SOLENNITÀ DI SAN FRANCESCO D’ASSISI – OMELIA – + Dionigi Card. Tettamanzi (Genova)

http://www.diocesi.genova.it/vescovo/tettamanzi/om001004.htm

SOLENNITÀ DI SAN FRANCESCO D’ASSISI – OMELIA

+ Dionigi Card. Tettamanzi

GENOVA, 4 OTTOBRE 2000

SAN FRANCESCO, IL NATALE E IL GIUBILEO 2000

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

la nostra annuale celebrazione di san Francesco, sempre sentita e festosa, riceve quest’anno una particolare solennità dal Grande Giubileo del 2000. Il cuore di questo Giubileo, come ben sappiamo, è una rinnovata, più intensa e gioiosa confessione di fede e di amore in Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio che si è fatto uomo nel grembo di Maria per essere nostro salvatore. Proprio la nascita di Gesù per noi è il mistero di grazia che il Giubileo intende ricordare, celebrare e vivere.
In questo senso ci viene spontaneo interrogarci sul posto e sul significato che il mistero del Natale, dell’incarnazione e della nascita di Gesù hanno avuto nella spiritualità di san Francesco.
Iniziamo dal fatto, semplice ma significativo, che il poverello di Assisi amava il Natale più di tutte le altre feste. E per quale ragione? La dichiara lui stesso nella Regola non bollata: « E ti rendiamo grazie, perché… hai fatto nascere lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre vergine beatissima santa Maria… » (23, 5). E ancora, come troviamo scritto nella Leggenda perugina: « Francesco aveva per il Natale del Signore più devozione che per qualunque altra festività dell’anno. Invero, benchè il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità, diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci. E voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli » (110: 1669).

Il presepio di Greccio
L’amore di Francesco per il bambino Gesù è rimasto legato alla famosa celebrazione del Natale a Greccio, nel 1223, tre anni prima della sua morte, quando egli, rappresentando al vivo la scena della nascita di Gesù, si fece « bambino col Bambino » che gli era apparso. Da allora, amò di amore particolare quel luogo e « soleva dire tutto felice ai frati: ‘Non esiste una grande città dove si siano convertite al Signore tante persone quanto ne ha Greccio, un paese così piccolo’ » (Leggenda perugina, 34: 1581).
E’ ancora diffusa l’opinione che sia stato proprio san Francesco a iniziare la tradizione del presepio nelle chiese, nei conventi e nelle case private. In realtà la questione è controversa e per questo la lasciamo volentieri agli studiosi di storia della pietà popolare e delle sue manifestazioni.
A noi, in questo momento liturgico, interessa riascoltare il primo racconto del presepio di Greccio, così come lo ha tracciato Tommaso da Celano, il biografo di san Francesco (Vita Prima, cap. XXX, nn.84-87). Il santo – leggiamo – si rivolge a un certo Giovanni, un uomo nobile e onorato che però « stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne », e gli dice: « Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e preparami quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello ».
Il Celano prosegue così il racconto: « E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme… Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile ».
A questo punto il racconto si sofferma sul momento centrale della scena di Greccio: la celebrazione dell’Eucaristia. Leggiamo: « Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso (Francesco) assapora una consolazione mai gustata prima ». E nella Messa c’è posto per la predica, che viene tenuta dal santo: « Francesco – leggiamo sempre nel racconto del Celano – si è rivestito dei paramenti diaconali… e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava ‘il Bambino di Betlemme », e quel nome ‘Betlemme’ lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come un belato di pecora ».
Qui sta la novità e l’originalità del presepio di san Francesco: « inventare un presepio eucaristico » (Cesario Van Hulst, Natale, in Dizionario Francescano, p.1072). Come nota san Bonaventura, per celebrare l’Eucaristia all’interno della scena del presepio, Francesco si era premunito dell’autorizzazione del Papa. Del resto non era molto frequente, allora, la celebrazione eucaristica su di un « altare portatile ».
Ora è nel « segno » eucaristico del pane e del vino che san Francesco « vede » il Dio vivo e vero che si è fatto carne povera e umile. E’ questo un tratto qualificante della sua visione di fede e della sua spiritualità: c’è un rapporto intimo tra l’incarnazione-nascita di Gesù a Betlemme e la sua venuta sull’altare del sacrificio eucaristico. In un certo senso, possiamo dire che il Natale continua nella vita della Chiesa e nella storia del mondo con la celebrazione dell’Eucaristia.
Come scrive nelle sue Ammonizioni, « Ecco, ogni giorno egli (il Figlio di Dio) si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine: ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo fisico vedevano solo la sua carne ma, contemplandolo con gli occhi della fede, credevano che egli era Dio, così anche noi, vedendolo pane e vino con gli occhi del corpo, vediamo e fermamente crediamo che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e veri. E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli così come egli dice: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo » (I, 144-145).
Proprio in questa prospettiva eucaristica, della « nascita » di Cristo sull’altare, possiamo cogliere il senso profondo di quanto leggiamo verso la fine del racconto di Tommaso da Celano sul presepio di Greccio. E’ in questione, infatti, la « nascita » di Gesù nel cuore degli uomini che si convertono e credono. Scrive dunque il biografo: « Uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo ». E commentando spiega: « La visione prodigiosa non discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria ».
E conclude: « Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia ». Potessimo anche noi sperimentare la pienezza di questa gioia ineffabile, propria di chi sa di avere nel cuore la vita divina della grazia, nutrita dalla comunione eucaristica frequente e devota al Corpo e al Sangue del Signore!

Chiamati a imitare Gesù povero e umile
Ma per quale ragione profonda san Francesco ha voluto il presepio di Greccio, la ripresentazione visiva della nascita di Gesù a Betlemme, illuminata per così dire dalla celebrazione dell’Eucaristia?
La risposta sta nelle parole iniziali del racconto, che ci immettono nel cuore stesso della spiritualità di san Francesco: « La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro » (cap. XXX, n. 84: 466-467).
Nessun dubbio al riguardo: per san Francesco la vita cristiana è essenzialmente sequela Christi, e dunque imitazione di lui. E’ questo il principio che egli stabilisce sin dalle primissime parole della Regola non bollata del 1221: « La regola e la vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo » (I, 4). Il latino è ancora più plastico ed efficace: vestigia sequi, seguire le orme, e dunque camminare sulla stessa strada percorsa da Gesù, secondo l’immagine giovannea del pastore che cammina davanti alle sue pecore (cfr. Giovanni 10, 4). E Francesco è il primo a presentarsi ai suoi frati come un ritratto vivente e affascinante di Cristo, come metterà in luce san Bonaventura.
In particolare è l’umanità del Figlio di Dio che diviene esempio e modello di vita, di atteggiamenti interiori e di comportamenti concreti da parte di san Francesco: l’umanità così come si mostra nella carne di Gesù a Betlemme e sulla croce. E’ un’umanità che parla di povertà e di umiltà.
E sono proprio queste le virtù che il santo « vede » nel presepio e che rendono singolarmente luminosa la sua vita. Risulta così quanto mai eloquente l’appellativo abituale di « poverello » con cui viene chiamato: e povero egli è, non solo perché spoglio di beni materiali, ma anche e soprattutto perché spoglio dell’orgoglio dello spirito, con l’unico desiderio di essere « immagine viva » della povertà e dell’umiltà di Cristo.
E’ questo il messaggio di estrema attutalità che san Francesco rivolge, innanzi tutto, ai suoi frati e a tutti noi. Se vogliamo seguire Cristo – un’esigenza centrale e irrinunciabile della vita cristiana – dobbiamo amare e vivere la povertà e l’umiltà.
Quanto hanno ascoltato Gesù parlare dell’Eucaristia, del « pane vivo » che è la sua carne e il suo sangue, hanno reagito dicendo: « Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? » (Giovanni 6, 60). Non è forse analoga la reazione della nostra società – europea, italiana e ligure – di fronte al messaggio evangelico – ma anche umano – della povertà e dell’umiltà?
Ma non è in questione soltanto il rifiuto dal parte del cosiddetto « mondo » nel quale noi tutti viviamo. E’ in questione anche, se non proprio il rifiuto, la dimenticanza, l’indifferenza, la banalizzazione da parte degli stessi cristiani. Diciamolo francamente: degli stessi sacerdoti e religiosi.
Sembrano lontanissimi gli anni del Vaticano II, quando si leggevano i testi conciliari sulla povertà della Chiesa. Questo, ad esempio: « E come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza… anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Cristo è stato inviato dal Padre ‘a dare la buona novella si poveri, a guarire quelli che hanno il suore contrito’ (Luca 4, 18), ‘a cercare e salvare ciò che era perduto’ (Luca 19, 10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo » (Lumen gentium, 8).
E letti i testi conciliari si finiva, allora, per diventare immediatamente polemici e fortemente contestatori: in genere, non nei riguardi di se stessi, ma degli altri, in particolare della Gerarchia, dei beni, delle strutture e iniziative della Chiesa.
Oggi, il Giubileo che stiamo celebrando e vivendo è occasione propizia, anche sospinti dall’invito del Santo Padre a « purificare la memoria », per distinguere tra critica ingiusta e persino velenosa e critica legittima e doverosa. Dove, comunque, la critica deve iniziare da ciascuno di noi, da ciascuna comunità e istituzione di Chiesa, come premessa necessaria a quella conversione che significa anche distacco dalla ricchezza e dalla superbia e imitazione amorosa della povertà e dell’umiltà di Cristo Signore.
E’ naturale che nella festa di san Francesco siano invitati a questo, in primo luogo, i frati francescani. Desidero rimandarvi, carissimi religiosi, alle pagine dell’esortazione Vita consecrata, di cui avete per la vostra vocazione la grave responsabilità di rendere credibili e incisive nella Chiesa e nella società d’oggi con la vostra vita povera e umile. Così al numero 90 ci è dato di leggere, tra l’altro: « Alle persone consacrate è chiesta una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità, anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo. Tale testimonianza si accompagnerà naturalmente all’amore preferenziale per i poveri e si manifesterà in modo speciale nella condivisione delle condizioni di vita dei più diseredati ».
Ma, in un certo senso, tutti noi dobbiamo essere « francescani », seguaci del Poverello di Assisi, come lui è stato di Gesù Cristo. E dunque poveri e umili. In profondità: essere veramente umili per essere giustamente poveri.
Lasciamo proprio alle labbra e al cuore di san Francesco di far risuonare dentro di noi la sua voce ammonitrice e suadente. Così scrive nella « Lettera a tutti i fedeli »: « Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, miti e puri… Mai dobbiamo desiderare di essere sopra gli altri, ma anzi dobbiamo essere servi e soggetti ad ogni umana creatura per amore di Dio E tutti coloro che faranno tali cose e persevereranno fino alla fine riposerà su di essi lo Spirito del Signore, ed Egli ne farà la sua dimora, e saranno figli del Padre celeste di cui fanno le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo » (IX, 199-200).

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