« EVENTO DI DAMASCO » E MISSIONE ALLE GENTI – DI ALFIO MARCELLO BUSCEMI

http://www.christusrex.org/www1/ofm/pope2/syria/GPsyr14.html

(mi sembra strano se non ho messo questo  stralcio – ed il prossimo post – di Padre Buscemi, ma non lo trovo nell’indice, quindi lo propongo, forse di nuovo)

« EVENTO DI DAMASCO » E MISSIONE ALLE GENTI

DI ALFIO MARCELLO BUSCEMI

dal libro: San Paolo. Vita opera messaggio

(SBF Analecta 43), 2a edizione, Gerusalemme 1997

Si è detto più volte che « l’evento di Damasco » lega insieme la visione di Cristo a Paolo e la sua missione di apostolo delle genti. Anzi, quest’ultima, in alcune fonti, sembra essere la conseguenza diretta della prima (Gal 1,15; At 26,15-16). Ma in realtà qual è la relazione tra cristofania e missione all’interno dell’ »evento di Damasco », così come risulta dalle fonti?
Gal 1,15-17: « Poi, quando Colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché l’annunziassi tra le genti, subito non chiesi consiglio alla carne e al sangue, né salii a Gerusalemme presso coloro che erano apostoli prima di me, ma andai in Arabia e poi di nuovo tornai a Damasco ».
At 9,15-16: « Ma il Signore gli (ad Anania) disse: Va’, poiché quest’uomo è per me uno strumento eletto per portare il mio nome davanti ai gentili, re e figli di Israele. Io gli mostrerò quanto debba soffrire per il mio nome.
At 22,14-15: « Ed egli (Anania) disse: Il Dio dei nostri padri ti ha destinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e a sentire la voce dalla sua bocca. Tu, infatti, devi essere davanti a tutti gli uomini testimone di lui e di ciò che hai visto e sentito ».
At 26,16-18: « Io (Gesù) ti sono apparso per destinarti a ministro e testimone delle cose che tu hai viste e di quelle, per le quali ancora ti apparirò. Ti ho scelto di mezzo a questo popolo e di mezzo ai Gentili, ai quali ora ti invio, ad aprire i loro occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e così ricevano per mezzo della fede in me il perdono dei peccati e l’eredità con i santificati ».
Questi testi ci pongono subito dinanzi a un triplice problema: 1) A nessuno sfugge che tutti e tre i testi sono redatti alla luce delle descrizioni vetero-testamentarie delle vocazioni dei profeti, ma allora qual è la funzione teologica della visione di Damasco? 2) Dato che alcuni testi (At 9,15-16; 22,14-15) introducono la figura di Anania come mediatore dell’investitura missionaria di Paolo, bisogna chiederci: Paolo ha ricevuto nel momento stesso della visione l’investitura ad apostolo? 3) In che rapporto sta questa investitura con la tradizione della Chiesa primitiva?
Sia Paolo che Luca si sono serviti del modello veterotestamentario della vocazione dei profeti: Gal 1,15-16 ha per paralleli Is 19,1; Ger 1,5; At 9,15 si richiama a Ger 1,10; At 26,16-18 fa allusione a Is 48,6.7.16; Ger 1,5-8; Ez 2,1. Da questi paralleli risulta che la vocazione di Paolo viene messa in riferimento non solo con la vocazione dei profeti, ma anche e soprattutto con la vocazione del Servo sofferente di Jahwè. Non che Paolo venga equiparato tout-court al Servo di Jahwè; egli attualizza quella missione. Il vero Servo di Jahwè è Cristo (At 2,32), che è il modello della vocazione di Paolo: l’apostolo ha lo stesso compito di Gesù. Anzi, a Damasco Cristo è divenuto la vita stessa (Gal 2, 20; Fil 1,21) di Paolo, per cui egli si presenta a noi con la stessa funzione del Servo di Jahwè, che dona libertà e salvezza ai poveri e ai disprezzati, al popolo di Dio.
Per alcuni autori, Paolo ha ricevuto questa vocazione profetica al momento stesso della visione di Damasco: la visione era in funzione della sua vocazione ad apostolo delle genti. I testi ci dicono che Cristo è apparso a Paolo per costituirlo annunciatore del Figlio » (Gal 1,16), « portatore del suo nome » (At 9,15), « testimone di Cristo » (At 22,15; 26,16). Altri pensano invece che la visione di Damasco e la missione ad apostolo sono due fatti cronologicamente distinti, ma che sono uniti per il fatto che le fonti sono delle presentazioni retrospettive e accorciate dei fatti e inoltre debbono servire come legittimazione dell’investitura missionaria e apostolica di Paolo. Tanto è vero che gli Atti introducono la mediazione di Anania, proprio per sottolineare i due momenti distinti della visione e della missione. Probabilmente questi due punti di vista possono essere anche armonizzati: al momento stesso della cristofania Paolo non ha avuto chiara la visione della sua elezione ad apostolo, anche se ha sentito profondamente di esserne stato investito da Cristo. Egli ribadisce spesso che la sua missione non è un incarico ecclesiastico, ma un vero carisma divino che lo ha mutato e lo ha reso testimone e apostolo. È il Cristo stesso, risuscitato e glorioso, che, per un privilegio unico, lo ha reso simile agli altri apostoli. Però, allo stesso tempo Dio ha voluto che questa missione gli divenisse chiara all’interno della Chiesa stessa, per non cadere nell’illusione di « correre o di aver corso in vano » (Gal 2,2). La mediazione di Anania non aveva il compito di presentargli una dottrina nuova, ma quello di aiutare Paolo a comprendere la sua investitura apostolica alla luce della tradizione ecclesiale. In una continua rilettura degli avvenimenti di Cristo alla luce dell’AT Paolo ha così compreso, mediante questa mediazione, il valore profondo e salvifico della sua missione apostolica.
Questo punto di vista mi sembra anche confermato dallo stesso Paolo, quando afferma di riferire ai suoi fedeli una tradizione (1Cor 11,2; 11,23; 15,1). Paolo non vede una contraddizione tra la sua missione e la tradizione ecclesiale: egli da una parte afferma che la missione l’ha ricevuto da Cristo, dall’altra sente profondamente che il contenuto profondo di tale missione coincide con quello della Chiesa primitiva: esso è l’annuncio di Cristo Signore, per noi morto e risuscitato; è il messaggio di liberazione da ogni schiavitù nel Cristo Gesù, divenuto nostra unica salvezza, giustizia e nel quale diveniamo figli di Dio. Se una differenza c’è, la si deve cercare nell’espressione: « apostolo dei Gentili », che precisa il campo specifico dell’apostolato paolino (Gal 2,8-9). Ma il Vangelo rimane unico. Qualsiasi apostolato cristiano dipende da una autorivelazione di Cristo, predica l’unico Vangelo, che è Gesù Cristo Signore, trasmette l’unica tradizione fondamentale: Cristo è la salvezza dell’uomo. Quindi, Paolo, e anche Luca che da lui dipende, sente fortemente la sua indipendenza di apostolo che ha visto il Signore e contemporaneamente si sente legato intimamente agli altri apostoli nella trasmissione dell’unico messaggio cristiano.

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