Archive pour novembre, 2013

Christ on the Cross

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Publié dans:immagini sacre |on 27 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

IL DEPOSITO DELLA FEDE (Timoteo)

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IL DEPOSITO DELLA FEDE

di s. ecc.za rev.ma antonio santucci – vescovo emerito di trivento  

L’Apostolo Paolo scrivendo al suo collaboratore e discepolo prediletto Timoteo, da lui messo a capo della Chiesa d’Efeso come Vescovo, così si esprime: “O Timoteo custodisci il deposito, evita le chiacchiere profane e le obiezioni della così detta scienza professando le quali taluni hanno deviato dalla Fede” (1 Tm 6,20). Cosa è il deposito? In senso giuridico indica un bene di cui il depositario non è proprietario, ma soltanto fedele custode. Nel linguaggio della Chiesa la parola “deposito” indica le verità di Fede contenute nella Rivelazione divina, integra e completa, che troviamo nella Tradizione divino – apostolica e nella Sacra Scrittura. Appartengono a questo deposito soltanto la verità di Fede che fanno parte della Rivelazione pubblica, che riguarda cioè tutti i fedeli e che si è conclusa con la morte degli Apostoli. Sono fuori le rivelazioni private, che si sono verificate lungo i secoli, anche se sono state riconosciute genuine e di grande importanza come le apparizioni della Madonna a Lourdes ed a Fatima. I fedeli sono strettamente obbligati a credere con fermezza tutto ciò che è contenuto nel deposito della Fede. Nella sua seconda lettera allo stesso discepolo Timoteo, l’Apostolo Paolo, rivolgendosi sempre al discepolo Timoteo, così lo ammonisce: “Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettili a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri” (2 Tm 2,1-2). In queste due lettere pastorali, San Paolo delinea una particolare dottrina del deposito della Fede. La pienezza della Rivelazione è Cristo Gesù, il Verbo fatto carne. Egli ha consegnato la Verità del Vangelo agli Apostoli, i quali a loro volta hanno consegnato questa verità ricevuta ai loro successori. In tale contesto, l’Apostolo usa una parola che nella traduzione in latino è il verbo “tradere” (in italiano consegnare); di qui viene fuori la parola che indica questo passaggio: la Tradizione. La verità di fede passa da una generazione all’altra, attraverso la successione apostolica. A Timoteo è consegnata la dottrina che lui, vescovo successore degli Apostoli, deve affidare ad uomini degni che sappiano istruire a loro volta altre persone. La prima lettera a Timoteo culmina con l’esortazione riportata all’inizio: “O Timoteo, custodisci il deposito”. l’ammonizione che probabilmente faceva parte di un’antica formula del rito dell’ordinazione al ministero episcopale (cfr. vv. 12-16), mette in chiara evidenza che il deposito (e vale a dire tutto il complesso della fede cristiana) deve essere mantenuto intatto e inalterato fino alla parusìa, la venuta di Gesù nella gloria alla fine di questo mondo. Il richiamo alla parusìa e l’accorato avvertimento a guastarsi dagli eretici, dalle false dottrine e dalla falsa scienza, mostrano che il contenuto del “depositario” altro non è che il Vangelo fissato nel Credo e contestato dagli eretici ed indica due importanti conseguenze: 1 – il depositario della Fede può essere custodito solo con l’aiuto dello Spirito Santo e che tale custodia deve essere attuata con atto di fede e d’amore. 2 – coloro che con la consacrazione sono costituiti successori degli Apostoli assumono una grande responsabilità per la purezza e la genuinità del deposito loro affidato. Colui al quale è stata affidata la sana tradizione ha degli obblighi e delle responsabilità particolari: “Ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tm 6,14). Gesù, il Vivente risorto, è in grado di proteggere il Vangelo affidato alla Chiesa non solo durante la vita dei primi apostoli, ma anche oltre, pur fra le tempeste che le generazioni future dovranno attraversare, fino al giorno del giudizio: “So in chi ho creduto e sono persuaso che è capace di custodire fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato” (2 Tm 1,12). La stessa cosa è attestata a conclusione dell’Apocalisse: “Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro, a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro” (Ap 22,18-19). La trasmissione pura e genuina del Vangelo, attuata nella Chiesa attraverso la successione apostolica, è l’unica norma dell’autenticità e della certezza della Fede. I primi scrittori cristiani lo affermano unanimi, ci basti citare ci basti citarne qualcuno. “La Tradizione è la regola della Fede, immutabile e irreformabile, che la Chiesa ha ricevuto dagli Apostoli, gli Apostoli da Cristo, Cristo da Dio” (Origene). “Bisogna credere quella sola verità che in nessun modo è discorde dalla Tradizione apostolica ed ecclesiastica” (Origene) “Non abbandonerai i precetti del Signore, ma conserverai ciò che hai ricevuto, senza aggiungere nulla” (Didachè). Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che il deposito della fede, contenuto nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura è stato affidato dagli Apostoli alla totalità della Chiesa, così com’è affermato nel Concilio: “Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera costantemente nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni, in modo che nel ritenere, praticare, professare la fede trasmessa, si crei una singolare unità di spirito tra vescovi e fedeli” (DV 10). La responsabilità di interpretare in modo autentico e senza possibilità d’errore la Parola di Dio, sia trasmessa oralmente sia scritta, da Gesù è stata affidata solo a Pietro e agli Apostoli. Ecco alcuni passi della Sacra Scrittura: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non perverranno contro di essa” (Mt 16,18). “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31). “Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10, 16). Il giorno di Pasqua, Gesù apparendo agli Apostoli chiusi nel cenacolo, disse loro: “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Successore di Pietro, crocifisso sul colle Vaticano, è il Vescovo di Roma; successori degli Apostoli sono i Vescovi in comunione con il Sommo Pontefice. Il Sommo Pontefice ed i Vescovi in comunione gerarchica con Lui, sono i soggetti del Magistero autentico che non è superiore alla Parola di Dio, ma è a suo servizio, insegnando con autorità a tutti gli uomini le verità e le leggi divine, senza possibilità d’errore e d’adulterazione. Gesù per questo ha assicurato l’assistenza dello Spirito Santo: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre egli mi manderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete con me fin da principio”  (Gv 15, 26-27). Sempre nel mondo sono serpeggiate idee contrarie alla Fede. Oggi purtroppo gli errori hanno a loro servizio mezzi di comunicazione sempre più potenti per diffondersi. Non dobbiamo lasciarci ingannare da teorie che addormentano lo spirito, non dobbiamo lasciarci travolgere dalla sete del piacere smodato che sollecita e accarezza le nostre passioni sregolate. Purtroppo, talvolta anche in riviste che si dicono cattoliche non è riportato con fedeltà il magistero autentico e, piange il cuore a dirlo, avviene che qualche Sacerdote si presta ad annacquare il Vangelo nelle sue inderogabili esigenze. Ricordiamo le parole severe del Signore: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore con che cosa lo si potrà rendere salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5,13). Il Signore ci ha lasciato un mezzo sicuro per non imboccare strade sbagliate nel cammino della salvezza: il magistero autentico della Chiesa. S. Agostino giungeva a dire: “Non crederei al Vangelo se non fosse la Chiesa ad insegnarmelo”. Ricordiamo infine quanto già scriveva il nostro sommo poeta: “Avete il Vecchio e il Nuovo Testamento ed il Pastor della Chiesa che vi guida, questo basti a vostro salvamento”.

 + Antonio Santucci  

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L’ANNO PAOLINO CONTINUA (stpauls 2009)

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L’ANNO PAOLINO CONTINUA  

(luglio agosto 2009)

L’insegnamento del Papa è una completa antologia esegetico-teologica sulla figura del « Maestro delle genti » di ogni tempo. L’Apostolo Paolo sia riconosciuto sempre più come modello di comunicazione.   Conclusa solennemente la celebrazione dell’Anno Paolino in tutta la Chiesa, ci pare di poter tuttavia scegliere come slogan, a significare la nostra accresciuta devozione verso il grande Apostolo: l’Anno Paolino continua. Forse è presto per tracciare bilanci su quanto si è fatto e vissuto quest’anno; ma è certo che le tante iniziative che si sono avute – a cominciare dalle « Catechesi » di Papa Benedetto XVI su San Paolo – sono servite ad accrescere la conoscenza e la venerazione dell’Apostolo delle genti, non mai abbastanza « fatto conoscere » al di fuori degli ambiti accademici di Scuole Bibliche e di Teologia. E c’è da credere che una nuova coscienza sia stata suscitata in tutti i cristiani, e che questa produrrà frutti abbondanti di approfondimenti e di confronti con gli insegnamenti di Paolo. Noi paolini diamo, forse, troppo per scontato, che Paolo sia conosciuto a sufficienza, fino ad averne la santa aspirazione o « pretesa » di essere Paolo vivo oggi. Scontato non lo è affatto nell’ordinaria predicazione o nel pur encomiabile esercizio di « lectio divina » sui testi paolini. Di Paolo si ha da sempre un certo timore reverenziale, quasi diffidando di poterlo capire e interiorizzare come merita. E può comunque succedere, come mi confidava di sé un noto studioso di storia medievale il prof. Franco Cardini, di « ammirare Paolo ma di non riuscire ad amarlo; e non certo per irriverenza: semmai, per timore dinanzi alla sua grandezza ».

L’Anno Paolino nel magistero del Papa Circa l’insegnamento di Papa Benedetto sull’Apostolo Paolo abbiamo più volte ricordato quest’anno su « Il Cooperatore Paolino » il ciclo di Catechesi tenute nelle Udienze generali del Mercoledì, dove il Papa si è soffermato su vari aspetti della figura e della dottrina di San Paolo. Ricordiamo ad esempio: la sua relazione con il Gesù storico, la conformità del « Vangelo di Paolo » con l’insegnamento dei Dodici, l’importanza della Cristologia paolina: preesistenza e incarnazione, la teologia della Croce, l’attesa della parusia di Gesù e l’impegno in questo mondo nelle Lettere paoline, la dimensione ecclesiologica del pensiero di Paolo, il culto spirituale in San Paolo, la vera libertà cristiana secondo Paolo, l’Apostolo Paolo modello di evangelizzazione, Paolo e le caratteristiche dell’apostolato, Paolo esempio per i consacrati di tutto il mondo, la straordinaria eredità spirituale dell’Apostolo Paolo, ecc. Una vera e completa antologia esegetico-teologica che ha educato i fedeli per tutto l’Anno Paolino ad avvicinarsi a Paolo, approfondendo l’eccezionale figura e l’insegnamento del « Maestro delle genti » di ogni tempo. Ricapitolando il senso dell’Anno Paolino celebrato, ci dobbiamo comunque rifare al magistero di Papa Benedetto XVI che, fin dall’apertura dello straordinario evento dell’Anno da lui dedicato all’Apostolo Paolo, disse nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura: « (San Paolo) non è una storia passata, irrevocabilmente superata, ma vuole parlare con noi oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale ‘Anno Paolino’: per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, ‘la fede e la verità, in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo ». Riflettere sul « maestro delle genti » – ha affermato allora il Sommo Pontefice – apre lo sguardo « al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi ».

Tre aspetti da considerare Benedetto XVI invitava quindi a considerare tre aspetti della vita dell’Apostolo: a) il suo amore per Cristo e il suo coraggio al momento di predicare il Vangelo; b) la sua esperienza dell’unità della Chiesa con Gesù Cristo; c) la consapevolezza che la sofferenza è indissolubilmente unita all’evangelizzazione. Quanto al primo aspetto, il Papa ha riflettuto sulla confessione di fede contenuta nella lettera ai Galati, in cui Paolo mostra che « la sua fede è l’esperienza di essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui di Paolo e che, come Risorto, lo ama tuttora ». Per questo, « la fede dell’Apostolo non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore ». E questa esperienza lo spingeva attraverso le difficoltà, perché ciò che « lo motivava nel più profondo » era « l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro ». Papa Benedetto ha commentato, nella circostanza, anche la manifestazione di Cristo sulla via di Damasco, e l’espressione rivolta a Saulo dal Signore che gli è apparso: « Io sono Gesù che tu perseguiti ». « Perseguitando la Chiesa – osservava Benedetto XVI – Paolo perseguita lo stesso Gesù: ‘Tu perseguiti me!’. Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo ». Perciò, « la Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa » – ha aggiunto il Papa –; ed è questa la dottrina che Paolo trasmette nelle sue Lettere (…) ». Benedetto XVI ha quindi riflettuto sul senso della sofferenza per l’Apostolo attraverso la Lettera a Timoteo. « L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il « maestro delle genti » è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione (…) ». Sono pensieri tanto semplici quanto profondi che ci danno tutto intero il senso della grandezza dell’Apostolo delle genti e dell’importanza unica del suo insegnamento nella storia della Chiesa.

Paolo modello di comunicazione Come Paolini, non possiamo fare a meno di auspicare che la figura dell’Apostolo Paolo sia davvero riconosciuta, da ora in avanti, sempre più come quella del modello di comunicazione, lui che – come è stato detto – se fosse vissuto ai nostri giorni avrebbe sicuramente fatto il giornalista. Riportiamo in merito alcuni pensieri del giornalista e conduttore televisivo, Francesco Giorgino, apparsi sul numero del Maggio scorso della rivista « Paulus », ultima e più significativa espressione dell’impegno dei figli di Don Alberione per far conoscere al grande pubblico la figura del nostro Padre e Protettore. Giorgino, riflettendo sui modelli di trasmissione della fede utilizzati da Paolo, scrive fra l’altro: « L’attualità del messaggio di Paolo sta, anzitutto, nella natura stessa della sua esperienza di fede, nella volontà e nel coraggio che questo grande uomo di comunicazione dimostra fin dall’inizio del suo cammino di fede, scegliendo un Cristianesimo non relegato nel buio del privato né cupamente ripiegato su se stesso, ma capace di guadagnarsi la luminosità del pubblico. Un Cristianesimo in grado di osservare il contesto circostante per misurarsi realmente con esso, fino al punto di correggerne i tratti più a rischio di distorsione o più insidiosi per la dignità della persona umana (…) ». Sviluppa poi un ragionamento molto pertinente: « L’attualità del messaggio di Paolo nell’ambito più specifico della comunicazione sta nel voler essere portatori non di « una » parola, ma della Parola. Tutta la sua esistenza, del resto, è piegata a un solo imperativo: « Guai a me se non predicassi il Vangelo (…). Mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare a ogni costo qualcuno » (1Cor 9,16.22). In San Paolo tutto è posto al servizio del Vangelo. La sua comunicazione è soprattutto una partecipazione che nasce dall’ardore della testimonianza. Evangelizza con tutti gli strumenti messi dall’uomo a disposizione di se stesso per produrre una significazione della realtà coerente. Perché si sviluppi al meglio questo processo che è l’evangelizzazione (specie se praticato con la sequenzialità propria dell’agire comunicativo) c’è bisogno non solo che si stabilisca bene l’estensione della portata del messaggio, ma che si conosca di più e meglio il ricevente. Com’è possibile, altrimenti, fare del bene a chi non si conosce? Ecco, dunque, un altro importante elemento di attualità del messaggio paolino. Viviamo in un’era in cui il mass comunication viene messo a dura prova dalla tendenza sempre più marcata a privilegiare la cosiddetta personal comunication. L’unidirezionalità del modello lineare di comunicazione (nato contestualmente alla fase dei cosiddetti media power nella comunicazione di massa) lascia il passo alla bidirezionalità (…). Paolo è emittente perché apostolo di Cristo. Il messaggio è il Vangelo. Il destinatario è già compreso nell’incarico dell’enunciatore e nella definizione del contenuto da trasmettere. Insomma, il ricevente di questo processo non è solo la fase terminale (se si considera l’unidirezionalità del modello) o la ripartenza (se si considera la bidirezionalità della dinamica comunicativa), ma è la sua ragion d’essere ».

Evangelizzare la cultura E legando il tema della comunicazione a quello della cultura, Giorgino deduce quanto segue: « Torna in mente una vecchia domanda di T.S. Eliot, rilanciata da Kapuscinsky: « Abbiamo l’informazione, abbiamo la comunicazione, ma dov’è la conoscenza? ». Ecco che cosa si garantisce quando si asseconda l’approccio della comunicazione così come indicatoci dalla predicazione paolina e di chi ne ha seguito nei secoli le orme: si garantisce la conoscenza della verità. La nuova evangelizzazione, che trae fondamento dall’attualità del messaggio paolino, si colloca con forza in questo rinnovato e urgente bisogno di acquisizione della verità. La nostra identità, frutto della nostra tradizione e capacità di « protenderci in avanti », non può compiersi senza un governo a pieno dei linguaggi della comunicazione ». E conclude con una riflessione che potrebbe segnare davvero – almeno per noi Paolini – un rinnovato e più forte impegno nell’ambito del nostro carisma di apostoli dell’evangelizzazione attraverso i mass media: « Mi sono sempre chiesto se i media –i news media, soprattutto – siano o no dei luoghi teologici, come direbbe Von Balthasar. Non è facile rispondere a questa domanda. Dire se i mezzi di comunicazione parlino di Dio, significa riflettere sulla loro disponibilità a non essere soltanto un mix di tecnologie, ma anche e soprattutto un insieme di processi culturali capaci di modellare profondamente i comportamenti individuali e collettivi (…). Innanzi a noi vi sono sfide enormi, tutte connesse all’esigenza di contrastare quella deriva nichilista, specie di matrice occidentale, che Benedetto XVI – il Papa della circolarità ermeneutica tra fede e ragione – chiama « apostasia silenziosa » e che il card. Angelo Bagnasco definisce « anestesia degli spiriti ». Nell’arco di pochi decenni siamo passati dalla necessità di evangelizzare la cultura, secondo la formula di Paolo VI, all’urgenza di riportare la cultura all’interno dell’esperienza di fede. Ciò con l’intento di rendere i credenti più consapevoli della tradizione alla quale appartengono, del depositum fidei – per dirla con San Paolo – che la millenaria tradizione cristiana consegna all’uomo di oggi. Occorrono umiltà, chiarezza, precisione, semplicità e coraggio. Ecco, soprattutto coraggio, come l’Apostolo dice senza mezzi termini nella Lettera ai Tessalonicesi. Anche da questo punto di vista rappresenta un esempio imprescindibile. Un paradigma di evangelizzazione della modernità al quale non si può e non si deve rinunciare. Dio solo sa di quanto coraggio abbiamo bisogno oggi ».

Bruno Simonetto

Publié dans:ANNO PAOLINO |on 27 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

Maria Vergine ed il bambino Gesù

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26 NOVEMBRE: BEATO GIACOMO ALBERIONE SACERDOTE

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BEATO GIACOMO ALBERIONE SACERDOTE

26 NOVEMBRE

San Lorenzo di Fossano, Cuneo, 4 aprile 1884 – Roma, 26 novembre 1971

Giacomo Alberione nacque il 4 aprile 1884 a San Lorenzo di Fossano (Cuneo), da una povera e laboriosa famiglia di contadini. A sette anni sentì la vocazione al sacerdozio. Entrò nel seminario di Bra, ma dopo quattro anni di permanenza una crisi gli fece lasciare il seminario. Nell’autunno del 1900 tornò a indossare l’abito del seminarista, questa volta nel collegio di Alba. Nella notte che segnava il passaggio al nuovo secolo, durante la veglia di adorazione solenne nel Duomo, mentre era inginocchiato a pregare una particolare luce gli venne dall’Ostia, l’invito di Gesù: “Venite ad me omnes…”(Mt 11, 28) lo incitò a fare qualcosa per gli uomini e le donne del nuovo secolo. Il 20 agosto 1914 diede inizio a quella che dapprima si chiamò “Scuola Tipografica Piccolo Operaio”, e successivamente “Pia Società San Paolo”, il primo dei dieci rami della Famiglia Paolina. La morte lo colse a Roma, all’età di 87 anni, il 26 novembre 1971. Il 26 giugno 1996 Giovanni Paolo II ne ha riconosciuto le virtù eroiche dichiarandolo Venerabile.

Martirologio Romano: A Roma, beato Giacomo Alberione, sacerdote, che, sommamente sollecito per l’evangelizzazione, si dedicò con ogni mezzo a volgere gli strumenti della comunicazione sociale al bene della società, facendo dei sussidi per annunciare più efficacemente la verità di Cristo al mondo, e fondò per questo la Congregazione della Pia Società di San Paolo Apostolo.
 Paolo VI lo ha definito «una meraviglia del nostro secolo», altri un «industriale del Vangelo». Sicuramente è stato un grande personaggio della storia sociale italiana  e della storia della Chiesa. Grazie a lui il mondo cattolico si è affacciato sul mercato dei mass media con strumenti e prodotti culturali competitivi. Don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, è stato un genio organizzativo nella caotica e insidiosa giungla della comunicazione sociale.
Alberione fu uomo solo, senza amici. La sua vita fu avvolta da un alone di mistero. Nessuno, credo, è mai riuscito a sollevare tutto il velo che coprì l’identità di quest’uomo, così alieno alle confessioni intime e dalle effusioni spontanee. Anche per questo egli non conobbe amici nel senso comune della parola. Eppure fu sempre ammirato e  un suo sorriso era cercato come quello della mamma, così come «le sue lavate di capo, che regalava qualche volta, assumevano il tono di un Savonarola in formato tascabile», come scrisse di lui un suo scomodo quanto appassionato figlio paolino.
Don Alberione nasce, figlio di contadini, in uno squallido stanzone di un rustico a San Lorenzo di Fossano (Cuneo). È il 4 aprile 1884. E morirà il 26 novembre 1971, in una semplice stanzetta dai gusti francescani nella Casa generalizia della Pia Società San Paolo di Roma senza aver riconosciuto il Papa. Paolo VI si era infatti recato al suo capezzale per rendere l’ultimo omaggio a chi aveva fondato, a soli 30 anni, una congregazione religiosa ed ora ne lasciava ben cinque, più quattro istituti aggregati all’Unione Cooperatori Paolini. Nessuno ha ancora lasciato, nella millenaria storia delle congregazioni e degli ordini religiosi, un così alto numero di fondazioni.
Il 26 novembre del 1904 rimane orfano di padre: lo stesso giorno in cui lui morirà. Tra padre e figlio non c’era mai stata intesa, come d’altra parte con il resto della famiglia. Sull’immaginetta stampata in occasione della sua ordinazione sacerdotale fece scrivere: «Quoniam pater meus dereliquit me… Dominus autem suscepit me» («Il padre mi ha abbandonato ma il Signore si è preso cura di me»).
Don Alberione è stato anche uno dei fondatori più longevi della storia della Chiesa. È vissuto 87 anni costantemente proteso a diffondere la Parola. Giacomo  preferiva il libro al gioco, così come preferiva il libro alla zappa, con le conseguenti lamentele e i rimbrotti del padre. Leggiamo in un suo scritto di quando aveva vent’anni e già aveva inteso l’essenza della sua missione: «La vera forza reggitrice degli affetti del cuore, motrice del regno invisibile del pensiero, nell’unione intellettuale e morale, individuale e sociale, che scorre in tutti i secoli, che si dilata in tutte le nazioni è la potenza della parola. Parla l’uomo e parla Dio; quello con pochi mezzi manifesta i suoi verbi mentali, questi con mezzi infiniti, come infinito è Egli stesso. Ei parlò stampando il suo verbo nella natura; onde l’uomo studiando la natura studia il Verbo di Dio».
La sua attività pubblicistica inizia nel 1913 con la direzione della «Gazzetta d’Alba». L’anno dopo nasce la Scuola Tipografica Piccolo Operaio, primo nucleo della futura Pia Società San Paolo. Nel 1915 don Alberione dà vita alla prima comunità femminile della Pia Società Figlie di San Paolo.
Gracile nel fisico, don Alberione aveva una volontà granitica. Si svegliava fra le 3 e le 3,15; alle 4,45 celebrava la messa. Verso le 7 raggiungeva il tavolo di lavoro, rispondendo personalmente alle molte lettere che giungevano da tutte le parti del mondo. Antesignano della comunicazione globale, veniva interrotto dalle visite, per le quali, generalmente, non era necessario fissare un appuntamento: si bussava alla sua porta e si entrava. Lavoratore infaticabile, ma anche organizzatore perfetto e manager d’eccezione. Ha scritto «Famiglia Cristiana», sua straordinaria creatura che nacque il 25 dicembre 1931: «L’intuizione di don Alberione non sta tanto nell’aver utilizzato i mezzi più celeri ed efficaci della comunicazione sociale come strumenti di apostolato, quanto nell’aver adottato integralmente il metodo industriale, che si tira dietro, per sua natura, l’obbligo di aggiornamento continuo e la complementarità di molti settori. È l’industria al servizio della Chiesa; è la rinunzia definitiva a un certo tipo di artigianato; è soprattutto la rinunzia all’arrangiamento. Libri, giornali, ecc., oltre che fatti a scopo di bene, devono essere fatti secondo tutte le regole». La professionalità a dispetto del pressappochismo che molta parte della cosiddetta «buona stampa» perseguiva. Ma tali risultati don Alberione li pagò a caro prezzo. Le travagliate vicende sono ampiamente registrate e documentate negli atti della causa di beatificazione che si è aperta nel 1981 e che lo ha già portato, nel 1996, al titolo di venerabile.
Nel 1931 invia i primi missionari all’estero: Brasile, Argentina, Stati Uniti, India, Cina, Giappone e Isole Filippine. Pur maneggiando molto denaro, fra pretese di creditori e saldi di debiti, don Alberione rimane ben ancorato al voto di povertà. Fra le tante definizioni che gli sono state date c’è anche quella di «manager di Dio». Questo piccolo e fragile uomo ha fondato un impero editoriale di dimensioni intercontinentali, sempre con il rosario alla mano e contro tutti. «L’unica sconfitta nella vita», lascia scritto, «è cedere alle difficoltà, anzi l’abbandono della lotta. L’uomo se muore lottando, vince, se abbandona la lotta è un vinto».

Autore: Cristina Siccardi

Giacomo Alberione nasce il 4 aprile 1884 nella cascina delle « Nuove Peschiere » a San Lorenzo di Fossano (Cuneo). Presso la cappella dedicata a San Lorenzo riceve il Battesimo il giorno successivo, 5 aprile. La famiglia Alberione è guidata da papà Michele e benevolmente curata da mamma Teresa Allocco. Ci sono già i fratelli: Giovenale, Francesco, Giovanni; seguiranno la sorellina che morirà entro un anno e l’ultimo fratello Tommaso. Famiglia di poveri contadini, profondamente cristiana e laboriosa, che trasmette ai figli con la fede una forte educazione al lavoro e una fiducia incrollabile nella Provvidenza.
Il progetto di Dio su Giacomo comincia ad evidenziarsi molto presto: in prima elementare, interrogato dalla maestra Rosa Cardona su cosa farà da grande, egli risponde con chiarezza: « Mi farò prete! ».
Seguono gli anni della fanciullezza orientati in questa direzione.
Nella nuova abitazione della famiglia nella regione di Cherasco, parrocchia San Martino, diocesi di Alba, il parroco don Montersino aiuta l’adolescente a prendere coscienza e a rispondere alla chiamata del Signore. A 16 anni Giacomo è accolto nel Seminario di Alba e subito si incontra con colui che gli sarà padre, guida, amico, consigliere per 46 anni: il can. Francesco Chiesa.
Fare « qualcosa » per il Signore e gli uomini del nuovo secolo
Al termine dell’Anno Santo 1900, già fortemente interpellato dall’enciclica di Papa Leone XIII « Tametsi futura », Giacomo asseconda l’invito potente della grazia divina: nella notte del 31 dicembre 1900, che divide i due secoli, sosta per quattro ore in adorazione davanti al SS. mo Sacramento solennemente esposto nella Cattedrale di Alba. Una « particolare luce », come testimonia egli stesso, gli viene dall’Ostia e da quel giorno si sente « profondamente obbligato a far qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo », « obbligato a servire la Chiesa », con i mezzi nuovi offerti dall’ingegno umano.
E’ in seguito a tale esperienza che don Alberione ricorda senza fine a tutti i suoi figli e figlie: « Siete nati dall’Ostia, dal Tabernacolo! ».
L’itinerario del giovane Alberione prosegue molto intensamente negli anni dello studio della filosofìa e teologia. Il 29 giugno 1907 viene ordinato sacerdote. Segue una breve ma decisiva esperienza pastorale in Narzole (Cuneo), nella parrocchia di S. Bernardo, in qualità di vice parroco. Nei pochi mesi di apostolato pastorale diretto incontra il giovinetto Giuseppe Giaccardo che per lui sarà ciò che fu Timoteo per l’Apostolo Paolo. E sempre a Narzole don Alberione matura una maggior comprensione di ciò che può fare la donna coinvolta nell’apostolato.
Seguono gli anni vissuti nel Seminario ad Alba, dove svolge il compito di Padre Spirituale dei seminaristi maggiori e minori, e d’insegnante in varie materie.
Il giovanissimo sacerdote prega molto, studia, si presta per predicazione, catechesi, conferenze nelle parrocchie della diocesi. Dedica pure molto tempo allo studio, approfondendo particolarmente testi che lo illuminano e lo aggiornano sulla situazione della società civile ed ecclesiale del suo tempo e sulle necessità dell’uomo d’oggi: verso dove cammina questa umanità?
Ma il Signore lo vuole e lo guida in una missione nuova, multiforme nei mezzi e nelle strutture, per predicare il Vangelo a tutti i popoli, nello spirito dell’Apostolo San Paolo: portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini, utilizzando i mezzi moderni di comunicazione. Testimoniano tale orientamento due libri di notevole importanza, maturati in quegli anni: « Appunti di teologia pastorale » (1912) e « La donna associata allo zelo sacerdotale » (iniziato nel 1911 e pubblicato nel 1915).
Maggior luce e maggior comprensione per un nuovo passo avviene nel 1910, quando don Alberione prende coscienza che la missione di dare Gesù Cristo al mondo deve essere assunta e realizzata da persone consacrate: « Le opere di Dio si fanno con gli uomini di Dio », amerà ripetere spesso.
La missione si concretizza: evangelizzare con i mezzi moderni
Per obbedire a Dio e alla Chiesa, il 20 agosto 1914, mentre a Roma muore il santo pontefice Pio X, ad Alba don Alberione dà inizio alla « Famiglia Paolina » con la fondazione della Pia Società San Paolo. Tutto avviene in forma semplice e dimessa: don Alberione si sente strumento di Dio, mosso dalla pedagogia divina che ama « iniziare sempre da un presepio », nel silenzio e nel nascondimento.
La famiglia umana – alla quale don Alberione si ispira – è composta di… fratelli e sorelle. Don Alberione è ben consapevole del ruolo importante che la donna, esercita nel « fare del bene » a gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli. La prima donna che segue don Alberione è una ragazza ventenne di Castagnito (Cuneo): Teresa Merlo. Con il suo contributo, Alberione dà inizio alla congregazione delle Figlie di San Paolo (1915). Lentamente, ma decisamente, tra difficoltà di ogni genere, la « Famiglia » si sviluppa, le vocazioni maschili e femminili aumentano, l’apostolato si delinea e prende forma.
Nel 1918 (dicembre) avviene una prima partenza (quante ne seguiranno?) di « figlie » verso Susa: inizia una coraggiosa storia ricca di fede e di giovanile entusiasmo, che genera anche uno stile caratteristico, denominato « alla paolina ».
È abbastanza semplice seguire la cronologia di questi anni: ma quanto cammino, quanto progresso! Dio è presente e dà segni evidenti che è Lui solo a volere la Famiglia Paolina.
Però, nel luglio 1923 una nube oscura sembra troncare sul nascere tutti i sogni. Don Alberione si ammala gravemente; e il responso dei medici non lascia speranze. Ma ecco che, contrariamente ad ogni previsione, don Alberione riprende miracolosamente il cammino: « San Paolo mi ha guarito », commenterà in seguito. Da quel periodo appare nelle cappelle Paoline la scritta che in sogno o in rivelazione il Divin Maestro rivolge al Fondatore: « Non temete – Io sono con voi – Di qui voglio illuminare – Abbiate il dolore dei peccati ».
Nel 1924 prende vita la seconda congregazione femminile: le Pie Discepole del Divin Maestro, per l’apostolato eucaristico, sacerdotale, liturgico. A guidarle nella nuova vocazione don Alberione chiama la giovane Orsola Rivata.
Intanto don Alberione, sempre bruciato dallo « zelo » per le anime, va individuando le forme più rapide per raggiungere con il messaggio evangelico ogni uomo, soprattutto i lontani e le masse. Intuendo che, accanto ai libri, un mezzo molto efficace poteva risultare la pubblicazione di periodici, eccolo …buttarsi massicciamente in questa forma di apostolato. Nel 1912 era già nata la rivista Vita Pastorale destinata ai parroci, al fine « che ogni pastore sia un Pastor Bonus, modellato sopra Gesù Cristo… »; adesso (1931) nasce Famiglia Cristiana, rivista settimanale con lo scopo di alimentare la vita cristiana delle famiglie. Seguiranno: La Madre di Dio (1933), « per svelare alle anime le bellezze e le grandezze di Maria »; Pastor bonus (1937), rivista mensile in lingua latina, nella quale si trattavano problemi di cura pastorale e venivano offerte profonde meditazioni biblico-teologiche; Via, Verità e Vita (1952), rivista mensile per la conoscenza e l’insegnamento della dottrina cristiana; La Vita in Cristo e nella Chiesa (1952), con lo scopo di far « conoscere i tesori della Liturgia, diffondere tutto quello che serve alla Liturgia, vivere la Liturgia secondo la Chiesa… ». Don Alberione pensa anche ai ragazzi: per loro fa pubblicare Il Giornalino.
Si pone pure mano alla costruzione del grandioso Tempio a San Paolo, prima chiesa dedicata a una delle devozioni fondamentali della Famiglia Paolina. Seguiranno i due Templi a Gesù Maestro (Alba e Roma) e il Santuario alla Regina degli Apostoli (Roma).
Don Alberione si preoccupa di guidare, formare, orientare fratelli e sorelle precedendoli nella vita – vocazione – missione paolina.
Da Alba al mondo: come Paolo sempre in cammino
Nel 1926 si concretizza la fondazione della prima Casa « filiale » a Roma, seguita negli anni successivi da molte fondazioni in Italia e all’Estero.
Intanto cresce l’edificio spirituale: si segue con una maggiore comprensione e quindi più facilmente l’insegnamento del « Primo Maestro » sulla « devozione » fondamentale e qualificante: « Gesù Maestro e Pastore, Via e Verità e Vita », sulla devozione a Maria Madre, Maestra e Regina degli Apostoli; e sulla devozione a San Paolo, che ci specifica nella Chiesa e per cui siamo « i Paolini ».
La meta che il Fondatore indica a tutti e che vuole sia assunta come il primo « impegno » è la conformazione piena a Cristo: accogliere tutto il Cristo Via e Verità e Vita in tutta la persona, mente, volontà, cuore, forze fisiche. Orientamento codificato in un volumetto composto intorno agli anni ’30 e al quale dà il titolo paolino: « Donec formetur Christus in vobis ».
Nell’ottobre 1938 don Alberione fonda la terza congregazione femminile: le Suore di Gesù Buon Pastore o « Pastorelle », destinate all’apostolato pastorale diretto in ausilio ai Pastori.
La seconda guerra mondiale (1940-1945) segna una battuta d’arresto; ma il Primo Maestro, forzatamente fermo a Roma, non si arresta nel suo itinerario spirituale. Mentre attende il ritorno di condizioni migliori per operare, egli va accogliendo in misura sempre più radicale la luce di Dio in un clima di adorazione e contemplazione ogni giorno crescente.
Frutto di tale attitudine adorante sono gli scritti che il Fondatore continua a regalare ai suoi figli, tutti di grande rilievo per la Famiglia Paolina. Ricordiamo solo la « Via humanitatis » (1947), altissima rilettura del cammino dell’umanità in ottica mariana (« per Mariam, in Christo et in Ecclesia »), e quello che è il suo sogno incompiuto: il Progetto di un’enciclopedia su Gesù Maestro (1959).
Per don Alberione l’attività piena riprende alla fine del 1945, con i grandi viaggi intorno al mondo, allo scopo di incontrare e confermare fratelli e sorelle. Rimane « folgorato » dall’Oriente (India, Cina, Filippine…): le moltitudini, i miliardi di persone… Ma quanti conoscono Gesù Cristo? « Mi protendo in avanti! Non pensare a quel che si è fatto, ma piuttosto a quanto rimane da fare ».
Gli anni 1950-1960 sono gli anni d’oro del consolidamento della Famiglia Paolina: tutto fiorisce con vocazioni, fondazioni, edizioni, iniziative molteplici, impegno nella formazione, nello studio, nella povertà.
Nel 1954 si celebra il quarantesimo di fondazione, documentato in un volume pubblicato nella circostanza: « Mi protendo in avanti ». E’ esattamente in questa occasione che don Alberione riesce a vincere la sua naturale ritrosia nel parlare di se stesso e consegna ai suoi figli lo scritto che sarà pubblicato con il titolo: « Abundantes divitiae gratiae suae » e che viene considerato ora come la « storia carismatica della Famiglia Paolina ».
Con la fondazione della quarta congregazione femminile: l’Istituto Regina degli Apostoli per le vocazioni (Suore Apostoline), dedite all’apostolato vocazionale (1959) e con gli Istituti aggregati: San Gabriele Arcangelo, Maria SS.ma Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, si completa il grande « albero » della Famiglia Paolina, pensata e voluta da Dio.
Don Alberione è ora la guida di circa diecimila persone, inclusi pure i Cooperatori Paolini, tutte unite tra loro dallo stesso ideale di santità e di apostolato: l’avvento di Cristo, Via, Verità, Vita, nelle anime e nel mondo, mediante gli strumenti della comunicazione sociale.
Dalla Chiesa del Concilio a quella celeste
Negli anni 1962-1965 il Primo Maestro è protagonista silenzioso, ma molto attento del Concilio Vaticano II, alle cui quattro « sessioni » partecipa quotidianamente con vivo impegno. Giorno di particolare giubilo è il 4 dicembre 1963, in cui viene emanato il Decreto conciliare « Inter Mirifica » sugli strumenti della comunicazione sociale da assumersi come mezzi di evangelizzazione. Egli così commentò: « Ora non potete più avere dubbi. La Chiesa ha parlato ». E ancora: « Vi ho dato il meglio. Se avessi trovato qualcos’altro di meglio, ve lo darei ora, ma non l’ho trovato ».
Nel frattempo, non mancano tribolazioni e sofferenze al padre comune. Tra le più acute, la morte dei suoi primi figli e figlie. Il 24 gennaio 1948 torna al padre don Timoteo Giaccardo, che egli considera « fedelissimo tra i fedeli ». Quindi, il 5 febbraio 1964, don Alberione è colpito da un nuovo, profondo dolore per la morte della Prima Maestra Teda (Teresa Merlo), la donna che non dubitò mai e vide in Lui l’Uomo trasmettitore della Volontà di Dio. In quell’occasione don Alberione non si preoccupò di nascondere le lacrime.
Ormai verso la fine del cammino terreno, si può affermare che il segreto di tanta multiforme attività fu la sua vita interiore, per la quale egli realizzò l’adesione totale alla Volontà di Dio, e compì in sé la parola dell’Apostolo San Paolo: « La mia vita è Cristo ». Il Cristo Gesù, in particolare il Cristo Eucaristico, fu la grande, l’unica passione di don Alberione: « La nostra pietà è in primo luogo eucaristica. Tutto nasce, come da fonte vitale, dal Maestro Divino. Così è nata dal tabernacolo la Famiglia Paolina, così si alimenta, così vive, così opera, così si santifica. Dalla Messa, dalla Comunione, dalla Visita, tutto: santità e apostolato ».
Il Venerabile don Giacomo Alberione rimase sulla terra 87 anni. Compiuta l’opera che il Padre Celeste gli aveva dato da fare, il 26 novembre 1971, lasciò la terra per prendere il suo posto nella Casa del Padre. Le ultime ore di don Alberione furono confortate dalla visita e dalla benedizione del Papa Paolo VI, che non nascose mai la sua ammirazione e venerazione per don Alberione. Ad ogni membro della Famiglia Paolina è oltremodo cara la testimonianza che volle lasciare il Papa Paolo VI, nella memorabile Udienza concessa al Primo Maestro e a una folta rappresentanza di membri della Famiglia Paolina, il 28 giugno 1969 (il Primo Maestro aveva 85 anni): « Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera, sempre intento a scrutare i « segni dei tempi », cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni. Lasci, caro Don Alberione, che il Papa goda di codesta lunga, fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria di Dio ed a bene della Chiesa ».
Il 25 giugno 1996 il Santo Padre Giovanni Paolo II firma il Decreto con il quale vengono riconosciute le virtù eroiche e il conseguente titolo di Venerabile.
E’ stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II a Roma il 27 aprile 2003.

Autore: Don Luigi Valtorta, ssp – Postulatore Generale

ATTI DEGLI APOSTOLI 21,1-25,12 – LA PASSIONE DI PAOLO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/01-Passione_di_Paolo.html

ATTI DEGLI APOSTOLI 21,1-25,12

LA PASSIONE DI PAOLO

Usiamo la parola Passione  per aiutare a leggere l’intera sezione. Luca, nei primi 16 versetti, pone in evidenza come nel discepolo si rifletta la passione di Gesù.
Nel Vangelo vi sono tre solenni annunci della Passione di Gesù, e qui Luca ne presenta tre che annunziano quella di Paolo.
Il primo l’abbiamo già letto nel discorso di addio agli anziani di Efeso: «Lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che catene e tribolazioni mi attendono» (20,23).
Durante il viaggio tra Mileto e Cesarea evidenziamo la sosta a Tiro. Qui i cristiani che li accolsero erano già stati avvisati dallo Spirito Santo e perciò dicono a Paolo “di non salire a Gerusalemme”. È logico che Paolo non accetti. “Allora ci accompagnarono verso la nave e, giunti sulla spiaggia ci inginocchiammo e pregammo”. Luca usa il noi perché è presente. “Giunti a Cesarea ci restammo sette giorni, nella casa di Filippo, uno dei sette” (6,5).
Ma ecco che dopo alcuni giorni giunse dalla Giudea un profeta di nome Agabo. Questi prese la cintura di Paolo, si legò mani e piedi e disse: «Così dice lo Spirito Santo: in questo modo i Giudei in Gerusalemme legheranno l’uomo a cui appartiene questa cintura». Luca continua: «Noi e quelli del luogo pregammo Paolo di non salire a Gerusalemme, ma non riuscimmo a dissuaderlo. Allora dicemmo: “Sia fatta la volontà di Dio”. Vennero con noi anche alcuni discepoli di Cesarea».

L’incontro con i cristiani (21,17-25)
Al loro arrivo a Gerusalemme “i cristiani li accolsero festosamente”. È facile pensare che si tratta di giudeo-cristiani ellenisti. Non così il giorno dopo quando Paolo si recò da Giacomo. Riuscì a raccontare un po’ “quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo suo”.
Un po’. Infatti, l’impressione che dà il testo è che questo non interessava a Giacomo, a lui interessavano solo i giudeo-cristiani: «Essi hanno sentito dire di te che vai insegnando a tutti i Giudei, sparsi tra i pagani, di abbandonare Mosè, dicendo di non fare circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali. Che facciamo?». Ascoltando Giacomo dire: “Che facciamo?”, pare di vedere una Chiesa chiusa nella fedeltà alla Legge di Mosè e a quelle tradizioni che, secondo Gesù, impediscono il vero culto a Dio (Mc 7,7).
Giacomo invita Paolo a sottomettersi a quei riti di purificazione che ogni buon ebreo deve fare quando dal mondo pagano giunge a Gerusalemme. Paolo con la sua predicazione si era davvero immerso in quel mondo, ma l’aveva santificato con l’annuncio del Vangelo. Comunque, seguendo il suo principio: “farsi ebreo con gli ebrei” (1 Cor 9,21) si sottomise alla purificazione pur sapendo che la si può ottenere solo in Cristo. Ancor più, si sente ricordare da Giacomo la lettera che “lui”, non il Concilio, ha inviato ai pagani di “astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal mangiare sangue, ecc…”. Paolo deve aver costatato con tristezza che i giudeo-cristiani non conoscono ancora la libertà che si ha in Cristo e non sanno che Dio ha reso puro ogni cibo, anche se debbono aver sentito Pietro parlare di quello che gli è capitato a Ioppe e a Cesarea.

Paolo arrestato nel Tempio (21,26-40)
Paolo stava concludendo la sua purificazione quando lo videro alcuni giudei della provincia romana dell’Asia. Lo arrestarono e si misero a urlare: «Aiuto! Uomini di Israele. Questo è l’uomo che, ovunque, va insegnando a tutti una dottrina contraria alla Legge e a questo luogo, e ora lo ha profanato introducendo dei pagani». Lo trascinarono fuori e tentavano di ucciderlo quando il comandante della coorte accorse con i soldati, lo liberò dalla folla e lo arrestò. Egli cercò di avere informazioni dalla folla, ma chi diceva una cosa e chi un’altra, mentre il popolo urlava: “A morte, a morte!”. Nel caso di Gesù dicevano: “In croce, in croce!”.
I soldati lo portarono via, ma quando stava per entrare nella fortezza, Paolo disse al comandante: «Permettimi di rivolgere la parola al popolo». Glielo permise.

Il discorso di Paolo (22,1-21)
Quando la gente udì che parlava in ebraico fece silenzio e Paolo disse: «Fratelli e padri, ascoltate la mia difesa: Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma educato in questa città ai piedi di Gamaliele nelle più rigide norme della Legge». Gamaliele era un uomo zelante e di grande spiritualità. La tradizione rabbinica dice: “Quando egli morì, la gloria della Legge cessò e la purità e l’astinenza morirono”. Perciò Paolo può dire: «Educato da un così grande maestro ero pieno di zelo per Dio, come lo siete tutti voi oggi. Per questo ho perseguitato fino alla morte coloro che seguono questa Via». Si tratta della via della salvezza insegnata da Gesù, ma egli in coscienza sentiva che doveva perseguitarla e lo faceva con accanimento come «lo può dimostrare il sommo sacerdote e tutti gli anziani. Da loro ho ricevuto lettere per i nostri fratelli in Damasco con l’intenzione di condurre a Gerusalemme i prigionieri che fossi riuscito a fare. Ma mentre mi stavo avvicinando a Damasco una grande luce rifulse dal cielo attorno a me. Caddi a terra e udii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Risposi: “Chi sei, Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti”». Continuò a raccontare la sua chiamata così come l’abbiamo letta in 9,1-18. Ma è interessante annotare come qui, per attirare l’attenzione, qualifica Anania: «Uomo devoto osservante della Legge e di buona reputazione presso tutti i Giudei colà residenti». Ebbene lui mi battezzò e mi disse: «Il Dio dei nostri padri (significativo per gli uditori) ti ha condotto per mano a conoscere la sua volontà e a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua bocca perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito». È un testo molto importante. Esso esprime che la testimonianza che dovrà dare a Gesù tra i pagani è secondo la volontà del Dio dei Padri. Perciò non c’è nessuna rottura con la storia. Per dirla in altre parole: Gesù è la pienezza della Legge, il suo vero compimento. Chi lo rifiuta è in rottura con Dio, non cammina più con Dio nella storia.
Con questo Paolo ha spiegato il suo cambiamento da osservante giudeo a cristiano, ma ha ancora una grande esperienza da raccontare. «Quando tornai a Gerusalemme e stavo pregando nel Tempio, entrai in estasi e vidi il Signore che mi diceva: “Affrettati, lascia Gerusalemme perché non accetteranno la tua testimonianza”. E io risposi: “Ma essi sanno che ero solito imprigionare quelli che credono in te e che ho approvato coloro che versavano il sangue di Stefano”. Ma il Signore mi disse: “Va’ perché io ti mando tra i pagani”». A questo punto la folla alzò la voce e urlando disse: “Togli di mezzo costui, non deve vivere”. È risuonato come per Gesù il “Crocifiggilo, Crocifiggilo”.

Cittadino romano (22,24-29)
Il comandante lo fece riportare nella fortezza per salvarlo dalla folla, ma comandò che fosse interrogato a colpi di flagello. Voleva capire perché la folla urlava tanto. «Ma Paolo disse al centurione che gli stava accanto: “Avete il diritto di flagellare un cittadino romano?”».
Ci si chiede: “Perché Paolo solo ora fa valere la sua cittadinanza romana?”. Ma forse è Luca che ha preferito trattare a parte questo tema. Lo evidenzia solo ora per fare meglio risaltare un dato decisivo che segna una svolta nella vicenda processuale di Paolo al punto da farlo giungere in modo impensato a Roma (23,11).
Ora Paolo è sicuro. Nessuno potrà incatenarlo e flagellarlo se prima non è stato giudicato e dichiarato colpevole. È quello che cerca di fare il tribuno convocando i sommi sacerdoti e tutto il Sinedrio.

Paolo di fronte al Sinedrio (23,1-11)
L’inizio di questa scena ricorda subito Gesù di fronte al Sinedrio. Appena Paolo si trovò davanti al Sinedrio disse: «Fratelli, io ho vissuto la mia vita in perfetta rettitudine davanti a Dio fino ad oggi». Sentendo questo il sommo sacerdote ordinò di percuoterlo sulla bocca. Gesù davanti al Sinedrio fu schiaffeggiato (Gv 18,22). Paolo continua a difendere la sua innocenza dicendo: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei e oggi sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (v. 6). Queste parole furono una bomba. Paolo lo sapeva che sarebbe stato così (v. 5).
Tra gli uditori, infatti, c’erano molti sadducei e farisei. I primi sostengono che non c’è risurrezione, né angeli, né spiriti. I farisei invece sostengono il contrario. Le parole di Paolo suscitarono una tale disputa che rese impossibile la prosecuzione del processo, tanto più che i farisei dichiaravano Paolo innocente. Allora il tribuno comandò ai soldati di scendere e di ricondurre Paolo nella fortezza. La conclusione è che la notte seguente gli si presentò il Signore e gli disse: «Coraggio, come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma». Ma perché questo avvenga ci vorrà ancora molto tempo.

Complotto contro Paolo (22,12-34)
L’avventura continua: l’odio dei Giudei era arrivato a un punto tale che alcuni «giurarono solennemente di non toccare né cibo né bevanda fino a che non avessero ucciso Paolo». Si presentarono ai capi dei sacerdoti e dissero: «Voi dovete dire al comandante che ve lo riporti qui col pretesto di esaminare meglio il caso. Noi siamo pronti a ucciderlo prima che arrivi qui». Ma il figlio della sorella di Paolo riuscì a sapere dell’agguato e andò da Paolo e Paolo lo mandò dal centurione che, informatosi bene, fece preparare duecento soldati e settanta cavalieri e di notte fece condurre Paolo fino a Cesarea dal governatore Felice. Con una lettera informò il governatore della situazione e comunicò agli accusatori che deponessero contro Paolo davanti al governatore Felice a Cesarea.
Il processo davanti a Felice (24,1-22)
Continua a realizzarsi quanto Gesù ha vissuto e annunciato ai suoi discepoli: «Vi perseguiteranno e vi porteranno nelle loro sinagoghe e prigioni, Vi trascineranno davanti a re e governatori a causa del mio nome. Avrete allora occasione per dare testimonianza di me» (Lc 21,12s). Paolo si trova ora davanti a un governatore dopo essere stato presentato davanti al Sinedrio come Gesù.
L’accusa è composta dal sommo sacerdote e dagli anziani che ora si servono di un avvocato chiamato Tertullo, il quale comincia a parlare lodando il governatore come uomo di pace per poi accusare Paolo come un sedizioso. Dice infatti: «Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste che fomenta continui dissensi tra i giudei che sono nel mondo. Egli è il capo della setta dei Nazorei e ha tentato di profanare il Tempio. Per questo l’abbiamo arrestato».
Paolo non ha un avvocato, ma sa difendersi: «Sono solo dodici giorni che mi sono recato a Gerusalemme per il culto e nessuno mi ha trovato nel Tempio a discutere con qualcuno. È vero che è secondo la “Via”, che loro chiamano setta, che io adoro il Dio dei miei antenati… Dopo molti anni di assenza sono venuto a offrire sacrifici e mentre ero impegnato nei riti di purificazione alcuni Giudei della provincia di Asia mi incontrarono. Sono loro i testimoni oculari che dovrebbero comparire davanti a te. Questi invece non hanno alcun motivo per farlo a meno che si tratti di ciò che gridai davanti a loro: “È a motivo della risurrezione dai morti che vengo giudicato davanti a voi”».
Il governatore Felice capì quello che Lisia gli aveva scritto: «L’ho condotto davanti al Sinedrio e mi sono accorto che le accuse riguardavano questioni della loro Legge e che non c’erano imputazioni meritevoli di morte o di prigione. Lo mando da te solo per salvarlo da un complotto contro di lui». Anche il governatore ora ha le stesse convinzioni. Interrompe la seduta e la aggiorna alla venuta del comandante Lisia, mai avvenuta.

Conoscere la Via (24,23-27)
Ora Paolo è veramente più libero. Il governatore infatti diede ordine al centurione che Paolo venisse custodito e che la sua prigionia risultasse mitigata senza impedire ai suoi di prestargli servizio. E forse è dalla conoscenza delle persone che frequentavano Paolo, che lui e la sua convivente Drusilla incominciarono a frequentarlo, sperando di avere da lui del denaro.
Ma Paolo conosceva la loro vita dissoluta (Drusilla infatti era stata rubata a suo marito per mezzo di un mago) e ne approfittò per approfondire con loro la “Via” cioè la dottrina della fede cristiana. Qualcosa già conoscevano e l’approfondimento dovette procedere bene fino a quando Paolo incominciò a parlare di giustizia, di continenza e di giudizio. La conseguenza è che il governatore non discusse più con Paolo e che il suo ultimo atto di governatore nei riguardi di Paolo fu un’ingiustizia. Paolo avrebbe dovuto essere lasciato libero perché non si trovò nessun motivo di condanna contro di lui. Ma Felice lasciò Paolo in prigione per fare un piacere ai Giudei e consegnò il suo mandato nelle mani di Porcio Festo.

Paolo si appella a Cesare (25,1-12)
Con il nuovo governatore i capi dei Giudei tornarono alla carica e gli chiesero di trasferire Paolo a Gerusalemme. Questo perché avevano disposto un tranello per ucciderlo durante il trasferimento. Festo dispose che il giudizio si facesse a Cesarea. Allora i Giudei scesero a Cesarea e gli imputarono numerose e gravi colpe senza riuscire a provarle, mentre Paolo disse: «Non ho commesso alcuna colpa né contro la Legge, né contro il Tempio, né contro Cesare». Festo allora per dimostrare ai Giudei che voleva aiutarli, chiese a Paolo se voleva salire a Gerusalemme per essere processato là. Ma Paolo tirò fuori i suoi diritti di cittadinanza romana e rispose: «Mi trovo davanti al tribunale di Cesare. Nessuno ha il diritto di consegnarmi a loro. Mi appello a Cesare». E Festo a lui: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai».
La parola di Gesù: «Devi darmi testimonianza anche a Roma» adesso può diventare realtà. Al di là di tutte le trame umane è sempre il Signore che ha l’ultima parola. E Paolo continua a sperimentare che davvero cammina con Cristo nella Storia.

Preghiamo
Signore, com’è stato bello vedere trasparire il tuo volto sul volto di Paolo. Adesso si comprende perché Paolo abbia detto ai cristiani: «Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo». Ma questo, quando, con la nostra vita, noi sacerdoti riusciremo a dirlo ai fedeli?
Signore, insegnaci la contemplazione di te quando meditiamo il tuo Vangelo e allora, a poco a poco, riusciremo a imitarti sempre più e compiremo la volontà del Padre che vuole renderci simili a te.
Ora ti rivolgiamo questa preghiera pensando ai destinatari della nostra missione: hanno bisogno di vederci come veri modelli del gregge, sottoposti all’azione dello Spirito.
Signore Gesù, ascoltaci!
Amen!

  Mario Galizzi

RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2005-1

Publié dans:LETTURE DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI |on 26 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

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