Archive pour septembre, 2013

MORIRE AL PECCATO PER VIVERE CON CRISTO, Padre Cantalamessa

http://www.cantalamessa.org/?p=1936

MORIRE AL PECCATO PER VIVERE CON CRISTO

(Cantalamessa, Conferenze 21 giugno 2010)

Non so se ho mai condiviso con voi la mia primissima esperienza con il Rinnovamento nello Spirito. Non fu il famoso Congresso di Kansas City. Quella fu la seconda. Quando ero ancora nella fase di studio, anzi di critica del Rinnovamento, fui invitato un giorno a un incontro di preghiera a Roma. Ed ero lì visibilmente come un osservatore molto critico tanto che gli animatori di quel gruppo dicevano in segreto alla gente: “Non andate da quel frate lì che è un nemico del Rinnovamento”. Però i fratelli vedendo un sacerdote in mezzo a loro, con semplicità, venivano a confessarsi e ascoltare quelle confessioni fu il mio primo, vero contatto con la realtà del Rinnovamento nello Spirito Santo. Io non avevo mai visto un pentimento così sincero, così profondo dei peccati come in quelle confessioni. Mi sembrava che i peccati che accusavano cadevano come pietre dal loro cuore. Alla fine lacrime di gioia. Capivo cosa Gesù intendeva dire quando diceva: “Il Paraclito, quando verrà, convincerà il mondo di peccato”. Che cosa impedisce che quell’esperienza si ripeta oggi qui, su larga scala, quello che avvenne in quella piccola sala tanti anni fa? Nulla, se lo vogliamo. Il Paraclito è qui per fare la stessa cosa.
1. Il peccato e i peccati
La parola scelta come tema di questo insegnamento è: “Se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato…” (Rom 8,10). Poco prima, nella stessa Lettera ai Romani, si legge: “Anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù… Il peccato non regni più nel vostro corpo mortale” (Rom 6,11-12).
Cosa hanno in comune queste diverse frasi? In ognuna si parla del peccato al singolare, come fosse una realtà personificata, una potenza che domina da dietro le quinta e schiavizza; come se ci fosse una fonte e una radice unica da cui tutti i singoli peccati derivano. Immaginiamo la realtà del peccato come una pianta velenosa e parassitaria, un albero selvatico che succhia la linfa all’albero buono che gli cresce accanto. Noi di solito ci limitiamo , nei nostri esami di coscienza e nelle confessioni, a spuntare le estremità di esso, a raccogliere i frutti marci che ritroviamo regolarmente al loro posto alla prossima confessione. L’Apostolo ci propone una soluzione “radicale”, nel senso letterale della parola: mettere la scure alla radice! Vogliamo seguirlo in questo cammino?
L’anno in cui finì la guerra non c’era sale, non c’era lo zucchero, mancava tutto, tra cui la legna per fare il fuoco. Con mio padre andavamo al vicino fiume Tronto per scavare i ceppi dei pioppi appena tagliati. Io ero piccolo, avevo dodici anni, ma volevo fare la mia parte e aiutare mio padre. Sceglievo il mio ceppo, cercavo di mettere allo scoperto le radici laterali, con la mia piccola accetta, le tagliavo. Spingevo il ceppo, sicuro che doveva cadere, e invece non si muoveva di un millimetro. Allora mio padre mi spiegava: il pioppo, come moltissimi alberi, ha il fittone. Il fittone è una radice madre che cala a perpendicolo giù sotto il tronco e finché non si mette la scure a quella radice madre, al fittone, il ceppo non si smuove. È stata sempre per me è un’immagine eloquente di quello che si deve fare nella lotta contro il peccato. Lasciamoci spiegare da san Paolo cos’è il fittone nel campo spirituale e cos’è la scure.
All’inizio della lettera ai Romani S. Paolo mette allo scoperto la radice-madre di ogni peccato. Scrive:
“L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli; di quadrupedi e di rettili” (Rm 1, 18-23).
Il peccato fondamentale, l’oggetto primario dell’ira divina, è individuato da san Paolo nell’asebeia, cioè nell’empietà. In che consiste, esattamente, tale empietà, lo spiega subito, dicendo che essa consiste nel rifiuto di “glorificare” e di “ringraziare” Dio. In altre parole, nel rifiuto di riconoscere Dio come Dio, nel non tributare a lui la considerazione che si deve. Consiste, potremmo dire, nell’“ignorare” Dio, dove, però, ignorare non significa tanto “non sapere che esiste”, quanto “fare come se non esistesse”.
Nell’Antico Testamento sentiamo Mosè che grida al popolo: “Riconoscete che Dio è Dio!” (cf Dt 7, 9) e un salmista riprende tale grido, dicendo: “Riconoscete che il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi!” (Sal 100, 3). Ridotto al suo nucleo germinativo, il peccato è negare questo “riconoscimento”; è il tentativo, da parte della creatura, di cancellare, di propria iniziativa, quasi di prepotenza, la differenza infinita che c’è tra essa e Dio.
Tale rifiuto ha preso corpo, concretamente, nell’idolatria, per la quale si adora la creatura al posto del Creatore (cf Rm 1, 25). Nell’idolatria l’uomo non “accetta” Dio, ma si fa un dio; è lui a decidere di Dio, non viceversa. Le parti vengono invertite: l’uomo diventa il vasaio e Dio il vaso che egli modella a suo piacimento (cf Rm 9, 20 ss).
Fin qui, l’Apostolo ha mostrato il ripiegamento avvenuto nel cuore dell’uomo, la sua opzione fondamentale contro Dio. Ora passa a mostrare i frutti che ne derivano sul piano morale. Tutto ciò ha dato luogo a una generale dissoluzione dei costumi, un vero e proprio “torrente di perdizione” che trascina l’umanità in rovina, senza che essa neppure se ne accorga. A questo punto, san Paolo traccia quel quadro impressionante dei vizi della società pagana: omosessualità maschile e femminile, ingiustizia, malvagità, cupidigia, invidia, inganno, maldicenza, superbia, tracotanza, ribellione ai genitori, slealtà… La lista dei vizi è presa dai moralisti pagani, ma il ritratto d’insieme che ne risulta è quello dell’“empio” della Bibbia.
San Paolo ha denunciato, fin qui, il peccato della società pagana del suo tempo e cioè l’empietà che si manifestava nell’idolatria e che portava con sé, come conseguenza, il disordine morale. Se vogliamo ora seguire il suo esempio e raccogliere veramente la sua lezione, non possiamo fermarci qui e fare anche noi una semplice denuncia dell’idolatria della società greco-romana del tempo dell’Apostolo. Dobbiamo fare ciò che ha fatto lui e cioè guardare alla nostra società – come lui ha guardato alla sua – e scoprire la forma che ha assunto in essa l’empietà.
L’Apostolo ha strappato la maschera dal volto dei pagani; ha rivelato come dietro tutta la fierezza di sé, l’elevatezza dei discorsi sul bene e sul male e gli ideali etici, si nascondesse, in realtà, l’auto-glorificazione e l’autoaffermazione dell’uomo, cioè empietà e falsità. Dobbiamo ora lasciare agire la parola di Dio e vedremo come essa strapperà la maschera dal volto del mondo d’oggi e dal nostro stesso volto!
Portiamoci dunque al mondo d’oggi; attualizziamo e storicizziamo la parola di Dio, cercando di vedere se, e in che misura, essa riguarda anche noi, intendendo, per il momento, “noi” nel senso più generico di “noi uomini d’oggi”. San Paolo ha individuato la radice del peccato nel rifiuto di glorificare e ringraziare Dio, nella irreligiosità, che egli chiama, con termine biblico, empietà. In altre parole, nel rifiuto di Dio come “creatore” e di se stessi come creature. Ora noi sappiamo che tale rifiuto ha preso, in epoca moderna, una forma cosciente e aperta che non aveva certamente al tempo dell’Apostolo e che non ha avuto, forse, in nessun’altra epoca della storia. Dobbiamo perciò riconoscere subito che “il mistero dell’iniquità è in atto” (cf 2 Ts 2, 7); esso è una realtà presente, non una semplice rievocazione storica, o una speculazione metafisica.
Marx ha motivato così il suo rifiuto dell’idea di un “creatore”: “Un essere non si presenta indipendente se non in quanto è signore di se stesso, e non è signore di se stesso se non in quanto deve a se stesso la sua esistenza. Un uomo che vive per la “grazia” di un altro si considera un essere dipendente [...]. Ma io vivrei completamente per la grazia di un altro, se egli avesse creato la mia vita, se egli fosse la sorgente della mia vita e questa non fosse mia propria creazione”.
Un’altra voce molto nota in questo campo è quella di J.-P. Sartre che fa dire a un suo personaggio: “Io stesso oggi mi accuso e solo io posso anche assolvermi, io l’uomo. Se Dio esiste l’uomo è nulla [...]. Dio non esiste! Felicità, lacrime di gioia! Alleluja! Non più cielo. Non più inferno! Nient’altro che la terra”.
Tale situazione di rifiuto consapevole e positivo di Dio non è così remota come tanti cristiani potrebbero pensare; è anzi una voragine aperta a due passi dall’indifferenza e dalla “neutralità” in cui vivono. Si parte dall’abbandono di ogni pratica religiosa e si finisce, un triste giorno, tra i nemici aperti e dichiarati di Dio. E questo o per l’adesione a organizzazioni, il cui scopo (tenuto nascosto ai più, all’inizio) è fare guerra a Dio e sovvertire i valori morali, o a causa di aberrazioni sessuali e di un certo consumo di pornografia, o in seguito a incauti contatti con maghi, spiritisti, occultismo, sette esoteriche e altra gente del genere.
La magia, infatti, è un altro modo, il più plateale, di soccombere all’antica tentazione di essere “come Dio”. Ho letto in un manuale di magia: “La forza che, nascosta, guida la magia è la sete di potere. L’obiettivo del mago venne definito per la prima volta abbastanza appropriatamente dal serpente nel giardino dell’Eden. [...] L’eterna ambizione dell’adepto delle Arti Nere consiste nell’acquistare potere su tutto l’universo e fare di se stesso un dio”.
Non importa se, nella maggioranza dei casi, si tratta poi di ciarlataneria e nulla più; basta l’intenzione empia con cui si esercita quest’arte, o ci si rivolge a essa, per far cadere sotto il potere di Satana. Egli opera proprio attraverso la menzogna e il bluff, ma gli effetti del suo operare sono tutt’altro che immaginari. Nella Bibbia Dio dice: “Non si trovi in mezzo a te [...] chi esercita la divinazione, o il sortilegio, o l’augurio, o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti, o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18, 10-12).E nel profeta Isaia troviamo questo severo ammonimento: “Il Signore colpirà il paese perché esso “rigurgita di maghi orientali e di indovini” (cf Is 2, 6).
Gli uomini hanno due sole vie lecite per ottenere potere su se stessi, sulle malattie, sugli eventi, sugli affari, e queste due vie sono la natura e la grazia. La natura indica l’intelligenza, la scienza, la medicina, la tecnica e tutte le risorse che l’uomo ha ricevuto da Dio nella creazione, per dominare la terra nell’obbedienza a lui; la grazia indica la fede e la preghiera con cui si ottengono, a volte, anche guarigioni e miracoli, sempre però da parte di Dio, poiché “il potere appartiene a Dio” (Sal 62, 12). Quando si imbocca una terza via, quella della ricerca di poteri occulti, ottenuti con mezzi occulti, quasi di nascosto a Dio, senza bisogno del suo benestare, o abusando addirittura del suo nome e dei suoi segni, allora entra subito in scena, in un modo o in un altro, il maestro e il pioniere di questa terza via, quello che un giorno disse che tutto il potere della terra è suo e che egli lo dà a chi vuole, se lo si adora (cf Lc 4, 6).
La rovina è, in questi casi, sicura; il moscerino è caduto nella tela del “grande ragno” e non ne uscirà facilmente vivo. Sta avvenendo nella nostra società, tecnologica e secolarizzata, esattamente ciò che notava Paolo: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Rm 1, 22): hanno abbandonato la fede per abbracciare ogni sorta di superstizione, anche la più puerile.
Lo Spirito convince noi stessi di peccato
Che parte abbiamo noi (intendo adesso “noi” nel senso di noi che siamo qui, di noi credenti), in questa tremenda requisitoria contro il peccato che abbiamo ascoltato? Stando a quanto detto fin qui, sembrerebbe, infatti, che noi abbiamo, più che altro, un ruolo di accusatori. Ma ascoltiamo bene ciò che segue. Ho detto sopra che l’Apostolo, con le sue parole, avrebbe strappato la maschera dal volto del mondo e dal nostro stesso volto ed è venuto il momento di vedere come la parola di Dio porta a compimento questa seconda e più difficile operazione.
La Bibbia narra questa storia. Il re David aveva commesso un adulterio; per coprirlo aveva fatto morire in guerra il marito della donna, sicché, a quel punto, il prendersela per moglie poteva apparire addirittura un atto di generosità, da parte del re, nei confronti del soldato morto combattendo per lui. Una vera catena di peccati. Venne allora da lui il profeta Natan, mandato da Dio, e gli narrò una parabola (ma il re non sapeva che era una parabola). C’era – disse –, in città, un uomo ricchissimo che aveva greggi di pecore e c’era anche un poveretto che aveva una sola pecorella a lui molto cara, dalla quale traeva il suo sostentamento e che dormiva con lui. Arrivò al ricco un ospite ed egli, risparmiando le sue pecore, prese per sé la pecorella del povero e la fece uccidere per imbandire la mensa all’ospite. All’udire questa storia, l’ira di David si scate-
nò contro quell’uomo e disse: “Chi ha fatto questo merita la morte!”. Allora Natan, abbandonando di colpo la parabola e puntando il dito contro di lui, disse a David: “Tu sei quell’uomo!” (cf 2 Sam 12, 1 ss).
È ciò che fa con noi l’apostolo Paolo. Dopo averci trascinato dietro di sé in un giusto sdegno e orrore per l’empietà del mondo, passando dal capitolo primo al capitolo secondo della sua Lettera, come se si volgesse di colpo verso di noi, egli ci ripete: “Tu sei quell’uomo!”.
“Sei dunque inescusabile chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perché mentre giudichi gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose. Pensi, forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio?” (Rm 2,1-3).
La ricomparsa, a questo punto, del termine “inescusabile” (anapologetos), usato sopra per i pagani, non lascia dubbi sulle intenzioni di Paolo. Mentre giudicavi gli altri – egli viene a dire –, tu condannavi te stesso. L’orrore che hai concepito per il peccato è ora di rivolgerlo contro di te.
Il “giudicante”, nel corso del capitolo secondo, si rivela essere il giudeo che qui, però, è preso, più che altro, come tipo. “Giudeo” è il non-greco, il non-pagano (cf Rm 2, 9-10); è l’uomo pio e credente che, forte dei suoi principi e in possesso di una morale rivelata, giudica il resto del mondo e, giudicando, si sente al sicuro. “Giudeo” è, in questo senso, ognuno di noi. Origene diceva addirittura che, nella Chiesa, a essere presi di mira da queste parole dell’Apostolo sono i vescovi, i presbiteri e i diaconi, cioè le guide, i maestri8.
Paolo ha subito egli stesso questo shock quando, da fariseo, divenne cristiano e perciò può ora parlare con tanta sicurezza e additare ai credenti la strada per uscire dal fariseismo. Egli smaschera la strana e frequente illusione delle persone pie e religiose di ritenersi al riparo dalla collera di Dio, solo perché hanno una chiara idea del bene e del male, conoscono la legge e, all’occasione, la sanno applicare agli altri, mentre, quanto a se stessi, essi pensano che il privilegio di stare dalla parte di Dio o, comunque, la “bontà” e la “pazienza” di Dio, che conoscono bene, faranno un’eccezione per loro.
“O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu, però, con la tua durezza e il tuo cuore impenitente, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio” (Rm 2, 4-5).
Che terremoto il giorno che ti accorgi che la parola di Dio sta parlando in questo modo proprio a te e che quel “tu” sei proprio tu! Qui la parola di Dio è impegnata in un vero e proprio tour de force; essa deve capovolgere la situazione di colui che la sta trattando. Qui non c’è scampo: bisogna “crollare” e dire come David: “Ho peccato!” (2 Sam 12, 13), oppure avviene un ulteriore indurimento del cuore e si rafforza la impenitenza. Dall’ascolto di questa parola di Paolo si esce o convertiti o induriti.
Ma qual è l’accusa specifica che l’Apostolo muove contro i “pii”? Quella – dice – di fare “le medesime cose” che giudicano negli altri. In che senso “le medesime cose”? Nel senso di materialmente le stesse? Anche questo (cf Rm 2, 21-24); ma soprattutto le medesime cose, quanto alla sostanza, che è l’empietà e l’idolatria. C’è un’idolatria larvata che è tuttora in atto nel mondo. Se idolatria è “adorare l’opera delle proprie mani” (cf Is 2, 8; Os 14, 4), se idolatria è “mettere la creatura al posto del Creatore”, io sono idolatra quando metto la creatura – la mia creatura, l’opera delle mie mani – al posto del Creatore.
La mia creatura può essere la casa o la chiesa che costruisco, la famiglia che creo, il figlio che ho messo al mondo (quante mamme, anche cristiane, senza rendersene conto, fanno del loro figlio, specie se unico, il loro dio!); può essere il lavoro che compio, la scuola che dirigo, il libro che scrivo… C’è poi l’idolo principe che è il mio stesso “io”. Al fondo di ogni idolatria c’è infatti l’autolatria, il culto di sé, l’amor proprio, il mettere se stesso al centro e al primo posto nell’universo, sacrificando a esso tutto il resto. La “sostanza” è sempre l’empietà, il non glorificare Dio, ma sempre e solo se stessi, il far servire anche il bene, anche il servizio che prestiamo a Dio – anche Dio! –, alla propria riuscita e alla propria affermazione personale. Il peccato che san Paolo denuncia nei “giudei” lungo tutta la Lettera è proprio questo: di cercare una propria giustizia, una propria gloria e di cercarla anche dall’osservanza della legge di Dio.
LA SCURE
Abbiamo messo a nudo fin qui la radice del peccato , il fittone: mettere se stessi, il proprio “io” al posto di Dio. Ma cos’è la scure per tagliarla? Ce lo rivela lo stesso Apostolo: “Prendete, dice, la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio” (Ef 6,17). “Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).
La parola di Dio che fa allo scopo nostro è la parola più autorevole che ci sia, anche all’interno della Bibbia, perché uscita dalla bocca stessa di Gesù e riferita in modo identico in ognuno dei tre vangeli sinottici: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso” (Mt 16,24; Mc 8, 34; Lc 9,23).
Dal punto di vista della fede, ci sono due soli modi di vivere: o si vive per se stessi o si vive per il Signore. È ancora l’Apostolo che lo spiega: “ Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore” (Rom 14, 7-8); “Egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5,15).
Che significa “vivere per se stessi” e che significa “vivere per il Signore”. L’esempio degli apostoli a Pentecoste: Pentecoste e Babele. Agostino e il De civitate Dei.
Una rivoluzione copernicana! L’esperienza di Gianfranco.
Al termine di questo cammino possiamo gridare con l’Apostolo: “NON SONO PIU’ IO CHE VIVO, CRISTO VIVE IN ME!”
Tutto si riassume nella proclamazione di Gesù come Signore. Cosa fa chi proclama “Gesù è il Signore!”. Prende una decisione. De-cidere, viene dal verbo latino ceduo e significa tagliare via, rompere gli indugi, ri-solvere, scegliere.
La Scrittura ci presenta un caso esemplare di scelta collettiva di campo che ci può ispirare in questo momento. È la scelta che Giosuè impone al popolo:
“Scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorrei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore. Allora il popolo rispose e disse: Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! … Anche noi serviremo il Signore, perché lui è il nostro Dio” (Giosuè 24, 15 ss.).
Vogliamo ripetere da credenti in Cristo, da uomini del Nuovo Testamento, questa meravigliosa esperienza di una scelta corale, comunitaria e convinta di Cristo come Signore? La nostra situazione non è tanto differente da quella del tempo di Giosuè. Gli “idoli del paese nel quale abitiamo”, hanno cambiato nome, ma non la sostanza: non si chiamano più con nomi propri: Moloch, Astarte, Marte o Venere, ma con nomi comuni: denaro, sesso, piacere, potere…L’idolo principe poi è rimasto sempre lo stesso: se stessi, il proprio io, l’egoismo.
La nostra scelta, noi l’abbiamo fatto nel battesimo, ma allora la maggior parte di noi non era cosciente, altri hanno scelto per noi. Vogliamo ratificare quella scelta consapevolmente, liberamente, gioiosamente? Vogliamo anche noi scegliere “oggi”?
- Rinunciate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio?
- Rinunciamo.
- Rinunciate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?
- Rinunciamo.
- Rinunciate a satana, origine e causa di ogni peccato?
- Rinunciamo.
- Rinunciate a voi stessi, per vivere per il Signore?
- Rinunciamo.
-Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra?
-Crediamo.
-Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore,
che nacque da Maria vergine,
morì e fu sepolto,
è risuscitato dai morti
e siede alla destra del Padre?
-Crediamo.
-Credete nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne e la vita eterna?
-Crediamo.
Di solito, nel Rinnovamento nello Spirito, come nelle assemblee pentecostali, si riassume tutto quello che abbiamo detto nella frase: “Far entrare Gesù nella propria vita, accettarlo come Signore e Salvatore personale”. Io credo però che per la maggioranza dei presenti qui, me compreso, il problema vero non è di far entrare Gesù nella nostra vita, ma farlo uscire! Mi spiego.
Quando si tratta della prima conversione, dall’incredulità alla fede, o dal peccato alla grazia, Cristo è fuori e bussa alle pareti del cuore per entrare; quando si tratta di successive conversioni, da uno stato di grazia a uno più alto, dalla tiepidezza al fervore, avviene il contrario: Cristo è dentro e bussa alle pareti del cuore per uscire!
Nel battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito di Cristo; esso rimane in noi come nel suo tempio (1 Cor 3,16), finché non ne viene scacciato dal peccato mortale. Ma può succedere che questo Spirito finisca per essere come imprigionato e murato dal cuore di pietra che gli si forma intorno. Non ha la possibilità di espandersi e permeare di sé le facoltà, le azioni e i sentimenti della persona. Quando leggiamo la frase di Cristo: “Ecco io sto alla porta e busso” (Ap 3, 20), dovremmo capire che egli non bussa dall’esterno, ma dall’interno; non vuole entrare, ma uscire. In questo senso è rivolto anche a noi il grido di Giovanni Paolo II: “Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo!”
L’Apostolo dice che Cristo deve essere “formato” in noi (Gal 4, 19), cioè svilupparsi e ricevere la sua piena forma; è questo sviluppo che è impedito dalla tiepidezza e dal cuore di pietra. A volte si vedono ai lati delle strade grossi alberi (a Roma sono in genere pini) le cui radici, imprigionate dall’asfalto, lottano per espandersi, sollevando a tratti lo stesso cemento. Così dobbiamo immaginare che è il regno di Dio nel cuore dell’uomo.
Vi sono ovviamente gradi diversi in questa situazione. Nella maggioranza delle anime impegnate in un cammino spirituale Cristo non è imprigionato dentro una corazza, ma per così dire in libertà vigilata. È libero di muoversi, ma dentro limiti ben precisi. Questo avviene quando tacitamente gli si fa capire cosa può chiederci e cosa non può chiederci. Insomma l’uso delle mezze misure.
Proclamiamo con il canto la nostra scelta senza riserve di Gesù come Signore: “È il Signore, è il Signor…”. “Il mio ginocchio si piega, e la mia lingua proclama che tu sei il mio Signore!”
II Parte
Dobbiamo velocemente completare il nostro cammino penitenziale. La Lettera agli Ebrei parla del peccato come di un tumore: “Circondati, dice, da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta” (Eb 12,1). “Ogni peso”, traduce la parola greca onkon, e il suono già ci ricorda qualcosa…
Abbiamo felicemente asportato il tumore, la scelta di noi stessi al posto di Dio. Ci resta da eliminare le metastasi. Le metastasi sono quello che all’inizio ho chiamato i rami e i frutti marci dell’albero, in altre parole i peccati attuali.
Anche per questi la scure o il bisturi è la parola di Dio. Con otto colpi ben assestati recidiamo altrettante ramificazioni del peccato. Si tratta delle otto beatitudini evangeliche. Ci serviamo di esse come di uno specchio per fare il nostro esame di coscienza e prepararsi al sacramento della riconciliazione.
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Io sono povero di spirito, povero dentro, abbandonato in tutto a Dio? Sono libero e distaccato dai beni terreni? Cosa rappresenta il denaro per me? Cerco di condurre uno stile di vita sobrio e semplice, come si addice a chi vuole testimoniare il vangelo? Prendo a cuore il problema della spaventosa povertà non scelta ma imposta a tanti milioni di miei fratelli?
“Beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Io considero l’afflizione una disgrazia e un castigo, come fa la gente del mondo, o una opportunità di rassomigliare a Cristo? Quali sono i motivi delle mie tristezze: gli stessi di Dio o quelli del mondo? Cerco di consolare gli altri, o solo di essere consolato io? So custodire come un segreto tra me e Dio qualche contrarietà, senza parlarne a destra e a sinistra?
“Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Io sono mite? C’è una violenza delle azioni, ma anche una violenza delle parole e dei pensieri. Domino l’ira fuori e dentro di me? Sono gentile e affabile con chi mi sta vicino?
“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”. Io ho fame e sete di santità? Tendo alla santità, o mi sono da tempo rassegnato alla mediocrità e alla tiepidezza? La fame materiale di milioni di persone mette in crisi la mia continua ricerca di comodità, il mio stile di vita borghese? Mi rendo conto di quanto io e il mondo in cui vivo ci troviamo di fatto nella situazione del ricco epulone?
“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Io sono misericordioso? Davanti allo sbaglio di un fratello, di un collaboratore, reagisco con il giudizio o con la misericordia? Gesù sentiva compassione per le folle: e io? Sono stato anch’io qualche volta il servo perdonato che non sa perdonare? Quante volte ho chiesto e ricevuto alla leggera la misericordia di Dio per i miei peccati, senza rendermi conto a quale prezzo Cristo me l’ha procurata?
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Io sono puro di cuore? Puro nelle intenzioni. Dico: si, si, no, no, come Gesù? C’è una purezza del cuore, una purezza delle labbra, una purezza degli occhi, una purezza del corpo…Cerco di coltivare tutte queste purezze così necessarie specialmente alle anime consacrate? L’opposto più diretto della purezza di cuore è l’ipocrisia. Io, a chi mi sforzo di piacere nelle mie azioni: a Dio o agli uomini?
“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Io sono un operatore di pace? Metto pace tra le parti? Come mi comporto nei conflitti di opinioni, di interessi? Mi sforzo di riferire sempre e solo il bene, le parole positive lasciando cadere nel vuoto il male, il pettegolezzo, quello che può seminare discordia? C’è la pace di Dio nel mio cuore, e se no perché?
“Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. Sono pronto a soffrire qualcosa in silenzio per il vangelo? Come reagisco davanti a qualche torto o sgarbo che ricevo? Partecipo intimamente alle sofferenze dei tanti fratelli che soffrono davvero per la fede, o per la giustizia sociale e la libertà?

PROVINCE ROMANE: GALATIA

http://www.instoria.it/home/province_romane_galatia.htm

PROVINCE ROMANE: GALATIA

di Antonio Montesanti

La regione che occupa il centro quasi in maniera precisa della Penisola Anatolica, anticamente portava il nome di Frigia Orientale (Frigia Majus) e aveva come capitale Gordio.
La storia della regione della Galazia, col nome con il quale la conosciamo, inizia alla fine del IV sec. a.C., quando le migrazioni dei popoli celtici mitteleuropei portano gli stessi a spingersi verso il Sud del Continente.
Un primo contatto, con testimonianza diretta della loro presenza a sud del Danubio, ci viene fornito durante le campagne di Alessandro Magno nell’area Traco-illirica nel 335 a.C., quando, sotto giuramento le popolazioni migratorie celtiche giunte nell’area balcanica, si alleano con i Macedoni contro gli Illiri. In realtà si trattava solo di avvisaglie di migrazioni più sostenute che si stavano appropinquando fino a raggiungere il loro culmine in epoca ellenistica. Non potendo penetrare in Italia, per la forte presenza della nascente Roma, i Galli si riversarono dapprima nei Balcani e quindi in Grecia, in un periodo in cui la nazione ellenica era estremamente soggetta ad una persistente disomogeneità ed instabilità politica.
Intorno alla metà del III sec. a.C., le prime a capitolare furono le stesse popolazioni dei Traci, al confine settentrionale con la Grecia, nell’odierna Bulgaria. A Tylys, (odierna Tulowo, Bulgaria), i Celti dopo aver pesantemente sconfitto le tribù dell’area balcano-danubiana, s’insediarono fino a costituire un proprio regno che crollerà definitivamente solo nel 212 a.C., per la rivolta degli stessi Traci dopo cinquant’anni di sottomissione al potere celtico.
Tuttavia alla stessa ondata bisogna attribuire l’urto solo in parte assorbito da Greci e Macedoni. Un “Nuovo Brenno” (dopo quello del sacco di Roma del 390 a.C.) scendeva nella penisola ellenica e, dopo una serie di scontri, a cadere sul campo era l’epigono di Macedonia, Tolemeo Cerauno, soccombendo in battaglia contro di loro nel 281 a.C. Dopo quella sconfitta, i Celti si riversarono in massa sulla Grecia continentale: diversi santuari vennero depredati tra cui fece scalpore quello di Delfi il cui immane bottino venne poi ritrovato a Tolosa dai Romani nel 106 a.C.
Dalla Grecia furono comunque “deviati”, ad opera di Antigono Gonata, verso oriente il che consentiva alle due ondate, quella ellenica e quella tracia, con a capo Leonnorio e Lutario, di portarsi in Asia Minore nel 278 a.C. su richiesta di Nicomede I di Bitinia, che decideva di ricorrere a loro per porre fine alla disputa col fratello per la successione dinastica. Le tribù dei Trocmi, dei Tolistobogii e dei Volci Tectosagi, si spostarono per essere affrontati in seguito da Antioco I. nella c.d. battaglia degli elefanti: affatto intimoriti, sconfiggevano il sovrano seleucide, in un epico scontro in cui i Galli vedevano per la prima volta gli elefanti. Il loro dominio sulla Galazia veniva così definitivamente e ufficialmente riconosciuto dalle città ellenistiche dell’Asia Minore: i Tectosageti si stabilirono nei pressi di Ancyra (l’odierna Ankara), i Tolistobogii presso Pessinus (att. Bellihisar), luogo sacro a Cibele e i Trocmi presso Tavio.
Da questo momento si stanziavano definitivamente nella regione centrale che prenderà da loro il nome combattendo in qualità di mercenari durante le varie lotte tra i diversi sovrani ellenistici. Quando il Regno di Pergamo si distaccò definitivamente dall’immenso impero Seleucide di Siria, i Celti, ormai Galati, obbligarono i giovani regnanti della piccola provincia d’Asia a sottostare al loro potere delle armi tramite tributo. Questo fino al 235 a.C., quando Attalo I si rifiutò di pagare il fio annuale, riunendo tutte le altre città ellenistiche dell’Asia Minore soggette a tributo, contro i Celti. La guerra che ne scaturì vide vincitore il giovane regno pergameno in seguito al quale, il vincitore, fondatore ufficiale della dinastia attalide, dedicò ad Atena Nikephoria il così detto « Grande donario », un gruppo scultoreo in bronzo le cui copie in marmo di età romana sono conservate nei Musei Capitolini e a Palazzo Altemps a Roma.
Da questo momento i due regni vivranno in una pace basata su reciproco rispetto, con una certa predominanza del regno pergameno, comunque sempre in una forma di pace forzata e di reciproca “sfiducia”. Questa si rifletterà nella guerra che Roma condurrà contro Antioco III di Siria, l’ultimo tra i Seleucidi a tentare la riconquista dell’Asia Minore, in cui i Galati risultano alleati del Seleucide e con lui sconfitti presso Magnesia al Sipilo nel 189 a.C. da Gaio Manlio Vulsone.
Con i predominio definitivo di Pergamo, appoggiato da Roma, da questo momento i Galati entrano ufficialmente nell’orbita di Roma, in qualità di alleati, definitivamente dopo l’occupazione della Galazia ad opera dei sovrani del Ponto, durante le Guerre Mitridatiche. Nel 64 a.C. la Galazia divenne uno stato associato alla Res Publica, mantenendo la propria indipendenza e la suddivisione interna in tre tribù (ciascuna delle quali con a capo un tetrarca). Al tempo di Cesare, uno dei tre tetrarchi, Deiotaro, prese il sopravvento sugli altri due e venne riconosciuto dai Romani quale “re” della Galazia. Nel 48 a.C. Deiotaro combattè al fianco di Pompeo contro Cesare, il quale, una volta sconfitto il triunviro, tolse loro dei territori ed utilizzò nella guerra contro Farnace re del Ponto gli stessi Galati, che per vendicarsi ordirono una congiura contro il condottiero romano.
Fu lo stesso Cicerone a difendere il re Celta nell’invettiva Pro Deiotaro, salvandolo dall’esecuzione; tuttavia nella battaglia di Filippi del 42 a.C. il principe galata si schierò ovviamente con i cesaricidi, questo provocò, nonostante un chiaro pentimento, dopo la morte di Cassio, e passaggio dalla parte di Augusto, la clienterizzazione del suo regno, fino a quando la sua dinastia si estinse. Con la morte del re Aminta, nel 25 a.C., la Galazia divenne definitivamente provincia romana, retta da un governatore e dal un legato di rango pretorio. Tuttavia il settore religioso venne lasciato indipendente: Pilamene, erede dell’ultimo re galata, ricostruì un tempio presso Ancyra dedicandolo ad Augusto in segno di lealtà all’impero. Nei secoli successivi, del resto, la Galazia si dimostrerà una delle province più fedeli a Roma.
La provincia romana di Galazia, a cui vennero incorporati territori a sud dell’Asia Minore: Pisidia, Isauria e parti della Licaonia e della Frigia, si trovava nella parte centrale dell’Anatolia e confinava a nord con la provincia di Bythinia et Ponto, ad est con la provincia di Cappadocia, a sud con la Lycia et Pamphilia e ad ovest con la provincia d’Asia. La capitale, destinata a divenire capitale dell’odierno stato turco era l’antica Ancyra (Ankara). Nel tempo tuttavia la situazione mutò diverse volte: pochi anni dopo la creazione, in epoca giulio-claudia, le vennero aggiunte la Paflagonia, parte del Ponto (Galaticus e Ptolemaiucus) e l’Armenia Minor. Vespasiano la riunì nella provincia della Cappadocia affidandola ad un legato consolare. Traiano ricostituì la Cappadocia e fece dei due subregni pontici uno stato autonomo; Adriano ne distaccò l’Isauria e parte della Licaonia, annettendole alla Cilicia.
I Galati formalmente dipendenti da Roma ma al loro interno “liberi”, vedevano il loro territorio suddiviso in nelle tre tribù ognuna delle quali era divisa in “cantoni”, ciascuna delle quali governata da un « tetrarca », con poteri assoluto. Fino all’avvento di Roma, gli originari abitanti della Frigia orientale, mantennero il controllo delle loro città e delle loro terre, ma erano tenuti a pagare dei tributi ai galli, che formavano così una sorta di aristocrazia militare separata dagli autoctoni in fattorie fortificate.
La loro religione era basata su una sorta di politeismo celto-romano, finché la loro terra fu visitata, durante il suo terzo viaggio, da Paolo di Tarso, accompagnato da Sila e Timoteo, dove fu ricevuto con entusiasmo. Girolamo (347-420 d.C.) riferisce che, al suo tempo, i Galati parlavano ancora il gallico, la loro antica lingua affine a quella dei Galli di Treviri, oggi in Germania.
Con la riforma di Diocleziano, la parte meridionale e quella settentrionale vennero distaccate divenendo parte rispettivamente delle provincie di Paphlagonia e quella di Lycaonia sotto la Diocesis Pontica, la Pisidia fece parte della Diocesi Asiatica e l’Isauria, con la costa cilicia della Diocesis Orientalis. In 398 d.C., circa un secolo dopo, sotto Onorio la neo ricostituita provincia fu divisa nuovamente in due provincie, la Galatia Prima and Galatia Secunda or Salutaris. La Galatia Prima costituiva la parte nordorientale della vecchia provincia, laddove rimaneva Ancyra come capitale e governata da un consularis, mentre la Salutaris comprendeva la parte rimanente ed includeva la Phrygia ed governata da un praeses che risiedeva a Pessinus.

St. Sergius of Radonezh. Cover embroidered with the image of the saint. The first quarter of XV century.

St. Sergius of Radonezh. Cover embroidered with the image of the saint. The first quarter of XV century. dans immagini sacre 351

http://cultureru.com/category/xi-xv-century/

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25 SETTEMBRE: SAN SERGIO DI RADONEZ

http://www.orthodoxworld.ru/it/sviatye/1/index.htm

(forse una traduzione, l’italiano non mi sembra la lingua originale)

25 SETTEMBRE: SAN SERGIO DI RADONEZ

ROSTOV, 1314 C. – MONASTERO DELLA TRINITÀ, SERGHIEV POSAD, 25 SETTEMBRE 1392

Venerato Sergio di Radonež. XX s. Al giovane Bartolomeo, secondo di tre figli di Cirillo, un boiardo di Rostov, non andava bene lo studio. I maestri lo rimproveravano, gli amici lo stuzzicavano. Un giorno, cercando per campi i puledri che si sono sparsi, Bartolomeo ha incontrato uno sconosciuto starez – prete. Lo starez, avendo conosciuto come il fanciullo è rattristato per gli insuccessi nello studio, lo ha consolato e gli ha dato a mangiare un pezzetino della prosfora – pane benedetto, usato durante la comunione. Il prete accompagnò Bartolomeo a casa, è rimasto per il pranzo, e prima di mangiare ha ordinato al fanciullo di leggere a voce alta i Salmi. Bartolomeo, spaventato, si è rifiutato all’inizio – lui non sapeva leggere bene – però lo starez insisteva. E all’improvviso il bambino ha visto, come le lettere componevano delle parole sensate, e ha iniziato a pronunziarli correttemente. Congedandosi dai genitori del bambino, Cirillo e Maria, lo starez ha detto: « Il vostro figlio sarà grande davanti a Dio! ». Nessuno, dopo, ha mai incontrato questo prete… Così racconta la biografia di s. Sergio di Radonež, Bartolomeo per il mondo, di uno dei primi miracoli, successi nella sua vita.
Da Rostov, spaccato dalle discordie interiori, la famiglia di Bartolomeo è scappata a Radonež. Essendo cresciuto, Bartolomeo ha cominciato a sognare di diventare monaco. Però non poteva lasciare i genitori senza sostegno – i suoi due fratelli hanno lasciato da molto la famiglia. Soltanto dopo la morte dei genitori nel 1337, lui e il suo fratello Stefano, già monaco, si sono appartati nei boschi selvaggi. Hanno deciso di sarcificare della loro vita alla vita solitaria ascetica. Non avendo sopportato le difficoltà della vita nei boschi impenetrabili, Stefano è ritornato a Mosca, nel monastero, invece il 23enne Bartolomeo fu accolto ai monaci con il rito della tonsura fatto da un certo igumeno Mitrofan, nel 1342, ed ha preso il nome di Sergio.
In poco tempo si è sparsa dappertutto la fama di azioni eroiche di un giovane frate asceta che viveva nel bosco con le fiere e addirittura nutriva dalla mano l’orso. I pellegrini hanno cominciato a venire da lui per ricevere un consiglio oppure aiuto. Alcuni si decidevano di diventare frate, costruivano attorno delle celle-tende e cominciavano a vivere in esse. Anche s. Sergio li aiutava nella costruzione, spaccava la legna, preparava il cibo per i fratelli. Poco a poco si formava la comunità monacale, i membri della quale hanno convinto s. Sergio di diventare loro superiore. Nel 1354 il vescovo di Volyn’ Epifanio ha ordinato Sergio come sacerdote.
San Sergio di Radonež con scene della vita. Icona del XVI s. Il monastero di venerato Sergio, dedicato alla Santissima Trinità, per molto tempo era così povero, che addirittura i vasi sacri erano di legno, e invece delle candele e lampade, nella chiesa bruciavano sverze. I monaci non avevano nè pergamene nè carta, per cui le preghiere e i testi liturgici si scrivevano sulla corteccia di betulla. I monaci avevano un giardino, però esso non bastava neanche per nutrirsi poveramente. Non di meno, il Venerato non permetteva chiedere elemosina.
La biografia del santo ci dice che una volta i monaci, portati all’estremo dalla fame, erano già pronti a lasciare il monastero. S. Sergio ha cominciato a esortarli e in questo stesso momento è arrivato alla certosa un carro con dei prodotti, donati da un benefattore sconosciuto come sacrificio per i frati. Nelle relazioni con i monaci, il santo era mite e esigente. Anche quando è diventato igumeno, ha continuato a lavorare a favore dei fratelli: costruiva celle, cuoceva il pane, portava l’acqua. Però quando s. Sergio ha cominciato ha introdurre nel convento un nuovo statuto di vita, sono apparsi gli scontenti. Prima i monaci vivevano nelle loro celle da soli e si radunavano soltanto per i servizi liturgici; però secondo i nuovi statuti, prestati dal Bisanzio, si introducevano una divisione precisa dei compiti e una disciplina dentro il convento. La sua scontentezza riguardo s. Sergio esprimeva anche il suo fratello Stefano: era ritornato nella certosa come igumeno e pretendeva di avere la meglio di lui. Una volta durante la liturgia divian Stefano ha cominciato a richiamare i monaci a voce alta, non essendo per niente imbarazzato dalla presenza del suo fratello. Nella stessa sera s. Sergio, che non voleva rivalità con il fratello maggiore, ha lasciato nel segreto la certosa e se ne andò al fiume Kirzac’.
Riavutisi i frati, si sono precipitati nella ricerca dell’amato superiore e, avendolo trovato, hanno cominciato a spostare le loro celle per vivere con lui. Il monastero della Trinità, Datore di Vita, ha cominciato a svuotarsi. Il santo ci è tornato soltanto dopo quattro anni, alla richiesta del metropolita di Mosca, Aleksiej.
Ancora durante la vita del venerato Serghiej, attorno alla certosa, nel luogo dei boschi addormenati, si sono sparsi diversi paesini e campi arati. Il monastero è diventato più accessibile per i pelegrini, ci venivano sia gente semplice, sia i principi. Per tutti s. Sergio trovava una buona parola, un buon consiglio. Un discepolo del Venerato, frate Epifanio, ha scritto la sua biografia, testimoniando alcuni miracoli. Così, una volta d’inverno, un campesino, il figlio del quale si era ammalato gravemente, ha portato il bambino sulle braccia al venerato, però questo è morto durante il cammino. Il campesino esaurito ha lasciato il corpicino davanti alla porta della certosa ed è tornato a casa per preparare le cose necessarie per i funerali. Quando è tornato al convento per prendere il corpo, ha trovato suo figlio vivo, nella cella con il Venerato. Il Santo ha proibito severamente al campesino di raccontare questo miracolo, non trovando in esso nessun merito, però nascondere ai confrati quello che è successo non era possibile. La fama di S. Sergio, operatore dei miracoli, si rinforzava molte volte con le seguenti guarigioni di ammalati gravi oppure degli indemoniati.
Nel 1390, non lontano dalla certosa passava un altro grande santo russo, il vescovo Stefano di Perm’, l’illuminatore dei comiziriani, autore della traduzione nella lingua di questo popolo di molti testi liturgici e di una parte della Sacra Scrittura. Il Santo non aveva tempo per venire a visitare la certosa, però ha ordinato di fermare la slitta, è sceso da essa ed ha cominciato a pregare, mandando pensieri di affetto al venerato Sergio: « La pace a te, mio fratello spirituale! ». Nel monastero in questo tempo aveva luogo la cena. All’improvviso, durante questa cena, s. Sergio si è alzato, ha fatto inchino e ha proclamato: « Salve, rallegrati anche tu, pastore del gregge di Cristo, e la pace di Dio rimanga con te! ». Il Venerato ha spiegato ai fratelli sbalorditi che salutava s. Stefano, che stava passando accanto. Alcuni dei monaci si sono precipitati fuori della certosa e hanno ancora trovato la gente che accompagnava il Santo.
Più che per altre cose, San Sergio era rattristato dal peccato della divisione tra gli uomini e pregava la Santissima Trinità di poter vincere tale peccato. Il Santo insisteva anzittutto nel riconciliare i principi indipendenti, che erano mortali nemici l’un dell’altro. Nella lotta per il potere e le terre, non risparmiavano sanque dei connazionali, continuamente cercavano di trovare alleati nelle lame dei tatari, portando orda contro i suoi rivali. Il Santo ha visto nel principato di Mosca che stava nascendo una forza che era capace di unire la Rus’ e diventare un appoggio per la Chiesa Russa. Ammirava questo il metropolita di Mosca Aleksiej, che dava a volte a San Sergio degli ordini importanti.
La tradizione dice che proprio dal venerato Sergio è andato nel 1380, prima della lotta di Kulikov, il gran principe Dmitrij Ivanovic’. Il Venerato gli ha dato la sua benedizione e ha lasciato andare con il principe due frati – Aleksander (Peresviet per il mondo) e Andriej (Osliabia). Il Venerato ha prevvisto il culmine della vita terrena di questo due ex-campioni guerrieri nella morte nel campo di lotta per la fede e per il popolo. Durante la battaglia il Santo pregava: rivolgendosi a Dio, chiamava per nome ogni soldato del principe che veniva spazzato dalla morte in dato momento della lotta dall’arma del nemico lì, lontano dal monastero, tra i fiumi del Niepravda e Don.
Il venerato Sergio non ha lasciato nesunno scritto. Della sua vita e delle sue opere abbiamo notizie soprattutto grazie agli scritti del frate Epifanio, e grazie agli altri annuali. Però la memoria di lui nella Chiesa russa è molto viva: fino ad oggi rimane il più amato santo russo. Le sue reliquie si preservano nella Laura della Trinità Divina di San Sergio, vicino a Mosca, città di Serghiev Possad. Centinaia e migliaia delle persone vengono ogni anno per venerare il Santo e per chiedere il suo aiuto.
La memoria del venerato Sergio di Radonež, operatore dei miracoli, si celebra il 5 (18) di settembre, e ancora il 25 settembre (8 ottobre) nel giorno della morte del gran santo.

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L’APPROCCIO ORTODOSSO DELL’AMORE UMANO

 http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/insegnamenti/amoreyannaras.htm

L’APPROCCIO ORTODOSSO DELL’AMORE UMANO

di Christos Yannaras

[…] Che cos’è l’amore? Più di un tipo di sentimento a cui si riferisce il comportamento umano sul piano morale, è il linguaggio della Bibbia, cioè l’espressione dell’esperienza ecclesiale, che ci dà una prospettiva completamente diversa dell’interpretazione dell’amore. È una prospettiva ontologica, come si dice nel linguaggio della teologia accademica. Il termine amore definisce soprattutto un modo di vivere, e non un modo di comportarsi, né un’emozione, né un sentimento personale nei confronti degli altri. Ma piuttosto un vero modo di vita.
Il Nuovo Testamento dà una definizione di Dio, con le parole di san Giovanni l’Evangelista: “Dio è Amore” (I Gv 4, 8). Decifriamo questa frase. “Dio è Amore” significa che l’amore non è una qualità morale di Dio. Non interpretiamo l’amore a proposito delle energie divine, delle azioni di Dio nella storia. L’amore, è la definizione stessa di Dio. Precisa esattamente il modo di esistenza di Dio. Dio esiste come amore. Questa frase contiene tutta la teologia trinitaria, la teologia della libertà. […]
Dio non è un’essenza ma la realtà di una persona, della persona del Padre che, liberamente, con la sua volontà di esistere, realizza il suo essere, la sua essenza, con la nascita di Cristo e la processione del Santo Spirito. Il suo modo d’esistenza, l’Amore, è la sua scelta perpetua. È il trionfo della libertà.
Impariamo l’amore, non attraverso dei sillogismi, delle riflessioni, l’analisi, ma con l’imitazione di questo modo di vivere realizzato da Dio. Proviamo a realizzare lo stesso modo di vivere. Certamente, siamo esseri creati, la nostra natura è limitata, abbiamo bisogno di questi sillogismi, di queste analisi, ma ci occorre apprendere continuamente che tutto ciò non basta a darci la conoscenza della verità dell’amore. Ci occorre una via, una pratica reale. San Giovanni ci dice: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”. Il nostro concetto di Dio è rilevato dalle prove o dalla comprensione? Non conosciamo Dio. San Giovanni lo ripete un po’ più tardi dicendo: “Chi dice che ama Dio, che non conosce, ma non ama il suo prossimo, esprime una contraddizione” (cf. I Gv 4, 20). San Giovanni ci assicura che non conosciamo Dio. Proviamo a conoscere Dio attraverso l’esperienza del nostro amore per il nostro prossimo, i nostri fratelli, le nostre sorelle. “Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore”. Dio non è il prodotto di un’ideologia. Dio non è una nozione metafisica. La Chiesa ha mostrato che la via per arrivare alla conoscenza di Dio è quella di un amore reale, quotidiano, continuo.
San Paolo, nella prima epistola ai Corinzi, dice che l’amore è più grande della fede (cf. I Cor 13, 13). Infatti, la fede non corrisponde a convinzioni individuali, a certezze intellettuali. Il termine fede, nell’esperienza ecclesiale, conserva il senso originario del termine greco pistis che significa “fiducia”. Ho fiducia, mi do a qualcuno. L’amore è più grande di questa fiducia. La fiducia, in certo modo, è il cominciare. L’amore è un compimento che non ha limite.
Un’altra frase di san Giovanni mi ha molto impressionato: “chi teme non è perfetto nell’amore” (cf. I Gv 4, 18). Noi amiamo poiché lui ci ha amati per primo. Il timore è contrario all’amore. Ciò significa che la conoscenza alla quale arriviamo attraverso l’amore ha una qualità completamente diversa da ciò che san Paolo chiama scienza: “La scienza sarà abolita, l’amore resterà” (cf. I Cor 13, 8-9). L’amore non si esaurisce con i limiti di una legge o gli obblighi che una legge presenta al nostro comportamento. È per questo che il timore si trova agli antipodi dell’amore. Perché l’amore è la libertà da qualsiasi legge, da qualsiasi limitazione della vita come relazione, come comunione.
La differenza tra la morale sociale o la morale nelle varie tradizioni spirituali e religiose, e la concezione ecclesiale dell’amore si trova esattamente nella definizione di Dio come Amore: la definizione dell’amore come modo di vita. In questa prospettiva, l’amore è anche la definizione della persona, della nostra realtà, della realtà esistenziale di Dio a immagine del quale siamo stati creati. La definizione di persona è l’amore. L’amore presuppone un’esistenza con una coscienza energetica e, allo stesso tempo, una libertà che si realizza nella comunione. È la differenza che stabilisce la teologia ortodossa tra la Persona ed il personalismo o l’umanismo filosofico.
È molto importante sapere di cosa stiamo parlando. L’Amore, è il Dio increato. Dal nostro lato, siamo esseri creati a immagine di Dio. A immagine, cioè nella dinamica di avanzare verso la somiglianza. Ciò significa, in termini semplici, che vivere e realizzare l’amore può realizzarsi su due livelli. Quello dell’increato, è la realtà divina che si identifica con l’amore, con la definizione di Dio come amore; e quello della nostra natura creata a immagine di Dio. A immagine significa che abbiamo la possibilità naturale di realizzare l’amore. Là risiede la grande difficoltà per distinguere l’aspetto naturale, creato, psicologico dell’amore e la realtà di un modo di vivere a cui la Chiesa ci chiama. […]
La Chiesa prova ad indicare costantemente come discernere tra l’amore naturale e l’amore dell’Increato. Che cos’è la comunità eucaristica, se non un modo di vita reale, concreto, che realizza un’altra relazione con il mondo e con gli altri, un altro modo di vivere che si trova agli antipodi dell’individualismo. Poiché tutto quanto è individuale rappresenta, secondo l’esperienza della Chiesa, la morte. Tutto ciò che è comunione d’amore, comunione dell’infinito, è l’esistenza libera da qualsiasi limitazione della corruzione e della morte. Molto spesso, la resistenza della nostra natura creata ci obbliga a ricercare delle certezze individuali. Cerchiamo di evitare il rischio della relazione, il rischio di amare realmente uscendo da noi stessi. E questo slittamento per evitare il rischio della relazione porta abbastanza spesso ad un tipo di “assolutizzazione” dell’educazione, della morale, della protezione dell’altro. Non è l’amore realizzato nel modo di vivere eucaristico, ecclesiale.
Il criterio per distinguere l’amore ecclesiale come una dinamica verso la somiglianza dell’amore divino, e per discernere quest’amore dall’amore naturale, è sempre ed ovunque la priorità della relazione personale, la priorità della libertà, il rischio della libertà. Viviamo questa priorità della relazione personale al posto dell’oggettivazione della legge nell’eucaristia, attraverso la nostra relazione personale con il Padre del corpo ecclesiale, della comunità ecclesiale, con colui che chiamiamo Padre perché ci fa nascere nella nuova vita che è il modo di vivere secondo la verità dell’amore divino. Ma stiamo parlando di una relazione che produce la vita. È molto diversa da una relazione che si esaurisce nella protezione di ogni individuo con il rischio della propria responsabilità, della propria libertà. […]
Siamo chiamati a realizzare, attraverso e con le energie della nostra natura, durante la nostra vita terrena, il modo di vivere dell’increato. Siamo chiamati a superare il modo di vivere – non la natura: sarebbe un’altra illusione. Non possiamo superare la natura, uscire dalla natura. Ma con le possibilità, le capacità, le energie della nostra natura creata, siamo chiamati a realizzare il modo di vivere dell’increato.
L’amore è un dono di Dio fatto alla nostra natura. San Massimo il Confessore parla di una agapetike dynamis, di una forza d’amore che è nella nostra natura. È una capacità della nostra natura ma non è sufficiente ad entrare nella vita che può vincere la morte. Appartenere alla Chiesa, non è per migliorare il nostro carattere o vivere sentimenti più elevati. Apparteniamo alla Chiesa perché vogliamo constatare che, attraverso la morte, si può vincere la morte. Se si cerca ciò, occorre superare il livello naturale dell’amore per arrivare a realizzare l’amore secondo il modo di vivere del Dio trinitario.
Pertanto, la Chiesa, attraverso l’esperienza ecclesiale, non disprezza ciò che è naturale, al contrario. L’amore naturale come forza della nostra natura, come lo definisce san Massimo il Confessore, è molto positivo: è il nucleo intorno al quale la nostra personalità si costituisce, questo slancio dinamico verso l’altro, questo slancio di riferimento verso l’altro. È l’asse che costituisce la nostra ipostasi individuale, personale. Non si può dunque disprezzare ciò. Non si possono disprezzare tutte le conseguenze fisiche di questa potenza. Non si disprezza l’eros, tutte queste espressioni dell’amore naturale, ma allo stesso tempo, non si devono confondere questi due livelli. Non si deve confondere ciò che è naturale con il modo di vivere che ci libera dal naturale. È un esercizio molto difficile. E credo che occorra considerare in primo luogo l’illusione che abbiamo molto spesso di vivere al livello del modo di vita ecclesiale mentre siamo ancora nel quadro del naturale, e che sostituiamo la natura con illusioni o convinzioni intellettuali. […]

Contacts, vol. 49, no. 180, 1997.

Traduzione a cura di  Tradizione Cristiana

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Padre Pio da Pietrelcina

Padre Pio da Pietrelcina dans immagini sacre

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SAN PADRE PIO DA PIETRELCINA – MEMORIA 23 SETTEMBRE

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_20020616_padre-pio_it.html

SAN PADRE PIO DA PIETRELCINA – MEMORIA 23 SETTEMBRE

Pietrelcina, Benevento, 25 maggio 1887 – San Giovanni Rotondo, Foggia, 23 settembre 1968

“Per me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14).

Padre Pio da Pietrelcina, come l’Apostolo Paolo, al vertice della sua vita e del suo apostolato pose la Croce del suo Signore come sua forza, sua sapienza e sua gloria. Infiammato d’amore per Gesù Cristo, si conformò a Lui nell’immolazione di sé per la salvezza del mondo. Nella sequela e nell’imitazione di Cristo Crocifisso fu così generoso e perfetto che avrebbe potuto dire: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 19). E i tesori di grazia che Dio gli aveva concesso con singolare larghezza senza sosta egli dispensò con il suo ministero, servendo gli uomini e le donne che a lui accorrevano sempre più numerosi e generando una immensa moltitudine di figli e figlie spirituali.
Questo degnissimo seguace di San Francesco d’Assisi nacque il 25 maggio 1887 a Pietrelcina, nell’arcidiocesi di Benevento, da Grazio Forgione e Maria Giuseppa De Nunzio. Fu battezzato il giorno successivo col nome di Francesco. A 12 anni ricevette il sacramento della Cresima e la prima Comunione.
A 16 anni, il 6 gennaio 1903, entrò nel noviziato dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini a Morcone, ove il 22 dello stesso mese vestì l’abito francescano e si chiamò Fra Pio. Terminato l’anno di noviziato, emise la professione dei voti semplici e, il 27 gennaio 1907, quella dei voti solenni.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, ricevuta il 10 agosto 1910 a Benevento, restò in famiglia fino al 1916 per motivi di salute. Nel settembre dello stesso anno fu mandato al convento di San Giovanni Rotondo e vi rimase fino alla morte.
Acceso dall’amore di Dio e dall’amore del prossimo, Padre Pio visse in pienezza la vocazione a contribuire alla redenzione dell’uomo, secondo la speciale missione che caratterizzò tutta la sua vita e che egli attuò mediante la direzione spirituale dei fedeli, mediante la riconciliazione sacramentale dei penitenti e mediante la celebrazione dell’Eucaristia. Il momento più alto della sua attività apostolica era quello in cui celebrava la Santa Messa. I fedeli, che vi partecipavano, percepivano il vertice e la pienezza della sua spiritualità.
Sul piano della carità sociale si impegnò per alleviare dolori e miserie di tante famiglie, principalmente con la fondazione della “Casa Sollievo della Sofferenza”, inaugurata il 5 maggio 1956.
Per Padre Pio la fede era la vita: tutto voleva e tutto faceva alla luce della fede. Fu assiduamente impegnato nella preghiera. Passava la giornata e gran parte della notte in colloquio con Dio. Diceva: “Nei libri cerchiamo Dio, nella preghiera Lo troviamo. La preghiera è la chiave che apre il cuore di Dio”. La fede lo portò sempre all’accettazione della volontà misteriosa di Dio.
Fu sempre immerso nelle realtà soprannaturali. Non solo egli era l’uomo della speranza e della fiducia totale in Dio, ma infondeva queste virtù in tutti quelli che lo avvicinavano, con le parole e con l’esempio.
L’amore di Dio lo riempiva, soddisfacendo ogni sua attesa; la carità era il principio ispiratore della sua giornata: Dio da amare e da far amare. Sua particolare preoccupazione: crescere e far crescere nella carità.
Espresse il massimo della sua carità verso il prossimo accogliendo, per oltre 50 anni, moltissime persone, che accorrevano al suo ministero e al suo confessionale, al suo consiglio e al suo conforto. Era quasi un assedio: lo cercavano in chiesa, nella sagrestia, nel convento. Ed egli si donava a tutti, facendo rinascere la fede, distribuendo grazia, portando luce. Ma specialmente nei poveri, nei sofferenti e negli ammalati egli vedeva l’immagine di Cristo e si donava specialmente per loro.
Ha esercitato in modo esemplare la virtù della prudenza, agiva e consigliava alla luce di Dio.
Suo interesse era la gloria di Dio e il bene delle anime. Ha trattato tutti con giustizia, con lealtà e grande rispetto.
Rifulse in lui la virtù della fortezza. Egli comprese ben presto che il suo cammino sarebbe stato quello della Croce, e l’accettò subito con coraggio e per amore. Sperimentò per molti anni le sofferenze dell’anima. Per anni sopportò i dolori delle sue piaghe con ammirabile serenità.
Quando dovette subire indagini e restrizioni al suo servizio sacerdotale, accettò tutto con profonda umiltà e rassegnazione. Di fronte ad accuse ingiustificate e calunnie tacque sempre, confidando nel giudizio di Dio, dei suoi diretti superiori e della propria coscienza.
Usò abitualmente la mortificazione per conseguire la virtù della temperanza, in conformità allo stile francescano. Era temperante nella mentalità e nel modo di vivere.
Consapevole degli impegni assunti con la vita consacrata, ne osservò con generosità i voti professati. Fu obbediente in tutto agli ordini dei suoi Superiori, anche quando erano gravosi. La sua obbedienza era soprannaturale nell’intenzione, universale nella estensione e integrale nell’esecuzione. Esercitò lo spirito di povertà con totale distacco da se stesso, dai beni terreni, dalle comodità e dagli onori. Ebbe una grande predilezione per la virtù della castità. Il suo comportamento era dovunque e con tutti modesto.
Si reputava sinceramente inutile, indegno dei doni di Dio, ricolmo di miserie e insieme di favori divini. Fra tanta ammirazione del mondo, egli ripeteva: “Voglio essere soltanto un povero frate che prega”.
La sua salute, fin dalla giovinezza, non fu molto florida e, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, declinò rapidamente. Sorella morte lo colse preparato e sereno il 23 settembre 1968, all’età di 81 anni. I suoi funerali furono caratterizzati da un concorso di popolo del tutto straordinario.
Il 20 febbraio 1971, ad appena tre anni dalla sua morte, Paolo VI, parlando ai Superiori dell’Ordine Cappuccino, disse di lui: “Guardate che fama ha avuto, che clientela mondiale ha adunato intorno a sé! Ma perché? Forse perché era un filosofo? Perché era un sapiente? Perché aveva mezzi a disposizione? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era, difficile a dire, rappresentante stampato delle stimmate di nostro Signore. Era un uomo di preghiera e di sofferenza”.
Già durante la sua vita godeva vasta fama di santità, dovuta alle sue virtù, al suo spirito di preghiera, di sacrificio e di dedizione totale al bene delle anime.
Negli anni successivi alla sua morte, la fama di santità e di miracoli è andata sempre più crescendo, diventando un fenomeno ecclesiale, diffuso in tutto il mondo, presso ogni categoria di persone.
Così Dio manifestava alla Chiesa la volontà di glorificare in terra il suo Servo fedele. Non trascorse molto tempo che l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini compì i passi previsti dalla legge canonica per iniziare la Causa di beatificazione e canonizzazione. Esaminata ogni cosa, la Santa Sede, a norma del Motu Proprio “Sanctitas Clarior”, concesse il nulla osta il 29 novembre 1982. L’Arcivescovo di Manfredonia poté così procedere all’introduzione della Causa e alla celebrazione del processo cognizionale (1983-1990). Il 7 dicembre 1990 la Congregazione delle Cause dei Santi ne riconobbe la validità giuridica. Ultimata la Positio, si discusse, come di consueto, se il Servo di Dio abbia esercitato le virtù in grado eroico. Il 13 giugno 1997 si tenne il Congresso Peculiare dei Consultori teologi con esito positivo. Nella Sessione Ordinaria del 21 ottobre successivo, essendo Ponente della Causa l’Ecc.mo Mons. Andrea Maria Erba, Vescovo di Velletri-Segni, i Padri Cardinali e Vescovi hanno riconosciuto che Padre Pio da Pietrelcina ha esercitato in grado eroico le virtù teologali, cardinali ed annesse.

Il giorno 18 dicembre 1997, alla presenza di Giovanni Paolo II, fu promulgato il Decreto sull’eroicità delle virtù.

Per la beatificazione di Padre Pio, la Postulazione ha presentato al competente Dicastero la guarigione della signora Consiglia De Martino di Salerno. Sul caso fu celebrato regolare Processo canonico presso il Tribunale Ecclesiastico dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno dal luglio 1996 al giugno 1997. Il 30 aprile 1998 si tenne, presso la Congregazione delle Cause dei Santi, l’esame della Consulta Medica e il 22 giugno dello stesso anno, il Congresso peculiare dei Consultori Teologi. Il giorno 20 ottobre seguente, in Vaticano, si riunì la Congregazione ordinaria dei Cardinali e dei Vescovi, membri del Dicastero, e il 21 dicembre 1998 fu promulgato, alla presenza di Giovanni Paolo II, il Decreto sul miracolo.
Il 2 maggio 1999 nel corso di una solenne Concelebrazione Eucaristica in piazza San Pietro Sua Santità Giovanni Paolo II, con la Sua autorità apostolica, dichiarò Beato il Venerabile Servo di Dio Pio da Pietrelcina, stabilendo per il 23 settembre la data della festa liturgica.
Per la canonizzazione del Beato Pio da Pietrelcina, la Postulazione ha presentato al competente Dicastero la guarigione del piccolo Matteo Pio Colella di San Giovanni Rotondo. Sul caso è stato celebrato regolare Processo canonico presso il Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Manfredonia-Vieste dall’11 giugno al 17 ottobre 2000. Il 23 ottobre successivo la documentazione è stata consegnata alla Congregazione delle Cause dei Santi. Il 22 novembre 2001 si è tenuto, presso la Congregazione delle Cause dei Santi, l’esame della Consulta Medica. L’11 dicembre si è tenuto il Congresso peculiare dei Consultori Teologi e il 18 dello stesso mese la Sessione ordinaria dei Cardinali e Vescovi. Il 20 dicembre, alla presenza di Giovanni Paolo II, è stato promulgato il Decreto sul miracolo, mentre il 26 febbraio 2002 è stato promulgato il Decreto sulla canonizzazione.

Beatificazione (2 maggio 1999)

Canonizzazione (16 giugno 2002)

Publié dans:SANTI |on 23 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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