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TUTTO PER GRAZIA (Sermone 1915)

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TUTTO PER GRAZIA

di C. H. Spurgeon

SERMONE PUBBLICATO GIOVEDÌ, 7 OTTOBRE 1915 CONSEGNATO DA C. H SPURGEON,

AL METROPOLITAN TABERNACLE, NEWINGTON.

(Chiesa Battista Riformata, credo)

    « Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori » (Efesini 2:8-9).

    Delle cose su cui ho predicato a voi per molti anni questa ne è la somma. Nell’assortimento delle mie argomentazioni ho mantenuto la mia teologia, principalmente intorno alla salvezza degli uomini. Sono felice di ricordare che anche quelli che della mia famiglia erano ministri di Cristo, prima di me e in mia presenza hanno predicato questa dottrina e nient’altro. Mio padre che ancora può dare la sua testimonianza personale per il suo Signore, non conosce altra dottrina e anche suo padre lo ha fatto prima di lui.
Sono condotto a ricordare questo per il fatto che una circostanza abbastanza singolare, registrata nella mia memoria ha stabilito una connessione di questo testo tra me e mio nonno. Ora sono passati tanti anni. Fui incaricato di predicare in una città di un certo paese nelle Contee Orientali. Non mi accade spesso di essere in ritardo, perché sento che la puntualità è una di quelle piccole virtù che possono prevenire grandi peccati. Tuttavia non abbiamo colpa se il treno fa ritardo o che si guasti e fu così che accadde che arrivai notevolmente in ritardo al luogo su nominato.
Come tutte le persone assennate, loro avevano già cominciato la loro adorazione e avevano già cominciato con il sermone. Come mi avvicinavo alla chiesa, percepivo che qualcuno era salito sul pulpito a predicare e chi avrebbe immaginato che il predicatore era il mio caro e venerabile nonno! Appena però lui mi vide entrare dalla porta anteriore e camminare per tutto il percorso del corridoio centrale, subito esclamò: « Adesso continuerà mio nipote! Lui sa predicare l’Evangelo meglio di me, anche se lui non può predicare un Evangelo migliore; lo puoi Charles? » Dopo aver fatto il mio viaggio tra la folla, risposi: « Tu puoi predicare meglio di me. Prega ancora. » Ma lui non l’avrebbe accettato. Dovevo continuare il sermone e così andando sullo stesso soggetto, ritornai dove lui aveva interrotto.
« Ebbene » disse lui, « stavo predicando su: « Voi, infatti, siete stati salvati per Grazia ». Stavo mettendo tutti avanti alla fonte e alla sorgente della salvezza; e ora sto loro mostrando il canale di essa, attraverso la fede. Ora tu riprendi da qui e va avanti ».
    Io giocavo in casa con queste verità gloriose, perché non avrei potuto provare alcuna difficoltà nel riprendere dal filo della dissertazione di mio nonno e congiungendo il mio filo al suo, potetti continuare senza alcuna interruzione logica. Il nostro accordo nelle cose di Dio ci fece facilmente essere un solo predicatore dello stesso discorso. Andai sul punto in cui dice: « Mediante la fede » e poi procedetti al punto successivo: « Ciò non viene da voi ». Su quest’argomento stavo spiegando la debolezza e l’impossibilità della natura umana e la certezza che la salvezza non potesse venire da noi, quando mi sentii tirare la coda del mio frac e il mio benamato gran signore prese di nuovo a dire: « Quando ho parlato della nostra depravata natura umana » proseguì il vecchio buon uomo, « so molto su questo, cari amici »; e così lui prese a parlare di una parabola e nei successivi cinque minuti fece una solenne e umiliante descrizione della nostra perduta fortuna, la depravazione della nostra natura e la morte spirituale nella quale noi fummo trovati.
    Quando lui aveva esposto le sue argomentazioni in una maniera molto graziosa, il suo nipote si permise continuare, con grande gioia del caro vecchio uomo; perché ora e allora lui direbbe, in tono gentile, « Bene! Bene! » Una volta lui disse: « Diglielo di nuovo, Charles » ed io ovviamente glielo ripetei. Era per me un gradito esercizio portare la mia azione in testimonianza ad una verità di così vitale importanza, che è così profondamente impressa nel mio cuore. Mentre sto annunciando questo messaggio, mi sembra di sentire ancora quella cara voce che mi dice: « Diglielo di nuovo ». Non sto contraddicendo la testimonianza degli antenati che ora sono con Dio. Se mio nonno potesse ritornare sulla terra, mi troverebbe dove mi ha lasciato, costante nella fede e attaccato a quella forma di dottrina che fu consegnata una volta per sempre ai santi.
Maneggerò brevemente il testo, in modo da ricavare alcune asserzioni. La prima asserzione è contenuta chiaramente nel testo:

LA SALVEZZA È ATTUALE
    L’apostolo dice: « Voi siete salvati ». Non « voi sarete », o « voi potete essere »; ma « voi siete salvati ». Lui non dice: « Voi siete salvati in parte » e neppure « pieni della speranza di salvezza »; ma « per Grazia voi siete salvati ». Permetteteci di essere chiari su questo punto così com’è e permetteteci di non scordare che noi sappiamo che noi siamo salvati. In questo momento noi o siamo o non siamo salvati. Questo sia chiaro. A che categoria apparteniamo? Spero che, mediante la testimonianza dello Spirito Santo, noi possiamo essere così rassicurati della nostra salvezza da poter cantare: « Il Signore è la mia forza e la mia canzone; lui è divenuto anche la mia salvezza. » Su questo non mi dilungherò, ma passerò a fare attenzione al prossimo punto.

LA SALVEZZA ATTUALE DEVE ESSERE RICEVUTA PER GRAZIA
    Se possiamo dire di qualsiasi uomo, o di qualsiasi genere di persone: « Voi siete salvati », noi dobbiamo farlo ma premettendo le parole « per Grazia ». Non c’è altra salvezza attuale a meno che cominci e finisca « per Grazia ». Non penso che qualcuno in questo grande mondo pretenda di predicare o di possedere una salvezza attuale e poi ometta di dire che quelli che credono di essere salvati lo siano solamente per Grazia. Nessuno nella Chiesa di Roma proclama di essere salvato subito, completamente e per l’eternità. Tale professione di fede sarebbe giudicata eretica. Pochi cattolici possono sperare di entrare nel cielo quando muoiono, ma la maggior parte di loro ha, davanti agli occhi, la misera prospettiva del purgatorio. Noi vediamo le continue richieste di preghiere per le anime trapassate e questo non avverrebbe se quelle anime fossero salvate e glorificate col loro Salvatore. Messe in suffragio per il riposo dell’anima, indicano l’incompletezza della salvezza che Roma ha da offrire. Per buono che possa essere, da quando la salvezza Papale è mediante le opere e anche se la salvezza per le buone opere fosse possibile, mai nessun uomo potrebbe essere sicuro di aver compiuto abbastanza per assicurarsi la sua salvezza.
Fra quelli che indugiano in mezzo a noi, troviamo molti che sono nello stesso tempo estranei alla dottrina della Grazia e questi non sognano mai di possedere una salvezza attuale. Probabilmente loro hanno fiducia di poter essere salvati quando muoiono; hanno una mezza speranza, dopo anni d’attenta santità, loro possono, forse, infine essere salvati; ma, per essere salvati ora e per sapere che sono salvati, la salvezza è completamente lontana da loro e anzi pensano che ciò sia una presunzione.
Non ci può essere salvezza attuale a meno che non si fondi su punta base: « Per Grazia voi siete salvati ». È una cosa molto singolare che a nessuno sia venuta in mente di predicare una salvezza « attuale » mediante le opere. Suppongo che sarebbe stato troppo assurdo. Essendo le opere non ancora terminate, la salvezza sarebbe incompleta; oppure, essendo completa la salvezza, il motivo principale del legalista, assertore della salvezza per opere, sarebbe concluso.
La salvezza deve essere per Grazia. Se un uomo si è perso per il peccato, come può essere salvato se non attraverso la Grazia di Dio? Se lui ha peccato, lui è condannato; e come può lui, da se stesso, invertire quella condanna? Supponi che lui si attenesse alla legge per tutto il resto della sua vita, lui avrà fatto solo allora quello che avrebbe dovuto fare prima e lui sarà ancora un servitore inutile. Che ci deve fare del suo passato? Come potrà cancellare i vecchi peccati? Come potrà essere ritrattata la vecchia rovina? Secondo le Sacre Scritture e secondo il senso comune, la salvezza potrà essere solamente concessa mediante il libero favore di Dio.
La salvezza nel tempo presente deve venire dal favore gratuito di Dio. Le persone possono contendere per la salvezza per opere, ma tu non sentirai che chiunque sostenga il suo proprio argomento dicendo: « Sono salvato per quello che ho fatto ». Quella sarebbe una vanità di bricconeria alla quale pochi uomini andrebbero. L’orgoglio potrebbe afferrarlo non appena lui si vanta in modo così stravagante. No, se siamo salvati, deve essere per la libera Grazia di Dio. Nessun uomo professa di essere un esempio di salvezza da un punto di vista contrario a quello offerto dalla salvezza per Grazia. La salvezza, per essere completa deve essere mediante la Grazia gratuita. I santi, quando sopraggiunge la morte, non concludono mai le loro vite sperando nelle loro buone opere. Quelli che invariabilmente hanno maggiormente vissuto vite sante e utili, guardano alla libera Grazia nei loro momenti conclusivi. Non sono mai stato al capezzale del letto di un uomo devoto che riposasse una qualsiasi fiducia nelle sue proprie preghiere, o nel pentimento, o nella religiosità. Ho sentito uomini molto santi che citano in morte le parole: « Gesù Cristo entrò nel mondo per salvare i peccatori. » Infatti, gli uomini che si avvicinano maggiormente al cielo e i più preparati a ciò, i più semplici mettono la loro fiducia nei meriti del Signore Gesù e più intensamente aborriscono ogni fiducia in loro stessi. Se ciò accade nei nostri ultimi momenti, quando il conflitto è quasi al di sopra di noi, molto più dobbiamo sentirlo essere così mentre noi siamo nel mezzo della lotta, cioè durante la vita. Se un uomo è completamente salvato in questo tempo di guerra, come può essere se non per Grazia. Mentre lui deve piangere sul peccato che sovrabbonda in lui, mentre lui deve confessare innumerevoli deficienze e trasgressioni, mentre il peccato è presente in tutto ciò che fa, come può credere di essere completamente salvato se non la gratuita Grazia di Dio?
Paolo parla di questa salvezza come se appartenesse agli Efesini: « Per Grazia voi siete salvati. » Gli Efesini si erano dati ad arti esoteriche curiose e ad opere di divinazione. Avevano fatto in pratica un’alleanza coi poteri delle tenebre. Ora se proprio questi furono salvati, ciò deve essere solo per Grazia. Così è anche con noi: la nostra condizione originale e il carattere rende certo il fatto che, se salvò tutti, noi lo dobbiamo attribuire alla libera Grazia di Dio. So che è così proprio nel mio caso; e credo che la stessa regola regga bene anche per il resto dei credenti. Chiarito sufficientemente quest’argomento, passiamo ad un’altra osservazione:

L’ATTUALE SALVEZZA PER GRAZIA DEVE AVVENIRE MEDIANTE LA FEDE.
    Una salvezza attuale deve avvenire mediante la Grazia e la salvezza per Grazia deve avvenire attraverso la fede. Tu non ti puoi impadronire della salvezza per Grazia, mediante altri mezzi se non per fede. Hai bisogno delle auree pinze della fede per portare via questo carbone vivente posto sull’altare. Suppongo che sarebbe stato possibile, se Dio l’avesse voluto, che quella salvezza potesse essere concessa per opere, invece che per Grazia; perché se Adamo avesse rispettato perfettamente la legge di Dio, lui avrebbe ancora fatto quello che a lui fu concesso di fare; ma anche così, se Dio l’avesse ricompensato, la ricompensa stessa sarebbe dovuta essere secondo la Grazia, in quando il Creatore non deve nulla alla creatura. Questo sarebbe stato un sistema molto difficile per lavorare, mentre l’oggetto di ciò era perfetto; ma nel nostro caso non funzionerebbe per tutti. La salvezza nel nostro caso vuole dire liberazione dalla colpa e dalla rovina e questo non poteva fondarsi sopra una misura di buone opere, in quando noi non siamo nella condizione di compierne alcuna. Supponi che io ti predichi che tu come peccatore devi fare certi lavori e che poi tu saresti salvato; e supponi che tu potessi compierli; tale salvezza non potrebbe essere considerata come una Grazia, ma come un debito. Appreso in tale maniera, ciò ti sarebbe ricompensato come la ricompensa di un’opera fatta e tutto il suo aspetto sarebbe stato cambiato. La salvezza per Grazia può solo essere afferrata dalla mano di fede: il tentativo di sovrapporre su di essa il fare certi atti di legge causerebbe l’evaporazione alla Grazia: « Perciò, è mediante la fede che interviene la Grazia. » « Se è per Grazia, allora non è più per opere: altrimenti la Grazia non è più la Grazia. Ma se è per opere, allora non c’è più la Grazia: altrimenti le opere non sono più opere. »
Alcuni tentano di sovrapporre alla salvezza per Grazia, l’uso di cerimonie; ma non è così. Tu sei battezzato da bambino, confermato e spinto a ricevere « il santo sacramento » da mani sacerdotali, oppure Tu sei battezzato da adulto, iscritto ad una chiesa e partecipi alla cena del Signore: questo ti porta la salvezza? Ti chiedo: « Ce l’hai la salvezza? » « Come osi chiedermelo? » Se tu proclamassi un tal genere di salvezza, allora io sono sicuro che non ci sarebbe nella tua mente la salvezza per Grazia.
Di nuovo, tu non può basare la salvezza per Grazia attraverso i tuoi sentimenti. La mano di fede è costruita per afferrare una salvezza attuale per Grazia. Ma le sensazioni non sono adatte per quello scopo. Se tu vai dicendo: « Devo sentire che sono salvato. Devo sentire prima molto dolore e poi molta gioia oppure non ammetterò che sono salvato », tu troverai che questo metodo non risponderà. Come tu non puoi sperare di vedere col tuo orecchio, o assaggiare col tuo occhio, o sentire col tuo naso, così non puoi credere sentendo: è l’organo sbagliato. Dopo che tu hai creduto, tu puoi godere la salvezza sentendo le sue influenze paradisiache; ma sognare di afferrarla con i tuoi propri sentimenti è così sciocco come tentare di afferrare la luce del sole col palmo della mano, oppure il vento del cielo tra le ciglia dei tuoi occhi. C’è un’assurdità essenziale in tutto questo discorso.
Inoltre, l’evidenza prodotta per le sensazioni è diversa da persona a persona. Quando i tuoi sentimenti sono pacati e deliziosi, essi sono subito sconvolti e sopraggiungono agitazione e tristezza. Il più incostante degli elementi, le più deboli creature, le circostanze più spregevoli possono affondare o possono elevare il tuo spirito: uomini esperti vengono a pensare sempre meno delle loro attuali emozioni, man mano che loro riflettono sullo scarso affidamento che si può avere tramite di esse. La fede riceve la legge di Dio concernente il Suo modo di perdono gratuito e così porta salvezza all’uomo credente; ma sentendo, riscaldandosi in seguito ad appassionati appelli, conducendosi ai limiti del delirio verso una speranza che sfida ma non esamina, si conducono in giro in un genere di ballo del mendicante arabo « derviscio » fatto di eccitamento e tutto è in agitazione, come il mare agitato che non può rimanere. Dalle sue ebollizioni e dalle sue furie tempestose, le sensazioni sono adatte per lasciarsi andare a tiepidezza, abbattimento, disperazione e a tutti i mali simili. Le sensazioni sono una sorta di oscuri e tempestosi fenomeni, nei quali non può fondarsi alcuna fiducia circa le verità eterne di Dio.
Ora facciamo un passo che ci porterà ancora più lontano:

LA SALVEZZA PER GRAZIA, ATTRAVERSO LA FEDE, NON VIENE DA NOI.
    La salvezza e la fede e tutte le opere della Grazia, non vengono da noi. Innanzi tutto loro non sono dovuti a nostri antichi meriti: loro non sono la ricompensa di antichi buoni tentativi. Nessuna persona non « nata di nuovo » ha vissuto così bene che Dio è costretto a dargli un’ulteriore Grazia e dargli la vita eterna; in altre parole non è più lontano dalla Grazia, ma dal debito. La Salvezza c’è data, non guadagnata da noi. La nostra prima vita è sempre come un vagabondaggio lontano da Dio e la nostra nuova vita di ritorno a Dio è sempre un’opera di misericordia immeritata, riversata su quelli che grandemente ne hanno bisogno, ma che non lo meritavano mai. Non viene da noi, nel più ancestrale significato, cioè che non proviene dalla nostra bravura dimostrata in origine. La salvezza viene dall’Alto; non è mai prodotta in mezzo a noi. Può la Vita eterna essere prodotta dalle costole nude della morte?
Alcuni ci sfidano a dire che la fede in Cristo e la nascita nuova, sono solamente la conseguenza di buone opere, che si producono segretamente in noi per natura; ma in questo, come il loro padre, parlano di se stessi.
Signori, se un erede di collera produce buone opere, diventerà sempre più buono per andare… nel luogo preparato per il diavolo e i suoi angeli! Tu puoi prendere un uomo non nato di nuovo e lo istruisci nel modo migliore, ma lui rimane e deve rimanere per sempre, morto nel peccato, a meno che un potere più alto entrerà in lui e lo salverà da lui stesso. La Grazia apporta dentro il cuore un elemento completamente estraneo. Non migliora e non perpetua; uccide e vivifica. Non c’è continuità tra lo stato di natura e lo stato di Grazia: l’uno è oscurità e l’altro è luce; l’uno è morte e l’altro è vita. La Grazia, quando viene a noi, è come un tizzone lasciato cadere nel mare, dove si sarebbe certamente spento, non era esso di una certa qualità miracolosa che impedisce le inondazioni e sovrappone il suo regno di fuoco e di luce nelle profondità.
    La salvezza per Grazia, attraverso la fede non viene da noi nel senso che essa è il risultato del nostro potere. Noi siamo obbligati a vedere la salvezza come un atto divino, cioè come una creazione, o una provvidenza, o una risurrezione. Ad ogni punto del processo della salvezza questa frase è adatta: « Non viene da voi ». Dal primo desiderio di salvezza al pieno ricevimento di essa mediante la fede, ciò è sempre e solo da Dio e non da noi. L’uomo crede, ma quella fede è solamente un risultato di un più forte impianto di vita divina in mezzo all’anima dell’uomo ad opera di Dio Stesso. Anche la maggiore volontà di essere salvati per Grazia non viene da noi, ma è il dono di Dio. Qui sta il nocciolo della questione. Prendiamo un uomo che non crede per niente in Gesù: sarebbe un suo dovere ricevere Gesù, che sarebbe Colui che Dio ha mandato come propiziazione per peccati del mondo. Ma quell’uomo non crederà mai in Gesù; lui preferisce qualsiasi cosa alla fede nel suo Redentore. Quell’uomo non ha il cuore per credere in Gesù a vita eterna, a meno che lo Spirito di Dio non lo convinca di giudizio e costringa la sua volontà. Chiedo che qualche persona salvata guardi indietro alla sua conversione e spieghi come avvenne. Tu ti rivolgesti a Cristo e credesti nel Suo Nome: questi erano i tuoi atti e le tue azioni. Ma che cosa ti causò questa conversione? Quale forza sacra ti convertì dal peccato alla rettitudine? Attribuisci a te questo rinnovamento singolare, oppure all’esistenza di un qualche cosa migliore di te che non è ancora stato scoperto nel tuo prossimo inconvertito? No. Confessa, che tu saresti stato quello che lui ora è, se non ci fosse stato qualche cosa di potente che ti comunicò la primavera della Sua volontà, illuminò la tua comprensione e ti guidò ai piedi della croce. Con gratitudine noi confessiamo l’episodio; è stato così. La salvezza per Grazia, attraverso la fede non è da noi e nessuno di noi si sognerebbe di portare qualsiasi gloria a noi in seguito alla nostra conversione, o a qualsiasi altro effetto della Grazia che è fluito dalla prima causa divina. Ultima considerazione:

« PER GRAZIA VOI SIETE SALVATI MEDIANTE LA FEDE; E CIÒ NON VIENE DA VOI: È IL DONO DI DIO »
    La salvezza può essere chiamata « Theodora » o « dono di Dio »: e qualche anima salvata può essere soprannominata Dorotea, che è un’altra forma della stessa espressione. Moltiplica le tue frasi e chiamala come vuoi, ma la vera salvezza ha tracciato in te la sua benedizione che è tutta contenuta nel dono ineffabile, che è costituito dalla gratuita e smisurata benedizione di amore divino.
La salvezza è il dono di Dio, in opposizione a una retribuzione. Quando un uomo paga a un altro il suo salario, lui fa quello che è giusto; e a nessuno viene in mente di lodarlo eccessivamente per questo. Ma noi lodiamo il nostro Dio Gesù Cristo per la salvezza che ci ha donato, perché essa non è il pagamento di un debito, ma il dono della Grazia. Nessun uomo può entrare a vita eterna sulla terra, o in cielo, come un debito di Dio, ma come un dono. Noi diciamo: « Nulla è più gratuito di un dono ». La salvezza è anche così, semplicemente e completamente un dono di Dio, tanto che nulla potrà mai essere più gratuito. Dio la concede perché lui sceglie di darla, secondo quel grande passo biblico: « Io avrò misericordia di chi avrò misericordia, avrò compassione di chi avrò compassione. » Tu sei del tutto colpevole e condannato e il grande Re perdona colui che vuole fra di voi. Questa è una sua prerogativa reale. Lui salva nella Sua infinita sovranità della Grazia. E Lui vuole che tutti voi siate salvati. La salvezza è il dono di Dio: ciò è da dire completamente così, in opposizione alla teoria della crescita spirituale. La salvezza non è una naturale produzione fra di noi: è portata da una terra straniera e piantata nel nostro cuore da mani paradisiache. Salvezza è nella sua interezza un dono proveniente da Dio. Se tu desideri di averla, essa è là, completamente. Desideri averla come un dono perfetto? Tu risponderai: « No; la produrrò nella mia officina. » Tu non puoi contraffare un’opera così rara e costosa per la quale proprio Gesù spese il Sangue della Sua Vita.
Qui c’è un indumento senza linea di giunzione, tessuta da cima a fondo: la tunica. Ti coprirà e ti renderà glorioso. Desideri averla? Tu risponderai ancora: « No; sederò al telaio e mi confezionerò una veste da solo! » Sciocco e orgoglioso che non sei altro! Tu filatore di ragnatele! Tu tessitore di sogni! Oh! Che tu possa prendere liberamente quello che Cristo sulla croce dichiarò essere compiuto! È il dono di Dio: ovvero, è eternamente sicuro in opposizione ai doni degli uomini che passano presto via. « Non come il mondo dà, io ti do », dice il nostro Signore Gesù.
Se il mio Signore Gesù del Dio ti dà la salvezza in questo momento, Tu ce l’hai e ce l’hai per sempre. Lui non se la riprenderà mai indietro; e se lui non la prende da Te, chi potrà togliertela? Se lui ora ti salva attraverso la fede, tu sei salvato e tanto salvato che Tu non perirai mai, né qualcuno potrà strapparti dalla Sua mano. Possa essere così di ognuno di noi!

Publié dans:CHIESE DELLA RIFORMA |on 2 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

UGUALI SÌ, MA DIVERSI: UOMINI E DONNE NELL’ASSEMBLEA LITURGICA (1COR 11,2-6)

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 UGUALI SÌ, MA DIVERSI: UOMINI E DONNE NELL’ASSEMBLEA LITURGICA  (1COR 11,2-6)

Franco E.

1. Un testo difficile e problematico
Le difficoltà del brano sono note. Si tratta di uno di quei testi che hanno alimentato la visione negativa della donna e il suo stato di inferiorità rispetto all’uomo: l’Apostolo imporrebbe alle donne prima «il velo» (1Cor 11,2-16) e poi «il silenzio» (1Cor 14,33b-36) nelle assemblee liturgiche come segno della loro sottomissione, esplicitamente richiesta poi in Ef 5,22. A questa difficoltà generale che esegeti antichi e moderni hanno cercato di risolvere,[1] si aggiungono, per il nostro testo, problemi particolari di interpretazione. Qual è il senso di alcuni termini nelle varie espressioni in cui sono usati?[2] A quale situazione concreta si riferisce Paolo? Qual è il tono delle sue affermazioni? Ribadisce semplicemente una prassi particolare legata al costume del tempo oppure, riprendendo e precisando affermazioni o forse slogans degli interlocutori o di qualche «contestatrice», indica un criterio valido per tutti i tempi riguardo all’essere-donna e all’essere-uomo in quella comunione che è «il corpo di Cristo», la Chiesa?
Per tentare di rispondere a questi interrogativi, rileggiamo il testo di Paolo seguendone l’articolazione letteraria e rendendo ragione di alcune scelte interpretative allo scopo di coglierne il messaggio nell’insieme della lettera e dell’epistolario paolino.

2. L’articolazione del discorso
Anche se a un primo ascolto il testo può sembrare non immediatamente chiaro e comprensibile, perché riferito a una situazione concreta che di fatto ci sfugge, una lettura più attenta scopre dei segnali di articolazione e di senso che ci aiutano a entrare nel pensiero di Paolo percependone quasi il tono e la voce.

2.1. L’inizio (11,2)
L’espressione: «Vi lodo perché…» (11,2) – in contrasto con: «Non vi lodo perché…» (11,17) – non solo indica chiaramente l’inizio del brano e della sezione, ma stabilisce anche una condizione di comunicazione/comprensione ottimale tra mittente e destinatari dal momento che tra loro c’è un’intima comunione di vita espressa dal «ricordo continuo» («vi ricordate di me in ogni cosa») e dal «tenere ferme», cioè custodire e osservare le «tradizioni» che l’Apostolo ha tramandato ai corinzi e che essi hanno accolte. Il termine «tradizione» (parádosis con il verbo paradídômi) nel contesto della sezione (cf. 11,23), della lettera (cf. 15,3) e dell’intero epistolario (cf. Gal 1,14; 2Ts 2,15; 3,6) non può avere il senso moderno e attenuato di «cose passate» o «costumi tramandati», ma ha il senso forte e teologico di «tradizione o consegna di vita» a partire dalla nuova relazione d’essere fondata sull’annuncio/accoglienza del Vangelo che trasfigura l’esistenza nella comunione e rende uomini e donne quello che sono e devono essere di fronte a Dio e di fronte agli altri.
Non semplice captatio benevolentiae, dunque, ma profonda comunicazione di vita, a partire dalla quale ora Paolo vuole correggere e mettere in guardia da abusi o tendenze incoerenti col Vangelo.

2.2. Le premesse (11,3)
Con la formula: «Voglio però che voi sappiate…» (11,3a) l’Apostolo richiama un’affermazione fondamentale e introduce subito due distinguo che potrebbero orientare la soluzione del problema che si era creato a Corinto. Si tratta molto probabilmente di alcune donne che pretendevano l’assimilazione e/o confusione con i maschi in forza della fondamentale uguaglianza in Cristo e durante le assemblee ostentavano questa loro pretesa nell’acconciatura dei capelli o comunque nell’abbigliamento.
Le tre espressioni «di ogni uomo il capo è il Cristo», «ma capo della donna è l’uomo» e «capo del Cristo è Dio» (11,3) possono essere fraintese se non si coglie il senso proprio di kephalê e di anêr e la correlazione dei tre sintagmi. «Capo (kephalê)» in senso anatomico o fisico-spaziale, in quanto parte di un corpo, significa «testa», ma in senso metaforico o anche temporale, implica «origine», «inizio» o «principio di origine».[3] Lo sviluppo successivo conferma questa possibilità di senso con l’uso delle preposizioni ek/ex e dià in 11,8s.12: «Non l’uomo dalla (ek) donna, ma la donna dall(ek)’uomo; non fu creato infatti l’uomo attraverso (dià) la donna, ma la donna attraverso (dià) l’uomo» e «come infatti la donna dall(ek)’uomo, così anche l’uomo attraverso (dià) la donna. E tutto da (ek) Dio». «Uomo (anêr)» indica in genere il «maschio» adulto o «marito» in opposizione a «donna», ma può significare anche «l’essere umano» o «ognuno/ciascuno» e in questo senso include sia l’uomo che la donna.[4]
Con queste precisazioni è possibile cogliere la pregnanza teologica delle tre espressioni. È vero che «di ogni essere umano il principio originante è il Cristo» (11,3b): infatti, «tutti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti infatti in relazione a Cristo siete stati battezzati, di Cristo vi siete rivestiti. Non c’è Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina: tutti voi infatti siete uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,26-28). Nella nuova creazione, iniziata con la risurrezione di Gesù, mediante la fede e il battesimo a tutti è donata la nuova relazione d’essere che rende figli nel Figlio e trasforma l’intera esistenza rendendola corporalmente partecipe della morte e risurrezione del Cristo (cf. Rm 6,3-5). In questa uguaglianza fondamentale, tutti i credenti sono già «uno solo in Cristo Gesù», cioè «un solo corpo» (1Cor 6,15; 10,17; 12,12.13.20; Rm 12,4.5); non nella confusione, ma nella comunione. L’unità del corpo di Cristo non annulla, ma valorizza la diversità delle singole persone (cf. 1Cor 12).[5]
Perciò, richiamato il livello dell’uguaglianza fondamentale in Cristo – su cui certamente facevano leva le contestatrici di Corinto – Paolo, anticipando il riferimento al racconto della creazione (Gn 2,7.21-23) che riprenderà al v. 9, precisa subito: «Ma principio originante della donna è l’uomo» (1Cor 11,3c). Nel divenire storico dell’edificazione ecclesiale, nel compito che nasce dal dono ricevuto, la diversità, cioè la specificità dell’essere uomo e dell’essere donna, è indispensabile. È attraverso la valorizzazione della diversità che si manifesta, nell’edificazione reciproca, la comune relazione d’essere ricevuta nell’interdipendenza di rapporti autentici.
Perciò Paolo, con una seconda precisazione: «E principio originante di Cristo e Dio» (11,3d), richiama quella particolare «sintassi» che coordina e unifica creazione e redenzione, uguaglianza fondamentale e differenziazione sessuale, unità e pluralità nel piano di Dio. Il caso concreto dell’acconciatura o dell’atteggiarsi di alcune donne nell’assemblea liturgica è così subito inquadrato nel contesto ampio della professione di fede che abbraccia inizio e fine, dono e compito, edificazione storica e futuro compimento: «Per noi uno [è] Dio il Padre dal quale tutte le cose e noi in relazione/tensione verso di lui; e uno [è] il Signore Gesù Cristo attraverso il quale tutte le cose e noi attraverso di lui» (1Cor 8,6).

2.3. Il caso e la soluzione (11,4-6)
Anche se non conosciamo esattamente la situazione concreta che ha determinato l’intervento dell’Apostolo, il fatto che si rivolga alla donna con gli imperativi «si rada a zero [...] si copra (keirásthô [...] katakalyptésthô» (11,6), fa pensare che l’abuso riguardasse alcune credenti della comunità di Corinto. Paolo reagisce con una certa irritazione, percepibile nell’articolazione del discorso: due dichiarazioni uguali (11,4b e 5b) – «disonora la sua testa» (11,4 e 5), cioè svergogna se stesso o se stessa, manifestando una confusione d’essere che altera la relazione vitale in Cristo di fronte a Dio e agli altri –, qualificate però da due espressioni antitetiche (11,4a e 5a) – «ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto (lett. «avendo giù dalla testa», cioè con i capelli lunghi [cf. 11,14] o con una acconciatura/atteggiamento femminei)» e «ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto (cioè con capelli corti o con acconciatura/atteggiamento mascolinizzanti)» – seguite da una constatazione provocatoria e due comandi perentori che chiudono le due alternative riguardanti però solo la donna: «È la stessa cosa che se [pregasse o profetasse con la testa] rasata. Se infatti la donna non si copre, si rada a zero; e se è vergognoso per una donna radersi a zero o raparsi, si copra» (11,5c-6).
Il segno dunque della «testa coperta/scoperta» mentre si prega o si profetizza, cioè all’interno dell’assemblea liturgica che è la visibilità storica della Chiesa-koinônia come «corpo di Cristo», esprime la diversità dell’uomo e della donna nella comune reciproca relazione vitale dell’essere in Cristo. Usare quindi segni contrari, cioè uomo «coperto» e donna «scoperta», è rendere ambigua la relazione con una confusione d’essere. È quanto i termini «vergogna» e/o «disonore» (kataischynô, aischrón: 11,4.5.6; atimía: 11,14), opposti a «gloria» (dóxa: 11,7.15), lasciano intendere alla luce della tradizione biblica e del comune senso del «pudore», inteso come consapevolezza e manifestazione del proprio essere-in-relazione di fronte a Dio e di fronte agli altri.

2.4. Motivazione secondo le Scritture (11,7-12)
Ragionando sulle motivazioni del caso e della soluzione indicata, Paolo ci riporta al racconto della creazione dell’uomo dalla terra e della donna dall’uomo (Gn 2,7.21-23) per ribadire che l’uomo non deve coprirsi la testa «perché è immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo» (11,7). Vorrebbe forse affermare la superiorità dell’uomo sulla donna o non, piuttosto, la diversità rispetto all’origine e l’interdipendenza nell’alterità che definisce l’identità propria di ciascuno?
Non deve sfuggire la «sintassi», cioè quel particolare ordine nel piano di Dio che abbraccia creazione e redenzione, origine e compimento, e che Paolo ha richiamato come premessa del suo discorso. All’interno di quella «sintassi» si può comprendere la motivazione che Paolo trae dalla Scrittura. La donna «gloria dell’uomo» non indica inferiorità perché non è «immagine dell’immagine». Infatti,  «noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore » (2Cor 3,18): creati a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26), siamo chiamati e preorientati a diventare conformi all’immagine del Figlio, sul cui volto risplende la gloria di Dio (2Cor 4,6), affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29). Paolo, quindi, non vuol negare l’uguaglianza fondamentale, ma vuole affermare la diversità dell’essere-uomo e dell’essere-donna.
In che senso allora l’uomo è «gloria di Dio» mentre la donna è «gloria dell’uomo»? Se il concetto biblico di «gloria (doxa, ebr. kavód)» implica nella sua radice ebraica (kbd) il senso di «pesantezza»,[6] cioè il peso specifico, il «valore» proprio di una realtà, allora l’uomo è gloria di Dio perché nel suo essere plasmato originariamente e sempre da Dio ne afferma l’assoluta alterità. Allo stesso modo la donna nel suo essere tratta originariamente dall’uomo è finalmente l’unico «faccia a faccia» creaturale che nella differenza rende possibile all’uomo la consapevolezza del valore proprio e altrui nell’interdipendenza della comunione: «Costei sì è ossa dalle mie ossa e carne dalla mia carne. Costei sarà chiamata ‘ishâ perché da ‘ish è stata tratta» (Gn 2,23).
«Per questo – conclude Paolo riguardo al caso concreto – la donna deve avere potere (exousia) sulla testa a motivo degli angeli» (11,10). Il termine exousia non ha mai un senso passivo e perciò non può essere tradotto con «un segno della sua dipendenza» (CEI 1971, corretta poi, seguendo l’interpretazione contraria, con «un segno dell’autorità», CEI 1997), perché il contesto si riferisce semplicemente all’acconciatura dei capelli che deve manifestare nell’assemblea la irrinunciabile identità dell’essere-donna. L’espressione «a motivo degli angeli» conferma e rafforza il riferimento all’ordine o «sintassi» che Dio, distinguendo e separando per un’armonia e un’unità superiore, ha stabilito nella creazione e alla quale queste creature angeliche presiedono affinché ciascuno, al suo posto, contribuisca nella diversità all’unità e armonia del tutto.
Sottolineata la diversità come elemento irrinunciabile dell’identità dell’essere-donna e dell’essere-uomo a partire dalla creazione, alla pretesa esagerata di uguaglianza e parità, che vorrebbe annullare le differenze tra uomo e donna a partire dalla relazione d’essere comunicata a tutti «nel Signore», l’Apostolo, senza negare la fondamentale uguaglianza, ribadisce invece l’interdipendenza reciproca: «Tuttavia né donna senza uomo, né uomo senza donna nel Signore» (11,11). E conclude coordinando nell’origine la reciproca e particolare interdipendenza con la comune dipendenza: «Come infatti la donna dall’uomo, così anche l’uomo attraverso la donna: tutto poi da Dio» (11,12).

2.5. Discernimento e «convenienza» (11,13-15)
La motivazione data a partire dalle Scritture può risultare difficile specialmente per orecchie poco abituate a una lettura di tipo rabbinico; di conseguenza Paolo, in modo più semplice e immediato, coinvolge i destinatari nel discernimento a partire dal buon senso: «Giudicate voi stessi» (11,13). Seguono due domande retoriche. La prima, basata sul senso comune della «convenienza» o del «decoro» (prépon è l’opposto di «indecoroso, sconveniente o vergognoso»: aischrón, cf. 11,6), suppone una risposta negativa da parte degli ascoltatori. Non possono quindi non essere d’accordo nell’affermare che «è sconvenente per una donna pregare Dio a capo scoperto» (11,13).
La seconda suppone invece una risposta affermativa, che trova i destinatari d’accordo col mittente sulla «differenziazione sessuale» dell’uomo e della donna, che si manifesta anche nella diversa capigliatura: «Non vi insegna forse la natura stessa che se l’uomo ha capelli lunghi è disonore a se stesso, mentre se la donna ha capelli lunghi è gloria a se stessa?» (11,14-15a). L’opposizione «disonore/gloria» richiama la presentazione del caso e la soluzione proposta ai vv. 4-6 e insieme la motivazione scritturistica dei vv. 7-12. Ci sono però delle differenze. Qui ci si riferisce a un sapere comune basato su una constatazione di fatto generale, confermata dall’ultima affermazione: «Dato che la chioma le è stata data al posto di (o a modo di) velo/mantello (antì peribolaíou)» (11,15b), mentre lì si insiste sul caso particolare all’interno dell’assemblea liturgica (l’uomo e la donna che pregano o profetizzano). La constatazione generale conferma, quindi, e avvalora la soluzione data al caso particolare. Inoltre, l’opposizione «disonore a se stesso / gloria a se stessa», richiama e conferma sia la soluzione data al caso, sia la motivazione scritturistica: non si tratta infatti di una disparità tra uomo e donna, ma della differenziazione sessuale che è la base del valore specifico di ciascuno nell’autoconsapevolezza del proprio essere grazie all’alterità, alla diversità che permette la realizzazione nell’interdipendenza della comunione avuta come dono e come compito.
Non è quindi la banalità del velo o di un’usanza locale che Paolo difende e ribadisce, ma si tratta della veridicità dell’essere uomo e dell’essere donna nella comunità, e in definitiva della veridicità del Vangelo di Dio nell’edificazione storica della comunità fino al compimento escatologico. Solo lì la differenziazione sessuale non ci sarà più, ma finché si è in cammino l’uomo sia uomo e la donna sia donna e che questo loro essere diversi sia evidente non solo «nei capelli» ma in tutta la loro vita relazionale.

2.6. Unanimità contro contestazione (11,16)
Con un’ultima espressione ipotetica seguita da un’affermazione solenne e precisa, Paolo conclude il suo discorso isolando il «gruppetto contestatore» («Se qualcuno crede di volerla vinta ad ogni costo») rispetto al «noi ecclesiale» – che include non solo l’Apostolo e i collaboratori, ma anche la stessa comunità di Corinto, cioè i destinatari lodati all’inizio – e alle «Chiese di Dio». L’usanza (synêtheia) di alcune donne di Corinto è quindi in contrasto con il sentire e l’agire unanime della comunità e delle Chiese. Se non vogliono vanificare la comunione, devono semplicemente accogliere il comando dell’Apostolo e mostrarsi per quello che sono senza ambiguità e confusione nell’assemblea liturgica.

3. Attualità del messaggio
Riletto nella sua coerenza e articolazione propria, il discorso di Paolo interessa e convince anche i lettori moderni. Non si tratta infatti del problema del «velo» delle donne,[7] ma del discorso molto più profondo circa la diversità dell’essere donna e dell’essere uomo nelle assemblee liturgiche, e quindi nella vita.
Anche ai nostri tempi, assuefatti a mode e abbigliamenti unisex, l’Apostolo ribadisce la verità valida per tutti i tempi: nell’economia della redenzione, come in quella della creazione, l’uomo rimane uomo e la donna rimane donna; l’uomo dunque continui a mostrarsi uomo e la donna continui a mostrarsi donna.
Uguali sì, ma diversi… anche nella novità di vita che scaturisce dalla relazione d’essere gratuitamente donata a tutti nella morte e risurrezione di Gesù. Ogni confusione d’essere è «vergognosa» e «sconveniente» perché vanifica il piano di Dio e non edifica la comunità. La consapevolezza del proprio essere particolare e diverso di fronte all’altro/altra è «gloria», perché manifesta «la roccia che ti ha generato» (Dt 32,18; cf. Is 51,1) cioè l’origine e il compimento comune della diversità, con la quale ciascuno è reso conforme all’immagine di Dio che è il volto di Cristo (cf. Rm 8,29 e 2Cor 3,18; 4,4.6) e contribuisce per la sua parte all’edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa (1Cor 12,1-27 e Rm 12,3-8). Essere e mostrarsi uomini e donne nell’assemblea liturgica e nella vita edifica la comunità e le singole persone in essa, fino al compimento definitivo della comunione, quando Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28) e tutti, uomini e donne, saremo come angeli nei cieli (cf. Mc 12,25 e par.).
———————————-
[1] Cf. G. Biguzzi, Velo e silenzio. Paolo e la donna in 1Cor 11,2-16 e 14,33b-36 (= RivB.S, 37), Dehoniane, Bologna 2001, e la bibliografia riportata alle pp. 159-171, cui mi permetto di aggiungere E. Franco, «La visione della donna in alcuni testi problematici dell’epistolario paolino», in D. Abignente – M.A. Giusti – N. Rodinò (edd.), La donna nella Chiesa e nel mondo. Studi promossi dalla Facoltà teologica dell’Italia meridionale e dalla Commissione diocesana donna, Dehoniane, Napoli 1988, pp. 185-202.
[2] Ad esempio: kephalê significa «testa», «capo» o «principio», «origine», «principio d’origine»? anêr significa solo e sempre «uomo» opposto a «donna» o può significare anche «essere umano» includendo uomini e donne?
[3] Anche in ebraico «capo» (r’osh) ha la stessa radice di «inizio» (re’shit).
[4] Nel greco della LXX questo significato è attestato in Gn 14,21; 17,23; 46,32.34; Es 12,37; Nm 13,32; 14,22; Dt 1,35; ecc. e nel Nuovo Testamento in Mt 12,41; Lc 11,32; Ef 4,13; anche At 17,34. Cf. G. Biguzzi, Velo e silenzio, cit., pp. 64-66.
[5] Insieme allo studio di G. Lorusso in questo fascicolo, cf. E. Franco, «Unità e pluralità», in Parole di vita 1/34 (1989) 6-13 [166-171].
[6] Cf. C. Westermann, «dbk kbd essere pesante», in E. Jenni – C. Westermann, Dizionario teologico dell’Antico Testamento, Marietti, Torino 1978, I, pp. 686-701.
[7] Il termine kálymma non ricorre mai nel testo; lo si trova solo in 11,10 al posto di exousía in qualche manoscritto tardivo (vgmss e bopt) e in alcuni padri (Ireneo, Girolamo, Agostino).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 2 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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