Archive pour octobre, 2013

CATTOLICI ED EBREI CHIEDONO CHE NEL MONDO CI SIA PIENO RISPETTO DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA ( 18/10/2013)

http://www.asianews.it/notizie-it/Cattolici-ed-ebrei-chiedono-che-nel-mondo-ci-sia-pieno-rispetto-della-libert%C3%A0-religiosa-29317.html

CATTOLICI ED EBREI CHIEDONO CHE NEL MONDO CI SIA PIENO RISPETTO DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA ( 18/10/2013)

Comunicato congiunto al termine del 22mo incontro dell’International catholic-jewish liaison committee, Condanna per la crescita della persecuzione anticristiana e dell’antisemitismo. In Medio Oriente sia garantita « piena cittadinanza a tutti i cittadini, indipendentemente dalle convinzioni religiose o etniche ». Approfondire la conoscenza reciproca.
Città del Vaticano (AsiaNews) – Cattolici ed ebrei chiedono a governi e a leader religiosi e politici di garantire il pieno godimento della libertà religiosa in ogni sua manifestazione, condannano la crescita del « peccato » dell’antisemitismo e della persecuzione contro i cristiani, concordano nell’impegno di approfondire la conoscenza reciproca anche prevedendo che nei corsi di studi per sacerdoti e rabbini si studino i documenti del Vaticano sull’ebraismo.
Sono alcune delle affermazioni contenute nel comunicato congiunto del 22mo incontro dell’International catholic-jewish liaison committee, svoltosi a Madrid, reso noto oggi in Vaticano.
Il documento inizia con l’affermazione che « come cattolici ed ebrei ci impegniamo per costruire un mondo in cui i diritti umani siano riconosciuti e rispettati e in cui tutti i popoli e le società possano prosperare in pace e libertà. Ci impegniamo a rafforzare la nostra collaborazione nel perseguimento di una distribuzione sempre più giusta ed equa delle risorse, in modo che tutti possano trarre vantaggio dai progressi della scienza, della medicina, dell’istruzione e dello sviluppo economico. Ci vediamo come partner nel guarire il nostro mondo creato in modo che possa riflettere sempre più luminosa la visione biblica originale: « Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. (Gen. 01:31) ».
Presieduto da Betty Ehrenberg, presidente dell’ International Jewish Committee for Interreligious Consultations (IJCIC) e dal cardinal Kurt Koch, presidente della Pontificia commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo l’incontro ha esaminato « l’attuale aumento di antisemitismo, il crescente fenomeno della persecuzione dei cristiani in varie parti del mondo e le minacce alla libertà religiosa in molte società. Alla luce dei nostri ideali religiosi condivisi, abbiamo esaminato le reali difficoltà che le nostre tradizioni religiose affrontano oggi, compresa la violenza, il terrorismo, l’estremismo, la discriminazione e la povertà. Siamo profondamente addolorati per vedere il nome di Dio profanato dal male nascosto in termini religiosi ».
Per quanto in particolare riguarda la libertà religiosa, nel documento si afferma: « Incoraggiati nel nostro lavoro dalle espressioni di Papa Francesco e dalla sua preoccupazione per il benessere di tutti, soprattutto dei poveri e degli oppressi, condividiamo la fede nella dignità data da Dio ad ogni persona. Ciò richiede che ad ognuno sia riconosciuta la piena libertà di coscienza e la libertà di espressione religiosa individuale e collettiva, in privato e in pubblico. Deploriamo l’abuso della religione e l’uso della religione per fini politici. Sia gli ebrei che i cattolici condannano la persecuzione per motivi religiosi ».
« Chiediamo ai leader politici e ai governi, ai singoli e ai leader religiosi e alle istituzioni di agire per garantire la sicurezza fisica e la protezione giuridica di tutti coloro che esercitano il diritto fondamentale alla libertà religiosa, di tutelare il diritto di cambiare o lasciare il proprio credo religioso; di tutelare il diritto di manifestare la propria fede religiosa; di educare i propri figli secondo le proprie convinzioni. Tra le espressioni religiose sotto attacco oggi che rientrano il diritto di essere protette sono il diritto alla macellazione religiosa, la circoncisione maschile, l’uso e l’esposizione di simboli religiosi in pubblico ».
In proposito, vengono evidenziate la persecuzione dei cristiani e la crescita dell’antisemitismo. Sul primo punto si « raccomanda alla Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’Ebraismo e all’IJCIC di lavorare insieme su situazioni che riguardano la persecuzione delle minoranze cristiane, presenti in tutto il mondo; per richiamare l’attenzione su questi problemi e per sostenere gli sforzi che  garantiscano piena cittadinanza a tutti i cittadini, indipendentemente dalle convinzioni religiose o etniche in Medio Oriente e altrove. Inoltre, incoraggiamo gli sforzi per promuovere il benessere delle minoranze cristiane ed ebraiche in tutto il Medio Oriente ».

Quanto alla crescita dell’antisemitismo, « come Papa Francesco ha più volte detto, ‘un cristiano non può essere un antisemita’. Incoraggiamo tutti i leader religiosi a continuare ad essere una voce forte contro questo peccato. La celebrazione del 50 ° anniversario della Nostra Aetate del 2015 è un momento privilegiato per riaffermare la sua condanna dell’antisemitismo. Chiediamo che gli insegnamenti antisemiti siano eliminati dalla predicazione e dai libri di testo in tutto il mondo. Allo stesso modo, ogni espressione di sentimento anti-cristiana è altrettanto inaccettabile ».

Publié dans:ebraico-cristiana (cultura), EBRAISMO |on 21 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

A prayer corner in an Orthodox church, utilized by parishioners during services for veneration and specific petitions.

A prayer corner in an Orthodox church, utilized by parishioners during services for veneration and specific petitions. dans immagini sacre Theotokos_Prayer_Corner

http://en.wikipedia.org/wiki/Eastern_Orthodox_Church

Publié dans:immagini sacre |on 18 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

PREGATE INCESSANTEMENTE

http://www.opusdei.it/art.php?p=49609

PREGATE INCESSANTEMENTE

Come cristiani comuni, che vogliono seguire da vicino Gesù in tutti i crocevia del mondo, dobbiamo vivere sempre uniti a Dio mediante una continua preghiera.

(OPUS DEI)

03 agosto 2012

San Luca è l’evangelista che sottolinea maggiormente il significato della preghiera nel ministero di Cristo[1]. Soltanto lui ci ha trasmesso tre parabole di Gesù sulla preghiera.
La seconda è questa: C’era in una città un giudice che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un certo tempo egli non volle. Ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”. E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?”[2].
Opus Dei – Nel presentare la parabola, san Luca scrive: Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi[3]. E poco dopo riferisce altre parole di Gesù sulla necessità della vigilanza: “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’Uomo”[4].
Come si può osservare, il terzo evangelista ha fissato la propria attenzione sul fatto che Gesù attribuisce molta importanza alla costanza nella preghiera, perché comanda ai suoi discepoli di perseverarvi: “giorno e notte”, “in ogni momento”. Dal tono che il Signore usa, appare chiaro inoltre che la preghiera continua è qualcosa che Gesù ha ordinato: si tratta di un comando e non semplicemente di un consiglio.
Per seguire da vicino il Signore, è necessario pregare senza interruzione, perché Egli stesso ci dà l’esempio e prega incessantemente Dio, suo Padre. Così racconta san Luca: Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare[5]; e più oltre: Si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli[6].
Nel terzo Vangelo sono raccontate diverse scene dove notiamo che, prima dei momenti decisivi della sua missione, Gesù prega. Per esempio, prima del Battesimo, prima della Trasfigurazione, prima di scegliere e di chiamare i Dodici, prima di dare compimento con la sua Passione al disegno d’amore del Padre[7].
Per seguire da vicino il Signore, è necessario pregare senza interruzione, perché Egli stesso ci dà l’esempio e prega incessantemente Dio, suo Padre.A proposito della preghiera del Signore, san Josemaría commenta: Quanto amore suscitò nei primi discepoli la figura di Cristo in orazione! Dopo aver contemplato la preghiera assidua del Maestro, gli domandano: Domine, doce nos orare, Signore insegnaci a pregare come tu fai[8].
Negli Atti degli Apostoli san Luca descrive, con tre pennellate, la maniera di pregare dei primi fedeli: Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù[9]. Poco dopo aggiunge: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere[10]. Quando poi Pietro viene catturato per aver predicato audacemente la verità, una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui[11].
Dopo san Luca, è san Paolo che più degli altri si fa eco del precetto di Gesù sulla preghiera continua, perché spesso esorta i fedeli a metterlo in pratica; per esempio, a quelli di Tessalonica: pregate incessantemente[12]; e a quelli di Efeso: pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito[13]. San Paolo ce ne dà poi un esempio quando dice che prega continuamente per i suoi notte e giorno, di continuo[14].
Seguendo gli insegnamenti biblici, anche alcuni Padri della Chiesa e antichi scrittori ecclesiastici esortano i cristiani a condurre una vita di preghiera incessante. Uno di loro, per esempio, scrive: «Sebbene alcuni assegnino alla preghiera determinate ore – per esempio, la terza, la sesta e la nona -, il cristiano perfetto prega durante l’intera sua vita sforzandosi di vivere con Dio per mezzo della preghiera»[15].

Opus Dei –
Una vita di preghiera continua
Come cristiani comuni, che vogliono seguire da vicino Gesù in tutti i crocevia del mondo, dobbiamo vivere sempre uniti a Dio mediante una preghiera continua: Ogni volta che sentiamo nel cuore il desiderio di essere migliori, di corrispondere con più generosità al Signore, e cerchiamo una luce che ci guidi, un riferimento preciso per la nostra esistenza cristiana, lo Spirito Santo porta alla nostra memoria le parole del Vangelo: è necessario pregare sempre, senza stancarsi [...].
Vorrei che oggi, in questa nostra meditazione, ci persuadessimo una volta per sempre della necessità di avviarci a essere anime contemplative, nel bel mezzo della strada e del lavoro, grazie a un colloquio costante con il nostro Dio, che non deve mai venir meno lungo tutta la giornata. Se vogliamo seguire lealmente le orme del Maestro, è questa l’unica via[16].
Ogni cristiano che vuol essere coerente con la propria fede ha voglia di impegnarsi a trasformare la giornata in una continua e intima conversazione con Dio, in modo tale che la preghiera non sia un atto isolato che si compie e poi si abbandona: La mattina il tuo pensiero è per te e la sera s’innalza la mia preghiera come incenso al tuo cospetto. Tutta la giornata può essere tempo di orazione: dalla sera alla mattina, dalla mattina alla sera. E, più ancora, persino il sonno, ci ricorda la Sacra Scrittura, deve essere preghiera[17].
Quest’ultima affermazione è di alcuni Padri della Chiesa; per esempio, san Girolamo scrive: «L’apostolo ci raccomanda di pregare sempre, e per i santi anche il sonno stesso è orazione»[18].
l’amore è ingegnoso: (…) tutti devono prevedere nella giornata alcune norme di sempre, alcune pratiche di pietà che non si svolgono in un momento determinato.La preghiera continua è certamente un dono divino, che Dio non nega a chi corrisponde con generosità alla sua grazia. Alcune pratiche di pietà cristiana manifestano in modo particolare questo dialogo ininterrotto con il Signore, che riempie l’anima.
Tali pratiche sono, nello stesso tempo, una conseguenza dell’amore e un mezzo per aumentarlo. Questo carattere di mezzo fa sì che se un cristiano vuole arrivare a una vita di orazione continua non può adottare un atteggiamento passivo riguardo alla lotta interiore: deve cercare e mettere in pratica alcuni accorgimenti umani, quasi dei promemoria, capaci di ravvivare in qualunque momento il dialogo divino e la presenza di Dio.
Questi promemoria della vita interiore sono personalissimi, perché l’amore è ingegnoso: saranno diversi a seconda delle diverse situazioni di ognuno, ma tutti devono escogitare i mezzi da adottare per pregare continuamente: tutti devono prevedere nella giornata alcune norme di sempre, alcune pratiche di pietà che non si svolgono in un momento determinato.
Per il cristiano è importante «che il suo rapporto con Dio sia presente sul fondo della nostra anima», e perciò «è necessario tenere sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani»[19]. E questo lo otteniamo proponendoci, per esempio, di cercare la presenza di Dio abitualmente, o riflettendo sul fatto che siamo figli di Dio, prima di cominciare un lavoro, o ringraziando il Signore per un favore che ci ha fatto, approfittando di questo per ringraziare anche la persona che ce lo ha procurato.
Opus Dei –
Queste norme di sempre sono profondamente intrecciate tra loro, perché in fondo non sono altro che l’«orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere»[20]. In tal modo, per esempio, la presenza di Dio aiuta a percepire le cose buone che Egli ci dà e a dimostrargli la nostra gratitudine.
Chi si propone di ringraziare il Signore per i beni che riceve – anche l’esistenza, la fede, la vocazione cristiana – utilizzando alcune circostanze della giornata, finisce per scoprire altre occasioni per lodarlo continuamente. È questa la “preghiera continua”[21].
San Paolo ci ha dato l’esempio di una vita condotta in continuo ringraziamento: Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù[22].
Su questa stessa linea San Josemaría esorta a trasformare l’intera vita del cristiano in un continuo ringraziamento: Com’è possibile renderci conto di ciò, capire che Dio ci ama, e non divenire a nostra volta pazzi d’amore? [...]. La nostra vita si trasforma allora in continua preghiera, si riempie di buon umore e di pace inesauribili, diventa un atto di ringraziamento rinnovato in ogni istante[23].
La Santissima Vergine è sempre rimasta in continua preghiera, perché ha raggiunto la vetta più alta della contemplazione. Come l’avrà guardata Gesù e come Ella avrà ricambiato lo sguardo di suo Figlio! Non dobbiamo meravigliarci che una realtà tanto ineffabile sia passata sotto silenzio o appena accennata: era tra le cose che Maria conservava nel suo cuore[24].

M. Belda

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI MEMBRI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20090423_pcb_it.html

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI MEMBRI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

(l’ispirazione nella Bibbia)

Sala dei Papi

Giovedì, 23 aprile 2009

Signor Cardinale, Eccellenza,
cari Membri della Pontificia Commissione Biblica,

sono lieto di accogliervi ancora una volta al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il Signor Cardinale William Levada per il suo indirizzo di saluto e per la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel corso della vostra riunione. Vi siete nuovamente radunati per approfondire un argomento molto importante: l’ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto la teologia, ma la stessa Chiesa, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano necessariamente sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana. Il tema che avete affrontato risponde, inoltre, a una preoccupazione che mi sta particolarmente a cuore, poiché l’interpretazione della Sacra Scrittura è di importanza capitale per la fede cristiana e per la vita della Chiesa.
Come Ella ha già ricordato, Signor Presidente, nell’Enciclica Providentissimus Deus Papa Leone XIII offriva agli esegeti cattolici nuovi incoraggiamenti e nuove direttive in tema di ispirazione, verità ed ermeneutica biblica. Più tardi Pio XII nella sua Enciclica Divino afflante Spiritu raccoglieva e completava il precedente insegnamento, esortando gli esegeti cattolici a giungere a soluzioni in pieno accordo con la dottrina della Chiesa, tenendo debitamente conto dei positivi apporti dei nuovi metodi di interpretazione nel frattempo sviluppati. Il vivo impulso dato da questi due Pontefici agli studi biblici, come Lei ha anche detto, ha trovato piena conferma ed è stato ulteriormente sviluppato nel Concilio Vaticano II, cosicché tutta la Chiesa ne ha tratto e ne trae beneficio. In particolare, la Costituzione conciliare Dei Verbum illumina ancora oggi l’opera degli esegeti cattolici e invita i Pastori e i fedeli ad alimentarsi più assiduamente alla mensa della Parola di Dio. Il Concilio ricorda, al riguardo, innanzitutto che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura: «Le cose divinamente rivelate che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa» (Dei Verbum, 11). Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, invisibile e trascendente Autore, si deve dichiarare, per conseguenza, che «i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre Lettere» (ibid., 11).
Dalla corretta impostazione del concetto di divina ispirazione e verità della Sacra Scrittura derivano alcune norme che riguardano direttamente la sua interpretazione. La stessa Costituzione Dei Verbum, dopo aver affermato che Dio è l’autore della Bibbia, ci ricorda che nella Sacra Scrittura Dio parla all’uomo alla maniera umana. E questa sinergia divino-umana è molto importante: Dio parla realmente per gli uomini in modo umano. Per una retta interpretazione della Sacra Scrittura bisogna dunque ricercare con attenzione che cosa gli agiografi hanno veramente voluto affermare e che cosa è piaciuto a Dio manifestare tramite parole umane. «Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile agli uomini» (Dei Verbum, 13). Queste indicazioni, molto necessarie per una corretta interpretazione di carattere storico-letterario come prima dimensione di ogni esegesi, richiedono poi un collegamento con le premesse della dottrina sull’ispirazione e verità della Sacra Scrittura. Infatti, essendo la Scrittura ispirata, c’è un sommo principio di retta interpretazione senza il quale gli scritti sacri resterebbero lettera morta, solo del passato: la Sacra Scrittura deve «essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (Dei Verbum, 12).
Al riguardo, il Concilio Vaticano II indica tre criteri sempre validi per una interpretazione della Sacra Scrittura conforme allo Spirito che l’ha ispirata. Anzitutto occorre prestare grande attenzione al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura: solo nella sua unità è Scrittura. Infatti, per quanto siano differenti i libri che la compongono, la Sacra Scrittura è una in forza dell’unità del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro e il cuore (cfr Lc 24,25-27; Lc 24,44-46). In secondo luogo occorre leggere la Scrittura nel contesto della tradizione vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto di Origene, «Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta» ossia «la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali». Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l’interpretazione di essa secondo il senso spirituale (cfr Origene, Homiliae in Leviticum, 5,5). Come terzo criterio è necessario prestare attenzione all’analogia della fede, ossia alla coesione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazione e la pienezza della divina economia in esso racchiusa.
Il compito dei ricercatori che studiano con diversi metodi la Sacra Scrittura è quello di contribuire secondo i suddetti principi alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura. Lo studio scientifico dei testi sacri è importante, ma non è da solo sufficiente perché rispetterebbe solo la dimensione umana. Per rispettare la coerenza della fede della Chiesa l’esegeta cattolico deve essere attento a percepire la Parola di Dio in questi testi, all’interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferimento la ricerca esegetica resterebbe incompleta, perdendo di vista la sua finalità principale, con il pericolo di essere ridotta ad una lettura puramente letteraria, nella quale il vero Autore – Dio – non appare più. Inoltre, l’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Questa norma è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l’esegesi e il Magistero della Chiesa. L’esegeta cattolico non si sente soltanto membro della comunità scientifica, ma anche e soprattutto membro della comunità dei credenti di tutti i tempi. In realtà questi testi non sono stati dati ai singoli ricercatori o alla comunità scientifica «per soddisfare la loro curiosità o per fornire loro degli argomenti di studio e di ricerca» (Divino afflante Spiritu, EB 566). I testi ispirati da Dio sono stati affidati in primo luogo alla comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la vita di fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa finalità condiziona la validità e l’efficacia dell’ermeneutica biblica. L’Enciclica Providentissimus Deus ha ricordato questa verità fondamentale e ha osservato che, lungi dall’ostacolare la ricerca biblica, il rispetto di questo dato ne favorisce l’autentico progresso. Direi, un’ermeneutica della fede corrisponde più alla realtà di questo testo che non una ermeneutica razionalista, che non conosce Dio.
Essere fedeli alla Chiesa significa, infatti, collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti canonici come parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con grande chiarezza: «Tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio» (Dei Verbum, 12). Come ci ricorda la summenzionata Costituzione dogmatica esiste una inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono esser accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza» (Dei Verbum, 9). Come sappiamo, questa parola “pari pietatis affectu ac reverentia” è stata creata da San Basilio, è poi stata recepita nel Decreto di Graziano, da cui è entrata nel Concilio di Trento e poi nel Vaticano II. Essa esprime proprio questa inter-penetrazione tra Scrittura e Tradizione. Soltanto il contesto ecclesiale permette alla Sacra Scrittura di essere compresa come autentica Parola di Dio che si fa guida, norma e regola per la vita della Chiesa e la crescita spirituale dei credenti. Ciò, come ho già detto, non impedisce in nessun modo un’interpretazione seria, scientifica, ma apre inoltre l’accesso alle dimensioni ulteriori del Cristo, inaccessibili ad un’analisi solo letteraria, che rimane incapace di accogliere in sé il senso globale che nel corso dei secoli ha guidato la Tradizione dell’intero Popolo di Dio.
Cari Membri della Pontificia Commissione Biblica, desidero concludere il mio intervento formulando a tutti voi i miei personali ringraziamenti e incoraggiamenti. Vi ringrazio cordialmente per l’impegnativo lavoro che compite al servizio della Parola di Dio e della Chiesa mediante la ricerca, l’insegnamen­to e la pubblicazione dei vostri studi. A ciò aggiungo i miei incoraggiamenti per il cammino che resta ancora da percorrere. In un mondo dove la ricerca scientifica assume una sempre maggiore importanza in numerosi campi è indispensabile che la scienza esegetica si situi a un livello adeguato. E’ uno degli aspetti dell’inculturazione della fede che fa parte della missione della Chiesa, in sintonia con l’accoglienza del mistero dell’Incarnazione. Cari fratelli e sorelle, il Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e divino Maestro che ha aperto lo spirito dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scritture (cfr Lc 24,45), vi guidi e vi sostenga nelle vostre riflessioni. La Vergine Maria, modello di docilità e di obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere sempre meglio la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura, non soltanto attraverso la ricerca intellettuale, ma anche nella vostra vita di credenti, affinché il vostro lavoro e la vostra azione possano contribuire a fare sempre più risplendere davanti ai fedeli la luce della Sacra Scrittura. Nell’assicurarvi il sostegno della mia preghiera nella vostra fatica, vi imparto di cuore, quale pegno dei divini favori, l’Apostolica Benedizione.

OMELIA 20 OTTOBRE 2013 29A DOMENICA : PREGARE SENZA STANCARSI

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/29-Domenica-2013-C/29-Domenica-2013_C-MP.html

20 OTTOBRE 2013 | 29A DOMENICA – T. ORDINARIO C | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

PREGARE SENZA STANCARSI

« Annunzia la parola! »
« I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono dal Signore, cui è data ogni potestà in cielo e in terra, la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo a ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza (cf Mt 28,18-20; Mc 16,15-16; At 26,17) » (Lumen gentium, 24). « Tra le funzioni principali dei vescovi eccelle la predicazione del Vangelo » (Lumen gentium, 25).
« I presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno innanzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio, affinché seguendo il mandato del Signore: Andate nel mondo intero a predicare il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16,15), possano costituire e incrementare il popolo di Dio » (Presbyterorum ordinis, 4).
I diaconi « servono il popolo di Dio nel ministero della liturgia, della predicazione e della carità » (Lumen gentium, 29).
Fedele alla sua missione, la Chiesa non si stanca di ripresentare agli uomini gli insegnamenti della Parola di Dio, memore della solenne affermazione del Maestro: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » (Mc 13,31). Quando proclama come primo dovere del vescovo e del presbitero il « ministero della parola » (At 6,4), essa riecheggia il chiaro ed energico ammonimento che l’apostolo Paolo, o, comunque, l’autore ispirato da Dio rivolgeva all’ »uomo di Dio » posto dallo Spirito Santo come vescovo a reggere la Chiesa (cf At 20,28): « Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina ». Gli ricorda il grave dovere, lo fa in nome di Cristo giudice e re, gli spiega come lo deve adempiere. Se queste parole obbligano a un severo esame di coscienza coloro che il Cristo chiama « gli araldi della fede… i dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo » (Lumen gentium, 25, dei vescovi), « consacrati a predicare il Vangelo » (Lumen gentium, 28, dei presbiteri), esse suonano nello stesso tempo monito a tutti i credenti, vescovi, preti, diaconi, laici, ad ascoltare con fede la Parola di Dio: quella che è contenuta nelle Sacre Scritture, che, ispirate da Dio, ci istruiscono per la salvezza, ci insegnano, convincono, correggono e formano a una vita di giustizia, cioè retta e virtuosa, ci preparano al compimento delle opere buone.
Ma prima l’apostolo ha esortato Timoteo a rimanere saldo in ciò che ha appreso, s’intende anzitutto a viva voce, non solo da lui stesso (cf 2 Tm 1,13), ma già dall’infanzia, attraverso l’educazione ricevuta in famiglia, dove ben presto fu introdotto alla conoscenza dell’Antico Testamento. Prima aveva nominato, elogiandole per la « fede schietta » che gli avevano comunicato, la nonna di Timoteo Loide e la madre Eunice (2 Tm 1,5). Fossero così solleciti i genitori cristiani (e anche i nonni!), che troppo spesso delegano l’adempimento di questi doveri alla parrocchia, quando non lo trascurano del tutto!…

Pregare con fede
La Parola di Dio è d’una ricchezza inesauribile. Per le verità che ci fa conoscere: al centro, Gesù Signore, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per noi, che ci rivela il Padre e ci conduce a lui nello Spirito Santo. Per la via dei suoi comandamenti ch’egli ci fa conoscere, per la quale ci invita e ci aiuta a « correre » dilatando il nostro cuore (cf Sal 118,27.32). Così si vive la vita cristiana che, diceva s. Ignazio d’Antiochia, ha come principio la fede e come fine l’amore.
In questa domenica, la 1ª lettura e il Vangelo ci propongono un tema di massima importanza nella vita del cristiano: la preghiera. E come pregare? Fra le varie risposte che si potrebbero dare ne scegliamo due che in questi passi hanno particolare rilievo. La prima risposta è: pregare con fede. « Se manca la fede », afferma perentoriamente s. Agostino, « non c’è preghiera ». E cita Paolo: « Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? » (Rm 10,13-14).
Prega con fede Mosè, che, mentre ordina a Giosuè di uscire in battaglia contro gli Amaleciti, sceglie per sé la parte dell’orazione.
Dirà Paolo: « Voglio che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese » (1 Tm 2,8). Pregare con le braccia aperte, alzando gli occhi al cielo (come Gesù, Gv 17,1), è un gesto menzionato spesso dalla Parola di Dio, vivo ancora nella liturgia, nelle orazioni presidenziali, nel canone, nel Padre nostro. Pregare con fede. Come il Salmista. Egli si domanda: « Da dove mi verrà l’aiuto? » e risponde senza esitazione: « Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra ». E l’interlocutore (se dobbiamo vedere in questo salmo un dialogo) risponde riaffermando con entusiasmo la sua fede e la sua fiducia nell’aiuto di Dio: « Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode… Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre… Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita ». Pregare con fede. Perché è « per mezzo della fede in Cristo Gesù che si ottiene la salvezza ».
Abbiamo qui un’eco della dottrina che Paolo considera capitale, specialmente nelle lettere ai Galati e ai Romani. Sappiamo che « l’uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo » (Gal 2,16); « Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù » (3,26); « Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo », da quella fede che « opera per mezzo della carità » (5,5-6), che ci fa camminare secondo lo Spirito (cf 5,16), che ci fa crocifiggere la nostra carne con le sue passioni e i suoi desideri, vivere dello Spirito e camminare secondo lo Spirito (cf 5,24-25).
Poveri noi se, dimenticando che siamo « giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Gesù Cristo » (Rm 3,24), che Gesù « è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione » (4,25), che « Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (5,8), confidiamo nelle nostre opere buone, prescindendo dalla fede in colui che è il solo « mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti » (1 Tm 2,5-6).
Vogliamo ascoltare uno dei tanti commenti che fa s. Agostino a questi e altri passi simili di san Paolo? « Non dimentichiamo quanto ci dice l’apostolo: « Per questa grazia siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene » (Ef 2,8-9). Ribadisce: « Per grazia siete stati salvati » (Ef 2,5). In realtà non vi era in precedenza nella nostra vita nulla di buono, che Dio potesse apprezzare e amare, quasi avesse dovuto dire a se stesso: « Andiamo, soccorriamo questi uomini, perché la loro vita è buona ». Non poteva piacergli la nostra vita col nostro modo di agire, però non poteva dispiacergli ciò che egli stesso aveva operato in noi. Pertanto condannerà il nostro operato, ma salverà ciò che egli stesso ha creato ». Continuerà ammonendo: « Questa è la grazia che abbiamo ricevuto. Viviamo perciò in modo degno di essa, per non fare oltraggio a un dono sì grande. Ci è venuto incontro un medico tanto buono e valente da liberarci da tutti i nostri mali. Se vogliamo di nuovo ricadere nella malattia, non solo recheremo danno a noi stessi, ma ci dimostreremo anche ingrati verso il nostro medico ».
Pregare con fede. Perché la nostra preghiera si rivolge a Dio giusto, che « farà grazia ai suoi eletti ». Il brano evangelico si conclude con una interrogazione di cui non è facile capire il senso preciso: « Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? ». Si riferirà forse a un tempo di persecuzione, quando professare la fede sarà diventato difficile e molti cederanno di fronte alle minacce, al pericolo della vita? (È la condizione in cui si trovano anche oggi non pochi nostri fratelli). O vorranno esprimere, queste parole, l’angoscia di Gesù che si interroga sul risultato dell’annuncio messianico, lui che lascia agli uomini la libertà di rispondere con un sì o con un no alla sua parola? In ogni caso, è anche questa una viva e preoccupata esortazione alla fede, come tante volte si ode dalla bocca del Maestro.

« Pregare sempre, senza stancarsi »
Il Vangelo parla chiaro: mentre altre volte il significato, la « morale » della parabola viene indicata come conclusione del racconto o affidata all’intelligenza degli uditori, qui è dichiarata già da principio: « Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi ». Ma ritorniamo alla 1ª lettura. Qui si dice apertamente che « Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza ». Ma l’importante è che egli, sostenuto dai fedeli Aronne e Cur, non desistette da quell’atteggiamento di preghiera « fino al tramonto del sole ». E fu esaudito: « Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo ». L’insegnamento della parabola evangelica è ancora più chiaro. Quella povera vedova, vittima di gente ingiusta e senza scrupoli, come càpita spesso a chi è debole e solo, non si limita a mandare una supplica al giudice: « Andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario ». I suoi ripetuti tentativi sembravano inutili. Forse, nella piccola città in cui quel tale faceva da padrone, lo sapevano tutti che egli era un uomo senza timor di Dio e che non rispettava nessuno. Quanti si saranno rassegnati a subire l’ingiustizia dopo aver bussato invano a quella porta! Forse quella vedova si sarà sentita dire: « Non ti rendi conto che batti la testa contro un muro? ». Ma non si perse d’animo; alla fine, il giudice, non per rimorso di coscienza o per buon cuore, ma solo per levarsi d’intorno una noia, si decise a farle giustizia.
Gesù non voleva certo raffigurare Dio, giusto e infinitamente buono, nella persona del giudice iniquo. Voleva dirci: se persino costui, che era quello che sapete, alla fine ha dato ascolto alle preghiere di quella poveretta, potreste dubitare che Dio esaudisca la vostra preghiera, quando pregate con fede e senza stancarvi? Quanto più se preghiamo, come nella celebrazione dell’Eucaristia, « per Cristo, con Cristo e in Cristo », presente sull’altare come nel cielo, « sempre vivo per intercedere » a nostro favore (Eb 7,25).

Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola, Anno C,

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

Saint Luke the Evangelist Russian Icon (image from Wikimedia)

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Publié dans:immagini sacre |on 17 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SAN LUCA EVANGELISTA

http://www.cristianesimo.altervista.org/vangeli/sanluca.htm

SAN LUCA EVANGELISTA

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.
Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.
Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente:  visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’EVANGELISTA: PENSIERO E TEOLOGIA
Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola.
Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».
Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].

NOTE SUL SITO

Publié dans:SANTI, SANTI EVANGELISTI |on 17 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
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