17 NOVEMBRE 2013 | 33A DOMENICA – « NON RESTERÀ PIETRA SU PIETRA CHE NON VENGA DISTRUTTA »

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17 NOVEMBRE 2013 | 33A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C | APPUNTI ESEGESITICO-SPIRITUALI

« NON RESTERÀ PIETRA SU PIETRA CHE NON VENGA DISTRUTTA »

Tutta la Liturgia odierna è sotto il segno della « venuta » ultima del Cristo nella gloria. In tal modo la Chiesa intende sottolineare, ormai al termine del ciclo liturgico, la meta a cui tende tutto il suo itinerario di « celebrazione », attraverso i « segni » sacramentali e la « parola », delle « meraviglie » di Dio: la vittoria finale delle forze dell’amore su tutte le chiusure dell’uomo e le negatività della storia.

« Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno »
La prima lettura, ripresa dalla parte conclusiva delle profezie di Malachia (V secolo a.C.), preannuncia il trionfo dei giusti per il « giorno » del Signore: « Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li incendierà… in modo da non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici » (Ml 3,19 20a).
L’immagine del « fuoco » è intimamente legata, nel messaggio profetico, al « giorno » del Signore, in quanto il fuoco purifica e discrimina nello stesso tempo: la « paglia » infatti, simbolo dell’inconsistenza e della vacuità dei malvagi, sarà bruciata e ridotta in polvere; l’oro, invece, sarà reso più fulgente e prezioso.
Poco prima il Profeta aveva usato quasi la stessa immagine per annunciare la venuta di un misterioso « angelo dell’alleanza » (3,1), che è forse la designazione stessa di Cristo: « Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento » (3,2 3).
Mentre i « superbi » saranno divorati come paglia nel giorno « rovente come un forno », per coloro che saranno rimasti fedeli a Jahvèh il fuoco del giudizio apparirà come un « sole » risplendente: « Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici » (v. 20). Si gioca ancora sull’immagine del fuoco, per farne vedere l’aspetto positivo: anche il sole può bruciare e disseccare, così come può dare forza e vitalità.
Probabilmente, però, qui siamo davanti a qualcosa di più che una immagine: « il sole di giustizia », che sorge ed è segno di salvezza per i « cultori » di Jahvèh, è un preannuncio di Cristo come salvatore degli uomini e si pone come elemento di giudizio e di discriminazione. Quando Luca nel cantico del Benedictus fa dire a Zaccaria che « verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge » (1,78), alludendo ovviamente a Cristo, fa riferimento al nostro testo.
Il « giorno del Signore », dunque, nel quale si esprimerà il giudizio definitivo sul bene e sul male, sugli uomini e sulle cose, sarà il giorno di Cristo per eccellenza: tutto riceverà valore, significato, sanzione da lui, che è l’unico che può aprire i misteriosi « sette sigilli » della storia del mondo (Ap 6 8). Per questo è di estrema urgenza che gli uomini, già fin dal presente, si incontrino con lui: il « giudizio » incomincia già da ora!

« Maestro, quando accadrà questo? »
Proprio come è capitato a Gerusalemme, nella cui distruzione nel 70 d.C. Luca legge come un anticipo e una « prefigurazione » del giudizio finale e della manifestazione gloriosa di Cristo.
Il brano odierno di Vangelo ci riporta solo una parte del cosiddetto discorso « escatologico » di Gesù: è un inconveniente, perché in tal modo non si ha il quadro complessivo del discorso con tutte le sue articolazioni e tutti i suoi passaggi, e si fa così più difficile il lavoro dell’interprete. Ci limiteremo ad alcune annotazioni più significative, senza addentrarci nei dettagli esegetici, nei quali si smarriscono gli stessi studiosi di professione. Come tutti sanno, infatti, siamo davanti a una delle pagine più difficili del Vangelo.
Noi partiamo dall’ipotesi che Luca scriva il suo Vangelo in data posteriore al 70 d.C., anno della distruzione di Gerusalemme: perciò tutti i riferimenti a questo evento (21,5 9.20 24) in lui sono molto più chiari che in Marco, il quale scrive prima.
Direi che la profezia di Gesù qui viene riletta dopo che si è già verificata: ma proprio per questo essa assume un significato più profondo. Per un verso, infatti, riveste un valore apologetico: quello che Gesù ha predetto, si è puntualmente avverato! Per un altro verso, riveste un valore di prefigurazione per quanto deve ancora avvenire: i destini ultimi, che dovranno ancora consumarsi per tutti gli appartenenti al nuovo popolo di Dio, si verificheranno a tempo opportuno, e perciò i cristiani dovranno avere gli stessi sentimenti di vigilanza, di attesa, di fiducia ma anche di trepidazione a cui Gesù richiamava i suoi ascoltatori nel preannunciare loro, sia pure con molte oscurità, la fine di Gerusalemme.
Da abilissimo storico, che legge (o rilegge) i fatti in chiave teologica, Luca assume la storia del passato per farla diventare storia di oggi, storia della Chiesa, che vive la sua esperienza di fede a distanza di secoli; la sua tensione « escatologica », però, non deve allentarsi, quasi che ogni momento che passa ci allontani sempre più dalla sponda. Al contrario, ci avvicina e deve trovarci sempre più impegnati nell’attesa.
In 17,22 37 Luca aveva parlato del ritorno glorioso di Gesù alla fine del mondo. Qui invece, seguendo piuttosto da vicino Marco, tratta della rovina di Gerusalemme (Lc 21,5 24), facendola però seguire da alcuni avvertimenti più generici (vv. 25 36) che intrecciano questo tema a quello più propriamente escatologico, come già abbiamo accennato: è la storia di ieri che deve diventare anche storia di oggi.
L’occasione del discorso di Gesù è data dallo stupore manifestato da alcuni dei suoi discepoli davanti alla imponente mole del Tempio, che effettivamente era considerato nell’antichità una delle sette meraviglie del mondo: « Chi non ha visto Gerusalemme in tutto il suo splendore, non ha visto nulla di bello nella vita. Chi non ha visto il Santuario nella sontuosità dei suoi addobbi, non sa che cosa sia il fascino di una città », si diceva a mo’ di proverbio fra gli Israeliti. Gesù però spietatamente, alla maniera degli antichi Profeti, ne preannuncia senza rimpianto la rovina: « Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta » (v. 6).
Alla richiesta poi dei discepoli di « quando » tutto questo sarebbe accaduto e quale ne sarebbe stato il « segno » (v. 7), Gesù risponde prima di tutto mettendo in guardia dalle voci false di gente interessata a creare turbamento, o fanatizzata: « Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: « Sono io » e: « Il tempo è prossimo »; non seguiteli » (v. 8).
È facile vedere in queste parole il riecheggiamento di autentiche affermazioni del Maestro. È il trucco, di sempre, di chi semina errori e pur tuttavia vuol rendersi in qualche modo credibile: vociferare qualche detto o espressione del Vangelo, facendolo apparire come se fosse « tutto » il Vangelo!

« Questo vi darà occasione di rendere testimonianza »
Successivamente Gesù fa delle affermazioni generiche, in cui non è facile per noi cogliere delle allusioni a fatti precisi; probabilmente egli utilizza certi schemi letterari del genere « apocalittico », che preannunciavano, prima della fine, guerre e sollevazioni.
Egli fa questo non tanto per dare dei « segni », che sarebbero troppo confusi, quanto per creare un clima di attesa fiduciosa, anche se cosciente dei rischi, e non di terrore: « Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine… Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze… Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome » (vv. 9 12).
L’unica cosa certa, in mezzo a questo sinistro balenio di catastrofi cosmiche, è che i discepoli di Cristo nel frattempo saranno « perseguitati »: è quanto ci documentano ampiamente gli Atti degli Apostoli, di cui è autore lo stesso Luca. Si ricordi il duplice arresto di Pietro e di Giovanni, l’uccisione di Stefano e di Giacomo, l’imprigionamento di Pietro, le infinite insidie mortali tese a Paolo, ecc. Tutto questo, mentre per un verso sta a dire che non si deve, con il pretesto della fine, immobilizzare e quasi « congelare » l’annuncio del Vangelo, ma se mai accelerarlo; per l’altro verso, vuol dire anche che l’ostilità al Vangelo prepara il « giudizio » di Dio sugli uomini, come è avvenuto per Gerusalemme.
Questo perciò è il tempo della « testimonianza », che tanto più deve essere forte quanto più il cristiano sa di vivere in un clima di attesa escatologica: « Questo vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici… Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime » (vv. 13 19).
Come si vede, Cristo stesso darà « lingua e sapienza » (v. 15) ai suoi discepoli: compito questo riservato altrove allo Spirito Santo.
Pur nella lotta e nella persecuzione, il cristiano deve sempre sperare: così egli « salverà » se stesso non tanto per questa vita, che sarà invece continuamente minacciata come dice il testo, quanto per quella futura.
In questa prospettiva molto realistica, aperta da Cristo per i suoi, assume il suo vero significato l’attesa « escatologica »: essa non è un disimpegno davanti alle difficoltà della vita, una fuga dalla responsabilità della storia per rifugiarsi in certi trasognamenti utopici e pseudo consolatori, ma è piuttosto un immergersi fino in fondo nei drammi, nelle sofferenze, nelle contraddizioni degli uomini per costruire, insieme a loro, qualche ulteriore frammento del regno di Dio. Convinti sempre, però, che la pienezza del « regno » la realizzerà solo Cristo alla sua venuta ultima. Lo slancio verso il futuro non deve distrarre il cristiano dagli impegni verso il presente.

« Chi non vuol lavorare, neppure mangi »
È quanto ricordava S. Paolo ad alcuni cristiani di Tessalonica i quali, con il pretesto dell’imminente « venuta » del Signore, tentavano di vivere alle spalle degli altri, alienati dalle realtà terrene e in continua agitazione: « Sentiamo infatti che alcuni di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace » (2 Ts 3,11 12).
Se non si sentono di lavorare, rinuncino pure a mangiare! È quanto Paolo ha detto loro più volte e ha dimostrato col suo stesso esempio: « Chi non vuol lavorare, neppure mangi » (v. 10).
L’attesa del Cristo che ritorna impegna ad agire con più urgenza nel mondo, perché gli uomini siano più aperti al suo amore.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 15 novembre, 2013 |Pas de Commentaires »

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