Archive pour septembre, 2013

6 SETTEMBRE: SAN ZACCARIA, PROFETA

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6 SETTEMBRE: SAN ZACCARIA, PROFETA

Zaccaria è il penultimo dei dodici Profeti Minori: viene, infatti, dopo Aggeo e precede Malachia. È autore del libro omonimo classificato tra i libri profetici (detti Neviìm) nella Bibbia ebraica e nell’Antico Testamento nella Bibbia cristiana. Egli visse dopo il ritorno del popolo ebraico dall’esilio babilonese nel VI secolo a.C. e incoraggiò la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e del Tempio. Le sue profezie riguardano il futuro del rinato Israele, futuro prossimo e futuro messianico.
Il libro di Zaccaria, di cui il 1° versetto è : «Nell’ottavo mese dell’anno secondo del regno di Dario, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Zaccaria figlio di Barachia, figlio di Iddò:», si compone di due parti ben distinte: cap. 1-8 e cap. 9-14.
• I capitoli 1-8 contengono una serie di visioni concernenti il ritorno del popolo di Dio in Gerusalemme ed accompagnano la ricostruzione dopo l’esilio.
• I capitoli 9-14 hanno un’ambientazione diversa e contengono delle visioni relative alla venuta del Messia, gli ultimi giorni, la riunificazione di Israele, l’ultima grande guerra. Questi capitoli vengono considerati un’aggiunta databile al IV secolo a.C.
Zaccaria mette in evidenza il carattere spirituale del rinato Israele, la sua santità, realizzata progressivamente, al pari della ricostruzione materiale. L’azione divina in quest’opera di santificazione raggiungerà la sua pienezza col regno del Messia. Questa rinascita è frutto esclusivo dell’amore di Dio e della sua onnipotenza:«Così dice il Signore degli eserciti: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia”» (Zc 8,7-8). L’alleanza concretizzata nella promessa messianica fatta a David ripiglia il suo corso a Gerusalemme: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.» (Zc 9,9). La profezia si avverò alla lettera nell’entrata solenne di Gesù nella città santa. L’asinello, contrapposto al cavallo da guerra, simboleggia l’indole pacifica del re Messia: «… annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra» (Zc 9,10). Così, insieme ad un amore sconfinato verso il suo popolo, Dio unisce un’apertura totale verso le genti, che, purificate, entreranno a far parte del regno: «Il Signore loro Dio in quel giorno salverà come un gregge il suo popolo, come gemme di un diadema brilleranno sulla sua terra» (Zc 9,16). Morto in tarda età, Zaccaria sarebbe stato sepolto accanto alla tomba del profeta Aggeo.
Significato del nome Zaccaria: “Dio si è ricordato” (ebraico).

Publié dans:SANTI, SANTI DELL'ANTICO TESTAMENTEO |on 6 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

PAOLO A FILEMONE: LA PIÙ BREVE E… LA PIÙ IMPORTANTE?

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PAOLO A FILEMONE: LA PIÙ BREVE E… LA PIÙ IMPORTANTE?

BY RAI VATICANO | LUGLIO 8, 2009

(nel blog ci sono due commenti se li volete leggere)

Strano, ma vero: la più breve lettera dell’apostolo Paolo (25 versetti appena) è uno degli scritti più importanti di tutto il Nuovo Testamento, per certi versi il più importante. La sua importanza è stata colta dalla Chiesa antica, la quale non ha esitato a includerlo nel Nuovo Testamento (per essendo solo un biglietto privato su una questione privata), rendendolo così “canonico”, cioè normativo per la fede e la vita della Chiesa di tutti i tempi. Questo è accaduto certamente in primo luogo per l’autorità apostolica del suo autore, Paolo, ma anche – non c’è dubbio – per il suo contenuto: questo biglietto, infatti, oltre che un capolavoro di azione pastorale (di Paolo nei confronti di Filemone) e un modello di teologia politica o, meglio, sociale, è uno specchio nel quale si riflettono con eccezionale chiarezza la vita interna della neonata comunità cristiana e la qualità dei rapporti al suo interno: qui si vede meglio che altrove come la fede in Cristo cambi le relazioni umane e si vede anche in che cosa consista l’autorità apostolica esercitata da Paolo, che si definì «il minimo degli apostoli» (1Cor 15,9), mentre in realtà fu il maggiore di tutti, il più fedele interprete e seguace di Gesù, pur non appartenendo al gruppo dei Dodici. Ecco alcuni spunti suggeriti da questo straordinario biglietto.
1. Colpisce il titolo col quale Paolo si presenta all’inizio della Lettera – la sua firma, diremmo oggi – che non è quello abituale di «apostolo» ma è «prigioniero di Gesù Cristo», nei due significati di questa espressione: prigioniero perché Cristo lo aveva vinto e arruolato al suo servizio, e perché era arrestato per la sua attività missionaria. Ma questa doppia prigionia non toglie nulla alla sua autorità di apostolo, anzi la manifesta, perché è proprio in quelle che egli chiama le sue «debolezze» (cioè carcerazioni, oltraggi, percosse, pericoli di ogni genere, persecuzioni, angosce e altri patimenti) che appare l’autenticità del suo ministero (2Cor 11,23-29; 12,7-10): la croce di Cristo si riverbera in quella del suo apostolo e lo qualifica e accredita in maniera inconfondibile. Ma Paolo come usa la sua autorità di apostolo? Non per comandare (come avrebbe il diritto di fare) imponendo la sua volontà a quella di Filemone, ma al contrario per «pregare» Filemone (v. 10) appellandosi al suo amore («in nome dell’amore» v. 9), affinché il bene che Filemone farà «non sia come forzato, ma volontario» (v. 14). L’autorità apostolica si fa valere non attraverso leggi e imposizioni, ma attraverso la dolce persuasione dello Spirito, senza mai violare o forzare le coscienze, ma liberandole all’amore.
Ma oltre a non comandare nulla a Filemone, Paolo manifesta la sua libertà e autorità di apostolo identificandosi con lo schiavo Onesimo e assumendo su di sé il suo destino di uomo, dopo averlo «generato» alla fede (v. 10): «Ricevilo come se ricevessi me» (v. 19), lui «che è come dire le mie viscere» (v. 12), cioè la parte di me stesso in cui albergano gli affetti più cari. E «pagherò» per lui gli eventuali debiti che ha con te. Ecco un altro aspetto della libertà e autorità apostolica: non starsene appartati, fuori dalla mischia, ma prendere il posto dell’ultimo dei fratelli, com’era Onesimo, per di più colpevole e a rischio anche della vita. Identificandosi con lui, Paolo mette a repentaglio la sua autorità: potrebbe perderla (gli basta di essere considerato da Filemone «come partner» v. 17), e invece la guadagna. C’è vera autorità dove ci sono condivisione e partecipazione, un’autorità solidale, non autoritaria, vissuta nella fraternità e nella partnership missionaria.
Infine, c’è da rilevare l’aspetto collegiale dell’autorità apostolica e la fraternità come caratteristica fondamentale della Chiesa. La collegialità è qui in particolare evidenza sia perché Paolo si affianca Timoteo come mittente, benché la Lettera sia solo sua, sia perché chiama lo stesso Filemone suo «collaboratore» (v. 1) e Archippo «nostro compagno d’armi» (v. 2). La missione cristiana è impresa comune: molti vi partecipano a vario titolo. Quanto alla fraternità è la nota spirituale dominante della Lettera e si rivela come la struttura portante della comunità cristiana. La «chiesa domestica» (v. 2) che si raduna in casa di Filemone è strutturata come una comunità di fratelli e sorelle creati dalla comune paternità divina. L’apostolo si sente qui inserito in una rete di rapporti fraterni, nella quale l’esercizio dell’autorità e della libertà non dà luogo a nessuna ombra né di gerarchia né di anarchia.
2. È proprio la fraternità in Cristo l’argomento teologico centrale che guida Paolo nel suo «appello» a Filemone. Onesimo è scappato come schiavo, e ora Paolo glielo rimanda come «libero in Cristo» e quindi come «fratello nel Signore» (v. 16), cioè in una veste e in una condizione completamente diversa da prima. È un nuovo Onesimo quello che Paolo gli rimanda. Filemone lo aveva perduto per qualche tempo (il tempo della fuga), ma ora lo ricupera «per sempre» (v. 15), perché la fraternità dura per sempre, oltre la morte, nell’eternità di Dio. Ma la domanda cruciale per Onesimo anzitutto, e anche per noi, è questa: alla fine dei conti e delle parole, Onesimo è ancora schiavo, sì o no? La risposta è: sì e no. Sì, perché Paolo lo rimanda al legittimo padrone, come imponevano le leggi allora vigenti. No, perché Paolo lo rimanda «non più come schiavo, ma come fratello carissimo» (v. 18). Se Paolo avesse detto: «Te lo rimando sempre come schiavo e, in più, come fratello carissimo», la portata del suo discorso sarebbe stata completamente diversa. Ma Paolo dice: «Non più come schiavo». Toccherà dunque a Filemone liberare Onesimo, cioè prendere sul serio la sua libertà in Cristo, che è uguale a quella di cui, come cristiano, gode lui, Filemone. Onesimo, ora, non è meno libero di Filemone. E come con la conversione Onesimo da schiavo è diventato libero, così ora anche Filemone deve diventare, con una seconda conversione, libero dalla teoria e pratica della schiavitù. La conversione dello schiavo deve, a sua volta, generare quella del padrone, in modo che la loro fraternità in Cristo, spezzando le catene mentali e sociali, trasformi anche la loro condizione civile, rendendoli non solo fratelli nella comunità cristiana, ma anche «fratelli», cioè uguali nei diritti e nei doveri, nella società civile. Che cosa significa tutto ciò? Significa che l’Evangelo della libertà in Cristo, pur non essendo di per sé un proclama di rivoluzione sociale, è però un messaggio che pone le premesse per un’effettiva rivoluzione dei rapporti umani anche in campo civile e sociale. Ma la rivoluzione che Paolo propone a Filemone (di vedere e trattare Onesimo «non più come schiavo») dovrà avvenire non contro Filemone o senza di lui, ma con lui, cioè, come si è detto, con una sua seconda conversione. E se Filemone non ci starà, cioè se continuerà a vedere Onesimo come schiavo, anche dopo che è diventato «fratello in Cristo»? A questa domanda il Nuovo Testamento non risponde. La Chiesa, nella sua storia, ha risposto, ma purtroppo male: non è lei che in Occidente ha abolito la schiavitù (anche se alcuni singoli cristiani si sono dati da fare – molto tardi – in questo senso).
3. Per concludere, un bel pensiero di Lutero: «Paolo si spoglia del suo diritto, costringendo così anche Filemone a rinunciare al suo. Proprio come Cristo ha fatto per noi nei confronti di Dio Padre, così fa san Paolo per Onesimo nei confronti di Filemone. Infatti, Cristo si è spogliato dei suoi diritti e ha vinto il Padre con l’amore e l’umiltà, in modo che questi ha dovuto abbandonare collera e diritti, prendendoci in grazia per amore di Cristo, che ci rappresenta [davanti a Dio] così bene e ci accoglie così cordialmente. Infatti, noi tutti siamo i suoi Onesimi, se lo crediamo».
Paolo Ricca

Facoltà Teologica Valdese di Roma
Da “Paulus” n. 9, pag. 179-180

OMELIA 8 SETTEMBRE 2013 – 23A DOMENICA – T. ORDINARIO C: « COME » ESSERE CRISTIANI?

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8 SETTEMBRE 2013  |  23A DOMENICA – T. ORDINARIO C  | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« COME » ESSERE CRISTIANI?

Linguaggio difficile a capire
È possibile essere cristiani? La domanda può suonare strana: senza dubbio tutti siamo chiamati ad essere cristiani e vivere veramente da cristiani; la cosa dev’essere dunque possibile se non vogliamo negare la sapienza e la bontà di Dio che ci chiama. D’altra parte la pagina di Vangelo che ci presenta la liturgia odierna pone a chi vuol seguire Gesù condizioni tali che sembrano impossibili ad attuarsi: odiare padre e madre, moglie e figli, fratelli e sorelle e persino la propria vita, portare la croce, rinunciare a tutto ciò che uno possiede. Il paradosso di questi insegnamenti è notato da s. Gregorio Magno, il quale confronta questo passo con le parole dello stesso Gesù: « Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi » (Mt 19,6) e con quelle di Paolo: « Voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa » (Ef 5,25).
Dovremo cercare la risposta meditando su queste parole viste nel contesto della Sacra Scrittura e pregando il Signore, che le ha pronunciate, di farcele capire: « Donaci, o Dio, la sapienza del cuore » (ritornello del salmo). Perché, ci ammonisce il libro della Sapienza: « Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni… Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto? ».

Cristo prima di tutto e di tutti
Cosa avviene nella vita di ogni giorno? Risponde s. Giovanni Crisostomo: « Molti vi sono anche ora i quali credono che Cristo è Dio ma non lo amano e non si comportano come chi ama veramente, perché », soggiunge, « preferiscono a lui ogni altra cosa, come il denaro » (e poi enumera varie forme di superstizioni che alcuni cristiani accettavano dal mondo pagano). S. Benedetto, riecheggiando s. Cipriano, dà una norma di fondo che sintetizza le esigenze poste da Gesù a chi lo vuol seguire: « Non anteporre nulla all’amore di Cristo ». Secondo Luca, che qui deve aver conservato le parole precise del Maestro, questi comanda di « odiare » le persone più vicine e perfino se stessi. L’espressione va intesa nel senso di « amare meno », secondo l’indole della lingua parlata da Gesù, l’aramaico, che non conosceva le sfumature di significato di cui dispongono altre lingue. Ne abbiamo la conferma nel passo parallelo di Matteo: « Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me » (10,37).
Nelle prime comunità cristiane non era raro il caso che chi voleva farsi discepolo di Cristo fosse duramente contrastato dai suoi familiari: cosa che non di rado avviene anche oggi per chi vuole essere cristiano sul serio, per chi vuol seguire una chiamata, non compresa da chi gli è vicino, al sacerdozio, alla vita religiosa, all’apostolato missionario. S. Gregorio Magno ha ben capito il senso del severo ammonimento di Gesù: « Bisogna dunque amare il prossimo, comportarsi con carità verso tutti, parenti ed estranei, ma non lasciare che quegli affetti ci allontanino dall’amore di Dio ». Ammonimento che, ci ricorda s. Ambrogio, Gesù avvalora con il suo esempio: « Se il Signore per te rinunzia a sua madre quando dice: « Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? » (Mt 12,48), come oserai tu preferirli al tuo Signore? Il Signore non ti comanda di ignorare la natura, ma non vuole che te ne faccia schiavo; tu devi assecondare la natura in modo da adorare il suo autore e non mancare verso Dio per amore dei parenti ».
Quanto all’odiare « perfino la propria vita », s. Gregorio cita l’episodio raccontato negli Atti degli Apostoli, quando il profeta Agabo, a Cesarea, predisse che Paolo a Gerusalemme sarebbe stato legato dai Giudei e consegnato nelle mani dei pagani e l’apostolo rispose risolutamente: « Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù » (21,13).
« Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo ». Anche qui viene naturale domandarsi: è possibile essere cristiani? Ci sono certamente dei casi in cui il Signore chiede a qualcuno di seguirlo con una vocazione speciale, rinunziando a tutti i suoi averi. S. Francesco d’Assisi era convinto che questa fosse la vocazione di quel ricco signore della Marca che « venne a lui e disse che voleva entrare all’ordine, di che egli disse: « Se tu ti vuoi accompagnare coi poveri di Cristo, va’ e vendi ciò che tu hai e dallo ai poveri del mondo ». Invece colui dette quanto avea ad suoi parenti, per cui s. Francesco lo riprese forte », chiamandolo « Frate Mosca », e non lo volle con sé. Ma lo stesso Luca, che riferisce quelle parole, quando negli Atti degli Apostoli descrive la vita della comunità cristiana, afferma bensì che avevano tutto in comune, ma questo per una scelta volontaria senza che fosse vietato ai credenti tenersi i loro averi (cf 2,44-45; 4,32-37; 5,14).
È difficile rinunciare ai beni di questo mondo? Sì, se si considera questa vita prescindendo dall’eternità che ci attende. Ma preghiamo il Signore, col salmo responsoriale: « Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore ». Sarà meno difficile se ci poniamo di fronte alla grandezza di Dio, meditando col nostro s. Massimo: « Davanti alla potenza di Dio nulla è cancellato, nulla è passato, ma la sua grandezza è tale che tutte le cose sono a lui presenti; tutto il tempo è per lui « oggi », per questo dice il santo profeta: « Ai tuoi occhi, mille anni sono come un giorno solo »".

Portare la nostra croce
Ascoltiamo ancora s. Gregorio: « In due modi portiamo la croce del Signore: sia quando mortifichiamo la carne con l’astinenza sia quando, condividendo le sofferenze del prossimo, facciamo nostre le sue necessità ». Fermiamoci su questo secondo modo. Anche qui Paolo ci è di esempio. Vecchio e in prigione, egli prende a cuore la causa di uno schiavo, Onesimo, che egli stesso aveva battezzato mentre era in catene. Fuggito dal suo padrone, Filèmone, un ricco signore di Colosse nell’Asia Minore, era venuto a Roma. Paolo parla di lui con espressioni di tenerezza, chiamandolo « il mio figlio… il mio cuore ». Può far meraviglia a noi che l’apostolo rimandi lo schiavo, che pure gli è così caro, al suo padrone. Il Vangelo non ha proclamato che tutti gli uomini sono figli di Dio e fratelli tra loro, condannando così in radice ogni forma di schiavitù? In realtà il cristianesimo nei primi secoli non ha proscritto la schiavitù come istituzione, ciò avrebbe significato un sovvertimento della situazione economica e sociale.
Ancora s. Giovanni Crisostomo, sulla fine del IV secolo, pensava che se si volesse abolire la schiavitù i pagani accuserebbero il cristianesimo di essere sovversivo e di far violenza ai padroni togliendo loro gli schiavi. A ogni modo, è lo stesso Crisostomo che dichiara: « La Chiesa non conosce differenza tra padrone e schiavo, ma li distingue solo in base al bene o al male che fanno », e cita Paolo: in Cristo Gesù « non c’è più schiavo né libero » (Gal 3,28). Poi esorterà a non essere duri con gli schiavi ma a saperli perdonare e quando si comportano bene farli partecipi di quanto ha il padrone; e cita l’esempio di Cristo che si è fatto servo.
È difficile, in questioni di questo genere, distinguere ciò che è dovuto a situazioni storiche che s’impongono anche alla buona volontà degli uomini e ciò di cui gli uomini sono responsabili per egoismo o semplicemente per inerzia. Fa pensare quello che ha osservato un vescovo tra i più illuminati e coraggiosi difensori della dignità di ogni uomo, in primo luogo dei poveri e degli umili, dom Helder Cámara, riferendosi all’America Latina: « Se, qualche volta, si ha l’impressione che la Chiesa vada troppo in fretta, io da parte mia penso che siamo in ritardo di quattro secoli. Abbiamo accettato la schiavitù africana. Lo so: lo richiedeva l’epoca e io non mi sento affatto più chiaroveggente, più fedele, più cristiano dei miei predecessori. No. Se fossi vissuto in quei tempi, avrei certamente accettato la schiavitù. Forse io stesso avrei avuto degli schiavi: era l’epoca. Ma la verità è che abbiamo accettato per tre secoli la schiavitù africana ».
Sul principio del II secolo, Ignazio vescovo di Antiochia, durante il viaggio verso il supplizio che l’attendeva a Roma, scriveva al giovane vescovo di Smirne Policarpo, che un giorno avrebbe subito anche lui il martirio: « Non essere altero con gli schiavi e le schiave; ma che neppur essi si gonfino di superbia; anzi che cresca il loro zelo nel servire la gloria di Dio, onde ottenere da lui una libertà superiore ».
Più ancora che condannare il passato, conviene guardare al presente, alle molteplici forme di schiavitù che sono una piaga dell’umanità di oggi, non solo nei paesi che giudichiamo arretrati ma anche nel nostro mondo, fiero delle sue conquiste. Dobbiamo interrogarci, ciascuno di noi, come ci comportiamo verso gli altri. Perché, qualunque siano state le risposte del passato all’appello del Vangelo, è certo che questo ha fatto dell’amore verso tutti, e in primo luogo verso gli ultimi, la legge fondamentale e ha posto nell’umanità un germe che doveva poi produrre nei secoli frutti stupendi di giustizia e di carità portata fino all’eroismo.

Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 6 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

Angelus Domini Nuntiavit Mariae

Angelus Domini Nuntiavit Mariae dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 5 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

“ORA ET LABORA”: MOTTO PAOLINO

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“ORA ET LABORA”: MOTTO PAOLINO.

Il motto “ora et labora” ormai viene attribuito, anche nei discorsi ufficiali degli ultimi Sommi Pontefici, a san Benedetto.
Leggendo, però, la sua Regola non troviamo mai il motto in questione, né l’accostamento immediato tra preghiera e lavoro.
Storicamente, dobbiamo risalire indietro nel tempo e andare agli inizi stessi del monachesimo, per trovare nella biografia di sant’Antonio Abate, scritta da sant’Atanasio, la vera origine di questo binomio.
Nella Vita di Antonio è narrato l’episodio nel quale un Angelo, alternando preghiera e lavoro, consegna al grande Anacoreta e al monachesimo cristiano “la Regola” che supera l’apparente contraddizione tra il comando divino: «Mangerai il tuo pane solo dopo avertelo sudato con un duro lavoro» (Gen 3,19), e l’invito di Gesù a «pregare sempre, senza stancarci» (Lc 18,1).
Prima di Antonio, l’apostolo Paolo aveva già risolto questo dilemma, scrivendo ai suoi discepoli di Tessalonica motivato dal fatto che alcuni di essi avevano stravolto, in modo strumentale, il suo invito a «pregare ininterrottamente» (1Ts 5,17) e, con questa scusa, «vivevano disordinatamente, senza far nulla», pretendendo di essere mantenuti dalla Comunità.
L’Apostolo si ribella a tale interpretazione, ed «esorta tutti nel Signore Gesù Cristo, a mangiare il pane, lavorando in pace» (2Ts 3,11-12).
San Paolo dichiara che questa è la “Regola” che lui ha consegnato ai suoi discepoli, insieme al “suo vangelo”. Tutti devono osservarla, perché, conclude in modo perentorio: «Chi non vuole lavorare, non dovrebbe neanche mangiare» (3,10).
Dell’osservanza di questa “Regola” e di come l’Apostolo, prima di proporla agli altri, l’abbia lui stesso vissuta, ci parla Luca negli Atti degli Apostoli, quando ci ricorda che Paolo, a Corinto, prese alloggio nella casa di Aquila e Priscilla «dove lavorava insieme a loro, perché faceva lo stesso mestiere di fabbricante di tende» (At 18,3); perciò, nel discorso d’addio agli Anziani di Efeso, egli può dire di se stesso, senza falsa umiltà: «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20,34-35).
Forse san Benedetto si è ispirato a questi testi paolini quando, nell’eventualità che i monaci «si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli», li invita a non lamentarsi, anzi a vedere in ciò un dono della divina Provvidenza, «perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri Padri e gli Apostoli» (RB, 48,7-8).
E, a proposito dei “Padri” (monastici) a cui ci rimanda il fondatore di Montecassino: nei “Detti dei Padri del deserto” ce n’è uno attribuito all’abate Lucio, dove si smonta, con sottile ironia, l’eresia monastica dei messaliani, i quali presumevano di poter attuare alla lettera il comando paolino di «pregare senza interruzione».
Il saggio Anziano non interrompendo neppure per la mensa la preghiera dei suoi ospiti – che di questo si lamentarono con lui – fece loro capire come il lavoro manuale, accettato per il proprio mantenimento e per poter aiutare i poveri, permetta al monaco d’imitare l’Apostolo e lo stesso Signore Gesù, che a Nazaret, fino all’età di trent’anni, così visse.
Il monaco che sa unire la preghiera al lavoro, arriva, di fatto, alla “preghiera ininterrotta”, perché con l’elemosina, frutto del suo stesso lavoro, egli troverà dei poveri che, per riconoscenza, pregheranno per lui quando egli, fisicamente, non potrà farlo. Il “detto” sembra la riproposizione letterale di ciò che disse Paolo agli Anziani di Efeso.
Anche in questo caso potremmo constatare come “ci sia più gioia nel dare (ai poveri il frutto del proprio lavoro), che nel ricevere (da Dio ciò che gli chiediamo con la nostra povera preghiera)”.

Possiamo, dunque, dire che il motto “ora et labora” più che benedettino è paolino.
Dall’Apostolo, infatti, impariamo a vivere bene i due momenti, non come contrapposti, ma come complementari l’uno all’altro.
Non a caso la «continua agitazione» (1Ts 3,12) che egli rimprovera agli oranti “fannulloni” di Tessalonica, Gesù ha cercato di correggerla nell’ospitale e “laboriosa” sua amica, Marta (Lc 10,41).
Con questi insegnamenti, noi dovremmo vivere senza agitazione, perciò con «con tranquillità» (2Ts 3,12), sia il momento della “preghiera” (che ha la giusta priorità nella RB, in quanto riguarda il nostro rapporto interpersonale con Dio), e sia il tempo del “lavoro” (anch’esso necessario perché è attuazione pratica dell’amore verso il prossimo).
È significativo che in greco san Paolo ci chieda di lavorare «µet? ?s???a?» (2Ts 3,12); una parola: l’esichia, che nell’Oriente cristiano indica “la preghiera del cuore” e la pace interiore che da essa proviene. Dunque:“Ora et labora” ma sempre con esichia.

LECTIO DIVINA : ROMANI 11,33-36 « O PROFONDITÀ »

http://www.adonaj.net/old/preghiera/lectio6.htm

LECTIO DIVINA

O PROFONDITA’

ROMANI 11,33-36

Introductio:          
Gesù ha detto:
“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro”.
In silenzio, per qualche istante, ringraziamo e lodiamo la presenza
di Gesù in mezzo a noi.

Preghiamo la Madonna, con l’Ave Maria,
perché ci aiuti ad accogliere lo Spirito Santo.

“Vieni, Spirito Santo, nei nostri cuori e accendi
In essi il fuoco del Tuo amore. Vieni, Spirito Santo,
E donaci per intercessione di Maria che ha saputo
Contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo , una grazia ancora più
Grande; quella di cogliere l’opera di Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”. Amen.

Lectio: 

La lettera ai Romani non è sbocciata all’improvviso nella mente di Paolo, ma è stato piuttosto un frutto maturato in lunghe ed appassionate riflessioni. La prova è la sua affinità con la Lettera ai Galati, la quale è certamente anteriore alla presente ( di pochi mesi). Dunque in quel tempo, più che mai, Paolo era preso dagli argomenti trattati nella sua lettera, e che toccano le sue più intime fibre di fiero Ebreo, di apostolo cristiano, al semplice uomo.
Gli argomenti, infatti, sono i seguenti: C’è una salvezza per l’umanità? E’ offerta questa salvezza dalla Legge giudaica? E per i pagani, che non conoscono quella Legge, non esiste salvezza? La Legge giudaica appresta la forza morale necessaria per osservare i suoi precetti? La Legge è fine a se stessa, ovvero è una disposizione provvisoria che mira ad un ordinamento futuro ben più alto?
Tutte questi interrogativi, poi, si complicano con altri quesiti che sorgevano dall’esame spirituale dell’uomo e dalla contemplazione parsimoniosa della rivelazione divina. Non solo l’umanità intera è in stato di rovina per i danni cagionati dalla caduta di Adamo, ma anche nell’uomo singolo si ritrovano due leggi in perpetuo contrasto fra loro, perché uno lo spinge al male e l’altra lo richiama al bene.
Come restaurare la rovina dell’umanità intera, e come comporre il dissidio connaturale nei singoli uomini? E ancora: se la Legge giudaica è stata data al popolo eletto quale preparazione al Cristo, perché mai questo popolo eletto respinge oggi in massa il Cristo? Avrebbe forse Dio ritirato le promesse fatte ad Abramo, capostipite del popolo eletto, e respinto da sé i discendenti di lui?
Probabilmente in Paolo, fin dai tempi della conversione, questi tormentosi quesiti turbinavano nella sua mente, ed egli li aveva sempre più scrutati ed approfonditi, portato a ciò non solo dalle esigenze del suo spirito ma anche da quelle del suo ministero apostolico. Per le sue comunità della Galazia egli aveva dovuto, poco prima, trattare la questione della validità della Legge giudaica di fronte al Vangelo di Cristo: adesso, rivolgendosi agli universalisti Romani, Paolo tratta nuovamente la questione ed altre cose con essa collegate. Così nacque questa lettera, eminentemente ecumenica: è infatti una specie di storia spirituale del genere umano, esposta nelle sue relazioni con la redenzione del Cristo.
La Lettera è la più lunga dell’epistolario paolino e dovette stare in lavorazione molto tempo, forse un paio di anni. Conosciamo anche l’amanuense, che pazientemente stette per lunghe serate a vergare con faticosa lentezza sul proprio papiro le frasi che Paolo nervosamente gli dettava: questo umile e nobile cooperatore si chiamava Terzo (16,22). La lettera fu portata da Corinto a Roma da una diaconessa della comunità di Cencree, e si chiamava Febe (16,1). La Provvidenza volle che questo impareggiabile documento del pensiero cristiano fosse per vari mesi affidato esclusivamente ad una donna.

Meditatio:
La lettera rappresenta il vertice più alto della dottrina e della riflessione di San Paolo. Essa spazia su un vastissimo campo di argomenti attingenti i più diversi aspetti della vita cristiana, riunificabili tutti però nel pensiero dominante: il Vangelo di Cristo come forza di Dio per la salvezza di chiunque crede e come suprema rivelazione di grazia giustificante e vivificante da parte di Dio. Uno solo è il protagonista dell’immenso dramma storico abbozzato con allucinante coraggio dall’Apostolo in questa lettera: Dio Padre. Egli intende assolutamente salvare l’umanità “caduta sotto il peccato”, senza distinzione di Ebrei e pagani, comunicandole la sua stessa giustizia, partecipandole cioè la sua vita di santità: Dio ha “rinchiuso tutti nella disubbidienza per usare verso tutti misericordia”.
Cristo è lo strumento di questa universale riconciliazione, in quanto con la sua incarnazione ci assume e quasi assorbe nella sua divina umanità. Soprattutto mediante il battesimo egli ci inserisce addirittura nel mistero della sua morte e della sua resurrezione. Questo palpito di vita soprannaturale è quindi approfondito e dilatato, reso più cosciente e operante dallo Spirito stesso di Cristo, il quale non è altri se non lo Spirito del Padre che ci è stato dato come pegno e frutto del suo amore: “Perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato donato”.
Di fronte a queste sublimi forze di amore che hanno ormai fatto irruzione nella storia si attende solo che l’uomo dia la sua risposta: l’assenso della fede. Fede che è adesione intellettuale a tutte le verità soprannaturali salvanti, conosciute attraverso la predicazione del Vangelo, soprattutto alla persona di Gesù Cristo. Ma anche fiducia nella bontà del Padre che alimenta la santa speranza fino a che non siano salvati definitivamente tutti gli uomini; fede che è anche obbedienza interiore, docilità del volere umano che si piega al volere di Dio e lo traduce in atto diventando così carità operante.
“Non il bene che vorrei, questo io faccio, ma piuttosto il male che non vorrei, quello io faccio”. Sulla base di questo umile riconoscimento si costruisce l’edificio della salvezza: Dio non può e non vuole essere debitore verso nessuno, salvo verso il suo amore sovranamente e liberamente dispensato. Neppure la fede, in fin dei conti, è il prezzo giusto della salvezza: è solo una condizione preliminare per la quale l’uomo riconosce la sua impotenza a salvarsi e accetta di essere salvato da Dio per mezzo di Cristo.
Per la meravigliosa alchimia celeste, i peccati stessi degli uomini contribuiscono a rendere più luminosa la carità del Padre. Tutto quanto Paolo ha detto circa i disegni di Dio è già qualcosa di commovente e di sconcertante nello stesso tempo. Ma non è nulla in confronto dell’abisso inesplicabile della “ricchezza” dell’amore e della “sapienza”, con cui Dio ha disposto la trama segreta dei fatti di cui è intessuta la storia dell’umanità. Chi ha mai potuto conoscere “il pensiero di Dio”, o essergli “consigliere”?
E’ chiaro che la risposta sottesa agli interrogativi delle citazioni bibliche (Is.40,13; Ger.23,18; Giob.15,8) è totalmente negativa. Dio sta sempre “oltre”. Tutto in lui è inesplorabile e inconoscibile: egli è il principio “da cui” tutto dipende, il respiro “per mezzo” del quale tutto vive, il mare “verso cui” corrono tutti i rivoli dell’esistenza.

Perciò, esterrefatto e smarrito, il contemplante si limita ad esporre i pochi fatti che ha riscontrati, senza averne potuto rintracciare le ultime ragioni, e conclude prostrandosi ad adorare e ringraziare Dio, in Cristo Gesù, perché:

- “Da lui”, provenienza;
- “Grazie a lui“, sussistenza;
- “Per lui“, finalità.

Contemplatio:
Signore Dio, tutta l’umanità da sempre, è sotto la tua collera divina, ma i nostri peccati danno maggiore rilievo alla tua bontà e misericordia, perché tu, Padre Onnipotente, apri a tutti, nessuno escluso, la porta della salvezza. A noi, con le nostre miserie e debolezze, non rimane che innalzare a te un inno di lode per celebrare il piano meraviglioso, misterioso e provvidenziale della salvezza che rivela l’infinita tua sapienza e amore, umanamente incomprensibili, di te, o Dio, che sei il principio, il centro e il fine di ogni cosa.
Umanamente la prima cosa che ci colpisce, nell’esperienza della nostra debolezza, è il peccato. Solo in un secondo momento pensiamo alla tua misericordia Signore, come una specie di rattoppo, di salvataggio della situazione.
così davanti a te Signore proviamo sì riconoscenza, ma anche una certa umiliazione per non avere saputo fare le cose per bene e di avere avuto bisogno di chi rimettesse tutto in armonia. Invece nella tua sapienza Signore è esattamente il contrario: prima viene la misericordia, poi il peccato ( ma abbiamo compreso, con questa preghiera divina, oggi, che esso non annulla mai il tuo disegno misericordioso).
In te, o Dio, tutte le strade conducono alla misericordia.  “Tutto è grazia”; le circostanze diventano sacramenti della misericordia. E noi ne gioiamo esultanti in Cristo Gesù, perché non si tratta di compassione, ma di grandezza di cuore. Il tuo è così aperto e grande che nessuna grettezza umana può mai chiuderlo. Tu non ci ami perché siamo buoni, ma affinché lo diventiamo.
Siamo certi che verrà il momento in cui tutte le cose operate da te nell’arco dei secoli, incomprensibili oggi, come ieri, si sveleranno, ed allora, insieme ai Patriarchi, ai Profeti, agli Apostoli e,soprattutto, con Cristo Gesù esulteremo osannandoti: “ O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi, e inaccessibili le sue vie!”.

Conclusio:
Padre, è meraviglioso: tu dai a me povero, umile, peccatore, quello che hai di meglio, quello che ami maggiormente, il solo soggetto degno del tuo amore, il tuo Figlio unico, il Diletto nel quale hai posto le tue compiacenze da tutta l’eternità.
Padre, io sono sommerso nella tua generosità infinita, illimitata e insondabile. In silenzio mi lascio invadere dall’ammirazione, dalla commozione, per la tua sapienza, per il tuo piano di redenzione del mondo, per la tua magnanimità.
Padre, sono stupefacenti i tuoi pensieri, i tuoi progetti, e le tue opere che nessuno può sondare, e immenso è il tesoro del tuo amore.
Padre che cosa ti renderò per il grande amore che mi porti, per la cura che per di ciascuno, in ogni istante, per la tua Provvidenza e per avermi donato Gesù, il tuo Figlio unigenito? Padre, voglio anche ringraziarti per avermi chiamato qui e grazie all’Apostolo Paolo, ho potuto approfondire e meditare la sua epistola che mi conduce ad una migliore comprensione di me stesso.

Grazie Padre, grazie Gesù, grazie Spirito Santo. Lode e gloria nei secoli. Amen. 

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Romani |on 5 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

Presepio di Salice Salentino, Sacerdone che suona lo Shofar (Giovanni Paolo II)

Presepio di Salice Salentino, Sacerdone che suona lo Shofar (Giovanni Paolo II) dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 4 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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