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LA CONVERSIONE DI PAOLO, MITO FONDATORE DELLA CULTURA MODERNA CRISTIANA?

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LA CONVERSIONE DI PAOLO, MITO FONDATORE DELLA CULTURA MODERNA CRISTIANA?

di Mauro Pesce

(Mauro Pesce biografia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Pesce

Si può dire con una certa sicurezza che la conversione di Paolo abbia costituito in passato una delle narrazioni principali su cui si è costruita la nostra cultura. Alcuni celebri dipinti del Cinquecento del Seicento e del Settecento che la raffigurano costituiscono in qualche modo una manifestazione plastica di questo racconto. Lo schema iconografico che vi sta alla base è diventato uno dei simboli principali della nostra cultura religiosa moderna. Un esempio di questa raffigurazione è proprio la pala seicentesca della Caduta di san Paolo attribuita a Carlo Bonomi che si trova nella chiesa di San Paolo in Monte a Bologna presso di cui oggi parliamo.
In questa iconografia, Paolo è raffigurato, ad esempio da parte di Caravaggio, come caduto da cavallo, folgorato da una luce divina che lo atterra nel momento stesso in cui sta agendo con forza per perseguitare la chiesa nascente, secondo il triplice racconto degli Atti degli Apostoli (9,1-9; 22,6-11; 26,12-18). Per lunghi secoli questa immagine e questa conversione ha rappresentato i rapporti tra ebrei e cristiani, tra ebraismo e cristianesimo. L’accecamento di Paolo è simile a quello della Sinagoga, rappresentata cieca nell’iconografia medievale. Cristo è la luce, l’ebraismo rappresenta le tenebre. La conversione è il passaggio dalla fede ebraica a quella cristiana. Ma l’ebraismo non è solo tenebra, è anche ostilità, ostilità mortale verso la chiesa e i cristiani. Paolo, come ebreo perseguita Cristo. Ma Dio lo annienta. Lo getta a terra e lo acceca. La sua potenza si rivela debolezza, la sua pretesa religione si rivela cecità, il suo ardore persecutorio si rivela per quelle che è: odio verso la verità di Dio. L’ebraismo che si pretende fedele a Dio non è in realtà che la sua negazione.
In questa visione tutto è chiaro: la conversione di Paolo è la conversione dall’ebraismo al cristianesimo. Questa immagine, quest’iconografia così diffusa e amata, è il simbolo del rapporto tra le due religiosi. Gli ebrei debbono convertirsi al Cristianesimo, Gli ebrei rappresentano un pericolo, una forza ostile che si scatena, quando può, contro i cristiani. Necessità della conversione, necessità di neutralizzare il pericolo.
In realtà, tutta questa visione che riduce la conversione di Paolo a una conversione dall’ebraismo al cristianesimo non è affatto contenuta nell’iconografia che conosciamo, e soprattutto non è contenuta nel triplice racconto degli Atti degli Apostoli. Gli studi biblici recenti ci hanno mostrato che si tratta di una costruzione culturale che per secoli è stata proiettata sulla cosiddetta conversione di Paolo la quale, nel racconto degli Atti e nella esperienza religiosa dello stesso Paolo, ebbe invece un altro significato. La celebre iconografia moderna della conversione di Paolo che tuttora continuiamo ad incontrare nelle nostre chiese e nei nostri musei richiede una rilettura critica. Un esame approfondito del tema della conversione di Paolo di Tarso ci pone al cuore di uno dei grandi problemi della trasformazione culturale profonda in cui il mondo di oggi e quindi anche quello italiano si trova.
Una prima osservazione è che la caduta da cavallo che fa parte di questa iconografia moderna ormai classica non è affatto presenta nel racconto degli Atti degli Apostoli che non menziona affatto la presenza di un cavallo.[1] L’iconografia antica passa da una visione in cui Paolo si getta a terra volontariamente a «una caduta subita, che fa di Paolo la vittima passiva di una prova da superare il cui emblema è la destabilizzazione».[2] L’iconografia del XII secolo porterà poi due ulteriori sostanziali modifiche: la raffigurazione antropomorfica del Cristo e l’interpretazione della caduta come caduta da cavallo. Questa caduta diventa «L’archetipo della violenza subita che disarciona l’orgoglio».[3]
2. La revisisone dell’idea classica della conversione di Paolo, come sintomo di un passaggio culturale.
Un grande mutamento culturale è in atto, che investe alla radice le basi delle nostre tradizioni. Fra queste tradizioni c’è anche la Bibbia e le origini del cristianesimo. Non si tratta di negare le nostre radici bibliche, ma di rendersi conto che il nostro modo di leggerle è stato per secoli determinato da una cultura che ora volge decisamente al tramonto. Ma questa cultura, che è la nostra, e che per tanto tempo ci è apparsa come parte integrante del messaggio biblico, del messaggio di Gesù e di quello neotestamentario, in realtà non corrisponde al messaggio biblico.
In altre parole, per comprendere il significato storico della conversione di Paolo è anzitutto necessaria una nostra conversione. Una conversione al mondo delle origini cristiane in modo da poter guardare a Paolo, che delle origini cristiane è uno dei pilastri, con lo sguardo di allora e non con quelli di una stsoria che si è poco a poco accumulata su di noi.
Ci troviamo qui in un edificio, in un’istituzione, che si richiama a Francesco di Assisi. E Francesco sta al cuore dell’aspirazione alla conversione. Francesco ha posto in modo radicale la povertà di Gesù come l’obiettivo fondamentale della conversione della chiesa e prima di tutto di quella sua personale conversione. Se ci poniamo nello spirito radicale di Francesco, siamo quindi nell’atteggiamento ideale per capire quale profondo bisogno di conversione morale e intellettuale è nececessario per comprendere la vera natura della conversione di Paolo e per cancellare l’immagine erronea che ne abbiamo. Quale conversione è necessaria, allora, per poterci quindi avvicinare a Paolo e alla sua straordinaria esperienza?
Una parte di questa conversione al mondo delle origini è stata operata alla metà del Novecento dal Papa Pio XII, che, nel 1943, rivolse alla chiesa cattolica una lettera enciclica rimasta poi come punto di riferimento essenziale per gli studi biblici: la enciclica Divino Afflante Spiritu. Si trattava del primo vero e ampio testo ermeneutico sulla Bibbia di questi cento anni, e forse l’unico, certo il più decdesivo. La Dichiarazione sulla verità storica dei Vangeli del 1964 l’avrebbe in certo qual modo prolungato e portato a compimento. Certo, la costituzione dogmatica Dei Verbum del concilio Ecumenico Vaticano II sarebbe stato un documento di valore teologico molto più alto, ma la base ermeutica decisiva sta nel documento precedente del 1943.[4] Si trattava di un testo teologico molto articolato. Una prima affermazione fondamentale che esso contiene riguarda provvidenzialità dell’apporto conoscitivo nuovo e più profondo della Bibbia che si è verificato grazie alle scoperte archeologiche e letterarie:
«Tutto questo [cioè le scoperte archeologiche e letterarie], che non senza provvido consiglio di Dio fu concesso alla nostra età, invita ed in certo modo ammonisce gli interpreti delle sacre lettere a valersi premurosamente di tanta luce per scrutare più a fondo le Divine Pagine, illustrarle con più precisione, esporle con maggiore chiarezza».[5]
L’enciclica poi afferma, e questo è un secondo punto fondamentale, il progresso conoscitivo degli studi esegetici moderni rispetto alle età precedenti, compresa quella patristica. In alcuni casi, infatti, «agli stessi Padri» alcuni punti sono rimasti «ardui e quasi inaccessibili». In altri casi,
«solamente l’età moderna scoperse difficoltà prima insospettate dappoiché una conoscenza ben più profonda dei tempi antichi fece sorgere nuove questioni, per le quali si getta più addentro lo sguardo nel soggetto».[6]
In sostanza: la ricerca biblica, fondata su rigorosi metodi storici e filologici e sui dati che emergono dall’archeologia e dalle scienze documentarie dell’antichità permette di ricostruire il significato storico originario dei testi biblici.
Ora, la moderna scienza biblica, che ci permette di comprendere l’esperienza di Paolo alla luce del suo tempo, è pressoché concorde nell’affermare che non si può considerare la conversione di Paolo nel vecchio senso di un passaggio di religione. Di una conversione dall’ebraismo al cristianesimo, per Paolo, non si può più parlare.[7]
Lo si può ben verificare se si leggono le pagine che al tema dedicò nel 1993 un padre gesuita, professore di Storia del cristianesimo presso l’Università di Roma, Giancarlo Pani, che esprime un parere abbastanza moderato offrendo una panoramica delle principali tendenze della ricerca di allora.[8] Pani ci ricorda che una festa dedicata alla Conversio Sancti Pauli, esiste, al 25 gennaio, nella liturgia latina. «Non si tratta però di una festa antichissima poiché non se ne ha testimonianza prima del sec. X. L’antica liturgia romana conobbe, nel martirologio geronimiano, la Translatio S.Pauli apostoli, che solo molto più tardi divenne – forse perché si era perduto il significato della festa – Translatio et conversio S.Pauli in Damasco, o più semplicemente Festum in Conversione S.Pauli: così si trova, per la prima volta, nel calendario della corte papale compilato nel 1227, poi nel messale dei Minoriti, e infine in quello di Pio V».[9]
Bisogna, anzitutto, dire che Paolo non è si mai convertito. Certo, egli ha operato nella sua vita a un certo punto un cambiamento radicale e i grandi pittori dell’eta moderna, nei loro dipinti, ci rappresentano plasticamente molto bene questo cambiamento: Paolo accecato e atterrato. Si tratta certamente di un momento drammatico di cambiamento e di svolta nella sua vita. Paolo però non definisce mai il suo cambiamento di vita e di idee come una conversione, non usa mai la parola greca metanoia o il verbo metanoein per definire il proprio cambiamento.
Per conversione, infatti, si possono intendere due cose diverse: il passaggio da una vita sregolata e immorale a una vita santa oppure il passaggio da una religione a un’altra. Nel primo caso si tratta di conversione morale: un passaggio dal male al bene. Nel secondo si tratta di conversione religiosa (un transito da un gruppo religioso ad un’altro). Nella parabola del Vangelo di Luca, in cui il figlio dissipatore, dopo avere sperperato tutti i suoi soldi con prostitute, decide di mettersi sulla retta via e torna a casa dal padre, si parla di una conversione morale. Ma Paolo non si convertì da una pratica di vita immorale ad una buona. Per questo, dobbiamo dire che, da questo punto di vista, Paolo non si è mai “convertito”. Di una sua conversione morale certamente non si tratta perché egli dice chiaramente nella Lettera ai Filippesi – che è sicuramente scritta da lui – che prima di credere in Gesù egli era “irreprensibile (amemptos) quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3,6) e la legge non significa solo un insieme di prescrizioni formali, liturgiche o rituali, ma si tratta della legge morale del decalogo che è il nucleo fondamentale di quella biblica. Si tratta, come dice Paolo stesso, della giustizia (dikaiosynê) che è la base della moralità ebraica. Da questo punto di vista morale, egli si definisce «irreprensibile».
Il passaggio alla fede in Gesù non è quindi motivato dal bisogno di abbandonare una vita immorale. Paolo non aderisce a Gesù per cambiare vita. La sua non è una conversione etica. Non si tratta del grande peccatore che torna sulla retta via.
Ma anche nel secondo senso del termine, quello religioso, non si può dire che Paolo si sia convertito. Chi abbandona la propria religione per aderire ad un’altra è un apostata per i suoi antichi correligionari. Giuliano, il grande imperatore del IV secolo, che prima era cristiano e poi abbandona il cristianesimo, è passato alla storia sotto il nome denigratorio di “Apostata”. Paolo non fu un apostata. Su questo punto l’esegesi è pressoché concorde. Mons. Romano Penna, uno dei maggiori specialisti di Paolo in Italia, precisa che ai tempi di Paolo il cristianesimo ancora non esisteva e che comunque Paolo, nelle sue lettere, non usa mai il termine cristiano.[10] Nelle nostre ricerche Adriana Destro ed io abbiamo mostrato che Paolo definisce i seguaci di Gesù con due epiteti: i santi e i fratelli.[11] Paolo non è un cristiano, ma un ebreo, come recenti libri più volte sottolineano. Ma su questo punto dobbiamo fermarci più a lungo ed è bene che esaminiamo da vicino i testi che ce ne parlano.
Anzitutto, cominceremo col dire che, se anche non bisogna parlare di conversione, tuttavia ciò che Paolo sperimentò fu un grande cambiamento e una grande svolta nella sua vita. Anzi, si trattò di un cambiamento radicale e di grande efficacia e ricco di conseguenze, sia pratiche che intellettuali. Gli Atti degli apostoli ci riportano per ben tre volte l’evento che causò questo mutamento (nei capitoli 9, 22 e 26). Come abbiamo già detto, e lo spesso Paolo ne parla, soprattutto nella Lettera ai Galati e nella Lettera ai Filippesi, ma in realtà in modo abbastanza diverso da quanto troviamo nei racconti degli Atti degli Apostoli. Lo storico dovrà quindi rivolgersi alle fonti più attendibili e mettere tra parentesi il racconto degli Atti, scritti trent’anni dopo le lettere e da un autore di cui non siamo assolutamente certi che abbia conosciuto Paolo, ma che comunque spesso non presenta fedelmente il suo pensiero.
Un punto di rilevanza estrema, se si vuole comprendere il cambiamento di Paolo è che esso non consiste nella negazione di qualcosa che egli faceva prima. Non sta nel cambiare uno stile di vita o una serie di credenze prima abbracciate e ora negate per potere aderire ad altre. Il punto non sta nella negazione. Il cambiamento consistette in un evento, un’apparizione di Gesù, una rivelazione che aveva come contenuto Gesù stesso. Paolo sapeva bene che Gesù era morto, ma ora il fatto che gli apparisse in una rivelazione straordinaria stava a dimostrargli che egli era di nuovo vivo: Gesù era risorto. Anzi, secondo Paolo fu Dio stesso a fargli apparire Gesù. Nella Lettera ai Galati Paolo scrive: «…. colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai gentili…» (Gal 1,15-16). E nella Lettera ai Filippesi Paolo parla della «sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore». È il venire a conoscere che Gesù vive che convince Paolo. Il punto d’inizio del cambiamento sta in una conoscenza ottenuta mediante rivelazione. Paolo lo dice chiaramente nella Prima lettera ai Corinzi (15,8): «Cristo apparve anche a me». E’ un’apparizione di Gesù risorto che cambia la sua vita.
Prima di allora, Paolo non credeva che Gesù fosse risorto. Non approvava le idee dei suoi seguaci che annunciavano la risurrezione di Gesù. Ora, invece, Paolo sa che Gesù è risorto e a questo punto sa che si sbagliava nel combattere i seguaci di lui. E nella Lettera ai Filippesi Paolo parla della «sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (3,8). È il venire a conoscere che Gesù vive che lo convince che qualcosa di fondamentale è accaduto, che Dio è intervenuto nella storia degli uomini in un modo particolare e definitivo: l’inizio della risurrezione dei morti.<span> </span>
Ma, in ogni caso, la fede nella risurrezione di Gesù non provoca un cambiamento di religione. Paolo era fariseo e quindi apparteneva ad un gruppo di ebrei che credevano nella risurrezione finale dei corpi morti, a differenza di altri ebrei che non consideravano fondamentale questa credenza. Paolo, quindi, non cambia religione per credere in Gesù, ma – al contrario – diventa seguace di Gesù proprio perché rimane nella sua religione di prima e di sempre. Il Dio che gli rivela Gesù è il Dio biblico ebraico in cui egli credeva prima. Fu, infatti, Dio stesso a fargli apparire Gesù. Nella lettera ai Galati Paolo scrive:
«…. colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai gentili,..» (Gal 11,15-16).
È difficile dire se si tratti in questo caso della stessa rivelazione di cui Paolo parla nella Prima lettera ai Corinzi al capitolo 15. La teoria condivisa dai farisei della risurrezione dei morti è la dottrina che egli condivideva molto prima di diventare seguace di Gesù, ed è questa dottrina che gli permette di credere a Gesù.
Come ha scritto Bruce Chilton: la conversione è “non dal “giudaismo” al cristianesimo”, perché questi termini non significavano ancora qualcosa in contrasto l’uno con l’altro» …. Paolo fu inviato a «compiere lo scopo di Israele, non a distruggerlo», a «portare la relazione con Dio, che era privilegio di Israele, a coloro che non avevano mai conosciuto la legge di Mosè».[12]
Siccome Paolo credeva – in quanto ebreo – che alla fine dei tempi ci sarebbe stata la risurrezione dei corpi morti, quando gli apparve Gesù egli pensò che l’evento finale del mondo fosse arrivato perché Dio aveva risuscitato Gesù Cristo e gli aveva conferito una potere particolare nell’attesa della fine imminente quando tutti gli uomini sarebbero risorti.[13] Se Gesù era risorto, significava che la fine di questo mondo era iniziata, perché era iniziata la risurrezione dai morti.
Paolo nella Prima lettera ai Corinti dice chiaramente che la risurrezione di Gesù è come la primizia, come i primi frutti che anticipano il raccolto (cioè la risurrezione di tutti i morti) che verrà dopo. Con Gesù la fine è appena iniziata, poi verrà davvero la fine:
Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. [Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (1 Cor 15, 20-26).
E siccome era giunta la fine, Paolo comincia a pensare che si dovevano realizzare gli eventi che le attese giudaiche del tempo pensavano che si sarebbero realizzati nel periodo della fine (la risurrezione, il giudizio universale finale, e l’unione dei santi con Dio nel paradiso situato al di sopra dei cieli), ma prima ancora della risurrezione avrebbe dovuto realizzarsi la conversione all’unico Dio ebraico di tutti i popoli non ebrei. Paolo pensava – come i profeti biblici (cfr. Is 60; 2,3-4; 25,6-9; 49,22-26; 51,4-5; 55,4-5; 56,3-8; 66,18-22; Zac 8,20-23) – che, al momento della fine tutte le genti (cioè i non-Giudei) si sarebbero convertite all’unico Dio. Anche da questo punto di vista Paolo rimane un ebreo e non diventa un cristiano, non cambia religione. Egli ragiona da buon ebreo tradizionale Che Paolo pensasse come i profeti biblici lo sappiamo da un brano della Prima lettera ai Corinzi:
Se, per esempio, quando si raduna tutta la comunità, tutti parlassero con il dono delle lingue e sopraggiungessero dei non iniziati o non credenti, non direbbero forse che siete pazzi? Se invece tutti profetassero e sopraggiungesse qualche non credente o un non iniziato, verrebbe convinto del suo errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è fra voi (1 Cor 14,23-25)[14].
Il testo del libro di Zaccaria prevedeva a che alla fine dei tempi i non giudei sarebbero andati in pellegrinaggio a Gerusalemme convertendosi al Dio unico e vero, riconoscendo che «Dio è tra voi». Ora questo si realizza nelle riunioni della chiesa di Corinto: quando un non ebreo entra in una di quelle riunioni viene interpellato da chi ha il dono profetico e riconosce “Dio è fra voi” esattamente come aveva previsto Zaccaria:
Dice il Signore degli eserciti: «Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti; ci vado anch’io. Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a consultare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore». Dice il Signore degli eserciti: «In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi» (Zac 8,20-23).
Quando Paolo dice che quando un non-ebreo entra nella comunità dei seguaci di Gesù si manifestano «i segreti del suo cuore», ed egli « prostrandosi a terra» adora Dio, sta implicitamente affermando che si realizza nella chiesa quanto previsto dal profeta Daniele
Allora il re Nabuccodònosor piegò la faccia a terra, si prostrò davanti a Daniele e ordinò che gli si offrissero sacrifici e incensi. Quindi rivolto a Daniele gli disse: «Certo, il vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei re e il rivelatore dei misteri, poiché tu hai potuto svelare questo mistero» (Dan 2,46-47).
Come il re Nabuccodonosor si prostra e compie un atto di adorazione e riconosce che il Dio ebraico è quello vero perché Daniele ha rivelato dei misteri nascosti, così in seguito alla rivelazione dei segreti dei cuori da parte dei profeti della chiesa, i non Giudei riconoscono che il Dio vero è quello ebraico e si prostrano.
In sostanza, l’idea che emerge dalle ricerche recenti è che Paolo vive e interpreta l’esperienza della rivelazione che cambia la sua vita come un fatto interno alla sua esperienza giudaica. Non si tratta di qualcosa che lo faccia uscire dal giudaismo, ma invece di qualcosa che lo orienta a prendere una strada precisa all’interno del giudaismo stesso. La rivelazione cambia da alcuni unti di vista il suo modo di essere giudeo, ma in nessun modo lo attenua e tanto meno lo abolisce e neppure lo pone in crisi.
Per D.Boyarin, il problema che Paolo aveva era quello di conciliare l’esigenza universalistica della Legge biblica con il fatto che essa era rivolta ad un solo popolo e conteneva elementi che lo spingevano a differenziarsi dagli altri. Questo problema derivava dalla sua doppia formazione filosofico – ellenistica da un lato e giudaica dall’altro.

Così descrive Boyarin la conversione di Paolo:
«Un ebreo entusiasta del I secolo che parla greco, un certo Saul di Tarso, sta camminando su una strada, con la mente tormentata da un problema su cui si arrovella. La Torah nella quale egli crede fermamente, pretende di costituire il testo rivelato dall’unico vero Dio di tutto il mondo, che ha creato il cielo e la terra e tutta l’umanità e tuttavia il suo contenuto primario è la storia di un popolo particolare – quasi una famiglia – e le pratiche che prescrive sono spesso pratiche che segnano la particolarità di questa tribù, la sua tribù. Il motivo del tormento di Saul sta nella sua decisa dedizione alla verità dell’annuncio di quella Torah e alla sua pretesa di validità universale… Mentre cammina, assorto e tormentato, all’improvviso Saul sperimenta un momento di accecante intuizione. Talmente ricca e rivelatrice che egli comprende che si è trattato di una rivelazione. Un’apocalisse. Proprio quella setta, lungi dal meritare la persecuzione, fornisce la risposta al grande dilemma che Paolo ha di fronte. La nascita di Cristo come un essere umano e come un giudeo, la sua morte e la sua risurrezione in quanto spirituale e universale costituiva il modello e la apocalisse della trascendenza di quella Torah fisica e particolare, valida solo per i Giudei grazie al suo referente spirituale e universale per tutti. In quel momento Saul era morto e Paolo era nato».[15]

Sant’Ignazio di Antiochia

Sant'Ignazio di Antiochia dans immagini sacre St_Ignatius_Antioch_0

http://www.antiochian.org/node/21982

Publié dans:immagini sacre |on 16 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA – 17 OTTOBRE – LETTERA DI SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA AI ROMANI

http://www.sangiuseppedemerode.it/pdf/materiali%20didattici/alessandro/letteratura%20latina%20web/letteratura%20cristiana/s_ignazio_di_antiochia.html

SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA – 17 OTTOBRE

LETTERA DI SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA AI ROMANI

SALUTO

Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro.

Incatenato in Gesù Cristo
I,1. Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. 2. L’inizio è facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità senza ostacoli. Temo però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate.

L’altare è pronto
II,1. Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio come siete accetti. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né voi, pur a tacere, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete per me, io diventerò di Dio, se amate la mia carne di nuovo sarò a correre. 2. Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui.

Il cristianesimo odiato dal mondo
III,1. Non avete mai insediato nessuno, avete insegnato agli altri. Desidero che resti fermo ciò che avete insegnato. 2. Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente. Se io lo sono potrei anche essere chiamato e allora essere fedele quando non apparirò al mondo. 3. Niente di ciò che è visibile è buono. Dio nostro Signore Gesù Cristo essendo nel Padre si riconosce maggiormente. Non è opera di persuasione ma di grandezza il cristianesimo, quando è odiato dal mondo.

Sono il frumento di Dio
IV,1. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. 2. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. 3. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io a tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla.

Raggiungere il Cristo
V,1. Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati. Beneficati diventano peggiori. Per le loro malvagità mi alleno di più «ma non per questo sono giustificato». 2. Potessi gioire delle bestie per me preparate e m’auguro che mi si avventino subito. Le alletterò perché presto mi divorino e non succeda, come per alcuni, che intimorite non li toccarono. Se incerte non volessero, le costringerò. Perdonatemi, so quello che mi conviene. 3. Ora incomincio ad essere un discepolo. Nulla di visibile e di invisibile abbia invidia perché io raggiungo Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo.

Imitare la passione del Cristo
VI,1. Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino. 2. Perdonatevi fratelli. Non impedite che io viva, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né seducete con la materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. 3. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio. Se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero e mi compatisca conoscendo ciò che mi opprime.

L’amore crocifisso
VII,1. Il principe di questo mondo vuole rovinare e distruggere il mio proposito verso Dio. Nessuno di voi qui presenti lo assecondi. Siate piuttosto per me, cioè di Dio. Non parlate di Gesù Cristo, mentre desiderate il mondo. Non ci sia in voi gelosia. 2. Anche se vicino a voi vi supplico non ubbiditemi. Obbedite a quanto vi scrivo. Vivendo vi scrivo che bramo di morire. La mia passione umana è stata crocifissa, e non è in me un fuoco materiale. Un’acqua viva mi parla dentro e mi dice: qui al Padre. 3. Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda il suo sangue che è l’amore incorruttibile.

Scrivo secondo la mente di Dio
VIII,1. Non voglio più vivere secondo gli uomini. Questo sarà se voi lo volete. Vogliatelo perché anche voi potreste essere voluti da Lui. Ve lo chiedo con poche parole. 2. Credetemi, Gesù Cristo vi farà vedere che io parlo sinceramente; egli è la bocca infallibile con la quale il Padre ha veramente parlato. 3. Chiedete per me che lo raggiunga. Non ho scritto secondo la carne, ma secondo la mente di Dio. Se soffro mi avete amato, se sono ricusato, mi avete odiato.

Congedo
IX,1. Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità. 2. Io mi vergogno di essere annoverato tra i suoi, non ne sono degno perché sono l’ultimo di loro e un aborto. Ma ho avuto la misericordia di essere qualcuno, se raggiungo Dio. 3. Il mio spirito vi saluta e la carità delle Chiese che mi hanno accolto nel nome di Gesù Cristo e non come un viandante. Infatti, pur non trovandosi sulla mia strada fisicamente mi hanno preceduto di città in città.
X,1. Questo vi scrivo da Smirne per mezzo dei beatissimi efesini. Con me tra molti altri vi è Croco, nome a me caro. 2. Credo che voi conoscerete coloro che mi hanno preceduto dalla Siria a Roma nella gloria di Dio. Avvertiteli che sono vicino. Tutti sono degni di Dio e di voi: è bene che li confortiate in ogni cosa.

Vi scrivo nove giorni prima delle calende di settembre. Siate forti sino alla fine nell’attesa di Gesù Cristo.

Publié dans:PADRI APOSTOLICI, SANTI, Santi - scritti |on 16 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

17 OTTOBRE: SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA – LETTERA AGLI EFESINI

 http://www.clerus.org/pls/clerus/cn_clerus.h_centro?dicastero=2&tema=7&argomento=25&sottoargomento=89&lingua=3&classe=1&operazione=ges_formaz&rif=102&rif1=102lunedi

17 OTTOBRE: SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA

LETTERA AGLI EFESINI

S. IGNAZIO DI ANTIOCHIA

Di Ignazio conosciamo solo che morì martire a Roma, versando il suo sangue nel circo, dilaniato dalle belve, a testimonianza per Cristo, intorno all’anno 110. Vescovo di Antiochia, venne deportato dalla Siria a Roma al tempo dell’imperatore Traiano. Durante il viaggio, incatenato e vessato da rozzi soldati, scrisse sette lettere, e precisamente quattro da Smirne e tre da Troade, nelle quali risplende la sua tempra eccezionale e la sua grande fede. Da Smirne scrisse alle comunità dell’Asia Minore, Efeso, Magnesia e Tralli; scrisse poi ai Romani, per supplicarli di non fare alcun passo in suo favore presso l’imperatore. Da Troade invece scrisse alle comunità di Filadelfia e di Smirne, e a S. Policarpo, vescovo di quest’ultima città, avendo saputo che era cessata la persecuzione che infieriva contro la sua comunità di cristiani ad Antiochia.
Da queste lettere, caratterizzate da uno stile originalissimo, emerge una personalità profondamente religiosa, accesa di un appassionato, mistico amore per Cristo, e da un ardente anelito verso il martirio, e costituiscono un documento molto prezioso, per comprendere la vita e le convinzioni della Comunità Cristiana primitiva.

 Saluto
Ignazio, Teoforo, a colei che è stata benedetta in grandiosità con la pienezza di Dio Padre, che è stata predestinata, prima dei secoli, ad essere per sempre di gloria eterna e di salda unità, che è stata scelta nella passione vera per volontà del Padre e di Gesù Cristo, Dio nostro, la Chiesa degna di essere beata, che è in Efeso dell’Asia. I migliori saluti in Gesù Cristo e nella gioia irreprensibile.

Lode agli Efesini e al vescovo Onesimo
I. Ho recepito nel Signore il vostro amatissimo nome che vi siete guadagnato con naturale giustizia nella fede e nella carità in Cristo Signore nostro Salvatore. Imitatori di Dio e rianimati nel suo sangue avete compiuto un’opera congeniale. Avendo inteso che io venivo dalla Siria incatenato per il nome comune e la speranza, fiducioso nella vostra preghiera di sostenere in Roma la lotta con le fiere e diventare discepolo, vi siete affrettati da me. In nome di Dio ho ricevuto la vostra comunità nella persona di Onesimo, di indicibile carità, vostro vescovo nella carne. Vi prego di amarlo in Gesù Cristo e di rassomigliargli tutti. Sia benedetto chi vi ha fatto la grazia, e ne site degni, di meritare un tale vescovo.

Ubbidienza al vescovo e ai presbiteri
II. Per Burro mio conservo e secondo Dio vostro diacono, benedetto in ogni cosa, prego che resti ad onore vostro e del vescovo. Anche Croco, degno di Dio e di voi, che io ho ricevuto quale vostro modello di carità, mi è di conforto in ogni cosa. Così il Padre di Gesù Cristo lo conforti con Onesimo, Burro, Euplo e Frontone; in loro ho visto tutti voi secondo la carità. Possa io trovare gioia in voi per ogni cosa ed esserne degno! Bisogna glorificare in ogni modo Gesù Cristo che ha glorificato voi, perché riuniti in una stessa obbedienza e sottomessi al vescovo e ai presbiteri siate santificati in ogni cosa.

L’amore nell’unità
III. Non vi comanderò come se fossi qualcuno. Se pur sono incatenato nel Suo nome, non ancora ho raggiunto la perfezione in Gesù Cristo. Solo ora incomincio a istruirmi e parlo a voi come miei condiscepoli. Bisogna che da voi sia unto di fede, di esortazione, di pazienza e di magnanimità. Ma poiché la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia con la mente di Dio. E Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo.

Unione del collegio presbiterale con il vescovo
IV. Conviene procedere d’accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio.

La persona del vescovo
V. Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell’unità. Nessuno s’inganni: chi non è presso l’altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di tutta la Chiesa! Chi non partecipa alla riunione è un orgoglioso e si è giudicato. Sta scritto: »Dio resiste agli orgogliosi ». Stiamo attenti a non opporci al vescovo per essere sottomessi a Dio.
VI. Quanto più uno vede che il vescovo tace, tanto più lo rispetta. Chiunque il padrone di casa abbia mandato per l’amministrazione della casa bisogna che lo riceviamo come colui che l’ha mandato. Occorre dunque onorare il vescovo come il Signore stesso. Proprio Onesimo loda il vostro ordine in Dio, perché tutti vivete secondo la verità e non si annida eresia alcuna in voi. Non ascoltate nessuno che non vi parli di Gesù Cristo nella verità.

Fuggite gli eretici
VII. Vi sono alcuni che portano il nome, ma compiono azioni indegne di Dio. Bisogna scansarli come bestie feroci. Sono cani idrofobi che mordono furtivamente. Occorre guardarsene perché sono incurabili. Non c’è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore.
VIII. Nessuno, dunque, vi inganni, come d’altronde non vi fate ingannare, essendo tutti di Dio. Se non vi è nessuna discordia tra voi che vi possa tormentare, allora vivete secondo Dio. Sono la vostra vittima e mi offro in sacrificio per voi Efesini, Chiesa celebrata nei secoli. I carnali non possono fare cose spirituali, né gli spirituali cose carnali, come né la fede le cose dell’infedeltà, né l’infedeltà quelle della fede. Anche quello che fate nella carne è spirituale. Fate tutto in Gesù Cristo.
IX. Ho inteso che sono venuti alcuni portando una dottrina malvagia. Voi non li avete lasciati seminare in mezzo a voi, turandovi le orecchie per non ricevere ciò che speravano. Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con l’argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo. Mi rallegro di essere stato stimato degno delle cose che vi scrivo, per trattenermi con voi e congratularmi perché per una vita diversa non amate che Dio solo.

Essere di esempio nelle virtù
X. Per gli altri uomini « pregate senza interruzione ». In loro vi è speranza di conversione perché trovino Dio. Lasciate che imparino dalla vostre opere. Davanti alla loro ira siate miti; alla loro megalomania siate umili, alle loro bestemmie (opponete) le vostre preghiere; al loro errore « siate saldi nelle fede »; alla loro ferocia siate pacifici, non cercando di imitarli. Nella bontà troviamoci loro fratelli, cercando di essere imitatori del Signore. Chi ha sofferto di più l’ingiustizia? Chi ha avuto più privazioni? Chi più disprezzato? Non si trovi tra voi nessun’erba del diavolo, ma con ogni purezza e temperanza rimanete in Gesù Cristo con la carne e con lo spirito.

Temere il Signore
XI. Sono gli ultimi tempi. Vergogniamoci e temiamo che la magnificenza di Dio ormai non sia per noi una condanna. O temiamo l’ira futura o amiamo la grazia presente; una delle due. Solo trovarsi in Gesù Cristo per la vera vita. Fuori di lui nulla abbia valore per voi, in lui porto le catene. Sono le perle spirituali con le quali vorrei mi fosse concesso risuscitare grazie alla vostra preghiera. A questa vorrei sempre partecipare per trovarmi nell’eredità dei cristiani di Efeso, che sono sempre uniti agli Apostoli nella potenza di Gesù Cristo.

Il martirio è vicino
XII. So chi sono e a chi scrivo. Io sono un condannato, voi avete ottenuto misericordia. Io in pericolo, voi al sicuro. Voi siete la strada per quelli che s’innalzano a Dio. Gli iniziati di Paolo che si è santificato, ha reso testimonianza ed è degno di essere chiamato beato. Possa io stare sulle sue orme per raggiungere Dio; in un’intera sua lettera si ricorda di voi in Gesù Cristo.

La liturgia
XIII. Impegnatevi a riunirvi più di frequente nell’azione di grazie e di gloria verso Dio. Quando vi riunite spesso, le forze di Satana vengono abbattute e il suo flagello si dissolve nella concordia della fede. Niente è più bello della pace nella quale si frustra ogni guerra di potenze celesti e terrestri.

Fede e carità
XIV. Nulla di tutto questo vi sfuggirà, se avete perfettamente la fede e la carità in Gesù Cristo, che sono il principio e lo scopo della vita. Il principio è la fede, il fine la carità. L’una e l’altra insieme riunite sono Dio, e tutto il resto segue la grande bontà. Nessuno che professi la fede pecca, nessuno che abbia la carità odia. L’albero si conosce dal suo frutto. Così coloro che si professano di appartenere a Cristo saranno riconosciuti da quello che operano. Ora l’opera non è di professione di fede, ma che ognuno si trovi nella forza della fede sino all’ultimo.

Testimoniare il Cristo
XV. È meglio tacere ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se chi parla opera. Uno solo è il maestro e ha detto e ha fatto e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace. Nulla sfugge al Signore, anche i nostri segreti gli sono vicino. Tutto facciamo considerando che abita in noi templi suoi ed egli il Dio (che è) in noi, come è e apparirà al nostro volto amandolo giustamente.
XVI. Non ingannatevi, fratelli miei. Quelli che corrompono la famiglia « non erediteranno il regno di Dio ». Se quelli che fanno ciò secondo la carne muoiono, tanto più che con una dottrina perversa corrompe la fede di Dio per la quale Cristo fu crocifisso! Egli, divenuto impuro, finirà nel fuoco eterno e insieme a lui anche chi lo ascolta.
XVII. Per questo il Signore accettò il profumo versato sul suo capo per infondere l’immortalità alla Chiesa. Non lasciatevi ungere dal cattivo odore del principe di questo mondo che non vi imprigioni fuori della vita che vi attende. Perché non diveniamo tutti saggi ricevendo la scienza di Dio che è Gesù Cristo? A che rovinarsi pazzamente, misconoscendo il carisma che il Signore ci ha veramente mandato?

La croce
XVIII. Il mio spirito è vittima della croce che è scandalo per gli infedeli e per noi salvezza e vita eterna. Dov’è il saggio? il disputante? la vanità di quelli che si dicono scienziati? Il nostro Dio, Gesù Cristo è stato portato nel seno di Maria, secondo l’economia di Dio, del seme di David e dello Spirito Santo. Egli è nato ed è stato battezzato perché l’acqua fosse purificata con la passione.

L’abolizione della morte
XIX. Al principe di questo mondo rimase celata la verginità di Maria e il suo parto, similmente la morte del Signore, i tre misteri clamorosi che furono compiuti nel silenzio di Dio. Come furono manifestati ai secoli? Un astro brillò nel cielo sopra tutti gli astri, la sua luce era indicibile, e la sua novità stupì. La altre stelle con il sole e a luna fecero un coro all’astro ed esso più di tutti illuminò. Ci fu stupore. Donde quella novità strana per loro? Apparso Dio in forma umana per una novità di vita eterna si sciolse ogni magia, si ruppe ogni legame di malvagità. Scomparve l’ignoranza, l’antico impero cadde. Aveva inizio ciò che era stato deciso da Dio. Di qui fu sconvolta ogni cosa per preparare l’abolizione della morte.

Vi scriverò ancora
XX. Se Gesù Cristo per la vostra preghiera mi renderà degno di grazia ed è la Sua volontà vi spiegherò in un secondo scritto che ho in mente di stilare, l’accennata economia per l’uomo nuovo Gesù Cristo, che consiste nella sua fede, nella sua carità, nella sua passione e resurrezione. Soprattutto se il Signore mi rivelerà che ognuno e tutti insieme nella grazia che viene dal suo nome vi riunite in una sola fede e in Gesù Cristo del seme di David figlio dell’uomo e di Dio per ubbidire al vescovo e ai presbiteri in una concordia stabile spezzando l’unico pane che è rimedio di immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere sempre in Gesù Cristo.

Congedo
XXI. Io sono il riscatto di vita per voi e per quelli che ad onore di Dio avete mandato a Smirne, donde vi scrivo ringraziando il Signore e amando Policarpo come anche voi. Ricordatevi di me come anche Gesù Cristo di voi. Pregate per la Chiesa di Siria, donde sono stato condotto incatenato a Roma, ultimo di quei fedeli giudicato degno di acquistare la gloria di Dio. Statemi bene in Dio Padre e in Gesù Cristo, nostra comune speranza.

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Angelo, antica icona copta

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http://www.iconsexplained.com/iec/04002.htm

Publié dans:immagini sacre |on 15 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA, IL PREDICATORE « DI FUOCO » CHE SCALDA GLI ANIMI DEI CRISTIANI D’OGNI TEMPO (PRIMA PARTE)

http://www.zenit.org/it/articles/sant-ignazio-d-antiochia-il-predicatore-di-fuoco-che-scalda-gli-animi-dei-cristiani-d-ogni-tempo

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA, IL PREDICATORE « DI FUOCO » CHE SCALDA GLI ANIMI DEI CRISTIANI D’OGNI TEMPO (PRIMA PARTE)

Il prossimo 17 ottobre ricorre la sua festa liturgica. ZENIT propone un breve approfondimento sull’importanza storica di Antiochia, sulla vita di Ignazio e sull’attualità delle sue lettere

Roma, 15 Ottobre 2013 (Zenit.org) Federico Cenci

Antakia è oggi una città della Turchia di circa 200mila abitanti situata al confine con la Siria. In Europa, nessuno o quasi ne conosce l’esistenza. Si ignora che questo anonimo centro meridionale della Turchia sia stato, nell’antichità, con il suo mezzo milione d’abitanti, tra le tre più grandi metropoli (insieme a Roma e ad Alessandria d’Egitto) del mondo allora conosciuto. Si ignora, soprattutto, che sino al terremoto del 525 che la distrusse completamente, la vecchia Antiochia costituisse un ricco propulsore commerciale e culturale. Gli storici non esitano, pertanto, a considerarla uno dei pilastri del mondo antico.
Un pilastro che è stato determinante nell’edificazione della storia del Cristianesimo e dunque della civiltà umana tutta. Il contributo che Antiochia ha dato dal punto di vista del vocabolario storico-religioso non ha pari, giacché è qui che, per la prima volta, fu utilizzato il termine cristiani per definire i discepoli di Cristo. Ne danno testimonianza gli Atti degli Apostoli: «…ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (11-26).
Antiochia assume poi un’importanza pionieristica anche in altri sensi. È qui che si sviluppò, infatti, il più grande centro di irradiazione missionaria da parte dei cristiani delle origini. Senza Antiochia, ubicata in una posizione di ponte tra la Terra Santa e l’Europa, il messaggio evangelico non si sarebbe mai diffuso nel mondo pagano: «… alcuni fra loro, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai greci» (Atti 11,20). È da Antiochia che molti missionari partirono per fondare nuove chiese nelle regioni vicine.
Con ogni probabilità, Antiochia è inoltre la città che ospitò San Matteo quando scrisse il suo Vangelo, caratterizzato dalla testimonianza della preghiera Pater, dal racconto dei Magi e della stella, dal discorso della montagna con le otto beatitudini e dalla formula trinitaria del battesimo, con la quale accompagniamo il segno della croce.
Altro elemento che dimostra lo stretto legame esistente tra Antiochia e la storia del Cristianesimo è il fatto che il primo capo della comunità cristiana di Antiochia sia stato un certo Pietro: il primo a sedere sulla famosa Cattedra che ne prende il nome, il primo a venire considerato Papa della Chiesa cattolica. A San Pietro succedette, già con la denominazione di vescovo di Antiochia, Ignazio, annoverato tra i Padri della Chiesa.
Figura, quest’ultima, che assume per il Cristianesimo un connotato importante tanto quanto lo è la città di cui è stato vescovo. Dalle poche informazioni che si hanno oggi a disposizione, non risulta che Ignazio fosse un cittadino romano, sembra altresì si sia convertito al Verbo di Cristo in età adulta. Riusciva ad esercitare un forte ascendente sulla comunità, caratteristica che spinge molti a supporre che ricoprisse, prima di essere investito della carica di vescovo, un ruolo politico ad Antiochia. Stando a quanto riferivano i suoi discepoli, con Ignazio siamo di fronte a un’espressione concreta della locuzione latina nomen omen. Tale era infatti la passione che Ignazio sprigionava durante le sue prediche, da far dire di lui che fosse “di fuoco” così come indica il suo nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco. Benedetto XVI ebbe a dire al riguardo: «Nessun Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di Ignazio l’anelito all’unione con Cristo e alla vita in Lui».
Uomo di grande influenza anche al di fuori dei confini della sua Antiochia, questo predicatore “di fuoco” attirò presto le attenzioni dell’imperatore romano Traiano, il quale dette inizio alla sua persecuzione. Arrestato e condannato ad bestias, Ignazio fu condotto in catene sino a Roma attraverso un lungo e straziante viaggio. Giunto nell’Urbe nell’anno 107, venne sottoposto a un crudele martirio all’interno del Colosseo: sbranato e divorato dalle belve nell’ambito degli spettacoli in onore delle vittorie romane in Dacia.
Fu durante il viaggio che lo condusse da Antiochia a Roma che Ignazio scrisse sette lettere indirizzate a diverse comunità (Efesini, Magnesii, Tralliani, Romani, Filadelfii, Smirnei) e a San Policarpo, vescovo della chiesa di Smirne. Si tratta di uno dei primi esempi di comunicazione sociale cristiana. Le sue lettere trasudano di un caldo amore per Cristo e per la Chiesa, oltre che di un vigoroso zelo apostolico. Malgrado risalgano a un tempo lontano dal nostro, durante il quale le condizioni della Chiesa e la vita dei cristiani erano molto diverse da quelle che conosciamo oggi, specialmente in Occidente, le sette lettere di Sant’Ignazio riescono a veicolare un messaggio che appare assolutamente attuale.

(La seconda parte segue domani, mercoledì 16 ottobre)

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L’OPERA RICONCILIATRICE DI CRISTO SECONDO SAN PAOLO

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L’OPERA RICONCILIATRICE DI CRISTO SECONDO SAN PAOLO

INTRODUZIONE
La storia della salvezza come quella dell’umanità e di ogni uomo è fatta di cadute e di rialzi, di fedeltà e d’infedeltà a Dio. L’argomento che tratteremo è l’opera della riconciliazione di Cristo secondo le epistole di San Paolo. È ad un esercizio teologico sul fronte dell’esegesi che ci consegneremo. Con questo lavoro vogliamo comprendere come San Paolo spiega il ruolo di Cristo nel ristabilimento della relazione tra l’uomo e Dio. Infatti, parlare della riconciliazione suppone che all’inizio ci sia stato rottura di relazione. Innanzitutto ci chiederemo in che ha consistito questa rottura. Quale è la sua causa e quali sono le sue conseguenze? Dopo avere risposto a quest’interrogazioni vedremo in che è consistita la riconciliazione del Cristo nella storia della salvezza e ciò che essa significa per noi oggi, secondo l’apostolo Paolo.

1. LA ROTTURA DELL’UOMO CON DIO.
“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio » (Rm 3, 23). questa frase esprime la causa di un bisogno di riconciliazione. Abbiamo da un lato, il peccatore o l’umanità con il suo peccato e dall’altro, Dio che priva quest’umanità della sua grazia a causa del peccato. Il peccato è allora la causa della rottura. 
1.1. Il peccato, causa di rottura dell’uomo con Dio.
Secondo Mgr Ndongmo, per Paolo, si tratta di due tipi di peccato: prima, il peccato originale causato dalla disobbedienza di Adamo a Dio che fa che ogni uomo nasca privato di grazia, con una natura propensa al male e portante in lui le ferite di questo peccato. « la colpa di un solo ha avuto per conseguenza la morte di molto… » « (Rm 5,.15). » « , il peccato è entrato nel mondo da uno solo uomo, Adamo. E il peccato ha potato con sé la morte. Di conseguenza la morte passa su tutti gli uomini perché tutti hanno peccato « (Rm 5, 12). » Il peccato designa
in seguito in Paolo, il peccato attuale che proviene dall’antagonismo tra la legge e le tendenze egoiste della carne (Cf Rm 7.7-8)1.
 1.2. – conseguenze del peccato.
Il peccato ha delle ripercussioni nocive non soltanto su Dio che viene offeso, ma anche e soprattutto sul peccatore stesso. 
1.1.2.- Le conseguenze del peccato su Dio.
Il peccato ha attizzato la rabbia di Dio (Rm 1, 18). Dio ha abbandonato il peccatore alle passioni del suo cuore che lo portano a delle pratiche che lo deteriorano, in modo che degrada il suo corpo (Rm 1, 24). Conoscendo la sentenza che Dio dichiara suscettibile di morte il peccatore, l’empio continua ad agire male, non soltanto egli commette cattive azioni, ma anche approva coloro che le commettono (Rm 1, 23). E per questo che Dio lo priva della sua grazia (Rm 3, 2b).
1.2.2- Le conseguenze del peccato sull’uomo.
Con il peccato l’uomo si pone come nemico di Dio e dei suoi simili. Infrange congiuntamente il doppio comandamento di Cristo: « amerai il Signore tuo Dio di tutto il cuore, di tutta l’anima e di tutta tua forza… amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12, 30-31). Con il peccato, l’uomo diviene idolatre (Rm 1, 23), bestemmiatore, empio (1 Tm 1,
9), profanatore (2 Tm 3, 2), fiero, arrogante, fanfarone (Rm 1, 30). Tuttavia, le conseguenze del peccato d’uomo non ricadono soltanto sulla sua relazione con Dio, ma anche sulle sue relazioni con lui stesso e con i suoi simili. Il peccato rende l’uomo impudico (1 Cor.5, 9-11), adultero, dissoluto, perverso o omosessuale (1 Cor. 6,9) cupide, avaro, disoneste (1 Cor. 6.10) disobbedente ai genitori (2 Tm 3,2), parricida, matricida (1 Tm 1, 9), spietato, irato, maldicente, pettegolo, insolente, egoista, ingrato, trafficante d’uomo, incapace di amare… (Rm 1, 30). Così, il peccato dell’uomo comporta delle conseguenze sotto duplice aspetto: anzitutto, attizza la rabbia di Dio e lo porta a privare
il peccatore della sua grazia, in seguito, deteriora l’uomo opponendolo a Dio ed i suoi simili. Infatti, richiede il ristabilimento dei legami tra l’uomo e Dio da un lato, l’uomo ed i suoi simili dall’altro: La riconciliazione portata da Cristo. Quale è il procedimento di questa riconciliazione secondo San Paolo ? Tale sarà l’oggetto della seconda parte.

2. L’OPERA RICONCILIATRICE DI CRISTO.
Questa opera per San Paolo è progressiva e passa attraverso tre tappe. Infatti, Dio agisce come un pedagogo. Si parla dell’economia di Dio nella storia della salvezza. Le tre tappe sono: la decisione di Dio, l’incarnazione di Cristo ed infine la sua morte ed la sua risurrezione.
 2.1- La decisione di Dio.
È Dio che affida l’opera della riconciliazione a Cristo. « …Ma, quando fu giunto il tempo stabilito, Dio mandò suo figlio… » « (Gal 4,4). Allora è a partire da un piano stabilito da Dio, maturato dal suo amore e dalla sua misericordia (Tt 3,4-5), che Dio decide di mandare Cristo a riconciliare il mondo con lui. « (Il Padre del nostro signore Gesù) ci ha fatto
conoscere il segreto progetto della sua volontà, quella che fin dal principio generosamente aveva deciso di realizzare per mezzo di Cristo. » (Eph.1, 9-10). Questa intenzione è di riportare l’umanità decaduta a Dio in previsione della riconciliazione. 
2.2. – l’incarnazione del Cristo: prima tappa della riconciliazione. Per portare l’umanità decaduta a Dio per la riconciliazione, c’è stato bisogno che Cristo facesse una strada che i teologi chiamano la « kenosi ». Si tratta dell’abbassamento di Cristo o della rinuncia alle sue prerogative divine. Anzi tutto, di condizione divino come è
stato da allora sempre, Cristo si è annientato (Ph.2,6) prendendo la carne dell’uomo peccatore. « Dio mandò i suo figlio in una condizione simile a quella della nostra di uomini peccatori… » (Rm 8,3). “E nato da una donna, e fu sottoposto alla legge per liberare quelli che erano sotto la legge e farci figli di Dio… » « (Gal.4.4-5). Non soltanto Cristo ha preso la condizione di peccatore, ma anche, si umiliò prendendo la condizione dello schiavo, » obbedendo fino alla morte e la morte della croce « (Eph 2, 7-8). Con l’incarnazione, Cristo riveste una doppia natura: la natura umana e la natura divina, con le quali serve di ravvicinamento tra Dio e  3 l’uomo. È l’inizio dell’opera riconciliatrice di Dio. Il Verbo di Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse figlio di Dio, dirà sant’Ireneo di Lione. Occorreva infatti che il mediatore di Dio e degli uomini, con la sua affinità con le due parti, le riportasse nell’amicizia e l’armonia… infatti, come potremmo noi, partecipare alla figliolanza adottiva, se non avessimo ricevuto la comunione con lui, mediante il figlio suo? Se il suo Verbo non fosse entrato in comunione con noi, diventando carne? Per questo appunto passò attraverso tutte le età restituendo a tutti, la comunione con Dio2
2.3- Morte e risurrezione di Cristo, opera propriamente detta della riconciliazione. In molte religioni, la riconciliazione tra la divinità e gli uomini è realizzata attraverso un atto sacrificale. Si offre una vittima per ottenere il perdono di Dio o delle divinità nel caso del politeismo. La colpa merita la morte del peccatore, si supplica dunque le divinità di
prendere gli animali al posto del fautore. Nella religione ebraica, sono gli agnelli che erano offerti in olocausto. Cristo si è offerto in olocausto come l’agnello, la vittima, per espiare il peccato dell’umanità e l’ha riscattata dalla maledizione che pesava su di lei. « Dio ha voluto essere pienamente presente in lui ( Cristo), e per mezzo di lui ha voluto fare amicizia con tutte le cose quelle della terra e con quelle del cielo; per mezzo della sua morte sulla croce
Dio ha fatto pace con tutto ». (Col 1,19-20). Risulta qui che l’opera di Cristo era di riconciliare tutti gli esseri con Dio, mediante il suo sangue versato sulla croce. La morte e la risurrezione di Cristo hanno dunque una portata non soltanto umana, ma anche cosmica. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti
è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza 21di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio « Rm 8, 19-21.  Per la sua doppia natura, Cristo l’abbiamo detto, ha iniziato la riconciliazione. La completa pagando con il sangue della sua croce, il debito che pesava sull’umanità in particolare e l’universo in generale e gli impediva di fare la pace con Dio. 
 2.3.1-Senso della morte e della risurrezione del Cristo secondo San Paolo  « Noi crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù , Nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. »Rm 4, 24-25. Per Paolo, Cristo è morto per i nostri peccati. Nella sua passione e la sua morte, erano
le nostre sofferenze che sopportava. “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede. »Gal 3, 13-14. » La morte di Cristo non servirebbe a nulla se fosse restato nella tomba.  » “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli. « 1 Cor. 15, 4-5. » La morte del Cristo è diventata salutare per noi. La croce si è trasformata dunque in oggetto di salvezza e ha cessato di essere oggetto di maledizione, poiché ha condotto alla risurrezione. Poiché il primo Adam ha introdotto la morte nel mondo con il suo peccato è stato necessario che Cristo,    » Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. »Rm 6, 5-11. » 
2.3.2- Gratuità dell’opera riconciliatrice di Cristo.
Ci si potrebbe chiedere per quale vantaggio Dio ha fatto soffrire il suo figlio per noi peccatori. Per Paolo, è per pura bontà che Dio ha mandato il suo figlio e che ha sofferto per riconciliarci con lui e tra noi peccatori. Siamo stati giustificati o meglio riconciliati con Dio, non in virtù di qualunque opera buona che abbiamo potuto compiere, neppure la pratica della legge, ma gratuitamente. Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna…. » (Tt 3.4-5) L’opera della riconciliazione di Cristo è come dice Mgr Ndongmo, un atto di
clemenza, di perdono immeritato che Dio accorda gratuitamente all’uomo peccatore3 Eravamo ancora peccatori ed attendevamo con pazienza la nostra condanna, quando Cristo ha fatto improvvisamente questa grazia di riscattarci:
Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. (Rm 5, 6-8).
 Dinanzi a tale opera grandiosa, quale deve essere il nostro atteggiamento? Cosa ci consiglia Paolo?
 2.3.3- Il nostro atteggiamento all’opera riconciliatrice di Cristo secondo Paolo.  » Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. « (Rm 6,4). La coscienza che siamo morti e resuscitati in Cristo con il battesimo, deve stimolarci a condurre una nuova vita. Questa vita consiste a non vivere più sotto l’influenza del peccato per attizzare la rabbia di Dio.
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. (Col 3, 5-10). La vita nuova non consiste soltanto nel respingere il peccato ma anche nell’avere le stesse disposizioni di Cristo. Si tratta di:  – Restare allegri e di indirizzare preghiere a Dio incessantemente (1 Th 5, 16-17). Attraverso, la preghiera, lo Spirito di Gesù prega in noi e per noi e produce in noi le
sensazioni di Gesù (Ph 2, 5-6)  – Offrire sempre un culto spirituale a Dio ed evitare il conformismo al mondo
presente: Vi esorto dunque, fratelli miei, con la misericordia di Dio, ad offrire le vostre persone in ostia viva, santa, piacevole a Dio: È il culto spiritoso che dovete rendere. E non modellatevi sul mondo presente, ma che il rinnovo del vostro giudizio vi trasformi e vi faccia distinguere quale è la volontà di Dio, cosa che è buono, cosa che gli soddisfa, cosa che è perfetta. (Rm 12, 1-2).  – Vivere un amore di Dio che si diffonde nei nostri cuori con lo Spirito che ci fu dato
al battesimo (Rm 5, 5), ma anche nell’amore dei fratelli mettendo ciascuno al servizio della carità i vari doni che abbiamo ricevuti dallo Spirito (1 cor l3). »  – Rivestire le disposizioni del Cristo consiste nel diventare anche noi i servi della riconciliazione al suo seguito. « Infatti Dio senza tenere conto dei nostri peccati ha fatto di noi gli agenti del messaggio della riconciliazione. » (2 Cor.5.19). Dobbiamo seguendo il Cristo, proclamare la buona notizia della salvezza; che ormai tutti gli uomini possono ottenere il riscattato dei loro peccati, se hanno fede nella morte e la risurrezione di Cristo ed accettano di seguirlo.

CONCLUSIONE
In definitiva, l’opera riconciliatrice del Cristo secondo San Paolo, è l’applicazione del disegno d’amore di Dio attraverso Cristo, che consiste nel riportare a Dio, l’umanità e l’universo decaduti a causa del peccato originale e del peccato attuale. Infatti, il peccato originale come il peccato attuale, priva il peccatore della grazia di Dio e si trova diviso tra il
bene che vuole fare e non lo fa ed il male che odia ed lo fa al contrario (Rm 7, 14-26). Cristo, secondo Paolo è quello che restaura la grazia persa a causa del peccato: Innanzitutto con la sua incarnazione, avvicina Dio e l’uomo con la sua doppia natura, che serve così di mediazione. In seguito, con la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione, riscatta
l’umanità e la natura intera dalla dannazione che pesava su di loro dopo il peccato e dà loro la garanzia che sono riconciliate con Dio. Questa riconciliazione non è un fatto pontuale della storia. Si è realizzata con gli esseri che hanno vissuto prima di Cristo nel rispetto di Dio (Eph 4, 7-10) ed è sempre attuale. Cristo continua a riconciliare con Dio, coloro che nella fede accettano di essere immersi nella sua morte e la sua risurrezione attraverso il battesimo e con
il fatto stesso accetta di condurre una nuova vita. Quelli, Dio li ricrea all’immagine del Cristo infondendo loro lo Spirito Santo, principio ispiratore di vita divina (1 Th 1,.18; Tt 3, 4 7), perché diventino a loro volta gli ambasciatori della riconciliazione.

Joseph Kuate, scj

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