OMELIA 8 SETTEMBRE 2013 – 23A DOMENICA – T. ORDINARIO C: « COME » ESSERE CRISTIANI?

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8 SETTEMBRE 2013  |  23A DOMENICA – T. ORDINARIO C  | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« COME » ESSERE CRISTIANI?

Linguaggio difficile a capire
È possibile essere cristiani? La domanda può suonare strana: senza dubbio tutti siamo chiamati ad essere cristiani e vivere veramente da cristiani; la cosa dev’essere dunque possibile se non vogliamo negare la sapienza e la bontà di Dio che ci chiama. D’altra parte la pagina di Vangelo che ci presenta la liturgia odierna pone a chi vuol seguire Gesù condizioni tali che sembrano impossibili ad attuarsi: odiare padre e madre, moglie e figli, fratelli e sorelle e persino la propria vita, portare la croce, rinunciare a tutto ciò che uno possiede. Il paradosso di questi insegnamenti è notato da s. Gregorio Magno, il quale confronta questo passo con le parole dello stesso Gesù: « Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi » (Mt 19,6) e con quelle di Paolo: « Voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa » (Ef 5,25).
Dovremo cercare la risposta meditando su queste parole viste nel contesto della Sacra Scrittura e pregando il Signore, che le ha pronunciate, di farcele capire: « Donaci, o Dio, la sapienza del cuore » (ritornello del salmo). Perché, ci ammonisce il libro della Sapienza: « Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni… Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto? ».

Cristo prima di tutto e di tutti
Cosa avviene nella vita di ogni giorno? Risponde s. Giovanni Crisostomo: « Molti vi sono anche ora i quali credono che Cristo è Dio ma non lo amano e non si comportano come chi ama veramente, perché », soggiunge, « preferiscono a lui ogni altra cosa, come il denaro » (e poi enumera varie forme di superstizioni che alcuni cristiani accettavano dal mondo pagano). S. Benedetto, riecheggiando s. Cipriano, dà una norma di fondo che sintetizza le esigenze poste da Gesù a chi lo vuol seguire: « Non anteporre nulla all’amore di Cristo ». Secondo Luca, che qui deve aver conservato le parole precise del Maestro, questi comanda di « odiare » le persone più vicine e perfino se stessi. L’espressione va intesa nel senso di « amare meno », secondo l’indole della lingua parlata da Gesù, l’aramaico, che non conosceva le sfumature di significato di cui dispongono altre lingue. Ne abbiamo la conferma nel passo parallelo di Matteo: « Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me » (10,37).
Nelle prime comunità cristiane non era raro il caso che chi voleva farsi discepolo di Cristo fosse duramente contrastato dai suoi familiari: cosa che non di rado avviene anche oggi per chi vuole essere cristiano sul serio, per chi vuol seguire una chiamata, non compresa da chi gli è vicino, al sacerdozio, alla vita religiosa, all’apostolato missionario. S. Gregorio Magno ha ben capito il senso del severo ammonimento di Gesù: « Bisogna dunque amare il prossimo, comportarsi con carità verso tutti, parenti ed estranei, ma non lasciare che quegli affetti ci allontanino dall’amore di Dio ». Ammonimento che, ci ricorda s. Ambrogio, Gesù avvalora con il suo esempio: « Se il Signore per te rinunzia a sua madre quando dice: « Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? » (Mt 12,48), come oserai tu preferirli al tuo Signore? Il Signore non ti comanda di ignorare la natura, ma non vuole che te ne faccia schiavo; tu devi assecondare la natura in modo da adorare il suo autore e non mancare verso Dio per amore dei parenti ».
Quanto all’odiare « perfino la propria vita », s. Gregorio cita l’episodio raccontato negli Atti degli Apostoli, quando il profeta Agabo, a Cesarea, predisse che Paolo a Gerusalemme sarebbe stato legato dai Giudei e consegnato nelle mani dei pagani e l’apostolo rispose risolutamente: « Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù » (21,13).
« Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo ». Anche qui viene naturale domandarsi: è possibile essere cristiani? Ci sono certamente dei casi in cui il Signore chiede a qualcuno di seguirlo con una vocazione speciale, rinunziando a tutti i suoi averi. S. Francesco d’Assisi era convinto che questa fosse la vocazione di quel ricco signore della Marca che « venne a lui e disse che voleva entrare all’ordine, di che egli disse: « Se tu ti vuoi accompagnare coi poveri di Cristo, va’ e vendi ciò che tu hai e dallo ai poveri del mondo ». Invece colui dette quanto avea ad suoi parenti, per cui s. Francesco lo riprese forte », chiamandolo « Frate Mosca », e non lo volle con sé. Ma lo stesso Luca, che riferisce quelle parole, quando negli Atti degli Apostoli descrive la vita della comunità cristiana, afferma bensì che avevano tutto in comune, ma questo per una scelta volontaria senza che fosse vietato ai credenti tenersi i loro averi (cf 2,44-45; 4,32-37; 5,14).
È difficile rinunciare ai beni di questo mondo? Sì, se si considera questa vita prescindendo dall’eternità che ci attende. Ma preghiamo il Signore, col salmo responsoriale: « Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore ». Sarà meno difficile se ci poniamo di fronte alla grandezza di Dio, meditando col nostro s. Massimo: « Davanti alla potenza di Dio nulla è cancellato, nulla è passato, ma la sua grandezza è tale che tutte le cose sono a lui presenti; tutto il tempo è per lui « oggi », per questo dice il santo profeta: « Ai tuoi occhi, mille anni sono come un giorno solo »".

Portare la nostra croce
Ascoltiamo ancora s. Gregorio: « In due modi portiamo la croce del Signore: sia quando mortifichiamo la carne con l’astinenza sia quando, condividendo le sofferenze del prossimo, facciamo nostre le sue necessità ». Fermiamoci su questo secondo modo. Anche qui Paolo ci è di esempio. Vecchio e in prigione, egli prende a cuore la causa di uno schiavo, Onesimo, che egli stesso aveva battezzato mentre era in catene. Fuggito dal suo padrone, Filèmone, un ricco signore di Colosse nell’Asia Minore, era venuto a Roma. Paolo parla di lui con espressioni di tenerezza, chiamandolo « il mio figlio… il mio cuore ». Può far meraviglia a noi che l’apostolo rimandi lo schiavo, che pure gli è così caro, al suo padrone. Il Vangelo non ha proclamato che tutti gli uomini sono figli di Dio e fratelli tra loro, condannando così in radice ogni forma di schiavitù? In realtà il cristianesimo nei primi secoli non ha proscritto la schiavitù come istituzione, ciò avrebbe significato un sovvertimento della situazione economica e sociale.
Ancora s. Giovanni Crisostomo, sulla fine del IV secolo, pensava che se si volesse abolire la schiavitù i pagani accuserebbero il cristianesimo di essere sovversivo e di far violenza ai padroni togliendo loro gli schiavi. A ogni modo, è lo stesso Crisostomo che dichiara: « La Chiesa non conosce differenza tra padrone e schiavo, ma li distingue solo in base al bene o al male che fanno », e cita Paolo: in Cristo Gesù « non c’è più schiavo né libero » (Gal 3,28). Poi esorterà a non essere duri con gli schiavi ma a saperli perdonare e quando si comportano bene farli partecipi di quanto ha il padrone; e cita l’esempio di Cristo che si è fatto servo.
È difficile, in questioni di questo genere, distinguere ciò che è dovuto a situazioni storiche che s’impongono anche alla buona volontà degli uomini e ciò di cui gli uomini sono responsabili per egoismo o semplicemente per inerzia. Fa pensare quello che ha osservato un vescovo tra i più illuminati e coraggiosi difensori della dignità di ogni uomo, in primo luogo dei poveri e degli umili, dom Helder Cámara, riferendosi all’America Latina: « Se, qualche volta, si ha l’impressione che la Chiesa vada troppo in fretta, io da parte mia penso che siamo in ritardo di quattro secoli. Abbiamo accettato la schiavitù africana. Lo so: lo richiedeva l’epoca e io non mi sento affatto più chiaroveggente, più fedele, più cristiano dei miei predecessori. No. Se fossi vissuto in quei tempi, avrei certamente accettato la schiavitù. Forse io stesso avrei avuto degli schiavi: era l’epoca. Ma la verità è che abbiamo accettato per tre secoli la schiavitù africana ».
Sul principio del II secolo, Ignazio vescovo di Antiochia, durante il viaggio verso il supplizio che l’attendeva a Roma, scriveva al giovane vescovo di Smirne Policarpo, che un giorno avrebbe subito anche lui il martirio: « Non essere altero con gli schiavi e le schiave; ma che neppur essi si gonfino di superbia; anzi che cresca il loro zelo nel servire la gloria di Dio, onde ottenere da lui una libertà superiore ».
Più ancora che condannare il passato, conviene guardare al presente, alle molteplici forme di schiavitù che sono una piaga dell’umanità di oggi, non solo nei paesi che giudichiamo arretrati ma anche nel nostro mondo, fiero delle sue conquiste. Dobbiamo interrogarci, ciascuno di noi, come ci comportiamo verso gli altri. Perché, qualunque siano state le risposte del passato all’appello del Vangelo, è certo che questo ha fatto dell’amore verso tutti, e in primo luogo verso gli ultimi, la legge fondamentale e ha posto nell’umanità un germe che doveva poi produrre nei secoli frutti stupendi di giustizia e di carità portata fino all’eroismo.

Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 6 septembre, 2013 |Pas de Commentaires »

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