3 NOVEMBRE 2013 | 31A DOMENICA – T. ORDINARIO : VEDERE E ACCOGLIERE GESÙ

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3 NOVEMBRE 2013  |  31A DOMENICA – T. ORDINARIO C  | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

VEDERE E ACCOGLIERE GESÙ

« Cercava di vedere quale fosse Gesù »
L’evangelista non dice il motivo per cui Zaccheo desiderava vedere Gesù. « Capo dei pubblicani », cioè appaltatore delle imposte che doveva esigere a nome dell’impero romano, considerato dagli Ebrei come governo di occupazione, era ricco, come si può essere facilmente quando un mestiere del genere si esercita senza troppi scrupoli. Né risulta che, come molti di quelli che avvicinavano Gesù, fosse ammalato lui o qualcuno dei suoi. Era dunque pura curiosità? Quello che segue nel racconto sembra escluderlo: semmai, al moto primitivo di curiosità, dovette aggiungersi qualcos’altro di molto più importante.
Era, senza dubbio, un incontro preparato dal Signore stesso, come gli incontri con Nicodemo, con la Samaritana, con tanti altri. Era uno che, qualunque cosa sentisse dentro, aveva bisogno di vedere Gesù. Forse cominciava a intravedere che i soldi non bastavano a riempire la sua vita, a capire che tutto il mondo davanti a Dio « è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra »? Forse cominciava a capire che Dio, come dirà Paolo ai Tessalonicesi, chiama gli uomini « secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo »? Comunque, Zaccheo non soffoca questo impulso, anzi si dà da fare: « Corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là ».
Era l’invito segreto che tante volte aveva sentito il giovane Agostino, irretito in una concezione religiosa, il manicheismo, che gl’impediva di scorgere il vero volto di Gesù fatto uomo, tutto preso dalla ricerca del successo e invischiato nella sensualità. Quanto è importante e urgente dare ascolto alla voce interiore che ci chiama all’incontro con Gesù nella libertà e nella verità!

« Zaccheo, scendi subito »
Ancora una volta si mostra la verità del canto di lode e di gratitudine che rivolge a Dio il libro della Sapienza: « Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato ». C’è appellativo più bello di quello che segue: « Signore, amante della vita »? Per la compassione e l’amore che ha verso gli uomini egli li ammonisce, « ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la malvagità, credano » in lui Signore e Padre. Egli è buono « verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature… sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto » (salmo responsoriale).
Queste rivelazioni della bontà di Dio trovano una conferma luminosa nell’episodio riferito da Luca, l’evangelista della misericordia. Gesù prende l’iniziativa: « Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: « Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua »". La bontà di Gesù risalta ancor più di fronte alla reazione ostile che stavolta non è, come altre volte, limitata ai farisei e agli scribi quando vedevano Gesù ricevere i peccatori e mangiare con loro (cf Lc 15,1-2), ma è di « tutti », cioè della gente scandalizzata perché egli addirittura « è andato ad alloggiare da un peccatore »; ma non sono queste critiche a fermare colui che aveva risposto in un’occasione del genere: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi » (Lc 5,31-32).
Risposta valida e attuale sempre, anche per noi. Per ricordarci che siamo malati, cioè peccatori, e abbiamo bisogno del medico divino che ci guarisca. Per animarci alla fiducia, per quanti e quanto grandi siano i nostri peccati. Per ammonirci che la bontà del Signore non deve indurci a continuare nel peccato ma stimolarci alla conversione, a cambiare mentalità, modo di pensare, stile di vita, comportamento con i fratelli, passando dall’egoismo all’apertura verso gli altri, dalla ricerca dei nostri interessi e comodi all’impegno di aiuto a quelli che hanno bisogno.

I propositi di Zaccheo
Sono veramente propositi di conversione. Era ricco e forse non gli faremmo torto mettendolo sul piano di altri ricchi presentati da Luca nei capitoli precedenti: l’amministratore scaltro e disonesto (16,1-8), l’ »uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente », per poi finire « nell’inferno tra i tormenti » (16,19-23), il « notabile » che interroga Gesù: « Che devo fare per ottenere la vita eterna? » e quando il « maestro buono » gli risponde: «  »Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi »… divenne assai triste, perché era molto ricco » (18,18-22). Ma la conversione, non sappiamo se repentina o preparata da tempo, è pronta e senza riserve: « Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto ».
Proviamo a domandarci, ciascuno di noi: cosa devo lasciare, cosa devo fare per accogliere Gesù in casa mia, per essere cristiano di fatto e non di nome soltanto? Per alcuni sarà proprio privarsi d’una quantità anche notevole di beni largamente superflui, impiegati nel lusso, nei piaceri raffinati e colpevoli, nella ricerca d’un prestigio che soddisfa la vanità quando non diventa mezzo di sfruttamento e di oppressione. Per altri, sarà l’attenzione a misurare ciò che veramente è richiesto da un tenore di vita proporzionato ai bisogni reali della persona e della famiglia, confrontandosi con coloro che si trovano a un livello tanto inferiore a queste esigenze per venire loro incontro con senso di vera e operosa fraternità. Ci sarà chi, come Zaccheo, deve esaminarsi se ha frodato qualcuno, se si è reso colpevole di ingiustizia verso i singoli o la collettività (macroscopici evasori fiscali).
Zaccheo dichiara: « Restituisco quattro volte tanto ». Nell’Antico Testamento era comandato di compensare nella misura di due o quattro volte tanto il danno arrecato (cf Es 21-22; 2 Sam 12,6). Zaccheo si rende conto che la generosità nel dare presuppone il preciso adempimento dei doveri di giustizia. Dice il Concilio Vaticano II: « Siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia perché non si offra come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia » (Apostolicam actuositatem, 8). Ciò che vale per i rapporti tra privati vale anche nel più vasto campo dei rapporti sociali. Non per nulla il testo conciliare continua: « Si eliminino non solo gli effetti, ma anche le cause dei mali ». Già nel 1952 Pio XII così si esprimeva nella Lettera inviata per la 39a settimana dei Cattolici Francesi: « Per essere autenticamente vera, la carità deve sempre tener conto della giustizia da instaurarsi e non accontentarsi di palliativi ai disordini e alle insufficienze d’una condizione ingiusta ». Qui si aprirebbe un ampio discorso sull’impegno sociale, che, mentre obbliga a ogni sforzo per curare le piaghe di una società malata con l’azione caritativa e assistenziale, sempre necessaria e urgente, deve mirare seriamente alla trasformazione delle strutture che ne sono in gran parte la causa. Basta avervi accennato. Se tutti dobbiamo accogliere la salvezza che il Signore ci offre entrando nella nostra casa, dobbiamo disporci nella sincera volontà di giustizia e di operoso e generoso amore verso i fratelli.

 Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola, Anno C

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 1 novembre, 2013 |Pas de Commentaires »

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