Archive pour septembre, 2013

FESTE EBRAICHE: SUKKOT – 18-27 SETTEMBRE : LE CAPANNE DI NUVOLE

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FESTE EBRAICHE: SUKKOT – 18-27 SETTEMBRE

DAVID GIANFRANCO DI SEGNI

LE CAPANNE DI NUVOLE

Durante la festa di Sukkot si abita per sette giorni in capanne precarie fatte di frasche, rami di palma e canne: si mangia in esse e, clima permettendo, ci si dorme. Per una settimana si esce dalla propria casa e ci si trasferisce nella sukkà , nella capanna. L’origine di questa festa è nella Torà, dove è scritto: Per sette giorni abiterete nelle capanne. Ogni cittadino d’Israele abiterà nelle capanne, affinché le vostre generazioni sappiano che Io, il Sig-ore D-o vostro, ho fatto risiedere i figli d’Israele nelle capanne quando li feci uscire dalla terra d’Egitto  » ( Levitico 23: 42-43).
La festa di Sukkot è quindi collegata con l’uscita dall’Egitto. Se è così, si sono chiesti i nostri Maestri, perché Sukkot capita in autunno invece che in primavera, la stagione in cui gli ebrei uscirono dall’Egitto? Per quale motivo l’ordine di costruirsi le capanne non si mette in pratica a Pesach, la festa primaverile che ricorda, appunto, l’uscita dall’Egitto? Si risponde che in primavera, quando arriva la bella stagione, è normale che la gente esca dalle proprie case e vada a vivere all’aperto e al fresco, al riparo di semplici capanne. D’autunno, invece, colui che va ad abitare sotto una capanna rende chiaro a tutti che l’unico motivo per cui ci sta andando è per adempiere un comandamento divino.
Il Chidà (il famoso rabbino Chayim Yosef David Azulai, nato nella terra d’Israele ma venuto a vivere in Italia, a Livorno, nella seconda metà del ’700) scrisse che uno dei significati della festa di Sukkot è sottolineare la precarietà di questo mondo e della nostra vita. Il mondo in cui viviamo non è che una capanna provvisoria e instabile. Non è un caso che Sukkot venga a distanza di soli cinque giorni dopo Kippur, il digiuno d’espiazione, che a sua volta capita dieci giorni dopo Rosh ha-Shanà, il capodanno che è anche il Giorno del Giudizio. Nel capodanno il giudizio è emesso per ciascuno di noi, e questo è poi suggellato nel giorno di Kippur; dunque, uscire dalla propria casa per andare ad abitare in una capanna è come dire: « Siamo pronti ad andare in esilio, siamo pronti ad accettare questo decreto, se così è stato stabilito nel Tribunale celeste, sia come singoli che come collettività ».
Abbiamo detto sopra che secondo la Torà il motivo per cui si abita nelle sukkot per sette giorni è per ricordare che il Sig-ore fece stare gli ebrei, usciti dall’Egitto, sotto le capanne, durante i 40 anni di peregrinazioni nel deserto del Sinai. A questo proposito c’è un’interessante discussione nel Talmud ( Sukkà 11b) fra Rabbi Eliezer e Rabbi Akivà: di che erano fatte le capanne nel deserto? Secondo un’opinione le sukkot del deserto erano delle vere e proprie capanne, fatte di canne e frasche. Secondo l’altra opinione, invece, le sukkot erano capanne fatte di « nuvole », di nuvole della Gloria Divina ( ananè ha-Kavòd ). In altre parole, secondo la prima opinione noi oggi ci costruiamo una capanna di frasche per ricordare le capanne di frasche che i nostri antenati si fecero nel deserto; secondo l’altra opinione noi, con la capanna di frasche che facciamo oggi, ci ricordiamo della sukkà fatta di nuvole, ci ricordiamo della protezione divina che accompagnava gli ebrei. Queste due opinioni non sono in realtà esclusive l’una dell’altra, tanto è vero che non si sa esattamente neanche chi dei due rabbini abbia dato questa o quella interpretazione. In effetti, la sukkà possiede sia una valenza materiale che una spirituale. Sicuramente gli ebrei nel deserto abitavano sotto capanne precarie fatte di materia, ma senza la protezione delle sukkot fatte di « nuvole divine » difficilmente sarebbero potuti sopravvivere.
Una delle caratteristiche specifiche della cultura ebraica è quella di non considerare il dominio dello spirito separato e scisso da quello della materia, bensì di fonderli insieme, di creare una sintesi armoniosa in cui il materiale è compenetrato dallo spirituale e viceversa. È questo un aspetto che ricorre in quasi tutte le mitzwot , ma che risalta in modo particolare nella festa di Sukkot.
La mitzwà di abitare nella sukkà coinvolge tutta una serie di operazioni estremamente fisiche e materiali, con una notevole dose di lavoro manuale necessario per costruire la capanna, come segare assi di legno, inchiodarle, martellare ecc. Una volta fatta la sukkà , si adempie alla mitzwà entrando fisicamente, con tutto il corpo, dentro la sukkà e mangiando al suo interno. È quindi forse la mitzwà più materiale fra tutti i precetti della Torà, quella che più coinvolge il corpo e la materia. D’altra parte, però, lo scopo di questa mitzwà è di « sapere »: come dice il verso della Torà citato sopra, l’ordine di abitare nelle sukkot viene dato affinché le generazioni future sappiano che gli ebrei usciti dall’Egitto risiedettero per 40 anni sotto le capanne.
Altre mitzwot hanno come scopo il « ricordare », come la festa di Pesach, il precetto del talled e dei tefillin e alcune altre. Ma Sukkot è l’unica mitzwà , oltre allo Shabbat, il cui scopo è « sapere ». È interessante notare che di Shabbat, per definizione, ci si deve astenere dall’operare nel mondo della materia, dal « costruire »; di Sukkot, al contrario, bisogna avere a che fare con la materia e costruire. Entrambe queste mitzwot hanno come scopo il « sapere »: lo Shabbat, il giorno della non-materia, serve per sapere che D-o creò il mondo della materia; Sukkot, la festa della materia, ha come scopo il sapere che D-o agisce nella storia e nel mondo dello spirito.
La materia serve per raggiungere la consapevolezza intellettuale di quanto successe più di 3000 anni fa, per sapere che noi discendiamo, in senso culturale e non necessariamente biologico, da coloro che furono liberati dalla schiavitù d’Egitto. La materia è un mezzo per un’identificazione esistenziale con la nostra storia, per entrare nei « panni » e nel corpo, per così dire, di coloro che, schiavi, furono liberati e condotti da Mosè verso la terra promessa.

Ottobre 2000 – Pubblicato su Shalom

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |on 16 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR – DI RICCARDO DI SEGNI

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2008/235q01b1.html

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR

(per il 2013 era il 13 e 14 settembre, si sono sovrapposte alla Festa della Santa Croce, il 14 ed alla domenica, quindi metto qualcosa oggi, articolo del 2008)

IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE

DI RICCARDO DI SEGNI – RABBINO CAPO DI ROMA 

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell’Espiazione – Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm – è il più importante dell’anno; in aramaico è yomà, « il giorno » per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. « Il giorno » cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale, quest’anno corrispondente alla sera dell’8 e al giorno del 9 ottobre 2008.
Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l’altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l’espressione e il concetto di « capro espiatorio ». Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d’obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché « in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore » (versetto 30).
Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell’anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l’obbligo principale dell’uomo nei giorni che lo precedono:  la tesciuvà; letteralmente è il « ritorno » ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l’intenzione di non commettere nuovamente l’errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell’uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.
Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un’esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l’intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.
La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell’impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d’inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.
Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore – dal quale sono esenti i malati – insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c’è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l’austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.
A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati:  il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell’osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l’1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l’intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall’unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte:  un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

(L’Osservatore Romano 8 ottobre 2008)

Esaltazione della Santa Croce

Esaltazione della Santa Croce dans immagini sacre Exaltation_Holy_Cross2
http://www.melkite.net/calendar/exaltation-holy-cross

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L’ESALTAZIONE DELLA CROCE NELLA TRADIZIONE SIRO-OCCIDENTALE DI MANUEL NIN

http://www.reginamundi.info/rassegna-stampa-cattolica/stampa.asp?codice=930

CATTOLICESIMO: TU SEI L’ALBERO DELLA VITA

L’ESALTAZIONE DELLA CROCE NELLA TRADIZIONE SIRO-OCCIDENTALE DI MANUEL NIN

Il 14 settembre, come tutte le altre tradizioni liturgiche di oriente e di occidente, anche quella siro-occidentale celebra la festa dell’Esaltazione della santa Croce. La festa ha un’origine gerosolimitana collegata alla dedicazione della basilica della Risurrezione, che venne edificata sulla tomba del Signore nel 335, e con la celebrazione del ritrovamento della reliquia della Croce da parte dell’imperatrice Elena, madre dell’imperatore Costantino.
I testi dell’ufficiatura sottolineano chiaramente in primo luogo il tema della croce come arma di vittoria per i cristiani: « Segnato il nostro volto con l’immagine preziosa della croce, tu ci fai la grazia, o Dio, di essere preservati dal nemico e di vincere le sue suggestioni. La croce santa sia per noi un’arma invincibile contro il nemico ».
La festa coinvolge nella lode tutta la creazione che la inneggia alla croce come luogo dove avviene la salvezza, con delle espressioni cristologiche proprie della tradizione siriaca: « Celebrando l’esaltazione della croce cosparsa con le gocce del sangue vivificante del Verbo di Dio incarnato, gli eserciti del cielo intonano la lode ed esultano per la salvezza del genere umano. Venite popoli, adorate la croce di salvezza, per cui il mondo ha ottenuto la nuova vita ».
Nell’ufficiatura del vespro la liturgia siro-occidentale collega in primo luogo l’esaltazione della croce con gli imperatori Costantino ed Elena, ma soprattutto con la vita della Chiesa stessa che la regge come vanto e sostegno: « Oggi la croce è apparsa a Costantino ed Elena come segno di vittoria. Oggi gli apostoli si rallegrano e con Paolo cantano: Il nostro vanto è la croce di nostro Signore Gesù Cristo. Oggi i martiri e i confessori esultano perché tu, o Cristo, appeso sulla croce, sei la loro ricompensa. Oggi la santa Chiesa si rallegra perché è la regina assisa alla tua destra vestita con la tua croce ».
In parecchi inni Efrem il Siro parla della croce di Cristo come timone della nave che è la Chiesa e che Cristo, il pilota, conduce a porto tranquillo. In un secondo momento, introducendo sempre la parola « oggi », la liturgia della festa si sofferma su una lettura in chiave cristologica di una lunga serie di fatti veterotestamentari che prefigurano la redenzione di Cristo operata per mezzo della sua croce: « Oggi Abramo esulta perché il mistero della croce gli fu rivelato per mezzo dell’agnello che vide impigliato nel cespuglio. Oggi Mosè, il primo dei profeti, si rallegra perché ha tracciato il segno della croce con le sue mani stese e oranti in forma di croce. Oggi Eliseo il profeta è nella gioia per il legno gettato nell’acqua e che fece galleggiare il ferro pesante, tipo della nostra natura umana che tu, o Cristo, hai innalzato e onorato per mezzo della tua croce ».
La croce ancora viene cantata nella liturgia siro-occidentale come albero di vita, rifugio dei cristiani, compimento di tutti i misteri della Chiesa, saggezza dei credenti.
Uno dei testi del vespro della festa associa nella lode, senza distinzione, Cristo e la croce stessa con gli stessi titoli cristologici dati e all’uno e all’altra: « Signore, re della gloria, ti lodiamo perché hai fatto della croce il vanto di coloro che credono in te. Tu sei l’albero della vita per coloro che in te sperano, e sei anche l’albero che mai appassisce, medico e rimedio di coloro che appassiscono nel peccato. Tu sei l’albero della vita piantato nel bel mezzo del paradiso e porti tutti alla terra della promessa. Tu sei lo scettro di forza mandato da Sion contro i nemici vinti con la tua croce. Tu sei il mistero segreto e nascosto, manifestato a tutti gli uomini ».
L’ufficiatura notturna della festa, divisa in tre parti, prevede il canto di due salmi per ognuna di esse: i salmi 43 e 60 per la prima; 135 e 138 per la seconda, e il lungo cantico di Abacuc (3, 1-19) per la terza. In quest’ufficiatura notturna troviamo ben sei inni di sant’Efrem il Siro, due per ognuna delle parti, in cui l’autore canta il mistero della croce di Cristo con delle immagini e dei simboli sviluppati nella sua poesia teologica, dove il legno della croce è sempre fonte di un lungo sviluppo simbolico.
Efrem accosta volentieri Cristo innalzato sulla croce al carro dei cherubini descritto dal profeta Ezechiele: « Cavalca la croce, sebbene, invisibilmente, cavalcasse il carro, quello dei cherubini. Rimasero svergognati i crocifissori che lo fecero montare sul legno glorioso rivestito di simboli. Ho visto la bellezza di Adamo, immagine di Colui che lo ha plasmato e la bellezza della croce, cavalcatura del Figlio del suo Signore ».
Ancora Efrem allarga la simbologia della croce alla spada del cherubino collocato alle porte del paradiso, e la presenta anche come la lancia che uccide la morte: « Beato sei anche tu, legno vivente, che fosti una lancia invisibile per la morte. Quella lancia infatti aveva colpito il Figlio: trafitto da essa, con essa egli uccise la morte. La sua lancia ha allontanato la lancia, poiché il suo perdono ha strappato il nostro documento di debito. Il paradiso gioì perché erano tornati gli espulsi. Sia benedetto, Lui che mediante la sua croce ha forzato il passaggio verso il paradiso ».
Sant’Efrem mette in parallelo, in uno dei suoi inni e con delle immagini poetiche molto belle, i due alberi, quello del paradiso e quello della croce: « E poiché Adamo si era avvicinato all’albero, si precipitò poi verso il fico. Divenne simile al fico, delle cui foglie era coperto. Florido di foglie a modo di un legno, Adamo venne presso il legno glorioso, da esso si rivestì di gloria, da esso acquistò splendore, da esso udì la verità, che sarebbe di nuovo entrato nell’Eden ».
Infine, in uno degli inni sulla crocifissione, Efrem ancora canta il tema evangelico del prendere la propria croce e seguire Cristo, rivolgendosi a Simone di Cirene che porta la croce di Cristo e a Simone Pietro che muore anche lui in croce: « Beato anche tu, Simone, che hai portato durante la vita la croce dietro al nostro Re. Sono fieri coloro che portano le insegne dei re ma svanirono i re con le loro insegne. Beate le tue mani che si alzarono e portarono in processione la croce che si chinò e ti donò la vita. Il tuo fardello ti ha portato nella dimora della vita e ti ha trasferito là, poiché è il vascello del Regno ».

da Osservatore Romano del 14/09/2010

La rassegna stampa di Regina Mundi: Cattolicesimo

13 SETTEMBRE MEMORIA- GIOVANNI CRISOSTOMO – OMELIE SULLA PRIMA LETTERA AI CORINZI

http://www.italiaortodossa.it/?Patrologia%3A_Myriobiblos:S.Giovanni_Crisostomo:Crisostomo%3A_Omelie_1a_Corinzi

(ho tolto le note perchè troppo lungo, potete controlalrle sul sito)

13 SETTEMBRE MEMORIA- GIOVANNI CRISOSTOMO

OMELIE SULLA PRIMA LETTERA AI CORINZI

Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo.

[…] Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?1 Che dici, o beato Paolo? Volendo far vergognare l’ascoltatore, ricordando i venerandi misteri, chiami calice di benedizione quel tremendo e terribile calice? Sì, giacché ciò che si dice non è cosa di poco conto. E quando dico benedizione, intendo mostrare tutto il tesoro della magnanimità di Dio, ricordando tutti i suoi grandi doni. Anche noi, infatti, considerando nel calice tutti gli ineffabili benefici di Dio e tutti i beni di cui godiamo, lo offriamo ed entriamo in comunione con lui ringraziando Dio di aver liberato dall’errore il genere umano, di aver avvicinato quelli che erano lontani e di aver costituito suoi fratelli ed eredi quelli che nel mondo erano atei e senza più alcuna speranza. E così noi ci accostiamo alla sacra mensa, dando grazie al Signore per essi e per tutti gli altri.
  Come fate, o Corinzi, a non vedere che vi comportate esattamente in maniera opposta? Da una parte, infatti, benedite Dio che vi ha liberati dagli idoli; dall’altra invece correte di nuovo alle loro mense? Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? L’Apostolo si è espresso in maniera assai fedele e terribile. Egli vuol significare questo: Ciò che è nel calice è ciò che fluì dal costato di Cristo, del quale siamo partecipi, Paolo lo ha chiamato calice della benedizione, perché, tenendolo tra le mani, ammirati e stupefatti per un così ineffabile dono, lo esaltiamo con il canto e lo benediciamo perché il Signore lo ha versato affinché noi non restassimo nell’errore. Ma Cristo non solo lo ha effuso, ma lo ha anche offerto per tutti noi. Perciò il Signore dice: Se vuoi il sangue, non imporporare l’altare degli idoli col sangue di vittime irrazionali, imporpora il mio altare col mio stesso sangue. Ora, dimmi, cosa vi può essere di più tremendo e nel contempo di più amabile di questo?
1. 1 Cor 10, 16
Con l’Eucaristia entriamo in comunione e in unione con il corpo di Cristo.
Anche gli amanti si comportano così. Infatti, quando vedono che le persone che essi amano, desiderano le cose degli altri e disprezzano le proprie, donando queste, cercano di persuaderle a rigettare quelle degli altri. Ora, mentre gli amanti manifestano questa loro munificenza con il denaro, i vestiti, i possessi, ma nessuno di essi lo fa con il proprio sangue; Cristo, al contrario, proprio con il sangue ha manifestato la sua sollecitudine e il suo amore per noi. Nella Legge antica, poiché allora gli uomini erano più imperfetti, il Signore ha acconsentito di ricevere il sangue che offrivano agli idoli per sottrarli da questi, offrendo così un’altra prova del suo ineffabile amore; qui, invece, ha trasformato la funzione sacerdotale in qualcosa di gran lunga più terribile e straordinaria: mutato il sacrificio, ha ordinato che venisse offerto lui stesso al posto dell’uccisione di animali.
E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?1 Perché non ha detto: partecipazione? Perché ha voluto significare molto di più, nel senso che ha inteso manifestare una grande unione. Noi facciamo comunione non solo quando partecipiamo e riceviamo, ma anche quando siamo uniti. Infatti come il corpo umano è unito a Cristo, così anche noi siamo uniti a lui per mezzo di questo pane.2 Perché allora ha aggiunto: che noi spezziamo? Questo si può vedere realizzato nell’Eucaristia, ma in nessun modo nella croce; anzi al contrario, infatti dice: non ne spezzeranno alcun osso.3 Ma ciò che non ha permesso la croce,4 lo permette per te nell’oblazione e acconsente di essere spezzato per saziare tutti.
Ha detto poi: comunione con il corpo, [volendo significare che] ciò che si comunica, [il pane], è cosa diversa da quello di cui ci si comunica, [il corpo di Cristo], mettendo così in risalto anche questa differenza, che poteva apparire di poco conto. Infatti, dopo aver detto: comunione con il corpo, ha inteso di nuovo dire qualcosa di più vicino; ecco perché ha aggiunto: Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo.5 È come se l’Apostolo dicesse: Ma perché dico comunione? Noi siamo quello stesso corpo!
Che cos’è infatti il pane? È il corpo di Cristo. Cosa diventano quelli che lo ricevono? Corpo di Cristo; ma non molto corpi, bensì un sol corpo. Infatti, come il pane è un tutt’uno, pur essendo costituito di molti grani, e questi pur non vedendosi comunque si trovano in esso, sì che la loro differenza scompare in ragione della loro reciproca perfetta fusione; alla stessa maniera anche noi siamo uniti reciprocamente e insieme a Cristo. Non si verifica quindi che uno si nutre di un corpo e un altro di un corpo diverso, ma tutti ci nutriamo dello stesso e medesimo corpo. Perciò Paolo ha aggiunto:tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.6 Ora, se tutti mangiamo lo stesso pane e tutti diventiamo una medesima cosa, perché non manifestiamo lo stesso amore, diventando una cosa sola?
E intanto questo si realizzava al tempo dei nostri antenati, quando la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola.7 Oggi non è più così; anzi, è il contrario. Tra tutti vi sono molte e varie guerre e inferiamo in maniera più crudele delle bestie gli uni sui membri degli altri. Sicché, mentre Cristo ti ha unito a lui, anche se da lui stavi tanto disgiunto; tu invece non ti degni neppure di unirti al tuo fratello, cosa che dovresti fare molto accuratamente; anzi, lo allontani da te, pur avendo ricevuto dal Signore la vita e un così grande amore. Del resto, Egli non ha donato soltanto il suo corpo; ma, poiché la prima natura della carne, fatta dalla terra, era già morta a causa del peccato ed era stata privata della vita, il Signore vi ha immesso, per così dire, un’altra pasta e un altro lievito: la sua carne. Questa, che era della stessa natura, l’ha concessa a tutti, libera dal peccato e piena di vita, affinché, nutriti da essa e deposta la precedente che era morta, mediante questa sacra mensa fossimo uniti tutti in una vita immortale.
Guardate Israele secondo la carne. Quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare?8 Ancora una volta l’Apostolo esprime lo stesso concetto partendo dalla Legge antica. Infatti, poiché [i Corinzi] sono abbastanza incapaci di comprendere la grandezza delle cose dette, li persuade facendo ricorso a cose antiche e ordinarie per essi. Perciò di proposito dice: secondo la carne, dal momento che essi sono secondo lo spirito. È come se dicesse loro: Anche attraverso cose abbastanza ordinarie vi si insegna che coloro che mangiano le vittime sacrificali sono in comunione con l’altare. Vedi allora come Paolo mostra che quelli che sembrano essere perfetti, invece non hanno una perfetta conoscenza delle cose, se non sanno neppure che spesso molti contraggono mediante queste cose una certa comunione e amicizia con i demòni,9 a causa di una sorta di abitudine che finisce per attrarli a poco a poco? Infatti, se tra gli uomini l’essere uniti mediante il sale e la condivisione della stessa mensa è occasione e simbolo di amicizia, la stessa cosa può succedere tra i demòni. Ma, ti prego, pensa al motivo per cui Paolo non ha fatto riferimento ai Giudei che fanno comunione con Dio, ma ha detto soltanto: sono in comunione con l’altare. [Si è espresso così], perché mentre ciò che si metteva sull’altare veniva bruciato, qui invece nel corpo di Cristo non succede così. E perché? Perché è in comunione con il corpo di Cristo.10 Noi non siamo in comunione con l’altare, ma con lo stesso corpo di Cristo. Poi, dopo aver detto: siamo in comunione con l’altare, temendo che il suo discorso sembri cadere sulla reale esistenza degli idoli, sul potere che essi avrebbero e sul danno che potrebbero arrecare, vedi come risolve la questione: Che la carne immolata agli idoli, dice, è qualche cosa? O che un idolo è qualche cosa?11

Chi si accosta degnamente all’Eucaristia, è come un’aquila che vola verso l’alto.
Sapendo anche queste cose, o carissimi, preoccupiamoci dei nostri fratelli e cerchiamo di conservare l’unione con essi. Infatti, a questo ci induce quel tremendo e terribile sacrificio, quando ci ordina di accostarci ad esso soprattutto vivendo in grande concordia e in fervente carità. In questo modo, divenuti come aquile, possiamo volare fino allo stesso cielo. L’Evangelista dice: Dovunque sarà il cadavere, là si raduneranno le aquile,1 chiamando cadavere un corpo morto. Infatti, se Egli non fosse morto, noi non saremmo risorti. Dice aquile, volendo mostrare che colui che si accosta a tale corpo, deve elevarsi, non avere nulla in comune con la terra e non deve discendere per arrestarsi al suolo; ma deve costantemente volare in alto, guardando al sole di giustizia e tenendo aguzzi gli occhi della mente. Infatti, questa mensa appartiene alle aquile e non ai corvi. Infatti, coloro che ora ricevono il Signore degnamente, saliranno incontro a Lui che discende dal cielo; così come quelli che si cibano di Lui indegnamente, soffriranno i più tremendi castighi.
1. Mt 24, 28

L’Eucaristia dev’essere celebrata degnamente.
1. E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio.1
È necessario innanzitutto esporre anche la causa dell’attuale accusa, in modo che si comprenderanno più facilmente le cose che bisogna dire. Qual è dunque questa causa? Come quei tremila, che all’inizio erano diventati credenti, mangiavano da una stessa mensa e possedevano tutto in comune 2, così soleva accadere anche quando Paolo dava queste istruzioni; anche se non proprio in maniera identica, comunque l’usanza persisteva come diretta emanazione da quella prima comunione di vita, che si è trasmessa fino ai posteri. Infatti, poiché capitava che alcuni erano poveri ed altri ricchi, non sempre si mettevano a disposizione i propri beni, ma solo in determinati giorni si apparecchiavano banchetti comuni, come era ragionevole. Terminata infatti la riunione, dopo la comunione dei sacri misteri, si riunivano tutti in un comune banchetto: i ricchi che portavano i cibi da mangiare, i poveri e gli indigenti che, non avendo niente, erano invitati dai ricchi; insomma mangiavano tutti insieme.
Ma con il passare del tempo quest’usanza venne meno. La causa fu la scissione che si generò tra i fedeli, unendosi chi con questo e chi con quello, e dicendo: Io sono di Tizio, tu sei di Caio.3 Paolo, volendo correggere una tale cosa, all’inizio della lettera dice: Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa” 4 L’Apostolo poneva se stesso in primo piano, non perché i Corinzi parteggiassero per lui, cosa che peraltro egli non avrebbe tollerato, ma perché voleva sradicare lo sviluppo di tali scissioni fin dalle radici, mostrando che se uno si fosse unito a lui, separandosi così dal comune corpo, ciò sarebbe stato assurdo e grandemente iniquo. Ora, se egli considera iniquo l’atteggiamento assunto nei suoi riguardi, a maggior ragione lo considera tale nei riguardi di quelli che gli sono inferiori. Perciò, sia perché quest’usanza è scomparsa – un’usanza bellissima e utilissima, in quanto era causa di reciproca carità, di conforto della povertà, di moderazione delle ricchezze, occasione di grandissima scuola e di insegnamento dell’umiltà; e sia perché Paolo si rende conto della perdita di tanti vantaggiosi beni, a ragione adopera un linguaggio duro, dicendo: E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi…
2. […] Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.5 Vedi come l’Apostolo istruisce i Corinzi, facendoli vergognare e ricorrendo ad un linguaggio narrativo? In altri termini, egli dice: Diverso è dunque il modo di radunarsi insieme; esso appartiene infatti all’ordine della carità e dell’amore fraterno. Certamente uno solo è il luogo che vi accoglie tutti e nel quale siete uniti insieme; tuttavia la mensa [eucaristica] non è affatto simile ad un semplice radunarsi insieme. Paolo non ha detto: Quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare in comune, né un incontrarsi l’un l’altro a tavola. Li riprende in maniera più dura e più severa, e dicendo: non è più un mangiare la cena del Signore, vuole che essi ripristino [la celebrazione dell’Eucaristia] nella stessa ora serotina nella quale Cristo ha trasmesso i suoi tremendi misteri. L’Apostolo, quindi, chiama cena il pranzo, perché la cena [del Signore] trova riuniti insieme tutti i commensali. La differenza tra ricchi e poveri non è come quella che intercorre tra maestro e discepoli, ma è di gran lunga più grande. Ma perché dico tra maestro e discepoli? Pensa invece alla differenza che intercorre tra il maestro e il traditore! Infatti il Signore, quando sedette a tavola con i discepoli, non scacciò Giuda, ma condivise con lui il sale 6 e lo rese partecipe dei divini misteri.

Chi si accosta all’Eucaristia deve necessariamente avere una coscienza pura .
In verità Paolo non ha comandato così, ma sa per certo che uno solo è il momento opportuno per accostarsi all’Eucaristia e per comunicarsi, quando cioè si ha una coscienza pura. Infatti, se quando siamo frebbicitanti e fortemente incatarrati ci asteniamo dal sederci a tavola, che è una cosa sensibile, per paura di morire; molto meno dobbiamo partecipare di questa sacra mensa, [che è spirituale], quando nell’animo abbiamo cattive concupiscenze, che sono più gravi della febbre. E quando dico cattive concupiscenze, mi riferisco ai desideri della carne, a quelli della ricchezza, dell’ira; in una parola, a tutte le cattive e assurde passioni. Al contrario, è necessario che colui che si accosta a questo sacrificio, spogliatosi di tutte queste concupiscenze, lo faccia con animo puro; che non si senta costretto, a causa della festa, a ricevere l’Eucaristia con una pigra e cattiva disposizione spirituale; allo stesso modo non deve proibire a se stesso di accostarsi [al sacro banchetto] semplicemente perché non è giorno di festa, quando invece è interiormente preparato e compunto. Il giorno di festa, infatti, è il momento propizio per compiere opere buone, è l’espressione del proprio zelo spirituale ed è l’occasione opportuna per manifestare l’accurata condotta della propria esistenza. Se vivi con queste disposizioni interiori, allora potrai sempre celebrare il giorno della festa e potrai sempre accostarti [alla mensa divina]. È per questo motivo che l’Apostolo dice: Ciascuno, pertanto, esamini se stesso, e poi si comunichi. Egli dunque non ordina che uno esamini l’altro, ma ciascuno se stesso, esprimendo un giudizio personale ed un’approvazione che non ha bisogno di testimoni. Perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.1 Cosa dici? La causa di tanti beni, la mensa che genera la vita, diventa essa stessa condanna? Non per sua natura, dice Paolo, ma per volontà di colui che vi si accosta. Infatti, come la venuta del Signore, che ci ha portato grandi ed ineffabili doni, costituisce una condanna più grave per coloro che non lo hanno accolto;2 così anche i misteri diventano viatico per un severo castigo per quelli che li ricevono indegnamente.

Comunicarsi indegnamente significa «mangiare e bere la propria condanna» .
Ma perché, dici, mangia e beve la propria condanna? Perché non riconosce il corpo del Signore. In altri termini, [chi si comunica indegnamente] non vaglia, non esamina come si conviene la grandezza dei beni proposti e non riflette sull’eccellenza dei doni.3 Infatti, se tu imparerai a conoscere bene chi è colui che ti è posto dinanzi, e, sapendo chi è, a chi egli si dona, allora non avrai bisogno di nessun’altra parola di esortazione, ma ciò ti sarà sufficiente per mantenerti completamente sobrio, a meno che la tua condizione spirituale non sia del tutto disastrosa.
È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti.4 Qui l’Apostolo non adduce esempi tratti da altre situazioni, come ha fatto sulle vittime immolate agli idoli, narrando storie antiche e gli stessi castighi ricevuti [dai padri] nel deserto,5 ma tratti dagli stessi Corinzi, cosa che per altro rende più duro il suo discorso. Dicendo: mangia e beve la propria condanna;e: è reo, per non sembrare di parlare tanto per parlare, vi aggiunge dei fatti e li chiama a testimoni. Ciò infatti li colpisce più di una minaccia, in quanto questa è presentata come già operante in atto. E non contento di questo, successivamente Paolo introduce il discorso della geenna e lo rende degno di fede. In questo modo egli incute terrore nei due sensi, e risponde agli interrogativi che da ogni parte gli si pongono. Infatti, poiché molti si chiedono tra loro da dove mai provengono le morti immature e le lunghe malattie, l’Apostolo risponde che molte cose inaspettate capitano a causa dei peccati.

15 SETTEMBRE 2013 XXIV DOMENICA DEL T.O. – OMELIA: LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/24-Domenica-2013_C/24-Domenica-2013_C-MP.html

15 settembre 2013  |  24a Domenica – T. Ordinario C  | Omelia di approfondimento

LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA

Le tre letture (o quattro se vi includiamo il salmo responsoriale) di questa domenica, anche se a chi le vuole approfondire presentano problemi non facili, lasciano chiaramente comprendere un insegnamento nel quale tutte convergono: l’uomo è peccatore, peccando offende Dio e provoca la sua giustizia, ma Dio non dimentica il peccatore ed è pronto a dargli generosamente il perdono.

IL VITELLO D’ORO
Durante il viaggio attraverso il deserto dall’Egitto alla terra promessa, Mosè fu chiamato da Dio, solo, a colloquio sul monte Sinai per ricevere le tavole della Legge e gli ordini che doveva trasmettere alla comunità. A un certo punto, « il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: « Facci un Dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto »". Aronne, temendo che il malumore degenerasse in disordini e violenze, promosse una raccolta di oggetti d’oro e « li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: « Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto! »" (Es 32,1-4). Anche se non s’intendeva rinnegare il Dio dei padri, il cedimento ad usi consimili delle popolazioni pagane significava la rottura dell’alleanza che legava il popolo eletto al suo Dio. Di qui l’ »ira » di Dio che minaccia di distruggere il suo popolo.
Riconoscere, adorare, amare e servire l’unico vero Dio, il Creatore e Padre di cui ci parla tutta la Bibbia, rivelato dal « Figlio unigenito, che è nel seno del Padre » (Gv 1,18), è il primo e supremo dovere dell’uomo. Sostituire al vero Dio, nel pensiero o nella pratica della vita, un idolo, si chiami esso materia o ragione o scienza o denaro o piacere o potere, è peccato che non può non provocare la giustizia di Dio e meritare i suoi castighi. Ma Dio non disprezza un cuore affranto e umiliato (salmo responsoriale). « Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe » (Sal 102,8-10). Veramente, qui non è il popolo peccatore che chiede perdono, ma è la preghiera di Mosè che ottiene la misericordia di Dio. Ciò è vero sempre: in forza della comunione dei santi, Dio si piega alla preghiera dei suoi figli che intercedono per i peccatori. Sappiamo valutare, in una visione di fede, che cosa significano la preghiera e il sacrificio di chi, seguendo una speciale vocazione, « nella solitudine e nel silenzio, nella continua preghiera e nella gioiosa penitenza » (Perfectae caritatis, 7), si fa intercessore per i fratelli?
Mosè considera un suo compito essenziale intercedere a favore del popolo che Dio ha affidato alla sua guida: esempio e monito per tutti quelli che, avendo responsabilità su altri (genitori, educatori, sacerdoti, vescovi), debbono aiutarli anzitutto con la preghiera, memori che « se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode » (Sal 126,1).

« MI È STATA USATA MISERICORDIA »
Nella 2ª lettura siamo ancora di fronte alla realtà del peccato. Non più il peccato di tutto il popolo ebreo, ma di Paolo, « circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei » (Fil 3,5), che confessa d’essere stato « un bestemmiatore, un persecutore e un violento », d’essere il primo dei peccatori. Primo, spiega s. Agostino, non in ordine di tempo, ma per la gravità del peccato, a quel modo che parlando di avvocati, per esempio, si dice che uno è il primo non perché sono più anni da che fa l’avvocato, ma perché da quando ha cominciato ha superato tutti gli altri… Nessuno fu più accanito fra i persecutori, dunque nessuno è prima di lui fra i peccatori. Paolo vede il suo caso personale nella luce di una verità che richiama, come « parola sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori ». Vede nella misericordia usata da Gesù Cristo con lui un « esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna ».
La misericordia di Dio, di Gesù, non potrebbe essere proclamata in modo più perentorio e solenne. « Mentre Gesù sedeva a mensa », in casa di Matteo, « sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: « Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? ». Gesù li udì e disse: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati »" (Mt 9,10-12). Anche a questo proposito può interessare quello che riguardo ancora a Paolo dice s. Agostino in una predica, riferendosi a un’esperienza che getta luce sui costumi del suo tempo: « Cristo, venuto per dare il perdono ai peccatori che si sono convertiti a lui, anche ai suoi nemici, ha scelto me per primo, come il nemico più accanito, perché, guarendo questo nemico, nessuno fra gli altri si perdesse d’animo. È quello che fanno i medici: quando vengono in un posto dove non sono conosciuti, scelgono dapprima i malati che non hanno più speranza per curarli. Mostrandosi premurosi verso di loro, danno prova della propria abilità, cosicché fra la gente del luogo ognuno dice al suo vicino: Va’ da quel medico, sta’ sicuro, ti guarisce. E l’altro: Mi guarisce? Non vedi come sto male? Io ne so qualcosa, replica il vicino, il tuo male l’ho provato io pure. Così, soggiunge il predicatore, dice Paolo a noi peccatori ».
È il caso di osservare che la bontà del Signore non deve indurci a continuare nel peccato? Ascoltiamo ancora s. Agostino: « Quando uno sente che il Signore Gesù Cristo non è venuto per i giusti ma per i peccatori (cf Mt 9,13), non deve essere contento di essere peccatore, non deve dire in cuor suo: se sono peccatore mi ama, perché è disceso per i peccatori, non per i giusti », e porta il paragone del medico, che certo è per gli ammalati, ma per guarirli; così Gesù è venuto per i peccatori ma per liberarli dal peccato. Dall’esempio di Paolo impariamo che il passato anche più triste di un uomo che si converte non gli preclude la via a un’autentica santità e a una testimonianza di fede e di amore a Cristo che può contagiare innumerevoli fratelli: « La grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù ».

LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA
Ed eccoci a quel c. 15 di Luca che ci presenta, come in un trittico di ineguagliabile bellezza e forza emotiva, le tre parabole che illustrano in modo stupendo la misericordia del Signore. L’occasione è offerta a Gesù dai farisei e dagli scribi che « mormoravano: « Costui riceve i peccatori e mangia con loro »". Erano di quelli « che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri » (Lc 18,9). Non capivano, come spiega s. Gregorio Magno, che « la vera giustizia sa compatire, mentre la giustizia falsa si muove a sdegno. È vero che capita anche ai giusti di sdegnarsi contro i peccatori, ma altro è ciò che si fa spinti dall’orgoglio e altro ciò che si fa per desiderio di correggere ». Gesù, invece, non desiderava che convertire e salvare.
Poche osservazioni sulla terza parabola, quella del figlio prodigo, che sarebbe meglio chiamare, come fu osservato, dei due figli, perché dall’uno e dall’altro abbiamo qualcosa da imparare. La vicenda del figlio più giovane mostra che è una grande illusione quando uno crede di trovare la felicità allontanandosi da Dio, il Padre che ci ama (cf Gv 16,27), per inseguire sogni di felicità nella ricerca del piacere a ogni costo. Mostra che la nostra miseria non deve mai farci dimenticare questo amore invincibile. Un torto del figlio prodigo, dopo quello di aver abbandonato il padre, fu di non aver piena fiducia nella sua bontà senza limiti, quando si proponeva di dirgli: « Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni » (ma ne era proprio convinto?).
Il comportamento del figlio maggiore, che si vanta di aver servito suo padre da tanti anni, ma senza vero amore, senza capire nulla del suo cuore di padre, c’insegna che l’osservanza della legge di Dio dev’essere ispirata dall’amore, poiché « l’amore è il pieno compimento della legge » (Rm 13,10), che anzi tutta la legge si riduce all’amore di Dio e del prossimo. Il rifiuto di partecipare alla festa per il ritorno del fratello e il rimprovero al padre che ne è felice ci mette in guardia da quell’orgoglio che ci fa credere migliori degli altri, da quella durezza di cuore che ci chiude ai fratelli. « Questo tuo fratello », deve ricordargli il padre con un accento accorato. Preghiamo per noi e per tutti con Davide, peccatore pentito: « Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia: nella tua grande bontà cancella il mio peccato; lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato ». E poiché « un cuore contrito è sacrificio a Dio », il pentimento dei nostri peccati e il sicuro proposito di conversione ci accompagnino nella celebrazione del sacrificio eucaristico.

Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

The Garden of Eden

The Garden of Eden  dans immagini sacre garden-of-eden

http://curiouspresbyterian.wordpress.com/2011/01/14/was-death-present-in-the-garden-of-eden/

Publié dans:immagini sacre |on 12 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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