Archive pour octobre, 2013

Statue of Pope St Callistus, Reims-Portail Nord-St Calixte

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15 OTTOBRE: SANTA TERESA D’AVILA

http://www.mistica.info/unteresa.htm#NEL CUORE DELLA PREGHIERA

15 OTTOBRE: SANTA TERESA D’AVILA

BREVE ANTOLOGIA
Questa piccola antologia di brani diversi non può rendere ragione della ricchezza spirituale di Teresa d’Avila. Consiglio pertanto di leggere direttamente le sue opere, pubblicate in modi diversi (libri singoli, brani scelti) e alla portata di tutti.
Nota: Il titolo non appartiene al brano, ma è solo opera redazionale del curatore di queste pagine.

NEL CUORE DELLA PREGHIERA   (Libro della Vita 8, 5)
«Posso dire soltanto quello di cui ho fatto esperienza, ed è che, per quanti peccati faccia, chi ha incominciato a praticare l’orazione non deve abbandonarla, essendo il mezzo con il quale potrà riprendersi, mentre senza di essa sarà molto più difficile. E che il demonio non abbia a tentarlo, come ha fatto con me, a lasciare l’orazione per umiltà; sia convinto che la parola di Dio non può mancare, che con un sincero pentimento e con il fermo proposito di non ritornare ad offenderlo si ristabilisce l’amicizia di prima ed egli ci fa le stesse grazie, anzi, a volte, molte di più, se il nostro pentimento lo merita. Quanto a coloro che non hanno ancora incominciato, io li scongiuro, per amore del Signore, di non privarsi di tanto bene. Qui non c’è nulla temere, ma tutto da desiderare, perché, anche se non facessero progressi né si sforzassero d’essere perfetti, così da meritare le grazie e i favori che Dio riserva agli altri, per poco che guadagnassero, giungerebbero a conoscere il cammino del cielo; e, perseverando nell’orazione, spero molto per essi che godano la misericordia di quel Dio che nessuno ha preso per amico senza esserne ripagato; per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate (infatti, perché l’amore sia vero e l’amicizia durevole, deve esserci parità di condizioni, e invece sappiamo che quella del Signore non può avere alcun difetto, mentre la nostra consiste nell’essere viziosi, sensuali, ingrati), cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, non essendo egli della vostra condizione, nel vedere, però, quanto vi sia di vantaggio avere la sua amicizia e quanto egli vi ami, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi».

L’INQUIETUDINE DELL’ANIMA   (Libro della Vita 30, 8-9)
«Mi accadeva alcune volte di essere in grandissime pene spirituali insieme a tormenti e dolori fisici così intensi da non sapere come darmi aiuto. Dimenticavo allora tutte le grazie che il Signore mi aveva fatto; me ne restava solo un ricordo come di cosa sognata, che serviva a darmi pena; l’intelligenza mi si offuscava tanto da farmi sorgere mille dubbie sospetti: mi sembrava di non aver saputo comprendere quanto mi era accaduto, che forse era frutto della mia fantasia. E pensavo che bastava che mi fossi ingannata io, senza dover ingannare anche i buoni. Mi pareva d’esser così perversa che ritenevo dovuti ai miei peccati tutti i mali e le eresie da cui era invaso il mondo. Questa era una falsa umiltà creata dal demonio per turbarmi e provare se gli riusciva di trascinare la mia anima alla disperazione. Che sia un’umiltà diabolica si vede chiaramente dall’inquietudine e dal turbamento con cui comincia, dal tumulto che produce nell’anima per tutto il tempo che dura, dall’oscurità e dall’afflizione in cui la immerge, dall’aridità e dall’incapacità di attendere alla preghiera e ad ogni opera buona. Sembra che soffochi l’anima e immobilizzi il corpo perché non possa trarre vantaggio da nulla. Invece la vera umiltà non è accompagnata da inquietudine, né turba l’anima né la getta nelle tenebre né l’inaridisce, anzi la solleva e, al contrario dell’altra, comporta quiete, soavità, luce. Si rammarica di aver offeso Dio, ma d’altra parte le procura distensione la sua misericordia. Invece, nell’altra umiltà che viene dal demonio non c’è luce per alcun bene, e sembra che Dio metta tutto a ferro e fuoco; le è presente la sua giustizia, e se anche conserva la fede nella sua misericordia, essa è tale da non offrirle conforto, anzi la considerazione di tanta misericordia è motivo di maggior tormento, perché sembra che imponga maggiori obblighi».

CONTEMPLARE L’UMANITÀ DI CRISTO   (Libro della Vita 22, 9-11)
«Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla terra, è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno d’appoggio, benché talvolta l’anima esca così fuori di sé, e molte altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente; pertanto, al sopraggiungere di impegni, persecuzioni, sofferenze, quando non si può avere più tanta quiete, o in caso di aridità, Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia. Prendendoci l’abitudine, poi, è molto facile sentircelo vicino, anche se alcune volte avverrà di non poter fare né una cosa né l’altra. Per questo è bene non adoperarci a cercare consolazioni spirituali; qualsiasi cosa succeda, stiamo abbracciati alla croce, che è una grande cosa. Il Signore restò privo di consolazione; fu lasciato solo nelle sue sofferenze; non abbandoniamolo noi, perché egli ci aiuterà a salire più in alto meglio di quanto avrebbe potuto fare ogni nostra diligenza e si allontanerà quando lo riterrà conveniente o quando vorrà trarre fuori l’anima da se stessa. Dio si compiace molto nel vedere un’anima prendere umilmente per mediatore suo Figlio e amarlo tanto che, pur volendo Sua Maestà elevarla a un altissimo grado di contemplazione, se ne riconosce indegna, dicendo con san Pietro: Allontanatevi da me, Signore, perché sono uomo peccatore (Lc 5,8)».

LA VERA FELICITÀ   (Meditazioni dell’anima a Dio VIII)
«Voi dite: venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi consolerò (Mt 11,28). Che altro vogliamo, Signore? Che domandiamo? Che cerchiamo? Per quale motivo la gente del mondo si perde se non per andare in cerca di felicità? O Dio, Dio mio! È possibile questo, Signore? Oh, che pena! Che grande accecamento! Noi cerchiamo infatti la felicità dov’è impossibile trovarla! Abbiate pietà, Creatore, delle vostre creature! Vedete, noi non capiamo noi stessi, né sappiamo quel che desideriamo, né siamo nel giusto chiedendo quel che chiediamo. Illuminateci, Signore; considerate che la vostra luce è più necessaria a noi che a quel cieco il quale era tale dalla nascita, perché questi desiderava vedere la luce e non poteva, ma noi, Signore, non vogliamo vedere. Oh, che male grave e incurabile! Qui, mio Dio, deve manifestarsi il vostro potere, qui deve brillare la vostra misericordia! Com’è insensato ciò che vi chiedo, mio vero Dio! Vi prego d’amare chi non vi ama, di aprire a chi non bussa alla vostra porta, di dar la salute a chi ha piacere d’essere infermo e va in cerca di malanni. Voi dite, mio Signore, che siete venuto a cercare i peccatori; eccoli, Signore, i veri peccatori. Non guardate alla nostra cecità, ma al sangue prezioso versato da vostro Figlio per noi. La vostra misericordia risplenda fra tanta malizia! Considerate, Signore, che siamo vostre creature; ci sia d’aiuto la vostra bontà e misericordia!»

IL SIGNORE PARLA ALL’ANIMA   (Castello interiore 3, 11-16)
«C’è un modo in cui il Signore parla all’anima e a me sembra un segno sicurissimo della sua opera: è la visione intellettuale. Ha luogo così nell’intimo dell’anima e sembra di udire così chiaramente e al tempo stesso segretamente, con l’udito spirituale, pronunciare proprio dal Signore quelle parole, che lo stesso modo di intendere, insieme con ciò che la visione opera, rassicura e dà la certezza che il demonio non può intromettersi minimamente, I grandi effetti che lascia sono, appunto, motivo di crederlo; se non altro c’è la sicurezza che non procede dall’immaginazione, sicurezza che con un po’ di avvertenza si può sempre avere per le seguenti ragioni. La prima perché c’è una evidente differenza circa la chiarezza del linguaggio: nelle parole di Dio essa è tale che ci si rende conto anche di una sola sillaba mancante e si ha il ricordo preciso del diverso modo in cui tale parole ci sono state dette. La seconda, perché spesso non si pensava nemmeno a ciò a cui le parole si riferiscono – intendo dire che vengono all’improvviso, a volte anche mentre si sta in conversazione – e spesso riguardano cose mai pensate né credute possibili. La terza, perché nelle parole di Dio l’anima è come una persona che ode, mentre in quelle dell’immaginazione è come una persona che va componendo a poco a poco ciò che ella stessa desidera udire. La quarta, perché le parole sono assai diverse, e una sola di quelle divine fa capire molto più di quello che il nostro intelletto non potrebbe mettere insieme in così breve spazio di tempo. La quinta, perché insieme con le parole, spesso, in un modo che io non saprei spiegare, si comprende assai più di quello che significano, benché senza suoni».

ACCETTARE LA PROPRIA DEBOLEZZA   (Pensieri sull’amore di Dio 3, 12)
«Non lamentiamoci dei nostri timori né ci scoraggi vedere la debolezza della nostra natura e dei nostri sforzi. Piuttosto cerchiamo di rafforzarci nell’umiltà e di renderci ben conto di quanto siano limitate le nostre possibilità e del fatto che, senza l’aiuto di Dio, non siamo nulla. Bisogna confidare nella sua misericordia, diffidare completamente delle nostre forze ed essere convinti che tutta la nostra debolezza deriva dal far assegnamento su di esse. Non senza una profonda ragione nostro Signore ha voluto manifestare debolezza. È chiaro che non la sentiva, essendo egli la stessa forza; ma l’ha fatto per nostra consolazione, per mostrarci quanto sia opportuno passare dai desideri alle opere e indurci a considerare che, quando un’anima comincia a mortificarsi, tutto le riesce gravoso. Se si accinge a lasciare le proprie comodità, che pena! Se a trascurare l’onore, che tormento! Se deve sopportare una parola ostile, che cosa intollerabile! Insomma, è assalita da ogni parte da tristezze mortali. Ma, appena si deciderà a morire al mondo, si vedrà libera da queste pene; anzi, non nutrirà più alcun timore di lamentarsi, una volta conseguita la pace richiesta dalla sposa».

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LE CATACOMBE CRISTIANE COME LUOGO DI EVANGELIZZAZIONE

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_commissions/pcchc/documents/rc_com_pcchc_20060121_progetto-perseca_it.html

PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

PRESENTAZIONE DEL PROGETTO « PERSECA: PERCORSO PER SITI SEPOLCRALI E CATACOMBE »

RELAZIONE DI S.E.R. MONS. MAURO PIACENZA

Roma, 21 gennaio 2006

Nei secoli della tarda antichità, si assiste ad una grande rivoluzione nella tipologia delle necropoli, nella loro dislocazione, nelle caratteristiche, nella disposizione. Se, infatti, le civiltà pagane del passato remoto prediligevano le tombe isolate, utili ad eroizzare il defunto o ad autorappresentare la famiglia, con l’avvento del Cristianesimo si concepì uno spazio comune funerario, condiviso, tanto che Cesario di Arles definirà questi nuovi e caratteristici “luoghi della morte” come “coemeteria christianorum” (Epist. 35).

* * *

Nei primi secoli del Cristianesimo – come è noto – i fratelli di fede sistemarono i defunti nelle aree sepolcrali pagane, come dimostrano chiaramente i casi dei sepolcri di Pietro e Paolo, situati rispettivamente nelle necropoli del Vaticano e della via Ostiense.
Dei due sepolcri è più noto quello relativo all’apostolo Pietro, individuato durante il secondo conflitto mondiale, in seguito ad una sistematica campagna di scavo che mise in luce un organismo, che sembra corrispondere perfettamente a quei trofei a cui allude Eusebio di Cesarea, quando riferisce che, al tempo di papa Zefirino (199-217), il presbitero Gaio aveva potuto vedere i trofei degli Apostoli: “Se, infatti, ti incamminerai per la via Regia verso il Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa” (Hist. Eccl. 2,25,7).
Gli archeologi – come si diceva – trovarono la “memoria petrina”, sobria ma monumentale, tanto da raggiungere quasi tre metri di altezza, priva di qualsiasi apparato decorativo che avrebbe in qualche modo, distratto l’attenzione dei visitatori che, sin dalla prima ora, si propongono come attivi protagonisti di una devozione basata piuttosto sul contatto fisico con il sepolcro, che sulla sosta, sulla meditazione o sulla ricerca di riferimenti o elementi iconografici che rievocassero la storia del martire.
Questo atteggiamento devozionale, fatto di rapidi gesti rituali, produce, già nelle adiacenze del sepolcro, un densissimo palinsesto di graffiti riferibili ad una frequentazione e, dunque, ad una prima forma di culto e di pellegrinaggio alla memoria petrina. La presenza dei graffiti, in un contesto monumentale paleocristiano, sia esso solamente funerario, sia esso di natura proprio cultuale, rappresenta un po’ il “fossile guida” per l’archeologo e lo storico che si pongano alla ricerca delle mete del pellegrinaggio.
In età apostolica, dunque, i cristiani si calano, come fermento nella pasta, nella società contemporanea, mostrando subito la loro specifica identità, come ricorda la lettera a Diogneto, indirizzata da un anonimo cristiano del II secolo ad un pagano: “I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per vestiti. Ogni terra straniera è una patria per loro e ogni patria è terra straniera. Passano la loro vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo”.

Questo passo, così significativo, ci fornisce un’idea eloquente del mondo in cui si calarono i cristiani nei primi secoli, definendo le coordinate essenziali di un nuovo modo di vivere e di confrontarsi con la realtà sociale del tempo. Tale mentalità che educa alla libertà di coscienza, alla dignità della persona, rimbalza un po’ in tutto il mondo cristiano antico, sino all’Africa, se Tertulliano, negli stessi anni, si interroga sul motivo delle persecuzioni nei confronti dei fratelli, quando, in realtà essi frequentano gli stessi fori dei pagani, lavorano negli stessi mercati, negli stessi negozi, nelle stesse officine, praticano le stesse arti, navigano e combattono insieme a loro (Apol. 42,2-3).

* * *

Ma lasciamo l’atmosfera ancora indistinta dei primi tempi e torniamo a Roma per ricostruire la dinamica delle origini delle catacombe, che rappresentano la vera e rivoluzionaria novità funeraria apportata dalle comunità cristiane.
Grava ancora sul mondo delle catacombe una certa quantità di luoghi comuni, che dipingono queste suggestive necropoli ipogee utilizzate dai cristiani dei primi secoli, come tristi scenari di morte, come teatri delle più cruente azioni persecutorie e come estremo rifugio dei fratelli in fuga.
Tutte queste idee, alimentate dai romanzi dell’Ottocento e dai kolossal cinematografici del secolo scorso, cominciarono a circolare piuttosto presto se, nella seconda metà del IV secolo, San Girolamo si sofferma a descrivere l’habitat oscuro delle catacombe con termini e temi piuttosto forti ed impressionanti, rievocando come, da ragazzo, quando soggiornavo a Roma per studiare, era solito visitare le tombe degli apostoli e dei martiri, insieme ai suoi compagni, nel giorno del Signore: “Spesso – racconta Girolamo – entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra, completamente interessate dalle tombe e così oscure che sembrava realizzarsi il motto profetico “Discendano vivi nell’inferno” [Sal 54,16]. Rare luci, provenienti dal sopratterra attenuavano un poco le tenebre, ma il chiarore era talmente flebile che sembrava provenire da uno spiraglio e non da un lucernario. Si procedeva adagio, un passo dietro l’altro, completamente avvolti nel buio (In Ezech. 12,40).
Questa oscura visione delle catacombe romane, che risente dei ricordi enfatizzati dell’infanzia, non corrisponde pienamente allo spirito, che aveva animato i primi cristiani, quando decisero di costruire dei cimiteri propri, ove deporre i fratelli di fede defunti, come in una sorta di dormitorio (di qui la definizione koimeteria) in attesa della resurrezione finale.
Le catacombe non erano altro che cimiteri comunitari, pervasi da un intenso senso della communio sanctorum e dalla realtà pasquale e non luoghi di rifugio, come si è ritenuto per tanto tempo. Questi sotterranei, infatti, erano ben conosciuti alle autorità romane nella loro ubicazione; in un certo senso, ne veniva ammessa la funzione funeraria, ancor più degli edifici di culto che, nei primi secoli, dovevano mimetizzarsi nel fitto tessuto urbano delle grandi metropoli.
Negli ultimi anni del II secolo, le comunità cristiane trovano la forza e l’organizzazione per svincolarsi dalle sepolture delle aree pagane, di cui, sino a quel momento, si erano servite, come nei casi celebri delle sepolture di San Pietro in Vaticano e di San Paolo sulla via Ostiense, per creare delle aree proprie.
In questo frangente, muta completamente il concetto individuale delle sepolture e si solidifica quel “senso comunitario” che guiderà la “mens” cristiana dei primi secoli. Questo spirito nuovo spinge i fedeli a creare delle vere e proprie “areae sepulturarum nostrarum”, come precisa autorevolmente Tertulliano, quando, in occasione di un contenzioso tra i fratres cristiani e la plebe pagana, quest’ultima gridava a gran voce: “areae non sint!” nel senso che non si volevano concedere ai cristiani delle aree speciali, comunitarie e distinte delle necropoli pagane (Ad Scapulam 3).
Negli stessi anni, ovvero nell’estremo scorcio del II secolo e agli esordi del seguente, anche i cristiani di Roma creano degli spazi funerari propri, talora gestiti dalla più alta gerarchia della Chiesa, come nel caso della cosiddetta “area prima” del complesso di San Callisto, il cimitero voluto da papa Zefirino (199-217) e affidato alle cure dell’allora diacono e futuro papa Callisto (217-222) (Ippolito, Philosophumena IX, 12-14).
Anche in Oriente il concetto di cimitero, inteso come un “dormitorio comune”, inizia a diffondersi, come testimonia S. Giovanni Crisostomo, che definisce i cimiteri come luogo di riposo provvisorio in attesa della resurrezione finale (Coemeteria1) e come conferma, per Alessandria, lo stesso Origene, che ricorda l’esistenza di grandi necropoli comunitarie attestate nel suburbio della città (Hom. In Jer. 4,316).
In tutto il mondo cristiano antico si sviluppa, dunque, il desiderio di creare delle aree cimiteriali comuni, per offrire a tutti i fratelli una sistemazione funeraria dignitosa. Secondo la testimonianza, sempre precisa di Tertulliano, si viene a creare una “cassa comune”, utile ad assicurare la sepoltura agli indigenti, alle vedove, agli orfani (Apol. 39,6).
La grande rivoluzione della sepoltura comunitaria cambia notevolmente il paesaggio suburbano di Roma e di molte città del Mediterraneo. Soltanto a Roma si contano oltre cinquanta catacombe ed altrettante sono dislocate in territorio laziale, mentre altri monumenti catacombali sono stati individuati in Sicilia, a Malta, nell’Africa Settentrionale, in Campania, in Sardegna, in Umbria, in Toscana, in Puglia, in Abruzzo, in Basilicata, nell’Arcipelago Toscano.

* * *
Se guardiamo al panorama catacombale laziale, che è stato preso in considerazione dal Progetto che presentiamo quest’oggi, ci rendiamo conto del grande numero di monumenti dislocati in tutta la regione, tanto che tali cimiteri rappresentano, assai spesso, l’unica testimonianza concreta della cristianizzazione del territorio laziale, una cristianizzazione che dovette avvenire piuttosto precocemente, come dimostra la presenza di culti martoriali, che non hanno nulla da invidiare a quelli romani: da S. Cristina a Bolsena a S. Senatore ad Albano; da S. Ilario a Valmontone a S. Vittoria a Monteleone Sabino.
Questi campioni della fede danno avvio ad un culto che non si arresta attraverso i secoli, tanto che, in corrispondenza delle loro sacre tombe, si innalzeranno, sin dal primo medioevo, delle basiliche, che rappresentano la testimonianza commovente e insopprimibile di una devozione larga e popolare.
Così come nelle più grandi e celebri catacombe romane, anche nelle catacombe del Lazio i primi cristiani desideravano essere sepolti vicino alle tombe dei martiri, nel senso che si riteneva che la sepoltura “ad sanctos” producesse dei vantaggi per l’anima dei fratelli scomparsi, in vista della ricompensa finale. Questa credenza, certamente significativa di una genuina mentalità religiosa, che interessa anche il concetto profondamente teologico della preghiera di intercessione, nel senso che i fedeli, pregando presso le tombe dei martiri, abbracciavano, con le loro intenzioni, anche quella dei defunti ordinari, sistemati nei pressi di quei sepolcri eccellenti. Insomma – come ricorda S. Agostino (Cur. Mart. 4-5) – i vivi rivolgevano una preghiera ai martiri, affinché questi svolgessero un ruolo di “patronato” che giovava alle anime dei defunti. E’ la splendida realtà dell’amore fraterno tipico della vita ecclesiale.
Anche nelle basiliche funerarie sorte nel territorio laziale, si doveva svolgere la celebrazione eucaristica a suffragio delle anime dei defunti. E’ questo uno degli atti più delicati ed affettuosi della carità cristiana.
Il progetto che quest’oggi si propone all’attenzione dei fruitori, vuole proprio recuperare tutti questi gesti e queste idee liturgiche e di devozione. I pellegrini del terzo millennio, che si avvicinano a questi monumenti, per il tramite del “portale” e della pubblicazione curati dal progetto perseca, potranno calarsi nella suggestiva atmosfera delle origini, alla ricerca di quella nuova evangelizzazione, che trova fortemente motivata ed impegnata la Chiesa nel nostro tempo.

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Chi percorre effettivamente o virtualmente le gallerie delle catacombe, si sofferma ad ammirare le ingenue decorazioni pittoriche, i sontuosi rilievi dei sarcofagi, i luminosi brani musivi, le ardite architetture scavate nel tufo, si emoziona dinanzi agli epitaffi, ora semplici ed essenziali, ora più complessi e oscillanti tra un umano e nostalgico ricordo della persona cara ed un’incrollabile speranza nella vita dell’aldilà, che consola amici e parenti ed è oggettivamente radicata nel mistero pasquale.
La visione delle catacombe, che si presenta al visitatore contemporaneo, è lacunosa, frutto delle troppe incursioni dei vandali di ogni epoca, a cominciare dalle invasioni storiche, quando le catacombe, concludendo la loro funzione funeraria, agli esordi del V secolo, mantennero esclusivamente il ruolo di sedi del culto martoriale, un ruolo che, sostenuto dal “sensus fidei” del popolo di Dio, confluì nel programma pastorale del grande papa Damaso (366-384), il pontefice che ricercò sistematicamente, con grande amore, le tombe dei martiri, le monumentalizzò e le pose al centro di suggestivi itinera ad sanctos.
I pellegrini, giunti da ogni dove nella città santa, si incamminavano per le vie consolari, si fermavano nel suburbio, si calavano nelle catacombe, si raccoglievano in preghiera dinanzi alle tombe, leggevano gli epitaffi che papa Damaso aveva fatto incidere in onore dei campioni della fede, sfioravano con piccoli pezzi di stoffa (palliola) quei santi sepolcri con il sacro gesto dell’ex contactu, accendevano lumi e lucerne sulle mense situate nei pressi di quelle eccezionali deposizioni.
Per i pellegrini dei nostri giorni, ripercorre quegli itinerari sotterranei, fermarsi dinanzi a quelle tombe tanto antiche e tanto sante, significa tornare, con un incredibile percorso a ritroso, alla fede della prima ora, a quella fede per cui alcuni fratelli delle comunità primitive combatterono, in maniera ferma e risoluta, sino alla morte, quella fede che, con la garanzia dell’ufficio petrino, rimane immutata nello scorrere dei millenni e continua a far fruttificare l’albero della Redenzione.

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Gli oscuri ambienti ipogei erano rallegrati da una decorazione estremamente gioiosa e positiva. E’ significativo constatare che gli esordi di un’arte propriamente cristiana a Roma, coincida con la nascita delle catacombe, tra il II e il III secolo, quando a Callisto viene affidata la sovrintendenza delle catacombe della via Appia. Proprio nell’”area prima” di San Callisto si inaugura la grande stagione figurativa dell’arte delle catacombe, che interesserà tutto il III, il IV e il primo decenni del V secolo.
L’arte delle catacombe dei primi secoli allude ovviamente alla salvezza finale, con raffigurazioni direttamente ispirate agli episodi salienti della Bibbia. Questo modo di procedere riflette la sensibilità dei cristiani delle prime comunità e si collega con l’attività culminante della Chiesa e fontale per le buone opere: il culto divino! La scelta delle immagini bibliche, infatti, risponde perfettamente alle formulazioni delle prime preghiere. Di esse disponiamo di redazioni piuttosto tarde, che contengono, però, i nuclei più antichi. In queste orazioni si fa esplicito riferimento alla salvezza concessa ai tre giovani ebrei di Babilonia nella fornace, a Daniele nella fossa dei leoni, a Giona ingoiato dalla balena, a Susanna insidiata dai seniores, ad Isacco che sta per essere immolato da Abramo.
E’ significativo poter constatare che questi episodi siano proprio quelli rappresentati nelle aree più antiche delle catacombe, dimostrando, così, che i pittori della prima età cristiana giustamente cercano nel grande repertorio della Bibbia i paradigmi più sintomatici della salvezza, rispettando perfettamente le aspirazioni dei fedeli della comunità romana.
Nelle catacombe si sviluppa, poi, un repertorio propriamente simbolico, nel senso che appaiono, sin dal III secolo, delle figure isolate con un significato estremamente pregnante, come accade con l’immagine del buon Pastore che, provenendo dalla tradizione pagana, si carica di un senso tutto cristologico, quando personifica il personaggio dei Salmi e quello ancora più significativo della parabola della pecorella smarrita.
Ancora più ricca appare l’immagine dell’orante, ovvero del defunto atteggiato con le mani levate, secondo il sacro gesto dell’expansis manibus. Con questo gesto, così solenne e suggestivo, non si vuole esprimere il concetto della preghiera, intesa come richiesta di intervento divino o come supplica, bensì come ringraziamento, come canto di lode al Signore per il pericolo scampato, per il peccato perdonato, per la salvezza raggiunta. E’ per questo che assumono il gesto i personaggi biblici salvati dalla morte, come Noè nell’arca, Daniele tra i leoni, Giona, i giovani nella fornace. E’ per questo che, con il gesto dell’orante, si vuole alludere ad una preghiera continua, ininterrotta, che impegna il cristiano durante tutto il suo itinerario spirituale, secondo quando intende Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi. E’ la “laus perennis”.
Nell’arte delle catacombe si assiste anche alla nascita di un repertorio costituito da simboli più semplici, quali l’ancora, la nave e il pesce, che alludono rispettivamente alla fede, alla Chiesa e al Cristo, dimostrando come la comunità delle origini elabori un linguaggio sintetico per esprimere i concetti fondamentali del proprio “credo”.
Questi simboli, così semplici e così espressivi, sembrano indirizzati alla grande base della società cristiana dei primi secoli, non sempre alfabetizzata e, pertanto, estremamente sensibile al messaggio figurato che è alternativo alla scrittura, tanto che quest’arte viene comunemente e sintomaticamente definita Biblia pauperum, il cui messaggio è comunque universale.
La semplicità di questi simboli riflette l’essenzialità delle sepolture delle catacombe, per lo più rappresentate dai loculi, la tipologia funeraria più elementare e riprodotta in centinaia di esemplari lungo le gallerie, dando luogo ad un “mondo di uguali”. Questi loculi, semplicemente chiusi da lastre con il solo nome del defunto, creano un habitat estremamente suggestivo nel senso che si assiste ad una sorta di appello epocale, dove i cristiani rispondono con il solo loro nome di battesimo. Percorrendo quelle gallerie di tombe uguali, risuonano le parole di Lattanzio “Tra noi non ci sono né servi, né padroni; non esiste altro motivo se ci chiamiamo fratelli, se non perché ci consideriamo tutti uguali” (Div. Inst. 5,15).

Publié dans:CATACOMBE |on 14 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

14 OTTOBRE: PAPA CALLISTO I

http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Callisto_I

14 OTTOBRE: PAPA CALLISTO I

16º papa della Chiesa cattolica
Elezione 217
Fine pontificato 222
Predecessore Papa Zefirino
Successore Papa Urbano I
Nascita Roma, ?
Morte Roma, 222
Sepoltura Catacomba di Calepodio
Callisto I, (conosciuto in latino col nome di Callixtus o Calixtus) (… – Roma, 222), fu il 16° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa all’incirca dal 217 al 222.

Biografia
Pontificato
« Quattro cose resero in maniera particolare glorioso il pontificato di S. Callisto: la Basilica di Santa Maria in Trastevere, il digiuno delle quattro tempora, il Cimitero detto di S. Callisto nella porta Appia, oggidì porta San Sebastiano, ed il luminoso di lui martirio. »
[1] Nonostante si faccia iniziare il suo regno nel 217, il suo contemporaneo, Giulio Africano, indicava la data della sua ascesa al soglio di Pietro nel primo (o secondo?) anno del regno di Eliogabalo, 218 o 219. Comunque, sia Eusebio di Cesarea che il Catalogo Liberiano concordavano nel riconoscergli cinque anni di episcopato.
La sua elezione provocò lo scisma di Ippolito di Roma, considerato antipapa.
L’Historia Augusta afferma che un luogo su cui fece erigere un oratorio fu rivendicato da dei tavernai (popinarii), ma l’imperatore decise che un luogo per l’adorazione di qualsiasi dio era meglio di qualunque taverna. Si dice che questa sia stata l’origine della basilica di Santa Maria in Trastevere. Tuttavia, secondo quanto affermato nel Catalogo Liberiano, questa basilica fu fatta costruire da papa Giulio I. Forse l’intervento costruttivo di papa Callisto è da ricercarsi nella vicina chiesa di San Callisto. Essa, inoltre, contiene un pozzo in cui la leggenda dice che fu gettato il corpo del papa. È questa, con molte più probabilità, la chiesa fatta edificare da Callisto.
Quasi tutto quello che sappiamo di questo papa proviene dagli scritti dei suoi acerrimi nemici, Quinto Settimio Fiorente Tertulliano e l’autore del Philosophumena, l’antipapa Ippolito. Si tratta, perciò, di notizie tendenziose, che cercano di farlo apparire una persona riprovevole e odiosa.
Tesi avversa a Callisto
Secondo il Philosophumena, che lo definiva « uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l’errore », Callisto era lo schiavo di un certo Carpoforo, un cristiano della famiglia imperiale. Costui affidò grandi somme di denaro a Callisto, che creò una banca in cui orfani e vedove potevano portare i loro soldi. Callisto, però, perse tutto e scappò. Carpoforo lo seguì fino a Porto, dove Callisto si stava imbarcando su una nave. Vedendo il suo padrone avvicinarsi su una barca, lo schiavo si gettò in mare per suicidarsi, ma fu salvato, trascinato a riva, e consegnato al padrone affinché lo punisse.
I creditori, credendo che avesse ancora i loro soldi, implorarono affinché fosse rilasciato: Callisto però non li aveva più, così cercò di nuovo la morte attaccando e insultando gli ebrei nella loro sinagoga. Gli ebrei lo trascinarono di fronte al prefetto Fusciano, dove Carpoforo dichiarò che Callisto non doveva essere considerato come un cristiano, ma il prefetto, pensando che il padrone stesse tentando di salvare il suo schiavo, condannò Callisto ai lavori forzati nelle miniere in Sardegna (ad metalla). Qualche tempo dopo, Marcia, l’amante di Commodo, convocò papa Vittore I e gli chiese se c’erano cristiani in Sardegna[2]. Questi le diede un elenco, senza includere Callisto. Marcia spedì allora un emissario con l’incarico di far rilasciare i prigionieri. Callisto si gettò ai suoi piedi, e lo implorò di portarlo con sé. Vittore si risentì dell’accaduto, ma essendo un uomo compassionevole, lasciò Callisto ad Anzio con una sovvenzione mensile.
Quando Zefirino divenne papa, Callisto fu richiamato e organizzò il primo cimitero della Chiesa, con una catacomba privata, che fin da allora si chiama « catacombe di Callisto ». Callisto ebbe grande influenza sull’ignorante, analfabeta ed avido Zefirino. Comunque, non ci sono testimonianze su come lo schiavo fuggitivo (per la legge romana, libero dal suo padrone, che aveva perso tutti i diritti quando Callisto venne condannato ai lavori forzati) divenne prima arcidiacono e poi papa.
Antitesi
Döllinger e de Rossi hanno però demolito questa tesi. Tanto per cominciare, Ippolito non affermava che Callisto perse i soldi depositati presso di lui per sua colpa. Questi poi, evidentemente, si gettò dalla nave più per scappare che per commettere suicidio. Quel Carpoforo, un cristiano, avrebbe dovuto evitare ad un suo schiavo cristiano una punizione orribile e ciò non depone bene sul carattere del padrone, mentre l’intercessione dei cristiani per Callisto depone a favore di quest’ultimo. È assurdo, inoltre, sostenere che corteggiò la morte attaccando una sinagoga; ne consegue che chiese ai debitori ebrei di rimborsargli ciò che gli dovevano. La dichiarazione stessa che Carpoforo rilasciò dinanzi al prefetto sulla non cristianità di Callisto era falsa.
Ippolito stesso, infatti, diceva che era proprio in qualità di cristiano che Callisto fu spedito alle miniere, e che in qualità di cristiano fu rilasciato. Se papa Vittore accordò a Callisto una sovvenzione mensile, è evidente che non si pentì della sua liberazione. È, inoltre, molto improbabile che Zefirino fosse ignorante e avido. Callisto non si sarebbe potuto elevare così in alto senza considerevoli doti, e lo spirito vendicativo dimostrato da Ippolito insieme alla sua teologia non ortodossa spiega perché Zefirino ripose la sua fiducia in Callisto piuttosto che nel dotto discepolo Ireneo.
La dottrina di San Callisto
Papa Callisto insegna la dottrina cristiana ai giovani
Ippolito e Tertulliano sfidarono l’ortodossia di Callisto, sul campo di un famoso editto in cui il papa garantiva la Comunione, dopo la giusta penitenza, a coloro che avevano commesso adulterio e fornicazione. È chiaro che Callisto si basò sul potere di rimettere e perdonare concesso a san Pietro, ai suoi successori ed a chi era in comunione con loro.
Si lamentava il montanista Tertulliano: « Come giungesti a questa decisione, io mi chiedo, da dove usurpi questo diritto della Chiesa? Se è perché Dio disse a Pietro: ‘Su questa pietra io costruirò la Mia Chiesa, io darò a te le chiavi del regno dei cieli’, o sull’affermazione che ‘qualsiasi peccato rimetterai o non rimetterai sulla terra sarà rimesso o non rimesso in paradiso’? Forse tu presumi che questo potere di rimettere o non rimettere ti è stato trasmesso e con te ad ognuno in comunione con la Chiesa di Pietro (ad omnem ecclesiam Petri propinquam), chi sei tu per alterare la manifesta intenzione di Dio di conferire questa facoltà personalmente e solo a Pietro? » (De Pudicitia, XXI).
L’editto era un ordine per l’intera Chiesa. Commentava Ippolito: « Ho udito della pubblicazione di un editto perentorio; il vescovo dei vescovi, ovvero il Pontifex Maximus proclama: Io rimetto i peccati di adulterio e di fornicazione a coloro che avranno fatto la dovuta penitenza. E dove si affiggerà questo editto così liberale? Sulle porte dei postriboli? » Gli altri attacchi di Ippolito riguardavano il fatto che Callisto non faceva fare pubblica penitenza per i peccati commessi fuori dalla Chiesa ai convertiti dalle eresie (questa mitezza era consueta ai tempi di sant’Agostino d’Ippona); che il papa aveva ammesso nella sua « scuola » (La Chiesa cattolica) quelli che Ippolito aveva scomunicato da « La Chiesa » (la sua setta); che Callisto aveva dichiarato che un peccato mortale non era (« sempre », si può aggiungere) una ragione sufficiente per deporre un vescovo. Tertulliano (De Exhortatione Castitatis, VII) parlava con ripugnanza dei vescovi che si erano sposati più di una volta, e Ippolito additava Callisto come il primo a permettere queste cose, in contrasto con gli insegnamenti di San Paolo. Callisto permise al basso clero di sposarsi, e permise alle nobili di sposare persone di basso rango e schiavi, cosa impedita dalla legge romana; in questo modo, secondo i suoi oppositori, Callisto creò i presupposti per commettere infanticidi.
Callisto insisteva anche sulla differenza tra la legge ecclesiastica e la legge civile sui matrimoni. In ogni caso, risulta evidente che la chiesa cattolica parteggiava per Callisto contro lo scismatico Ippolito e l’eretico Tertulliano. Nelle loro opere, inoltre, non veniva pronunciata alcuna parola contro la persona di Callisto dal momento della sua elezione, né contro la validità della sua consacrazione.
Ippolito considerava Callisto un eretico quando proprio la sua Cristologia era così imperfetta, e scrisse che Callisto lo accusò di Diteismo (forma di teismo che crede in due grandi dèi al posto di un solo Dio). Non c’è da meravigliarsi, poi, se Ippolito definiva Callisto l’inventore di un qualche genere di Sabellianesimo. In realtà è storicamente provato che sia Zefirino che Callisto condannarono vari Monarchianisti e Sabellio stesso, così come l’errore opposto commesso da Ippolito. Ciò è abbastanza per poter affermare che Callisto difese la Fede cattolica e la dottrina trinitaria dell’ortodossia cattolica.

Morte e sepoltura
Statua di papa Callisto I, Cattedrale di Reims
Callisto fu il primo papa iscritto nel Depositio martyrum del IV secolo, fonte che riporta il suo martirio.
Fu martirizzato attorno al 222, forse durante una sollevazione popolare. La leggenda secondo la quale venne gettato nel pozzo non ha riscontri storici.
Fu sepolto nella Catacomba di Calepodio sulla Via Aurelia. Nel 790 papa Adriano I fece traslare le sue reliquie nella Basilica di Santa Maria in Trastevere. Papa Gregorio IV (827-843) ritrovò il suo corpo e quello di san Calepodio sotto l’ingresso della basilica e li fece deporre sotto l’altare maggiore.

Culto
Il suo ricordo liturgico, secondo il Depositio martyrum (Callisti in viâ Aureliâ miliario III) e i martirologi seguenti, ricorre il 14 ottobre.
Dal Martirologio Romano (ed. 2004):
« 14 ottobre – San Callisto I, papa, martire: da diacono, dopo un lungo esilio in Sardegna, si prese cura del cimitero sulla via Appia noto sotto il suo nome, dove raccolse le vestigia dei martiri a futura venerazione dei posteri; eletto poi papa promosse la retta dottrina e riconciliò con benevolenza i lapsi, coronando infine il suo operoso episcopato con un luminoso martirio. In questo giorno si commemaora la deposizione del suo corpo nel cimitero di Calepodio a Roma sulla via Aurelia. »
È venerato come patrono di coloro che lavorano nei cimiteri.

Shabbat Shalom

Shabbat Shalom dans immagini varie ShabbatisNearlyHere

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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN POLONIA – DISCORSO AL CAMPO DI AUSCHWITZ

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20060528_auschwitz-birkenau_it.html

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN POLONIA

DISCORSO DEL SANTO PADRE VISITA AL CAMPO DI AUSCHWITZ

Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.
Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: « Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro della morte e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa ». Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: « Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell’uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: “Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…”.
Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco.  Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest’ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell’odio e sotto la violenza fomentata dall’odio.
Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo grido d’angoscia che l’Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d’aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.
Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che  riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.
l luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria, è il luogo della Shoa. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l’immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C’è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: « Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello » si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte. C’è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l’élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un’altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l’utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c’è la lapide in russo che evoca l’immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: hanno liberato i popoli da una dittatura, ma sottomettendo anche gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell’Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell’intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell’orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: « Solo il nostro Dio  può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto » (cfr Dan 3,17s.).
Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: « Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare ».
Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell’inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oswiecim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l’Olocausto. C’è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l’Accademia per i Diritti dell’Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell’orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.
L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una « valle oscura ». Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni » (Sal 23, 1-4. 6).

VATICANO 16 OTTOBRE 70 ANNI DALLA DEPORTAZIONE DEGLI EBREI DI ROMA – Francesco ricorda i 70 anni dalla deportazione del 1943.

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-Non-riprendano-vita,-sotto-nessun-pretesto,-forme-di-intolleranza-e-di-antisemitismo-29256.html

11/10/2013

VATICANO 16 OTTOBRE 70 ANNI DALLA DEPORTAZIONE DEGLI EBREI DI ROMA

Papa: Non riprendano vita, sotto nessun pretesto, forme di intolleranza e di antisemitismo
Ricevendo una delegazione della Comunità ebraica di Roma, Francesco ricorda i 70 anni dalla deportazione del 1943.

« Sappiamo come molti istituti religiosi, monasteri e le stesse Basiliche papali, interpretando la volontà del Papa, abbiano aperto le loro porte per una fraterna accoglienza, e come tanti cristiani comuni abbiano offerto l’aiuto che potevano dare, piccolo o grande che fosse ».
Città del Vaticano (AsiaNews) – Papa Francesco ha espresso oggi una ferma condanna dell’antisemitismo e ha ricordato il ruolo svolto dalla Chiesa di Roma, per volontà di Pio XII, nel salvataggio di tanti ebrei dalla persecuzione nazista. 
Incontrando una delegazione della Comunità ebraica di Roma, in occasione del 70mo anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma (16 ottobre 1943), il Papa ha infatti detto che « non riprendano vita, sotto nessun pretesto, forme di intolleranza e di antisemitismo, a Roma e nel resto del mondo. L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna! ».
Nel suo discorso, Francesco ha ricordato che « con oltre duemila anni di ininterrotta presenza » la comunità ebraica di Roma è la più antica dell’Europa occidentale. « Da molti secoli dunque, la Comunità ebraica e la Chiesa di Roma convivono in questa nostra città, con una storia – lo sappiamo bene – che è stata spesso attraversata da incomprensioni e anche da autentiche ingiustizie. E’ una storia, però, che, con l’aiuto di Dio, ha conosciuto ormai da molti decenni lo sviluppo di rapporti amichevoli e fraterni ».
« A questo cambiamento di mentalità ha certamente contribuito, per parte cattolica, la riflessione del Concilio Vaticano II, ma un apporto non minore è venuto dalla vita e dall’azione, da ambo le parti, di uomini saggi e generosi, capaci di riconoscere la chiamata del Signore e di incamminarsi con coraggio su sentieri nuovi di incontro e di dialogo ».
« Paradossalmente, la comune tragedia della guerra ci ha insegnato a camminare insieme. Ricorderemo tra pochi giorni il 70° anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma. Faremo memoria e pregheremo per tante vittime innocenti della barbarie umana, per le loro famiglie ».
« Quell’anniversario ci permetterà anche di ricordare come nell’ora delle tenebre la comunità cristiana di questa città abbia saputo tendere la mano al fratello in difficoltà. Sappiamo come molti istituti religiosi, monasteri e le stesse Basiliche papali, interpretando la volontà del Papa, abbiano aperto le loro porte per una fraterna accoglienza, e come tanti cristiani comuni abbiano offerto l’aiuto che potevano dare, piccolo o grande che fosse ».
« In grande maggioranza non erano certo al corrente della necessità di aggiornare la comprensione cristiana dell’ebraismo e forse conoscevano ben poco della vita stessa della comunità ebraica. Ebbero però il coraggio di fare ciò che in quel momento era la cosa giusta: proteggere il fratello, che era in pericolo. Mi piace sottolineare questo aspetto, perché se è vero che è importante approfondire, da entrambe le parti, la riflessione teologica attraverso il dialogo, è anche vero che esiste un dialogo vitale, quello dell’esperienza quotidiana, che non è meno fondamentale. Anzi, senza questo, senza una vera e concreta cultura dell’incontro, che porta a relazioni autentiche, senza pregiudizi e sospetti, a poco servirebbe l’impegno in campo intellettuale. Anche qui, come spesso amo sottolineare, il Popolo di Dio ha un proprio fiuto e intuisce il sentiero che Dio gli chiede di percorrere ».
« Spero di contribuire qui a Roma a questa vicinanza e amicizia, così come ho avuto la grazia di fare con la comunità ebraica di Buenos Aires. Tra le molte cose che ci possono accomunare, vi è la testimonianza alla verità delle dieci parole, al Decalogo, come solido fondamento e sorgente di vita anche per la nostra società, così disorientata da un pluralismo estremo delle scelte e degli orientamenti, e segnata da un relativismo che porta a non avere più punti di riferimento solidi e sicuri (cfr Benedetto XVI, Discorso alla Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010, 5-6) ».

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: SHOAH, PAPA FRANCESCO |on 12 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
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