GEREMIA Eb. YIRMEYAHU (“Yah[weh] fonda, esalta, libera,getta”)

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GEREMIA Eb. YIRMEYAHU (“Yah[weh] fonda, esalta, libera,getta”)

In questo affresco medievale, conservato in Vaticano, appare il nome HYEREMIAS

Geremia era un ragazzo di soli 12 o 13 anni quando fu chiamato a essere profeta nel 627 a.C. e fu testimone dell’ultima ripresa del regno di Giuda e della sua distruzione. Solo pochi anni dopo la chiamata di Geremia, la riscoperta della Legge (forse il libro del Deuteronomio) all’interno del recinto del tempio in Gerusalemme diede il via alla riforma religiosa di re Giosia. Contemporaneamente, la disgregazione dell’impero assiro consentì a Giosia di ricuperare l’indipendenza di Giuda dopo quasi un secolo di vassallaggio. Purtroppo, sia la riforma sia l’indipendenza ebbero vita breve e questo spiega l’intensa e tormentata esperienza personale di Geremia durante i suoi 40 anni di attività al servizio del Signore, come profeta sotto Giosia e i suoi quattro successori. Il lungo libro biblico che porta il suo nome è essenzialmente una raccolta di oracoli contro Giuda e i suoi nemici esterni dettati dal profeta al suo aiutante, lo scriba Baruc.
Geremia era nato nel 640 a.C. da una famiglia sacerdotale di Anatot, un villaggio situato circa 5 chilometri a nord di Gerusalemme. Suo padre, Chelkia, era un proprietario terriero abbastanza conosciuto e forse discendeva dalla famiglia del sacerdote Ebiatar, che era stato esiliato in Anatot da re Salomone perché, nella sua lotta per il trono con il fratello maggiore Adonia, si era schierato contro di lui.

UN PROFETA RILUTTANTE
Secondo il resoconto della sua chiamata fatto dallo stesso Geremia, Dio lo conosceva ancora «prima di formar[si] nel grembo materno»(Ger 1,5). Al tempo della chiamata, però, Geremia non pensava di essere pronto per un compito del genere e protestò: «Ecco, io non so parlare, perché sono giovane» (Ger 1,6). Così la storia di Geremia ricalca quella di Samuele, «il fanciullo» che «rimase a servire il Signore» (1 Sam 2,11). E la sua riluttanza a obbedire ricorda Mosè, che aveva resistito alle ingiunzioni del Signore, scusandosi: «Io non sono un buon parlatore [...] sono impacciato di bocca e di lingua» (Es 4,10). Dio superò le reticenze di Geremia, dicendo al giovane di non aver paura e rassicurando il nuovo profeta che il Signore era con lui. Poi toccando Geremia sulla bocca, Dio fece capire che sarebbe stato lui a suggerirgli le parole da dire. Il messaggio che il Signore voleva trasmettere tramite il prescelto era un annuncio della sua intenzione di «sradicare e demolire, [...] distruggere e abbattere» (Ger 1,10) il regno di Giuda per la sua infedeltà.
Per rendere più chiaro il messaggio, il Signore mandò a Geremia due visioni. Nella prima, chiese al profeta di descrivere ciò che vedeva e questi rispose: «Vedo un ramo di mandorlo». Dio disse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla» (Ger 1,11-12). Il termine ebraico tradotto con « mandorlo » è shaqed e Dio lo applicò a sé con un gioco di parole, come shoqed, che significa « sentinella », « vigilante ». Come una sentinella solitaria su un’alta torre, al di sopra degli eventi della vita quotidiana che si svolge in basso, Geremia deve vegliare sulla parola che Dio gli ha affidato finché quelle predizioni non si realizzeranno nelle vicende del mondo. Nella seconda visione, Geremia vede poi una caldaia sul fuoco, inclinata da nord verso sud, pronta a riversare il suo bollente contenuto. Dio ne spiegò il significato come il trionfo di un nemico «dal settentrione» (Ger 1,14), di Babilonia cioè, che egli avrebbe utilizzato per distruggere Giuda. Nella chiamata di Geremia, però, Dio offre anche una nota di speranza, dicendo che vuole «edificare e piantare» (Ger 1,10), un riferimento alla restaurazione della nazione dopo la sua distruzione nel 586 a.C.
I primi 18 anni del ministero di Geremia furono forse i più felici per lui, perché il pio Giosia «cominciò a ricercare il Dio di Davide, suo padre» (2 Cr 34,3). Ma quando il faraone egiziano Necao guidò il suo esercito verso nord attraverso Israele per aiutare l’Assiria contro il crescente potere di Babilonia, Giosia imprudentemente cercò di fermarlo e fu colpito mortalmente nella battaglia di Meghiddo, nel 609 a.C. Il vittorioso Necao nominò allora re di Giuda il figlio maggiore di Giosia, Ioiakim, invece del figlio più giovane, Ioacaz, che era stato scelto dal popolo.
Per far capire la sua disapprovazione per l’apostasia del nuovo re, il Signore comandò a Geremia di pronunciare nel tempio le seguenti parole: «Se non mi ascolterete, se non camminerete secondo la legge che ho posto davanti a voi e se non ascolterete le parole dei profeti miei servi che ho inviato a voi con costante premura [...] farò di questa città un esempio di maledizione per tutti i popoli della tera» (Ger 26,4-6). Re Ioiakim, inizialmente un burattino nelle mani dell’Egitto, fu in seguito costretto a pagare il tributo alla trionfante potenza babilonese per riuscire a salvaguardare una fragile indipendenza nei territori del suo regno (609-598 a.C.). Quando Geremia e altri profeti annunciarono che Babilonia era in realtà un agente del giudizio di Dio e che avrebbe più tardi invaso Giuda, Ioiakim rispose uccidendo il profeta Uria, mentre altri tentavano di uccidere Geremia. Ma i suoi difensori, appellandosi all’ispirazione divina di Geremia, ottennero la sospensione dell’esecuzione.
A Geremia fu proibito di parlare nel tempio e allora dettò i suoi oracoli a Baruc e lo inviò a leggere il rotolo nel recinto sacro. Quando alcuni funzionari di corte udirono quelle parole, avvertirono Baruc di nascondersi con il suo maestro, ma prima gli chiesero di consegnare loro il rotolo per portarlo al re. Ioiakim volle farselo leggere e man mano che ne ascoltava i brani, tagliava quelle parti del rotolo con un temperino da scriba e le gettava in un braciere finché bruciò tutto il rotolo. Obbedendo a Dio, Geremia dettò un secondo rotolo, non solo salvando il messaggio originale, ma aggiungendo anche altre dure parole di condanna nei confronti del re: «Il suo cadavere sarà esposto al calore del giorno e al freddo della notte. Io punirò lui, la sua discendenza e i suoi ministri per le loro iniquità» (Ger 36,30-31).
Nel 598 a.C., Ioiakim morì e fu sostituito dal figlio diciottenne, Ioiachin. Ma tre mesi dopo, Nabucodonosor di Babilonia conquistò Gerusalemme, saccheggiò il tempio e il suo tesoro e deportò gran parte della famiglia reale e gli altri capi del popolo. Le cronache babilonesi citano Ioiachin tra i prigionieri. Nel 597 Nabucodonosor mise sul trono di Giuda il terzo figlio di Giosia, Sedecia; egli sarebbe stato l’ultimo re del regno del Sud.
In quei giorni Dio mandò a Geremia una visione di due cesti di fichi, uno buono e l’altro cattivo. I fichi buoni rappresentavano il popolo di Giuda che era andato in esilio con Ioiachin, perché sarebbero ritornati nel paese. I fichi cattivi rappresentavano Sedecia e gli altri capi che erano rimasti in Giuda. Così Geremia rivelava che parte della popolazione in cattività si sarebbe salvata e avrebbe continuato a osservare la Legge di Dio. Questi fedeli superstiti avrebbero infine ripopolato il paese e ricostruito la nazione.
Geremia confermò la promessa di restaurazione di Dio con un gesto provocatorio. Mentre Nabucodonosor cingeva d’assedio Gerusalemme, il Signore disse a Geremia di comprare alcune proprietà che suo cugino possedeva in Anatot. Quanto doveva apparire stolto comprare della terra che presto sarebbe appartenuta ai Babilonesi, tanto più che era lo stesso Geremia ad avere predetto la caduta di Giuda!
Nondimeno, il profeta svolse tutte le pratiche necessarie all’acquisto di una proprietà, comprese le due copie del contratto che dovevano essere conservate in un’anfora di terracotta, affinché nessuno potesse impugnare il suo diritto di proprietà. Geremia, alquanto sconcertato, si rivolse a Dio, e Dio replicò che il profeta aveva appena testimoniato a tutti che un giorno si sarebbe ancora comprato e venduto in Giuda. Con quel gesto, il profeta faceva una promessa alle generazioni future che pochi dei suoi contemporanei potevano capire.
Molti gesti di Geremia lo fecero apparire anticonformista. Mentre tutti gli altri si recavano alla casa del lutto per manifestare la loro disperazione per gli attacchi di Babilonia contro Giuda, il Signore chiese a Geremia di non fare lamento, ma di dedicarsi alle solite occupazioni, come se nulla fosse. Mentre il popolo si mostrava spensierato di fronte al pericolo incombente, Dio disse a Geremia di tagliarsi i capelli in segno di umiliazione e di lutto. E come simbolo del futuro senza speranza di Giuda, il Signore ingiunse a Geremia di non sposarsi e di non avere figli. Un’altra volta, il profeta comprò una cintura nuova di lino, poi andò sulle rive dell’Eufrate e la nascose in una fessura della roccia, seguendo fedelmente le istruzioni divine. Quando Geremia, qualche tempo dopo, recuperò la cintura, fece vedere a tutti che «la cintura era marcita, non era più buona a nulla» (Ger 13,7). Indipendentemente dal fatto se il profeta avesse davvero percorso oltre un migliaio di chilometri per giungere fino all’Eufrate e altrettanti per tornare, o aveva solo romanzato un viaggio su scala più ridotta, Geremia mostrò in pratica le conseguenze dell’esilio babilonese. In un’altra occasione egli comprò una brocca nuova, quindi invitò alcuni sacerdoti e capi del popolo a seguirlo fuori città, nella valle di Ben-Innom, e lì la fece in frantumi per far vedere la gravita dell’imminente punizione di Giuda da parte del Signore.

MONITI SENZA TEMPO
Molte parole di Geremia sono riportate senza riferimenti a date o circostanze specifiche, e questo conferisce loro un valore atemporale, non legato al periodo o al luogo in cui furono pronunciate. Il profeta sollevò serie obiezioni contro una condotta religiosa priva di introspezione, di pentimento e di cambiamento. L’osservanza rituale, diceva, è autentica solo se il devoto vi infonde una convinzione interiore. Secondo lui, il tempio non era più una casa di preghiera, ma una «spelonca di ladri» (Ger 7,11), un’espressione che Gesù riprenderà quando scaccerà dal tempio i cambiavalute. Mise in discussione l’efficacia dei sacrifici che non erano accompagnati dalla buona volontà di ascoltare e seguire la parola di Dio. Invece che sottomettersi alla circoncisione per ottemperare a un rito imposto, Geremia diceva agli uomini che sarebbe stato meglio circoncidere «il [...] cuore [...] a causa delle [...] azioni perverse» (Ger 4,4). Invece di accarezzare false promesse di pace mentre il mondo era in fiamme, sarebbe stato meglio ascoltare l’aspra parola dei profeti fedeli. Invece di limitarsi a possedere un libro di insegnamenti rivelati, sarebbe stato meglio capire e obbedire a Dio.
Pubblicamente Sedecia si opponeva a Geremia, ma in segreto mandò messaggeri al profeta perché chiedesse a Dio quali erano le intenzioni di Nabucodonosor e pregasse per la liberazione della nazione. Poi Sedecia incontrò personalmente Geremia in privato, per chiedere il suo aiuto, ma gli fece giurare che avrebbe detto a chiunque lo avesse interrogato in merito che la visita era stata richiesta dal profeta stesso. E quando Sedecia fece un viaggio a Babilonia, nel suo quarto anno di regno, forse per professare lealtà a Naducodonosor, Geremia mandò un libro di profezie per mezzo del capo degli alloggiamenti di Sedecia: si chiamava Seraia ed era fratello di Baruc. Geremia diede istruzioni a Seraia di leggere quegli oracoli contro Babilonia e poi di legare il rotolo a una pietra e gettarlo nell’Eufrate. Seraia avrebbe dovuto gridare: «Così affonderà Babilonia e non risorgerà più dalla sventura che io le farò piombare addosso» (Ger 51,64).
Geremia spesso si oppose anche ai profeti favoriti del re, uomini che enunciavano premonizioni diverse dalle sue e che egli descriveva come usurpatori che conducevano una vita corrotta e profetizzavano per denaro. Così accadde, per esempio, che il Signore avesse detto a Geremia di indossare un giogo di legno mentre diceva al popolo di Giuda di sottomettersi al giogo di Babilonia. Anania, uno dei profeti del re, affrontò Geremia nel tempio, annunciando che Dio avrebbe rimosso «il giogo del re di Babilonia» e che entro due anni le suppellettili del tempio portate via da Nabucodonosor sarebbero tornate in Gerusalemme. Geremia disse semplicemente: «Così sia! Così
faccia il Signore!» (Ger 28,2;6). Ma quando espresse i suoi dubbi, Anania gli strappò il giogo dalle spalle e lo spezzò per dimostrare il suo disprezzo per i timori dell’avversario e la certezza della sua previsione. Qualche tempo dopo, Dio diede a Geremia un nuovo messaggio per Anania: «Tu hai otto un giogo di legno, ma io, al suo posto, ne farò uno di ferro. [...] Io porrò un giogo di ferro sul collo di tutte queste nazioni perché siano soggette a Nabucodonosor» (Ger 28,13-14).
Nonostante gli ammonimenti di Geremia, Sedecia sfidò i Babilonesi, rifiutando di pagare il tributo. Nabucodonosor rispose conquistando per la seconda volta Gerusalemme nel 586 a.C. Dopo aver ucciso i figli di Sedecia sotto i suoi occhi, i vincitori accecarono il re e lo deportarono in catene, assieme alla maggior parte degli artigiani e delle persone benestanti della città, nella lontana Mesopotamia.
In un momento in cui l’assedio di Gerusalemme venne interrotto per l’intervento degli Egiziani contro i Babilonesi, Geremia fu preso mentre cercava di raggiungere Anatot per questioni personali e messo in prigione. Più tardi il re gli permise di stare nell’atrio della prigione. Sempre durante gli ultimi giorni del regno di Giuda, il profeta fu gettato in una cisterna abbandonata perché aveva consigliato di arrendersi, ma fu salvato da una morte quasi certa da un etiope di nome Ebed-Melech.
Dopo la caduta di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia della maggior parte dei suoi abitanti, Geremia andò verso nord, a Mizpa, una città distante alcuni chilometri dalla capitale, dove Nabucodonosor aveva insediato Godolia come governatore fantoccio, perché si occupasse di quel che restava di Giuda. Ma quando Godolia venne assassinato, alcuni tra i Giudei rimasti proposero di fuggire in Egitto per evitare la rappresaglia di Babilonia. Parlando in nome di Dio, Geremia consigliò loro di rimanere: «Se continuate ad abitare in questa regione, vi renderò stabili e non vi [...] sradicherò, perché ho pietà del male che vi ho arrecato» (Ger 42,10). I ribelli non solo disobbedirono a Geremia, partendo per l’Egitto, ma portarono con sé anche Geremia e Baruc. In Egitto, Geremia dovette combattere il culto che i rifugiati rendevano alla dea Astarte e mise fine ai suoi oracoli predicendo che quel resto di Giuda sarebbe morto nella terra del volontario esilio. Di fatto, sia essi sia Geremia scomparvero presto dalle pagine della storia.
Poiché Geremia «compose un lamento su Giosia» che «tutti i cantori e le cantanti [...] ripetono ancora nei lamenti su Giosia» (2 Cr 35,25), il libro delle Lamentazioni è stato tradizionalmente attribuito a Geremia. Tuttavia i salmi delle Lamentazioni piangono la distruzione di Gerusalemme e non la morte del re, e per concetti e stile sono talmente diversi dagli oracoli di Geremia da far pensare a un altro autore o ad altri autori. La cosiddetta Lettera apocrifa di Geremia è un’invettiva contro l’idolatria basata sull’oracolo di Geremia che «gli dei che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e sotto il cielo» (Ger 10,11): forse fu scritta 300 anni dopo la morte del profeta.

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