Archive pour septembre, 2013

PREGHIERE DI SANTA TERESA DI CALCUTTA (memoria 5 settembre)

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PREGHIERE DI SANTA TERESA DI CALCUTTA

La bontà
Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento. Sii l’espressione della bontà di Dio. Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi, bontà nel tuo sorriso e nel tuo saluto.
Ai bambini, ai poveri e a tutti coloro che soffrono nella carne e nello spirito offri sempre un sorriso gioioso. Dai a loro non solo le tue cure ma anche il tuo cuore.

In un momento di onestà
Signore, quando credo che il mio cuore sia straripante d’amore e mi accorgo, in un momento di onestà, di amare me stesso nella persona amata, liberami da me stesso.
Signore, quando credo di aver dato tutto quello che ho da dare e mi accorgo, in un momento di onestà, che sono io a ricevere, liberami da me stesso.
Signore, quando mi sono convinto di essere povero e mi accorgo, in un momento di onestà, di essere ricco di orgoglio e di invidia, liberami da me stesso.
E, Signore, quando il Regno dei cieli si confonde falsamente con i regni di questo mondo, fa’ che io trovi felicità e conforto solo in Te.

Invito alla santità
L’uomo è irragionevole, egocentrico: non importa, amalo!
Se fai il bene ti attribuiranno secondi fini egoistici: non importa, fa’ il bene!
Se realizzi i tuoi obiettivi troverai falsi amici e veri nemici: non importa, realizzali!
Il bene che fai verrà domani dimenticato: non importa, fa’ il bene!
L’onestà e la sincerità ti rendono in qualche modo vulnerabile: non importa, sii sempre e comunque franco e onesto!
Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo: non importa, costruisci!
Se aiuti la gente, se ne risentirà: non importa, aiutala!
Dai al mondo il meglio di te e ti prenderanno a calci: non importa, continua!

Domande e risposte
Il giorno più bello? Oggi.
L’ostacolo più grande? La paura.
La cosa più facile? Sbagliarsi.
L’errore più grande? Rinunciare.
La radice di tutti i mali? L’egoismo.
La distrazione migliore? Il lavoro.
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.
I migliori professionisti? I bambini.
Il primo bisogno? Comunicare.
La felicità più grande? Essere utili agli altri.
Il mistero più grande? La morte.
Il difetto peggiore? Il malumore.
La persona più pericolosa? Quella che mente.
Il sentimento più brutto? Il rancore.
Il regalo più bello? Il perdono.
Quello indispensabile? La famiglia.
La rotta migliore? La via giusta.
La sensazione più piacevole? La pace interiore.
L’accoglienza migliore? Il sorriso.
La miglior medicina? L’ottimismo.
La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.
La forza più grande? La fede.
Le persone più necessarie? I sacerdoti.
La cosa più bella del mondo? L’amore.

SUONI E MOVIMENTI TR ELUL E ROSH HASHANAH: LO SHOFAR

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SUONI E MOVIMENTI TR ELUL E ROSH HASHANAH: LO SHOFAR

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’unica mitzvà esplicitamente comandata per Rosh HaShanà è quella della Tekiat Shofar, del suono dello Shofar, il resto sono usi e minhaghim.

Il nome con il quale la Torà chiama la festa di Rosh HaShanà è Yom Teruà, non Rosh HaShanà e nemmeno il Giorno dello Shofar, bensì Yom Teruà che è proprio uno dei suoni dello Shofar.

וּבַחדֶשׁ הַשְּׁבִיעִי בְּאֶחָד לַחֹדֶשׁ מִקְרָא קֹדֶשׁ יִהְיֶה לָכֶם כָּל מְלֶאכֶת עֲבֹדָה לֹא תַעֲשׂוּ יוֹם תְּרוּעָה יִהְיֶה לָכֶם:  (במדבר פרק כט פסוק א)

Il settimo mese, il primo giorno del mese terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile; sarà per voi il giorno dell’acclamazione con la teruà Deuteronomio 29, 1.

Nella Torà, quindi, si menziona Rosh HaShanà con il nome di Yom Teruà, Giorno della Teruà, mentre nelle preghiere del Machazor viene chiamato  Yom Hazikkaron, Giorno del Ricordo.

Rosh HaShanà viene quindi a riportare alla mente ciò che è dimenticato per questo è un YOM HAZIKKARON, UN GIORNO DI RICORDO. La maggior parte di noi vive immersa e legata al presente con tutto il peso delle nostre esigenze quotidiane ed immediate. Dimentichiamo spesso il nostro passato ed evitiamo di occuparci del nostro futuro. Per questo motivo esiste il suono dello Shofar la cui prima espressione è la Tekià: un suono limpido e continuo. Ci insegna la necessità di una continuità nella nostra vita. La vita di un uomo si esprime nel legame tra passato, presente e futuro. Un uomo che non pensa al futuro, che non ha aspirazioni, sogni e programmi e che vive tutto il tempo immerso nel passato è un uomo senza percorsi di vita reale. Yom HaZikkaron rappresenta il legame tra passato e futuro, tra l’esigenza di ricordare e non dimenticare le origini della nostra vita e le nostre aspirazioni ebraiche come non ebraiche.

I suoni dello Shofar sono tutti segni interrogativi. Chiedono all’uomo: Cosa sei? Come sei? Dice Rambam in Hilchòt Teshuvà 3,3 che il suono dello shofar ci dice :  » Svegliatevi fate un esame delle vostre azioni, fate teshuvà e ricordatevi del vostro Creatore. »

E la risposte a queste domande sono  l’essenza del significato di Rosh HaShanà: il giorno nel quale rivediamo quello che abbiamo fatto e  progettiamo dove vorremo arrivare.

La vita di ogni persona non è mai caratterizzata da omogeneità di realtà e momenti: ci  possono esistere momenti orizzontali e momenti verticali, periodi più facili di altri.

I suoni dello shofar possono anche rappresentare acusticamente questi momenti diversi.

La Tekia, una voce chiara, forte, ferma, senza esitamenti e pause…

La Teruà e gli shevarim sono invece totalmente differenti, sono un insieme di suoni spezzati, corti, divisi…proprio come un pianto o un lamento: la voce dello shofar riflette la vita.

Rosh HaShana rappresenta la verità della realtà del mondo e ci invita a trasformare questa realtà e la nostra stessa vita ebraica in una tekià ghedolà, in una completa armonia.

Ci si potrebbe chiedere:  » Che tipo di mitzvà è lo Shofar? Lishmoa kol shofar, di ascoltare la voce dello Shofar? » Praticamente una mitzvà passiva: noi ascoltiamo ed un altro suona.

In realtà è esattamente il contrario: ascoltare lo shofar è una mitzvà attiva.

E’ un atto positivo quando il Rambam scrive: « Uru Yeshenim Mitardematechem…Svegliatevi dormienti dal vostro sonno » Intende dire che lo shofar è come una sveglia per la persona.

Dobbiamo ascoltare il suono dello shofar al di là delle grida e dei rumori esterni, dobbiamo connettere la nostra anima alla voce dello Shofar.

Perchè in realtà il valore dello Shofar non è solo quello di essere un suono.

Siamo, durante il suono dello Shofar nel mese di Elul, di fronte ad un gesto arcaico ed antico che accompagna le preghiere delle Selichot, le richieste di perdono e nell’uso spagnolo e portoghese troviamo lo stesso richiamo:

 » Uomo perché dormi? Alzati e urla i tuoi tachanunim! Spargi i tuoi lamenti, Implora il tuo perdono dal Re dei re. »  (Il tuo appello, le tue preghiere di perdono).

Le Selichòt hanno più o meno una struttura concettuale che è questa:

Selichah 

סליחה) —  Perdono. Noi chiediamo perdono…

Chatanu  

חטאנו) —  Noi abbiamo peccato, testo che si dice da Rosh HaShanà, ma dipende dagli usi. E comunque si recita fino a Yom Kippur.  Alla fine si recitano i Tredici Atributi di Dio e poi il vidui, la confessione dei peccati, ripetendo il motivo che. « חטאנו צורנו סלח לנו יוצרנו »,  Abbiamo peccato nostra Rocca, perdonaci nostro Creatore

Techinah

תחינה) — Ebraico per richiesta, petizione.Questa selichà in genere appare alla fine del servizio delle Selichòt.

Secondo una maniera schematica simile possiamo tracciare dei punti per arrivare ad una teshuvà, pentimento e ritorno, consapevole:

Abbandonare il peccato,  

עזיבת החטא

Rimpianto del passato,

חרטא על העבר

Buoni propositi per il futuro,

קבלה על העתיד

Confessione,

וידוי

La confessione dei propri errori, che in realtà è una ammissione di colpa contro la fuga dalle proprie responsabilità, aIl viddui, ha un posto necessario  di  consapevolezza ed ha un posto importante anche nella tefillà pubblica.

E’ in ordine alfabetico ed è al plurale:  una volta gli studenti di Rabbi Itzhak di Vork chesero: perché il viddui di Yom Kippur è secondo l’alfabeto? Rispose il Rav:  » Altrimenti non si saprebbe quando si deve finire di confessare, perché i peccati non hanno fine, ma l’alfabeto sì! »

Per l’ebraismo il viddui tocca punti  profondi dell’animo umano che non fugge dalla responsabilità per azioni che non erano da commettere.

Dobbiamo ascoltare la nostra anima ed arrivare  al secondo passo spirituale e psicologico della nostra teshuvà: la riflessione sui nostri giorni passati.

Camminando da Elul a Rosh HaShana’ al suono dello Shofar, all’ascolto dello Shofar, giungiamo a Yom Kippur. Un passo ed una riflessione alla volta.

ROSH HASHANAH (LA FESTA DELLE TROMBE) ( 2013, 4 Settembre)

http://www.messiev.altervista.org/RoshHaShana.html

(Chiesa Evangelica messianica)

ROSH HASHANAH (LA FESTA DELLE TROMBE) ( 2013 4 Settembre)

«Diedi loro i miei statuti e feci loro conoscere i miei decreti, osservando i quali l’uomo vivrà per essi. Inoltre diedi loro i miei sabati, affinché fossero un segno fra me e loro, perché conoscessero che io sono l’Eterno che li santifico» Ezech.20:11,12
Dio ha dichiarato per mezzo del profeta Ezechiele che i Suoi sabati (il giorno di sabato e i giorni di festa) sono un segno fra Lui e Israele e che Egli è Colui che dice di essere, l’Eterno, l’Onnipotente, il Re dei re. Paolo ha detto in Colossesi che i giorni di festa, le lune nuove (Rosh Chodesh, la celebrazione che avviene all’inizio di ogni mese) e i giorni di sabato sono un’ombra di cose future (Col.2:16). La Bibbia è piena di tipi ed ombre. Una delle metafore più particolareggiate degli eventi profetici le troviamo nelle sette feste stabilite da Dio come è scritto in Levitico 23. Le feste di primavera si sono adempiute con la morte, sepoltura e risurrezione di Cristo e poi con la manifestazione dello Spirito santo. La prima festa di autunno è l’inizio del nuovo anno, l’anno civile ebraico, ed è chiamata Rosh HaShanah (Rosh significa testa, capo, HaShanah significa l’anno), il Capo dell’anno. Insieme a Yom Kippur (il Giorno dell’Espiazione, Lev.23:26-32), e Sukkot (la festa delle Capanne o festa dei Tabernacoli, Lev.23:33-36,39-43), sono le feste d’autunno, che cadono nel settimo mese del calendario di Dio, Tishri, e contengono la rivelazione sulla seconda venuta del Messia.
«Parla ai figli d’Israele e di’ loro: Nel settimo mese, il primo giorno del mese avrete un riposo solenne, una celebrazione festiva annunciata a suon di tromba, una santa convocazione. Non farete in essa alcun lavoro servile e offrirete all’Eterno dei sacrifici fatti col fuoco» (Lev.23:24,25)
«Nel settimo mese, nel primo giorno del mese avrete una santa convocazione; non farete alcun lavoro servile; sarà per voi il giorno del suono delle trombe» (Num.29:1)
Rosh HaShanah viene oggi celebrato il primo e il secondo giorno di Tishri. Originariamente esso era un solo giorno di festa; però, a causa della difficoltà di determinare il giorno esatto della nuova luna, i rabbini hanno deciso di fare due giorni di festa. Ci sono 29,5 giorni tra una luna nuova e quella successiva, e nessuno sa con certezza se ricorrerà il 29° giorno o il 30°, il che potrebbe farci riflettere sulla dichiarazione «quel giorno e quell’ora nessuno li conosce». A differenza di tutte le altre feste, questa inizia per mezzo di due testimoni che verificano che la luna nuova è sorta. Secondo l’Enciclopedia Giudaica, la festa, Rosh HaShanah, è conosciuta anche con il nome di Yôm Terû?ah (Giorno del Soffio del Corno), Yôm ha-Din (Giorno del Giudizio) e Yôm ha-Zikkaron (Giorno del Ricordo). Ma il nome più comune con la quale la conosciamo è Festa delle Trombe.
La Festa delle Trombe è la festa meno citata nella Bibbia, e sembra un mistero, un enigma. Mentre ci viene detto che deve essere celebrata il primo giorno del mese al suono dello shofar, non ci viene detto che cosa deve essere celebrato. Le altre feste bibliche sono spiegate con maggiore dettaglio. Lev.23 dice esplicitamente, ad esempio, che la Pasqua è il memoriale dell’esodo dall’Egitto e dei miracoli che l’hanno accompagnato; Pentecoste è una festa agricola; Yôm Kippur è una cerimonia di purificazione e pentimento; la festa delle Capanne è sia una festa del raccolto che un memoriale dell’esperienza d’Israele nel deserto. Ma quando nello stesso capitolo si arriva a parlare del primo giorno del settimo mese, troviamo soltanto alcuni vaghi dettagli, con nessuna spiegazione. Gli altri riferimenti a questo giorno, Num.29:1 e Neh.8:2, offrono ben pochi chiarimenti al riguardo. Oggi gli Ebrei festeggiano questo giorno come memoriale dell’entrata nella terra promessa, e per tradizione è il giorno in cui fu creato Adamo.
Un altro mistero è che, nonostante questo giorno sia chiamato nelle Scritture «Yôm Terû?ah», «giorno del soffio/suono», ha preso il nome di Rosh HaShanah – “la testa dell’anno” ed è riconosciuto tra i Giudei come il capodanno. La Sacra Scrittura, tuttavia, indica che l’anno inizia a primavera, con il mese di Nisan, durante il quale cade la Pasqua. Il mese di Tishri è invece il mese da cui si contavano gli anni di regno e lo shofar veniva utilizzato per l’incoronazione dei re (1Re 1:39). Per questa ragione, i rabbini hanno insegnato che il suono dello shofar di Yôm Terû?ah doveva essere una proclamazione dell’incoronazione del Re dell’universo (Sal.47:5; 98:6). Lo shofar annuncia lo stabilimento del Regno di Dio. Dal significato del numero 7, Tishri che è il settimo mese, è il numero del completamento e si pensa che sia l’anniversario del completamento della creazione di Dio – l’anniversario di quando il Signore ha iniziato a regnare sulla Sua creazione. Questa tradizione insegna che il suono dello shofar a Rosh HaShanah è un ricordo dell’incoronazione del Re dell’universo, e simboleggia la nostra accettazione di Dio come Re. Adesso soffermiamoci su un altro tema di questo giorno santo: la Tešubah, il pentimento.
Nel calendario ebraico, il periodo di quaranta giorni che va dal 1 Elul al 10 Tishri, è noto come Tešubah, che vuol dire “ritorno” o “pentimento”. È considerato un tempo in cui ogni singolo individuo deve esaminarsi e cercare di ripristinare i rapporti con Dio e con i propri fratelli. Durante questo tempo, lo shofar (corno di montone) viene suonato quotidianamente per ricordare/avvertire il popolo che Rosh HaShanah, il tempo del pentimento, è vicino. Il Salmo 27 viene recitato due volte al giorno. Molti ebrei ortodossi si immergono nella mikveh (immersione rituale) come simbolo di purificazione. Maimonide, un famoso rabbino, disse:
« Sebbene sia un ordine divino suonare lo shofar a Rosh Ha-Shanah, nel comando è contenuta la seguente idea: È come dire: Svegliatevi dal vostro sonno, voi che vi siete addormentati in vita, e riflettete sulle vostre azioni. Ricordate il vostro Creatore. Non siate di quelli che perdono di vista la realtà per rincorrere le ombre, e sprecano i loro anni nella ricerca di cose vane, che non possono né dare beneficio e né salvare. Preoccupatevi delle vostre anime e miglioratevi. Che ognuno lasci le sue vie e i suoi pensieri malvagi ».
Gli ultimi dieci giorni di questo periodo, il tempo tra Rosh Hashanah e Yom Kippur, sono noti come Yamim Nora’im – i giorni del timore. Essi sono giorni di ricerca interiore e di pentimento, nonché di paura dato che la gente si prepara ad entrare alla presenza del Giudice di tutta la creazione. Questi dieci giorni costituiscono una sorta di conto alla rovescia.
Nei giorni del Tempio, il sacerdote emetteva tre raffiche di tromba ogni mattina per annunciare l’apertura delle porte del Tempio. Quindi, si è creduto che le prime raffiche dello shofar alla Festa delle Trombe annunciavano l’apertura delle porte del Cielo. Vediamo questa tradizionale immagine di Rosh Hashanah impiegata in Apoc.4:1 quando Giovanni vide una porta aperta nel cielo e sentì una voce come quella di uno shofar che disse: «Sali quassù».
I rabbini hanno insegnato che a Rosh HaShana le porte sono aperte per ricevere le preghiere di pentimento e rimangono aperte fino alla fine del Giorno dell’Espiazione, che si conclude con una lunga raffica di shofar. Quest’ultima annuncia che le porte del cielo sono chiuse e il giudizio è stato completato. E così, lo shofar viene suonato a Rosh Hashanah come un avvertimento che il giudizio è vicino e il tempo per pentirsi è breve.
Un’altra cosa che lo shofar ricorda è quando Dio è sceso sul Monte Sinai con uno shofar divino (Es.19:19). Il suono dello shofar al Sinai era uno dei segni miracolosi che hanno accompagnato il dono della Torah e l’accettazione di essa. Quindi, il suono dello shofar a Rosh HaShanah è un ricordo di quel giorno, quando Israele ha accettato il patto con Dio – una chiamata per ogni individuo a prendere su sé stesso quello che i suoi progenitori hanno fatto quando dissero «faremo e ubbidiremo» (Es.24:7).
Un altro ricordo è quello di farci ricordare le parole dei profeti ed ha a che fare con “l’avvertimento”. Nell’antico Israele, una sentinella suonava lo shofar per dare l’allarme quando un pericolo si avvicinava, esattamente come fanno le sirene oggi. Ezechiele usa questa immagine quando paragona le parole dei profeti al suono d’avvertimento dello shofar: «chiunque ode il suono dello shofar e non fa caso all’avvertimento, se la spada viene e lo porta via, il suo sangue sarà sul suo capo» (Ezech.33:4). In altre parole, se una persona ascolta le parole del profeta, ma non prende sul serio il suo avvertimento, la colpa sarà soltanto sua per quello che gli capiterà. Vediamo questa stessa metafora in Ger.4:19-21. Quindi, il suono del shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della necessità di prendere sul serio l’avvertimento dei profeti.
Un altro motivo del suono dello shofar è quello di ricordarci la distruzione del Tempio e il grido di battaglia dei nemici. In Israele e nelle nazioni circostanti, lo shofar veniva suonato come grido di battaglia. Quando i soldati sentivano lo shofar, sapevano di dover far partire l’attacco. Quando l’esercito opposto lo sentiva, sapeva che stava per subire un attacco imminente. I profeti hanno usato spesso questa immagine quando avvertivano della imminente distruzione di Gerusalemme e del Tempio: «ho udito il suono dello shofar, il grido di guerra. Si annunzia rovina sopra rovina, perché tutto il paese è devastato. Improvvisamente le mie tende sono distrutte, i miei padiglioni in un attimo. Fino a quando vedrò la bandiera e udrò il suono dello shofar?» (Ger.4:19-21). I rabbini insegnano che il suono dello shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della distruzione del Tempio e una sollecitazione a pregare per la sua ricostruzione.
Un altro ricordo è riferito alla Legatura d’Isacco. Lo shofar si ottiene dal corno di un montone. Il montone più famoso delle Scritture è il montone sacrificato al posto d’Isacco. «E Abrahamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, preso per le corna in un cespuglio» (Gen.22:13). Dio chiese ad Abrahamo di sacrificare il proprio figlio, cosa che lui era disposto a fare, ma poi glielo ha impedito provvedendo un montone in sostituzione di suo figlio Isacco.
Le preghiere che si fanno alla Festa delle Trombe sono piene di riferimenti a questa storia e la legatura d’Isacco è il tema centrale della liturgia festiva. Dato che la comunità prega per il perdono, si chiede a Dio clemenza e grazia così come è avvenuto alla legatura d’Isacco. Ogni volta che il cristiano ascolta il suono dello shofar, dovrebbe ricordare questa profonda lezione di redenzione. La chiesa oggi dovrebbe fare un maggiore uso dello shofar nel culto.
Nel Talmud viene fatta la domanda: « perché suoniamo lo shofar alla Festa delle Trombe? » La risposta è: il Signore ha detto « io richiamerò la legatura d’Isacco in vostro favore e riguarderò ad essa come se voi stessi foste legati davanti a me ».
Il seguente midrash talmudico spiega il rapporto tra la Festa delle Trombe e la legatura d’Isacco in maniera ancora più chiara: « dopo che egli aveva legato il figlio, Abramo disse: Tu mi hai promesso una discendenza attraverso Isacco, e quando mi hai ordinato di sacrificarlo ho trattenuto i miei più naturali istinti e non ho esitato. Così, quando i miei discendenti peccheranno, ricordati di questa legatura; considerala come se le ceneri d’Isacco siano state raccolte sull’altare e il suo sangue spruzzato sull’altare e Tu potrai perdonare i loro peccati ». Dio gli ha risposto che nel giorno in cui giudicherà ogni cosa [alla Festa delle Trombe], le future generazioni se vogliono appellarsi al merito della legatura d’Isacco ed essere perdonate, devono suonare lo shofar. Quale shofar? chiese Abramo. Girati e guardalo, gli rispose Dio. E Abramo vide un montone! La Legatura d’Isacco e il corno del montone sono legati, nel pensiero rabbinico, alla venuta del Messia: il corno sinistro del montone d’Isacco è stato suonato al Monte Sinai, e il suo corno destro verrà suonato per proclamare la venuta del Messia » (Tzenah Urenah)
È insegnato in questa tradizione che il suono del shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della legatura di Isacco e della preghiera di clemenza per i meriti di un figlio sacrificato. Ma essi non vedono che la loro preghiera non viene concessa per i meriti « di un figlio sacrificato », ma per i meriti « DEL Figlio Sacrificato ».
Un altro motivo offerto dai rabbini si basa su Amos. 3:6: «Se in città si suona la tromba, non si spaventerà forse il popolo?» Come abbiamo già detto, la sentinella Israelita suonava lo shofar per dare l’allarme quando il pericolo si stava avvicinando alla città. Quando gli abitanti della città sentivano il suono dello shofar, essi erano spaventati per un pericolo che stava per venire loro addosso. Questa è la metafora di Amos. I rabbini insegnano che il pericolo che si avvicina a Rosh Hashanah è Dio stesso, il quale appronta la corte divina per il giudizio. I giorni tra la Festa delle Trombe e il Giorno dell’Espiazione, i « Giorni del timore », devono essere giorni di ricerca interiore e di pentimento, ed anche di timore perché la gente si prepara ad entrare alla presenza del Giudice di tutto il creato. Quindi, il suono dello shofar a Rosh Hashanah è un ricordo a temere Dio e cercare di piegare la propria volontà a quella del Creatore, poiché questo è l’unico modo per trovare Dio. Infatti la forma dello shofar ci mostra la posizione che si confà al popolo di Dio, curva. Dobbiamo prendere l’aspetto umile dello shofar, che è curvo o chino nella sottomissione a ciò che Dio ci dice di fare.
Un’altra ragione è quella di far ricordare il gran giorno del giudizio. Il profeta Sofonia ci ricorda che « il giorno dello shofar » è «un giorno d’ira, calamità e angoscia, un giorno di desolazione e distruzione, un giorno di tenebre e caligine, un giorno di nuvole e fitta oscurità» (Sof.1:14-16).
Nella letteratura rabbinica possiamo trovare un altro dettaglio interessante che getta luce sugli eventi profetici associati a questa festa. Secondo la Mishnah (la prima compilazione scritta della tradizione orale giudaica) si crede che in questo giorno tutta l’umanità venga giudicata da Dio. È stato insegnato che durante questo tempo Dio decide chi vivrà e chi morirà nell’anno seguente. Si crede che vengano aperti tre libri, basandosi su un’idea espressa in Os.14:1-9:
1) quello dei giusti
2) quello dei malvagi
3) quello di coloro che stanno in mezzo.
In questo tempo, quelli che si trovano scritti nel libro dei giusti vengono iscritti nel Libro della Vita. Quelli che sono stati trovati scritti nel libro dei malvagi vengono iscritti nel Libro della Morte. Naturalmente, il gruppo più grande si trova in mezzo tra i giusti e i malvagi, ed essi hanno a disposizione il periodo di tempo tra Rosh HaShanah e il Giorno dell’Espiazione per essere giudicati meritori di essere iscritti nel Libro della Vita, altrimenti saranno iscritti nel Libro della Morte. Si dice che il destino di ogni individuo per il prossimo anno è deciso a Yôm Kippur. Per questa ragione, il saluto tradizione tra gli ebrei in questo tempo è “la šana toba tikatebu” – possa il tuo nome essere iscritto per un buon anno. Anche quei giudei che vanno raramente in sinagoga, in questo periodo sono molto assidui. Il popolo ebraico si avvicina a Yamim Nora’im con grande riverenza – comportandosi in maniera particolarmente retta con Dio e l’uomo, perdonando e chiedendo perdono al prossimo, e cercando il perdono e la pace di Dio. Come credenti nel Messia abbiamo bisogno di fare tutta la nostra vita Yamim Nora’im, preparandoci per l’eternità.
Questa festa è un tempo per gettare uno sguardo onesto sui nostri spiriti per assicurarsi che siano in linea con la volontà del Padre per noi. Dobbiamo svegliarci, valutare la nostra condizione spirituale e, se necessario tornare a Dio Padre attraverso il pentimento. Pentimento in ebraico si dice « Teshuvah », la cui radice, « Shub », significa, « girare e tornare ». Non importa quanto lontano Israele avesse vagato, il ritorno era sempre possibile, e così è per tutti i credenti per mezzo di Yeshua. La Teshuvah è stato anche il messaggio inaugurale di Gesù: «Ravvedetevi [fate teshuvah], perché il regno dei cieli è vicino» (Mat.4:17). La teshuvah, più che un obbligo religioso, è la restaurazione di un rapporto. Questi giorni del timore sono un tempo di auto-esame e introspezione. Erano e sono un periodo di umiliazione (potrebbero anche essere chiamati i giorni dell’umiltà). Anche se la Scrittura non chiama mai questi dieci giorni «Giorni del timore», come ha fatto invece la tradizione, il principio del pentimento e dell’aspettazione in «timore» davanti a Dio è implicito nella Scrittura per questo particolare tempo dell’anno. Il suono dello shofar per i credenti in Yeshua haMashiah è un misto di serietà e di gioia. «Beato il popolo che conosce il grido [suono] di giubilo…» (Sal.89:15). In quanto credenti nel Messia sappiamo che i nostri peccati sono perdonati, rendiamo dunque il suono dello shofar un suono di giubilo. Tutto questo, infatti, porterà alla più grande e gioiosa festa dell’anno, la festa delle «Capanne».
Preghiamo che Dio usi questo tempo per aprire gli occhi al popolo giudaico ed alla sua disperata necessità di perdono, per poter riconoscere che l’unico posto dove il perdono può essere trovato è nel Messia Gesù poiché il suono dello shofar è innanzitutto una chiamata per Israele a svegliarsi e a tornare a Dio.
La Festa Delle Trombe celebra una speciale chiamata di Dio per il suo popolo. In Luca 1:69 Gesù è identificato come «il corno della salvezza». Il Messia è stato la voce di Dio sulla terra che ha dichiarato il vangelo del Regno.
Un ulteriore ricordo è la “raccolta” del popolo. L’inizio di Yôm Terû?ah, come ogni altro giorno santo, veniva annunciato con il suono dello shofar. Il Sommo sacerdote, dal parapetto sud-ovest del Tempio suonava lo shofar in modo da essere sentito in tutti i campi circostanti. Non appena la gente sentiva il suono, i lavoratori nel campo smettevano immediatamente il loro lavoro, anche se c’erano ancora delle cose da fare, ed andavano al Tempio per il culto. I rabbini hanno insegnato che questo era un presagio della futura raccolta di tutto Israele, basata in parte su Is.27:13: «In quel giorno avverrà che suonerà il grande shofar e gli sperduti nel paese d’Assiria e i dispersi nel paese d’Egitto verranno e adoreranno l’Eterno sul monte santo, in Gerusalemme». Viene insegnato che la raccolta deve iniziare con la venuta del Messia. Quindi, il suono dello shofar a Rosh Hashanah è un ricordo della raccolta finale d’Israele.
I rabbini hanno anche insegnato che è durante Rosh HaShanah che avrà luogo la risurrezione dei morti. Essi associano Rosh Hashanah al termine « risveglio » che si trova in molti passi della Scrittura in riferimento alla risurrezione. Ad esempio:
«In quel tempo sorgerà Micael, il gran principe, il difensore dei figli del tuo popolo; e ci sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato da quando esistono le nazioni fino a quel tempo. In quel tempo il tuo popolo sarà salvato, tutti quelli che saranno trovati scritti nel libro. Molti di coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno, alcuni per vita eterna, altri per vergogna e infamia eterna» (Dan.12:1,2)
«I tuoi morti rivivranno, assieme al mio cadavere risorgeranno. Svegliatevi ed esultate o voi che abitate nella polvere! Poiché la tua rugiada è come la rugiada di una luce sfavillante e la terra darà alla luce i morti» (Is.26:19)
Soprattutto hanno interpretato le parole di Is.18:3 come una profezia indirizzata ai morti: « quando il vessillo sarà issato sui monti, guardate! Quando lo shofar sonerà ascoltate!». Questo è stato inteso a significare che quando verrà suonato l’ultimo shofar, i morti risusciteranno ed ascolteranno nuovamente.
Quindi, il suono del shofar a Rosh Hashanah è anche un ricordo della risurrezione futura dei morti.
Un altro tema di Rosh Hashanah è la cerimonia del matrimonio che si svolge sotto la Chupah (come le nubi al M. Sinai), quando la Torah (il contratto di ketubah o di matrimonio) è stato consegnato ad Israele che, nell’accettazione del patto, è diventata la « fidanzata di Dio ». I rabbini insegnano che verrà un giorno quando Dio ritornerà a prendere la Sua fidanzata per il matrimonio. Tra i passi utilizzati a sostegno dell’idea che Rosh Hashanah presagisce il ritorno di Dio per la Sua fidanzata sono: Deut.29:13; Sal.27:5; 45:13-15.
Tutte le feste bibliche sono delle sante ripetizioni che rivelano degli eventi futuri. I figli d’Israele per circa 1500 anni hanno raccontato la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù attraverso le feste di Pasqua, Azzimi e Primi Frutti. La Festa delle Settimane o Shavout, si è adempiuta nella manifestazione dello Spirito Santo e nella raccolta dei primi 3000 convertiti. È evidente che anche Rosh Hashanah parla di cose a venire. Non è irragionevole pensare che le feste d’autunno parlano del ritorno del Messia. Gesù stesso richiama alla mente la metafora di Rosh Hashanah quando dice: «vedranno il Figliuol dell’uomo venir sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria. «E manderà i suoi angeli con gran suono di shofar a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall’un capo all’altro dei cieli» (Mat.24:30,31). Forse, il «mistero» che Paolo rivela in 1Cor.15:51,52 è il «mistero» di Rosh Hashanah, la festa che troverà la sua realizzazione profetica quando il Messia verrà sulle nubi, i morti risusciteranno per incontrare il Signore nell’aria e i viventi saranno cambiati in un istante, ovvero quando l’ultima tromba suonerà.
Il giudaismo ha insegnato per secoli che i temi associati a questa festa sono: pentimento, suono dello shofar, risurrezione, nascondimento, due testimoni, giorno d’incoronazione del Re dei re, e matrimonio giudaico; tutti paralleli impressionanti con la rivelazione del rapimento fatta da Paolo nelle sue epistole.
«Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo mutati in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; la tromba infatti suonerà, i morti risusciteranno incorruttibili e noi saremo mutati» (1Cor.15:51,52)
«perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell’aria; così saremo sempre col Signore» (1Tes.4:16,17)
In tal caso, il suono dello shofar a Rosh Hashanah dovrebbe ricordarci di aspettare il suono dello shofar del Signore, e nello stesso tempo permettere alla sua chiamata di parlare alle nostre anime e penetrare nei nostri cuori.
«Con trombe e col suono del corno, fate acclamazioni al Re, all’Eterno» (Sal.98:6).

San Mosé Profeta

San Mosé Profeta dans immagini sacre 30

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Publié dans:immagini sacre |on 3 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: L’INTERCESSIONE DI MOSÈ PER IL POPOLO (ES 32,7-14)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110601_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 1° GIUGNO 2011

L’UOMO IN PREGHIERA (5)

L’INTERCESSIONE DI MOSÈ PER IL POPOLO (ES 32,7-14)

Cari fratelli e sorelle,

leggendo l’Antico Testamento, una figura risalta tra le altre: quella di Mosè, proprio come uomo di preghiera. Mosè, il grande profeta e condottiero del tempo dell’Esodo, ha svolto la sua funzione di mediatore tra Dio e Israele facendosi portatore, presso il popolo, delle parole e dei comandi divini, conducendolo verso la libertà della Terra Promessa, insegnando agli Israeliti a vivere nell’obbedienza e nella fiducia verso Dio durante la lunga permanenza nel deserto, ma anche, e direi soprattutto, pregando. Egli prega per il Faraone quando Dio, con le piaghe, tentava di convertire il cuore degli Egiziani (cfr Es 8–10); chiede al Signore la guarigione della sorella Maria colpita dalla lebbra (cfr Nm 12,9-13), intercede per il popolo che si era ribellato, impaurito dal resoconto degli esploratori (cfr Nm 14,1-19), prega quando il fuoco stava per divorare l’accampamento (cfr Nm 11,1-2) e quando serpenti velenosi facevano strage (cfr Nm 21,4-9); si rivolge al Signore e reagisce protestando quando il peso della sua missione si era fatto troppo pesante (cfr Nm 11,10-15); vede Dio e parla con Lui «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (cfr Es24,9-17; 33,7-23; 34,1-10.28-35).
Anche quando il popolo, al Sinai, chiede ad Aronne di fare il vitello d’oro, Mosè prega, esplicando in modo emblematico la propria funzione di intercessore. L’episodio è narrato nel capitolo 32 del Libro dell’Esodo ed ha un racconto parallelo in Deuteronomio al capitolo 9. È su questo episodio che vorrei soffermarmi nella catechesi di oggi, e in particolare sulla preghiera di Mosè che troviamo nella narrazione dell’Esodo. Il popolo di Israele si trovava ai piedi del Sinai mentre Mosè, sul monte, attendeva il dono delle tavole della Legge, digiunando per quaranta giorni e quaranta notti (cfr Es 24,18; Dt 9,9). Il numero quaranta ha valore simbolico e significa la totalità dell’esperienza, mentre con il digiuno si indica che la vita viene da Dio, è Lui che la sostiene. L’atto del mangiare, infatti, implica l’assunzione del nutrimento che ci sostiene; perciò digiunare, rinunciando al cibo, acquista, in questo caso, un significato religioso: è un modo per indicare che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cf Dt 8,3). Digiunando, Mosè mostra di attendere il dono della Legge divina come fonte di vita: essa svela la volontà di Dio e nutre il cuore dell’uomo, facendolo entrare in un’alleanza con l’Altissimo, che è fonte della vita, è la vita stessa.
Ma mentre il Signore, sul monte, dona a Mosè la Legge, ai piedi del monte il popolo la trasgredisce. Incapaci di resistere all’attesa e all’assenza del mediatore, gli Israeliti chiedono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (Es 32,1). Stanco di un cammino con un Dio invisibile, ora che anche Mosè, il mediatore, è sparito, il popolo chiede una presenza tangibile, toccabile, del Signore, e trova nel vitello di metallo fuso fatto da Aronne, un dio reso accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo. È questa una tentazione costante nel cammino di fede: eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti. Quanto avviene al Sinai mostra tutta la stoltezza e l’illusoria vanità di questa pretesa perché, come ironicamente afferma il Salmo106, «scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia erba» (Sal 106,20). Perciò il Signore reagisce e ordina a Mosè di scendere dal monte, rivelandogli quanto il popolo stava facendo e terminando con queste parole: «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione» (Es 32,10). Come con Abramo a proposito di Sodoma e Gomorra, anche ora Dio svela a Mosè che cosa intende fare, quasi non volesse agire senza il suo consenso (cfr Am 3,7). Dice: «lascia che si accenda la mia ira». In realtà, questo «lascia che si accenda la mia ira» è detto proprio perché Mosè intervenga e Gli chieda di non farlo, rivelando così che il desiderio di Dio è sempre di salvezza. Come per le due città dei tempi di Abramo, la punizione e la distruzione, in cui si esprime l’ira di Dio come rifiuto del male, indicano la gravità del peccato commesso; allo stesso tempo, la richiesta dell’intercessore intende manifestare la volontà di perdono del Signore. Questa è la salvezza di Dio, che implica misericordia, ma insieme anche denuncia della verità del peccato, del male che esiste, così che il peccatore, riconosciuto e rifiutato il proprio male, possa lasciarsi perdonare e trasformare da Dio. La preghiera di intercessione rende così operante, dentro la realtà corrotta dell’uomo peccatore, la misericordia divina, che trova voce nella supplica dell’orante e si fa presente attraverso di lui lì dove c’è bisogno di salvezza.
La supplica di Mosè è tutta incentrata sulla fedeltà e la grazia del Signore. Egli si riferisce dapprima alla storia di redenzione che Dio ha iniziato con l’uscita d’Israele dall’Egitto, per poi fare memoria dell’antica promessa data ai Padri. Il Signore ha operato salvezza liberando il suo popolo dalla schiavitù egiziana; perché allora – chiede Mosè – «gli Egiziani dovranno dire: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla faccia della terra”?» (Es 32,12). L’opera di salvezza iniziata deve essere completata; se Dio facesse perire il suo popolo, ciò potrebbe essere interpretato come il segno di un’incapacità divina di portare a compimento il progetto di salvezza. Dio non può permettere questo: Egli è il Signore buono che salva, il garante della vita, è il Dio di misericordia e perdono, di liberazione dal peccato che uccide. E così Mosè fa appello a Dio, alla vita interiore di Dio contro la sentenza esteriore. Ma allora, argomenta Mosè con il Signore, se i suoi eletti periscono, anche se sono colpevoli, Egli potrebbe apparire incapace di vincere il peccato. E questo non si può accettare. Mosè ha fatto esperienza concreta del Dio di salvezza, è stato inviato come mediatore della liberazione divina e ora, con la sua preghiera, si fa interprete di una doppia inquietudine, preoccupato per la sorte del suo popolo, ma insieme anche preoccupato per l’onore che si deve al Signore, per la verità del suo nome. L’intercessore infatti vuole che il popolo di Israele sia salvo, perché è il gregge che gli è stato affidato, ma anche perché in quella salvezza si manifesti la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e amore di Dio si compenetrano nella preghiera di intercessione, sono inscindibili. Mosè, l’intercessore, è l’uomo teso tra due amori, che nella preghiera si sovrappongono in un unico desiderio di bene.
Poi, Mosè si appella alla fedeltà di Dio, rammentandogli le sue promesse: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”» (Es 32,13). Mosè fa memoria della storia fondatrice delle origini, dei Padri del popolo e della loro elezione, totalmente gratuita, in cui Dio solo aveva avuto l’iniziativa. Non a motivo dei loro meriti, essi avevano ricevuto la promessa, ma per la libera scelta di Dio e del suo amore (cfr Dt 10,15). E ora, Mosè chiede che il Signore continui nella fedeltà la sua storia di elezione e di salvezza, perdonando il suo popolo. L’intercessore non accampa scuse per il peccato della sua gente, non elenca presunti meriti né del popolo né suoi, ma si appella alla gratuità di Dio: un Dio libero, totalmente amore, che non cessa di cercare chi si è allontanato, che resta sempre fedele a se stesso e offre al peccatore la possibilità di tornare a Lui e di diventare, con il perdono, giusto e capace di fedeltà. Mosè chiede a Dio di mostrarsi più forte anche del peccato e della morte, e con la sua preghiera provoca questo rivelarsi divino. Mediatore di vita, l’intercessore solidarizza con il popolo; desideroso solo della salvezza che Dio stesso desidera, egli rinuncia alla prospettiva di diventare un nuovo popolo gradito al Signore. La frase che Dio gli aveva rivolto, «di te invece farò una grande nazione», non è neppure presa in considerazione dall’“amico” di Dio, che invece è pronto ad assumere su di sé non solo la colpa della sua gente, ma tutte le sue conseguenze. Quando, dopo la distruzione del vitello d’oro, tornerà sul monte per chiedere di nuovo la salvezza per Israele, dirà al Signore: «E ora, se tu perdonassi il loro peccato! Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto» (v. 32). Con la preghiera, desiderando il desiderio di Dio, l’intercessore entra sempre più profondamente nella conoscenza del Signore e della sua misericordia e diventa capace di un amore che giunge fino al dono totale di sé. In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a faccia con Dio e si fa intercessore per il suo popolo e offre se stesso – «cancellami» -, i Padri della Chiesa hanno visto una prefigurazione di Cristo, che sull’alta cima della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come Figlio. E non solo si offre – «cancellami» -, ma con il suo cuore trafitto si fa cancellare, diventa, come dice san Paolo stesso, peccato, porta su di sé i nostri peccati per rendere salvi noi; la sua intercessione è non solo solidarietà, ma identificazione con noi: porta tutti noi nel suo corpo. E così tutta la sua esistenza di uomo e di Figlio è grido al cuore di Dio, è perdono, ma perdono che trasforma e rinnova.
Penso che dobbiamo meditare questa realtà. Cristo sta davanti al volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me: Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è identificato con me prendendo il nostro corpo e l’anima umana. E ci invita a entrare in questa sua identità, facendoci un corpo, uno spirito con Lui, perché dall’alta cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, tavole di pietra, ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo sangue, come nuova alleanza. Così ci fa consanguinei con Lui, un corpo con Lui, identificati con Lui. Ci invita a entrare in questa identificazione, a essere uniti con Lui nel nostro desiderio di essere un corpo, uno spirito con Lui. Preghiamo il Signore perché questa identificazione ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è rinnovamento, è trasformazione.
Vorrei concludere questa catechesi con le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma: «Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? […] né morte né vita, né angeli né principati […] né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,33-35.38.39).

CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE » – OMELIA CARD. SCOLA

http://www.zenit.org/it/articles/carlo-maria-martini-indomito-portatore-della-speranza-che-non-delude

CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE »

L’OMELIA DEL CARDINALE ANGELO SCOLA NELLA MESSA IN SUFFRAGIO DELL’ARCIVESCOVO EMERITO DI MILANO

Milano, 31 Agosto 2013 (Zenit.org)

Riprendiamo di seguito l’omelia pronunciata questa sera in Duomo dal cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nella Messa in suffragio del cardinale Carlo Maria Martini, nel primo anniversario della sua morte.

***
«Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Vangelo, Mt 4,16). L’evangelista Matteo, per descrivere l’inizio del ministero pubblico di Gesù, utilizza le parole di una profezia di Isaia (cf. Is 8,23-9.1). Una descrizione efficace, che ben esprime l’iniziativa di Dio nei confronti della umana condizione.
Non si può forse dire di ogni uomo che “abita in regione e ombra di morte”? Questa, come un sordo rumore di fondo, accompagna tutta la nostra vita. Non è proprio la morte, soprattutto quella delle persone a noi care e quella degli innocenti, ad aprire dolorosamente l’interrogativo circa il bene della vita? Se non c’è, infatti, risposta alla morte, se non esiste una luce in grado di dissipare l’ombra della morte, uno scetticismo dalle molte sfumature s’impadronisce di noi. Nessuno può sottrarsi a queste domande. Esse attraversano, senza distinzione, l’esistenza di credenti e di non credenti, incamminati sulla stessa strada.
Nell’iniziativa che Gesù prende dopo la cattura di Giovanni, si apre a noi una strada per guardare in faccia la bruciante questione della morte: in prima persona nel territorio intorno a Cafarnao Gesù «incominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino”». E allora «il popolo vide una grande luce…» (Vangelo, Mt 4,16-17). «Cristo è morto per noi» (Epistola, Rm 5,18): così Paolo esplicita il cuore abbagliante di questa grande luce.
Celebrare l’Eucaristia nel primo anniversario della dipartita dell’Arcivescovo Carlo Maria è un’occasione privilegiata per rendere grazie a Dio del bene compiuto nel suo ministero episcopale. Il suo sguardo appassionato per tutti gli uomini continua ad accendere la speranza «che non delude» (Epistola, Rm 5,5). Non delude perché proviene dall’amore stesso di Dio che gratuitamente si riversa nei nostri cuori. Non viene meno neppure quando siamo «deboli…» «peccatori…» e «nemici» (Epistola, Rm 5,6-8).
L’Arcivescovo Carlo Maria fu indomito portatore di questa «speranza affidabile» (Spe salvi 1 e 2) che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù. Fra le pagine che il Cardinale ha dedicato alla morte e alla risurrezione ve n’è una assai penetrante che narra della straordinaria modalità con cui Gesù appare, risorto, ai suoi. Reincontrando la Maddalena, i discepoli di Emmaus, Pietro sul lago di Tiberiade Gesù, che avrebbe potuto rimproverarli perché, presi dalla paura, l’avevano in vario modo abbandonato, invece «non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola» (C. M. Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor. Esercizi spirituali, BUR-Rizzoli, Milano 2004, 166). Consola perché non approfitta«dell’umiliazione altrui per schernire, schiacciare mettere da parte, ma riabilita, ridà coraggio ridà responsabilità» (ibid., 167). Con la luce della Sua risurrezione li inoltra, in pienezza di verità, sulla strada di una responsabile novità.
«Nella conversione e nella calma sta la vostra forza» (Lettura, Is 30,15). Il Cardinal Martini diceva che per poter partecipare, da poveri uomini, a questa forza di «consolazione regale» propria di Gesù bisogna «avere in sé un grande tesoro, una grande gioia» (La trasformazione, 167). La memoria viva del Cardinale si fa per noi questa sera invito ad accogliere, come ci ha detto san Paolo, anche in mezzo alle tribolazioni di varia natura, quella pace che fa fiorire «la pazienza, la virtù provata e la speranza» (cf. Epistola, Rm 5,3-4).
Quella offerta a tutti gli uomini dal grande tesoro che è Gesù Cristo morto e risorto è, insiste Paolo, «la speranza della gloria di Dio» (Epistola, Rm 5,8). Una speranza in forza della quale passato, presente e futuro, inscindibilmente intrecciati dalla misericordia di Dio, formano l’ordito della nostra storia personale, della storia della Chiesa e del mondo. La luce della fede che ci ha portato Gesù (cf. Papa Francesco, Lumen fidei 1), illumina il cammino che la Provvidenza ha donato alla nostra Chiesa. Un’unità che si esprime e risplende nella pluriformità di accenti e di risposte personali alla grazia di Dio.
Significativamente l’Arcivescovo Carlo Maria ha dedicato la sua prima Lettera pastorale alla preghiera contemplativa. In essa egli definisce l’uomo in questi termini: «Aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull’Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto» (La dimensione contemplativa della vita I).
Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione… non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita “per sempre” che inquieta il cuore in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande autentiche di un uomo che non siano di tutti gli uomini; le “periferie esistenziali” – per usare l’espressione di Papa Francesco – sono innanzitutto i confini della stessa esperienza di ciascuno di noi.
La dimensione contemplativa dell’esistenza restituisce l’uomo a se stesso, affermava l’allora Arcivescovo di Milano in quella prima Lettera pastorale. Questo insegnamento riletto ora, alla fine del suo pellegrinaggio terreno, esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza di vita, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell’indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell’uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano ad interrogare uomini e donne di ogni condizione. La dimensione contemplativa della vita del Cardinal Martini rappresenta l’antefatto, l’orizzonte, il precedente di tutta la sua riflessione e di tutta la sua azione. Ciò che è stato e che viene detto e scritto sulla sua figura, sul suo pensiero e sulla sua opera diventerebbe facilmente unilaterale se non venisse collocato in questa unificante prospettiva.
Al termine della Santa Messa ci recheremo a pregare sulla tomba del Cardinale. Questo gesto che la liturgia chiama di suffragio – con cui onora la memoria dei defunti e offre il sacrificio eucaristico perché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1032) – chiede ad ognuno di noi una risposta personale che ci spalanchi al campo che è il mondo intero. È una conversione che ha la forma – ce lo ha ricordato il profeta nella Lettura – di un «abbandono confidente» (Lettura, Is 30,15). Invochiamo, per intercessione della Santissima Vergine Maria, la grazia di un simile abbandono. Amen.

Icona dello Sposo

Icona dello Sposo dans immagini sacre LoSposo

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Publié dans:immagini sacre |on 2 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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