Archive pour novembre, 2013

22 NOVEMBRE: SANTA CECILIA, VERGINE E MARTIRE

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22 NOVEMBRE: SANTA CECILIA, VERGINE E MARTIRE

Nobile romana.
La festa di santa Cecilia, vergine e martire, è la più popolare fra le feste che si succedono al declinare dell’anno liturgico. Cecilia appartenne ad una delle più illustri famiglie di Roma e nel secolo III fu una delle più grandi benefattrici della Chiesa, per la sua generosità e per il dono che alla Chiesa fece del suo palazzo in Trastevere. Meritò certamente per questo di essere sepolta con onore nel cimitero di san Callisto presso la cripta destinata alla sepoltura dei Papi. Ma ciò che maggiormente contribuì a farla amare dappertutto è il fatto che sul suo ricordo è nato un grazioso racconto, che ha ispirato pittori, musici, poeti e la stessa Liturgia.
Cecilia sarebbe stata costretta a sposare un giovane pagano: Valeriano. Durante il festino nuziale, rallegrata dalle melodie della musica, Cecilia nel suo cuore si univa agli Angeli per cantare le lodi di Dio, al quale si era consacrata. Condannata ad essere bruciata nelle terme del suo palazzo, il fuoco non la toccò e, inviato un carnefice, perché le troncasse la testa, tentò tre volte, facendole tre gravi ferite al collo, ma la lasciò ancora semiviva e l’agonia durò quattro giorni. Fu deposta nella tomba vestita della veste di broccato d’oro, che indossava nel giorno del martirio, il suo palazzo fu trasformato in basilica.

Il culto.
I fedeli non dimenticarono la giovane martire e sappiamo che già nel secolo V essi solevano raccogliersi al titolo di santa Cecilia. Nel secolo VI Cecilia era forse la santa più venerata di Roma e nel secolo nono Papa Pasquale restaurò la sua chiesa. Spiacente di non possedere reliquie della santa, il Papa vide una notte in sogno una giovane bellissima, che gli disse essere il suo corpo molto vicino alla chiesa restaurata. Fatti degli scavi si ritrovò il corpo vestito di broccato e fu collocato in un sarcofago di marmo sotto l’altare della chiesa.
Nel 1559 il cardinale Sfondrati, modificando l’altare, ritrovò il sarcofago e lo fece aprire. I presenti videro un corpo coperto di un leggero velo, che ne lasciava intravvedere le forme e sul quale scintillavano i resti della veste di broccato. Emozione e gioia a Roma furono immense, ma non si osò, per un senso di rispetto, sollevare il velo per rendersi conto delle condizioni della salma venerata. Lo scultore Maderno riprodusse nel marmo, idealizzandola, la positura della santa che evoca l’idea della verginità e del martirio. Da quella data, come canta un inno,  » il corpo riposa sotto il marmo silenzioso, mentre in cielo, sul suo trono, l’anima di Cecilia canta la sua gioia e accoglie con benevolenza i nostri voti ».
E i nostri voti la Chiesa rivolge a santa Cecilia, ricordando il suo nome ogni giorno nel Canone della Messa e cantandolo nelle Litanie dei Santi, in occasione delle suppliche solenni. I musici di ogni regione del mondo la venerano quale patrona, la Francia innalzò in Albi una luminosa cattedrale e nel 1866, Dom Guéranger pose sotto la protezione della santa, modello di verginità cristiana e di puro amore, il primo convento dei Benedettini della Congregazione di san Pietro di Solesmes.

Gli insegnamenti della santa.
La scarsità di notizie storiche non deve sminuire l’amore che dobbiamo serbare per i santi ai quali la Chiesa ha sempre reso un culto, ottenendo costante protezione e grazie importanti nel corso della storia.
« La Chiesa onora in santa Cecilia, diceva Dom Guéranger, tre caratteristiche, che, riunite insieme, la distinguono nella meravigliosa coorte dei santi in cielo e ne fa derivare grazie ed esempi. Le caratteristiche sono la verginità, lo zelo apostolico e il sovrumano coraggio con il quale sfidò la morte e i supplizi e di qui il triplice insegnamento che ci dà questa sola storia cristiana ».

La verginità.
« Nel nostro tempo, ciecamente asservito al culto della sensualità, occorre resistere con le forti lezioni della nostra fede al travolgimento cui a stento riescono a sottrarsi i figli della promessa. Dopo la caduta dell’impero romano si videro forse costumi, famiglia e società correre pericolo così grave?
Letteratura, arti, lusso, già da tempo presentano il godimento fisico come unico scopo dell’uomo e ormai nella società troviamo molti che vivono col solo intento di soddisfare i sensi. Sventurato il giorno in cui la società, per essere salvata, crederà di poter contare sulle energie dei suoi membri! L’impero romano fece l’esperienza, tentò più volte di respingere l’invasione, ma per l’infrollimento dei suoi figli, ricadde su se stesso e non si sollevò più.
Soprattutto è minacciata la famiglia. È tempo che essa pensi alla sua difesa contro il riconoscimento legale e l’incoraggiamento del divorzio, e si difenderà in un modo solo: riformando se stessa, rigenerandosi con la legge di Dio e ritornando dignitosa e cristiana. Torni in onore il matrimonio con le sue caste esigenze, cessi di essere un gioco o una speculazione, paternità e maternità siano serio dovere e non calcolo e, con la famiglia, riprenderanno dignità e vigore la città e lo Stato.
Però, se gli uomini non sapranno apprezzare l’elemento superiore, senza del quale la natura umana è soltanto rovina, cioè la continenza, il matrimonio non potrà di nuovo nobilitarsi. Non tutti sono tenuti ad abbracciarlo nella sua nozione assoluta, ma tutti devono onorarlo, se non vogliono trovarsi in balia del senso mostruoso come dice l’Apostolo (Rm 1,28). La continenza rivela all’uomo il segreto della sua dignità, che tempra l’anima a tutte le rinunce, che risana il cuore ed eleva tutto il suo essere. La continenza è il culmine della bellezza morale dell’individuo e, nello stesso tempo, la grande forza della società umana. Il mondo antico, avendone soffocato il sentimento, andò in dissoluzione e solo il Figlio della Vergine, comparso sulla terra, rinnovando e affermando questo principio salvatore, diede all’umanità nuove energie.
I figli della Chiesa, degni di questo nome, gustano questa dottrina e non ne restano stupiti, perché le parole del Salvatore e degli Apostoli loro hanno rivelato, e la storia della fede che professano in ogni sua pagina presenta loro in atto, la feconda virtù della continenza. che tutti gli stati della vita cristiana devono professare, ciascuno nella sua misura. Per essi santa Cecilia è solo un esempio di più, ma così fulgido da meritare la venerazione di tutti i tempi nella storia del cristianesimo. Quanta virtù ha ispirato Cecilia, quanto coraggio ha saputo infondere e quante debolezze ha prevenute o riparate! Tanta potenza di moralizzazione pose Dio nei suoi santi che influisce non solo attraverso la diretta imitazione delle loro virtù, ma ancora per le induzioni che ciascun fedele può trarne per il suo caso particolare ».

Lo zelo apostolico.
« Il secondo carattere che si deve studiare nella vita di santa Cecilia è l’ardore dello zelo del quale resta ammirabile esempio e anche sotto questo aspetto possiamo raccogliere utili insegnamenti. Caratteristica dell’epoca nostra è l’insensibilità al male del quale non ci sentiamo personalmente responsabili, i cui risultati non ci toccano. Si è daccordo che tutto precipita, si nota il totale sfacelo e non si pensa neppure a tendere la mano al vicino, per strapparlo al naufragio. Dove saremmo, se il cuore dei primi cristiani fosse stato gelido come il nostro e non fosse stato conquiso dall’immensa pietà e dall’inesauribile amore, che loro vietò di non avere più speranza per il mondo in cui Dio li aveva collocati, perché fossero sale della terra? (Mt 5,13). Tutti allora sentivano la responsabilità del dono ricevuto. Liberi o schiavi, persone note o sconosciute, tutti erano oggetto di una dedizione senza limiti da parte di questi cuori pieni della carità di Cristo. Leggendo gli Atti degli Apostoli e le Epistole si vedrà con quale pienezza si sviluppava l’apostolato dei primi tempi e come l’ardore dello zelo durasse a lungo senza affievolirsi, tanto che i pagani dicevano: « Vedete come si amano! ». Come avrebbero potuto non amarsi, se in ordine alla fede si sentivano figli gli uni degli altri?
Quanta tenerezza materna provava Cecilia per i fratelli, per il fatto di essere cristiana! Il nome di Cecilia, e con il suo molti altri, ci testimoniano che il cristianesimo conquistò il mondo, strappandolo al giogo della depravazione pagana, con questi atti di devozione agli altri che, compiuti in mille luoghi nello stesso tempo, produssero un completo rinnovamento. Imitiamo almeno in parte questi esempi cui tutto dobbiamo e vediamo di sciupare meno tempo ed eloquenza a gemere su mali già troppo noti. È meglio che ciascuno si metta all’opera e conquisti uno almeno dei suoi fratelli e il numero dei fedeli avrà già superato quello degli increduli. Lo zelo non è morto, lo sappiamo, opera anzi in molti e dà gioia e conforto alla Chiesa con i suoi frutti; ma perché deve dormire cosi profondamente in tanti cuori che Dio per lo zelo aveva preparati? ».

Il coraggio.
« Basterebbe davvero a caratterizzare l’epoca il generale torpore causato dalla mollezza dei costumi; conviene aggiungere ancora un altro sentimento, che ha la stessa sorgente e basterebbe, se dovesse durare a lungo, a rendere incurabile il decadimento di una nazione. Tale sentimento è la paura che ormai si è estesa a tutti. Paura di perdere i propri beni o i propri posti, paura di rinunciare al proprio lusso o alle proprie comodità, paura infine di perdere la vita! Non occorre dire che nulla snerva di più e maggiormente danneggia il mondo di questa umiliante preoccupazione, ma soprattutto occorre dire che non è affatto cristiana. Dimentichiamo di essere soltanto pellegrini sulla terra e abbiamo spenta nel cuore la speranza dei beni futuri! Cecilia ci insegna a disfarci della paura. Quando Cecilia era viva, la vita era meno sicura di oggi e a ragione si poteva avere paura e tuttavia si era tranquilli e spesso i potenti tremavano davanti alle loro vittime.
Solo Dio sa ciò che ci attende; ma se la paura non è sostituita da un sentimento più degno dell’uomo e del cristiano, la crisi politica divorerà presto la vita dei singoli e perciò, qualsiasi cosa avvenga, è giunta l’ora di ricominciare la nostra storia. Non sarà vano l’insegnamento, se arriveremo a comprendere che con la paura i primi cristiani ci avrebbero traditi, perché la parola di vita non sarebbe giunta fino a noi, con la paura a nostra volta tradiremmo le future generazioni, che da noi attendono di ricevere il deposito ricevuto dai nostri padri » (Dom Guéranger, u. s.).

Lode allo sposo delle vergini. 
« Quale nobile falange ti segue, o Signore, Sposo delle vergini! Le anime di elezione sono tua conquista e dalle loro pure labbra sale a te la lode squisita dei loro cuori ferventi. Non è possibile contarle attraverso i secoli, perché ogni generazione ne accresce il numero, da quelle che consacrano, per amore a te, la loro vita ai poveri, ai malati, ai lebbrosi, e a tutte le miserie morali, a quelle che, per amore tuo, rinunciano alle gioie della famiglia e si consacrano alle scuole cristiane, alle istituzioni benefiche o si mortificano nei chiostri.
Ecco, prime, le vergini particolarmente benemerite, perché sigillarono col sangue il loro amore sui roghi o nelle arene: Blandina, Barbara, Agata, Lucia, Agnese… e Cecilia, che in nome di tutte fece omaggio della loro fortezza e consacrò la gloria della loro virtù, a te, o Gesù, seminator casti consilii (Prima Antifona del secondo Notturno della festa), divino seminatore di casti propositi, che solo, mieti simili spighe, che solo, leghi tali manipoli! ».

Preghiera alla patrona dei musici.
« Una similitudine frequente nei Padri della Chiesa fa dell’anima nostra una sinfonia, un’orchestra, Symphonialis anima. Appena la grazia l’afferra, come il soffio che sotto le dita dell’artista fa vibrare l’organo, si commuove e vibra all’unisono coi pensieri e sentimenti del Salvatore. Ecco il magnifico concerto delle anime pure, che Dio può ascoltare con compiacenza, senza che lo turbi la stonatura delle note false del peccato, né la cacofonia urtante delle bestemmie e dei tradimenti!
Degnati, o Cecilia, ricambiare il nostro omaggio, ottenendoci la costante armonia della nostra volontà con le nostre aspirazioni alla virtù e le nostre possibilità di fare il bene! Degnati convincerci che lo stato di grazia, vita normale del cristiano, non è sola astensione dal male, né avara e fredda osservanza dei comandamenti, ma un’attività piena di gioia e di entusiasmo, che sa dare alla carità e allo zelo tutte le possibilità » (Card. Grente, Oeuvres Oratoires, VIII, p. 17-20).

Preghiera per la Chiesa.
« Aggiungiamo ancora una preghiera per la santa Chiesa di cui fosti umile figlia, prima di esserne speranza e sostegno. Nella notte fitta del secolo presente, lo Sposo tarda ad apparire e nel solenne e misterioso silenzio permette alla vergine di abbandonarsi al sonno fino a quando si farà sentire l’annuncio del suo arrivo (Mt 25,5). Onoriamo il tuo riposo sulla porpora della tua vittoria, o Cecilia!

Sappiamo che non ci dimentichi, perché nel Cantico, lo Sposo dice: Dormo, ma il mio cuore vigila (Ct 5,2).

È vicina l’ora in cui lo Sposo apparirà, chiamando tutti i suoi sotto l’insegna della sua Croce e presto risuonerà il grido: Ecco lo Sposo, uscitegli incontro! (Mt 25,6). Dirai allora, o Cecilia, ai cristiani, come al fedele drappello, che, nell’opera della lotta si è stretto attorno a te: Soldati di Cristo, rigettate le opere delle tenebre, vestite le armi della luce (Atti di santa Cecilia).
La Chiesa, che pronunzia tutti i giorni il tuo nome con amore e con fede durante i santi Misteri, attende con certezza il tuo soccorso, o Cecilia! Sa che l’aiuto non le mancherà. Tu prepara la sua vittoria, elevando i cuori cristiani verso le sole realtà troppo spesso dimenticate. Quando gli uomini ripenseranno alla eternità del nostro destino, sarà assicurata salvezza e pace ai popoli.
Sii sempre, o Cecilia, le delizie dello Sposo! Saziati dell’armonia suprema di cui è sorgente. Veglierai su di noi dalla gloria del cielo e, quando giungerà la nostra ultima ora, assistici, te ne supplichiamo, per i meriti del tuo eroico martirio, assistici sul letto di morte, ricevi l’anima nostra nelle tue braccia, portala al soggiorno immortale, dove ci sarà dato comprendere, vedendo la felicità che ti circonda, il prezzo della verginità, dell’apostolato e del martirio » (Dom Guéranger, Histoire de sainte Cécile, 1849, Conclusione).
 

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1302-1308

AMIDÀ (tefillot)

http://www.israeledintorni.net/index.php/2007081932/amid.html

AMIDÀ (Ebraica)
   
Domenica 19 Agosto 2007

L’amidà dopo lo Shemà fà parte delle tefillot basilari dell’ebraismo. L’amidà è anche conosciuta come la preghiera delle 18 benedizioni, anche se in realtà sono 19, una ultima fù aggiunta dopo l’esilio Babilonese.  ebraismo01La si recita rivolti a Gerusalemme in piedi con i piedi uniti, infatti la parola amidà viene da omed che significa stare in piedi ed anche stare: ani OMED lahasot, io sto per fare. Mentre si dice l’amidà non ci si può interrompere fino alla sua conclusione, ricordo che da bambino mi insegnavano che anche ci fossero dei serpenti ai miei piedi è vietato interrompere la preghiera. In genere la si dice sottovoce, e quando c’è un minian l’officiante la ripete ad alta voce, caratteristico è l’uso che il pubblico dice baruch baruch hu scemò (benedetto benedetto il suo nome) ogni volta che l’officiante benedice il Signore, ed alla conclusione della benedizione dice amèn. Escluso durante l’arvit, la preghiera serale, in cui non c’è la ripetizione. Ma quali sono queste benedizioni? Farò un breve sunto con alcuni passi caratteristici che in particolare mi hanno sempre molto colpito.

La prima benedizione è una richiesta di protezione nel nome dei nostri padri.
Dio altissimo che usi benigna misericordia, e di tutto sei il Padrone, che ricordi la pietà dei Patriarchi, e redimi con amore i loro posteri in grazie del Tuo nome.

Dà la vita ed aiuti tutti.
Sostieni i cadenti, risani gli infermi, liberi i carcerati, e mantieni la promessa data a coloro che dormono nella polvere. Chi mai Ti può eguagliare in potenza?

E’ santo.
Dio grande e santo sei tu, Benedetto sii Tu o Signore Dio Santo.

Concede intelligenza e conoscenza.
Concedici dunque in grazia ragione, intelligenza discernimento. Benedetto sii Tu o Signore, che concedi la ragione.

Ci fà tornare all’osservanza delle Tue Leggi.
Benedetto Tu o Signore che gradisci la penitenza.

Perdona i nostri peccati.
Perchè Dio buono e perdonatore Tu sei.

Ci aiuta.
Guarda la nostra miseria, difendi la nostra causa, e liberaci nostro Re in grazia del Tuo Nome.

Ci guarisca.
In quanto Dio guaritore pietoso e leale Tu.

Ci benedica.
E sazia il mondo con la tua benedizione, e dacci benedizione successo e prosperità su ogni opera delle nostre mani.

Annunci la nostra liberazione.
Radunaci presto dai quattro angoli della terra, nella nostra patria.

Ristabilisca i giudici.
Rimetti i giudici come al principio e i nostri consiglieri (ministri) come all’inizio, e regnaci presto solo Tu, con clemenza misericodia e giustizia.

Spezza i cattivi.
Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza.

Sia da aiuto ai giusti.
Accorda generosa mercede a tutti coloro che confidano sinceramente nel Tuo nome, e fa che abbiamo la nostra parte con loro.

Ritorni a Gerusalemme.
In Gerusalemme Tua città con misericordia tornerai, e la rifabbricherai quale edificio eterno presto ai giorni nostri.

Faccia giungere il Messia.
La pianta di David tuo servitore presto fiorirà.

Ascolta la nostra voce.
In quanto Padre pieno di pieta sei Tu, e non torneremo a vuoto davanti a Te.

Ristabilisca il culto.
E sarà gradito il culto d’Israele Tuo popolo.

Sia grazia a Te per i miracoli.
Per i prodigi che ogni giorno operi con noi, per i meravigliosi portenti che fai ad ogni istante, sera mattina e mezzogiorno.

Concedi la pace.
Che ci concedesti legge di vita, di amore e di misericordia, carità, benedizione, salvezza, clemenza e pace.

Amèn

San Paolo Apostolo a Corinto

san paolo

http://holyprotection.wordpress.com/2011/10/11/orienting-and-re-orienting-ourselves/

Publié dans:immagini sacre |on 20 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

LA PRESENZA DI DIO NEL SUO POPOLO – PROSPETTIVE DI TEOLOGIA BIBLICA: «ABITERÒ IN MEZZO A LORO…»

http://www.indaco-torino.net/gens/06_05_04.htm

LA PRESENZA DI DIO NEL SUO POPOLO – PROSPETTIVE DI TEOLOGIA BIBLICA
 
«ABITERÒ IN MEZZO A LORO…»
 
L’autore è professore di Antico Testamento e decano della Facoltà di teologia cattolica all’Università di Augsburg. Il presente contributo mette a fuoco come il Primo Testamento parla del “prendere dimora di Dio fra gli uomini”. L’articolo segnala poi le ripercussioni storiche di questa nozione veterotestamentaria sia nel discorso postbiblico-giudaico della “Shekhinah” che negli scritti del Nuovo Testamento sulla presenza di Cristo in mezzo ai suoi.
Era un tempo di crisi. Ciò che per secoli aveva fornito appoggi e orientamenti era venuto meno. Mancavano prospettive. Le grandi speranze erano crollate. E nessuno sapeva in che modo si potesse continuare. Il paese era devastato, occupato dai nemici. Il tempio, il luogo della presenza di Dio, giaceva in macerie. Parte della popolazione era stata deportata, viveva in esilio, lontano dalla propria patria. Era subentrato il caos sulla gente di quel tempo. Sembrava che Dio avesse nascosto il suo volto.
1. L’anelito di Dio: l’uomo vivente
Alcuni teologi, di cui non conosciamo i nomi, posero gli uomini del loro tempo davanti a un’alternativa: o ci fissiamo sul negativo, sul caos, e allora questa confusione insanabile continuerà a condizionare la nostra vita. Oppure diamo un’opportunità a Dio e in questo modo anche in mezzo ai deserti crescono gli spazi della speranza, spazi di vita. Perché – questa è l’esperienza degli autori biblici – Dio desidera abitare presso gli uomini. Dio vuole prendere abitazione, impiantare la sua tenda in mezzo al caos umano1.

Scoprire nel caos il sì di Dio
A quell’epoca – nel tempo del cosiddetto esilio babilonese – fu scritto il primo grande testo della Bibbia, Gn 1, 1-2, 4a. Secondo questo “racconto della creazione” Dio realizza – dal caos invivibile (Gn 1, 2) e con l’azione della sua parola potente e generatrice di vita – uno spazio adatto alla vita. Ad ogni creatura, ad ogni essere vivente viene assegnato il proprio ambiente vitale (Gn 1, 3-31). La creazione dell’uomo e della donna rappresenta un vertice del racconto della creazione (Gn 1, 26-31). Dio decide dentro di sé: «Facciamo l’uomo». Si tratta di una presa di posizione consapevole e ponderata per l’uomo. Dio vuole l’uomo! Indipendentemente da come l’uomo sia arrivato ad essere tale da un punto di vista evoluzionistico, vale per lui: tu sei voluto da Dio. Sulla tua vita c’è un grande SÌ. È il SÌ di Dio – fin dal principio.
Allo stesso tempo l’essere umano fa parte della creazione. Voluto e amato da Dio, l’uomo condivide il suo destino con l’intera creazione. Insieme ad essa egli è rinviato a Dio e dipende da Dio.

L’uomo – immagine di Dio
«Facciamo l’uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine». Nell’antico Oriente, nel mondo dal quale proviene la Bibbia, i governanti erano considerati spesso immagini delle rispettive divinità, come ad esempio i re dell’Assiria e di Babilonia o i faraoni egiziani. Ritenevano inoltre che una parte dello splendore e della gloria divini fossero riversati su di loro. Ciò che attorno a Israele veniva considerato vero solamente per i grandi e potenti vale – secondo la testimonianza biblica – per tutti gli uomini. Ogni essere umano, forte o debole, sano o malato, uomo o donna, piccolo o grande: ogni essere umano reca in sé una dignità regale. Lo splendore della luce divina è sopra di lui. Ogni essere umano è chiamato ad essere portatore e diffusore di tale luce.
Si ricordi pure un’altra tradizione del mondo biblico. Spesso i Re che governavano un grande regno, facevano collocare immagini di sé nelle varie province del loro regno. In questo modo intendevano affermare: in questa immagine – una statua o un bassorilievo –  sono presente io. L’immagine rappresentava il sovrano, lo rendeva “presente”.
Applicato all’affermazione che l’uomo è immagine di Dio, ciò significa: nell’essere umano Dio si rende presente ed opera in un modo speciale nella sua creazione. Attraverso di lui Dio vuole essere presente nel mondo. L’uomo è, per così dire, la presenza di Dio nella creazione, il luogo in cui Dio e la creazione possono rendersi presenti in modo particolare l’uno all’altra.

L’immagine tradita
La vocazione ad essere immagine di Dio comprende anche una speciale responsabilità. Per questo motivo l’uomo è incaricato di “dominare” – un’espressione di non facile comprensione, a volte malintesa e abusata. “Dominio” non significa arbitrio e sottomissione né esercizio di potere ad ogni costo o sfruttamento irrispettoso delle risorse disponibili, sia in natura che nell’umanità. Al contrario! “Dominare”, nell’antico Oriente, è un’espressione dalle connotazioni assai positive. Il “dominatore” è al contempo il pastore. Spetta a lui difendere la pace,  preservare e dar forma all’ambiente vitale, imporre il diritto e la giustizia, perché sia possibile una vera convivenza. Secondo il racconto biblico della creazione l’uomo non può concepire tale incarico in modo autosufficiente o arbitrario. È un compito che gli è stato affidato da Dio stesso. E perciò deve compierlo anche con responsabilità di fronte a Dio e secondo le sue intenzioni. L’uomo agisce in quanto immagine di Dio, se segue le indicazioni divine,  se si orienta secondo la volontà di Dio. La potente ed efficace parola di Dio, che l’ha chiamato in essere, deve anche farsi spazio nella sua vita, rinnovarlo e indicargli il cammino.
Ma com’è in realtà il mondo dell’uomo? La Bibbia accosta al racconto della creazione il racconto del diluvio universale: l’uomo tradisce la sua chiamata ad essere immagine di Dio. Esercita violenza – il contrario di “dominio” – e così scatena il caos, che si esplicita nell’immagine cosmica del diluvio. Questa è, spesso, la realtà dell’uomo. I due grandi racconti della creazione e del diluvio universale non rappresentano un “prima” e un “dopo”; mostrano bensì il mondo, così com’è stato pensato da Dio (l’uomo a sua immagine) e così come viene ripetutamente ridotto dall’uomo (l’immagine tradita). All’immagine “reale” del mondo – il diluvio come esperienza del caos: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra”  (Gen 6, 5) – viene contrapposta l’immagine ideale del mondo voluto da Dio: «E Dio vide che tutto quel che aveva fatto era davvero molto buono» ovvero «molto bello»2. In questo mondo contraddittorio, che da una parte viene scosso dalla distruzione e dal caos, ma che al contempo è realizzato in modo tale da poter accogliere la presenza trasformatrice e rinnovatrice di Dio, vive Israele, vive la Chiesa.
Ma se la vocazione di ogni uomo è già quella di esprimere la presenza di Dio in questo mondo contraddittorio, per quale fine dunque esiste Israele? E perché è necessaria una Chiesa, la quale, secondo gli scritti neotestamentari, traccia il profilo della propria autocomprensione proprio riagganciandosi ai testi veterotestamentari? Perché la Bibbia parla ancora di un “popolo eletto”, se ogni essere umano nella creazione è chiamato ad essere “presenza di Dio”?

2. La tenda di Dio tra gli uomini
Torniamo al primo racconto biblico. Il settimo giorno Dio riposa – un’affermazione significativa. Il settimo giorno è il giorno del compimento e della pienezza di vita (Gn 2, 1-4a). Il riposo di Dio è segno del compimento. Ma espressamente si parla soltanto del riposo di Dio, non del riposo dell’uomo. Presso Dio e in Dio la creazione è compiuta. Ma come giunge questa pienezza agli esseri umani e nel loro mondo? La descrizione di questo settimo giorno in Gn 2, 1-4a, attraverso l’utilizzo di parole-chiave, si spinge ben al di là del racconto della creazione e rinvia al racconto sinaitico di Es 19-403.

Portatori della luce divina
Dopo gli avvenimenti della liberazione dal potere del faraone (Es 1-15), passando attraverso il deserto (Es 15-18), il popolo di Israele raggiunge il Sinai (Es 19ss). Per sei giorni – come si legge in Es 24, 15ss – il monte è coperto dalla nuvola. Non succede nulla. La nuvola è segno della presenza di Dio. Dio appare come l’indisponibile e l’inavvicinabile. Il settimo giorno invece Mosé sale sul monte ed “entra” nella nuvola. Sperimenta il Dio presente. Lo splendore di Dio si mostra all’intero popolo. Israele può prendere parte al compimento e alla gloria di Dio. Questo settimo giorno è per l’appunto il giorno nel quale, secondo Gn 2, 1-4, il mondo è compiuto in Dio.
«Mosé salì dunque sul monte. La nube coprì la cima del monte e il Signore si manifestò sul Sinai in tutta la sua gloria. Essa appariva agli occhi di tutto il popolo come un fuoco divorante. La nube coprì il monte per sei giorni; al settimo il Signore dal mezzo della nube chiamò Mosé, e Mosè entrò nella nube e salì sulla cima. Egli rimase là quaranta giorni e quaranta notti» (Es 24, 15-18).
Ciò significa che in Israele si manifesta – e così diventa visibile nel mondo – qualcosa della pienezza e dello splendore di Dio. La magnificenza di Dio, il suo sabato deve incendiare Israele «come fuoco che consuma» e attraverso Israele deve raggiungere e toccare il mondo. Nel Nuovo Testamento ciò corrisponde al messaggio del discorso della montagna: «Siete la luce del mondo… Una città costruita sopra una montagna non può rimanere nascosta» (Mt 5, 14-16).
Per quale motivo e per quale fine allora esistono Israele e la Chiesa? In un mondo sperimentato come conflittuale e lacerato, attraverso il popolo eletto da Dio deve diventare “visibile” qualcosa dell’integrale pienezza creata da Dio e che lui intende realizzare. Israele viene scelto, perché Dio vuole rendere visibile nel mondo lo splendore della pienezza. Grazie a questa luce viene sempre di nuovo in rilievo la dignità e la grandezza dell’uomo come immagine di Dio. Per questo motivo a Israele e alla Chiesa spetta in modo speciale il compito di proteggere la dignità riconosciuta da Dio all’essere umano e di metterla sempre di nuovo “in luce”.

Una casa di pietre vive
Cosa avviene sulla montagna? Mosè guarda il Santuario celeste, la dimora di Dio in cielo. Perché vede la dimora celeste? Deve costruire quel Santuario sulla terra.
Es 25, 1.8-9: «Il Signore disse a Mosè: “Gli Israeliti mi consacreranno un luogo particolare, così io abiterò in mezzo a loro. Farete la tenda e gli oggetti di culto uguali al modello che io ti mostrerò”».
Dio desidera abitare sulla terra, così come abita in cielo. Israele stesso deve essere il suo santuario, una casa di pietre vive. Dio vuole essere presente nel suo popolo Israele e attraverso di esso nel mondo. Per questo quindi esiste Israele, il popolo eletto, e per questo esiste anche la Chiesa: affinché Dio abiti in mezzo a loro e gli sia possibile comunicare qualcosa della pienezza che è presso di lui.

La presenza trasformante di Dio
Ci soffermeremo ora sulla tenda sacra, sulla “tenda dell’incontro”, e sulla forza trasformante della presenza divina.
«In quel luogo mi incontrerò con gli israeliti, ed esso sarà consacrato dalla mia presenza gloriosa. La tenda dell’incontro e l’altare saranno consacrati a me. Anche Aronne e i suoi figli saranno consacrati a me per servirmi come sacerdoti. Abiterò in mezzo agli Israeliti e sarò il loro Dio. Riconosceranno che io, il Signore, il loro Dio, li ho fatti uscire dall’Egitto per poter abitare in mezzo a loro. Io, il Signore, sono il loro Dio (Es 29, 43-46).
La presenza di Dio in mezzo al suo popolo non conduce soltanto ad una percezione nuova di Dio da parte di Israele. In questo incontro Israele stesso viene rinnovato e santificato. La presenza di Dio fa vedere a Israele in una luce nuova anche la propria storia e gliela fa capire come un cammino con Dio. Il cammino di Dio con il suo popolo è orientato a questo obiettivo: preparare a Dio una dimora.
La ragione d’essere di Israele risiede quindi in questo: essere, se così si può dire, “contenitore” della presenza di Dio nel mondo. Israele, con tutti i suoi limiti, rende possibile che Dio faccia irradiare il suo splendore nel mondo. La forza trasformante della presenza di Dio diviene così messaggio per il mondo.

Tendere l’orecchio
al ritmo di vita di Dio
Del completamento della creazione (Gn 2, 1-4a) fa parte il completamento del santuario (Es 40, 33). Non soltanto la storia della salvezza di Israele, bensì anche l’intera storia della creazione tende a questo: preparare d Dio una dimora, attraverso Israele. Dove Dio è presente, la realtà della creazione e quella della salvezza si incontrano rinviando l’una all’altra.
«Così Mosè terminò tutti i lavori. Allora la nube coprì la tenda dell’incontro e la presenza gloriosa del Signore riempì l’abitazione. Mosè non poté più entrare nella tenda dell’incontro perché su di essa c’era la nube e la presenza gloriosa del Signore riempiva l’abitazione» (Es 40, 33b-35).
Il grande compito di Israele nel mondo e per il mondo consiste quindi nell’affinare l’attenzione alla realtà divina e nel custodire il santo che gli è affidato. Tale opera di custodia della presenza di Dio non può ovviamente essere realizzata esclusivamente nel giorno del sabato e nella celebrazione sacra. Questo impegno abbraccia tutta la vita, il giorno del sabato e la quotidianità. Anche la vita quotidiana con i suoi ritmi dev’essere intrisa di questa presenza divina. Nelle parole del testo biblico: «A ogni tappa, quando la nube si alzava dall’Abitazione, gli Israeliti levavano l’accampamento. Se però la nube non si alzava, essi non partivano e attendevano che la nube si fosse alzata» (Es 40, 36-37).
Il compito principale di Israele lungo il cammino attraverso il deserto verso la Terra Promessa della pienezza consiste dunque in primo luogo nell’essere attento alla presenza divina. I tempi per riposare e per essere attivi, i tempi per riflettere e per ricominciare sono determinati a partire dalla presenza di Dio. La presenza di Dio forgia il ritmo vitale del popolo di Dio. Questo “ante omnia” di un amore vigilante per la presenza di Dio è costitutivo per il cammino di Israele attraverso i tempi e rimane costitutivo anche per il cammino della Chiesa3.

3. Ebrei e cristiani: testimoniare insieme il Dio vivente
Che Dio voglia prendere dimora fra gli uomini è illustrato dall’Antico Testamento in molteplici modi. Non soltanto i racconti dei Patriarchi della Genesi o i testi citati sopra del Libro dell’Esodo, anche i Salmi (cf Sl 23; 46) e gli Scritti profetici si occupano di questo argomento. Così ad esempio il profeta Ezechiele, nel suo annuncio di salvezza, traccia immagini che preannunciano una vita futura e non più perdibile nella presenza di Dio: «… Stabilirò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. Abiterò con loro: essi saranno il mio popolo, io sarò il loro Dio. Quando avrò messo il mio santuario in mezzo a loro per sempre, allora le nazioni riconosceranno che io sono il Signore e che ho consacrato Israele al mio servizio» (Ez 37, 26-28).
Questo messaggio biblico-veterotestamentario sul “prendere dimora” di Dio nel suo popolo ha avuto un influsso decisivo, nel suo doppio seguito storico, sia sull’ebraismo che sul cristianesimo. Entrambe le religioni sorelle testimoniano, benché in modi diversi, il Dio vivente che in quanto trascendente si prende cura del mondo e non lo lascia in balia degli eventi.

La teologia giudaica postbiblica della Shekhinah
Nella tradizione ebraica, in epoca post-biblica, il messaggio della dimora di Dio tra gli uomini si ripercuote nell’insegnamento della Shekhinah. Quando i Romani, nel 70 d.C. distrussero il secondo Tempio (luogo della presenza di Dio) e quando il popolo di JHWH fu costretto ad affrontare grosse difficoltà, la teologia della Shekhinah – sorta durante il periodo dell’esilio e dopo l’esilio – venne ulteriormente approfondita nella riflessione rabbinica e venne sviluppata narrativamente in numerosi racconti sotto forma di parabola. Si trattava di dare conforto e motivazione a rimanere fedeli alla comunione con Dio. Questa teologia riflessiva e narrativa serviva ad Israele quale rassicurazione di sé e del proprio cammino con Dio, per vivere saldi nella comunione con Dio specialmente nelle notti della fede5.
Nonostante le differenze evidenti, si rilevano anche forti legami tra la concezione biblica  del “dimorare di Dio fra gli uomini”, il discorso postbiblico-ebraico della Shekhinah e il messaggio del Nuovo Testamento sulla presenza del Signore risorto fra i suoi (cf Mt 18, 20; 28, 20).

Il messaggio del Nuovo Testamento
L’idea veterotestamentaria del dimorare di Dio presso il suo popolo ha trovato espressione anche nel Nuovo Testamento. Accanto alle affermazioni fondamentali del Vangelo di Matteo5, ciò diviene manifesto soprattutto attraverso il Vangelo di Giovanni, il cui prologo interpreta l’incarnazione del Logos divino sullo sfondo del messaggio veterotestamentario del dimorare di Dio fra gli uomini: «E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi» ovvero: «e venne a porre la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Nelle parole di Gesù, nelle sue opere e nel suo patire, il Padre stesso è all’opera. A chi corrisponde all’amore di Gesù, vive la sua parola e le rimane fedele, Gesù promette: «… il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Il vivere secondo la Parola fa sì che chi segue Gesù diventi tempio vivo, nel quale Dio stesso prende dimora.
Anche Paolo – facendo riferimento a Lv 26, 1 – in 2Cor 6, 16 sottolinea che la comunità dei credenti in Cristo è «Tempio del Dio vivente». La parola di Cristo abita in mezzo alla comunità dei credenti (Col 3, 17). Ciò vale nella stessa misura dei singoli credenti, che si aprono al mistero di Dio nella fede. In loro abita lo spirito di Dio (Rm 8, 9.11; 1Cor 3, 16; 2Tit 1, 14); Cristo stesso abita nel loro cuore (Ef 3, 17).
Il libro dell’Apocalisse infine ci presenta la promessa veterotestamentaria come il traguardo delle vie di Dio: «Ecco l’abitazione di Dio fra gli uomini; essi saranno suo popolo ed egli sarà “Dio con loro”. Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. La morte non ci sarà più. Non ci sarà più né lutto né pianto né dolore» (Ap 21, 3-4).
Questa immagine di una salvezza non più perdibile in un futuro realizzato da Dio non toglie però la responsabilità di fronte al presente. Al contrario! La salvezza futura deve agire sulla vita presente e modellarla. Essa chiede di cercare e di mettere in atto già fin da qui ed ora vie e forme di vita nelle quali si prepari una dimora al Dio vivente nel quotidiano. E, come afferma un detto ebraico: Dio prende dimora dove lo si fa entrare.
Israele e la Chiesa sono sollecitati a testimoniare insieme, pur in modi diversi, che Dio vuole abitare in questo mondo ed essere presente agli uomini. Così può farsi strada nel mondo una speranza che non inganna e che sostiene.

Franz Sedlmeier
 
______________________

1)     È presumibilmente al tempo dell’esilio in Babilonia, nel 6° sec. prima di Cristo, che nasce la teologia della Shekhinah, quale teologia narrativa che parla dell’abitare di Dio presso il suo Popolo, nonostante il fatto che i fedeli di JHWH nell’esilio sperimentino in maniera drammatica la perdizione e la lontananza da Dio.
2)     La parola ebraica “buono” può significare anche “bello” e si riferisce pertanto alla beatitudine che Dio prova al cospetto del suo operato.
3)     Questo “ante omnia” muove l’autore della Prima Lettera di Pietro quando chiede alle prime comunità: «Soprattutto conservate tra voi una grande carità» (1Pt 4, 8). Tale sfondo biblico spiega la nota iniziale con cui si aprono gli Statuti generali del Movimento dei focolari e che formula in queste parole la “premessa di ogni altra regola”: «La mutua e continua carità, che rende possibile l’unità e porta la presenza di Gesù nella collettività, è per le persone che fanno parte dell’Opera di Maria la base della loro vita in ogni suo aspetto: è la norma delle norme, la premessa di ogni altra regola».
4)     Per la genesi e il significato della teologia della Shekhinah cf tra l’altro Hanspeter Ernst, Die Schehkina in rabbinischen Gleichnissen, Judaica et Christiana 14, Frankfurt 1994.
5)     Cf più ampiamente il contributo di Gérard Rossé in questo numero di “Gen’s”, pp. 156-163.
 

ESPERIENZA DEI CARISMI NEI CORINZI (1Cor)

http://www.rnsbassano.it/node/669

ESPERIENZA DEI CARISMI NEI CORINZI

(di RnS)

Nella Prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo analizza concretamente la relazione tra i diversi carismi per poi ricondurre, questa diversità, a un unico Spirito. Determinando inoltre una sorta di gerarchia dei carismi, sottolinea il fatto di saper riconoscere la presenza dello Spirito anche nei piccoli gesti di fede, e non solo in quelli eclatanti.
 
Premessa
La prima lettera ai Corinzi contiene, rispetto a tutte le altre lettere autentiche, in modo esplicito il pensiero teologico dell’apostolo Paolo circa l’esperienza dei carismi che caraterizza, in modo particolare, il vissuto della comunità di Corinto. E’ opportuno ricordare che quanto l’Apostolo scrive nelle sue lettere non è frutto di una elaborazione teorica degli elementi fondamentali della fede cristiana ma risposte a situazioni concrete, a problematiche storiche, reali, che caratterizzano le comunità da lui fondate. L’apostolo Paolo si lascia interpellare dal vissuto delle comunità offrendo loro tutta la sua esperienza, la sua sapienza derivante da una profonda conoscenza della Scritture (Antico Testamento), la sua grande capacità di elaborazione teologica forte della sua cultura greca ed ebraica. Per questo motivo, molti studiosi affermano che l’apostolo in realtà non ha scritto delle epistole ma delle lettere familiari il cui scopo è quello di comunicare con le comunità, di stabilire una relazione e non semplicemente di trasferire principi dottrinali. E’ utile non trascurare quest’aspetto onde evitare d’interpretare il pensiero dell’apostolo senza tener conto del contesto, delle reali esigenze storiche. Per quanto riguarda l’esperienza dei carismi è di fondamentale importanza comprendere il contesto della comunità di Corinto per cogliere i veri obiettivi che l’apostolo Paolo vuole raggiungere attraverso l’articolata argomentazione riportata nei capitoli 12, 13 e 14 della lettera in questione. Considerando, secondo una visuale d’insieme, i tre capitoli sopra citati, risulta particolarmente evidente l’unità tra i capitoli 12 e 14: in entrambi si parla dei carismi seppure con finalità differenti, mentre potrebbe apparire, a prima vista, non perfettamente in sintonia il capitolo 13 riportante il famoso « inno alla carità ». In realtà non si tratta di un semplice intermezzo o digressione perché, sin dai primi versetti, l’apostolo mette in relazione i carismi di glossolalia, di profezia e la conoscenza dei misteri con la carità (cf 1Cor 1-3).
La problematica sollevata dalla comunità di Corinto riguarda proprio questi due carismi: la glossolalia e la profezia considerati come i carismi per eccellenza; possederli significa essere pienamente uomini e donne spirituali. L’intervento dell’apostolo Paolo mira a regolamentare la concezione e l’esercizio di tali carismi, ridimensionando, senza però disprezzare, il carisma di glossolalia (varietà delle lingue cf 1Cor 12,10) per dimostrare invece la superiorità del carisma di profezia (cf 1Cor 14,5)
 

Unità nella diversità
Riguardo ai doni spirituali o carismi, nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi, è possibile approfondire tre aspetti principali.

Carismi per il bene comune
Romani 12, 1-11.
In questa prima pagina l’apostolo Paolo (vv. 1-3) sottolinea come principio di discernimento, per comprendere l’agire dello Spirito, la confessione della Signoria di Cristo (cf 1Cor 12,2) per poi rapportare, secondo lo schema trinitario, la diversità dei carismi all’unico Spirito, i diversi ministeri all’unico Signore e le diverse operazioni all’unico Dio (cf 1Cor 12,4). Solo dopo questa premessa teologica, san Paolo elenca i nove carismi preceduti da un’importante defizione del termine carisma: « A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune » (cf 1Cor 12,7), concetto ripreso in 1Cor 12,11:  » Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole ». A ragione del vero, nel testo originale non troviamo la parola « bene comune » (cf 1Cor 12,7); si tratta, infatti, di un’aggiunta che si ritrova in diverse traduzioni della Bibbia. Come dimostra il biblista Vanhoye, il termine greco pros to sympheron si ritrova in altri due testi del Nuovo Testamento (Mt 5, 29-30) con riferimento all’utilità personale « è vantaggioso (utile-sympherei soi) per te che non perisca uno dei tuoi membri e che non venga gettato nella Geenna », e nella Lettera agli Ebrei (cf 12,10) dove il termine fa riferimento alla santificazione personale « Dio lo fa per il vostro bene (vostro vantaggio, la vostra utilità), allo scopo di farci partecipi della sua santità ».  L’Apostolo, inoltre, afferma che non tutti i carismi sono finalizzati al bene comune, come nel caso della glossolalia che edifica soltanto chi l’esercita e non la comunità (cf 1Cor 14,2).
 
Un unico corpo
Romani 12, 12-27.
In questa sezione, l’Apostolo affronta il tema dell’unità nella diversità paragonando la comunità al corpo umano. L’obiettivo è quello di affermare che la pluralità e la diversità sono costitutivi dell’unità; non può esistere una comunità senza la diversità dei carismi, poiché come il corpo umano è costituito da membra diverse con funzioni diverse, allo stesso modo è anche il Corpo di Cristo. Tutti i carismi nella comunità sono « utili e indispensabili »: « il piede » non può dire, « poiché io non sono mano, non appartengo al corpo » (1Cor 12,15), nè « l’occhio » dire alla « mano »: « non ho bisogno di te » (1Cor 12,21). Il « piede » rappresenta la parte depressa e scontenta della comunità, mentre « l’occhio e la testa » la parte super carismatica che si ritiene autosufficiente. Paolo vuole sradicare tale concezione della vita comunitaria per ribadire il primato della diversità nell’unità.
 
L’azione carismatica dello Spirito
Romani 12, 28-31.
L’Apostolo riporta un nuovo elenco dei carismi, determinando una sorta di gerarchia: « Alcuni però Dio li ha posti in primo luogo come apostoli, in secondo luogo….. » (cf  1Cor 12,28) aggiungendo, rispetto ai nove carismi sopra elencati, quelli di « governo e di assistenza ». La motivazione di questa aggiunta è dovuta al fatto che l’Apostolo vuole dimostrare ai super carismatici che l’autenticità delle manifestazioni straordinarie non è data dall’effetto esteriore, ma se queste contribuiscono all’edificazione comunitaria. I Corinzi, in altri termini devono imparare a riconoscere non solo nei fenomeni straordinari, ma anche in quelli meno straordinari, l’azione carismatica dello Spirito. « A questi spirituali Paolo impone un allargamento di prospettiva; debbono sapere che i fatti spettacolosi non sono l’unico modo in cui si manifestano la presenza e l’azione dello Spirto Santo. Un semplice atto di fede è già la sua opera, ed è anche, in realtà, un fatto straordinario, benché non sia spettacoloso ». (Vanhoye).

Tratto dalla rivista  Rinnovamento nello Spirito Santo  7/2009

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 20 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

KIng Solomom, Hajdudorog Frame

Re Salomone

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:King_Solomon_Hajdudorog_Frame.jpg

 

Publié dans:immagini sacre |on 19 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

LA DONNA NEI LIBRI SAPIENZIALI

web.mclink.it/MH0271/La%20donna%20nei%20libri%20sapienziali.doc

(il link però non funziona, non riesco a trovare il sito)

LA DONNA NEI LIBRI SAPIENZIALI

E’ difficile scoprire nei testi biblici una qualsiasi teologia della donna, semmai considerare tentativi, timidi ma significativi, di una difesa o di un qualche riconoscimento della donna come persona.
Un quadro teologico di rivalutazione piena della donna, al pari dell’uomo protagonista della missione creazionale e sociale è utopico.
 
Biblicamente l’esclusione dai ruoli di magistero della donna, da una società androcentrica gerarchizzata, all’interno della Chiesa, si fonda su 2 argomenti essenziali:
- l’esempio del Cristo che non ha affidato a delle donne la carica di apostolo, sebbene fosse « femminista » per il mondo giudaico
- il fatto che il Cristo fosse un uomo e che il sacerdote essendo il sacramento del Cristo, non svolgerebbe il suo ruolo di « segno » se fosse donna.

E’ dell’uomo il ruolo di protagonista nelle umili vicende della vita come nei grandi capovolgimenti della storia; il maschio è l’unico modello sia che  lo si presenti in positivo che in negativo, già dalla storia primitiva (Gn), con la sola eccezione di Eva che ha un qualche protagonismo nella scena del peccato.
Per quel che riguarda la storia patriarcale alle donne non manca l’iniziativa ma è sempre funzionale all’uomo, sia che si tratti del marito o del figlio: Sara in favore del figlio Isacco, Rebecca per Giacobbe, Rachele nel caso degl’idoli sottratti al padre Labano in favore dei propri figli (Gn. 31,25-35).
Nella storia esodale le affettuose premure delle donne servono a meglio evidenziare l’eccezionale statura del maschio che le interessa.
Lo stesso dicasi delle ostetriche egiziane: l’inosservanza del comando del faraone è in funzione della salvezza dei maschi ebrei.
La simbolica nuziale dell’A.T. consiste nel rappresentare l’alleanza di Dio con il suo popolo sotto l’immagine del matrimonio in cui Dio è lo sposo ed il suo popolo la sposa.
La maggior parte dei testi veterotestamentari che ci parlano delle donne, ce le presentano nella loro condizione ordinaria di spose, di madri o di padrone di casa, a cominciare dal ruolo coniugale nel Cantico dei cantici.
« Trovare moglie significa trovare una fortuna » (Prv. 18,22)
« Sii sempre invaghito del suo amore » (Prv. 5,19)
« una donna accetterà qualunque marito » (Sir. 36,21)
Non si può sfuggire alla concupiscenza della carne, se non incanalandone rettamene la passione e i moti nel legittimo matrimonio.

L’A.T. loda le donne nei loro ruoli tradizionali e fustiga quelle che non corrispondono a questi ruoli:
- le troppo belle ( Sir. 9,1-9)
- le troppo libere, per noi provocanti (Sir. 26,10)
- le malvagie, autoritarie, chiacchierone e quindi pigre (Sir. 25,13-26)
- le gelose (Sir. 26,6)
- le ubriacone (Sir. 26,8)

« Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna » (Sir. 42,14)
La legislazione dell’A.T. sul matrimonio è molto più severa per la donna che per l’uomo.
Il matrimonio in Israele, come in tutto l’Antico Oriente, non era un affare né religioso né pubblico, ma una questione privata di due famiglie.
L’età matrimoniale minima stabilita dai rabbini era di 13 anni per i maschi e 12 per le femmine.
Essi hanno sentenziato che l’uomo deve sposarsi a 18  e, se passa l’età di 20 senza prender moglie, trasgredisce il comandamento di Dio e incorre nel suo dispiacere.
La moglie fa parte dei beni posseduti dal marito con la casa.
Il marito la può ripudiare, mentre lei non può chiedere il divorzio.
La cattiva condotta della sposa viene repressa molto più severamente di quella del marito.
Queste leggi sono fatte generalmente per proteggere il marito ed in senso più generale la famiglia, la creazione di una discendenza legittima alla quale si sarebbe trasmessa la promessa che condiziona l’esistenza d’Israele. Solo al maschio è indirizzata l’educazione dei sapienti.
Il sommo sacerdote non poteva avere che una sola moglie.
Le prescrizioni rabbiniche impediscono a tutte le donne, anche non sposate, di studiare la Scrittura.
Le donne possono andare alla sinagoga ma dato che non conoscono bene la Legge, non possono tenervi la lettura.
La donna, gli schiavi ed i bambini non erano tenuti ad osservare i precetti positivi da mettere in pratica in determinati momenti; è così che una preghiera giudaica antica dice:
« Sia benedetto Dio che non mi ha fatto pagano. Benedetto sia Dio che non mi ha fatto donna. Benedetto sia Dio che non mi ha fato schiavo ».
Che la donna conti poco o niente nella società dell’Israele riflesso nella Bibbia dell’A.T. è una realtà che non si può smentire in alcun modo.
La donna non deve compiere i comandamenti.
La Legge conteneva molte prescrizioni rituali che le donne, a causa del loro frequente contatto con il sangue, non erano in grado di osservare perfettamente.
E’ questo senza dubbio il motivo per cui nel Tempio c’era un recinto speciale riservato alle donne, tra quello degli uomini e quello dei gentili. (Flavio Giuseppe)
Fu dopo l’esilio, quando la Legge e, specialmente le leggi di purità rituale assumono un’importanza invadente, che ci sono state numerose eroine; sebbene non si trovino nell’A.T. donne sacerdoti, troviamo però delle donne sagge e profetesse.
Alla donna biblica è riservato, quasi in esclusiva, un ruolo di contorno o di stretto rapporto con il marito o con il figlio.
Per celebrare Javhè, l’invitto guerriero che al Mar dei Giunchi « ha sbaragliato il nemico gettando in mare cavallo e cavaliere », fu una donna, Miriam, una « profetessa », sorella di Aronne, che dà inizio alle danze celebrative convocandovi tutte le donne (Es. 15,20 ss).
A Davide vincitore di Golia verranno incontro le fanciulle d’Israele per celebrarlo (1 Sam. 17,1)
Alle donne è riservata una funzione un po’ troppo coreografica, ma da allora la funzione così centrale del canto nella liturgia passerà in mano maschile e vi resterà saldamente.
Vera protagonista, invece, sarà Debora che in qualità di giudice convoca le tribù israelitiche contro Sisara e ne affida il comando a Barak, qualificandola come « madre per Israele » (Gdc 5,7)
Giuditta ed Ester sono proposte come altrettante « madri » del loro popolo in quanto lo sottraggono ai pericoli mortali incombenti.
I testi veterotestamentari non fanno mistero nell’assegnare alla donna un tipo di protagonismo d’insidia:
- Eva nei confronti di Adamo (Gn. 3,6),
- Sara nel costringere Abramo ad allontanare a malincuore la schiava Agar e il loro figlio Ismaele (Gn. 21,10 ss),
- Miriam corifea al Mar dei Giunchi, lo è assieme al fratello Aronne, nel contestare il primato di Mosè (Num. 12).

Alcune regine madri o spose si distinguono per:
- l’intrigo, Betsabea in favore di Salomone (1 Re 1,11-27)
- la crudeltà, Gezabele (1 Re 21,1-26)
- per la sete di potere, Atalia (2 Re 11)

I libri sapienziali hanno dato notevole spazio alla presenza ed all’operato della donna, ma sempre in funzione della vita o del benessere dell’uomo.
E’ così che la donna viene considerata perfetta e completa se corrisponde ai requisiti di una brava ed efficiente massaia, buona donna di casa, ma soprattutto sicurezza sociale per il marito.
Prv. 31,10-31 ha coniugato le qualità di una donna così con le 22 lettere dell’alfabeto ebraico, come a sostenere che in quell’alfabeto muliebre c’è il codice e la pittura ideale di una donna d’Israele.
I testi sulle donne virtuose non abbondano, forse perchè rare come i veri amici…ma non mancano quelli che  ne sottolineano la capacità di rovinare la vita del marito se per caso ne ha sposato una litigiosa o querula.
Stimmatizzata dalla letteratura sapienziale è la donna adultera e la prostituta, descrivendone a forti tinte le arti seduttorie, la rara capacità d’illudere l’uomo (che passa da ingenuo), l’inevitabile avviamento alla morte ed alla perdizione del sedotto (Sir. 9,9)
La valutazione del tutto negativa nei confronti della donna fa passare Qohelet come l’autore più misogino della Bibbia.
Il Siracide non si discosta di molto: ai genitori raccomanda di « educare » il figlio maschio, al contrario di « vigilare » sulla figlia. E’ rilevante la distinzione: la vigilanza va fatta sul « corpo »della ragazza come all’oggetto dei desideri insani; alla ragazza in quanto persona, invece, non bisogna « mostrare un volto troppo indulgente » per mantenerla in dovuta soggezione.
La ragazza da maritare costituisce solo fonte di preoccupazione per il padre.
 Nel testo biblico migliore sorte è toccata alla metafora biblica.
Tra tutti gli attributi di Dio (giustizia, misericordia, pace, ecc…) quello della sapienza è stato più ampiamente personificato nella raffigurazione della donna che mette su scuola e v’invita gli uomini perché imparino a vivere (Prv. 8,1 ; Sir. 24).
Contrariamente è l’antifigura della follia, personificata in una « donna irrequieta, sciocca ed ignorante » che ugualmente ha messo su scuola ma per la rovina degli inesperti e degli stolti.
Altra raffigurazione muliebre ricorrente specialmente nella letteratura profetica è quella della nazione ebraica.
 In ambienti cristiani la donna non ha goduto attenzioni migliori.
Tuttavia, proprio dalla Bibbia ci vengono delle preziose indicazioni di un qualche recupero della dignità della donna in termini di persona che si rapporta all’uomo in conformità ad una comune parità di diritti-doveri.
Il primo livello di recupero consiste in quello teologico: la Bibbia è stata redatta ad uomini nel linguaggio più esplicito dell’androcentrismo. Ogni immagine è maschile e converge per tradurre l’idea, la presenza, l’azione, l’esperienza di Dio.
L’immagine maschilista di Dio è all’origine di tutti gli assoggettamenti storici, culturali, sociali e religiosi della donna.
 Secondo queste teologhe la Bibbia con la sua immagine del Dio-maschio è il vero peccato originale che ha pesato storicamente sulla condizione della donna.
L’immagine di Dio che come un grande uccello madre volteggia sulle sue creature e cova la grande massa d’acqua primordiale e caotica per infondervi la vita e trasformarla in cosmo vivente, è espressa dal termine ruah.
Ora ruah è prevalentemente femminile e il Dio-ruah della Bibbia è dunque in rapporto con la vita cui dà inizio come una madre.
Alcuni tra gli attributi di Dio più celebrati sono la sua misericordia e alcuni suoi atteggiamenti nei confronti d’Israele.
Il Dio  che ha un utero… Il Dio che è madre e poiché tale s’intenerisce profondamente come solo una madre sa fare.
L’ebraico rende Dio più partecipativo: Dio è sconvolto, « soffre » profondamente di fronte al male dei suoi figli. Non sono molti i riferimenti femminili di Dio ma sono estremamente significativi.
Il secondo livello di recupero è quello soteriologico o della liberazione della donna.
Il criterio di fondo è la visione di fede di tutta l’esperienza biblica che ha come evento fondante l’esodo dall’Egitto, che ha quindi un’azione di salvezza.
Nascono i diritti di JHVH ad imporre la sua volontà tradotta in una legge, che a sua volta richiede anche un servizio all’altro uomo attraverso il rispetto dei suoi diritti fondamentali ed attraverso i un’opera di promozione e difesa della classi più deboli.
Implicitamente non mancano significative attenzioni alla situazione della donna nella società ebraica in vista di una sua rivalutazione in termini più personalistici.
Questi tentativi sono riconducibili quasi esclusivamente all’area deuteronomistica.
Il redattore ha effettuato uno sdoppiamento dell’ultimo comandamento, quello del desiderio della cosa altrui, riproponendolo in un duplice precetto: quello della donna prima e poi quello della casa con tutto ciò che c’è dentro.
Il che dimostra la volontà precisa di voler dare una differente importanza alla donna nei confronti della casa o della proprietà dell’uomo: un primo e chiaro tentativo di affermazione del valore della donna come persona.
La legge la prende in considerazione: essa è come l’uomo, col « Codice dell’alleanza » la donna ha il suo statuto giuridico.
Le prescrizioni più attente alla persona del più debole, come ad esempio il rinvio a libertà dello schiavo al settimo anno del suo servizio, ha introdotto modifiche significative in Dt 15,12-15 « … »
Lo stesso trattamento è previsto per l’uomo e per la donna circa la decisione di andarsene o di rimanere a casa del padrone (v. 17).
Il terzo livello è quello creazionale o progettuale.
Tutti i miti creazionali dell’Oriente antico, non solo di Gn. 2,18-24 mettono in risalto l’importanza della donna come persona e come membro della società.
L’umanità è completa solo nella  comunione in termini personalistici dell’uomo e della donna.
E’ convinzione che l’uomo e la donna a pari diritto e dovere vengano ritenuti ugualmente necessari ed indispensabili per rappresentare l’umanità e per assolvere alla vocazione globale dell’uomo sulla terra.
Ogni società, civile e religiosa, raggiunge la sua pienezza partecipativa quando sa porre insieme la partecipazione attiva di tutti i suoi membri alla stregua della partecipazione coniugale dell’uomo e della donna.
Il Cantico dei cantici (il « cantico per eccellenza » che un innamorato rivolge alla sua innamorata) ne è solo lo sviluppo tematico.
La donna è della stessa natura dell’uomo, al contrario degli animali, diversi ed inferiori (Gn. 2,19-20).
Al lettore della Bibbia questo testo pare l’idillio di una coppia non solo felice ma in perfetta armonia sulla base di un rapporto ugualitario, successivamente lascia il posto ad un rapporto di padrone a schiava.
La causa di questo brusco passaggio è stato appunto il primo peccato del quale il dominio padronale dell’uomo sulla donna è la pesante ed ineludibile conseguenza.
L’autore biblico, in questo caso il cosiddetto Jahvista, è un uomo che s’interroga su molte cose che cadono sotto i suoi occhi, come del resto sotto i nostri.
Il rifiuto di Dio è detto in linguaggio religioso peccato.
Il peccato è la causa degli equilibri rotti.
Perché maschio e femmina essi sono invitati a popolare la terra, a soggiogarla e a dominarla; esprimere insieme e visibilmente (immagine).
Uomo e donna insieme e ad uguale diritto/dovere sono proposti come protagonisti della storia tutta da attuare e da scrivere.
Due donne occupano la scena di Prv. 1-9: donna sapienza e la « donna straniera ».
La parola è lo strumento della seduzione ed ambedue invitano, mediante la loro « voce », il giovane inesperto a recarsi nella loro casa.
L’aggettivo straniera è un termine riassuntivo, una parola d’ordine che collega tutti i testi su « quella » donna da cui si mette in guardia, sia essa sposata o no, sia essa straniera o di altra religione, sia essa prostituta o folle; oppure ha il senso di « singolare », « inconsueta » o semplicemente appartenente ad un’etnia differente.
La figura femminile che qui si presenta con diversi volti è posta in parallelo alla donna sapienza, designata anche lei con vari attributi: saggezza, sapere, senno, prudenza).
Così la donna « straniera »è indicata come adultera, malvagia, prostituta, folle, tutti attributi che si riferiscono ad un’antica figura, poetico-simbolica, specularmene contrapposta alla sapienza personificata. E’  facile ipotizzare che queste 2 personificazioni incarnino il bene e il male, la sapienza e la follia, il patrimonio religioso d’Israele e la religione straniera.
I discorsi della sapienza conducono alla vita, quelli della donna straniera alla morte.
Presupponendo che sia un padre a parlare, in nome della sapienza, dà istruzioni al figlio su come conoscere la sapienza, lo mette in guardia da diversi personaggi (peccatori, malvagi, donna malvagia, prostituta, adultera) in realtà tutte rivolte contro la donna straniera.
w8,4-36 sono le parole della sapienza che seguono il discorso della donna straniera
La « donna straniera » rappresenta dunque il discorso opposto e contrario a quello della sapienza; essa incarna diversi modi di « essere straniera » rispetto alla sapienza ed ai suoi insegnamenti.
Le 2 donne parlano al figlio proponendogli le stesse cose: egli deve fare il discernimento.
« Straniero » designa una qualità che è comune anche alle altre figure femminili nominate.
« Straniero » è ciò che è deviante ed infedele rispetto alla « casa », alla comunità ed alla sua tradizione; quindi ciò che è nuovo e pericoloso, sebbene possa essere attraente e seducente.
Tutte le forme di devianza sono accumulate e sommate in una figura femminile.
« Straniera » è un aggettivo che indica ambiguità, come la « spada a doppio taglio »: le labbra della straniera stillano miele, ma più viscida dell’olio è la sua bocca.
L’immaginario erotico cui si ricorre per dipingere la figura della donna straniera, presenta l’adultera e la prostituta come tipi tradizionalmente legati con il disordine e la devianza non solo morale, ma anche religiosa.
La donna-follia è invece straniera rispetto alla donna-sapienza.
« Straniero » assume un significato metaforico, un’interpretazione sociologica, che legge Prv. 1-9 nel contesto della situazione sociale della provincia di Giuda in epoca persiana e più precisamente alla luce del tentativo fatto dall’élite dominante di origine babilonese per eliminare i matrimoni exogamici, che erano matrimoni di convenienza per promuovere propri interessi politici ed economici contrari all’autonomia di giuda, non tiene conto del significato metaforico.
Straniera è la donna che non incarna la sapienza, che non è fedele al patrimonio culturale-religioso proprio d’Israele; è qualsiasi persona che si lascia sedurre dalle parole ingannatrici della follia, diventando idolatria.
Gezabele è la straniera per eccellenza.
La tradizione fa risalire l’episodio della fornicazione degli israeliti con le donne di Moab, alla fine del tempo del deserto, immediatamente prima di attraversare il Giordano.
Il popolo d’Israele mangiò e si prostrò davanti ai loro dèi. Più tardi furono le donna straniere di Salomone a corrompere il cuore del re, inducendolo al culto idolatrico (1 Re 11,1-8).
Per il profeta Nahum, Ninive è « la prostituta dalle molte seduzioni,la bella maliarda, la maestra d’incanti »… Ma la « straniera » per eccellenza fu Gezabele, moglie di Ahab (1 Re18,19), insieme con sua figlia Ataliah.
Gezabele avrebbe ucciso 400 profeti di JHWH, mentre avrebbe difeso i sacerdoti di Baal.
Lo scontro con Elia è totale ed Elia è costretto a fuggire (1 Re 19).
Nell’episodio della vigna di Nabot, Gezabele sembra rappresentare la concezione cananaica  della regalità ed è condannata per la sua idolatria.
E’ fuori dubbio che la redazione deuteronomistica veda Gezabele, storicamente, come la rappresentante della religione cananea, quindi la straniera per eccellenza.
Così Gezabele diviene il « tipo » della religione straniera, che richiama il culto di divinità femminili della religione Cananea.
Il linguaggio erotico, usato per designare l’apostasia d’Israele, era comune ai profeti: da Osea ad Ezechiele la prostituzione e l’adulterio erano metafore abituali per indicare l’infedeltà alla religione jahwista e l’adesione a culti idolatrici.
La donna straniera offre molto più che sesso a chi la segue: essa è la sintesi di tutto ciò che la donna-sapienza non è.
Il linguaggio erotico è usato parallelamente sia per la donna straniera sia per la sapienza; l’uomo può:
- abbracciare la sapienza o il seno della donna del vicino
- prendere la sapienza e l’istruzione o essere preso lui stesso da una donna cattiva
- l’insegnamento del saggio può diventare il discorso di seduzione dell’adultera
- sia la sapienza sia l’adultera sono « nella strada » o « nelle piazze »
- sia la sapienza sia la stoltezza offrono « pane » al loro banchetto
- sia la sposa sia l’adultera possono inebriare di amore.
La contrapposizione di 2 figure antitetiche femminili, allude alla confusione dei valori che si attua attraverso la perversione e lo stravolgimento del linguaggio.
Esse sembrano parlare lo stesso linguaggio, in realtà solo la sapienza dice la verità (Prv. 8,6-8), mentre il parlare della donna straniera è mellifluo ed ingannevole.
Le 2 figure femminili contrapposte non sembrano dunque comprensibili insieme se non entro l’orizzonte di un confronto culturale e religioso d’Israele con il mondo della diaspora in cui esso viveva.
La donna straniera mette in pericolo la sequela della sapienza.
La donna straniera dimentica l’alleanza del suo dio.
Comune ad ambedue è il tema della « via », ma la via della sapienza è quella della giustizia (Prv. 8,20), mentre la casa della donna è una via verso lo sheol e la morte.

Come per la seduttrice, anche la dimora della stoltezza porta allo sheol:
- la sua casa piega verso la morte / i suoi sentieri verso il paese dei morti
- i suoi piedi scendono alla morte / i suoi passi si dirigono all’Abisso
- la sua casa è un cammino verso l’abisso / un pendo verso la dimora della morte
- nella sua casa ci sono i defunti / i suoi invitati nel profondo dell’Abisso

La donna straniera ha dunque una connotazione negativa, non solo sul piano etico-sessuale, ma perché, contrariamente alla sapienza, conduce la male. Essa è simbolo del male.
Un’altra interpretazione s’intende a livello culturale: si tratta letteralmente di un adonna straniera, devota del culto babilonese della dea Istar o della Cananea Astante, la dea dell’amore e della fertilità.
La figura della sapienza, invece, sarebbe la sintesi plastica delle istruzioni del maestro di sapienza, espressioni della fede jahwista e la figura femminile è posta volutamente in opposizione al culto di Astante, quindi alla dea stessa.
La figura della sapienza appare molto chiaramente come sostitutiva e come una protezione contro il culto della dea dell’amore.
Straniero è tutto ciò che contrasta con la cultura e la religione d’Israele, come si è sedimentata nella tradizione del popolo di Dio.
La sapienza viene da JHWH, Dio d’Israele ma anche creatore dell’universo intero; essa pervade l’universo ed interpella ogni uomo, perché ha posto le sue delizie non solo tra gl’Israeliti ma « tra i figli dell’uomo » (Prv. 8,31)
La « donna straniera » è precisamente ciò che non si accorda , che è estraneo al patrimonio religioso, israelitico, sintetizzato nella sapienza.
La donna di Prv. 1-9 diventa « straniera », « prostituta », « adultera », « folle » perché non segue la sapienza e non esclusivamente per una condotta sessuale sregolata; o meglio, la condotta sessuale diventa « simbolo », manifestazione visibile, della propria relazione con la sapienza.
Ma la sapienza non è una donna, nemmeno la sposa legittima, perché essa esisteva già prima dell a creazione (Prv. 8,22-31) e la follia non è la sposa né l’adultera né la prostituta.
Solo alla fine del libro dei Proverbi, la donna di valore è insieme una donna reale e simbolo della sapienza.
A diversi livelli semantici, il femminile si configura dunque positivamente come simbolo dell’ordine creazionale universale e del patrimonio di fede d’Israele e negativamente come separatismo, devianza ed innovazione destabilizzante.
La sapienza parla per costruire, la donna straniera per distruggere.
La sapienza e la follia parlano « come una donna », ma non sono identificabili con le donne.
Due sono i caratteri fondamentali del femminile: quello elementare e quello trasformatore:
- elementare è l’aspetto del femminile che tende a mantenere fermo ciò che da esso sorge e a circondarlo come una sostanza eterna; esso tende a « contenere », nell’offrire protezione, nel nutrire e riscaldare, è l’aspetto conservatore, stabile e immutabile del femminile
- trasformatore è il carattere che pone l’accento sull’elemento dinamico della psiche che, in contrasto con la tendenza conservatrice del carattere elementare, spinge a muoversi, a cambiare, dunque alla trasformazione.
La natura trasformatrice del femminile costringe ad una tensione, ad un mutamento, ad un’intensificazione della personalità.
I caratteri tipici dell’archetipo femminile sono messi la servizio del tentativo d’interpretazione di un’epoca.
Prv. 1-9  rifletterebbe dunque la situazione d’Israele nel postesilio e la preoccupazione di conservare lo status sociale-religioso-culturale rappresentato simbolicamente dalla sapienza-femminile.
La creazione della figura della « donna straniera » sarebbe opera di questa élite religiosamente conservatrice.
E’ un’interpretazione letterale che la donna straniera è la sgualdrina o semplicemente la donna di un altro.
Il senso religioso di tale opposizione è evidente: alla sapienza, patrimonio religioso-culturale d’Israele, è messa di fronte la religione straniera, soprattutto Cananea già rappresentata da Gezabele, religione alienante e produttrice di rovina e di morte.
L’elemento erotico femminile sottolinea la seduzione e l’attrazione della religione straniera.
L’enfasi straordinaria è data dalla condotta sessuale è impressionante, perfino oppressiva.
Quindi anche la donna straniera ha una valenza simbolica religiosa.
La continuità e la trasformazione sono caratteri fondamentali del femminile, la cui simbolizzazione (donna straniera e sapienza) evidenzia la duplice possibilità offerta alla libertà del popolo di Dio.
Ambedue le possibilità sono racchiuse nella simbolica femminile.
La polivalente ricchezza e la possibile ambiguità del femminile ha consentito e stimolato l’utilizzazione simbolica nei miti di origine e caduta.
In una battuta: per il pio giudeo di Proverbi, non solo l’erba del vicino è migliore, non solo la « straniera » o la moglie del vicino è più bella, ma anche la religione dei vicini è più seducente, però la sapienza gli indica la via per sfuggire a queste lusinghe.

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 19 novembre, 2013 |Pas de commentaires »
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