Archive pour novembre, 2013

VITA DI SAN CARLO BORROMEO (4 NOVEMBRE)

http://www.sancarloborromeo.org/Vita_di_San_Carlo.htm

VITA DI SAN CARLO BORROMEO (4 NOVEMBRE)

 Chi è San Carlo Borromeo
San Carlo Borromeo è tra i più grandi Vescovi della storia della Chiesa: grande nella carità, grande nella dottrina, grande nell’apostolato, ma sopratutto grande nella pietà e e nella devozione.
« Le anime si conquistano con le ginocchia » disse il santo. Si conquistano cioè con la preghiera e preghiera umile. San Carlo fu uno dei maggiori conquistatori d’anime di tutti i tempi.

 La sua giovinezza
Era nato nel 1538 ad Arona, sulla Rocca dei Borromeo, padroni del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Era il secondo figlio del conte Giberto e quindi, secondo l’uso di quei tempi fu tonsurato a 12 anni. Il giovane prese la cosa sul serio: studente a Pavia dette subito prova delle sue doti intellettuali. Chiamato a Roma, venne creato Cardinale a 22 anni. Gli onori e le prebende piovvero abbondanti sul suo capo, poichè il Papa Pio IV era suo zio. Amante dello studio, fondò un’accademia, secondo l’uso dei tempi, detta delle « Notti Vaticane ». Inviato al Concilio di Trento, fu indispensabile la sua opera per attuare le direttive conciliari. Si rivelò un lavoratore formidabile, un vero forzato della carta e della penna.

 La svolta nella sua vita
Nel 1562, morto il fratello maggiore, avrebbe potuto chiedere la secolarizzazione, per mettersi al capo della sua famiglia. Restò invece nello stato ecclesiastico, e fu consacrato Vescovo nel 1563, a soli 25 anni. Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta quanto un regno, stendendosi sulle terre in lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria e Svizzera. Il giovane Vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e della condizione dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali ed ospizi. Profusse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Nello stesso tempo difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti.

 Il rigore alla base del suo insegnamento
Riportò l’ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d’archibugio, sparato da un frate indegno, mentre stava pregando nella sua cappella. La palla non lo colpì, nonostante la sua mantella rimase forata all’altezza della spina dorsale. La cosa fu vista come il segno che Dio voleva che si realizzassero alcune opere del santo. Il foro fu la più bella decorazione dell’arcivescovo di Milano.

 La peste a Milano
Durante la terribile peste del 1576, quella stessa mantella divenne coperta per i malati, assistiti personalmente dal cardinale Arcivescovo. La sua attività parve prodigiosa, come organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici. Milano, durante il suo episcopato, rifulse su tutte le altre città italiane. Da roma, i Santi della riforma cattolica guardavano ammirati e consolati al Borromeo, modello di tutti i Vescovi. Ma per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando. Fino all’ultimo, continuò a seguire personalmente le sue fondazioni, contrassegnate da una sola parola: Humilitas.

 La morte
Il 3 novembre del 1584, il titanico Vescovo di Milano crollò sotto il peso della sua insostenibile stanchezza. Aveva 46 anni, e lasciava ai Milanesi il ricordo di una santità seconda soltanto a quella di un altro Vescovo Milanese, Sant’Ambrogio

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DIO, PAROLA DI VITA TRA CREAZIONE E STORIA

http://www.tempidifraternita.it/archivio/bodratoweb/bodrato12.htm

DIO, PAROLA DI VITA TRA CREAZIONE E STORIA

Che la narrazione dell’origine non sia frutto di una speciale conoscenza di ciò che allora avvenne, ma espressione della più ardita ricerca del senso ultimo e quindi teologico di quanto ci accade nel presente, è puntualmente manifestato dai prologhi che i vangeli antepongono alla narrazione dell’esperienza apostolica di incontro col Nazareno.
Solo Marco ha, infatti, il coraggio di affrontare il suo tema senza preamboli e di presentare in tutta la sua dirompenza la novità teofanica della predicazione, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Matteo e Luca premettono a tale evento rivelatore i racconti della nascita e dell’infanzia, corredati di un’opportuna genealogia, che ricollega il loro eroe ad Abramo, padre del popolo dell’alleanza (Matteo), e ad Adamo, capostipite di tutte le nazioni (Luca).
Ma è Giovanni, come bene sappiamo, che tutti li batte in arditezza narrativa e speculativa, introducendo i suoi lettori al racconto della prima manifestazione storica di Gesù con un magnifico inno al Verbo creatore e donatore di luce, che strettamente unisce in sé almeno due dei titoli fondamentali del Dio biblico: quello di essere il supremo ed unico principio di vita e quello di guidare sapientemente la storia con la sua parola. In verità Paolo sembra fare anche di più, nel momento in cui presenta Cristo come « primogenito di tutte le creature, perché in lui sono stati creati tutti gli esseri », « capo del corpo (storico), la Chiesa » e « primizia dei resuscitati » (Colossesi 1, 15-18). Ma l’attenzione al testo giovanneo a noi qui già basta ed avanza per illustrare il carattere della ripresa neotestamentaria del tema creativo.

Un solo Dio, ma un Dio in tensione e dialogo con se stesso
Già questo rapido cenno al diverso modo con cui cinque scritti del Nuovo Testamento affrontano il tema della contestualizzazione del loro racconto, inquadrandolo in una cornice che si richiama: ora alla forza dell’esperienza immediata (Marco), ora alla tradizione storica dell’Alleanza (Matteo), ora al complessivo destino dell’umanità (Luca), ora al fondamento creativo dell’universo (Giovanni), ora all’attesa del rinnovamento radicale della storia e del creato (Paolo), ci dovrebbe far riflettere sul carattere problematico e aperto di tutte queste prospettive teologiche.
Il Dio profetico dell’evento e della legge, quello sapienziale dell’umanità e della creazione, il Dio escatologico dei « nuovi cieli e della nuova terra », affondano le loro radici nell’unica tradizione letteraria e teologica della Bibbia, e a gruppi omogenei si coordinano anche tra loro in modo ragionevole, ma non si sovrappongono. Sono, infatti, portatori di istanze diverse, che riescono a stare insieme solo grazie ad una sapiente e paziente mediazione narrativa e teologica, quella mediazione che è appunto realizzata dalla Bibbia con la sua variegata e complessa unità.
Certo il Dio dell’alleanza, quello della creazione, il Dio dell’incarnazione e quello della Gerusalemme celeste non costituiscono un Panteon di divinità, come furono tentati di pensare alcuni gruppi eretici dei primi secoli, ma proprio in quanto costituiscono un’indivisibile unità, introducono all’interno di tale unità forti tensioni. Sono un unico Dio, presentato nei diversi aspetti del suo agire, ma anche nel mistero della « coincidentia oppositorum ». Sono appunto un Dio di cui non ci si può fare immagine (Es 20, 4), che nessuno può vedere faccia a faccia senza morire (Es 33, 20) e che « solo il Figlio unico che è nel seno del Padre » può raccontare (Gv 1, 18).
Non stupisca questa sottolineatura di tensioni interne alla visione biblico-cristiana di Dio, che tutta la nostra tradizione teologica si è impegnata a sfumare e ricomporre nel complesso e profondissimo mistero della Trinità. Essa non è frutto del nostro sguardo critico moderno, ma sta nelle cose e sta nella pagina biblica al punto da costituire una delle fonti vitali della sua forza teologica e letteraria. Ce lo mostrerà il prologo di Giovanni con estrema chiarezza ed efficacia. Ma è bene prepararsi a comprenderne il rilievo esegetico con qualche cenno ad altri contesti biblici.
L’intero complesso narrativo della Genesi è mosso dal bisogno di ricollegare in qualche modo l’antica fede ebraica nel Dio dell’alleanza abramitica e della liberazione mosaica col Dio della creazione. Si prefigge ciòè di portare a compimento un processo di universalizzazione del Dio particolare di Israele, senza rinnegarne la storica verità. Alla fine l’Antico Testamento affermerà, per un verso, che l’elezione di Israele è in funzione di tutte le genti (Gen 12, 3) e, per un altro, che la legge mosaica, come espressione della divina sapienza, era già, in qualche modo, presente all’atto della creazione (Siracide 24). Il che è, per altro, una specificazione del più affermato tema della coeternità al creato della Sapienza, tipica controfigura universalista della rivelazione storica e dell’elezione (Proverbi 8, 23; Siracide 1, 4).
Il prologo di Giovanni sta in continuità con tutto ciò. E’ figlio di questo secolare processo di rielaborazione concettuale e narrativa, teologica e simbolico-letteraria.

Dal Verbo creatore al Verbo incarnato
Se la lettura di questa affascinante e misteriosa pagina evangelica ci ha sempre coinvolti e, in qualche misura, intimoriti, ora sappiamo perché. Il tema su cui ci chiama a misurarci è tra i più complessi che gli autori biblici abbiano mai affrontato. E’ il tema dell’estensione a tutti gli uomini della portata salvifica di un’esperienza personale. Nel caso Giovanni deve mettere in luce che la figura terrena del Gesù storico, che è stata per lui e per i suoi compagni di fede il culmine decisivo di un nuovo e sconvolgente incontro con Dio, non solo è ricollegabile alla tradizione religiosa secolare dell’intero Israele, ma è il vero fondamento di ogni umana esperienza di Dio e , in quanto tale, è comunicabile a tutti e da tutti accoglibile con pienezza di frutto.
In consonanza con la tradizione biblica, da cui riceve ispirazione e stimolo, egli procede ad una radicale reinterpretazione teologica della figura di Gesù, basata non su concetti ma su simboli. Costruisce cioè un percorso narrativo capace di esprimere sinteticamente l’unificazione di queste tre verità: Gesù è la piena rivelazione di Dio, Gesù è il compimento dell’alleanza e della legge mosaica, Gesù è l’incarnazione del Verbo creatore e quindi principio di vita e di luce per tutti.
Noi sappiamo, per altro verso, che Giovanni non è partito da zero nel suo lavoro. Ha utilizzato un inno preesistente, che si muoveva nella stessa direzione di altri inni citati da Paolo. Anche Paolo nella lettera ai Filippesi (2, 6-11) e nel ricordato passo dei Colossesi, ben prima di quando Giovanni concepisca il suo vangelo, utilizza e integra un canto liturgico già conosciuto. Ma questa notazione filologica non modifica, né complica , il nostro sforzo di comprensione del testo . Se mai, grazie alla migliore conoscenza del suo processo di formazione, lo sostiene.
Così è di fatto. L’inno, ripreso e adattato da Giovanni, ci dice che Giovanni non è solo nell’operazione teologica e letteraria fondamentale che sta compiendo. Non è solo ma non è neppure puramente ripetitivo. Crea in un contesto creativo e crea il « luogo teologico » del « Verbo creatore e incarnato », in continuità coi « luoghi teologici » della « Sapienza salomonica e celeste », e della « kenosi di Dio in Cristo Gesù » (Paolo, Filippesi 2, 6-11).
Ecco perché Giovanni apre il suo vangelo, scritto in greco, con le stesse parole con cui si apre la Bibbia greca dei Settanta: « En arché – In principio », ed ecco perché scandisce la sua versione dell’inno in tappe che progressivamente portano dal Verbo, coeterno a Dio e creatore di ogni essere (1, 1-3 a), a Gesù Cristo, presenza storica di Dio tra gli uomini (1, 14-18).
L’interpretazione del passo è esegeticamente molteplice, perché diverse sono le traduzioni, le ripartizioni e le interpretazioni dei singoli versi. Ma tra le tante a noi sembra davvero stimolante la lettura che ne propone X. Leon-Dufour, che ritiene che il testo non sia una semplice esaltazione della divinità di Cristo e neanche una enunciazione teologica delle diverse modalità di rivelazione della Parola di Dio, ma sia la messa in scena narrativa di un vero e proprio processo di crescita e di sviluppo del rapporto tra Dio e la realtà creata, sviluppo che coinvolge nella dinamica trasformatrice del dialogo tanto l’uomo quanto Dio. Il che, egli ritiene, sia reso evidente dalla possibilità di articolare l’inno in tre blocchi di due strofe ciascuno: il primo dedicato al Verbo creatore (1, 1-3a; 1, 3b-5); il secondo alla Luce di Dio diffusa nel mondo e testimoniata dai profeti nella persona del Battista (1, 6-8; 1, 9-13); il terzo-al Verbo incarnato nel Gesù storico, che Il Battista riconosce e da cui l’autore stesso dichiara di avere ricevuto « grazia su grazia » (1, 14 e 1, 15-18) (Lettura del vangelo secondo Giovanni, vol I, Cinisello Balsamo, 1989).

L’origine come apertura
L’esito di tale ripartizione e interpretazione è evidente: la distinzione, ma anche l’articolata relazione unitaria tra Verbo creatore, Luce storica e Verbo incarnato. Il primo è presso Dio ed è Dio, è vita e luce originaria di ogni essere creato, vita e luce che le tenebre non possono fermare (il verso 1, 5b tradotto « e le tenebre non l’hanno arrestata »). La seconda è la Luce vera che storicamente illumina tutte le genti e che è insieme rifiutata e accolta (« … e i suoi non lo accolsero »… »Ma a tutti coloro che l’accolsero… »). Il terzo è Verbo fatto carne, che dimora fisicamente tra noi, porta la grazia a completamento della legge e, unico, come Figlio che viene dal seno del Padre, può raccontarci Dio (« exegesato » tradotto « raccontare » invece di « rivelare »).
Il che, mentre sottolinea che la divinità di Gesù è per il quarto evangelista una certezza non priva di problemi e di sfumature, contemporaneamente ci consente di dare alla sua successiva confessione di fede cristologica un fondamento universalista, tale da garantire che anche prima dell’incarnazione ogni uomo abbia potuto accogliere la rivelazione naturale e soprannaturale con esiti positivi e orientanti alla prossimità col Cristo. Non solo, ma ci introduce a pensare alla stessa unicità di Dio non in termini di unità statica e immutabile, ma di unità dinamica e vivente, vale a dire di relazione e di dialogo.
L’uomo – possiamo infatti concludere con Leon Dufour – è, ieri come oggi, alla ricerca delle sue origini. Per lunghi secoli ebrei e cristiani hanno risposto a questa ricerca col teologumeno del Dio creatore. Oggi tuttavia sono numerosi coloro che considerano questa risposta come l’appello ad un punto cieco, ad un puro atto di onnipotenza. Non è in questa direzione che ci indirizzano i testi confluiti nell’inizio della Genesi. Per essi l’origine si presenta come un dire di Dio, come un suo atto d’attenzione alla natura e all’uomo, e in Giovanni essa è addirittura una Parola costitutiva di Dio stesso, costantemente tradotta in donazione di vita e di luce e in ultimo di incarnazione.
« Questa semplice annotazione modifica radicalmente la concezione che sovente si ha di Dio. Se la Parola appartiene alla sfera di Dio, è il proprio di Dio. Il che significa che Dio non è un’individualità, per quanto sovrana e del tutto diversa dalla nostra, chiusa in se stessa, ma un essere che è potenza d’espressione di sé, dualità nell’unico e, come tale, fonte di relazione, rivolto verso un’immagine di sé che egli si è dialogicamente posto di fronte. Si potrebbe dire, secondo il prologo, che Dio è in espansione costante da se stesso ». ( X. Leon Dufour, op. cit., p. 208)
Ma si potrebbe anche dire che questa è un’espansione rivolta, al tempo stesso, dentro e fuori di sé. Dentro, come passaggio dal Verbo in Dio a Luce nel mondo e da Luce nel mondo a Verbo incarnato. Fuori, come rivelazione sotto forma di vita delle cose, di luce che le porta a verità, di Figlio che ci racconta l’amore del Padre. E si potrebbe concludere che è proprio in questo percorso da Verbo a Figlio e da Dio a Padre che Dio si rivela come colui che sa comunicare grazia su grazia, e sa rendere l’uomo capace di diventare, da creatura naturale, suo familiare, in un dialogo tra libertà e libertà che nessuna tenebra può ostacolare.
Certo, sono solo alcune tra le infinite cose su cui un accurato commento del prologo giovanneo esigerebbe ci si fermasse, ma sono quelle che bastano a farci capire come la riflessione sul rapporto tra noi e l’origine non possa mai dirsi conclusa e trovi nei vari passi biblici, dedicati alla creazione, più degli indicatori di direzione che dei punti d’arrivo. E sono le cose che ci segnalano la perdita secca appioppata al pensiero dalle teologie che rinunciano ad interrogarsi sulla divinità di Gesù, o perché la danno per scontata o perché la escludono per principio.

Aldo Bodrato

…UNO DEI PIÙ CARATTERISTICI RITI EBRAICI: I TEFILLÌN – RAV RICCARDO DI SEGNI

http://www.morasha.it/alefdac/alefdac_15.html#1501

RAV RICCARDO DI SEGNI

L’INTERPRETAZIONE DEI SIMBOLI DI UN’ANTICA LEGGENDA TALMUDICA INTRODUCE ALLA COMPRENSIONE DI UNO DEI PIÙ CARATTERISTICI RITI EBRAICI: I TEFILLÌN

Il Talmud Babilonese (Shabbàth 49a) racconta la leggenda di un tale Elishà’, vissuto durante una persecuzione romana antiebraica. I romani avevano proibito agli ebrei l’osservanza dei tefillìn, minacciando ai trasgressori la pena di morte mediante decapitazione. Elishà’ non si era preoccupato del divieto ed era uscito in strada indossando i tefillìn; una guardia però se ne era accorta e l’aveva inseguito. Elishà’ fece appena in tempo a togliersi i tefillìn e a nasconderli nel pugno; la guardia lo raggiunse e gli chiese cosa nascondeva. Rispose che erano ali di colombo. Da quel giorno, conclude il Talmùd, Elishà’ fu chiamato ba’al hakenafàim, lett. ‘il padrone delle ali’.
La leggenda nasconde sotto forme mitiche semplificate dei concetti molto importanti. Vi è lo scontro tra un potere brutale e grossolano e un’umanità semplice legata alla propria tradizione fino al punto di rischiare per questa la morte; un momento simbolico della lotta tra la forza e lo spirito. Ma vi è inoltre indicata una simbologia specifica propria del rito dei tefillìn. Probabilmente in questa, come in numerose altre immagini presenti nell’antica letteratura ebraica, il colombo (jonàh) simboleggia Israele: animale dal colore chiaro, mite e delicato, segno di pace (si pensi al racconto di Noè); il colombo è opposto qui al simbolo di Roma, l’aquila imperiale rapace. I tefillìn, nell’ambito di questa similitudine, diventano le ali del colombo: in altri termini il mezzo con cui Israele può spiccare il volo, può alzarsi verso il cielo. I romani, che hanno minacciato la morte a chi osserva questo rito, ne hanno avvertito l’importanza come segno esteriore di identità ebraica; ma il loro rappresentante, la guardia che deva fare osservare l’ordine, non riesce a distinguerne il significato spirituale essenziale.
Questa leggenda è una delle numerose testimonianze del rapporto con cui la tradizione ebraica vive questo rito così particolare. Per uno strano equivoco linguistico il mondo occidentale ha invece spesso travisato il senso di questo atto rituale, e la diffusa disinformazione in proposito continua a produrre equivoche e paradossali descrizioni: per rendersene conto basta andare a consultare qualche dizionario della lingua italiana alla voce ‘filatteri’. Nelle lingue europee infatti, l’ebraico tefillìn è tradotto con i derivanti del termine greco ‘phylacteria’, che indica ciò che protegge. L’antica traduzione greca si spiega in due modi (non contraddittori, ma complementari): l’assonanza del termine ebraico con quello greco (il singolare di tefillìn è tefillàh) e un generico valore protettivo.
Da qui è nato l’equivoco per cui il valore del rito è stato pensato come genericamente ‘protettivo’, e più specificamente come una sorta di magico amuleto che salva chi lo porta da ogni disgrazia. È chiaro che non si può negare, per questo come per ogni altri rito, la possibilità di un uso magico ed automatico da parte di chi lo osserva; ma gli insegnamenti e le intenzioni della tradizione sono tutti contro questa forma di utilizzazione, che viene avvertita come un rischio, come una degenerazione, che deve essere evitata. Vediamo allora quali sono i reali significati.
È noto che l’istituzione del rito deriva dall’interpretazione letterale del comando biblico di ‘legare come segno’ le parole divine sul braccio e di tenerle ‘come segni e ricordo tra li occhi’. La finalità di questo comando è specificata: « affinché l’insegnamento di Dio sia nella tua bocca, perché con mano forte ti ha fatto uscire dall’Egitto » (Esodo 13:9). Ma sia l’interpretazione letterale del comando biblico che la spiegazione delle sue finalità sollevano delle discussioni. Ad esempio molti hanno contestato la legittimità della deduzione dalla parola biblica; a loro detto, quando si parla di segno, di braccia e di occhi, l’intenzione è metaforica, ed è esagerato e formalista pensare che si voglia alludere ai tefillìn. Ad un esame più accurato del testo biblico e al confronto con altri usi questa critica appare infondata. Bisogna prima di tutto tenere presente le particolarità culturali dell’ebraismo religioso, nel quale ogni idea viene espressa attraverso dei segnali visibili, dei mezzi materiali, concreti. Ma nel caso dei tefillìn il discorso si allarga, perché è possibile stabilire un confronto con norme per alcuni versi analoghe, che riguardano la decorazione del gran sacerdote. Si può dimostrare che nelle prescrizioni di alcuni suoi abiti sacri, come ad esempio per il frontale, ricorrono espressioni e concetti analoghi a quelli della regola sui tefillìn (v. Esodo 28:29 e 36-38).
Nessuno critica il rapporto tra la norma biblica sulle vesti sacerdotali e la prassi rituale successiva; il discorso deve essere analogo per i tefillìn. Dal confronto deriva non solo la legittimità della deduzione, ma un allargamento del senso del rito. È evidente che gli abiti sacri si addicono al gran sacerdote come i tefillìn ad ogni ebreo.
In altri termini, i tefillìn sono per l’ebreo come una specie di segno che segnala una dignità sacerdotale. Qui emerge la doppia valenza di questo rito. Stando alla lettera del verso biblico, la loro funzione è mnemonica, di segnale; portandoli l’ebreo ricorda la sua condizione e l’obbligo di approfondire le sue radici culturali (studio e osservanza, le due accezioni della frase ‘l’insegnamento di Dio nella sua bocca’). In questo senso non si differenziano da altre norme analoghe, come la Mezuzàh e gli tzitziòth. Ma contemporaneamente questi segni introducono in una dimensione diversa, uno stimolo e veicolo di sacralità. Sono il segno di una chiamata sacerdotale collettiva. Il concetto va ulteriormente chiarito.
Generalmente si insiste sulla duplicità di funzione dei due tefillìn: quello legato al braccio, in corrispondenza del cuore, a segno del controllo dei sentimenti, e quello sul capo, per il dominio della ragione. La tradizione rabbinica ha integrato questa opposizione con un’altra; la tefillàh sul braccio, legata in una parte nascosta all’esterno, rappresenta l’interiorità e l’aspetto privato dell’esperienza religiosa; la tefillàh sul capo, esposta e visibile a tutti, l’aspetto pubblico ed esteriore, e in senso più ampio la decorazione formale e la caratteristica nazionale della condizione ebraica. Una precisa normativa insiste sul fatto che la tefillàh del capo debba di regola essere messa solo mentre si indossa già quella del braccio; dalle premesse è evidente che il senso di questa norma è che la religiosità esteriore, la decorazione, la distinzione nazionale diventano pienamente legittimi solo se l’interiorità della vita religiosa è stata realizzata. Quindi il concetto di sacralità e di distintivo sacerdotale assumono in questa prospettiva un significato ben preciso: la forma non deve mai prevalere sul contenuto, il distintivo non può fare a meno di un impegno. Inizia così ad essere chiaro perché i tefillìn sono le ‘ali del colombo’; ma l’analisi deve essere integrata da altri che vedremo in un successivo articolo.

Riccardo Di Segni
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I tefillìn consistono di due astucci a forma di cubo che contengono delle pergamene nelle quali sono scritti quattro passi biblici (due brani del cap. 13 dell’Esodo — vv. 1-10 e 11-16, e due dal Deuteronomio: cap. 6: 4-9 e 11: 13-20). Anche gli astucci, malgrado l’apparenza, sono di pelle animale che al termine di una complessa lavorazione artigianale viene verniciata di nero e coperta di lacca lucida.
L’astuccio del braccio contiene un’unica cavità centrale; quello per il capo è diviso in quattro cavità. L’ideale sarebbe costruire ogni elemento con un solo pezzo di cuoio che viene lavorato fino a formare la singola cavità o le quattro tasche affiancate; ma ciò richiede abilità particolari e procedimenti più complicati; più semplicemente si uniscono vari pezzi con una colla, derivata anch’essa dal cuoio. Le pergamene usate per la scrittura devono essere state lavorate ad hoc; la scrittura richiede la conoscenza di una specifica normativa, che nel corso dei secoli si è arricchita e complicata, specialmente per una serie di influssi mistici. L’ordine di inserimento delle quattro pergamene nell’involucro del capo non è casuale; si conoscono quattro diverse tradizioni; quella più seguita è di Ra.SH.I.; ma in alcune comunità vi è chi usa, dopo aver pregato i tefillìn di Ra.SH.I., metterne un altro paio dove i brani sono ordinati secondo lo schema di Rabbènu Tam. Dopo l’inserimento delle pergamene nell’involucro, questo viene chiuso con una cucitura fatta con nervi — I tefillìn, per essere legati al braccio o stretti sul capo, sono uniti a delle strisce di cuoio che vengono verniciate in nero da una parte; è importante che la parte nera rimanga all’esterno quando la striscia è legata al corpo.

Tutti i Santi

Tutti i Santi dans immagini sacre tutti-i-santi-small
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LA VENUTA DEL SIGNORE (per la commemorazione dei fedeli defunti)

http://www.tscpulpitseries.org/italian/ts041004.html

(la traduzione in italiano non è molto buona, credo sia Evangelico)

WORLD CHALLENGE PULPIT SERIES

LA VENUTA DEL SIGNORE

DI DAVID WILKERSON

4 OTTOBRE 2004
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Quando ero un ragazzo, il grido della chiesa era: “Gesù sta tornando! Come un ladro di notte, ritornerà quando meno ve lo aspettate. Verrà in un batter d’occhio, con il suono di una tromba. Siate pronti a qualsiasi ora”,
Nel corso della mia adolescenza, questo grido si poteva sentire ad ogni riunione della domenica. Ogni evangelista che veniva a predicare nella chiesa di mio padre aveva un messaggio vivido sul ritorno imminente di Cristo. I loro gridi sono stampati come un marchio a fuoco nella mia memoria. E quel messaggio formò in me un santo timore e una sana aspettative. Imparai a vivere aspettando il Signore che sarebbe ritornato da un momento all’altro.
Questo grido: “Gesù sta tornando” si sente poco oggi nella chiesa. Non mi ricordo l’ultima volta che ho sentito un messaggio sulla venuta del Signore. Come risultato, quando guardo il corpo di Cristo, vedo poche aspettative del ritorno imminente del Signore. Purtroppo, soltanto pochi servitori pii sembrano bramare ed attendere la Sua apparizione.
Infatti, c’è una nuova idea su questo argomento fra molti cristiani. Il pensiero è: “Gesù non sta tornando. Ce lo siamo sentiti dire da anni ormai. Di tutte le profezie che devono essere adempiute prima del suo ritorno, solo poche sono giunte a compimento. Perché dovremmo aspettare la sua apparizione? Tutto continua ad essere come era prima”.
La Bibbia avverte su questo modo di pensare. Pietro disse che negli ultimi giorni sarebbero venuti degli schernitori, che avrebbero preso in giro il messaggio del ritorno di Cristo: “Sappiate questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione»” (2 Pietro 3:3-4).
Incredibilmente, molti sono terrorizzati all’idea di un imminente ritorno di Cristo. Il solo pensiero che la loro vita debba giungere al termine, e che dovranno affrontare il giorno del giudizio, per loro è così terrorizzante che lo scacciano semplicemente dalla mente. Come potrebbe essere vera una cosa del genere per dei credenti, vi chiederete. Secondo Pietro, le loro vite sono dettate dalla concupiscenza: “camminano secondo i loro desideri peccaminosi” (3:3).
Pensate a quello che sta dicendo Pietro. Se nascondi un peccato, non vuoi avere niente a che fare con questo messaggio del ritorno di Cristo. L’idea che Gesù possa ritornare e giudicarti è il pensiero più terribile che ogni peccatore possa avere. Così hai preso in giro l’idea di dover comparire davanti a Dio con le tue concupiscenze, dovendogli rendere conto.
Il messaggio di Pietro per noi è chiaro: “Ecco cosa c’è dietro la frivolezza sul ritorno di Cristo: una derisione della legge di Dio. È un odio per la Bibbia, un disprezzo per i Dieci Comandamenti, una denigrazione del messaggio evangelico. È questa la causa dell’illegalità, l’ostentazione del peccato, l’impotenza della chiesa. I beffeggiatori stanno predicando un nuovo messaggio: ‘Cristo non sta tornando. Non c’è il Giudizio Universale. Tutte le cose continuano come sempre, da anni. Non dovete avere paura del Giorno del Giudizio’”.
Proprio come profetizzò Pietro, questi beffeggiatori esistono anche oggi. E non stanno deridendo la legge della terra. Si prendono gioco della legge di Dio. Lo vediamo nell’infrangersi dell’istituzione del matrimonio fra uomo e donna. Il loro obiettivo non è la Costituzione, ma la Parola di Dio. E questi beffardi sono nei posti più altolocati: nel Congresso, nelle corti supreme, nelle università e nelle scuole, e persino nei seminari biblici.
A causa di questa illegalità rampante, le persone sono state piagate da una cecità caparbia. Si può sentire i beffardi dire: “Tutte le cose continuano come al solito. Il sole sorgerà anche domani, le stagioni andranno e verranno. Tutti gli avvertimenti che abbiamo udito in passato non sono ancora avvenuti. Perciò, non vi fate disturbare da nulla. Indulgete e godetevi la vita. Fate tutto quello che vi piace”.
Devo scuotere il capo a tutto questo. Come si può dire oggi che le cose continuano ad essere come sempre? Pensate all’assurdità di questa affermazione, in questi tempi orrendi. I terroristi hanno distrutto le Torri Gemelle a New York. Hanno fatto saltare in aria la fermata di una metropolitana in Spagna. E stanno decapitando persone in Medio Oriente.
È sempre stato detto che un genocidio di massa come l’Olocausto non sarebbe più avvenuto ai giorni nostri. Eppure 700.000 Ruandesi innocenti sono stati massacrati da loro connazionali nel giro di qualche mese. L’AIDS sta uccidendo milioni di persone in Africa, in Cina, in India e in altre nazioni. Paesi furbi con la bomba ad idrogeno tengono in ostaggio il resto del mondo. E c’è un forte aumento di nuove malattie mortali, come la SARS e l’Ebola, che consuma la carne di una persona nel giro di qualche settimana.
“Tutto è come prima”? E’ un’ignoranza bella e buona. Dovrebbe essere chiaro ad ogni miscredente che il Signore sta scuotendo tutto ciò che può essere scosso. E ciò che avverrà nel prossimo futuro è così orrendo persino a pensarci.
Eppure, mentre accadono tutte queste cose, è all’opera sulla terra una potenza invisibile ed incredibile. È una potenza che nessun uomo può evadere né ignorare. Sto parlando della potenza dello Spirito Santo. Egli è l’amministratore di Cristo sulla terra. È stato mandato per rafforzare il giusto e convincere il mondo di peccato, giustizia e giudizio.
Lo Spirito Santo sa esattamente perché Gesù non è ancora tornato. È perché il nostro Signore è longanime. È paziente verso i peccatori, perché vuole che nessuno perisca. Nella sua misericordia, sta aspettando che anche il peccatore più vile si penta. E per questa ragione, lo Spirito Santo non smetterà di svolgere il suo compito. Lo potrai beffare o cercare di farlo andare via, ma lo Spirito viene e ritorna ancora, convincendo di peccato e rivelando la verità di Cristo.
Sebbene verranno i beffardi, la Scrittura dice che lo Spirito Santo
verrà anche negli ultimi giorni, e sarà sparso sulla terra.
Questo è quanto è accaduto a Pentecoste. Ed oggi, alla fine dei tempi, lo Spirito Santo sta effondendo un ultimo grido di mezzanotte: “Gesù sta tornando”. Gli islamici e gli indù sentiranno questo grido. Lo udranno anche gli atei. Ogni peccatore ed ogni santo, ogni ebreo e gentile sulla terra, lo sentiranno. Questa verità sarà proclamata alle nazioni.
Forse ti chiederai: “Di che genere di ‘venuta del Signore’ stai parlando? Ti stai riferendo ad un rapimento segreto? Stai parlando di un ritorno prima della tribolazione, durante o dopo? O intendi che Gesù tornerà alla fine assoluta dei tempi?”.
Alcuni cristiani credono che Gesù evacuerà improvvisamente il suo popolo dalla terra, in quello che è chiamato il rapimento. Altri insegnano che Cristo verrà a mezz’aria durante un periodo noto come la grande tribolazione. Questo periodo durerà per almeno sette anni, e sarà caratterizzato dal terrore e dal caos, tali come il mondo non ha mai conosciuto. Altri ancora credono che Gesù verrà alla fine di questi sette anni di tribolazione. Altri ancora insegnano che Gesù ritornerà alla fin fine di tutte le cose.
Esistono rispettabili studiosi biblici in ciascuno di questi campi. Eppure c’è una cosa su cui ogni cristiano può concordare: Gesù stesso ha detto che nessuno conosce l’ora della sua venuta, nemmeno gli angeli. E per coloro che amano veramente Gesù, sapere l’ora esatta del suo ritorno non è un problema. Alcuni servitori sono pronti a partire in qualsiasi momento, che si tratti di un rapimento improvviso o nel mezzo di una tribolazione. A loro non importa se dovranno sopportare prove e sofferenze terribili. Credono che lo stesso Gesù che li porta per mano tutti i giorni, li porterà anche durante quel periodo. Vivono nella costante attesa del suo ritorno.
No, qui c’è un problema ancora più difficile. Ed è il fatto che il pensiero diabolico che satana ha impiantato in molti di coloro che si dichiarano veri credenti. Il diavolo sta sussurrando una bugia viziosa nelle orecchie di moltitudini di persone del popolo di Dio: “Cristo ha ritardato la sua venuta”.
In Matteo 24, Gesù racconta una parabola sul fatto di essere pronti: «Perciò anche voi siate pronti, perché nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà. Qual è dunque quel servo fedele e avveduto, che il suo padrone ha preposto ai suoi domestici, per dar loro il cibo a suo tempo? Beato quel servo che il suo padrone, quando egli tornerà, troverà facendo così. In verità vi dico che gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni. Ma, se quel malvagio servo dice in cuor suo: « il mio padrone tarda a venire » e comincia a battere i suoi conservi, e a mangiare e a bere con gli ubriaconi; il padrone di quel servo verrà nel giorno in cui meno se l’aspetta e nell’ora che egli non sa; lo punirà duramente e gli riserverà la sorte degli ipocriti. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti» (24:44-51).
Notate che qui Gesù sta parlando di servi, e cioè di credenti. Un servo viene chiamato fedele e l’altro malvagio. Cos’è che rende malvagio l’ultimo servo agli occhi di Dio? Secondo Gesù, si tratta di qualcosa che “dice in cuor suo” (24:48). Questo servo non pronuncia ad alta voce questo pensiero, né lo predica. Ma lo pensa. Ha venduto il suo cuore a questa bugia demoniaca: “Il Signore tarda a venire”. Notate che non dice: “Il Signore non viene”, ma “tarda a venire”. In altre parole: “Gesù non verrà improvvisamente o inaspettatamente. Non ritornerà nella mia generazione”.
Questo “servo malvagio” è chiaramente la figura di un credente, forse anche di un ministro. A lui è stato comandato di “vegliare” ed “essere pronto”, perché il Figlio dell’uomo verrà “nell’ora in cui meno se lo aspetta” (Matteo 24:44). Eppure quest’uomo si mette a posto la coscienza accettando la menzogna di satana.
Gesù ci mostra il frutto di questo genere di pensiero. Se un servo è convinto che il Signore ha ritardato la sua venuta, non sente il bisogno di vivere giustamente. Non è spinto a far pace con i suoi compagni. Non vede la necessità di preservare l’unità nella sua famiglia, a lavoro, in chiesa. Potrebbe colpire il suo prossimo, accusarlo, nutrire rancore, distruggere la sua reputazione. Come dice Pietro, questo servo è guidato dalla concupiscenza. Vuole vivere in due mondi, indugiando nell’empietà pur credendo di essere preservato dal giudizio divino.

Alcuni affermano che Paolo avvertiva contro il predicare
che la venuta del Signore è vicina,
per non sconvolgere troppo le persone.
Paolo scriveva: “Or vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signor nostro Gesù Cristo e al nostro adunamento con lui, di non lasciarvi subito sconvolgere nella mente né turbare o da spirito, o da parola, o da qualche epistola come se venisse da parte nostra, quasi che il giorno di Cristo sia già venuto” (2 Tessalonicesi 2:1-2).
I beffardi sottolineano: “Vedete, qualcuno nella chiesa primitiva sconvolgeva i credenti con il messaggio che Cristo stava per tornare. E Paolo disse loro: Non vi preoccupate. Non lasciatevi preoccupare né sconvolgere da tutto ciò”.
Ma non è questo quanto ci rivela il greco originale. La radice della parola è “[non siate scossi]… che il giorno del Signore sia venuto”. Ciò che turbava i Tessalonicesi era il pensiero che Cristo fosse già venuto, e che essi lo avevano mancato.
Paolo li assicurò nel verso seguente: “Nessuno v’inganni in alcuna maniera, perché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e prima che sia manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione” (2:3). Paolo stava solo rassicurandoli, quando diceva: “Non vi preoccupate, perché devono prima accadere due cose”.
Qual era allora la teologia fondamentale di Paolo a proposito del ritorno di Cristo? Lo scopriamo in due versetti: “E questo tanto più dobbiamo fare, conoscendo il tempo, perché è ormai ora che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Romani 13:11-12). “La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino” (Filippesi 4:5). Paolo sta gridando: “Svegliatevi! La mezzanotte è già passata. Il Signore sta tornando, perciò scuotetevi. Non siate pigri. Gesù sta tornando per quelli che lo aspettano”.
Gli scettici potranno dire: “Ma che ne dici delle parole di Paolo? Ha detto che devono accadere due cose prima che Cristo ritorni. Prima di tutto, il Signore non potrà tornare prima che venga una grande apostasia. E secondo, l’Anticristo dovrà sorgere e proclamarsi Dio. Dobbiamo vedere l’Anticristo seduto nel tempio a chiedere a tutti di adorarlo, prima che Gesù ritorni”.
Prima di tutto, bisogna proprio essere ciechi per non vedere l’apostasia rampante che ha stretto nella sua morsa tutto il mondo. L’incredulità sta divampando in tutte le nazioni, e credenti stanno allontanandosi dalla fede da ogni parte. L’apostasia a cui si riferisce Paolo è chiaramente arrivata.
Notate qui le parole di Paolo: “Il mistero dell’empietà infatti è già all’opera” (2 Tessalonicesi 2:7). Qual è questo mistero dell’empietà? L’illegalità. È uno spirito di caos, che non ha rispetto per la legge di Dio. Ed è questo il vero motivo per cui Dio distrusse la terra con il diluvio, a causa della violenza dell’uomo e della sua illegalità.
Se l’illegalità che Paolo vedeva ai suoi giorni era tanta, non ci meraviglia che la gente comune oggi è allarmata e spaventata da quanto vede accadere. Le leggi e le istituzioni che per secoli hanno impedito alla società di cadere nel caos oggi sono messe completamente da parte.
Paolo dice di tutto questo: “Aspettando solo che chi lo ritiene al presente sia tolto di mezzo” (2:7). Ci sta dicendo: “E’ all’opera un’opera di ritenzione, che trattiene il caso. Ma chi lo ritiene sta per essere tolto di mezzo”. Lo Spirito sarà sempre qui ad adempiere la sua missione. Ma il suo ministero di ritenzione sarà “tolto” o rimosso.
Non riesco a pensare ad altra potenza in grado di ritenere l’illegalità se non lo Spirito Santo. Pensate a cosa potrebbe accadere alla nostra società se lo Spirito Santo rimovesse la sua potenza di ritenzione. Ogni istituzione, dal governo alle famiglie, schizzerebbe totalmente fuori controllo. Immagino cosa diventerebbe la città di New York senza Colui che impedisce alla malvagità di eruttare. Non vorrei neanche essere nei pressi di questa città, se lo Spirito Santo non fosse all’opera.
Eppure vediamo uno spirito di illegalità all’opera in tutto il mondo. Le forze dell’Anticristo si stanno già radunando e si stanno rivelando ad alti livelli. Proprio in questo periodo, l’Unione Europea ha creato una Costituzione che nega totalmente Dio. Un ministro pentecostale in Svezia oggi è in prigione perché ha predicato contro l’omosessualità. E questo è solo un segno che il palcoscenico è stato già preparato.
Forse dirai: “Si, ma qui dice chiaramente che Gesù non potrà ritornare finché l’Anticristo avrà potere”. Eppure, considerate ciò che dice la Scrittura: “Chi è il mendace, se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Costui è l’anticristo, che nega il Padre e il Figlio” (1 Giovanni 2:22). Secondo Giovanni, l’Anticristo è chiunque nega il Padre e il Figlio. Inoltre, dice, l’aumentare di tali Anticristi è la prova che stiamo vivendo proprio negli ultimi tempi. Oltre a questo, verrà un uomo che incarnerà il “nome del peccato”
Per dirla in breve, non c’è nulla che trattiene ancora il ritorno di Cristo. Pensate al terrorismo mondiale, alla deificazione dell’io, agli arroganti attacchi del matrimonio e dei valori casti. Pensate alla brutalità dell’Islamismo, all’omosessualità militante, alla villania della TV e dei film, alla molestia continua dei bambini. Una diocesi cattolica sulla costa occidentale di recente ha dichiarato fallimento, incapace di pagare i milioni di dollari da risarcire ai sessanta casi di molestia infantile commessi da un solo sacerdote.
Considerate tutto ciò che è stato limitato finora. Vi chiedo: cosa accadrà quando Dio dirà a Colui che ha tenuto il freno finora, “Alza la tua mano. Lascia che raggiungano l’apice della corruzione?”. Paolo ci dà un’immagine di tutto ciò: “Il mistero dell’empietà infatti è già all’opera, aspettando soltanto che chi lo ritiene al presente sia tolto di mezzo. Allora sarà manifestato quell’empio…” (2 Tessalonicesi 2:8-9).
Lo Spirito Santo sa quello che avverrà ben presto, quando non ci saranno più limiti. Ogni uomo si darà alle proprie concupiscenze. Ogni religione militante costringerà gli altri ad adorare i propri déi. Ogni cosa sacra sarà disprezzata. Ogni legge sarà infranta liberamente. E la chiesa allontanata predicherà le dottrine più corrotte e dannate dell’inferno.
Tutto ciò sta per avvenire. Una grande apostasia ha coperto la terra. L’egoismo si è seduto sul trono del cuore degli uomini. E in breve, quando Colui che lo ritiene sarà andato via, verrà ciò che Paolo chiama “efficacia d’errore, perché credano alla menzogna” (2 Tessalonicesi 2:11).
Qual è questa menzogna? È la cieca accettazione che chiunque viene nel nome di Gesù parla per conto di Dio. Sorgeranno falsi insegnanti che riconosceranno Cristo come un brav’uomo ma non come Dio: “avendo forma di pietà ma avendone rinnegata la potenza” (2 Timoteo 3:5). Questi che seguiranno questi ingannatori saranno condotti da un altro Gesù, da un altro evangelo. La cecità sarà contagiosa e coglierà moltitudini di persone, compresi quelli che una volta erano zelanti per il Signore.
Perché Dio sta per richiamare Colui che trattiene? Perché, dice Paolo: “Essi… non hanno creduto alla verità, ma hanno preso piacere nell’ingiustizia” (2 Tessalonicesi 2:12). Proprio in questo momento vediamo che la restrizione dello Spirito Santo si allenta di giorno in giorno.

Tutto ciò mi porta al succo del mio messaggio:
il grido del cuore dell’uomo o della donna che sono in Cristo.

In Apocalisse, Gesù annuncia: “Ecco, Io vengo presto: beato chi serba le parole della profezia di questo libro” (Apocalisse 22:7). Cinque versetti dopo Cristo dice: “Ecco, io vengo presto; ed ho il premio con me, per dare a ciascuno secondo le sue opere” (22:12).
Questo è il grido di chiunque aspetta il ritorno di Gesù: “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni” (22:17). Si riferisce alla sposa di Cristo, fatta da un corpo mondiale di credenti che stanno sotto la sua signoria. Tutti questi servi sono nati di nuovo, credenti lavati col sangue. Forse ti chiederai: “Capisco che questo è il grido del cuore del credente. Ma perché anche lo Spirito grida a Gesù: Vieni?”. Perché questa è l’ultima preghiera dello Spirito Santo, sapendo che la sua opera sulla terra è quasi completata. Come Paolo o Pietro, che ricevettero da Dio la rivelazione che la loro vita era al termine, così lo Spirito grida: “Vieni, Signore Gesù”.
Allora, dove sentiamo questo grido dello Spirito? Viene da quelli che sono seduti con Cristo nei luoghi celesti, che vivono e camminano nello Spirito, il cui corpo è il tempio dello Spirito Santo. Lo Spirito grida in e attraverso loro: “Fai in fretta, Signore, vieni”.
Voglio farvi una domanda: quand’è stata l’ultima volta che avete pregato: “Signore Gesù, vieni presto, vieni subito”? Personalmente, non mi ricordo di aver pregato molto spesso così. Il fatto è che non ho mai pensato di poter affrettare la venuta di Cristo permettendo allo Spirito di pregare questa preghiera attraverso me. Eppure Pietro ci dà la prova di questa incredibile verità: “Mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, a motivo del quale i cieli infuocati si dissolveranno e gli elementi consumati dal calore si fonderanno” (2 Pietro 3:12). In greco, la frase “affrettare… la venuta di quel giorno” significa “accelerare, sollecitare”. Pietro dice che le nostre preghiere dovrebbero sollecitare o mettere fretta al Padre perché mandi al più presto il Figlio.
C’è un solo motivo che frena questo glorioso evento. Si tratta di una faccenda non ancora risolta: “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come alcuni credono che egli faccia, ma è paziente verso di noi non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento” (3:9).
La pazienza misericordiosa del Signore detta il tempo del suo ritorno. Ma questo significa forse che non dovremmo pregare per la sua venuta? No di certo. Cristo stesso ci dice nel vangelo di Marco: “Perché in quei giorni vi sarà una grande tribolazione, la più grande che sia mai venuta dall’inizio della creazione fatta da Dio fino ad oggi, né mai più vi sarà. E se il Signore non avesse abbreviato quei giorni, nessuna carne si salverebbe; ma a motivo degli eletti, che egli ha scelto, il Signore ha abbreviato quei giorni” (Marco 13:19-20). Immaginate cosa accadrebbe se, in tutto il mondo, la sposa di Cristo si svegliasse e pregasse nello Spirito: “Gesù, vieni!”.
Eppure, se credo che il mondo sta correndo verso il caos più sfrenato, e se sono convinto che Cristo stia ritornando presto, il mio grido dovrebbe essere rivolto ai miei amici e ai miei parenti non convertiti. Sarei un ipocrita se pregassi che Gesù ritorni, e poi non intercedessi che i miei cari siano pronti per quel giorno. La mia preghiera dovrebbe essere: “Vieni, Signore, ma prima dai alla mia famiglia e ai miei amici delle orecchie per udire. Salvali, salva i perduti”.
Paolo scriveva al suo figlio spirituale Timoteo: “Rendo grazie a Dio, che servo come già fecero i miei antenati con pura coscienza, poiché non cesso mai di ricordarmi di te nelle mie preghiere giorno e notte” (2 Timoteo 1:3). Puoi dire con tutto il cuore che hai pregato per i tuoi cari inconvertiti con la stessa intensità?

Questo è il cuore della faccenda.
Per un momento mettete da parte tutte le dottrine riguardanti il ritorno di Cristo. Considerate questo grido del cuore di un uomo o una donna che ama la sua apparizione: “Lo vedremo faccia a faccia. Allora lo contempleremo” (vedi 1 Corinzi 13:12). La venuta di Gesù non dovrebbe disturbarti. Dovrebbe emozionarti. Se ami veramente qualcuno, vuoi stargli vicino. Immagini come sarà il momento in cui Gesù ti chiamerà per nome?
Immagina una coppia di sposini, ed il marito deve assentarsi per un lungo periodo, forse per lavoro o per fare il militare. Dice a sua moglie: “Tornerò a casa, ma non so quando. Ecco l’indirizzo presso il quale raggiungermi”.
Per i primi anni, la moglie scrive spesso al marito delle bellissime lettere d’amore. Ma non gli dice mai: “Per favore, torna presto!”. Passano dieci anni, poi venti, e lei gli scrive sempre meno. Ma continua a non dirgli mai: “Vieni, per favore. Ho bisogno dei tuoi abbracci. Voglio vederti faccia a faccia. Sto pregando che tu ritorni”.
Questa è la figura della chiesa odierna. Come può dire a Cristo che lo ama e sente la sua mancanza, pur non pregando mai che ritorni? Come facciamo a non dirgli che deve ritornare presto per prenderci con lui, per poter stare sempre insieme? Come facciamo a non dirgli: “Non ce la faccio più a vivere senza di te. Non voglio stare più senza di te”?
Proprio in questi tempi, io sento Gesù che dice: “Sicuramente vengo presto” (Apocalisse 22:20). E sento la sposa di Cristo rispondere: “Sì, vieni, Signore Gesù” (22:20).

Tradotto in Italiano da Susanna Giovannini

Tutte le citazioni sono tratte da « La Sacra Bibbia Nuova Riveduta »
1994, Società Biblica di Ginevra

(CERTOSA DI FIRENZE 2 novembre 2003) – CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA A SUFFRAGIO DI TUTTI I DEFUNTI DELLA DIOCESI

http://www.cistercensi.info/monari/2003/m20031102.htm

CIMITERO URBANO (CERTOSA DI FIRENZE)

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI -2 NOVEMBRE 2003

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA CON TUTTI I PARROCI DELLA CITTÀ, A SUFFRAGIO DI TUTTI I DEFUNTI DELLA DIOCESI.

LETTURE: GIOBBE (19, 1.23-27); ROMANI (5, 5-11); GIOVANNI (6, 37-40).

Introduzione

Nell’Eucaristia facciamo memoria dei nostri defunti. Vogliamo esprimere in questo modo la riconoscenza verso di loro per tutto quello che ci hanno donato di vita, di amore, di consolazione e di sostegno. E vogliamo rinnovare attraverso l’Eucaristia il legame di comunione che ci unisce a Lui, perché la nostra vita insieme con il Signore sia continuazione di quel lungo cammino di fede e di speranza che è la storia dell’umanità. L’umanità si senta accolta dal Signore e il cammino degli uomini sia sigillato dalla sua grazia, dalla sua potenza, nella speranza della resurrezione.
Omelia
1. Giobbe vuole che ci sia un qualche modo attraverso cui la morte non possa cancellare la sua giustizia
Nella prima lettura Giobbe si misura con la realtà della morte, e questo confronto è conflittuale, perché Giobbe è convinto che la vita non sia stata leale con lui. Giobbe ha fatto tutto quello che doveva fare, è stato onesto e generoso, ha rispettato gli altri e osservato le leggi. Eppure, la vita non lo ha ricompensato per questo. Al contrario gli ha portato via tutti i beni, i figli, la salute, gli amici… cioè la vita non è stata leale.
Giobbe si sente colpito ingiustamente. E la morte che ormai Giobbe vede inevitabile diventerà come il sigillo posto su una ingiustizia. Non è possibile! Giobbe vuole discutere e vuole che ci sia un qualche modo attraverso cui la morte non possa cancellare la sua giustizia.
E il primo modo a cui fa riferimento è quello che hanno inventato tutti i grandi re e imperatori d’Oriente, quello di scrivere su una roccia, di incidere la loro storia, il loro nome e le loro imprese.
E Giobbe vuole questo: «[23]Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, [24]fossero impresse con stilo di ferro sul piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia!» (Gb 19, 23-24); almeno rimarrebbe il ricordo della giustizia di Giobbe, perché è venuto sulla Terra ed è passato in mezzo agli uomini con un comportamento onesto.
1.1. Giobbe fa appello ad un “Redentore”
Ma poi questo non gli basta, non basta che rimanga il suo nome su una roccia. Pensa ad un altro modo di vincere la sfida della morte, e con queste parole: «[25]Io lo so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! [26]Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. [27]Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero» (Gb 19, 25-27). Dunque, Giobbe fa appello a quello che lui chiama un “Redentore”.
“Redentore” vuole dire: un parente prossimo che si incarica di difendere Giobbe e il suo diritto (cfr. Lv 25, 25; Rt 4, 4).
E questo “parente prossimo” evidentemente per Giobbe non può altro che essere Dio stesso (cfr. Gb 16, 21 e nota “b” della Bibbia TOB).
Fa appello a Dio perché oltre la morte Dio possa vendicare Giobbe, possa esprimere un giudizio di giustizia su un uomo che è vissuto onestamente: «[27]Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero». Evidentemente questa immagine del Redentore è per Giobbe una speranza profonda, la speranza che la morte non abbia l’ultima parola.

2. Il Vangelo annuncia che c’è effettivamente il Redentore
Credo che quello che il Vangelo annuncia è che questo Redentore c’è effettivamente. Il Figlio di Dio è stato mandato dal Padre in mezzo agli uomini proprio per quello che diceva Giobbe: per offrire all’uomo una speranza che vada oltre la morte.
Dice Gesù nel Vangelo: «[37]Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, [38]perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. [39]E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, e lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6, 37-39). Dove ci sono due affermazioni:
La prima affermazione, è evidentemente che questo Redentore, Gesù, pretende di avere una forza più grande della morte, pretende di potere definire le cose oltre quel confine per noi insuperabile che è la morte stessa.
La seconda affermazione, è che questo Redentore, Signore della vita e della morte, ha un legame stretto di parentela con noi, con l’uomo.
2.1. Gesù è vittorioso sopra la morte
Innanzitutto, Gesù come vittorioso sopra la morte.
Domanda: perché? E la risposta del Vangelo è fondamentalmente questa: perché la vita e la morte di Gesù sono trasfigurate dal suo amore. È vissuto amando, il suo amore è stato così forte da determinare anche il significato della sofferenza e della morte. Siccome l’Amore è realtà divina, non mondana, non appartiene a questo mondo ma a Dio, il Gesù che è vissuto e morto per amore ha la potenza di Dio, quindi è superiore alla morte. L’Amore è più forte della morte, e quel Gesù che è vissuto per amore ha il potere della vita e della morte (cfr. 1 Cor 15, 54-57).
2.2. Gesù che ha questo potere ha stabilito un legame con noi
E quel Gesù che ha questo potere ha stabilito un legame con noi, perché così dice il Vangelo: «colui che viene a me, non lo respingerò, [38]perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. [39]E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato».
La volontà di Dio nella missione di Gesù è che Gesù non perda nessuno degli uomini, che quindi Gesù possa offrire ad ogni uomo il cammino della speranza e della resurrezione. E, s’intende, il cammino della resurrezione, attraverso il legame personale con Gesù.
Ma “legame personale con Gesù” vuole dire: attraverso una vita che assomigli alla sua. S’intende, tra la vita di Gesù e la nostra, c’è una distanza grande, ma noi desideriamo che quell’Amore che ha mosso Gesù muova anche i nostri comportamenti. E se questo avviene, in quanto questo avviene, si apre per noi la speranza di condividere la sorte di Gesù, quindi di riuscire a superare quel confine apparentemente insuperabile che si chiama “morte”.

3. La speranza non ci delude perché abbiamo dentro di noi la vita dello Spirito Santo che viene da Dio
E proprio per questo san Paolo può scrivere nella Lettera ai Romani: «[5] Fratelli, la speranza non delude» (Rm 5, 5a). “Non delude”, è grande! Uno potrebbe pensare che sia un sogno, qualche cosa di meraviglioso da pensare, eventualmente da desiderare, ma irrealizzabile. Invece no! «La speranza non delude».
E come faccio a sapere che “la speranza non delude”? Come faccio a sapere che dentro la mia vita c’è un germe di immortalità, c’è un germe di vita eterna?
Dice sempre san Paolo: Non delude, «perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, b).
O, detto in altri termini: abbiamo dentro di noi la vita che viene da Dio che si chiama Spirito Santo; e proprio perché è vita che viene da Dio, è vita immortale.
3.1. Il fatto che nella mia vita ci sia il desiderio di amare, vuole dire che c’è qualche cosa che viene da Dio
Potremmo aggiungere un’altra domanda: e come fai a sapere che hai lo Spirito di Dio dentro di te?
E la risposta in fondo è semplice, viene da quello che dice san Paolo: hai lo Spirito perché ami! Il fatto che nella mia vita ci sia il desiderio di amare – ci sia il tentativo di realizzare concretamente l’amore, di superare me stesso, il mio egoismo, i miei interessi, per arrivare a prendermi cura di qualcuno, degli altri –, se questo c’è, vuole dire che c’è qualche cosa che viene da Dio, questo è amore che viene da Dio, e si chiama “Spirito Santo”. E proprio dove c’è lo Spirito Santo c’è «la speranza che non delude».
Riassunto conclusivo
Cerchiamo un Redentore che dia una speranza alla nostra vita.
Il Redentore lo ritroviamo in Gesù, che è vissuto e morto per amore, e proprio per questo ha vinto la morte.
Nel legame con Gesù c’è anche per noi la speranza di condividere la sua resurrezione.
Il legame che ci unisce a Gesù si chiama Spirito Santo.
La garanzia di questo Spirito è il fatto che abbiamo dentro di noi la voglia di amare, il desiderio di amare, la forza di superare il nostro egoismo (l’egoismo appartiene a questo mondo e non ha speranza di immortalità) per percorrere invece una via di amore, del prenderci cura degli altri.
Dove c’è questo amore, c’è qualche cosa che viene da Dio, e proprio perché viene da Dio vince la morte.
* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile didattico e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 1 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

3 NOVEMBRE 2013 | 31A DOMENICA – T. ORDINARIO : VEDERE E ACCOGLIERE GESÙ

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/31-Domenica-2013_C/31-Domenica-2013_C-MP.html

3 NOVEMBRE 2013  |  31A DOMENICA – T. ORDINARIO C  | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

VEDERE E ACCOGLIERE GESÙ

« Cercava di vedere quale fosse Gesù »
L’evangelista non dice il motivo per cui Zaccheo desiderava vedere Gesù. « Capo dei pubblicani », cioè appaltatore delle imposte che doveva esigere a nome dell’impero romano, considerato dagli Ebrei come governo di occupazione, era ricco, come si può essere facilmente quando un mestiere del genere si esercita senza troppi scrupoli. Né risulta che, come molti di quelli che avvicinavano Gesù, fosse ammalato lui o qualcuno dei suoi. Era dunque pura curiosità? Quello che segue nel racconto sembra escluderlo: semmai, al moto primitivo di curiosità, dovette aggiungersi qualcos’altro di molto più importante.
Era, senza dubbio, un incontro preparato dal Signore stesso, come gli incontri con Nicodemo, con la Samaritana, con tanti altri. Era uno che, qualunque cosa sentisse dentro, aveva bisogno di vedere Gesù. Forse cominciava a intravedere che i soldi non bastavano a riempire la sua vita, a capire che tutto il mondo davanti a Dio « è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra »? Forse cominciava a capire che Dio, come dirà Paolo ai Tessalonicesi, chiama gli uomini « secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo »? Comunque, Zaccheo non soffoca questo impulso, anzi si dà da fare: « Corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là ».
Era l’invito segreto che tante volte aveva sentito il giovane Agostino, irretito in una concezione religiosa, il manicheismo, che gl’impediva di scorgere il vero volto di Gesù fatto uomo, tutto preso dalla ricerca del successo e invischiato nella sensualità. Quanto è importante e urgente dare ascolto alla voce interiore che ci chiama all’incontro con Gesù nella libertà e nella verità!

« Zaccheo, scendi subito »
Ancora una volta si mostra la verità del canto di lode e di gratitudine che rivolge a Dio il libro della Sapienza: « Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato ». C’è appellativo più bello di quello che segue: « Signore, amante della vita »? Per la compassione e l’amore che ha verso gli uomini egli li ammonisce, « ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la malvagità, credano » in lui Signore e Padre. Egli è buono « verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature… sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto » (salmo responsoriale).
Queste rivelazioni della bontà di Dio trovano una conferma luminosa nell’episodio riferito da Luca, l’evangelista della misericordia. Gesù prende l’iniziativa: « Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: « Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua »". La bontà di Gesù risalta ancor più di fronte alla reazione ostile che stavolta non è, come altre volte, limitata ai farisei e agli scribi quando vedevano Gesù ricevere i peccatori e mangiare con loro (cf Lc 15,1-2), ma è di « tutti », cioè della gente scandalizzata perché egli addirittura « è andato ad alloggiare da un peccatore »; ma non sono queste critiche a fermare colui che aveva risposto in un’occasione del genere: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi » (Lc 5,31-32).
Risposta valida e attuale sempre, anche per noi. Per ricordarci che siamo malati, cioè peccatori, e abbiamo bisogno del medico divino che ci guarisca. Per animarci alla fiducia, per quanti e quanto grandi siano i nostri peccati. Per ammonirci che la bontà del Signore non deve indurci a continuare nel peccato ma stimolarci alla conversione, a cambiare mentalità, modo di pensare, stile di vita, comportamento con i fratelli, passando dall’egoismo all’apertura verso gli altri, dalla ricerca dei nostri interessi e comodi all’impegno di aiuto a quelli che hanno bisogno.

I propositi di Zaccheo
Sono veramente propositi di conversione. Era ricco e forse non gli faremmo torto mettendolo sul piano di altri ricchi presentati da Luca nei capitoli precedenti: l’amministratore scaltro e disonesto (16,1-8), l’ »uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente », per poi finire « nell’inferno tra i tormenti » (16,19-23), il « notabile » che interroga Gesù: « Che devo fare per ottenere la vita eterna? » e quando il « maestro buono » gli risponde: «  »Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi »… divenne assai triste, perché era molto ricco » (18,18-22). Ma la conversione, non sappiamo se repentina o preparata da tempo, è pronta e senza riserve: « Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto ».
Proviamo a domandarci, ciascuno di noi: cosa devo lasciare, cosa devo fare per accogliere Gesù in casa mia, per essere cristiano di fatto e non di nome soltanto? Per alcuni sarà proprio privarsi d’una quantità anche notevole di beni largamente superflui, impiegati nel lusso, nei piaceri raffinati e colpevoli, nella ricerca d’un prestigio che soddisfa la vanità quando non diventa mezzo di sfruttamento e di oppressione. Per altri, sarà l’attenzione a misurare ciò che veramente è richiesto da un tenore di vita proporzionato ai bisogni reali della persona e della famiglia, confrontandosi con coloro che si trovano a un livello tanto inferiore a queste esigenze per venire loro incontro con senso di vera e operosa fraternità. Ci sarà chi, come Zaccheo, deve esaminarsi se ha frodato qualcuno, se si è reso colpevole di ingiustizia verso i singoli o la collettività (macroscopici evasori fiscali).
Zaccheo dichiara: « Restituisco quattro volte tanto ». Nell’Antico Testamento era comandato di compensare nella misura di due o quattro volte tanto il danno arrecato (cf Es 21-22; 2 Sam 12,6). Zaccheo si rende conto che la generosità nel dare presuppone il preciso adempimento dei doveri di giustizia. Dice il Concilio Vaticano II: « Siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia perché non si offra come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia » (Apostolicam actuositatem, 8). Ciò che vale per i rapporti tra privati vale anche nel più vasto campo dei rapporti sociali. Non per nulla il testo conciliare continua: « Si eliminino non solo gli effetti, ma anche le cause dei mali ». Già nel 1952 Pio XII così si esprimeva nella Lettera inviata per la 39a settimana dei Cattolici Francesi: « Per essere autenticamente vera, la carità deve sempre tener conto della giustizia da instaurarsi e non accontentarsi di palliativi ai disordini e alle insufficienze d’una condizione ingiusta ». Qui si aprirebbe un ampio discorso sull’impegno sociale, che, mentre obbliga a ogni sforzo per curare le piaghe di una società malata con l’azione caritativa e assistenziale, sempre necessaria e urgente, deve mirare seriamente alla trasformazione delle strutture che ne sono in gran parte la causa. Basta avervi accennato. Se tutti dobbiamo accogliere la salvezza che il Signore ci offre entrando nella nostra casa, dobbiamo disporci nella sincera volontà di giustizia e di operoso e generoso amore verso i fratelli.

 Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola, Anno C

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 1 novembre, 2013 |Pas de commentaires »
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