LA CONVERSIONE DI PAOLO, MITO FONDATORE DELLA CULTURA MODERNA CRISTIANA?

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LA CONVERSIONE DI PAOLO, MITO FONDATORE DELLA CULTURA MODERNA CRISTIANA?

di Mauro Pesce

(Mauro Pesce biografia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Pesce

Si può dire con una certa sicurezza che la conversione di Paolo abbia costituito in passato una delle narrazioni principali su cui si è costruita la nostra cultura. Alcuni celebri dipinti del Cinquecento del Seicento e del Settecento che la raffigurano costituiscono in qualche modo una manifestazione plastica di questo racconto. Lo schema iconografico che vi sta alla base è diventato uno dei simboli principali della nostra cultura religiosa moderna. Un esempio di questa raffigurazione è proprio la pala seicentesca della Caduta di san Paolo attribuita a Carlo Bonomi che si trova nella chiesa di San Paolo in Monte a Bologna presso di cui oggi parliamo.
In questa iconografia, Paolo è raffigurato, ad esempio da parte di Caravaggio, come caduto da cavallo, folgorato da una luce divina che lo atterra nel momento stesso in cui sta agendo con forza per perseguitare la chiesa nascente, secondo il triplice racconto degli Atti degli Apostoli (9,1-9; 22,6-11; 26,12-18). Per lunghi secoli questa immagine e questa conversione ha rappresentato i rapporti tra ebrei e cristiani, tra ebraismo e cristianesimo. L’accecamento di Paolo è simile a quello della Sinagoga, rappresentata cieca nell’iconografia medievale. Cristo è la luce, l’ebraismo rappresenta le tenebre. La conversione è il passaggio dalla fede ebraica a quella cristiana. Ma l’ebraismo non è solo tenebra, è anche ostilità, ostilità mortale verso la chiesa e i cristiani. Paolo, come ebreo perseguita Cristo. Ma Dio lo annienta. Lo getta a terra e lo acceca. La sua potenza si rivela debolezza, la sua pretesa religione si rivela cecità, il suo ardore persecutorio si rivela per quelle che è: odio verso la verità di Dio. L’ebraismo che si pretende fedele a Dio non è in realtà che la sua negazione.
In questa visione tutto è chiaro: la conversione di Paolo è la conversione dall’ebraismo al cristianesimo. Questa immagine, quest’iconografia così diffusa e amata, è il simbolo del rapporto tra le due religiosi. Gli ebrei debbono convertirsi al Cristianesimo, Gli ebrei rappresentano un pericolo, una forza ostile che si scatena, quando può, contro i cristiani. Necessità della conversione, necessità di neutralizzare il pericolo.
In realtà, tutta questa visione che riduce la conversione di Paolo a una conversione dall’ebraismo al cristianesimo non è affatto contenuta nell’iconografia che conosciamo, e soprattutto non è contenuta nel triplice racconto degli Atti degli Apostoli. Gli studi biblici recenti ci hanno mostrato che si tratta di una costruzione culturale che per secoli è stata proiettata sulla cosiddetta conversione di Paolo la quale, nel racconto degli Atti e nella esperienza religiosa dello stesso Paolo, ebbe invece un altro significato. La celebre iconografia moderna della conversione di Paolo che tuttora continuiamo ad incontrare nelle nostre chiese e nei nostri musei richiede una rilettura critica. Un esame approfondito del tema della conversione di Paolo di Tarso ci pone al cuore di uno dei grandi problemi della trasformazione culturale profonda in cui il mondo di oggi e quindi anche quello italiano si trova.
Una prima osservazione è che la caduta da cavallo che fa parte di questa iconografia moderna ormai classica non è affatto presenta nel racconto degli Atti degli Apostoli che non menziona affatto la presenza di un cavallo.[1] L’iconografia antica passa da una visione in cui Paolo si getta a terra volontariamente a «una caduta subita, che fa di Paolo la vittima passiva di una prova da superare il cui emblema è la destabilizzazione».[2] L’iconografia del XII secolo porterà poi due ulteriori sostanziali modifiche: la raffigurazione antropomorfica del Cristo e l’interpretazione della caduta come caduta da cavallo. Questa caduta diventa «L’archetipo della violenza subita che disarciona l’orgoglio».[3]
2. La revisisone dell’idea classica della conversione di Paolo, come sintomo di un passaggio culturale.
Un grande mutamento culturale è in atto, che investe alla radice le basi delle nostre tradizioni. Fra queste tradizioni c’è anche la Bibbia e le origini del cristianesimo. Non si tratta di negare le nostre radici bibliche, ma di rendersi conto che il nostro modo di leggerle è stato per secoli determinato da una cultura che ora volge decisamente al tramonto. Ma questa cultura, che è la nostra, e che per tanto tempo ci è apparsa come parte integrante del messaggio biblico, del messaggio di Gesù e di quello neotestamentario, in realtà non corrisponde al messaggio biblico.
In altre parole, per comprendere il significato storico della conversione di Paolo è anzitutto necessaria una nostra conversione. Una conversione al mondo delle origini cristiane in modo da poter guardare a Paolo, che delle origini cristiane è uno dei pilastri, con lo sguardo di allora e non con quelli di una stsoria che si è poco a poco accumulata su di noi.
Ci troviamo qui in un edificio, in un’istituzione, che si richiama a Francesco di Assisi. E Francesco sta al cuore dell’aspirazione alla conversione. Francesco ha posto in modo radicale la povertà di Gesù come l’obiettivo fondamentale della conversione della chiesa e prima di tutto di quella sua personale conversione. Se ci poniamo nello spirito radicale di Francesco, siamo quindi nell’atteggiamento ideale per capire quale profondo bisogno di conversione morale e intellettuale è nececessario per comprendere la vera natura della conversione di Paolo e per cancellare l’immagine erronea che ne abbiamo. Quale conversione è necessaria, allora, per poterci quindi avvicinare a Paolo e alla sua straordinaria esperienza?
Una parte di questa conversione al mondo delle origini è stata operata alla metà del Novecento dal Papa Pio XII, che, nel 1943, rivolse alla chiesa cattolica una lettera enciclica rimasta poi come punto di riferimento essenziale per gli studi biblici: la enciclica Divino Afflante Spiritu. Si trattava del primo vero e ampio testo ermeneutico sulla Bibbia di questi cento anni, e forse l’unico, certo il più decdesivo. La Dichiarazione sulla verità storica dei Vangeli del 1964 l’avrebbe in certo qual modo prolungato e portato a compimento. Certo, la costituzione dogmatica Dei Verbum del concilio Ecumenico Vaticano II sarebbe stato un documento di valore teologico molto più alto, ma la base ermeutica decisiva sta nel documento precedente del 1943.[4] Si trattava di un testo teologico molto articolato. Una prima affermazione fondamentale che esso contiene riguarda provvidenzialità dell’apporto conoscitivo nuovo e più profondo della Bibbia che si è verificato grazie alle scoperte archeologiche e letterarie:
«Tutto questo [cioè le scoperte archeologiche e letterarie], che non senza provvido consiglio di Dio fu concesso alla nostra età, invita ed in certo modo ammonisce gli interpreti delle sacre lettere a valersi premurosamente di tanta luce per scrutare più a fondo le Divine Pagine, illustrarle con più precisione, esporle con maggiore chiarezza».[5]
L’enciclica poi afferma, e questo è un secondo punto fondamentale, il progresso conoscitivo degli studi esegetici moderni rispetto alle età precedenti, compresa quella patristica. In alcuni casi, infatti, «agli stessi Padri» alcuni punti sono rimasti «ardui e quasi inaccessibili». In altri casi,
«solamente l’età moderna scoperse difficoltà prima insospettate dappoiché una conoscenza ben più profonda dei tempi antichi fece sorgere nuove questioni, per le quali si getta più addentro lo sguardo nel soggetto».[6]
In sostanza: la ricerca biblica, fondata su rigorosi metodi storici e filologici e sui dati che emergono dall’archeologia e dalle scienze documentarie dell’antichità permette di ricostruire il significato storico originario dei testi biblici.
Ora, la moderna scienza biblica, che ci permette di comprendere l’esperienza di Paolo alla luce del suo tempo, è pressoché concorde nell’affermare che non si può considerare la conversione di Paolo nel vecchio senso di un passaggio di religione. Di una conversione dall’ebraismo al cristianesimo, per Paolo, non si può più parlare.[7]
Lo si può ben verificare se si leggono le pagine che al tema dedicò nel 1993 un padre gesuita, professore di Storia del cristianesimo presso l’Università di Roma, Giancarlo Pani, che esprime un parere abbastanza moderato offrendo una panoramica delle principali tendenze della ricerca di allora.[8] Pani ci ricorda che una festa dedicata alla Conversio Sancti Pauli, esiste, al 25 gennaio, nella liturgia latina. «Non si tratta però di una festa antichissima poiché non se ne ha testimonianza prima del sec. X. L’antica liturgia romana conobbe, nel martirologio geronimiano, la Translatio S.Pauli apostoli, che solo molto più tardi divenne – forse perché si era perduto il significato della festa – Translatio et conversio S.Pauli in Damasco, o più semplicemente Festum in Conversione S.Pauli: così si trova, per la prima volta, nel calendario della corte papale compilato nel 1227, poi nel messale dei Minoriti, e infine in quello di Pio V».[9]
Bisogna, anzitutto, dire che Paolo non è si mai convertito. Certo, egli ha operato nella sua vita a un certo punto un cambiamento radicale e i grandi pittori dell’eta moderna, nei loro dipinti, ci rappresentano plasticamente molto bene questo cambiamento: Paolo accecato e atterrato. Si tratta certamente di un momento drammatico di cambiamento e di svolta nella sua vita. Paolo però non definisce mai il suo cambiamento di vita e di idee come una conversione, non usa mai la parola greca metanoia o il verbo metanoein per definire il proprio cambiamento.
Per conversione, infatti, si possono intendere due cose diverse: il passaggio da una vita sregolata e immorale a una vita santa oppure il passaggio da una religione a un’altra. Nel primo caso si tratta di conversione morale: un passaggio dal male al bene. Nel secondo si tratta di conversione religiosa (un transito da un gruppo religioso ad un’altro). Nella parabola del Vangelo di Luca, in cui il figlio dissipatore, dopo avere sperperato tutti i suoi soldi con prostitute, decide di mettersi sulla retta via e torna a casa dal padre, si parla di una conversione morale. Ma Paolo non si convertì da una pratica di vita immorale ad una buona. Per questo, dobbiamo dire che, da questo punto di vista, Paolo non si è mai “convertito”. Di una sua conversione morale certamente non si tratta perché egli dice chiaramente nella Lettera ai Filippesi – che è sicuramente scritta da lui – che prima di credere in Gesù egli era “irreprensibile (amemptos) quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3,6) e la legge non significa solo un insieme di prescrizioni formali, liturgiche o rituali, ma si tratta della legge morale del decalogo che è il nucleo fondamentale di quella biblica. Si tratta, come dice Paolo stesso, della giustizia (dikaiosynê) che è la base della moralità ebraica. Da questo punto di vista morale, egli si definisce «irreprensibile».
Il passaggio alla fede in Gesù non è quindi motivato dal bisogno di abbandonare una vita immorale. Paolo non aderisce a Gesù per cambiare vita. La sua non è una conversione etica. Non si tratta del grande peccatore che torna sulla retta via.
Ma anche nel secondo senso del termine, quello religioso, non si può dire che Paolo si sia convertito. Chi abbandona la propria religione per aderire ad un’altra è un apostata per i suoi antichi correligionari. Giuliano, il grande imperatore del IV secolo, che prima era cristiano e poi abbandona il cristianesimo, è passato alla storia sotto il nome denigratorio di “Apostata”. Paolo non fu un apostata. Su questo punto l’esegesi è pressoché concorde. Mons. Romano Penna, uno dei maggiori specialisti di Paolo in Italia, precisa che ai tempi di Paolo il cristianesimo ancora non esisteva e che comunque Paolo, nelle sue lettere, non usa mai il termine cristiano.[10] Nelle nostre ricerche Adriana Destro ed io abbiamo mostrato che Paolo definisce i seguaci di Gesù con due epiteti: i santi e i fratelli.[11] Paolo non è un cristiano, ma un ebreo, come recenti libri più volte sottolineano. Ma su questo punto dobbiamo fermarci più a lungo ed è bene che esaminiamo da vicino i testi che ce ne parlano.
Anzitutto, cominceremo col dire che, se anche non bisogna parlare di conversione, tuttavia ciò che Paolo sperimentò fu un grande cambiamento e una grande svolta nella sua vita. Anzi, si trattò di un cambiamento radicale e di grande efficacia e ricco di conseguenze, sia pratiche che intellettuali. Gli Atti degli apostoli ci riportano per ben tre volte l’evento che causò questo mutamento (nei capitoli 9, 22 e 26). Come abbiamo già detto, e lo spesso Paolo ne parla, soprattutto nella Lettera ai Galati e nella Lettera ai Filippesi, ma in realtà in modo abbastanza diverso da quanto troviamo nei racconti degli Atti degli Apostoli. Lo storico dovrà quindi rivolgersi alle fonti più attendibili e mettere tra parentesi il racconto degli Atti, scritti trent’anni dopo le lettere e da un autore di cui non siamo assolutamente certi che abbia conosciuto Paolo, ma che comunque spesso non presenta fedelmente il suo pensiero.
Un punto di rilevanza estrema, se si vuole comprendere il cambiamento di Paolo è che esso non consiste nella negazione di qualcosa che egli faceva prima. Non sta nel cambiare uno stile di vita o una serie di credenze prima abbracciate e ora negate per potere aderire ad altre. Il punto non sta nella negazione. Il cambiamento consistette in un evento, un’apparizione di Gesù, una rivelazione che aveva come contenuto Gesù stesso. Paolo sapeva bene che Gesù era morto, ma ora il fatto che gli apparisse in una rivelazione straordinaria stava a dimostrargli che egli era di nuovo vivo: Gesù era risorto. Anzi, secondo Paolo fu Dio stesso a fargli apparire Gesù. Nella Lettera ai Galati Paolo scrive: «…. colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai gentili…» (Gal 1,15-16). E nella Lettera ai Filippesi Paolo parla della «sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore». È il venire a conoscere che Gesù vive che convince Paolo. Il punto d’inizio del cambiamento sta in una conoscenza ottenuta mediante rivelazione. Paolo lo dice chiaramente nella Prima lettera ai Corinzi (15,8): «Cristo apparve anche a me». E’ un’apparizione di Gesù risorto che cambia la sua vita.
Prima di allora, Paolo non credeva che Gesù fosse risorto. Non approvava le idee dei suoi seguaci che annunciavano la risurrezione di Gesù. Ora, invece, Paolo sa che Gesù è risorto e a questo punto sa che si sbagliava nel combattere i seguaci di lui. E nella Lettera ai Filippesi Paolo parla della «sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (3,8). È il venire a conoscere che Gesù vive che lo convince che qualcosa di fondamentale è accaduto, che Dio è intervenuto nella storia degli uomini in un modo particolare e definitivo: l’inizio della risurrezione dei morti.<span> </span>
Ma, in ogni caso, la fede nella risurrezione di Gesù non provoca un cambiamento di religione. Paolo era fariseo e quindi apparteneva ad un gruppo di ebrei che credevano nella risurrezione finale dei corpi morti, a differenza di altri ebrei che non consideravano fondamentale questa credenza. Paolo, quindi, non cambia religione per credere in Gesù, ma – al contrario – diventa seguace di Gesù proprio perché rimane nella sua religione di prima e di sempre. Il Dio che gli rivela Gesù è il Dio biblico ebraico in cui egli credeva prima. Fu, infatti, Dio stesso a fargli apparire Gesù. Nella lettera ai Galati Paolo scrive:
«…. colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai gentili,..» (Gal 11,15-16).
È difficile dire se si tratti in questo caso della stessa rivelazione di cui Paolo parla nella Prima lettera ai Corinzi al capitolo 15. La teoria condivisa dai farisei della risurrezione dei morti è la dottrina che egli condivideva molto prima di diventare seguace di Gesù, ed è questa dottrina che gli permette di credere a Gesù.
Come ha scritto Bruce Chilton: la conversione è “non dal “giudaismo” al cristianesimo”, perché questi termini non significavano ancora qualcosa in contrasto l’uno con l’altro» …. Paolo fu inviato a «compiere lo scopo di Israele, non a distruggerlo», a «portare la relazione con Dio, che era privilegio di Israele, a coloro che non avevano mai conosciuto la legge di Mosè».[12]
Siccome Paolo credeva – in quanto ebreo – che alla fine dei tempi ci sarebbe stata la risurrezione dei corpi morti, quando gli apparve Gesù egli pensò che l’evento finale del mondo fosse arrivato perché Dio aveva risuscitato Gesù Cristo e gli aveva conferito una potere particolare nell’attesa della fine imminente quando tutti gli uomini sarebbero risorti.[13] Se Gesù era risorto, significava che la fine di questo mondo era iniziata, perché era iniziata la risurrezione dai morti.
Paolo nella Prima lettera ai Corinti dice chiaramente che la risurrezione di Gesù è come la primizia, come i primi frutti che anticipano il raccolto (cioè la risurrezione di tutti i morti) che verrà dopo. Con Gesù la fine è appena iniziata, poi verrà davvero la fine:
Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. [Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (1 Cor 15, 20-26).
E siccome era giunta la fine, Paolo comincia a pensare che si dovevano realizzare gli eventi che le attese giudaiche del tempo pensavano che si sarebbero realizzati nel periodo della fine (la risurrezione, il giudizio universale finale, e l’unione dei santi con Dio nel paradiso situato al di sopra dei cieli), ma prima ancora della risurrezione avrebbe dovuto realizzarsi la conversione all’unico Dio ebraico di tutti i popoli non ebrei. Paolo pensava – come i profeti biblici (cfr. Is 60; 2,3-4; 25,6-9; 49,22-26; 51,4-5; 55,4-5; 56,3-8; 66,18-22; Zac 8,20-23) – che, al momento della fine tutte le genti (cioè i non-Giudei) si sarebbero convertite all’unico Dio. Anche da questo punto di vista Paolo rimane un ebreo e non diventa un cristiano, non cambia religione. Egli ragiona da buon ebreo tradizionale Che Paolo pensasse come i profeti biblici lo sappiamo da un brano della Prima lettera ai Corinzi:
Se, per esempio, quando si raduna tutta la comunità, tutti parlassero con il dono delle lingue e sopraggiungessero dei non iniziati o non credenti, non direbbero forse che siete pazzi? Se invece tutti profetassero e sopraggiungesse qualche non credente o un non iniziato, verrebbe convinto del suo errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è fra voi (1 Cor 14,23-25)[14].
Il testo del libro di Zaccaria prevedeva a che alla fine dei tempi i non giudei sarebbero andati in pellegrinaggio a Gerusalemme convertendosi al Dio unico e vero, riconoscendo che «Dio è tra voi». Ora questo si realizza nelle riunioni della chiesa di Corinto: quando un non ebreo entra in una di quelle riunioni viene interpellato da chi ha il dono profetico e riconosce “Dio è fra voi” esattamente come aveva previsto Zaccaria:
Dice il Signore degli eserciti: «Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti; ci vado anch’io. Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a consultare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore». Dice il Signore degli eserciti: «In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi» (Zac 8,20-23).
Quando Paolo dice che quando un non-ebreo entra nella comunità dei seguaci di Gesù si manifestano «i segreti del suo cuore», ed egli « prostrandosi a terra» adora Dio, sta implicitamente affermando che si realizza nella chiesa quanto previsto dal profeta Daniele
Allora il re Nabuccodònosor piegò la faccia a terra, si prostrò davanti a Daniele e ordinò che gli si offrissero sacrifici e incensi. Quindi rivolto a Daniele gli disse: «Certo, il vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei re e il rivelatore dei misteri, poiché tu hai potuto svelare questo mistero» (Dan 2,46-47).
Come il re Nabuccodonosor si prostra e compie un atto di adorazione e riconosce che il Dio ebraico è quello vero perché Daniele ha rivelato dei misteri nascosti, così in seguito alla rivelazione dei segreti dei cuori da parte dei profeti della chiesa, i non Giudei riconoscono che il Dio vero è quello ebraico e si prostrano.
In sostanza, l’idea che emerge dalle ricerche recenti è che Paolo vive e interpreta l’esperienza della rivelazione che cambia la sua vita come un fatto interno alla sua esperienza giudaica. Non si tratta di qualcosa che lo faccia uscire dal giudaismo, ma invece di qualcosa che lo orienta a prendere una strada precisa all’interno del giudaismo stesso. La rivelazione cambia da alcuni unti di vista il suo modo di essere giudeo, ma in nessun modo lo attenua e tanto meno lo abolisce e neppure lo pone in crisi.
Per D.Boyarin, il problema che Paolo aveva era quello di conciliare l’esigenza universalistica della Legge biblica con il fatto che essa era rivolta ad un solo popolo e conteneva elementi che lo spingevano a differenziarsi dagli altri. Questo problema derivava dalla sua doppia formazione filosofico – ellenistica da un lato e giudaica dall’altro.

Così descrive Boyarin la conversione di Paolo:
«Un ebreo entusiasta del I secolo che parla greco, un certo Saul di Tarso, sta camminando su una strada, con la mente tormentata da un problema su cui si arrovella. La Torah nella quale egli crede fermamente, pretende di costituire il testo rivelato dall’unico vero Dio di tutto il mondo, che ha creato il cielo e la terra e tutta l’umanità e tuttavia il suo contenuto primario è la storia di un popolo particolare – quasi una famiglia – e le pratiche che prescrive sono spesso pratiche che segnano la particolarità di questa tribù, la sua tribù. Il motivo del tormento di Saul sta nella sua decisa dedizione alla verità dell’annuncio di quella Torah e alla sua pretesa di validità universale… Mentre cammina, assorto e tormentato, all’improvviso Saul sperimenta un momento di accecante intuizione. Talmente ricca e rivelatrice che egli comprende che si è trattato di una rivelazione. Un’apocalisse. Proprio quella setta, lungi dal meritare la persecuzione, fornisce la risposta al grande dilemma che Paolo ha di fronte. La nascita di Cristo come un essere umano e come un giudeo, la sua morte e la sua risurrezione in quanto spirituale e universale costituiva il modello e la apocalisse della trascendenza di quella Torah fisica e particolare, valida solo per i Giudei grazie al suo referente spirituale e universale per tutti. In quel momento Saul era morto e Paolo era nato».[15]

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