suo popolo,
una fortezza per gli Israeliti.
Voi saprete che io sono il Signore
vostro Dio
che abito in Sion, mio monte santo,
e luogo santo sarà Gerusalemme;
per essa non passeranno più gli stranieri.
In quel giorno
le montagne stilleranno vino nuovo
e latte scorrerà per le colline,
in tutti i ruscelli di Giuda
scorreranno le acque.
Una fonte zampillerà dalla casa del Signore
e irrigherà la valle di Sittim.
L’Egitto diventerà una desolazione
e l’Idumea un brullo deserto
per la violenza contro i figli di Giuda,
per il sangue innocente sparso nel loro paese,
mentre Giuda sarà sempre abitato
e Gerusalemme di generazione in generazione.
Vendicherò il loro sangue, non lo lascerò impunito
e il Signore dimorerà in Sion».

Responsorio Breve Gl 4, 18; Ap 22, 17.1
R. Le montagne stilleranno vino nuovo, in tutti i ruscelli di Giuda scorreranno le acque; una fonte zampillerà dalla casa del Signore. * Chi ha sete, venga; chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita.
V. L’angelo mi mostrò un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello.
R. Chi ha sete, venga; chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita.

SECONDA LETTURA
Dal Trattato «La remissione» di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo
Lib. 2,11,2- 12,1.34; CCL 91 A,693-695)

Chi vincerà non sarà colpito dalla seconda morte
«In un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati» (1Cor 15,52). Quando dice «noi» Paolo mostra che con lui conquisteranno il dono della futura trasformazione coloro che insieme a lui e ai suoi compagni vivono nella comunione ecclesiale e nella vita santa. Spiega poi la qualità di tale trasformazione dicendo: «È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità» (1Cor 15,53). In costoro allora seguirà la trasformazione dovuta come giusta ricompensa a una precedente rigenerazione compiuta con atto spontaneo e generoso del fedele. Perciò si promette il premio della rinascita futura a coloro che durante la vita presente sono passati dal male al bene.
La grazia prima opera, come dono divino, il rinnovamento di una risurrezione spirituale mediante la giustificazione interiore. Verrà poi la risurrezione corporale che perfezionerà la condizione dei giustificati. L’ultima trasformazione sarà costituita dalla gloria. Ma questa mutazione sarà definitiva ed eterna.
Proprio per questo i fedeli passano attraverso le successive trasformazioni della giustificazione, della risurrezione e della glorificazione, perché questa resti immutabile per l’eternità.
La prima metamorfosi avviene quaggiù mediante l’illuminazione e la conversione, cioè col passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla giustizia, dalla infedeltà alla fede, dalle cattive azioni ad una santa condotta. Coloro che risuscitano con questa risurrezione non subiscono la seconda morte. Di questi nell’Apocalisse è detto: «Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte» (Ap 20,6).
Nel medesimo libro si dice anche: «Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte» (Ap 2,11). Dunque, come la prima risurrezione consiste nella conversione del cuore, così la seconda morte sta nel supplizio eterno. Pertanto chi non vuol esser condannato con la punizione eterna della seconda morte s’affretti quaggiù a diventare partecipe della prima risurrezione. Se qualcuno infatti durante la vita presente, trasformato dal timore di Dio, si converte da una vita cattiva a una vita buona, passa dalla morte alla vita e in seguito sarà anche trasformato dal disonore alla gloria.

Responsorio Breve Col 3,3-4; Rm 6,11
R. Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, * anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
V. Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù:
R. anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.

Orazione
Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per il nostro Signore.

R. Amen.
Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio.

Publié dans:DEDICAZIONE DI UNA CHIESA |on 18 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

L’OPERA RICONCILIATRICE DI CRISTO SECONDO SAN PAOLO

http://win.dehon.it/scj_dehon/cuore/articles/texts/artic_011_it.pdf
L’OPERA RICONCILIATRICE DI CRISTO SECONDO SAN PAOLO
Joseph Kuate, scj 
 
INTRODUZIONE
La storia della salvezza come quella dell'umanità e di ogni uomo è fatta di cadute e di rialzi, di fedeltà e d'infedeltà a Dio. L'argomento che tratteremo è l’opera della riconciliazione di Cristo secondo le epistole di San Paolo. È ad un esercizio teologico sul fronte dell’esegesi che ci consegneremo. Con questo lavoro vogliamo comprendere come San Paolo spiega il ruolo di Cristo nel ristabilimento della relazione tra l'uomo e Dio. Infatti, parlare della riconciliazione suppone che all’inizio ci sia stato rottura di relazione. Innanzitutto ci chiederemo in che ha consistito questa rottura. Quale è la sua causa e quali sono le sue conseguenze? Dopo avere risposto a quest'interrogazioni vedremo in che è consistita la riconciliazione del Cristo nella storia della salvezza e ciò che essa significa per noi oggi, secondo l'apostolo Paolo. 
 
1. LA ROTTURA DELL'UOMO CON DIO. 
“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3, 23). questa frase esprime la causa di un bisogno di riconciliazione. Abbiamo da un lato, il peccatore o l'umanità con il suo peccato e dall'altro, Dio che priva quest'umanità della sua grazia a causa del peccato. Il peccato è allora la causa della rottura. 
1.1. IL PECCATO, CAUSA DI ROTTURA DELL'UOMO CON DIO. 
Secondo Mgr Ndongmo, per Paolo, si tratta di due tipi di peccato: prima, il peccato 
originale causato dalla disobbedienza di Adamo a Dio che fa che ogni uomo nasca privato di 
grazia, con una natura propensa al male e portante in lui le ferite di questo peccato. "la colpa 
di un solo ha avuto per conseguenza la morte di molto..." "(Rm 5,.15)." ", il peccato è entrato 
nel mondo da uno solo uomo, Adamo. E il peccato ha potato con sé la morte. Di conseguenza 
la morte passa su tutti gli uomini perché tutti hanno peccato "(Rm 5, 12)." Il peccato designa 
in seguito in Paolo, il peccato attuale che proviene dall'antagonismo tra la legge e le tendenze 
egoiste della carne (Cf Rm 7.7-8) 
1.2. - conseguenze del peccato. 
Il peccato ha delle ripercussioni nocive non soltanto su Dio che viene offeso, ma anche e soprattutto sul peccatore stesso. 
1.1.2.- Le conseguenze del peccato su Dio. 
Il peccato ha attizzato la rabbia di Dio (Rm 1, 18). Dio ha abbandonato il peccatore alle passioni del suo cuore che lo portano a delle pratiche che lo deteriorano, in modo che degrada il suo corpo (Rm 1, 24). Conoscendo la sentenza che Dio dichiara suscettibile di morte il peccatore, l’empio continua ad agire male, non soltanto egli commette cattive azioni, ma anche approva coloro che le commettono (Rm 1, 23). E per questo che Dio lo priva della sua grazia (Rm 3, 2b). 1
 Cf Mgr DONGMO, A., Le Salut de Dieu selon Saint Paul, Edition Pauline, Montréal 1978, P. 52-54 2
 
1.2.2- Le conseguenze del peccato sull'uomo. 
Con il peccato l'uomo si pone come nemico di Dio e dei suoi simili. Infrange congiuntamente il doppio comandamento di Cristo: "amerai il Signore tuo Dio di tutto il cuore, di tutta l’anima e di tutta tua forza... amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12, 30-31). Con il peccato, l'uomo diviene idolatre (Rm 1, 23), bestemmiatore, empio (1 Tm 1, 
9), profanatore (2 Tm 3, 2), fiero, arrogante, fanfarone (Rm 1, 30). Tuttavia, le conseguenze del peccato d'uomo non ricadono soltanto sulla sua relazione con Dio, ma anche sulle sue relazioni con lui stesso e con i suoi simili. Il peccato rende l'uomo impudico (1 Cor.5, 9-11), adultero, dissoluto, perverso o omosessuale (1 Cor. 6,9) cupide, avaro, disoneste (1 Cor. 6.10) disobbedente ai genitori (2 Tm 3,2), parricida, matricida (1 Tm 1, 9), spietato, irato, maldicente, pettegolo, insolente, egoista, ingrato, trafficante d'uomo, incapace di amare… (Rm 1, 30). Così, il peccato dell'uomo comporta delle conseguenze sotto duplice aspetto: anzitutto, attizza la rabbia di Dio e lo porta a privare 
il peccatore della sua grazia, in seguito, deteriora l'uomo opponendolo a Dio ed i suoi simili. Infatti, richiede il ristabilimento dei legami tra l'uomo e Dio da un lato, l'uomo ed i suoi simili dall'altro: La riconciliazione portata da Cristo. Quale è il procedimento di questa riconciliazione secondo San Paolo ? Tale sarà l’oggetto della seconda parte. 
 
2. L’OPERA RICONCILIATRICE DI CRISTO. 
Questa opera per San Paolo è progressiva e passa attraverso tre tappe. Infatti, Dio agisce come un pedagogo. Si parla dell'economia di Dio nella storia della salvezza. Le tre tappe sono: la decisione di Dio, l'incarnazione di Cristo ed infine la sua morte ed la sua risurrezione. 
2.1- La decisione di Dio. 
È Dio che affida l'opera della riconciliazione a Cristo. "…Ma, quando fu giunto il tempo stabilito, Dio mandò suo figlio..." "(Gal 4,4). Allora è a partire da un piano stabilito da Dio, maturato dal suo amore e dalla sua misericordia (Tt 3,4-5), che Dio decide di mandare Cristo a riconciliare il mondo con lui. "(Il Padre del nostro signore Gesù) ci ha fatto 
conoscere il segreto progetto della sua volontà, quella che fin dal principio generosamente aveva deciso di realizzare per mezzo di Cristo." (Eph.1, 9-10). Questa intenzione è di riportare l'umanità decaduta a Dio in previsione della riconciliazione. 
2.2. - l'incarnazione del Cristo: prima tappa della riconciliazione. Per portare l'umanità decaduta a Dio per la riconciliazione, c’è stato bisogno che Cristo facesse una strada che i teologi chiamano la "kenosi". Si tratta dell'abbassamento di Cristo o della rinuncia alle sue prerogative divine. Anzi tutto, di condizione divino come è 
stato da allora sempre, Cristo si è annientato (Ph.2,6) prendendo la carne dell'uomo peccatore. "Dio mandò i suo figlio in una condizione simile a quella della nostra di uomini peccatori..." (Rm 8,3). “E nato da una donna, e fu sottoposto alla legge per liberare quelli che erano sotto la legge e farci figli di Dio..." "(Gal.4.4-5). Non soltanto Cristo ha preso la condizione di peccatore, ma anche, si umiliò prendendo la condizione dello schiavo," obbedendo fino alla morte e la morte della croce "(Eph 2, 7-8). Con l'incarnazione, Cristo riveste una doppia natura: la natura umana e la natura divina, con le quali serve di ravvicinamento tra Dio e 
3 l'uomo. È l'inizio dell’opera riconciliatrice di Dio. Il Verbo di Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventasse figlio di Dio, dirà sant’Ireneo di Lione. Occorreva infatti che il mediatore di Dio e degli uomini, con la sua affinità con le due 
parti, le riportasse nell'amicizia e l'armonia... infatti, come potremmo noi, partecipare alla figliolanza adottiva, se non avessimo ricevuto la comunione con lui, mediante il figlio suo? Se il suo Verbo non fosse entrato in comunione con noi, diventando carne? Per questo appunto passò attraverso tutte le età restituendo a tutti, la comunione con Dio
2.3- Morte e risurrezione di Cristo, opera propriamente detta della riconciliazione. 
In molte religioni, la riconciliazione tra la divinità e gli uomini è realizzata attraverso un atto sacrificale. Si offre una vittima per ottenere il perdono di Dio o delle divinità nel caso del politeismo. La colpa merita la morte del peccatore, si supplica dunque le divinità di prendere gli animali al posto del fautore. Nella religione ebraica, sono gli agnelli che erano offerti in olocausto. Cristo si è offerto in olocausto come l'agnello, la vittima, per espiare il peccato dell'umanità e l’ha riscattata dalla maledizione che pesava su di lei. "Dio ha voluto essere pienamente presente in lui ( Cristo), e per mezzo di lui ha voluto fare amicizia con tutte le cose quelle della terra e con quelle del cielo; per mezzo della sua morte sulla croce Dio ha fatto pace con tutto". (Col 1,19-20). Risulta qui che l’opera di Cristo era di riconciliare 
tutti gli esseri con Dio, mediante il suo sangue versato sulla croce. La morte e la risurrezione di Cristo hanno dunque una portata non soltanto umana, ma anche cosmica. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza 21di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio "Rm 8, 19-21. Per la sua doppia natura, Cristo l’abbiamo detto, ha iniziato la riconciliazione. La completa pagando con il sangue della sua croce, il debito che pesava sull'umanità in particolare e l'universo in generale e gli impediva di fare la pace con Dio. 
 2.3.1-Senso della morte e della risurrezione del Cristo secondo San Paolo 
 "Noi crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù , Nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione."Rm 4, 24-25. Per Paolo, Cristo è morto per i nostri peccati. Nella sua passione e la sua morte, erano le nostre sofferenze che sopportava. “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede."Gal 3, 13-14." La morte di Cristo non servirebbe a nulla se fosse restato nella tomba. " “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e apparve a Cefa e quindi ai 
Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli. "1 Cor. 15, 4-5." La morte del Cristo è diventata salutare per noi. La croce si è trasformata dunque in oggetto di salvezza e ha cessato di essere oggetto di maledizione, poiché ha condotto alla risurrezione. Poiché il primo Adam ha introdotto la morte nel mondo con il suo peccato è stato necessario che Cristo, 
 SAN IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, Edizione Cantagalli, Siena 1957, P. 310
4 secondo Adam, passasse con la stessa morte per riscattarci dal peccato. La morte e la croce sono diventati per noi, cammini per la salvezza o la risurrezione. " 
Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù."Rm 6, 5-11." 
2.3.2- Gratuità dell'opera riconciliatrice di Cristo. Ci si potrebbe chiedere per quale vantaggio Dio ha fatto soffrire il suo figlio per noi peccatori. Per Paolo, è per pura bontà che Dio ha mandato il suo figlio e che ha sofferto per riconciliarci con lui e tra noi peccatori. Siamo stati giustificati o meglio riconciliati con Dio, non in virtù di qualunque opera buona che abbiamo potuto compiere, neppure la pratica della legge, ma gratuitamente. Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché 
giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna...." (Tt 3.4-5) L’opera della riconciliazione di Cristo è come dice Mgr Ndongmo, un atto di clemenza, di perdono immeritato che Dio accorda gratuitamente all'uomo peccatoreEravamo ancora peccatori ed attendevamo con pazienza la nostra condanna, quando Cristo ha fatto improvvisamente questa grazia di riscattarci: Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi 
ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. (Rm 5, 6-8). Dinanzi a tale opera grandiosa, quale deve essere il nostro atteggiamento? 
Cosa ci consiglia Paolo? 
2.3.3- Il nostro atteggiamento all'opera riconciliatrice di Cristo secondo Paolo. " Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. "(Rm 6,4). La coscienza che siamo morti e resuscitati in Cristo on il battesimo, deve stimolarci a condurre una nuova vita. Questa vita consiste a non vivere più sotto l'influenza del peccato per attizzare la rabbia di Dio. 
 Cf Mgr DONGMO, A., Op. cit., P.127-128
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l'ira di Dio su coloro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. (Col 3, 5-10). La vita nuova non consiste soltanto nel respingere il peccato ma anche nell’avere le stesse disposizioni di Cristo. Si tratta di: - Restare allegri e di indirizzare preghiere a Dio incessantemente (1 Th 5, 16-17). Attraverso, la preghiera, lo Spirito di Gesù prega in noi e per noi e produce in noi le 
sensazioni di Gesù (Ph 2, 5-6) - Offrire sempre un culto spirituale a Dio ed evitare il conformismo al mondo 
presente: Vi esorto dunque, fratelli miei, con la misericordia di Dio, ad offrire le vostre persone in ostia viva, santa, piacevole a Dio: È il culto spiritoso che dovete rendere. E non modellatevi sul mondo presente, ma che il rinnovo del vostro giudizio vi trasformi e vi faccia distinguere quale è la volontà di Dio, cosa che è buono, cosa che gli soddisfa, cosa che è perfetta. (Rm 12, 1-2). - Vivere un amore di Dio che si diffonde nei nostri cuori con lo Spirito che ci fu dato 
al battesimo (Rm 5, 5), ma anche nell'amore dei fratelli mettendo ciascuno al servizio della carità i vari doni che abbiamo ricevuti dallo Spirito (1 cor l3)." - Rivestire le disposizioni del Cristo consiste nel diventare anche noi i servi della riconciliazione al suo seguito. "Infatti Dio senza tenere conto dei nostri peccati ha fatto di noi li agenti del messaggio della riconciliazione." (2 Cor.5.19). Dobbiamo seguendo il Cristo, proclamare la buona notizia della salvezza; che ormai tutti gli uomini possono ottenere il riscattato dei loro peccati, se hanno fede nella morte e la risurrezione di Cristo ed accettano di seguirlo.
CONCLUSIONE 
In definitiva, l’opera riconciliatrice del Cristo secondo San Paolo, è l'applicazione del disegno d'amore di Dio attraverso Cristo, che consiste nel riportare a Dio, l'umanità e l'universo decaduti a causa del peccato originale e del peccato attuale. Infatti, il peccato originale come il peccato attuale, priva il peccatore della grazia di Dio e si trova diviso tra il 
bene che vuole fare e non lo fa ed il male che odia ed lo fa al contrario (Rm 7, 14-26). Cristo, secondo Paolo è quello che restaura la grazia persa a causa del peccato: Innanzitutto con la sua incarnazione, avvicina Dio e l'uomo con la sua doppia natura, che serve così di mediazione. In seguito, con la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione, riscatta 
l'umanità e la natura intera dalla dannazione che pesava su di loro dopo il peccato e dà loro la garanzia che sono riconciliate con Dio. Questa riconciliazione non è un fatto pontuale della storia. Si è realizzata con gli esseri che hanno vissuto prima di Cristo nel rispetto di Dio (Eph 4, 7-10) ed è sempre attuale. Cristo continua a riconciliare con Dio, coloro che nella fede accettano di essere immersi nella sua morte e la sua risurrezione attraverso il battesimo e con 
il fatto stesso accetta di condurre una nuova vita. Quelli, Dio li ricrea all'immagine del Cristo infondendo loro lo Spirito Santo, principio ispiratore di vita divina (1 Th 1,.18; Tt 3, 4 7), perché diventino a loro volta gli ambasciatori della riconciliazione.

Santi Pietro e Paolo, Saint Sophia Cathedral in Novgorod

Pietro e Paolo

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_oldest_Russian_icons

Publié dans:immagini sacre |on 15 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

CHI NON VUOL LAVORARE… PECCA (2TS 3,6-12) –

http://www.paroledivita.it/upload/2012/articolo3_43.asp

CHI NON VUOL LAVORARE… PECCA (2TS 3,6-12) –

DA PAROLE DI VITA ASSOCIAZIONE BIBLICA ITALIANA

(seconda lettura della 33 domenica del T.O. C)

sebastiano pinto

In queste pagine si evidenziano i traumi a cui va incontro la comunità di Tessalonica quando qualcuno decide di astenersi dal lavoro, che resta, invece, la via preferenziale per il perfezionamento sociale e spirituale del cristiano.

Introduzione: benedetto lavoro!

«Il lavoro caccia i vizi derivanti dall’ozio». L’adagio di Seneca funge da felice ouverture per la nostra riflessione su questo brano della tradizione paolina circa i disordini provocati da coloro che rifiutano di lavorare.
È bene fare una precisazione preliminare per fugare il campo da qualche idea non troppo precisa intorno alla natura dell’attività lavorativa secondo i racconti delle origini (Gen 1-3). La vocazione dei progenitori è coltivare e custodire la terra. Il termine ?avôdâ di Gen 2,15 esprime il lavoro connotato come faticoso e duro (Es 1,14) che comporta il sudore della fronte e che fa parte del progetto di Dio. L’Adamo genesiaco è presentato come il contadino che deve lavorare il campo del suo padrone: la terra non è sua e va trattata con la perizia richiesta all’amministratore fedele. Ciò fa emergere la dimensione del dono e della responsabilità umana in rapporto al creato perché nel paradiso non c’è spazio per godersi un’indolente inerzia:
Il lavoro secondo la Bibbia, deriva dalla condizione di incompiutezza in cui il Creatore ha voluto lasciare le cose, perché fossero rifinite dalla cooperazione dell’uomo, per cui esso non deriva affatto dal peccato originale, ma dalla stessa natura della creazione e dell’uomo[1].
Con la disobbedienza l’uomo perde l’armonia con la madre terra; non è il lavoro il segno della maledizione, ma la perdita dell’orientamento: l’uomo è tratto dalla terra, ma ora vede smarrirsi il senso e la vocazione del suo agire e ciò è causa di sofferenza. Egli è quasi costretto a ingaggiare una lotta con la terra perché questa gli produca il necessario per sopravvivere.
Fatta questa premessa, che esclude quell’aspetto dell’antropologia che una volta andava sotto il nome di «esenzione dal dolore» – e che rientrava nei cosiddetti «doni preternaturali» presumibilmente (ed erroneamente) appartenuti all’Adamo genesiaco –, entriamo nel merito del testo paolino, per evidenziare i traumi a cui va incontro la comunità di Tessalonica quando qualcuno dei suoi membri decide di astenersi dal lavoro.

I fannulloni: gente di poca fede
Fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi (3,6).

La parola dell’Apostolo possiede un tono insolitamente categorico, segno della gravità della situazione denunciata. Ma di cosa si tratta?
Un primo e immediato rimando si ricava dalla prima Lettera ai Tessalonicesi nella quale Paolo consegna l’indicazione giusta circa il comportamento che i cristiani devono perseguire, condotta irreprensibile ispirata alla carità fraterna e alla ricerca del vero bene personale e comunitario (4,9-12). È molto significativo che questa ammonizione sia consegnata nello stesso capitolo in cui si inizia a parlare della parousía (la venuta finale di Cristo), tema che viene sviluppato anche in quello successivo (5,1-11). Il cristiano non deve addormentarsi (cioè non deve abbassare la sua vigilanza) ma rimanere desto e sobrio, rivestito della corazza della fede e della carità, e avendo la speranza come protezione per il capo (5,8).
L’ammonizione di 2Ts 3,6 a separarsi da coloro che conducono una vita disordinata (quasi una scomunica al contrario) e non farsi «contagiare» dal loro lassismo morale richiama, perciò, direttamente il comportamento laborioso al quale i cristiani devono ispirarsi nell’attesa della seconda venuta di Cristo. Vivere sregolatamente è sinonimo di «stoltezza», perché chi non sa discernere i segni premonitori dell’avvento del giorno del Signore mostra, vivendo disordinatamente, l’ampiezza del suo deficit di discernimento.
Come nella 1Ts anche in questa 2Ts la ricaduta morale improntata alla giustizia, all’equilibrio e alla paziente attesa, è conseguenza della prossimità del Signore; di tale condotta l’Apostolo riferisce nel capitolo secondo e agli inizi del terzo affinché i fedeli la incarnino in una scelta di vita coerente.
Successivamente, commentando il v. 11 del brano oggetto di questo nostra riflessione, sarà possibile cogliere un secondo contesto di significati legato alla tradizione sapienziale – complementare a quello escatologico qui tratteggiato – che completerà questo primo approccio alla figura dei fannulloni.

L’Apostolo: un esempio encomiabile
Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi (3,7-8).
Sono numerosi i testi che dichiarano l’assoluta valutazione positiva accordata al lavoro manuale di Paolo, tessitore-riparatore di tende (cf. At 18,3), non tanto in ordine a un suo merito personale ma alla veracità del suo ministero di evangelizzatore.
Le fatiche artigianali avvalorano il «lavoro apostolico»: conferiscono maggiore risalto alla gratuità dell’annuncio, confermando la stoltezza e lo scandalo della croce di Cristo (1Cor 4,12), e insieme libertà da aspettative e calcoli umani, aspetto messo in rilievo anche in 1Ts 2,3-11 dove Paolo si dichiara alieno da ogni cupidigia proprio perché, come ogni buon genitore, non ha gravato su nessun figlio della comunità. Inoltre, in At 20,34 si legge che alle necessità personali di Paolo e a quelle dei fratelli ha provvedo direttamente l’Apostolo affinché si palesasse che è attraverso il lavoro concreto che si soccorrono i bisognosi.
Ampliando queste considerazioni possiamo notare, secondo quanto riferisce J. Murphy-O’Connor, che la preparazione culturale esibita dall’Apostolo non poteva essere stata acquisita se Paolo fosse stato obbligato da giovane a un lavoro continuativo[2].
Egli, tuttavia, non si lascia irretire da un certo intellettualismo religioso emergente nel tardo giudaismo che celebra la superiorità dello scriba sul manovale (cf. Sir 38,24-27); non considera il lavoro manuale degradante o umiliante, confermando in tal modo il progetto genesiaco secondo il quale, come abbiamo visto sopra, l’uomo doveva lavorare con fatica il campo messogli a disposizione dal Creatore e custodirlo con premura.
Il rifiuto dei privilegi
Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare (3,9).
Paolo è ben conscio che ci sono modelli da rigettare (gli oziosi / impiccioni) e altri da interiorizzare: la sua pedagogia è molto concreta e agganciata alle dinamiche che guidano l’agire morale. Se è vero che si può disgregare una comunità quando dilaga il malcostume, è altrettanto certo che si può crescere nel bene personale e comunitario mettendo al centro figure costruttive e serene.
Il testo che meglio commenta questo passaggio della 2Ts è sicuramente 2Cor 9,1-12 in cui Paolo ribadisce l’autorità apostolica che gli compete spiegandone il valore:
Non sono forse libero, io? La mia difesa contro quelli che mi accusano è questa: non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? Oppure soltanto io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare? E chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? Se altri hanno tale diritto su di voi, noi non l’abbiamo di più? Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo (vv. 1a.3a-7.12).
La sua exousía (autorità) non solo non si esercita spadroneggiando sui fedeli ma neppure godendo legittimamente di quei diritti che rientrerebbero nelle sue prerogative e che, secondo il senso comune ma anche secondo la legge («Non metterai la museruola al bue che trebbia» Dt 25,4), gli assicurerebbero il giusto sostentamento in ragione del lavoro apostolico.
Ma in 2Ts 3,9 si compie un passo in avanti rispetto al la brano di 2Cor 9 appena richiamato. Secondo quanto riferisce R. Fabris, in 2Ts è all’opera un chiaro processo di fissazione della tradizione paolina, alla quale ci si rifà con la chiara volontà di ribadire e tutelare le parole ma anche l’esempio del maestro:

scrivendo ai Corinti l’Apostolo interpretò il suo atteggiamento di rinuncia a quel diritto come misura necessaria per non creare intralci al cammino dell’annuncio evangelico (1Cor 9,15ss), qui invece l’autore della lettera vede la condotta di Paolo in chiave moralistica di esemplarità offerta ai credenti […]; non solo l’insegnamento, ma anche la vita del grande apostolo era già diventata autorità nel cristianesimo di fine secolo[3].

La regola d’oro
L’autorevolezza dell’esempio apostolico conferisce maggiore carica morale al categorico ordine cristallizzato in questo versetto:
Infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi (3,10).
Non si tratta di un generico consiglio, ma della norma di vita di cui la comunità si è dotata e che corrisponde a una prassi assodata e corroborata dall’esperienza. Anche l’attuale traduzione della CEI, in continuità con quella precedente, esplicita il senso dell’imperfetto del verbo «ordinare» inserendo l’avverbio «sempre»: la sfumatura verbale connota l’azione come reiterata nel tempo e non come un singolo comando offerto in una determinata circostanza.
Da come è introdotta si vede che la frase è rivestita di un carattere ufficiale e autorevole. Qualcuno ha pensato a una massima tratta dalla morale corrente dei lavoratori; ma nessuno ha finora saputo indicare una frase veramente simile in tutta la sapienza ebraica o greca[4].
Effettivamente dalla formulazione si evince la fraseologia tipica del proverbio popolare senza, purtroppo, riuscire a comprenderne a pieno l’origine. Sembrerebbe che la partecipazione al pasto sia legata in qualche modo alla comunità al punto da venirne esclusi nel momento in cui si tradisce il patto sociale che lega il singolo al resto del gruppo.
Ci pare, tuttavia, che il senso ultimo del v. 10 vada ricercato nel rimando escatologico che accomuna i primi due capitoli primo della lettera e che sopra abbiamo richiamato. Per cui si potrebbe parafrasare così: chi crede che ormai sia inutile affaticarsi e occuparsi delle cose della terra perché considera imminente la fine del mondo – verità sconfessata dallo stesso apostolo poco prima nella lettera (cf. 2,2) – sia coerente con questa sua convinzione e si astenga anche da quei bisogni essenziali (appunto nutrirsi) per soddisfare i quali non profonde più impegno.
L’espressione ha, perciò, la funzione di sanzionare la condotta di alcuni membri della comunità di Tessalonica estremizzando le conseguenze della loro impostazione di vita.

Gli oziosi: una piaga sociale
Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione (3,11).
I soggetti chiamati in causa dall’Apostolo sembrano avere un lontano parente nell’ozioso di cui si traccia l’identikit nella tradizione sapienziale e, in particolare, nel libro dei Proverbi.
A più riprese, infatti, si mette in guardia il discepolo, che vuole acquistare sapienza, dalle cattive compagnie tra le quali è annoveratala figura del pigro.
Il rimando alle stagioni di Pr 20,4 («Il pigro non ara d’autunno: alla mietitura cerca ma non trova nulla») denuncia la mancata valorizzazione dei tempi che diventa la causa della rovina di tale soggetto, anche perché la sua giornata tipo si consuma tra il sonno pieno e il dormiveglia: «Fino quando pigro te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ sonnecchi, un po’ incroci le braccia per riposare» (Pr 6,9-10). Si descrive lo stato di semi-coscienza da cui egli – come un narcotizzato – non riesce e non vuole liberarsi. Il pigro, perciò, mancando della giusta vigilanza, non si accorge che il suo comportamento gli procura la morte a causa della sopraggiunta povertà (Pr 6,11; 13,4; 19,15).
Il fatto che l’ozioso non sia sufficientemente accorto lo rende non soltanto inaffidabile nello svolgimento di un compito e di una mansione e fastidioso come il fumo o l’aceto («Come l’aceto ai denti e il fumo agli occhi, così è il pigro per chi gli affida una missione», Pr 10,26), ma addirittura pericoloso a causa della sua incapacità di portare a termine un incarico («Chi è indolente nel suo lavoro è fratello del dissipatore», Pr 18,9).
Il legame con la tradizione didattica d’Israele è ravvisato anche dai commenti patristici che meditano sul lavoro alla luce di alcuni testi quali, appunto, quello dei Proverbi in rapporto alla figura della formica:
Ricevi dalla formica una grandissima esortazione ad amare la fatica, e ammira il tuo Padrone, non solo perché fece il sole e il cielo, ma anche perché fece la formica: sebbene infatti l’animale sia piccolo, tuttavia contiene un’ampia dimostrazione della grande sapienza di Dio. Considera certo com’è intelligente e ammira come Dio sia stato capace di porre in un corpo così piccolo un tale infallibile desiderio di lavorare[5].
Possiamo dire che sia nella tradizione paolina sia in quella sapienziale coloro che si lasciano prendere dall’inerzia vengono censurati in quanto irresponsabili, privi del senso delle conseguenze (innanzitutto per se stessi, ma anche per gli altri), alieni da una reale fraternità, dall’appartenenza alla comunità e da una progettualità esistenziale perché troppo avvitati su se stessi.
Manca, tuttavia, ancora un aspetto richiamato da 2Ts 3,11: il fannullone non è soltanto indolente ma anche impiccione e tumultuoso. Il paragrafo che segue completa il quadro comportamentale dei soggetti disordinati che l’Apostolo intende stigmatizzare.

La pace del giusto
A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità (3,12).
I destinatari dell’esortazione / comando sono i fratelli menzionati nei vv. 6 e 11: costoro vivono secondo la modalità espressa dall’avverbio átaktôs («in modo irregolare, indisciplinato, fuori posto»).
La preoccupazione dell’autore biblico che la situazione possa degenere è reale; per questo nei vv. 14-15 minaccia anche quelle che possono essere le misure di contenimento e, allo stesso tempo, di punizione nei confronti di chi disturba il tranquillo svolgimento della vita comunitaria. Intervenendo con energia ma anche con carità contro i «deviati» perché si scuotano dalla loro situazione, la Chiesa dimostra l’assunzione di responsabilità che le compete al fine di tutelare il resto dei credenti.
La tranquillità di chi lavora con fatica (ma con soddisfazione) è in contrapposizione all’inattività dannosa, parassitaria e perniciosa dei nullafacenti.
Ancora una volta è il mondo dei sapienti d’Israele a offrire lo sfondo nel quale collocare il senso delle espressioni qui utilizzate. Si legge, infatti, che la categoria degli stolti è capeggiata dalla Donna Follia di Pr 9,13-18, descritta nella sua irrequietezza come una prostituta che attende le sue vittime; molto vicina alla Follia e sua concretizzazione didattica è la notturna donna straniera menzionata in Pr 7. Ma nella hit parade della squadra dei cattivi si posiziona il frenetico malvagio che è così descritto in Pr 6,12-15:
Il perverso, uomo iniquo, cammina pronunciando parole tortuose, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita. Nel suo cuore il malvagio trama cose perverse, in ogni tempo suscita liti. Per questo improvvisa verrà la sua rovina, ed egli, in un attimo, crollerà senza rimedio.
A effetto è la menzione delle parti del corpo che esprimono l’indole malvagia dell’uomo, qui descritto sulla falsariga di un animale imbizzarrito: la bocca esprime la menzogna (Pr 4,4), gli occhi il tramare il male (Sir 27,22), i piedi mossi in modo esagerato e nevrotico veicolano l’idea dell’impazienza, lo sfregamento delle dita accompagna la maldicenza (Is 58,9), mentre il cuore è la sede da cui nasce la volontà di suscitare litigi.
Di segno contrario è, invece, il ménage quotidiano del giusto: consapevole che anche se sono numerose le sue sventure viene liberato dal Signore che lo protegge con amore diuturno (Sal 34,20), in lui dimora un sano senso di appagamento perché il poco che possiede è preferibile all’abbondanza degli empi (Sal 37,16). Godere del proprio lavoro rappresenta, secondo il saggio Qoélet, una delle vere (e poche) gioie riservate all’uomo (3,13).
L’auspicio affinché si possa ritrovare la serenità smarrita va inteso, perciò, sia come stile di fede (vivere nel mondo senza l’ansia per il domani) sia come attenzione alla carità fraterna (perché gli oziosi non approfittino ulteriormente della solidarietà della comunità).

Conclusione: alienamento da poco lavoro
Arbeit macht frei («Il lavoro rende liberi»): era questo lo sciagurato messaggio di benvenuto posto all’ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale e, come tutti sanno, posto anche ad Auschwitz (probabilmente dal maggiore Rudolf Höß, primo comandante responsabile del campo di sterminio). Se l’orrore di una simile tragedia resta un’onta indelebile nella storia dell’umanità, il senso del lavoro umano, almeno quello, può essere redento quando la fatica fisica e la conseguente sofferenza trovano nel Crocifisso il punto di convergenza di antropologia e teologia.
Cerchiamo di spiegarci. Da queste nostre pagine emerge, in sostanza, che in 2Ts 3,6-12 non si parla di gente semplicemente pigra e indolente, ma di faccendoni che si introducono in affari altrui, curiosando e seminando pettegolezzi. Il cristiano deve, invece, caratterizzarsi per la serietà nel lavoro, per l’affidabilità professionale con la quale si guadagna da vivere e aiuta il prossimo. Si deve in ogni modo evitare il pericolo di un irrequieto affaccendarsi. Il cristiano deve condurre una vita ordinata[6].
Il collegamento con i testi sapienziali ha messo in rilievo il rischio cui va incontro una comunità in cui resistono fasce comportamentali disgreganti: lo svuotamento delle risorse motivazionali che legano i soggetti al bene comune. Venendo meno il tacito contratto fondato sulla fiducia che ciascuno farà del proprio meglio per la crescita di tutti, si ingenera una sorta di «effetto domino» negativo che l’Apostolo vuole scongiurare perché lede la serietà dell’impegno cristiano nel mondo.
Il lavoro / fatica rivela, invece, una fecondità religiosa notevole perché attesta la gioia e la responsabilità nella costruzione del regno di Dio, che inizia su questa terra. Illuminano, a tale proposito, le parole di Giovanni Paolo II nell’Enciclica Laborem exercens:
Il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e a ogni uomo, che è chiamato a seguire Cristo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere. Quest’opera di salvezza è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità[7].
In conclusione è bene ribadire, perciò, che il lavoro (di qualsivoglia natura), tutt’altro che maledizione conseguente al «peccato originale», è la via preferenziale per il perfezionamento sociale e spirituale dell’uomo, a qualunque credo egli appartenga. In questo senso i membri della comunità di Tessalonica che hanno incrociato le braccia in attesa della fine del mondo consumano il dramma di una doppia alienazione: a) la prima assume il volto di un’estromissione dai processi produttivi della comunità, dove l’aggettivo «produttivo» è da intendersi nel senso di finalizzazione e produzione di senso che il lavoro (fatto bene) genera nel cuore umano; b) la seconda alienazione estranea il cristiano dal riferimento cristologico perché lo sottrae al dinamismo partecipativo proprio della creazione la quale, grazie anche all’opera trasformante del singolo, è protesa verso la parousía.
Possiamo, dunque, parlare di una vera teologia del lavoro in rapporto al continuo processo di crescita demandato all’attività lavorativa in vista della dilatazione dell’essere umano e della natura. Si può, perciò, dire che:
due sono le caratteristiche del lavoro: come collaborazione alla creazione, il lavoro si presenta gioiosa ed esaltante attuazione della sovranità dell’uomo sul mondo; come pena del peccato e complemento della redenzione non va esente da sofferenza […]. I due aspetti devono quindi compenetrarsi, a meno che si voglia cadere nell’otium classico o, al contrario, nel fanatismo mistico del proletariato marxista[8].
In un tempo di crisi del lavoro riscoprirne lo spessore spirituale vuole essere anche l’auspicio perché esso non manchi mai a nessuno, e sia vissuto come realizzazione della vocazione alla felicità iscritta nel cuore umano.

[1] E. Testa, «Teologia e spiritualità del lavoro», in G. De Gennaro (ed.), Lavoro e riposo nella Bibbia, Ed. Dehoniane, Napoli 1987, 132.
[2] J. Murphy-O’Connor, Gesù e Paolo. Vite parallele, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2008, 65. Segnaliamo che, sebbene alcune intuizioni siano interessanti, non tutte le affermazioni dell’autore ci sembrano corroborate da testimonianze probanti.
[3] R. Fabris, Le lettere di Paolo. Traduzione e commento, Borla, Roma 19902, 177-178.
[4] B. Maggioni, «Seconda Lettera ai Tessalonicesi», in B. Maggioni – F. Manzi (edd.), Lettere di Paolo, Cittadella, Assisi 2005, 1153.
[5] Giovanni Crisostomo, Omelie sulle statue, 12,2 (PG 49, 131-134).
[6] Maggioni, «Seconda Lettera ai Tessalonicesi», 1153.
[7] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Laborem exercens (15.09.1981), 27.
[8] Testa, «Teologia e spiritualità del lavoro», 133.

17 NOVEMBRE 2013 | 33A DOMENICA – « NON RESTERÀ PIETRA SU PIETRA CHE NON VENGA DISTRUTTA »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/33-Domenica-2013_C/33-Domenica-2013_C-SC.html

17 NOVEMBRE 2013 | 33A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C | APPUNTI ESEGESITICO-SPIRITUALI

« NON RESTERÀ PIETRA SU PIETRA CHE NON VENGA DISTRUTTA »

Tutta la Liturgia odierna è sotto il segno della « venuta » ultima del Cristo nella gloria. In tal modo la Chiesa intende sottolineare, ormai al termine del ciclo liturgico, la meta a cui tende tutto il suo itinerario di « celebrazione », attraverso i « segni » sacramentali e la « parola », delle « meraviglie » di Dio: la vittoria finale delle forze dell’amore su tutte le chiusure dell’uomo e le negatività della storia.

« Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno »
La prima lettura, ripresa dalla parte conclusiva delle profezie di Malachia (V secolo a.C.), preannuncia il trionfo dei giusti per il « giorno » del Signore: « Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li incendierà… in modo da non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici » (Ml 3,19 20a).
L’immagine del « fuoco » è intimamente legata, nel messaggio profetico, al « giorno » del Signore, in quanto il fuoco purifica e discrimina nello stesso tempo: la « paglia » infatti, simbolo dell’inconsistenza e della vacuità dei malvagi, sarà bruciata e ridotta in polvere; l’oro, invece, sarà reso più fulgente e prezioso.
Poco prima il Profeta aveva usato quasi la stessa immagine per annunciare la venuta di un misterioso « angelo dell’alleanza » (3,1), che è forse la designazione stessa di Cristo: « Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento » (3,2 3).
Mentre i « superbi » saranno divorati come paglia nel giorno « rovente come un forno », per coloro che saranno rimasti fedeli a Jahvèh il fuoco del giudizio apparirà come un « sole » risplendente: « Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici » (v. 20). Si gioca ancora sull’immagine del fuoco, per farne vedere l’aspetto positivo: anche il sole può bruciare e disseccare, così come può dare forza e vitalità.
Probabilmente, però, qui siamo davanti a qualcosa di più che una immagine: « il sole di giustizia », che sorge ed è segno di salvezza per i « cultori » di Jahvèh, è un preannuncio di Cristo come salvatore degli uomini e si pone come elemento di giudizio e di discriminazione. Quando Luca nel cantico del Benedictus fa dire a Zaccaria che « verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge » (1,78), alludendo ovviamente a Cristo, fa riferimento al nostro testo.
Il « giorno del Signore », dunque, nel quale si esprimerà il giudizio definitivo sul bene e sul male, sugli uomini e sulle cose, sarà il giorno di Cristo per eccellenza: tutto riceverà valore, significato, sanzione da lui, che è l’unico che può aprire i misteriosi « sette sigilli » della storia del mondo (Ap 6 8). Per questo è di estrema urgenza che gli uomini, già fin dal presente, si incontrino con lui: il « giudizio » incomincia già da ora!

« Maestro, quando accadrà questo? »
Proprio come è capitato a Gerusalemme, nella cui distruzione nel 70 d.C. Luca legge come un anticipo e una « prefigurazione » del giudizio finale e della manifestazione gloriosa di Cristo.
Il brano odierno di Vangelo ci riporta solo una parte del cosiddetto discorso « escatologico » di Gesù: è un inconveniente, perché in tal modo non si ha il quadro complessivo del discorso con tutte le sue articolazioni e tutti i suoi passaggi, e si fa così più difficile il lavoro dell’interprete. Ci limiteremo ad alcune annotazioni più significative, senza addentrarci nei dettagli esegetici, nei quali si smarriscono gli stessi studiosi di professione. Come tutti sanno, infatti, siamo davanti a una delle pagine più difficili del Vangelo.
Noi partiamo dall’ipotesi che Luca scriva il suo Vangelo in data posteriore al 70 d.C., anno della distruzione di Gerusalemme: perciò tutti i riferimenti a questo evento (21,5 9.20 24) in lui sono molto più chiari che in Marco, il quale scrive prima.
Direi che la profezia di Gesù qui viene riletta dopo che si è già verificata: ma proprio per questo essa assume un significato più profondo. Per un verso, infatti, riveste un valore apologetico: quello che Gesù ha predetto, si è puntualmente avverato! Per un altro verso, riveste un valore di prefigurazione per quanto deve ancora avvenire: i destini ultimi, che dovranno ancora consumarsi per tutti gli appartenenti al nuovo popolo di Dio, si verificheranno a tempo opportuno, e perciò i cristiani dovranno avere gli stessi sentimenti di vigilanza, di attesa, di fiducia ma anche di trepidazione a cui Gesù richiamava i suoi ascoltatori nel preannunciare loro, sia pure con molte oscurità, la fine di Gerusalemme.
Da abilissimo storico, che legge (o rilegge) i fatti in chiave teologica, Luca assume la storia del passato per farla diventare storia di oggi, storia della Chiesa, che vive la sua esperienza di fede a distanza di secoli; la sua tensione « escatologica », però, non deve allentarsi, quasi che ogni momento che passa ci allontani sempre più dalla sponda. Al contrario, ci avvicina e deve trovarci sempre più impegnati nell’attesa.
In 17,22 37 Luca aveva parlato del ritorno glorioso di Gesù alla fine del mondo. Qui invece, seguendo piuttosto da vicino Marco, tratta della rovina di Gerusalemme (Lc 21,5 24), facendola però seguire da alcuni avvertimenti più generici (vv. 25 36) che intrecciano questo tema a quello più propriamente escatologico, come già abbiamo accennato: è la storia di ieri che deve diventare anche storia di oggi.
L’occasione del discorso di Gesù è data dallo stupore manifestato da alcuni dei suoi discepoli davanti alla imponente mole del Tempio, che effettivamente era considerato nell’antichità una delle sette meraviglie del mondo: « Chi non ha visto Gerusalemme in tutto il suo splendore, non ha visto nulla di bello nella vita. Chi non ha visto il Santuario nella sontuosità dei suoi addobbi, non sa che cosa sia il fascino di una città », si diceva a mo’ di proverbio fra gli Israeliti. Gesù però spietatamente, alla maniera degli antichi Profeti, ne preannuncia senza rimpianto la rovina: « Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta » (v. 6).
Alla richiesta poi dei discepoli di « quando » tutto questo sarebbe accaduto e quale ne sarebbe stato il « segno » (v. 7), Gesù risponde prima di tutto mettendo in guardia dalle voci false di gente interessata a creare turbamento, o fanatizzata: « Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: « Sono io » e: « Il tempo è prossimo »; non seguiteli » (v. 8).
È facile vedere in queste parole il riecheggiamento di autentiche affermazioni del Maestro. È il trucco, di sempre, di chi semina errori e pur tuttavia vuol rendersi in qualche modo credibile: vociferare qualche detto o espressione del Vangelo, facendolo apparire come se fosse « tutto » il Vangelo!

« Questo vi darà occasione di rendere testimonianza »
Successivamente Gesù fa delle affermazioni generiche, in cui non è facile per noi cogliere delle allusioni a fatti precisi; probabilmente egli utilizza certi schemi letterari del genere « apocalittico », che preannunciavano, prima della fine, guerre e sollevazioni.
Egli fa questo non tanto per dare dei « segni », che sarebbero troppo confusi, quanto per creare un clima di attesa fiduciosa, anche se cosciente dei rischi, e non di terrore: « Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine… Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze… Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome » (vv. 9 12).
L’unica cosa certa, in mezzo a questo sinistro balenio di catastrofi cosmiche, è che i discepoli di Cristo nel frattempo saranno « perseguitati »: è quanto ci documentano ampiamente gli Atti degli Apostoli, di cui è autore lo stesso Luca. Si ricordi il duplice arresto di Pietro e di Giovanni, l’uccisione di Stefano e di Giacomo, l’imprigionamento di Pietro, le infinite insidie mortali tese a Paolo, ecc. Tutto questo, mentre per un verso sta a dire che non si deve, con il pretesto della fine, immobilizzare e quasi « congelare » l’annuncio del Vangelo, ma se mai accelerarlo; per l’altro verso, vuol dire anche che l’ostilità al Vangelo prepara il « giudizio » di Dio sugli uomini, come è avvenuto per Gerusalemme.
Questo perciò è il tempo della « testimonianza », che tanto più deve essere forte quanto più il cristiano sa di vivere in un clima di attesa escatologica: « Questo vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici… Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime » (vv. 13 19).
Come si vede, Cristo stesso darà « lingua e sapienza » (v. 15) ai suoi discepoli: compito questo riservato altrove allo Spirito Santo.
Pur nella lotta e nella persecuzione, il cristiano deve sempre sperare: così egli « salverà » se stesso non tanto per questa vita, che sarà invece continuamente minacciata come dice il testo, quanto per quella futura.
In questa prospettiva molto realistica, aperta da Cristo per i suoi, assume il suo vero significato l’attesa « escatologica »: essa non è un disimpegno davanti alle difficoltà della vita, una fuga dalla responsabilità della storia per rifugiarsi in certi trasognamenti utopici e pseudo consolatori, ma è piuttosto un immergersi fino in fondo nei drammi, nelle sofferenze, nelle contraddizioni degli uomini per costruire, insieme a loro, qualche ulteriore frammento del regno di Dio. Convinti sempre, però, che la pienezza del « regno » la realizzerà solo Cristo alla sua venuta ultima. Lo slancio verso il futuro non deve distrarre il cristiano dagli impegni verso il presente.

« Chi non vuol lavorare, neppure mangi »
È quanto ricordava S. Paolo ad alcuni cristiani di Tessalonica i quali, con il pretesto dell’imminente « venuta » del Signore, tentavano di vivere alle spalle degli altri, alienati dalle realtà terrene e in continua agitazione: « Sentiamo infatti che alcuni di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace » (2 Ts 3,11 12).
Se non si sentono di lavorare, rinuncino pure a mangiare! È quanto Paolo ha detto loro più volte e ha dimostrato col suo stesso esempio: « Chi non vuol lavorare, neppure mangi » (v. 10).
L’attesa del Cristo che ritorna impegna ad agire con più urgenza nel mondo, perché gli uomini siano più aperti al suo amore.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 novembre, 2013 |Pas de commentaires »
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