LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

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(il sito è sull’esicasmo)

APPROFONDIMENTI SULLA PREGHIERA DI GESU’

LEONARDO PINNELLI

PREGHIERA DI GESÙ E PREGHIERA DEL CUORE

 CAPITOLO QUARTO – LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

4.1 – La figura di San Francesco
 Abbiamo avuto modo di affermare già in precedenza che la preghiera del cuore è uno “stato” spirituale nel quale l’orante è costantemente immerso in Dio e lo contempla in ogni istante. Se questa affermazione, che abbiamo cercato di presentare nei suoi vari addentellati, nei paragrafi precedenti, è vera, significa che la preghiera del cuore non è da considerarsi una specie di “monopolio” di coloro i quali praticano la preghiera di Gesù – sia essa effettuata secondo il metodo di san Giovanni Climaco o secondo lo schema esicasta – ma può essere raggiunta da tutti. Perché il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Sal 145, 18). Il Signore si mostra  a quanti cercano il suo volto, il suo cuore. Se la preghiera continua è dono dello Spirito Santo, perché è lo Spirito di Dio che continuamente geme di fronte al volto del Signore (Gal 4, 6),  significa che l’orante è abitato in profondità dalla Sua presenza, è pneumatoforo (portatore dello Spirito Santo),  è santo.
In questa prospettiva possiamo certamente allargare l’orizzonte ecclesiale e  culturale della preghiera del cuore. A guardare con obiettività la questione ci si può rendere perfettamente conto che non solo nella Chiesa d’Oriente abita questa possibilità di contemplazione della presenza di Dio, ma anche nella chiesa d’Occidente non mancano le testimonianze in merito a questa “universalità” della preghiera del cuore, perché dove c’è la santità c’è la presenza dello Spirito di Dio.
Ci venga permesso un esempio che vogliamo trarre dagli insegnamenti di Doroteo di Gaza, esempio che non ha, per così dire, nulla di scientifico ma che può aiutarci nell’esplicazione di quanto andremo a trattare in questo paragrafo.
 Supponiamo che per terra ci sia un cerchio, cioè una linea tonda tracciata con un compasso dal centro. Centro si chiama propriamente il punto che sta  in mezzo al cerchio. Adesso state attenti a quello che vi dico. Pensate che questo cerchio sia il mondo, il centro del cerchio sia Dio, e le linee che vanno dal cerchio al centro siano le vie,  ossia i modi di vivere degli uomini. In quanto dunque i santi avanzano verso l’interno, desiderano avvicinarsi a Dio e si avvicinano gli uni agli altri, e quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si avvicinano l’un l’altro, e quanto più si avvicinano l’un l’altro, tanto più si avvicinano a Dio. Similmente immaginate anche la separazione. Quando infatti si allontanano da Dio e si rivolgono verso l’esterno, è chiaro che quanto più escono e si dilungano da Dio, tanto più si dilungano gli uni dagli altri, e tanto più si dilungano anche da Dio. Ecco, questa è la natura dell’amore. Quanto più siamo fuori e non amiamo Dio, altrettanto siamo distanti dal prossimo; se invece amiamo Dio, quanto più ci avviciniamo a Dio per mezzo dell’amore per lui, altrettanto ci uniamo all’amore del prossimo, e quanto siamo uniti al prossimo, tanto siamo uniti a Dio[1].
 In questo insegnamento Doroteo di Gaza vuole affermare che la vicinanza tra gli uomini, la fraternità è possibile se si è vicini a Dio; al contrario la fraternità è il criterio per poter capire quanto siamo vicini a Dio e quanto è vera l’esperienza che noi facciamo di Lui. In un senso più ampio, che è quello che vogliamo sottolineare in questo paragrafo, la santità è un’esperienza comune agli uomini che cercano Dio: più si è vicini a Dio più l’esperienza di Santità,  intesa nella maniera appena descritta,  diventa comune.
In questo contesto è vero quanto studiosi come p. Yannis Spiteris[2] e p. Tomáš Špidlík[3] hanno detto in merito a san Francesco o a sant’Ignazio di Loyola i quali, a loro parere, avrebbero avuto il dono della preghiera pura.
In questo paragrafo ci soffermeremo  in maniera particolare sulla figura di san Francesco.
  4.2 – San Francesco: santo ecumenico
 Che San Francesco sia stato un uomo particolarmente carismatico e che la sua santità sembra coniugarsi bene con la spiritualità orientale[4], questo appare in maniera evidente dai suoi scritti, dalle regole che egli ha redatto e dalle varie biografie.
Padre Spiteris nel suo libro “Francesco e l’Oriente cristiano, un confronto” sottolinea molto bene questa concordanza tra l’esperienza francescana e la santità orientale. In uno dei capitolo del suo libro egli affronta il tema della preghiera sottolineando come l’esperienza di preghiera di San Francesco sia un’esperienza di preghiera pura, di preghiera del cuore.
In questo contesto di confronto irenico tra la figura di San Francesco e la santità orientale ci sembra importante sottolineare alcuni dei punti di contatto tra questi due mondi, quelli che a nostro parere sembrano essere più significativi.

4.2.1 – San Francesco: un “Pazzo per Cristo”
 Nella tradizione delle Chiese d’Oriente esiste una tipologia agiografica che non è contemplata nella Chiesa d’Occidente e che è propriamente chiamata “pazzia per Cristo”.
             I pazzi per Cristo sono chiamati in greco saloi e in russo yurodivij.[5] A fondamento di questa categoria di santi c’è un versetto della prima lettera ai Corinzi di san Paolo (1Cor 4,10): «Noi stolti a causa di Cristo».  I pazzi in Cristo hanno rigettato la saggezza umana per acquisire solamente la saggezza spirituale [6]; essi appaiono dapprima nell’ambiente monastico dell’Egitto e della Siria, e solo successivamente – nel XVI sec. – arrivano in Russia.
            Uno degli aspetti peculiari della pazzia per Cristo è il desiderio di identificazione con il Cristo povero e crocifisso e l’atteggiamento di denuncia che essi hanno nei confronti del malcostume degli uomini o dei monaci. Tra i pazzi per Cristo ricordiamo una figura esemplare come quella di  san Nicola Pellegrino detto Kyrie eleison, del quale riportiamo alcuni tratti biografici:
 Nicola nasce nel 1075 circa in un villaggio nei pressi del Monastero di San Luca di Stirion da poveri agricoltori; non riceve alcuna istruzione e, all’età di otto anni circa, è mandato a pascolare le pecore. Illuminato tuttavia dalle increate Energie, un giorno, all’improvviso, comincia a gridare: Kyrie eleison!
La madre ricorre a minacce e botte, nell’intento di far rinsavire il figlio; quando si rende conto di non riuscire a distoglierlo da quella pratica, lo caccia di casa. I monaci chiudono Nicola in una torre, e fermano la porta con un macigno: verso la mezzanotte, ecco un tuono, il macigno rotola e il ragazzo può uscire liberamente e si reca in chiesa, esclamando come al solito Kyrie eleison.
A Oraco e continua a intagliare croci di legno di cedro. E’ così occupato quando gli viene incontro, a cavallo, il monaco Massimo, economo del monastero di Stirio, uomo violento e severo, il santo lo saluta con umiltà e gli dice: – Perché maltratti i lavoratori a te soggetti e li opprimi e affliggi ingiustamente? [7].
 Sotto questo aspetto la figura sembra essere molto affine alla figura di molti pazzi per Cristo. Ricordiamo che san Francesco dice di sé: «Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo»[8]. Nella sua “confessione” poi egli dice di essere un “ignorante e illetterato”[9].
Un altro aspetto che accomuna san Francesco all’esperienza dei saloi è rappresentato dagli episodi della sua vita nei quali egli rimane nudo: all’indomani della sua conversione san Francesco decide di vivere la radicalità evangelica, lascia tutto e si spoglia di fronte al vescovo.[10] Altri episodi sono narrati nelle Fonti Francescane e culminano nell’episodio della sua morte quando vuole essere deposto «nudo sulla terra nuda »:
 Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l’esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo[11].

  4.2.2 – San Francesco contempla la bellezza del creato: theôria physikê
 Un altro aspetto che accomuna San Francesco alla santità dell’Oriente cristiano è la contemplazione del Creato, quella che i Padri chiamano theôria physikê[12]. Afferma padre Špidlìk :
     La conoscenza di Dio attraverso le opere è proclamata da tutti i Padri. Così ogni uomo è capace di pervenire alla conoscenza di Dio attraverso la creazione. L’universo visibile diventa quindi un libro aperto per gli amici di Dio, una scuola per le anime. Dio vide che ciò era buono (Gen 1,9), perché contemplava i logoi[13] delle cose che sono già pronti per la messa (Gv 4,35)[14].
 La contemplazione della Creazione è una “scala” che ci conduce a Dio, è uno strumento – il più immediato che l’uomo conosca – per poter intravedere la Sua presenza nel mondo. Il Creato ha la capacità di far scorgere all’uomo un lembo del Paradiso, alimenta in lui il desiderio di incontrare il volto dell’Altissimo, suscita in lui un fervente “ricordo di Dio”[15]: Il prof. Panaghiotis Yfantis descrive bene questa dinamica applicandola all’esperienza di San Francesco:
 I Santi considerano la creazione con discrezione: non la divinizzano, né la disprezzano. La rispettano perché in essa vedono un mezzo anagogico, capace di condurre alla visione di Dio. Negli occhi spirituali[16] di Francesco, tutte le creature formano una “scala” verso  il Creatore. Nelle sue biografie leggiamo che amava molto l’allodola, perché questo uccello gli sembrava portare la cuffia monacale ed era umile, e il suo volto simboleggia i frati buoni che isolati dal mondo lodano Dio[…][17] Questo metodo esemplaristico ha il suo corrispettivo nel tentativo continuo dei santi orientali di avere sempre la mente orientata a Dio[18].
 Questa capacità di San Francesco di cogliere la presenza di Dio in ogni cosa, non in modo panteistico, emerge in maniera chiara dalla comprensione che egli stesso ha delle creature. Il santo chiama ognuna “fratello” e  “sorella”.[19] Questo aspetto specifico della spiritualità francescana è risultato essere, nel corso dei secoli, anche il più malinteso tanto che San Francesco, a titolo di esempio,  è diventato il “santo dell’ecologia”[20].
Ma la comprensione che il santo aveva della creazione è ben lungi dall’essere “animalista” od “ecologista”: egli proclamava, semplicemente, la bontà del creato come opera delle mani di Dio. Il mondo è una “teofania” di Dio, un “sacramento” della Sua presenza come tutta la tradizione patristica ha sempre sottolineato[21]. È mirabile questo “sentire” di san Francesco ed egli lo esprime in maniera geniale nel suo Cantico di frate Sole, nel quale sembra farsi presente l’invito di san Paolo:  «State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie» (1 Ts 5, 16-17):
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’I sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’I farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate[22].

 4.2.3 – Lo  Spirito Santo nella vita di san Francesco: la théosis
 Uno degli aspetti che san Francesco sottolinea volentieri è l’”acquisizione dello Spirito Santo”: anche per lui la santità di una persona deriva dall’intima unione con la SS. Trinità che abita nel cuore del servo di Dio. Sarà lo stesso santo a esortare i suoi frati nella Regola non bollata  ad accogliere questa inabitazione della Trinità[23].
È interessante notare che per san Francesco l’obiettivo principale da raggiungere, lo scopo da conseguire nella vita dei “penitenti” è l’acquisizione dello Spirito[24]: per il santo di Assisi non deve abitare nel cuore altra preoccupazione che non sia quella di rendere operante la grazia di Dio nel proprio cuore; questa grazia si “attiva” solo in un cuore puro da ogni passione:
Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia, cure e preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione  e dalla mormorazione.
E coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma facciano attenzione che ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nella infermità e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano[25].

Un consiglio simile,  in merito all’acquisizione dello Spirito Santo, è riscontrabile anche in un noto santo della Chiesa Ortodossa, san Serafino di Sarov[26], il quale definisce il fine della vita cristiana in vista dell’inabitazione dello Spirito Santo nell’uomo. Questi, per il santo russo, deve praticare il commercio spirituale: l’uomo è chiamato a pregare per ottenere lo Spirito del Signore e attraverso di Lui il maggior numero possibile di grazie. Riportiamo, a tale proposito, un brano dal “Colloquio con Motovilov”:
Il vero fine della vita cristiana consiste quindi nell’acquisizione di questo Spirito di Dio, mentre la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre azioni virtuose fatte in nome di Cristo sono solo dei mezzi per acquistarlo.
- Come “l’acquisizione”? – Chiesi a Padre Serafino. – Non capisco perfettamente.
-  L’acquisizione è la stessa cosa dell’ottenimento. Sai cosa significa acquisire denaro? Per lo Spirito Santo è lo stesso. Per la gente normale il fine della vita consiste nell’acquisizione del denaro, del guadagno. I nobili inoltre desiderano ottenere onori, medaglie ed altre ricompense per servizi resi allo Stato. Anche l’acquisizione dello Spirito Santo è un capitale, ma un capitale eterno, dispensatore di grazie, analogo ai capitali temporali e che si ottiene con gli stessi procedimenti[27].
[…] – Cerca di ottenere le grazie dello Spirito Santo facendo fruttificare in nome di Cristo tutte le virtù possibili, fanne un commercio spirituale, traffica con quelle che danno il maggior numero di benefici[28].
[…] Come nel commercio il fine è quello di ottenere il maggior guadagno possibile, così nella vita cristiana il fine dev’essere non solo quello di pregare e fare il bene, ma anche quello di ottenere il maggior numero di grazie.[29]
  4.3 – San Francesco preghiera vivente: la preghiera del cuore
 In questo paragrafo vogliamo affrontare in maniera specifica il tema della preghiera nell’esperienza di San Francesco il quale a più riprese nei suoi scritti esorta i frati ad avere sempre un cuore disponibile a Dio e tutto rivolto a Lui[30], sempre pronto alla preghiera, come è scritto nel commento al Padre nostro:
 [Tutti] ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno[31].

E ancora nella Regola non bollata troviamo questa ammonizione di san Francesco;
 E ovunque, noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, e ogni giorno e ininterrottamente crediamo veramente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e rendiamo grazie all’altissimo e sommo eterno Dio, Trinità e Unità, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in lui che è senza inizio e senza fine[32].
 Questa necessità di essere sempre alla presenza di Dio richiede che il servo di Dio abbia un cuore puro[33], distaccato – come direbbero i Padri – da ogni attaccamento passionale  e preoccupazione. Così è scritto nella Regola non bollata:
 Sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, e che dice:  Vigilate dunque e pregate in ogni tempo, affinché possiate sfuggire tutti i mali che accadranno e stare davanti al Figlio dell’uomo. E quando vi mettete a pregare, dite: Padre nostro che sei nei cieli. E adoriamolo con cuore puro, poiché bisogna sempre pregare senza stancarsi mai; infatti il Padre cerca tali adoratori [34]
 È interessante vedere come in san Francesco la “purità di cuore” non ha solo l’accezione di una sorta di “pulizia morale” ma è l’atteggiamento che rende possibile la contemplazione di Dio; a tal proposito lo stesso santo nell’Ammonizione XXVII ha un’espressione che ricorda da molto vicino il modo in cui gli esicasti intendevano la purezza del cuore:
 Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa (il cuore), ivi il nemico non può trovare via d’entrata[35].
 Per San Francesco la purezza di cuore è dunque la libertà da ogni preoccupazione terrena, è saper custodire la casa interiore[36] da ogni attacco del nemico. Nei paragrafi precedenti abbiamo avuto modo di affrontare questo tema  a proposito della custodia del cuore: solo un cuore puro può vedere il Volto dell’Amato, può contemplarLo.
 La visione di Dio, nella preghiera pura degli esicasti, è detta theoria [37],  essa  ha sempre le radici in un cuore limpido[38], che sa disprezzare le cose del mondo:
 Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio. Veramente puri di cuore sono coloro che di­sdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore ed animo puro[39].
 Un cuore e una mente inquinati dalle passioni, da pensieri impuri, dal peccato non possono assolutamente contemplare la luce divina: per poter godere dello splendore di Dio è necessario che l’uomo riacquisti la bellezza originaria, ritornando alla condizione naturale. L’uomo è trasformato dallo Spirito: passa dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo[40].
 Solo così i sensi spirituali possono godere della presenza di Dio: l’uomo prova così anche compassione per tutto il creato, per ogni creatura,  come scrive Isacco di Ninive :
 Quando fai il bene, non darti pensiero dello scopo della ricompensa immediata e sarai ricompensato doppiamente da Dio. E se è possibile, [non agire] neppure per la ricompensa futura. Ma sii virtuoso al di sopra di tutto, per amore del servizio di Dio. Il desiderio dell’amore è più intimo del servizio di Dio, e più di quest’ultimo è intimo nei misteri di lui. Più di quanto l’anima sia intima al corpo […]. Cos’è la purezza? È un cuore misericordioso per ogni creatura […]. E che cos’è un cuore misericordioso? È l’incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste. Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi [di un tale individuo] versano lacrime, per la violenza della misericordia che stringe il [suo] cuore a motivo della grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E’ per questo che egli offre preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di ragione, e per i nemici della verità e per coloro che la avversano, perché siano custoditi e rinsaldati; e perfino per i rettili; a motivo della sua grande misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio[41].
 Anche san Francesco aveva il dono della preghiera continua, «la sua disposizione stabile era tale che, dove poteva, pregava. Questa era la sua normale disposizione del cuore»[42], come viene descritto bene da Tommaso da Celano nella sua biografia seconda:
 Quando [invece] pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del suo cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno. Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva, Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente[43]. 
  È evidente che per san Francesco la preghiera non è tanto un modo di rapportarsi a Dio ma è  un atteggiamento vitale. Come il corpo ha necessità di respirare, così il cuore dell’uomo ha costantemente bisogno di attingere, nella preghiera,  allo Spirito del Signore, per non morire, per non indurirsi.
Tutti gli aspetti della spiritualità francescana che abbiamo finora esposto sono comunicanti tra loro, infatti:
 à un cuore limpido è purificato dalle passioni e disprezza ogni attaccamento mondano;
à il cuore puro è abitato dallo Spirito del Signore che trasforma dal di dentro l’uomo; l’opera del nemico viene dall’esterno del cuore giacchè, attraverso i logismoi,   egli vuole entrare nel giardino interiore. L’azione dello Spirito Santo, al contrario, opera dal di dentro dell’uomo, lo trasforma dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo;
à il cuore purificato ha l’occhio profondo e scorge i logoi in tutta la creazione che non è più nemica dell’uomo.
à ogni creatura diventa “fratello” e “sorella”, anche la morte; la creazione eleva la mente e il cuore a Dio;
à un cuore abitato dallo Spirito del Signore geme continuamente di fronte al volto del Signore; esso ha in dono dal Signore la preghiera continua.

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