Archive pour août, 2013

29 AGOSTO : MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA – DALLA LETTERA A DONATO DI SAN CIPRIANO DI CARTAGINE.

http://www.certosini.info/lezion/Santi/29%20agosto%20martirio%20di%20S.%20Giovanni%20Battista.htm

29 AGOSTO :    MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA

DALLA LETTERA A DONATO DI SAN CIPRIANO DI CARTAGINE.
EPIST. I. AD DONATUM, 3-6. 14 . PL 4,198-205. 220-221.

    Un tempo io giacevo nelle tenebre di una notte buia; mi trovavo come sballottato sul mare del mondo che mi gettava in tutte le direzioni; incerto delle vie che mi si paravano innanzi, vagavo in balia di me stesso e non ero consapevole della mia vita.
    Lontano dalla verità e dalla luce, ritenevo che fosse davvero difficile e duro, per i miei sentimenti di quel periodo, ciò che la misericordia di Dio mi pro­metteva per portarmi alla salvezza.
    Reputavo fosse difficile poter nuovamente rinasce­re e deporre le abitudini precedenti, anche se il batte­simo nell’acqua della salvezza mi rinnovava a nuova vita. Stimavo ugualmente difficile che un uomo potesse cambiare la mente e l’animo senza mutare nel suo fisico.
    Continuavo a dirmi: “Come sarà possibile una conversione così grande da liberarmi tutto ad un tratto da ciò che fin dalla nascita si solidificò come quando si colloca del materiale e lo si ammucchia in depositi? Come sarà possibile liberarmi di quelle abitudini che ho indebitamente contratte?”.

   Spesso mi trovavo con questi pensieri. Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata e non crede­vo di potermene liberare. I vizi aderivano alla mia vita e io continuavo ad assecondarli. Non pensavo più di poter raggiungere i beni migliori; per questo favorivo ciò che mi nuoceva come se fosse qualcosa che ormai mi appartenesse e fosse cresciuto con me.
    Ma sopraggiunse l’aiuto dell’acqua che rigenera. La corruzione della vita precedente venne cancellata e dall’alto si diffuse una luce nel mio cuore purificato e mondo. Ricevetti dal cielo lo Spirito e attraverso una seconda nascita diventai un uomo nuovo.
    Dopo questo evento, ciò che era segnato dal dub­bio improvvisamente divenne, in modo che non saprei descrivere, una certezza; quello che era impenetrabile e pieno di tenebra mi apparve accessibile e luminoso.
    Potevo raggiungere quello che prima mi sembrava assurdo e fare quello che finora ritenevo impossibile. Avevo così la possibilità di capire come fosse terreno l’uomo di prima, nato dalla carne e schiavo dei vizi.

    Comprendevo che cominciava ad appartenere a Dio quello che lo Spirito Santo aveva già animato. Sai bene anche tu, e lo ammetti con me, ciò che questa morte del peccato, ciò che questa vita di virtù mi hanno rispettivamente tolto e donato. Lo sai e non insisto; è odioso lodare se stessi, anche se non può essere millanteria ma gratitudine ciò che attri­buiamo al dono di Dio e non alla nostra capacità umana. Infatti ammettiamo quale effetto della fede il non peccare, e quale effetto dell’errore umano il peccato.
    È opera di Dio, lo ripeto, è opera di Dio tutto ciò che noi possiamo. Da lui abbiamo la vita e il vigo­re; grazie alla capacità che ci dona, possiamo pregusta­re qualcosa dei beni futuri, anche se siamo ancora su questa terra. Ci deve essere solo il timore come custode della nostra innocenza, perché il Signore, che si è riversato nei nostri cuori con il tocco della sua bontà e del suo perdono celeste, si fermi nel nostro animo, allietato dalla buona ospitalità delle nostre opere sante.

    Se tu riesci a camminare con passo sicuro sulla via dell’innocenza e della salvezza, se tu, unito a Dio con tutte le forze e con tutto il cuore, rimani sempli­cemente quello che hai cominciato ad essere, ti sarà concessa possibilità di agire in proporzione di quanto crescerà in te la grazia dello Spirito.
    Nell’usufruire dei doni di Dio non vi è nessuna misura o limite, come invece accade per i benefici terreni. Lo Spirito si effonde abbondante e non viene costretto da confini, non è obbligato entro limiti, non viene frenato in spazi circoscritti. Lo Spirito scaturisce senza posa, fluisce traboccando; occorre solo che il nostro cuore abbia sete e si apra.
    Attingeremo l’abbondante grazia in proporzione della nostra capacità di fede. Dallo Spirito scende a noi la possibilità di vivere una vita sobria e casta, di avere sinceri pensieri e una parola altrettanto since­ra. Grazie allo Spirito possiamo superare vittoriosi i mortali veleni quando veniamo colpiti; da lui abbiamo la capacità di ritornare in salute e di eliminare le brutture del nostro animo quando sbagliamo.

    È lo Spirito che ci permette di far diventare paci­fici coloro che sono sconvolti dall’ira e dall’odio e di ridurre i violenti a mitezza. È lo Spirito che ci dona la forza di minacciare e umiliare gli spiriti immondi che si aggirano intorno e penetrano negli uomini per corromperli. Con lo Spirito possiamo sferzare terribilmente questi spiriti e costrin­gerli ad andarsene o abbatterli mentre oppongono resistenza, lamenti e gemiti, aumentandone le sofferen­ze. Con lo stesso Spirito li flagelliamo e li tormentiamo con il fuoco. È una battaglia che si combatte e non si vede: i colpi sono invisibili ma la pena è manifesta.
    Lo Spirito che abbiamo ricevuto agisce con la sua potenza, perché noi partecipiamo ad una vita nuova. Non abbiamo però ancora cambiato il corpo e le mem­bra; per questo la vista umana resta ancora nel buio, perché il sensibile si frappone come una nube.

    Che potenza spirituale, che forza è questa! Non solo sottrarsi ai contatti perniciosi del mondo, ma non lasciarsi più contagiare dalla corruttela del nemico che rinnova i suoi assalti, purificati come siamo. L’ani­mo si rinvigorisce e si rinsalda nelle proprie forze tanto da dominare imperiosamente tutto l’esercito del nemico che viene all’assalto.
    Perché gli effetti della presenza divina ti appaiano più luminosi, cercherò di illuminarti svelandoti la veri­tà. Dopo aver dissipato la caligine del male, ti mostrerò le tenebre che avvolgono il mondo.
    Immagina di essere sollevato su una delle cime più alte di un monte scosceso e di osservare da lassù le cose che si estendono ai tuoi piedi. Gira lo sguardo in diverse direzioni e contempla il turbinare che scon­volge il mondo, mentre tu sei libero da ogni contatto terreno.

    Avrai allora compassione per questo mondo e maggiormente consapevole della tua situazione, ne sarai tanto più riconoscente a Dio e con gioia più viva lo ringrazierai di esserne scampato. Osserva: le strade sono infestate da rapinatori, i pirati percorrono i mari, dappertutto l’orrore del sangue sparso e dei campi di guerra. Il mondo gronda di sangue fraterno: l’omici­dio, considerato un delitto quando è commesso dai singoli, diventa virtù se compiuto in nome dello stato! A questo livello, l’impunità non è garantita dall’innocen­za, ma dall’atrocità della ferocia.
    Esiste una sola tranquillità certa e serena, una sola sicurezza stabile su cui si possa contare: quella di chi si ritrae dal turbinio di questo mondo inquieto e, gettata per sempre l’ancora nel porto della salvezza, eleva lo sguardo dalla terra verso il cielo. Ammesso a godere del tesoro divino, tale uomo è ormai interiormente ac­canto al suo Dio. Si vanta di non avere più occhi per le cose terrene che ad altri appaiono grandi e sublimi.

    Chi è superiore al mondo non può ormai attendere o desiderare qualcosa dalla società mondana. Essere sciolto dai lacci del mondo circostante, purificato dalla feccia terrena sotto la luce dell’eterna immortali­tà, significa avere garantita una protezione continua e irreversibile e il sostegno celeste per giungere ai beni eterni.
    Allora ci si rende conto fino a che punto il nemico con i suoi attacchi tramava insidiosamente a nostra rovina. Così siamo spinti ad amare quel che saremo, tanto più che ci è possibile conoscere e condannare quello che eravamo. Non abbiamo bisogno per questo di denaro, di raggiri e di forza, come se si trattasse di procurarci una grandissima dignità. E’ dono di Dio gratuito e facile. Come spontaneamente il sole diffonde i suoi raggi, il giorno porta la luce, la fonte zampilla d’acqua, la pioggia irrora la terra, così lo Spirito celeste si diffonde in noi.
    Dopo che l’uomo si è rivolto verso il cielo e ha conosciuto il suo Creatore, si innalza sopra il sole e ogni potenza terrena, cominciando ad essere ciò che sa di essere.

I VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA ASPETTI ARCHEOLOGICI

http://www.fratesole.com/wp-content/uploads/I-VIAGGI-DI-SAN-PAOLO-IN-GRECIA-di-Maria-Cristina-Ricci.pdf

(non ho trovato note)

I VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA ASPETTI ARCHEOLOGICI

di Maria Cristina Ricci

tratto dal sito www.instoria.it

La cronologia relativa a San Paolo è stata oggetto di svariati studi, ed ancora oggi gli esegeti non sono del tutto concordi; nel testo è stata seguita la datazione proposta da R. Fabris, che colloca il secondo viaggio missionario di San Paolo negli anni 50-52 d.C.; A. Penna propone una cronologia compresa tra gli anni 50-53 d.C., mentre M. Adinolfi tra il 49 ed il 52 d.C. Il viaggio si svolse per terra e per mare.
Tra le strade percorse da Paolo va ricordata la via Egnazia. Costruita con chiari intenti militari, da Apollonia-Dyrrachion attraversava i Balcani, toccando in Macedonia Eraclea, Edessa, Pella, quindi i centri interessati dal viaggio di san Paolo, da Tessalonica a Neapoli. Superata la Tracia, la strada giungeva fino all’Ellesponto e a Bisanzio. La sua cronologia è ancora motivo di discussione: F.W. Walbank ritiene possibile che la strada sia stata costruita qualche anno dopo la riduzione a provincia della Macedonia (146 a.C.). Al contrario G. Molisani tende ad alzare la cronologia agli anni immediatamente successivi al 168 a.C., quando i Romani sconfissero Perseo, in base a due iscrizioni che riportano il nome di Cn. Egnatius: la prima, scoperta a Corinto sul basamento di una statua, secondo Molisani è precedente al 146 a.C. (anno in cui Corinto fu distrutta), la seconda, trovata a Lucus Feroniae, è di età repubblicana (lo studioso pur con qualche incertezza suggerisce di sciogliere l’abbreviazione PR PR di quest’ultima iscrizione con praetor proconsole; anche se gli ex pretori potevano governare province di media importanza, va però detto che questo scioglimento è piuttosto insolito). F.W. Walbank tuttavia non accetta una datazione così alta e ritiene più plausibile che il Cn. Egnatius della strada omonima sia stato, nel 145 a.C., il diretto successore di Metellus Macedonicus, primo governatore della provincia macedone. Inoltre non è escluso che la persona citata nell’epigrafe di Corinto abbia vissuto in questa città anche dopo il 168, periodo in cui avrebbe comunque potuto offrire i propri servizi a L. Antonius Damonicus, i cui figli fecero costruire la statua dedicatoria.Anche sull’interpretazione di PR PR data da G. Molisani lo studioso ha sollevato alcuni dubbi, notando che il miliario scoperto a Gallico, in cui compare il nome di Cn. Egnatius, presenta l’abbreviazione PRO COS (proconsul), che, in base a quanto riportato, andrebbe sciolta come praetor proconsule, dando luogo ad una evidente forzatura.Per Aik. Romiopoulou Cn. Egnatius appartenne alla tribù Stellatina, rivestendo la carica di proconsole tra gli anni 146 e 120 a.C.; St. Samartzidou, che ha esaminato un altro miliario trovato ad Amygdaleon, con un’iscrizione bilingue in cui compare il nome di Cn. Egnatius, si limita a presentare le varie ipotesi avanzate dai suoi predecessori.Il viaggio di Paolo per Atene invece si svolge per mare, probabilmente partendo da Pidna o da Dium; è probabile che la rotta abbia costeggiato la Tessaglia passando successivamente per il mare Euboicum attraverso lo stretto dell’Euripo e doppiando il Capo Sunio. Molte fonti attestano il passaggio delle navi attraverso lo stretto dell’Euripo, nonostante fosse largo solo 60 m. e le sue correnti, in base alla testimonianza di Strabone, Seneca, Plinio e Pomponio Mela, cambiassero frequentemente corso di giorno e di notte; anche il Casson sostiene che San Paolo lo abbia attraversato. Di diverso avviso è il Fabris, che considerando la pericolosità di questo tratto di mare, ha ipotizzato che l’Apostolo sia passato al largo dell’Eubea. Da Atene a Corinto, mancando elementi interni al testo che indichino un viaggio per nave, forse Paolo seguì un tratto della via Sacra e la via Scironiana; da questa strada, attraversato il Diolkos, si poteva raggiungere Corinto da nord, passando per il porto del Lechaion, oppure da sud, superando Isthmia e Kenkreai.Il viaggio in Asia Minore si era concluso con l’imbarco da Troade in Frigia alla volta della Macedonia, dove San Paolo ed il suo seguito approdano dopo aver oltrepassato Samotracia. Neapoli (At. 16,11) Il porto che li accoglie è quello di Neapoli, punto di scalo della più importante Filippi, ad esso collegata dalla Via Egnazia; questo centro portuale, tappa di passaggio per Paolo, non ha lasciato grandi tracce della sua passata esistenza (At. 16,11; sul suo sito è sorta l’odierna Kavala, la cui presenza non ha permesso di condurre in quest’area opportune indagini archeologiche).Al contrario, lungo il tratto di strada di circa 12 miglia che unisce l’antica Neapoli a Filippi, nella località di Vassilaki vicina al villaggio di Amygdaleonas, sono stati riportati alla luce i resti di una fonte e di alcuni pozzi, identificabili con la statio Fons co; segnalata nella Tabula Peutingeriana tra Filippi e Neapoli col disegno stilizzato di un tempio; per i Levi indicava la presenza di alloggi per i viandanti, mentre per Bosio un importante centro culturale che avesse anche la funzione di mansio.
La via Egnazia da Neapoli si dirigeva verso ovest, lungo un percorso che fu successivamente ripreso in età medievale dalla strada lastricata del monastero di San Silas; attraversato lo stretto passaggio tra le pendici del monte Symbolon la strada girava intorno ad una collina fortificata, ai cui piedi sono stati trovati i resti della fonte, superava l’odierna Amygdaleon per proseguire nella piana di Filippi con orientamento SudEst-NordOvest. Filippi (At. 16,12-40) All’altezza della località Megalo Lithari, dove fu eretto il monumento al legionario Gaio Vibio Quarto e dove la presenza di una fonte aveva inizialmente portato a credere che qui si trovasse Fons CO, la strada piegava bruscamente ad angolo retto e si dirigeva ad ovest, nella città di Filippi, che sorgeva al centro di una zona molto fertile, ricca di fiumi e ruscelli; oggi la sua posizione è messa in evidenza da un’ansa piuttosto accentuata della strada Kavala-Dramas, a circa 12 km a nord di Kavala. Dalla grande Porta di Neapoli, difesa da due torri avanzate, la Via Egnazia, passando lungo il lato settentrionale del foro, attraversava la città della quale era l’asse urbano principale. Qui San Paolo inizia a diffondere il nuovo Credo, rivolgendosi soprattutto alla comunità ebraica del posto che, per celebrare i propri riti (il luogo di preghiera probabilmente era un recinto a cielo aperto), si riuniva il sabato fuori da Filippi oltre la porta occidentale, nei pressi di un fiume (At.16,13). Probabilmente i Giudei non volevano celebrare i loro riti in un ambiente in cui prevalevano i culti pagani; inoltre non è da escludere che questa comunità fosse talmente piccola da non potersi permettere di costruire una sinagoga. Durante il suo regno Claudio aveva emanato una legge secondo cui gli ebrei, a causa dei recenti tumulti che avevano causato, non potevano risiedere a Roma; è possibile che qualche colonia abbia seguito l’esempio della capitale. La frase “Venuto il sabato, andammo fuor di porta, presso al fiume, dove pareva che fosse il luogo della preghiera” si riferisce con ogni probabilità ad una porta, identificata da alcuni con una volta monumentale, ancora esistente ai tempi di Collart, che sorgeva presso le sponde del fiume Angites. L’arco, dalle linee semplici e a fornice singolo, era stato costruito sulla linea del pomerium; la zona compresa tra questo e la cinta muraria era considerata sacra. Tuttavia, se lo si confronta con monumenti simili (ad es. ad Aosta e a Gerasa) si nota che in genere la loro distanza dalle mura non supera i 400 m, mentre in questo caso raggiunge i 2 km.; di conseguenza Frothingham ha considerato il monumento di Filippi un arco territoriale che
marcava la zona rurale della città, non quella urbana.Secondo altri studiosi invece questo monumento commemorava la battaglia di Filippi che in effetti si era svolta nelle vicinanze, mentre Koukouli-Khrysantaki identifica più semplicemente l’arco con la porta occidentale della città, e riconosce nel fiume citato uno dei tanti ruscelli che scorrono nel territorio di Filippi; tuttavia ogni ipotesi presentata non ha avuto finora conferma, quindi la questione è ancora aperta. Invece sulla presenza di ebrei a Filippi è stata scoperta di recente, presso il cimitero ovest, una stele molto interessante, che conferma l’esistenza di questa comunità. Si tratta di una lastra in marmo locale, la cui larghezza diminuisce verso la base, lavorata rozzamente, priva di cornice, con sommità curva. Le numerose scheggiature presenti lungo i bordi, specialmente quelle sul lato sinistro e sulla sommità, non impediscono la lettura dell’epigrafe greca che al primo rigo è preceduta da una foglia d’edera. Le dimensioni sono: altezza 90 cm, larghezza alla sommità 70 cm, larghezza alla base 58 cm; lo spessore varia dai 10 ai 15 cm; le dimensioni delle lettere hanno un’altezza tra i 3 ed i 5,5 cm. Catalogazione: trovata nel cimitero occidentale di Filippi, è oggi conservata nel museo della città.
NIKOSTRATO
AUR.OCUCOLIOS
EAUTO KATASKEU
BASA TO CAMWSO
RON TOUTW. OS AN DE
ETERWN NEKUN KATAQE
SE DWSIPROSTEIMOU THSU
NAGWGH Q MR
“Nikostratos Aurelios Oxycholios stesso ha costruito questa tomba. Se qualcuno vi deporrà il cadavere di altri pagherà una multa alla sinagoga”.Dallo studio dei nomi di vari ebrei stabilitisi in Grecia è emerso che era piuttosto comune usare la lingua e l’onomastica greca (Nikostratos Oxycholios) oltre al gentilicium romano (Aurelios); tuttavia ciò non dimostra che questa minoranza si fosse integrata con la gente del posto.
In particolare l’analisi del nome ricordato nella stele permette la datazione della tomba, poiché il gentilicium indica una data non antecedente al 212 d.C., anno dellaConstitutio Antoniniana, e il cognomen greco Oxycholios compare solo a partire dal III sec. d.C. Di conseguenza la tomba è d’epoca posteriore al viaggio di San Paolo, ma costituisce una testimonianza tangibile dell’esistenza a Filippi di una comunità ebraica nel III sec. La predicazione in questa città si rivelò fruttuosa e portò alla conversione di Lidia, una commerciante di porpora, e della sua famiglia (At. 16,14). La guarigione di una schiava posseduta, che aveva la facoltà di predire il futuro, fu per i padroni motivo di profondo risentimento nei confronti di San Paolo, a tal punto che lo condussero nella pubblica piazza affinché fosse giudicato dai capi della città. L’agorà cui si fa riferimento nel testo greco (At.16,18) oggi presenta solo resti di fase antonina; le indagini di scavo hanno mostrato che alcuni edifici pubblici, tutti orientati a NordEst-SudOvest, sono stati rifondati, con le stesse funzioni ma con un’architettura più imponente, sullo stesso sito
occupato dalle strutture preesistenti.Il lato occidentale della piazza aveva carattere prevalentemente amministrativo, quello orientale era dedicato al culto dell’imperatore e della sua famiglia, mentre lungo il lato meridionale erano disposte delle botteghe. Il lato settentrionale infine era chiuso da una fila di monumenti che fiancheggiavano la tribuna degli oratori, o bema, formato da una struttura indipendente (infatti non era il prolungamento del pronao di un tempio, né dipendeva da una scalinata anteriore) addossata alle mura del Foro e alla strada, in modo da dominare così tutta l’area della piazza. Secondo alcuni Paolo fu giudicato proprio di fronte al bema, sebbene altri propongano di cercare il luogo del processo tra gli edifici del lato occidentale dell’agorà, dove, nell’angolo NordOvest, è stata localizzata la curia, sede degli strategoi o archontes, cui era affidato il compito di giudicare i reati di tradimento e di impietas (asebeia, capo di accusa contro Paolo secondo la voce del popolo). Anche questa struttura fu ricostruita nel II secolo d.C. nello stesso sito occupato durante la fase giulio-claudia. Nell’area centrale del foro si ergevano numerosi monumenti e statue dedicati a cittadini di rilievo(vedi ad esempio l’iscrizione per M. Lollius di I sec. a.C.), ad antichi re traci (vedi l’iscrizione per Roemitalces, che si schierò con Roma per reprimere varie ribellioni sviluppatesi in Tracia nel corso del primo trentennio del I sec. d.C.) e ad imperatori tra cui spiccano un ritratto di marmo in onore del giovane Ottaviano o di Gaio Cesare, risalente ai primi venti anni del I sec. d.C., ed un altro di Lucio Cesare, dello stesso periodo. Con le loro accuse i padroni della schiava riuscirono a far rinchiudere in prigione Paolo e Sila (At.16,23), finché un terremoto di notevole intensità, verificatosi nella notte, non convinse i capi a liberare i due prigionieri, che nel frattempo avevano reso noto il loro stato di cittadini romani (At.16,26). Per lungo tempo è stata identificata con la prigione una struttura romana, probabilmente una cisterna, inglobata nel cortile rettangolare che precedeva l’atrio della Basilica A (V sec.); la presunta prigione diventò luogo di culto cristiano dal periodo in cui vennero distrutte la Basilica A e l’Ottagono (fine VI – inizi VII sec.), come attestano gli affreschi lì ritrovati. Recentemente M. Torelli ha ipotizzato che in origine il cortile appartenesse a un tempio romano orientato come l’ala occidentale del Foro, con cui comunicava tramite la scalinata collegata con l’arco d’ingresso e visibile davanti alla cisterna. Ch. Koukouli Chrysantaki sostiene che la cisterna fosse annessa ad un edificio romano inglobato nel complesso della Basilica A, insieme ad un altro edificio esistente ai tempi di Paolo, un piccolo tempio formato da un pronaos ed una cella e costruito in marmo (probabilmente questo edificio templare risale al IV sec. a.C., ed era connesso con il culto di Filippo II, come fa supporre un’iscrizione riutilizzata in un muro della basilica). Ripreso il viaggio, Paolo e Sila si diressero verso la città di Tessalonica; il percorso della Via Egnazia a questo punto attraversava il ponte scoperto nei pressi del villaggio di Mavrolefki e la piana di Filippi fino alla mutatio ad Duodecimum, citata solo nell’Itinerarium Hierosolymitanum, 604,2, ed individuata tra la stazione ferroviaria di Fotalivi e il raccordo con la strada Eleutheropolis – Drama.A questo punto, arrivata alle pendici settentrionali del monte Pangeo, la strada formava un arco e raggiungeva la mutatio Domerus (il cui nome è la forma corrotta della parola doberus (“castello” in macedone). Il sito di questa tappa potrebbe trovarsi presso il moderno villaggio di Straviki (Draviskos). Anfipoli (At. 17,1) Da qui la strada, dirigendosi a sud, conduceva direttamente ad Anfiboli sorta su una collina (154 m s.l.m.) sulla riva destra della grande ansa che il fiume Strymon forma poco prima di sfociare nel Golfo di Orfani. Questo centro è citato in At. 17,1, come semplice punto di passaggio: il tratto meridionale delle mura cittadine presenta un’interessante porta rinforzata con una torre rettangolare all’interno ed una simile all’esterno, separate da un cortile: in età augustea la porta fu restaurata, secondo quanto riportato dalle iscrizioni di due basamenti di statue poste ai suoi lati. Forse questa porta costituiva l’uscita dalla città della via Egnazia, che entrava ad Anfipoli da nord, probabilmente in corrispondenza con il ponte ligneo tramite cui nel 424 a.C. Brasida riuscì a penetrare nella periferia della città e a conquistarla. Prima di giungere alla città di Tessalonica la Via Egnazia passava per le tappe Pennanae Perpidis , forse identificabile con l’Argilo citata da Erodoto, oggi individuata presso Asprovalta; da qui la
strada costeggiava il golfo fino alla moderna Kato Stavròs per poi penetrare nell’entroterra e arrivare aPeripidis (nelle strette vicinanze di Rendìna), situata sulle coste orientali del lago Volvi (l’antico Bolbe), e ritenuta il luogo dove fu sepolto Euripide (la parola Peripidis è una forma corrotta per Euripidis). Apollonia (At. 17,1) Sulle coste meridionali del lago sorgeva Apollonia, altro punto di passaggio nel viaggio missionario di San Paolo (At.17,1); la situazione di questa città è unica tra tutte quelle ricordate, perché non è ancora stata individuata con certezza la sua posizione, sebbene si siano susseguite numerose ricerche nel corso degli anni, dalla fine del secolo XIX ad oggi; in base agli studi più recenti il sito potrebbe essere localizzato nella zona compresa tra i fiumi Megalo Reuma e Cholomontas Reuma (gli antichi Amnites ed Olinthiakos), lungo la strada Apollonia – Marathousa, dove sono stati trovati sia frammenti ceramici risalenti all’età classica ed ellenistica, sia i resti di una cinta muraria. Tessalonica (At. 17,1-9) La Via Egnazia, proseguendo il suo percorso, raggiungeva Herakleustibus sorta a metà strada tra i laghi Volvi e Koronia, dove oggi sorge il villaggio di Stivos. Oltrepassati questi siti arrivava a Melissurgin (Aghios Vassilikos), presso le coste sud-occidentali del Lago Koronia; quindi la strada si dirigeva a nord fino a Duodecimum oDuodea, che probabilmente si trovava nella zona compresa tra i villaggi di Laina e Kisla.Con una larga curva la strada girava verso sud entrando nella città di Tessalonica, l’ultima delle tappe citate negli Atti raggiungibili tramite la via consolare romana.La via Egnazia collegava la Porta Cassandreotica (Porta Calamaria) ad est con la Porta d’Oro (oggi Porta Vardar) ad ovest, probabilmente lungo il tracciato di una strada urbana di età ellenistica. Nella città esisteva una fiorente comunità ebraica, cui facevano riferimento tutti i Giudei di questa zona della Macedonia. San Paolo si diresse subito tra loro e per tre sabati predicò nella sinagoga (At. 17,2).Il successo riscosso soprattutto tra i greci e tra le nobildonne del posto causò una violenta ribellione tra i Giudei, che decisero di portare di fronte ai capi della città Sila e Paolo; non avendoli trovati a casa di Giasone, che li aveva ospitati, portarono lui ed altri cristiani davanti al popolo (At. 17,5). Della sinagoga e della casa di Giasone, come di numerosi edifici citati da altre fonti, non sono state rinvenute tracce, mentre alcuni saggi di scavo nell’agorà tardo romana condotti al di sotto del lastricato pavimentale hanno riportato alla luce una statua di Atlante tardo ellenistica e frammenti ceramici di età poco precedente, che documentano l’esistenza della fase ellenistica dell’agorà. Non mancano testimonianze risalenti ad età repubblicana: ad Ovest dell’agorà si apre uno spazio libero in cui probabilmente in età romana fu edificato un luogo di culto imperiale, come attestato da una statua di Augusto venuta alla luce nel 1939; inoltre in una casa di Via dell’Olimpo è stata scoperta un’iscrizione del 60 a.C. In base a quanto riportato da Cicerone, che visse per un certo periodo a Tessalonica, c’era un Quaestorium di cui non si sa nulla, come sono sconosciuti il palazzo e la piazza con un tesoro seppellito al centro di cui parla Diodoro Siculo; secondo Vickers si potrebbe ipotizzare che il palazzo fosse quello di Filippo V, il quale trascorse gli ultimi anni della sua vita a Tessalonica. La notte dello stesso giorno in cui Giasone ed i cristiani che con lui erano stati portati a giudizio  vennero liberati, Paolo e Sila furono costretti a riprendere il loro viaggio verso Berea. Berea (At. 17,10-14) La prima parte del viaggio per questa città si svolgeva ancora lungo la via Egnazia, che superava le tappe ad Decimum e Gephyra , stazione al ponte sul fiume Axios, fino all’altezza dell’odierna Nea Khalkhidon da dove partiva un’antica strada che si dirigeva a SudOvest verso Berea ed Atene, stazione che si potrebbe localizzare nelle prossimità del villaggio di Yefira, che si affaccia sulla riva occidentale destra del fiume, oppure sulla sponda sinistra, nel punto in cui passa la ferrovia da Belgrado. La presenza di una fiorente città moderna, Veria, sorta su quella antica, ha reso praticamente impossibile la scoperta di strutture. Abbiamo invece numerose epigrafi. A Berea le parole di San Paolo ricevono un’ottima accoglienza tra alcune nobildonne del posto e tra i Giudei che frequentavano la sinagoga; l’eco di questo successo giunge fino a Tessalonica, dove coloro che avevano già una volta ostacolato l’opera missionaria di Paolo decidono di intervenire contro di lui anche in questa città (At.17,10). Nuovamente in pericolo, Paolo viene portato verso la costa, come riportato in At. 17,14), sul Golfo Termaico, dopo aver superato Acerdos, forse detta anche Ascordus, da un fiume ricordato da Livio che successivamente ha cambiato nome in Palatisa 5; e Aloros o Arulos, sito non ha ancora una localizzazione certa: Plinio ricorda che la città si trovava tra Pidna e il fiume Haliakmon, mentre Strabone la colloca a 70 stadi da Methone, in Bottiaea e non in Pieria; o a Dion (localizzata nei pressi di Malathria) o, ancora più a sud, a Sabatium , il cui sito è stato localizzato a Nord dell’odierna Platomona. Pritchett registra altre due tappe tra Pidna e Dion, Anamo, localizzata presso Korinos, a 9-10 km da Pidna, eHatera, che probabilmente corrisponde all’odierna Katerine. Atene (At. 17,15-34) Probabilmente per arrivare ad Atene Paolo preferì imbarcarsi, in quanto un viaggio via terra attraverso la Tessaglia, oltre ad essere estremamente lungo, era anche piuttosto pericoloso per la presenza di predoni. Preso il mare da Pidna, dopo aver costeggiato la Tessaglia, la rotta doppiava il capo Sepìas, si inoltrava nel mare Euboicum, toccava Calcide e, attraversato lo stretto dell’Euripo, puntava verso il capo Sunio per risalire poi lungo la costa occidentale dell’Attica fino ad Atene. Secondo R. Fabris Paolo sbarcò nel porto del Falero, più piccolo del Pireo, dove attraccavano le grandi navi da guerra, ma più vicino alla capitale: il porto del Falero per le sue dimensioni era  preferibile per l’attracco di piccole imbarcazioni destinate al traffico locale; al contrario il Pireo ospitava spesso grandi navi mercantili e da guerra. La testimonianza di Strabone ricorda che il Falero era il primo demo sulla costa ad est del Pireo, e Pausania lo colloca a venti stadi da Atene; queste indicazioni hanno favorito l’identificazione del sito della città con l’area del promontorio in cui sorge la Chiesa di Haghios Georgios, mentre ‘ampia rada della spiaggia di Phaleron tra il promontorio e Mounychia ad Ovest probabilmente era il porto.
Seguendo la strada che collegava il Falero ad Atene, si arriva alla porta sud, detta anche Halàde, sbucando proprio di fronte alla Stoà di Eumene, al Teatro di Dioniso e all’Odeon di Pericle, alle cui spalle sorge l’Acropoli. In At 17,16 viene evidenziato come Paolo si irritasse nel vedere quanti idoli fossero sparsi per la città (At. 17,16), in cui sorgeva un numero notevole di templi. Passando lungo la via delle Panatenee, che tagliava trasversalmente l’agorà, era possibile ammirare le stoai che ne occupano il lato settentrionale e parte di quello occidentale, dove si dispongono anche il tempio di Apollo Patroos, il Metroon e la Tholos; il lato orientale della piazza è costituito dalla grandiosa stoà di Attalo, ed anche il lato meridionale consiste in un portico, la stoà di mezzo, che separa l’agorà principale dall’agorà sud. Di fronte alla stoà di Attalo si trova il bema, da dove San Paolo potrebbe aver parlato alla gente che affollava la piazza. Nell’area interna, invece, dominano a sud il monumentale Odeon di Agrippa, intorno al quale si dispongono l’altare degli Eroi Eponimi, quello di Zeus Agoraios, costruito originariamente sulla Pnice, ed il tempio di Ares, che fu trasportato qui dal demo di Acharnai durante il regno di Augusto. Inoltre, sul Kolonos Agoraios, la collina ad ovest dell’agorà, svetta il tempio di Efesto, altro notevole simbolo del culto pagano ad Atene. In un simile ambiente, aperto alle novità, le parole di Paolo furono inizialmente accolte con interesse da alcuni filosofi, epicurei e stoici, i quali lo portarono sull’Areopago (At.17,18), o colle di Ares, che era la sede del più antico tribunale di Atene e del primo Parlamento aristocratico; dalla seconda metà del V sec. in poi qui si esercitò solo il potere giuridico e si svolsero i processi per i casi di omicidio. Secondo la testimonianza di Pausania sull’Areopago c’era un altare dedicato ad Atena Area, formato da due pietre (la Pietra dell’Implacabilità e la Pietra della Violenza), sulle quali salivano da un lato l’accusatore, dall’altro l’imputato; sempre in questa zona sorgeva anche il Santuario delle Erinni, in cui erano conservate – oltre alla tomba di Edipo, posta all’interno del recinto – le statue di queste divinità insieme con quelle di Plutone, Ermes e Gea; in genere qui gli imputati prosciolti ringraziavano gli dei facendo sacrifici in loro onore. Oggi non restano tracce di questo altare, e nemmeno di quello visto da San Paolo dedicato al Dio Ignoto (At. 17,23). Il messaggio cristiano tuttavia non fu compreso dagli Ateniesi, i quali trovavano assurdo il concetto di resurrezione; negli Atti viene ricordato il nome di un solo convertito, Dionigi l’Areopagita, e la mancanza nell’epistolario paolino di riferimenti ad Atene fa pensare che qui non si formò una comunità cristiana come era successo nelle precedenti città (At. 17,32). Corinto (At. 18,1-26) In seguito a questi eventi Paolo lasciò Atene, proseguendo il suo viaggio verso Corinto (At. 18,1); sebbene gli Atti tacciano riguardo alla strada (o alla rotta) percorsa, in genere viene accettata l’ipotesi di un percorso via terra, lungo la famosa Via Sacra fino ad Eleusi e poi per la Via Scironiana. La Via Sacra, fiancheggiata lungo tutto il suo percorso da numerosi monumenti funebri e altari, da Atene passava per la località Sciro, quindi per il demo dei Laciadi; tra i vari monumenti che si incontravano lungo la strada, alcuni sono stati individuati nel luogo in cui ora sorgono delle chiese bizantine, come nel caso del sacro recinto di Zeus Meilichios, i cui resti sono stati riutilizzati per la chiesa di Haghios Sabas, o del tempio di Kyamites, oggi Haghios Gheorghios. Prima di entrare nel territorio di Eleusi era necessario superare i Riti, due laghetti di acqua marina che costituivano uno dei punti di confine tra il territorio ateniese e quello eleusino: il più piccolo dei due era legato al culto di Demetra, mentre l’altro a quello di Kore. Dopo aver oltrepassato la zona detta Reggia di Crocone, dal nome del primo signore di Eleusi, il percorso raggiungeva un ponte, di cui restano tracce di età adrianea, tramite cui si superava il Kephisos (Sarantapotamos); quindi si arrivava ad Eleusi.Dalla tappa successiva, Megera, si proseguiva per un breve tratto lungo ca. 4 km prima di imboccare la Via Scironiana, una strada lunga 9 km a strapiombo sul mare, nota per la sua pericolosità fin dai tempi più antichi; successivamente, attraversata la piana litoranea di Kinetta, si giungeva a Krommyon (Haghii Theodori), che sorgeva in un punto strategico lungo il lato nord del Golfo Saronico, e a Schoinous. Superato il Diolkos presso l’estremità meridionale, le tappe successive in direzione sud erano il Santuario di Poseidon, Isthmia, e Kenchreai, da dove il percorso arrivava nel cuore della città attraversando la stoà sud dell’agorà; se invece Paolo proseguì il viaggio fino al Lechaion, probabilmente entrò a Corinto da nord, lungo la strada del Lechaion, che portava anch’essa nell’agorà, tagliandone il lato settentrionale.Il Diolkos era la principale via di comunicazione tra il golfo Saronico e quello di Corinto, che permetteva un facile trasporto delle navi via terra; costruito nel VI sec. a.C. durante la tirannide di Periandro questo passaggio era formato da blocchi di pietra calcarea (oggi è possibile vedere i profondi solchi lasciati dal passaggio delle navi che di solito erano sistemate su piattaforme per il trasporto); la larghezza della strada poteva raggiungere i m 6 da un minimo di m 3.40. Delle sue estremità quella occidentale consisteva in un molo pavimentato, mentre l’altra fu risistemata nel corso del IV sec. a.C.; l’utilizzo del Diolkos è attestato fino al IX sec. d.C. Al suo arrivo Paolo viene accolto da una coppia di giudei, Priscilla e Aquila, che erano stati costretti ad abbandonare l’Italia a causa dell’editto di Claudio (At. 18,2); in quegli anni infatti si era manifestato un irrigidimento dell’impero nei confronti del mondo giudaico, tanto da indurre l’imperatore stesso ad ordinare che tutti i giudei residenti a Roma lasciassero la città. Questa notizia è riportata anche da Svetonio il quale però riferisce che l’ordine di espulsione era limitato ai soli seguaci di Cristo. San Paolo a Corinto seguitò a diffondere la Parola di Dio ogni sabato nella sinagoga, mentre durante la settimana lavorava come fabbricante di tende presso i suoi ospiti; egli aveva rivolto la sua predicazione anche alle famiglie pagane, e nonostante la reazione ostile di alcuni giudei nei suoi confronti, in molti, corinzi ed ebrei – tra cui va annoverato il capo della sinagoga Crispo – abbracciarono la nuova fede. L’animosità dei giudei rimasti fedeli al culto ebraico era rimasta viva, a tal punto che, ad un anno e mezzo dal suo arrivo, Paolo fu trascinato nell’agorà davanti al tribunale di Gallione, allora proconsole dell’Acaia, con l’accusa di diffondere un culto diverso da quello giudaico (At. 18,11). In quel periodo Corinto era una delle più importanti e ricche città della Grecia, e l’agorà aveva beneficiato di questa situazione: divisa in due da una fila di edifici con orientamento SudOvestNordEst, la piazza era occupata nella parte inferiore da numerosi templi che si disponevano lungo il suo lato occidentale, da una stoà e dalla grande via per il porto del Lechaion sul lato settentrionale. Ai lati di questa strada si affacciavano altri imponenti edifici, come la basilica settentrionale, un lungo e stretto edificio – all’interno un colonnato delimitava un grande ambiente – che veniva utilizzato come tribunale. L’agorà superiore era caratterizzata dalla monumentale stoà, che ne occupa tutto il lato meridionale; alle spalle di questo portico si alternavano botteghe ed edifici utilizzati per varie funzioni; tra di essi uno fu eliminato per permettere l’ingresso nell’agorà alla via per Kenchreai. In asse con questa strada, inserito tra le strutture che dividono la piazza, si trova il bÁma –
riguardo il quale Kent riporta un’iscrizione che faceva parte di uno degli ortostati della  decorazione, di cui attesta l’appartenenza ad un periodo compreso tra il 25 ed il 50 d.C.
costituito da una piattaforma fiancheggiata da due camere poste al livello dell’agorà inferiore e comunicanti con essa tramite due scalinate; l’ingresso principale si apriva sul lato meridionale, forse tra due colonne sistemate su basi quadrate, ed era completato da un parapetto la cui funzione era di offrire uno sfondo ornamentale a chi proveniva dall’agorà inferiore.

Philippe de Champaigne, Sant’Agostino

Philippe de Champaigne, Sant'Agostino dans immagini sacre agostino20

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Publié dans:immagini sacre |on 27 août, 2013 |Pas de commentaires »

SANT’AGOSTINO – ESPOSIZIONE DELLA LETTERA AI GALATI – DA 1 A 30

http://www.augustinus.it/italiano/esposizione_galati/index2.htm

(metto il commento di Agostino alla Lettera ai Galati, divido in due: da 1 a 30 e da 31 a 65)

SANT’AGOSTINO – ESPOSIZIONE DELLA LETTERA AI GALATI – DA 1 A 30

1. Il motivo per cui l’Apostolo scrive ai Galati è questo: far loro capire che l’azione della grazia di Dio comporta la liberazione dalla legge 1. Infatti, dopo che era stata predicata loro la grazia del Vangelo, non mancarono certuni provenienti dal giudaismo che ai Galati, ormai in regime di grazia, volevano imporre i gravami della legge e affermavano che il Vangelo sarebbe stato inefficace se essi non si fossero lasciati circoncidere e non si fossero sottoposti alle altre osservanze carnali del rituale giudaico. Erano certo cristiani ma solo di nome, non avendo accolto fruttuosamente il dono della grazia, desiderando anzi di rimanere sotto i pesi della legge, che il Signore Dio aveva posto sul dorso dell’uomo, servo non della giustizia ma del peccato. Aveva accordato, in altre parole, una legge giusta ad uomini ingiusti per mettere a nudo i loro peccati, non per toglierli. Non toglie infatti i peccati se non la grazia della fede, che opera mediante la carità. Quegli zelanti invece, convinti del contrario, avevano cominciato a nutrire sospetti sull’apostolo Paolo, che ai Galati aveva predicato il Vangelo, quasi che non rispettasse le norme secondo le quali si comportavano gli altri apostoli, che costringevano i pagani a vivere da giudei. Allo scandalismo di questa gente aveva ceduto anche l’apostolo Pietro, lasciandosi indurre a quella simulazione dalla quale lo richiama lo stesso apostolo Paolo, com’egli ricorda in questa stessa Lettera 2. Sembrava infatti che anche Pietro ritenesse che il Vangelo fosse inutile ai pagani se non avessero adempiuto le onerose prescrizioni della legge. Identico problema viene affrontato nella Lettera ai Romani, ma fra i due scritti sembra esserci delle differenze. Nella prima l’Apostolo tronca la divergenza alla radice e risolve la controversia sorta fra i credenti di origine giudaica e quelli di origine pagana: quella controversia nata dal fatto che gli uni ritenevano il Vangelo quasi un compenso loro dovuto in premio ai meriti acquisiti per le opere della legge e quindi da non darsi agli incirconcisi essendone immeritevoli. Questi ultimi invece giubilavano per essere stati preferiti ai giudei, responsabili della morte del Signore. Nella nostra Lettera, al contrario, [l’Apostolo] si rivolge a persone turbate dall’influsso autorevole di alcuni giudei che pretendevano sottoporle all’osservanza delle pratiche legali. I Galati avevano cominciato a credere alle parole di costoro ammettendo che l’apostolo Paolo, nell’impedire ad essi la circoncisione, non aveva predicato secondo verità. Per questo motivo egli comincia la sua Lettera dicendo: Mi meraviglio che così rapidamente vi lasciate trascinare lontano da colui che vi ha chiamati per la gloria di Cristo per un altro Vangelo 3. In questo esordio accenna brevemente alla questione in causa; anzi c’era già qualcosa nel saluto iniziale, là dove chiama se stesso Apostolo non da parte di uomini né per mezzo di uomini 4; saluto che non si trova in nessun’altra delle sue lettere. Con tali parole mostra con sufficiente chiarezza che quanti propagandavano insegnamenti diversi non venivano da Dio, ma erano inviati dagli uomini. Inoltre, quanto a se stesso, fa capire che era inesatto considerarlo inferiore agli altri apostoli per quanto concerneva l’autorevolezza della sua testimonianza evangelica. Egli infatti era ben conscio d’essere apostolo non per iniziativa umana e nemmeno per la mediazione di uomini ma per un intervento di Gesù Cristo e di Dio Padre. Per quanto dunque il Signore ci consentirà d’effettuare questa ricerca e ci darà l’aiuto, intraprendiamo l’analisi e l’esposizione della Lettera nelle sue singole parti a cominciare dall’intestazione.
2. Paolo apostolo non da parte di uomini né per mezzo di uomini ma per iniziativa di Gesù Cristo e di Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. Chi è inviato da uomini è un falso testimone; chi è inviato tramite l’uomo può essere veritiero, perché è verace Dio, che può inviare servendosi anche di uomini. Chi dunque non è stato inviato né per iniziativa umana né per mediazione dell’uomo ma direttamente da Dio è certamente veritiero, e lo è in virtù di colui che rende veritieri anche gli uomini che manda servendosi del ministero di altri uomini. Erano pertanto veritieri gli apostoli anteriori a Paolo, i quali furono inviati non dagli uomini, ma da Dio tramite quell’uomo che fu Gesù Cristo, cioè per mezzo di Gesù Cristo nella sua condizione di uomo mortale. Ed era veritiero anche l’ultimo degli apostoli, che fu inviato da Gesù Cristo quando, dopo la resurrezione, era ormai totalmente Dio. Apostoli della prima ora sono gli altri dodici, [scelti] da Cristo in parte ancora uomo, cioè uomo mortale; ultimo degli apostoli è Paolo, [scelto] da Cristo ormai totalmente Dio, cioè diventato immortale sotto ogni aspetto 5. Si consideri dunque l’autorità della testimonianza paolina uguale [a quella degli altri], dal momento che ad insignirlo interviene il Signore pienamente glorificato, compensando in tal modo l’inferiorità di ordine cronologico. A questo riguardo notiamo che egli stesso, dopo aver menzionato Dio Padre, aggiunge: Il quale lo ha risuscitato dai morti, per inculcare anche in questa maniera, sia pure di sfuggita, che lui fu mandato [dal Signore] quand’era ormai glorificato.
3. Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo. La grazia di Dio è [il dono] con il quale ci sono rimessi i peccati e così possiamo essere riconciliati con Dio 6; la pace è la stessa riconciliazione con Dio. Il quale ha dato se stesso per i nostri peccati e così tirarci fuori da questo mondo malvagio. Il mondo presente è da intendersi malvagio nel senso che sono malvagi gli uomini che in esso vivono, come quando, parlando di una casa, diciamo che è malvagia. La chiamiamo così perché sono malvage le persone che vi abitano. Secondo la volontà del nostro Dio e Padre, a cui appartiene la gloria nei secoli dei secoli. Amen. Se quindi compiamo qualche opera buona, non dobbiamo in alcun modo attribuirlo orgogliosamente a noi stessi, dopo che, a quel che si legge nel Vangelo, lo stesso Figlio di Dio ha detto di non cercare la sua gloria 7 e di non essere venuto a fare la sua volontà ma la volontà di colui che lo aveva mandato 8. È la volontà e gloria del Padre ricordata ora dall’Apostolo. Anch’egli infatti, sull’esempio del Signore, dal quale era stato mandato, mette in risalto che non cerca la propria gloria e non adempie un progetto della sua volontà nell’attendere alla predicazione del Vangelo, come poco dopo dirà: Se cercassi l’approvazione degli uomini, non sarei servo di Cristo 9.
4. Mi meraviglio che tanto celermente vi lasciate trasportare lontano da colui che vi ha chiamati alla gloria di Cristo passando ad un altro Vangelo, che poi non è un altro. Il Vangelo infatti se fosse un altro, diverso da quello recato in terra dal Signore o direttamente o per mezzo di uomini, non meriterebbe nemmeno d’essere chiamato Vangelo. Con molto acume, dopo le parole: Vi lasciate trasportare lontano da colui che vi ha chiamati, aggiunge: Alla gloria di Cristo. Questa infatti volevano quei tali rendere vana, poiché se la circoncisione del corpo e le altre opere legali avessero avuto realmente tanta efficacia da salvare l’uomo, Cristo sarebbe venuto senza un perché. Ma si tratta di alcuni venuti a turbarvi e desiderosi di stravolgere il Vangelo di Cristo. Non possono, è vero, modificare il Vangelo di Cristo come invece riescono a creare turbamento in voi, perché il Vangelo rimane perennemente stabile, ma essi, volendo distogliere i credenti dai beni spirituali perché si volgano ai beni carnali, mirano proprio a stravolgere il Vangelo. Nonostante però i cambiamenti dell’uomo il Vangelo non muta né si trasforma. Dopo aver quindi affermato di quei tali: Sono stati causa di turbamento per voi, non aggiunge: Essi hanno stravolto il Vangelo di Cristo, ma: Essi avevano intenzione di stravolgerlo. E continua: Ma succeda pure che o noi stessi o un angelo del cielo vi annunzi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema! La verità infatti la si deve amare per se stessa, non per l’uomo o l’angelo che la predica. Che se uno l’amasse a causa di chi l’annunzia, potrebbe innamorarsi anche della falsità nell’ipotesi che qualcuno gli spiattelli dinanzi idee personali. Come abbiamo già detto e ora ripeto: Se qualcuno vi annunziasse un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema! Le parole: Come vi abbiamo già detto, si riferiscono alla predicazione fatta quand’era tra loro o al fatto che [nella Lettera] ripete due volte quanto asserito. È certo comunque che la ripetizione incita salutarmente la volontà a ritenere salda la fede, sottolineandone l’importanza.
5. Cerco dunque, adesso, di farmi approvare dagli uomini o non piuttosto da Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo. Nessuno cerca in qual maniera possa farsi approvare da Dio, perché ogni cosa è a lui manifesta; ma, quanto agli uomini, fa bene a cercare la loro approvazione colui che desidera render loro accetta non la propria persona ma la verità che insegna. Chi infatti piace agli uomini non perché vuol da loro ottenere la gloria personale ma la gloria di Dio mediante la salvezza dell’uomo, non cerca evidentemente di piacere agli uomini ma a Dio, o, per lo meno, cercando egli di piacere insieme e a Dio e agli uomini, non si può certo dire che intenda piacere agli uomini. Una cosa infatti è piacere agli uomini e un’altra è piacere a Dio e agli uomini. Lo stesso è di colui che piace agli uomini per la verità: non è lui che piace ma la verità. Per quanto riguarda lui stesso, cioè le intenzioni della sua volontà, egli parla di piacere nel senso di  » voler piacere « . Ammesso infatti che senza alcuna sua intenzione o connivenza un predicatore entri nelle grazie altrui per le sue doti e non perché annunzia Dio e il suo Vangelo, ciò non si dovrebbe attribuire alla sua superbia ma ad una falsa estimazione di colui che gli si attacca in maniera sbagliata. Questo pertanto è il senso generale: Cerco dunque di farmi approvare dagli uomini o non piuttosto da Dio? O per il fatto che mi faccio approvare dagli uomini, cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo. Il Signore infatti comanda ai suoi servi d’imparare da lui ad essere miti ed umili di cuore 10: la qual cosa è assolutamente impossibile a colui che cerca di piacere agli uomini in vista di se stesso, cioè per la sua gloria, diciamo così, privata e personale. In un’altra Lettera scrive: Cerchiamo l’approvazione presso gli uomini, ma è a Dio che siamo palesi 11, e così si comprende quanto è detto nella nostra: Cerco forse di farmi approvare dagli uomini o non piuttosto da Dio? Che appunto significa: l’approvazione non concerne Dio ma gli uomini. Non ci si stupisca quindi se altrove dice: Come anch’io cerco di piacere a tutti in tutto. Subito infatti aggiunge: Non cercando quel che torna utile a me ma a tutti, in modo che si salvino 12. Ora a nessuno giova in ordine alla salvezza se un uomo piaccia per quel che è personalmente. Piace utilmente se piace in riferimento a Dio, e cioè affinché piaccia Dio e ne venga glorificato: la qual cosa avviene quando nell’uomo si ammirano i doni di Dio, che si ricevono per il ministero dell’uomo. Quando l’uomo piace in questa maniera, non è l’uomo che piace ma Dio. Si può dunque dire con verità l’una e l’altra cosa: sia  » io piaccio « , sia  » non io piaccio « . Se ci si rivolge a un ascoltatore che non sia solo intelligente ma anche buono e che sappia bussare con sensi di pietà, gli saranno chiare ambedue le espressioni e non ci sarà contrapposizione di sorta che gli impedisca di entrare.
6. Vi voglio informare, fratelli, sul Vangelo che viene da me predicato [e] com’esso non sia a misura di uomo. Io infatti non l’ho ricevuto da un uomo né da lui l’ho appreso ma per una rivelazione di Gesù Cristo. Un Vangelo che fosse a misura d’uomo sarebbe un imbroglio: ogni uomo infatti è menzognero 13, dal momento che quanto di vero si trova nell’uomo non è di origine umana ma proviene da Dio che si serve dell’uomo. Per questo ogni vangelo a misura d’uomo non merita neppure il nome di vangelo; e tale era quello che bandivano quei tali che volevano ricondurre dalla libertà alla schiavitù i fedeli che, viceversa, Dio chiamava dalla schiavitù alla libertà.
7. Avete sentito dire della mia condotta di un tempo nel giudaismo: come abbia perseguitato oltre misura la Chiesa di Dio, con l’intenzione di metterla a soqquadro, e come ero andato avanti nelle pratiche giudaiche superando molti miei coetanei della mia nazionalità, poiché ero zelante fino all’eccesso delle mie tradizioni avite. Se i suoi progressi nel giudaismo li aveva fatti perseguitando la Chiesa e tentando di sovvertirla, se ne deduce con chiarezza che il giudaismo è in contrasto con la Chiesa di Dio non per la legge spirituale che i giudei ricevettero ma per il modo carnale di vivere che essi, diventati servi, adottarono. E se Paolo perseguitava la Chiesa di Dio perché diventato emulo, cioè imitatore, dei padri nelle loro tradizioni, vuol dire che queste sue tradizioni ereditate dai padri sono in se stesse contrarie alla Chiesa di Dio. La legge non ne ha colpa alcuna. Essa infatti è spirituale 14 e non presenta alcun motivo che costringa ad intenderla in senso carnale. Se ciò è accaduto, è stato per colpa di coloro che presero in maniera carnale i doni ricevuti e vi aggiunsero molte tradizioni da loro inventate, vanificando in tal modo – come dice lo stesso Signore – il comando di Dio per le loro tradizioni 15.
8. Ma quando Dio, che mi aveva separato per sé fin dal grembo di mia madre e mi aveva chiamato con la sua grazia, si compiacque di rivelarmi il suo Figlio perché io lo annunziassi ai gentili, gli obbediii e non accondiscesi alla carne e al sangue. È, per così dire, separato dal grembo della madre colui che è separato dal cieco legame che l’unisce ai genitori carnali; accondiscende invece alla carne e al sangue colui che condivide i suggerimenti terreni dei propri parenti e familiari rimasti carnali. Né venni a Gerusalemme da coloro che erano apostoli anteriori a me, ma mi rifugiai in Arabia e poi tornai a Damasco. In seguito, dopo tre anni, salii a Gerusalemme a vedere Pietro e rimasi quindici giorni presso di lui. Se Paolo vide Pietro dopo che aveva predicato il Vangelo in Arabia, non lo incontrò per apprendere il Vangelo dallo stesso Pietro; in tal caso l’avrebbe dovuto vedere prima. Andò invece da lui solo per cementare la carità fraterna anche attraverso la conoscenza personale. Degli apostoli non vidi nessun altro se non Giacomo, il fratello del Signore. Quando si dice di Giacomo che era fratello del Signore, bisogna intendere o che era figlio di Giuseppe, nato a lui da un’altra moglie, ovvero che faceva parte del parentado di Maria, madre di Gesù.
9. Su ciò che vi scrivo, ecco attesto dinanzi a Dio che non mentisco. Dicendo: Ecco attesto dinanzi a Dio che non mentisco fa certo un giuramento. E cosa può esserci di più sacro che questo giurare? Non è certamente contrario al comando il giuramento, se esso proviene dal maligno 16 non per l’incredulità di chi giura ma di colui che costringe a giurare. È da comprendersi bene quindi in che senso il Signore abbia proibito il giuramento. È proibito nel senso che ciascuno per quanto sta in sé non deve giurare, cosa che invece molti fanno avendo sempre in bocca espressioni di giuramento quasi che siano cosa nobile o gustosa. Non c’è dubbio infatti che lo stesso Apostolo, il quale conosceva certamente il precetto del Signore, tuttavia uscì in un giuramento; né si deve dare ascolto a coloro che negano aver egli pronunziato giuramenti. Come se la caveranno coloro dinanzi a parole come queste: Ogni giorno muoio per la vostra gloria, fratelli, che posseggo in Cristo Gesù nostro Signore 17? Stando ai codici greci ci si deve convincere che si tratta di un evidente giuramento. Concludendo, l’Apostolo per quanto dipende da sé non giura: non gli piacciono i giuramenti né per sua inclinazione personale né per il gusto che ha di giurare. Chi giura infatti va certamente oltre il sì sì, no no 18, e quindi il giuramento proviene dal maligno; il male però è in coloro che, per grettezza mentale o pertinacia nell’incredulità, senza giuramento non accetterebbero la fede. Successivamente mi recai nelle regioni della Siria e della Cilicia, ma rimanevo di vista sconosciuto alle Chiese della Giudea che sono in Cristo. Notare che i giudei venuti alla fede di Cristo non si trovavano solo a Gerusalemme e, inoltre, essi non erano così pochi da fondersi con le comunità provenienti dal paganesimo. In realtà erano talmente numerosi da costituire delle comunità risultanti di soli giudei. Avevano udito solamente che colui che un tempo ci perseguitava ora sta predicando la fede che prima soleva mettere a soqquadro, e glorificavano Dio a causa mia. Ecco in che senso diceva sopra di non voler piacere agli uomini. Non voleva piacere in vista di se stesso ma perché in lui fosse glorificato Dio. E questo insegna anche il Signore quando dice: Risplendano le vostre opere agli occhi degli uomini affinché, vedendo il bene da voi compiuto, diano gloria al Padre vostro che è nei cieli 19.
10. Successivamente, dopo quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme insieme con Barnaba, prendendo anche Tito. Nominando questi soci, procede come chi ricorre a parecchie testimonianze. Vi salii per una rivelazione. Non voleva turbare i cristiani di Gerusalemme quanto ai motivi per i quali allora finalmente era salito in città mentre per tanto tempo non vi era salito. In realtà, se vi si recava in seguito a una rivelazione, era certamente utile che almeno in quell’occasione vi si recasse. Ed esposi loro il Vangelo che predico fra i pagani; [lo esposi] però ai notabili. L’esporre il Vangelo in privato a coloro che nella Chiesa occupavano un posto di rilievo dopo averlo già esposto all’intera comunità non è da ascriversi al fatto che sul principio aveva detto cose false, per cui in seguito privatamente dinanzi a pochi espose l’intera verità. È probabile che allora avesse taciuto su cose che alcuni, ancora immaturi, non avrebbero accettato: persone cioè simili a quei tali a cui, scrivendo ai Corinzi, dice d’aver dato del latte e non cibo solido 20. In effetti, se dire il falso non è mai lecito, può invece, a volte, essere utile non dire tutta la verità. Era comunque doveroso che gli altri apostoli conoscessero l’esatto contenuto della sua predicazione. Dal fatto che egli era fedele e si manteneva nella fede vera e ortodossa non seguiva necessariamente che egli fosse anche un apostolo. Le parole che aggiunge, e cioè: Per non correre o non aver corso invano, occorre intenderle non come rivolte a coloro con i quali in privato confrontò il suo Vangelo, ma come una specie di domanda che rivolge ai destinatari della Lettera. Che egli non stesse correndo e non avesse corso invano doveva risultare evidente anche dall’attestazione degli altri [apostoli], che dichiararono come non si scostava in nulla dalla verità del Vangelo.
11. Dice: Ma nemmeno Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu costretto a circoncidersi. Tito dunque era greco e non c’era nessuna consuetudine o vincolo di parentela che l’obbligasse a circoncidersi, come invece era il caso di Timoteo; tuttavia l’Apostolo facilmente avrebbe consentito che lo si circoncidesse. Era infatti suo insegnamento ordinario che con la circoncisione non si reca alcun pregiudizio alla salvezza; ma riporre nella circoncisione la speranza di salvarsi – questo voleva mostrare l’Apostolo -, sarebbe stato certo contrario alla salvezza. Egli dunque avrebbe potuto accettare tranquillamente la cosa, secondo la norma descritta altrove: La circoncisione non conta nulla come non conta nulla il prepuzio: quello che conta è l’osservanza dei comandamenti di Dio 21. A motivo però di certi falsi fratelli insinuatisi… Tito tuttavia non fu costretto a farsi circoncidere. E vuol dire: Non si poté costringere Tito a farsi circoncidere perché – dice – quei tali che si erano insinuati a controllare la libertà dei credenti li spiavano con accanimento ed esigevano come necessaria la circoncisione di Tito. In tal caso essi avrebbero propalato ai quattro venti la necessità della circoncisione per ottenere la salvezza, facendosi forti anche della testimonianza e del consenso di Paolo. In questa maniera – continua – li avrebbero ricacciati di nuovo nell’asservimento, cioè ricondotti a portare i pesi servili della legge. Ma conclude dicendo che a costoro non cedette neanche per un’ora, cioè nemmeno per un briciolo di tempo, né si piegò, affinché la verità del Vangelo restasse salda in mezzo ai pagani.
12. Se quegli invidiosi s’erano segnati a dito e volevano si ritenesse uomo sospetto l’apostolo Paolo, era perché costui in passato aveva perseguitato la Chiesa. Perciò egli continua dicendo: Da coloro poi che sembravano essere pezzi grossi, cosa fossero stati prima a me non interessa. In effetti, anche coloro che sembrano personaggi ragguardevoli, lo sembrano a chi è ancora uomo carnale, non che essi stessi si ritengano grandi; anzi, se sono buoni servi di Dio, Cristo è colui che in essi conta, non la loro persona. Se infatti di per se stessi fossero stati personaggi di rilievo, lo sarebbero stati sempre; mentre al contrario egli dice: Quali fossero stati in antecedenza a me non interessa. Non gli interessa il fatto che anche loro siano stati peccatori perché Dio non guarda in faccia alla persona umana, e Dio è colui che senza parzialità per l’uomo chiama tutti alla salvezza, non ascrivendo agli uomini le loro colpe. Mancando dunque gli apostoli che erano stati chiamati al ministero prima di lui, Paolo fu reso perfetto dal Signore in persona, sicché, quando egli andò a confrontare [la sua dottrina] con quella degli altri non ebbero nulla da aggiungere a ciò che in lui era già perfetto. Si avvidero anzi che lo stesso Signore Gesù Cristo, che salva gli uomini senza preferenza di persone, aveva dato a Paolo perché li distribuisse ai pagani gli stessi doni che aveva dato a Pietro perché li mettesse a vantaggio dei giudei. Risultò pertanto che fra Paolo e gli apostoli non c’erano diversità di sorta per cui, mentre l’uno diceva d’aver ricevuto un Vangelo perfetto, gli altri glielo contestassero e volessero aggiungere qualcosa, come se fosse imperfetto. E così, invece di rimproverarlo della sua incompletezza, divennero testimoni della sua perfezione, che non poterono non approvare. E ci diedero la destra in segno di comunione. Furono cioè d’accordo nell’ammetterli in loro comunione e obbedirono alla volontà del Signore consentendo a Paolo e Barnaba di recarsi fra i pagani mentre loro si sarebbero rivolti ai circoncisi, che si mostravano ostili verso il prepuzio, cioè verso le genti pagane. Quanto all’espressione: Al contrario, essa può intendersi certamente in questa maniera, e la struttura della frase potrebbe essere così: Le persone autorevoli non mi fecero aggiungere nulla, ma furono d’accordo con me e con Barnaba che noi, a differenza di loro, ci recassimo fra i pagani, cioè da coloro che sono avversi alla circoncisione; loro invece sarebbero andati dai circoncisi. A tale accordo si riferiscono le parole: Ci diedero la destra in segno di comunione.
13. Non si pensi che siano state dette a sfregio dei suoi predecessori le parole: Coloro che sembravano essere i notabili, cosa fossero stati prima a me non interessa. Anch’essi infatti, da uomini spirituali com’erano, volevano che fosse opposta resistenza a quella gente che, essendo carnale, li stimava oltre misura e non riponeva la fiducia in Cristo, che abitava in loro. Essi godevano vivamente quando qualcuno inculcava al popolo che anche loro, i predecessori di Paolo, erano stati peccatori come Paolo, e poi li aveva resi giusti il Signore, il quale non usa parzialità con nessuno. Così pensavano in quanto cercavano la gloria di Dio e non la propria. Quanto invece agli uomini carnali e orgogliosi, se viene detto qualcosa sulla loro vita antecedente [la conversione], si indispettiscono e se l’hanno a male; e in base a questi sentimenti fanno congetture sul conto degli apostoli. Ora fra gli apostoli i più in vista erano Pietro, Giacomo e Giovanni: quei tre ai quali il Signore si era manifestato sul monte per mostrare la gloria del suo regno, avendo detto sei giorni prima: Fra i presenti ci sono alcuni che non esperimenteranno la morte senza aver prima visto il Figlio dell’uomo nel regno del Padre suo 22. Del resto nemmeno questi tre apostoli erano le colonne, ma sembrava che lo fossero. Paolo infatti sapeva che la Sapienza nel costruirsi la casa non aveva impiegato tre colonne ma sette 23: numero che può riferirsi all’unità della Chiesa, in quanto il sette sta spesso a significare l’universalità. Così nel Vangelo si legge: Riceverà sette volte tanto in questo mondo 24, espressione che più o meno equivale all’altra: Come gente che non ha nulla ma possiede tutto 25. Così è anche per Giovanni: scrive alle sette Chiese, ma è senza dubbio perché esse rappresentano l’universalità della Chiesa 26. In altra accezione il numero sette, detto delle colonne, potrebbe indubbiamente riferirsi alle sette operazioni che compie in noi lo Spirito Santo: Spirito di sapienza e d’intelletto, di consiglio e di fortezza, di scienza, pietà e timore di Dio. In effetti la casa del Figlio di Dio 27, cioè la Chiesa, è inclusa nell’ambito di queste operazioni.
14. Avremmo dovuto soltanto ricordare le necessità dei poveri, la qual cosa ho cercato di fare con ogni premura. Era impegno comune a tutti gli apostoli provvedere ai poveri delle comunità cristiane esistenti in Giudea, cioè a coloro che, venduti i propri beni, avevano consegnato agli apostoli la somma ricavata 28. Orbene Paolo e Barnaba furono lasciati andare fra i pagani con la condizione che esortassero le comunità sorte nel mondo pagano, che non avevano compiuto quell’atto di generosità, affinché venissero incontro a quelle che l’avevano effettuato. Di ciò scrive ai Romani: Adesso mi recherò a Gerusalemme per provvedere alle necessità dei santi. È parso bene infatti ai cristiani di Macedonia e di Acaia fare una colletta a vantaggio dei poveri delle comunità cristiane esistenti a Gerusalemme. È parso bene a loro; e del resto ne erano in debito. Se infatti i pagani sono diventati partecipi dei beni spirituali del giudaismo, è loro obbligo somministrare ai giudei i propri beni materiali 29.
15. Paolo dunque non era caduto in alcuna simulazione perché in ogni circostanza rispettava ciò che vedeva convenire di più alle chiese, provenienti sia dal paganesimo che dal mondo giudaico. Mai si permise di abolire una consuetudine la cui osservanza non fosse stata di ostacolo per il regno di Dio. Inculcava soltanto di non riporre la speranza della propria salvezza in pratiche marginali, pur esigendo che certe consuetudini fossero rispettate per [evitare] lo scandalo dei deboli. È ciò che suggerisce ai Corinzi: Uno è stato chiamato quand’era circonciso? Non si faccia ripristinare il prepuzio. Uno è stato chiamato da incirconciso? Non si faccia circoncidere. In effetti non conta nulla né la circoncisione né il prepuzio: quello che conta è l’osservanza dei comandamenti di Dio. Rimanga dunque ognuno nella vocazione nella quale è stato chiamato 30. Questo dice in riferimento alle costumanze o modi di vivere che non contrastano né con la fede né con la buona condotta; poiché se uno fosse stato un assassino quando ricevette la chiamata, non avrebbe potuto, ovviamente, continuare a fare l’assassino. Ben diverso era il caso di Pietro. Dopo la sua venuta in Antiochia fu rimproverato da Paolo, ma la causa del rimprovero non fu perché egli si atteneva alle costumanze giudaiche, cioè del popolo nel quale era nato ed era stato educato, anche se poi non le rispettava quand’era fra i pagani. Fu rimproverato perché tali costumanze egli voleva imporle ai pagani, a ciò indotto dalla presenza di alcuni, provenienti da Giacomo, cioè dalla Giudea e dalla Chiesa di Gerusalemme, presieduta da Giacomo. Costoro erano ancora convinti che la salvezza dipendesse dalle pratiche legali, e Pietro, impaurito dalla loro presenza, evitava di frequentare i pagani, mostrando con la sua ambiguità d’essere d’accordo nell’imporre ai pagani i pesi di quell’asservimento legalistico. Ciò appare abbastanza chiaramente dal rimprovero di Paolo. Non dice infatti: Se tu, che sei un giudeo, vivi alla maniera dei pagani, come fai a tornare alle costumanze giudaiche?, ma dice: Come fai a costringere i pagani a vivere da giudei? L’avergli poi rivolto il rimprovero alla presenza di tutti è perché vi fu costretto dalla necessità. Dal suo rimprovero infatti doveva essere sanata l’intera comunità, e pertanto correggere in segreto un errore palesemente nocivo sarebbe stato del tutto inutile. Da notarsi inoltre la maturità spirituale e il progresso nella carità raggiunti da Pietro, cui dal Signore era stato detto per tre volte: Mi ami tu? Pasci le mie pecore 31. Per la salvezza del gregge egli seppe accettare volentieri un simile rimprovero, anche se a lui rivolto da un pastore di grado inferiore. E in effetti colui che veniva rimproverato desta più stupore e rimane più difficile a imitarsi che non colui che lo rimproverava. In realtà è abbastanza facile scorgere il difetto da correggere nell’altro e intervenire con parole di disapprovazione o di rimprovero perché si corregga. Correggere l’altro infatti è certamente più facile che non vedere in te stesso cosa tu abbia da correggere, e accettare di buon animo la correzione, anche se fatta da te stesso, peggio poi se te la faccia un altro, per di più inferiore, e te la faccia alla presenza di tutti. Il comportamento di Pietro ha pertanto valore come grande esempio di umiltà, che è il sommo dell’ascesi cristiana in quanto con l’umiltà si tutela la carità, mentre nulla più della superbia ha potere di demolirla. Per questo non disse il Signore:  » Prendete il mio giogo e imparate da me, poiché io risuscito i morti da quattro giorni e li fo uscire dal sepolcro o perché scaccio dal corpo dell’uomo ogni sorta di demoni e guarisco tutte le malattie », e così di seguito; ma disse: Prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite ed umile di cuore 32. I miracoli infatti sono segni di realtà spirituali, mentre l’essere mite e praticare umilmente la carità sono le stesse realtà spirituali. A queste con i miracoli sono condotti gli uomini, i quali, essendo abituati a guardare con gli occhi del corpo, non sono in grado di raggiungere la fede nelle realtà invisibili attraverso le cose già note e usuali, e quindi la ricercano sulla base di fatti visibili, inconsueti e improvvisi. Se dunque anche quei tizi che costringevano i pagani a comportarsi da giudei avessero imparato ad essere miti ed umili di cuore, così come Pietro l’aveva imparato dal Signore, dal ravvedimento d’un personaggio così illustre avrebbero raccolto almeno l’invito ad imitarlo. Non avrebbero di conseguenza ritenuto più oltre che il Vangelo di Cristo era come un debito che veniva loro pagato, ma avrebbero ammesso che nessun uomo è giustificato dalle opere della legge, ma solo per la fede in Gesù Cristo. Se infatti l’uomo compie le opere della legge perché la sua fragilità è sorretta non dai meriti propri ma dalla grazia di Dio, non avrebbero certo preteso dai pagani l’osservanza delle pratiche carnali della legge, ma avrebbero riconosciuto che essi pure erano in condizione di praticare, mediante la grazia della fede, le opere spirituali della legge stessa. In realtà, dalle opere della legge, se uno le attribuisce alle proprie forze e non alla grazia di Dio misericordioso, non viene giustificata nessuna carne, cioè nessun uomo, o quanto meno nessun uomo che nutra sentimenti carnali. E questo fu il motivo per cui anche quelli che erano sotto la legge avevano creduto in Cristo. Essi passarono alla grazia della fede non perché erano giusti ma perché volevano ottenere la giustizia.
16. L’appellativo  » peccatori  » era stato affibbiato ai pagani dai giudei mossi da una ormai inveterata superbia, quasi che loro fossero giusti e quindi autorizzati ad osservare la pagliuzza negli occhi degli altri senza badare alla trave che era nell’occhio loro. Adeguandosi al linguaggio dei giudei l’Apostolo dice: Noi per nascita giudei e non peccatori provenienti dal paganesimo. Non siamo cioè di quella categoria che i nostri sogliono chiamare  » peccatori « , pur essendo loro stessi peccatori. E continua: Noi dunque giudei per nascita – non siamo infatti pagani o, come li chiamano, peccatori – tuttavia, sapendo di essere anche noi peccatori, abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati mediante la fede in Cristo. Non avrebbero evidentemente cercato la giustificazione se non fossero stati peccatori. O che forse hanno peccato cercando in Cristo la giustificazione? Certo, se fossero stati giusti, col cercare un’altra via per arrivare alla giustizia avrebbero peccato, ma in tal caso la conseguenza sarebbe stata – dice – che Cristo è al servizio del peccato. Ciò non potevano ovviamente asserire nemmeno coloro che rifiutavano il Vangelo ai pagani se non si fossero circoncisi, in quanto loro stessi avevano abbracciato la fede in Cristo. Aggiunge quindi: Non sia mai! E l’espressione non è lui solo a dirla, ma lui e gli altri insieme. Annienta così la superbia che si vantava delle opere della legge: quella superbia che poteva e doveva essere annientata affinché non si credesse che la grazia della fede fosse inutile, essendo a loro avviso sufficiente, per ottenere la giustificazione, praticare le opere della legge anche senza la fede. Ma se uno si mette ad innalzare di nuovo un edificio di tal genere, dicendo che le opere della legge giustificano anche senza la grazia, è per ciò stesso un trasgressore ponendo Cristo al servizio del peccato. Qualcuno però avrebbe potuto sollevare obiezioni a quanto diceva, e cioè: Se ricostruisco daccapo le cose che ho demolito mi rendo trasgressore. Avrebbe potuto ribattere: « Cosa dici mai? Forse che per il fatto che un tempo cercavi di abbattere l’edificio della fede in Cristo che adesso vuoi innalzare, per questo diventi reo di trasgressione? « . Ma la fede non aveva potuto distruggerla perché è indistruttibile; aveva invece distrutto veramente la superbia e la stava continuamente distruggendo, essendo questa passibile di distruzione. Non è dunque prevaricatore colui che, avendo voluto distruggere una cosa vera, dopo riconosce che appunto è vera e quindi indistruttibile e per questo la conserva nella sua stabilità, ma prevaricatore è piuttosto colui che, avendo distrutto una cosa falsa, e quindi suscettibile di distruzione, dopo cerca di rimetterla in piedi.
17. Si dice morto alla legge, sicché non era più sotto la legge, e tale morte gli era sopraggiunta attraverso la legge perché, essendo giudeo, aveva ricevuto la legge come pedagogo. È quanto spiegherà più avanti 33 quando dimostrerà che la funzione del pedagogo è quella di rendere inutile il pedagogo stesso. Come accade per il bambino, il quale è allattato al seno materno affinché dopo un poco non abbia più bisogno del seno; o come ci si serve della nave per arrivare in patria e una volta arrivati non c’è più bisogno della nave. Quanto alla morte pervenuta tramite la legge, la cosa si potrebbe tuttavia riferire alla legge stessa presa in senso spirituale. Essa infatti fu la causa per cui l’uomo morì alla legge in quanto fu sottratto alla vita carnale che viveva sotto la legge. Una tale morte alla legge, proveniente in questa maniera dalla legge stessa inculca quando un po’ più avanti scrive: Ditemi per favore voi che volete stare sotto la legge: Non avete voi letto la legge? Sta infatti scritto che Abramo ebbe due figli 34, ecc. Dal che appare che in forza della legge intesa in senso spirituale essi sarebbero dovuti morire alle osservanze carnali della legge. E poi aggiunge: Affinché io viva per Dio. Vive per Dio colui che è sotto Dio; vive per la legge colui che è sotto la legge; e sotto la legge si trova a vivere ogni uomo in quanto è peccatore, cioè non si è spogliato dell’uomo vecchio. Egli vive la sua vita naturale, e per questo la legge l’opprime, perché non adempiendola è sotto la sua tirannia. In effetti la legge non è data per il giusto 35, cioè non è imposta sul collo del giusto perché stia sopra di lui. Egli è con la legge, non sotto la legge, dal momento che non vive più la sua vita che la legge è destinata a frenare con le sue imposizioni. Chi per amore della giustizia vive da giusto, non dilettandosi dei beni a sé connaturali e quindi transitori ma del bene comune e in sé permanente, in certo qual modo, per dire così, vive la stessa legge. Pertanto nessuna legge doveva e poteva imporsi a Paolo, se egli può dire: Non sono più io che vivo ma vive in me Cristo. Ora, chi avrebbe potuto imporre una legge a Cristo, che viveva in Paolo? Nessuno infatti oserà mai affermare che Cristo non vive una vita retta per cui gli si debba imporre una legge che lo tenga a bada. E continua: Quanto alla vita che ora vivo nella carne… Non poteva ovviamente dire che Cristo stesse ancora vivendo la vita mortale, com’è mortale la vita vissuta dall’uomo nella carne; quindi prosegue dicendo: Io la vivo nella fede del Figlio di Dio. Dal che si conclude che ora Cristo vive nel credente abitando mediante la fede nel suo uomo interiore 36, in attesa di poterlo poi saziare mediante la visione: cosa che avverrà quando la mortalità sarà assorbita dalla vita 37. Se peraltro Cristo vive nel credente e costui, pur vivendo nella carne, vive nella fede del Figlio di Dio, non lo si deve al merito dell’uomo ma alla grazia divina. Per mettere in evidenza questa realtà aggiunge: Il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. Per chi tutto questo? Per il peccatore, al fine di renderlo giusto. Ciò afferma uno che era nato giudeo e tra i giudei era stato educato, uno che era diventato oltre ogni dire zelante assertore delle sue tradizioni avite. Anche per gente di tal sorta s’era immolato Cristo: anch’essi dunque erano peccatori. Non dicano pertanto i giudei che fu dato ad essi in grazia della loro giustizia il dono che a persone giuste non sarebbe stato neppure necessario che venisse dato. Come diceva il Signore: Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori 38, certo perché non abbiano ad essere ancora nel peccato. Se quindi Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me, non voglio io annullare la grazia di Dio dicendo che la giustizia mi deriva dalla legge. Se infatti la giustizia deriva dalla legge ne consegue che Cristo è morto invano. È morto, dice, senza motivo poiché la giustizia si sarebbe potuta, a loro avviso, trovare nell’uomo attraverso la legge, cioè con la pratica delle opere legali in cui i giudei riponevano la loro fiducia. Che Cristo sia morto senza motivo non osavano affermarlo nemmeno quei giudei che egli sta confutando, poiché anche loro volevano essere considerati cristiani. Quindi non era conforme a verità quello che essi andavano propalando: che cioè i cristiani sono giustificati dalle opere della legge.
18. A loro dice secondo verità: O Galati insensati! Chi vi ha ammaliati? Parole non appropriate se rivolte a chi non avesse fatto alcun progresso, ma giuste se rivolte a chi, dopo aver progredito, era andato fuori strada. Dinanzi ai vostri occhi è stato proscritto Gesù Cristo crocifisso. E vuol dire: Voi stavate ad occhi aperti quando Gesù Cristo ha perso la sua eredità e la sua proprietà. Gliel’hanno tolta coloro che da voi l’hanno scacciato; coloro che dalla grazia della fede, per la quale Cristo possiede le genti, distoglievano coloro che avevano creduto in Cristo e in tal modo sottraevano al Redentore la sua proprietà, cioè coloro nei quali egli abitava in forza della grazia e della fede. L’Apostolo vuole che sia palese come una tal ruberia è successa proprio lì fra i Galati, poiché a questo si riferiscono le parole: Dinanzi ai vostri occhi. Cosa infatti poteva capitare loro così vicino agli occhi come ciò che era accaduto nel loro intimo? E qui è da notarsi che, dopo aver detto che Gesù Cristo era stato proscritto, aggiunge: crocifisso. Dice così perché si sentissero scossi nel più profondo pensando al prezzo con il quale [il Redentore] s’era acquistato quella proprietà che ora gli veniva sottratta in loro. Per indicare questo torto non bastava dire, come aveva già detto sopra, che egli era morto inutilmente. Quest’espressione infatti potrebbe anche significare che egli non pervenne al possesso dell’oggetto per il quale aveva versato il sangue, mentre a chi è proscritto vengono tolti anche i beni effettivamente posseduti. Tuttavia nel nostro caso la proscrizione non recò nocumento a Cristo, che per la divinità è comunque padrone di tutti gli uomini, ma a chi era da lui posseduto, il quale venne a mancare dell’influsso benefico della grazia.
19. A questo punto comincia a dimostrare come la grazia della fede sia da sola capace di giustificare, senza le opere della legge. Qualcuno infatti avrebbe potuto dire o pensare che la giustificazione dell’uomo non sia da attribuirsi esclusivamente alle opere della legge e nemmeno alla sola grazia della fede, in quanto la salvezza si consegue attraverso l’apporto di tutt’e due le cause. È questo un problema che va affrontato con accuratezza affinché nessuno resti ingannato a motivo dell’ambiguità. E in primo luogo occorre sapere che duplice è la categoria delle opere della legge: alcune appartengono alle prefigurazioni simboliche, altre alla vita morale. Tra le prefigurazioni sono da ascriversi la circoncisione del corpo, l’osservanza del sabato come giorno della settimana, i noviluni, i sacrifici e tutte le altre innumerevoli pratiche simili a queste. Riguardano invece i costumi le leggi di non uccidere, non commettere adulterio, non dire falsa testimonianza 39, e così di seguito. O che forse l’Apostolo avrebbe potuto non interessarsi se un cristiano era omicida o adultero o non piuttosto casto e irreprensibile, come non si interessa se era circonciso o incirconciso? Adesso però egli s’intrattiene prevalentemente sulle opere legali della categoria prefigurativa, sebbene a volte, come lascia intravvedere, vi mescola anche le altre. Verso la fine della Lettera tratterà a parte delle opere che riguardano la vita morale, ma lo farà in forma abbreviata, mentre sulle precedenti si sofferma di più. Era infatti suo proposito impedire che questi pesi venissero imposti sul collo dei pagani. Essi hanno certamente una qualche utilità, limitata però all’ambito della conoscenza. Se quindi tutte quelle figure vengono esposte ai cristiani, lo si fa perché ne comprendano con giustezza il valore e non perché siano costretti ad osservarle. Dalle osservanze legali non ben comprese deriva infatti esclusivamente quella condizione di servitù che fu propria dei giudei di un tempo e in essi continua ancora. Se al contrario le si osserva comprendendone con esattezza il valore, non solo non sono di ostacolo ma possono recare anche del giovamento. Basta prenderle in maniera rispondente al tempo. Non per nulla infatti furono osservate dallo stesso Mosè e dai Profeti ma perché erano adatte a quel popolo ancora bisognoso di una schiavitù che l’obbligasse a temere. Niente infatti produce nell’anima un religioso timore quanto una pratica rituale contenente del mistero che rimane incompreso; se invece lo si comprende produce godimento spirituale e, se è richiesto dal tempo, lo si celebra con libertà, mentre, se non c’è necessità, ci si limita a leggerlo e ad esporlo, ricavandone godimento spirituale. Quando poi il mistero viene compreso, si è spronati a contemplare la verità o a migliorare i costumi. E se la contemplazione della verità si basa nel solo amore di Dio, la bontà dei costumi si esplica nell’amore e di Dio e del prossimo, cioè nei due precetti dai quali dipende tutta la Legge e i Profeti 40. Ciò premesso, passiamo ora a vedere come la circoncisione corporale e le altre simili opere della legge non siano necessarie là dove è presente la grazia della fede.
20. Domanda [Paolo]: Questo solo voglio sapere da voi: Lo Spirito che avete ricevuto, l’avete ricevuto mediante le opere della legge o l’obbedienza della fede? E la risposta è: Certo dall’obbedienza della fede. Dall’Apostolo infatti era stata loro predicata la fede, ed era stato senz’altro in questa predicazione che essi avevano esperimentato la venuta e l’efficace presenza dello Spirito Santo. In effetti a quel tempo, quando la chiamata alla fede era una novità, la presenza dello Spirito Santo si manifestava anche con miracoli esterni, come si legge negli Atti degli Apostoli 41. La stessa cosa si era verificata fra i Galati prima che arrivassero quei falsi predicatori che volevano pervertirli obbligandoli alla circoncisione. Questo dunque il senso: Se la vostra salute dipendesse dalle opere legali, lo Spirito Santo non vi sarebbe stato dato se non dopo la circoncisione; e sviluppa l’argomentazione dicendo: Possibile che siate così stupidi da ammettere che, iniziata l’opera mediante lo Spirito, ora vogliate portarla a compimento mediante la carne? È la stessa idea che aveva espressa all’inizio: Si tratta solo di alcuni che vogliono mettere scompiglio fra voi e stravolgere il Vangelo di Cristo 42. Lo scompiglio è in contrapposizione con l’ordine, e l’ordine si ha quando dalle cose carnali ci si eleva alle spirituali, non quando dalle spirituali si decade alle carnali, come era accaduto a costoro. E lo stravolgimento del Vangelo da loro voluto era effettivamente una svolta all’indietro, in quanto quel che non è un bene non è nemmeno un Vangelo quando lo si annunzia. E continua: Voi avete subìto tante prove. Essi avevano sofferto molto per la fede, e tutto avevano sopportato non per timore, come chi si trova sotto la legge, ma nelle sofferenze avevano vinto il timore mediante la carità. In effetti nel loro cuore era stata diffusa la carità di Dio ad opera dello Spirito Santo che avevano ricevuto. Per questo può aggiungere: Orbene, prove così grandi le avete sostenute invano voi che, mettendo da parte la carità che vi ha sorretto in tali sofferenze, volete ricadere nel timore: e magari sia stato solamente invano che avete sofferto tante cose! Quando di una cosa si dice che è accaduta invano, si dice che essa è una cosa superflua, che cioè non giova né nuoce; mentre nel caso attuale occorreva vedere se non li avesse portati verso la rovina. Non è infatti la stessa cosa non riuscire a mettersi in piedi e cadere: anche se i Galati non erano ancora caduti ma solo inclinati da una parte e lì lì per cadere 43. In effetti operava ancora in essi lo Spirito Santo, come proseguendo dice [l’Apostolo]: Ma, insomma, colui che vi ha concesso lo Spirito e opera in voi segni portentosi, lo fa per le vostre osservanze legali o perché avete obbedito alla fede? E la risposta è: Certo per l’obbedienza della fede, come è stato spiegato antecedentemente. Andando avanti reca l’esempio del patriarca Abramo, di cui si tratta più diffusamente e in modo più chiaro nella Lettera ai Romani 44. Questo esempio dà [all’Apostolo] una vittoria schiacciante soprattutto perché la fede fu computata ad Abramo come giustizia prima che egli fosse circonciso, e a questo si riferiscono con tutta verità le parole: In te saranno benedette tutte le genti 45. Saranno benedette in quanto imiteranno in lui la fede per la quale fu giustificato anche prima della circoncisione. Questa altro non fu se non un rito sacro da lui ricevuto più tardi come suggello della fede e, naturalmente, prima di ogni asservimento alla legge, che fu data più tardi ancora.
21. Tutti coloro che si rifanno alle opere della legge incorrono nella maledizione della legge. Queste parole sono da intendersi nel senso che tutti costoro si trovavano nel timore, non nella libertà. Temevano cioè che con una punizione corporale immediata fosse castigato colui che non restava fedele a tutte le prescrizioni contenute nel libro della legge mettendole in pratica. A questo si sarebbe aggiunto il timore che mentre subivano detta pena corporale incorrevano anche nell’onta della maledizione. In realtà dinanzi a Dio è giustificato colui che lo onora disinteressatamente, cioè non col desiderio di avere da lui qualcos’altro diverso da lui né col timore di perdere queste stesse cose. In lui solo infatti sta la nostra vera e perfetta beatitudine e siccome egli è invisibile agli occhi del corpo, bisogna, finché siamo uniti al corpo, prestargli l’ossequio della fede, come ha detto già prima l’Apostolo: Quanto alla vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio 46. E in questo è la giustizia alla quale si riferiscono le parole: Il giusto vive per la fede. Con questo testo, dov’è scritto che il giusto vive per la fede, vuol dimostrare definitivamente che nessuno può essere giustificato mediante la legge. Questo  » mediante la legge  » occorre identificarlo con quanto dice adesso: Nelle opere della legge, e riferirlo a coloro che si trovano racchiusi nell’ambito della circoncisione e delle altre pratiche legali. Chi infatti vive così è talmente rinchiuso dentro la legge che viene a trovarsi sotto la legge. Come è stato già detto, [l’Apostolo] parla ora di legge intendendo le opere della legge, come appare dal seguito del discorso, dove è detto: La legge però non dipende dalla fede, ma: Chi le praticherà vivrà per esse. Non dice: Chi la osserva vivrà per essa, perché tu comprenda che in questo passo si parla di legge nel senso di  » opere della legge « . Ora quanti vivevano nelle opere legali temevano certamente che, se non le avessero praticate, sarebbero stati o lapidati o confitti in croce o cose del genere. Se dunque scrive: Chi le pratica vivrà per esse, intende dire che otterrà il premio di non essere punito con nessuna di queste condanne a morte. Non vivrà dunque della vita di Dio, poiché solo chi ha la fede, e con questa fede vive, quando se ne partirà da quaggiù allora l’avrà come premio che non sarà dilazionato. Non vive però di fede chiunque brama o teme le cose presenti e visibili, poiché la fede in Dio riguarda le cose invisibili che ci verranno date dopo questa vita. Tuttavia anche nelle opere della legge c’è una qualche giustizia, la quale non rimane senza il premio che le spetta, ma chi le praticherà vivrà per esse; e nella Lettera ai Romani: Se pertanto Abramo fu giustificato in base alle opere, ne ha certo gloria, ma non dinanzi a Dio 47. Altro infatti è non essere giustificato per nulla, altro non essere giustificato dinanzi a Dio. Se uno non viene giustificato in alcun modo, vuol dire che non pratica né i precetti che conseguono un premio temporale né quelli che meritano il premio eterno. Viceversa uno che ottiene la giustizia praticando le opere della legge, certo viene reso giusto ma non agli occhi di Dio, poiché dal suo operato egli stesso si ripromette una mercede temporale e visibile. Tuttavia, come ho detto, anche questa è, per così dire, una giustizia sia pure terrena e materiale; e l’Apostolo la chiama anche lui giustizia in quell’altro passo dove dice: Quanto alla giustizia derivante dalla legge, sono vissuto irreprensibile 48.
22. In vista di ciò lo stesso nostro Signore Gesù Cristo, che era venuto a dare ai credenti la libertà, non osservò alla lettera alcune di queste prescrizioni. Ecco perché in quel sabato nel quale i discepoli affamati avevano strappato delle spighe provocando lo sdegno [dei giudei] egli rispose loro che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato 49. Non osservando materialmente le suddette norme suscitò lo sdegno di quella gente carnale ed effettivamente si caricò della pena decretata [dalla legge] contro chi non l’avesse osservata. Con questo tuttavia egli liberò quanti avrebbero creduto in lui dal timore di quella pena di cui si parla nel seguito del testo: Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge diventando lui stesso per noi un oggetto di maledizione, come sta scritto: Maledetto ogni uomo che pende dal legno. Questa affermazione per chi la intende spiritualmente è un mistero di liberazione; per chi invece ha sentimenti carnali, se si tratta di giudei è giogo di schiavitù, se si tratta di pagani o eretici è un velo che acceca gli occhi. Riguardo alla stessa frase poi, ci sono stati alcuni dei nostri, un po’ profani nella conoscenza delle Scritture, i quali, spaventati dal suo contenuto, nell’accettare col dovuto onore i libri del Vecchio Testamento hanno pensato che il testo non parli del Signore ma di Giuda, suo traditore. Per comprovare questo assunto notano che non si dice:  » Maledetto ogni uomo che vien confitto al legno « , ma: Che pende dal legno, deducendone la conseguenza che non si allude al Signore ma a colui che si appese con una fune. Costoro però sono in grave errore e, pur senza accorgersene, si pronunziano contro il senso inteso dall’Apostolo, che scrive: Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge diventando lui stesso per noi oggetto di maledizione, come sta scritto: Maledetto ogni uomo che pende dal legno. Pertanto colui che per noi è diventato oggetto di maledizione è certo colui che fu appeso al patibolo, cioè Cristo. In tal modo egli ci ha liberati dalla maledizione derivante dalla legge, sicché noi potessimo diventare giusti dinanzi a Dio non per il timore e mediante le opere della legge ma in virtù della fede, che opera non facendo leva sul timore ma sull’amore. Così lo Spirito Santo, che diceva tali parole per bocca di Mosè, riuscì ad ottenere ambedue le cose: primo, che fossero imprigionati nel timore della pena visibile coloro che non erano ancora in grado di vivere per la fede nelle realtà invisibili e, secondo, che per toglierci questo timore servile assumesse la temuta condizione mortale colui che, togliendo il timore, poteva farci dono della carità. Né per il fatto che al Signore sia stata applicata la frase: Maledetto l’uomo che pende dal legno, è da pensarsi a un’ingiuria lanciata contro di lui. Egli infatti fu sospeso al legno nel suo elemento mortale, e tutti i credenti sanno donde provenga questa mortalità. Essa deriva da un castigo ed esattamente dalla maledizione con cui fu colpito il peccato del primo uomo 50. Ora questa maledizione prese su di sé il Signore, egli che portò i nostri peccati nel suo corpo sull’alto del patibolo. Se pertanto avesse detto: « È stata maledetta la morte « , nessuno proverebbe orrore. Ma cosa fu sospeso al patibolo se non la morte del Signore, affinché egli morendo vincesse la morte? Fu dunque maledetta la stessa morte che fu vinta. E se avesse detto:  » È stato maledetto il peccato « , nessuno si stupirebbe. Ma cosa pendeva su quel legno se non il peccato dell’uomo vecchio, del quale il Signore si rivestì in vece nostra assumendolo nella mortalità della sua carne? Per questo motivo l’Apostolo non si vergogna né esita a dire che [Dio] lo rese peccato al posto nostro, aggiungendo: Affinché col peccato condannasse il peccato 51. Il nostro uomo vecchio infatti non sarebbe stato crocifisso insieme [con lui], come dice altrove lo stesso Apostolo, se nella morte del Signore non fosse stato sospeso in figura anche il nostro peccato perché  » fosse disfatto il corpo del peccato e noi non fossimo più schiavi del peccato  » 52. Per simboleggiare la sua morte e il suo peccato anche Mosè nel deserto innalzò il serpente sulla cima d’una stanga di legno 53. In effetti, se l’uomo incorse nella condanna a morte, fu per l’insinuazione del serpente, e quindi fu conveniente che il serpente fosse collocato sulla cima di un tronco in quanto doveva rappresentare la morte di lui. In realtà nella figura di quel simbolo pendeva sul legno la morte del Signore. Ora, chi rimarrebbe inorridito se si sentisse dire:  » Maledetto il serpente che è appeso al legno »? Eppure questo serpente sospeso al legno raffigurava la morte sofferta dal Signore nel suo corpo: alla quale figura rese testimonianza lo stesso Signore quando disse: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia posto in alto qui in terra 54. Né ci sia alcuno che, anche riguardo a questo fatto, osi dire che Mosè lo compì a sfregio del Signore. Anzi, egli sapeva che in quella croce era riposto un così efficace mezzo di salvezza che proprio perché di essa fosse richiamo comandò che si innalzasse quel serpente. Lo eresse infatti perché coloro che erano stati morsi dai serpenti e in seguito a ciò dovevano morire, se avessero volto lo sguardo [a quel segno] subito venissero guariti. Né ci fu altro motivo perché quel serpente fosse costruito in bronzo se non perché avrebbe dovuto rappresentare la fede nell’efficacia durevole della passione del Signore. Anche nel linguaggio popolare infatti sono dette di bronzo le cose che non cambiano struttura. E se gli uomini avessero dimenticato, ovvero dalla serie dei ricordi storici si fosse cancellato il fatto che Cristo è morto per l’umanità, gli uomini sarebbero davvero morti. Ecco, al contrario, che la fede nella croce rimane, avendo la durezza del bronzo. Gente che muore, gente che nasce: tutti si trovano di fronte la croce levata in alto, e guardandola tutti sono guariti. Nulla di sorprendente dunque se Cristo, maledetto, vinse la maledizione, lui che con la morte vinse la morte, col peccato il peccato, col serpente il serpente. Ad essere maledetti perciò furono la morte, il peccato, il serpente, sui quali Cristo riportò il trionfo in croce. Maledetto dunque ogni uomo che pende dal legno. E siccome Cristo giustifica chi crede in lui non mediante le opere della legge ma mediante la fede, il timore d’una maledizione a motivo della croce è stato dissipato; e per l’esempio della fede di Abramo, la carità per la quale ricevette la benedizione si estende a tutti i popoli. Dice: Affinché attraverso la fede riceviamo tutti l’annunzio dello Spirito, cioè affinché a quanti crederanno sia portato l’annunzio non d’una cosa carnale, che si teme, ma di un bene che si ama mediante lo Spirito.
23. In base a quanto ha sopra affermato menziona adesso anche il testamento umano, che indubbiamente è molto più labile di quello divino. Dice: Un testamento fatto dall’uomo, quando è stato convalidato, nessuno può annullarlo o cambiarlo. Se infatti un testatore cambia il testamento, lo cambia quando non è ancora convalidato in quanto la convalida si ottiene con la morte del testatore. Orbene, quel valore che ha la morte del testatore nella conferma del suo testamento – poiché è da allora che non può più cambiare decisione – lo stesso valore ha l’immutabilità della promessa fatta da Dio a conferma dell’eredità concessa ad Abramo, la cui fede fu a lui accreditata come giustizia 55. Di conseguenza può dire l’Apostolo che la discendenza di Abramo alla quale furono assicurate le promesse è Cristo, cioè tutti i cristiani che imitano Abramo nella fede. Riducendo l’espressione al singolare, sottolinea che non gli fu detto:  » E ai discendenti « , ma: Alla tua discendenza, perché una è la fede e non possono in uguale maniera ottenere la giustificazione quelli che vivono secondo la carne, confidando nelle opere, e quelli che vivono nello spirito in virtù della fede. Aggiunge poi una illazione irrefutabile: la legge a quell’epoca non era ancora stata data, e quando, dopo tanti anni, venne data non la si poté dare con il compito di annullare le promesse fatte ad Abramo tanto tempo prima. Se quindi chi giustifica è la legge, Abramo, esistito in un’epoca molto anteriore [alla legge], non poté essere giustificato. E se questo nessun ebreo osa affermarlo, debbono per forza ammettere che l’uomo non viene giustificato dalle opere della legge ma dalla fede. In maniera analoga il fatto di Abramo induce anche noi a comprendere come tutti coloro che furono giustificati nel Vecchio Testamento furono giustificati per la medesima fede. Come infatti noi conseguiamo la salvezza credendo a realtà in parte passate, cioè alla prima venuta del Signore, e in parte future, cioè la sua seconda venuta, così anche gli antichi credevano nell’avverarsi in futuro di tutte e due queste realtà, cioè il primo e il secondo avvento [del Signore], conforme rivelava loro lo Spirito Santo al fine di condurli a salvezza. Vi si riferisce anche il Signore quando afferma: Abramo desiderò di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò 56.
24. Si passa ora ad una questione intimamente collegata con la precedente. Se infatti chi giustifica è la fede e gli stessi santi dei tempi antichi che ottennero la giustificazione dinanzi a Dio furono giustificati proprio per la fede, che bisogno c’era che fosse data la legge? E la questione che ora affronta l’Apostolo collegandola con un’interrogazione. Egli dice: Ma allora…? È questa la domanda; il resto costituisce la relativa risposta. La legge fu aggiunta in vista della trasgressione finché non fosse venuta la discendenza – dice – alla quale erano state fatte le promesse, preordinata mediante gli angeli con l’opera del mediatore. Ora non si dà mediatore di uno solo, ma Dio è uno solo 57. Che col termine mediatore si parli di Gesù Cristo in quanto uomo, si ricava in maniera più evidente dall’altra espressione del medesimo Apostolo: Uno è Dio e uno il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù 58. Tra Dio e Dio dunque non ci potrebbe essere mediatore, perché Dio è uno e non si dà mediatore di una sola persona, in quanto egli può mediare solo là dove si è in diversi. Quanto agli angeli non decaduti dalla presenza di Dio, essi non hanno bisogno del mediatore che li riconcili; e parimenti gli angeli che decaddero non per istigazione altrui ma per una prevaricazione volontaria non hanno un mediatore che valga a riconciliarli. Non resta dunque altri che l’uomo: prostrato da quel superbo mediatore che è il diavolo, il quale gli cacciò in cuore la superbia, doveva essere risollevato dall’umile mediatore, Cristo, maestro di umiltà. Se il Figlio di Dio fosse voluto restare in quell’uguaglianza che per natura ha col Padre e non si fosse annientato prendendo la natura di servo 59, non sarebbe mediatore fra Dio e gli uomini. In se stessa infatti la Trinità è un solo Dio: identica natura nelle tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo; immutabile l’eternità e l’uguaglianza nella divinità. Pertanto l’unico Figlio di Dio è diventato mediatore fra Dio e gli uomini quando il Verbo di Dio, Dio da Dio, depose la sua maestà fino ad adeguarsi all’uomo e sollevò la bassezza dell’uomo portandola nella sfera della divinità. Divenne così mediatore fra Dio e gli uomini quell’uomo che, per essere Dio, era al di sopra degli uomini. Egli è nella sua forma il più bello tra i figli dell’uomo 60; egli è stato unto con olio di esultanza più di tutti i suoi coeguali. Dall’empietà della superbia sono stati dunque guariti (e così sono stati riconciliati con Dio) tutti gli uomini che hanno amato Cristo umile e mediante l’amore lo hanno imitato. Per far ciò, essi hanno creduto in lui, manifestato per rivelazione a coloro che vissero prima dell’accadimento dei fatti e annunziato mediante il Vangelo a chi vive dopo che i fatti sono accaduti. Ora questa giustizia mediante la fede non è data agli uomini per i loro meriti ma per la misericordia e la grazia di Dio, per cui prima che Cristo-uomo nascesse fra gli uomini non era diffusa nel popolo, mentre la discendenza a cui furono fatte le promesse rappresenta precisamente il popolo. Non si riferisce cioè soltanto a quei pochissimi che attraverso le varie rivelazioni contemplavano gli eventi futuri. Questi privilegiati, sebbene per la loro fede potessero personalmente conseguire la salvezza, non potevano tuttavia salvare l’intero popolo. È vero che questo popolo, anche se considerato nella sua diffusione in tutta la terra – poiché la Chiesa da tutto l’universo raduna i componenti la Gerusalemme celeste – è sempre un piccolo numero, poiché di pochi è camminare per la via stretta; tuttavia, se si mettono insieme e coloro che sono esistiti dopo che si è cominciato a predicare il Vangelo e coloro che esisteranno in tutte le parti del mondo sino alla fine dei tempi, e vi si aggiungono anche coloro che, per quanto molto pochi, vissero prima della duplice venuta del Signore ma credendo in lui per questa loro fede profetica ottennero grazia e salvezza, si ha, completo, il quadro beatissimo dei santi che formano la Città eterna. Quanto alla legge, dunque, essa fu una concessione fatta a quel popolo che andava superbo. E gli fu data per questo: siccome non avrebbe potuto ricevere la grazia e la carità se non si fosse umiliato e d’altra parte senza questa grazia non avrebbe in alcun modo potuto adempiere i precetti della legge, occorreva che fosse umiliato dalle trasgressioni. Così umiliato, avrebbe ricorso alla grazia né avrebbe più pensato di potersi salvare per i suoi meriti, che è l’atteggiamento dei superbi. Non si sarebbe ritenuto giusto per le proprie capacità o risorse, ma avrebbe atteso la salvezza dalle mani del mediatore che giustifica l’empio. Si dice ancora che tutta l’economia del Vecchio Testamento fu somministrata tramite gli angeli, nei quali agivano lo Spirito Santo e lo stesso Verbo di verità che, sebbene non si fosse ancora incarnato, tuttavia non si estranea mai dalla distribuzione della verità, qualunque essa sia. Effettivamente quella economia della legge fu data per il ministero degli angeli, che a volte agivano in persona propria, a volte in vece di Dio, come era solito accadere anche nei Profeti. Ora mediante quella legge, la quale evidenziava le malattie ma non le eliminava, fu annientata la superbia, essendosi aggiunta anche la perversità della trasgressione. Il discendente fu preordinato col ministero degli angeli per l’opera del mediatore. Egli avrebbe liberato dai peccati l’uomo costretto dalla sua condizione di trasgressore a confessare d’aver bisogno della grazia e della misericordia del Signore. E così, per i meriti di colui che per l’uomo avrebbe versato il sangue, all’uomo sarebbero stati rimessi i peccati e, ottenuta la nuova vita, egli sarebbe stato riconciliato con Dio.
25. Era necessario che mediante la trasgressione della legge venisse abbattuta la superbia dei giudei, i quali, gloriandosi d’avere per padre Abramo, si vantavano di possedere la giustizia quasi come una dote naturale e riponevano i loro meriti nella circoncisione, e per questo si preferivano agli altri popoli con una vanteria tanto più perniciosa quanto più arrogante. Agli altri popoli invece era molto più facile umiliarsi, anche se non rei della violazione di una legge come quella giudaica. Queste genti non immaginavano sicuramente di possedere una giustizia originaria derivante dagli antenati; anzi la grazia del Vangelo li trovò asserviti al culto degli idoli. Per cui, se questi pagani avessero pensato di avere una qualche giustizia, si sarebbe potuto dire che non era stata davvero una giustizia quella dei loro padri nell’adorare gli idoli; mentre ai giudei non si poteva dire che era falsa la giustizia del loro padre Abramo. A questi ultimi pertanto si dice: Fate dunque frutti adeguati di penitenza, e non dite fra voi: Abbiamo come padre Abramo; poiché Dio ha potere di suscitare anche da queste pietre figli ad Abramo 61. Agli altri viceversa si dice: Un tempo voi eravate pagani, sotto il dominio della carne, e da coloro che chiamiamo i circoncisi, d’una circoncisione carnale fatta da mani d’uomo, eravate chiamati  » prepuzio « . Ebbene, voi ricordate che in quel tempo eravate in questo mondo, senza Cristo, estranei alla comunione con Israele, esclusi dai testamenti, privi della speranza nella promessa e senza Dio 62. Finalmente, agli uni si mostra come, diventati increduli, sono stati strappati dal buon olivo 63; di questi altri si dice che, accettando la fede, sono stati strappati all’olivo selvatico di origine per essere innestati nell’olivo dei primi. Occorreva insomma che l’orgoglio dei giudei venisse abbattuto con la violazione della legge, com’è detto in Romani, dove Paolo, dopo aver descritto a tinte fosche i loro peccati, servendosi delle parole della Scrittura conclude: Voi sapete che tutto quello che asserisce la legge lo asserisce di coloro che sono sotto la legge, affinché ogni bocca si chiuda e tutto il mondo divenga colpevole dinanzi a Dio 64. Colpevoli quindi i giudei per la trasgressione della legge e colpevoli i pagani, senza legge, per la loro empietà. Per questo in altra parte afferma: Dio rinchiuse tutto nell’incredulità per essere misericordioso con tutti 65. È quanto afferma anche adesso ripetendo la domanda di prima: Sarà dunque la legge in contrasto con le promesse di Dio? Certo no. Se infatti fosse stata data una legge capace di donare la vita, la giustizia deriverebbe effettivamente dalla legge. Ma la Scrittura rinchiuse tutto sotto il peccato affinché la promessa fosse data attraverso la fede in Gesù Cristo a coloro che credono. La legge quindi non fu data per togliere il peccato ma per rinchiudere tutto sotto il peccato. Infatti la legge faceva toccare con mano come fosse peccato ciò che essi, accecati dalla consuetudine, avrebbero potuto considerare giustizia. In questo modo essi venivano umiliati e pertanto costretti a riconoscere che la salvezza non era in loro potere ma in potere del mediatore. È infatti l’umiltà la virtù che più di ogni altra ci solleva dalla prostrazione dove ci sprofonda la superbia; e la stessa umiltà è la disposizione più che mai propizia perché riceviamo la grazia di Cristo, esempio unico di umiltà.
26. Non vorrei che a questo punto si facesse avanti qualche inesperto e dicesse: Come mai non recò vantaggi ai giudei l’essere stati preparati dagli angeli, che somministrarono loro la legge con l’intervento del mediatore? Ma certo che recò dei vantaggi, e tali che non si possono nemmeno descrivere. Quali chiese del mondo pagano infatti progredirono tanto da vendere i beni che ciascuno possedeva deponendone il ricavato ai piedi degli apostoli? Eppure questo fecero, e con grande prontezza, molte migliaia di giudei 66. Né bisogna dar peso al numero dei non credenti, che furono la maggioranza. Difatti ogni aia contiene una molto maggior parte di paglia che non di frumento. Inoltre a che cosa si riferiscono quelle altre parole dell’Apostolo nella Lettera ai Romani se non alla santificazione dei giudei? Che dunque? Avrà forse Dio rigettato il suo popolo? Assolutamente no. Anch’io infatti sono un israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. Dio non ha rigettato il popolo, oggetto della sua prescienza 67. Elogiando poi, più che le altre chiese del mondo pagano, la comunità di Tessalonica, dice che questi cristiani erano da assimilarsi alle chiese del giudaismo in quanto per la fede avevano subìto molte tribolazioni da parte dei propri connazionali, come i giudei dai loro 68. Vi si riferisce anche l’espressione che ricordavo poco fa, e cioè quanto detto ai Romani: Se i popoli pagani sono stati resi partecipi dei beni spirituali che erano in loro possesso, debbono soccorrerli nei beni materiali 69. E poi, continuando il discorso sui giudei, scrive: Prima che venisse la fede eravamo sotto la custodia della legge, imprigionati in attesa di quella fede che si è rivelata più tardi. Ecco dunque che la fede, venendo, li trovò veramente vicini, ed essi seppero accostarsi a Dio con un’adesione così intima da vendere le loro proprietà: cosa che il Signore comandò a coloro che avessero voluto essere perfetti 70. Tutto ciò riuscirono a compiere in conseguenza della legge dalla quale erano tenuti in custodia, imprigionati in attesa di quella fede – cioè per la venuta di quella fede – che si è rivelata più tardi. Loro prigione infatti era il timore di Dio. Se poi furono trovati che erano trasgressori della legge stessa, questa condizione – parlo di coloro che divennero credenti – non risultò loro nociva ma utile: la conoscenza della propria malattia, così aggravata, fece maggiormente desiderare il medico e rese più ardente l’amore per lui. Difatti colui al quale è rimesso di più ama di più 71.
27. Prosegue: La legge quindi fu per noi un pedagogo che ci accompagnò a Cristo; e ciò equivale a quanto detto sopra: Eravamo sotto la custodia della legge imprigionati dalla stessa 72. Venuta la fede, non siamo più sotto il pedagogo. Dicendo così rimprovera coloro che vogliono annullare la grazia di Cristo, quasi che non sia ancora venuto colui che ci chiama a libertà e quindi vogliono che si rimanga sotto il pedagogo. Soggiunge poi:  » Quanti sono stati battezzati in Cristo, mediante la fede sono tutti figli di Dio poiché si sono rivestiti di Cristo « . Ciò mira a sottrarre i pagani dalla disperazione, in quanto, non essendo stati sotto la custodia del pedagogo, avrebbero potuto pensare di non essere figli. Rivestendosi di Cristo mediante la fede tutti si diventa figli, non certo per natura, come il Figlio unigenito che è la stessa Sapienza di Dio, e nemmeno per lo straordinario e singolare privilegio d’essere assunti a possedere per natura la persona della Sapienza e compierne le opere, com’è avvenuto per il nostro Mediatore. Egli solo infatti è diventato senza l’intervento di altri mediatori una cosa sola con la Sapienza stessa che lo assumeva. Noi si diventa figli per la partecipazione alla Sapienza dopo che ci ha disposti a questo dono – ce lo ha anzi arrecato! – la fede nello stesso mediatore. Questa grazia della fede viene ora chiamata indumento: per essa infatti si vestono di Cristo quelli che credono in lui, diventando in tal modo figli di Dio e fratelli del divino mediatore.
28. Dove c’è la fede è esclusa ogni differenza tra giudeo e greco, tra schiavo e libero, tra maschio e femmina, appunto perché tutti sono credenti e in Cristo Gesù sono tutti una cosa sola. E se questa fusione si raggiunge con la fede, che ci fa condurre una vita giusta nel tempo, con quanto maggiore perfezione e abbondanza non ce la procurerà la visione per la quale vedremo [Dio] a faccia a faccia 73? In effetti è vero che al presente possediamo le primizie dello Spirito, che è vita, in forza della giustizia derivante dalla fede, tuttavia il nostro corpo è ancora soggetto alla morte a causa del peccato 74. Pertanto le differenze di nazionalità, di condizione sociale, di sesso, sebbene superate per l’unità della stessa fede tuttavia rimangono durante la vita mortale, e gli apostoli comandano di rispettarne l’ordine finché dura il cammino di questa vita. Essi anzi impartono norme oltremodo salutari per stabilire come debbano convivere, per la differente nazionalità, i giudei e i Greci; per la differente condizione sociale, i padroni e gli schiavi; per il diverso sesso, i mariti e le mogli; e così via, se esistono altre diversità. Del resto, già prima di loro lo stesso Signore aveva detto: Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio 75. Altre infatti sono le norme con cui ci regoliamo nell’unità della fede, dove ogni differenza è esclusa, altre quelle su cui si basa l’ordine della vita concreta per gente che è, diciamo così, tuttora in cammino, affinché non venga bestemmiato il nome di Dio e la sua dottrina. E questo [facciamo] non solo per l’ira, cioè per evitare la disapprovazione degli uomini, ma anche per la coscienza. Cioè non ci comportiamo così per finzione, come chi cerca di piacere agli uomini, ma per avere la coscienza pura nell’amore o, in altre parole, per piacere a Dio, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità 76. Dice [Paolo]: Pertanto voi tutti siete uno in Cristo Gesù, e continua con un: se poi. Cioè con una facile suddistinzione fa sottintendere: Se poi voi siete uno in Cristo Gesù, ne consegue che per questo voi siete la discendenza di Abramo. Il senso è dunque questo: Voi siete uno in Cristo Gesù, e se siete uno in Cristo Gesù, voi siete la discendenza di Abramo. Sopra aveva asserito: Non dice [la Scrittura]: E ai discendenti, come se si trattasse di molti, ma come parlando di uno [dice]: E al tuo discendente, che è Cristo 77. Ora spiega in che senso l’unico discendente è Cristo. Non si tratta soltanto del nostro Mediatore in se stesso ma anche della Chiesa, di quel corpo cioè del quale egli è capo. In Cristo tutti i credenti sono una cosa sola e, mediante la fede, ricevono tutti l’eredità promessa. In attesa di questa fede era imprigionato o, in altre parole, in attesa che giungesse la fede era tenuto sotto la tutela del pedagogo il popolo finché non giungesse all’età matura. Raggiuntala sarebbero stati chiamati a libertà coloro che in quel popolo erano chiamati secondo il disegno divino, cioè coloro che in quell’aia risultavano essere frumento.
29. Dopo questo aggiunge: Ora io dico: L’erede finché è bambino non si differenzia in nulla dal servo, sebbene sia padrone di tutto, ma è sotto i tutori e gli amministratori fino al tempo stabilito dal padre. Così anche noi, finché siamo stati bambini, eravamo asserviti agli elementi del mondo. Si può indagare in che senso, stando alle parole di questa similitudine, siano stati sotto gli elementi del mondo i giudei, che avevano ricevuto la legge, la quale prescriveva loro di adorare l’unico Dio creatore del cielo e della terra. Il significato del presente brano potrebbe tuttavia essere un altro. E mi spiego. Antecedentemente l’Apostolo ha presentato la legge come un pedagogo 78 sotto il quale si trovava il popolo giudaico, ora parla di elementi del mondo come di tutori e amministratori, ai quali erano asserviti i pagani. In tal modo quel figlio ancora bambino, cioè il popolo che per l’unità della fede faceva parte dell’unica discendenza di Abramo, essendo adunato e di fra i giudei e di frammezzo alle genti, al tempo della sua infanzia era stato in parte sotto il pedagogo che è la legge (e questo per quella parte che era stata adunata dal giudaismo) e in parte sotto gli elementi del mondo ai quali aveva servito come a tutori e amministratori: cosa accaduta a quella parte che era stata adunata dal paganesimo. A questi ultimi l’Apostolo vede congiunta anche la sua persona, poiché non dice: Quando eravate bambini eravate sottoposti agli elementi del mondo, ma: Quando eravamo bambini eravamo asserviti agli elementi del mondo. Ed effettivamente l’espressione non vuol riferirsi ai giudei, dai quali Paolo traeva origine, ma, almeno in questo passo, ai pagani. Anche fra questi ultimi infatti egli poteva a buon diritto collocarsi in quanto era stato inviato ad evangelizzarli.
30. Dopo queste affermazioni precisa che, giunta la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio per liberare quell’erede che, quando era bambino era asservito in alcuni alla legge come a suo pedagogo, in altri invece agli elementi di questo mondo, che fungevano da tutori e amministratori. Dice: Dio mandò il suo Figlio fatto da donna. Scrivendo donna intende persona di sesso femminile, secondo il modo di esprimersi degli Ebrei. Così, quando a proposito di Eva si dice: La creò donna 79, non si intende  » moglie « , cioè una che aveva avuto rapporti col marito. Stando infatti al libro, questi rapporti Eva li ebbe soltanto dopo che furono scacciati dal paradiso. Riguardo poi all’espressione: fu fatto, l’Apostolo la usa per indicare il Verbo che assunse la natura creata. In effetti quanti nascono da donna non allora nascono da Dio, ma è allora che Dio li crea in quanto li fa nascere, come avviene per tutte le creature. Aggiunge che fu fatto sotto la legge perché egli fu circonciso e venne presentata per lui l’offerta prescritta dalla legge 80. Né deve sorprendere che egli si sia sottoposto alle pratiche legali da cui avrebbe liberato coloro che dalle stesse erano tenuti in schiavitù. Non altrimenti egli volle accettare anche la morte per liberare quanti erano sottoposti alla mortalità. E continua: Affinché conseguiamo l’adozione a figli. Se parla di adozione è per farci capire la netta distinzione per la quale unico è il Figlio di Dio. Noi infatti siamo figli di Dio per un suo dono e una condiscendenza della sua misericordia; Cristo invece è Figlio per natura, essendo ciò che è il Padre. Dicendo poi: Conseguiamo di nuovo e non semplicemente  » conseguiamo « , vuol indicare che tale privilegio noi l’avevamo perduto in Adamo, a causa del quale siamo diventati mortali. Quando dunque scrive: Per redimere coloro che erano sotto la legge, si riferisce alla liberazione di quel popolo che quand’era bambino era come uno schiavo affidato al pedagogo; e la frase è in connessione con l’altra ove si dice: Fatto sotto la legge. La successiva espressione invece: Affinché conseguiamo di nuovo l’adozione a figli, è in connessione con le parole: Fatto da donna. Otteniamo infatti l’adozione perché colui che era [Figlio] unico non disdegnò di rendersi partecipe della nostra natura nascendo da una donna. In tal modo egli non è solo l’Unigenito, condizione in cui non ha fratelli, ma anche il Primogenito tra molti fratelli 81. Due infatti sono le cose che aveva asserito: Fatto da donna, e: Fatto sotto la legge. Solo che nella risposta segue l’ordine inverso.

SANT’AGOSTINO: ESPOSIZIONE DELLA LETTERA AI GALATI – DA 31 A 65

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SANT’AGOSTINO: ESPOSIZIONE DELLA LETTERA AI GALATI – DA 31 A 65

31. Al popolo ebraico congiunge adesso quel popolo che da bambino era stato schiavo sotto la cura di tutori e amministratori, era stato cioè servo degli elementi di questo mondo. Ora perché i pagani non pensassero di non essere figli non essendo stati sotto il pedagogo, dice: Poiché dunque siete figli, Dio ha immesso nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà, Padre! Pone due nomi affinché dal secondo sia interpretato il primo: infatti dicono la stessa cosa Abbà e Padre. Non è inutile, anzi è stilisticamente elegante, l’aver usato parole di due lingue diverse che significano la stessa cosa. Si allude con ciò alla universalità di quel popolo chiamato all’unica fede dal giudaismo e dalla gentilità; e pertanto la parola ebraica si riferisce ai giudei, quella greca ai pagani, mentre l’identico significato dei due termini denota l’unità nella stessa fede e nello stesso Spirito. Analogamente, nella Lettera ai Romani, là dove viene affrontato il problema affine della pace in Cristo fra giudei e pagani, scrive: Non avete ricevuto lo spirito della schiavitù per [ricadere] di nuovo nel timore, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione a figli, nel quale gridiamo: Abbà, Padre! 82 A buon diritto parte dalla presenza e dal dono dello Spirito Santo quando si propone di dimostrare ai pagani che appartengono all’eredità promessa. L’evangelizzazione dei gentili non ebbe luogo infatti se non dopo l’ascensione del Signore e la discesa dello Spirito Santo, mentre i giudei cominciarono ad abbracciare la fede quando il Figlio di Dio era ancora uomo mortale, come descrive il Vangelo. A quello stesso tempo risale, è vero, l’episodio della cananea, di cui il Signore loda la fede 83, e quello del centurione, del quale Cristo disse che non aveva trovato in Israele una fede pari alla sua 84; tuttavia, a parlare con proprietà è da dirsi che l’evangelizzazione dei giudei avvenne già in quel tempo, come si ricava con chiarezza dalle parole dello stesso nostro Signore quando, replicando alle suppliche della cananea, disse di non essere stato inviato se non alle pecore perdute della casa di Israele 85. Allo stesso modo, nell’inviare i discepoli, disse: Non allontanatevi per andare sulle strade dei gentili e non entrate nelle città dei Samaritani. In primo luogo andate dalle pecore perdute della casa d’Israele 86. Dei gentili viceversa parla il Signore come di  » un altro ovile « , quando afferma: Ho altre pecore che non sono di questo ovile, aggiungendo però che anche quelle avrebbe radunate perché uno fosse il gregge e uno il pastore 87. Questo però quando sarebbe accaduto se non dopo la sua glorificazione? E in effetti dopo la sua resurrezione mandò i discepoli anche nel mondo pagano, obbligandoli peraltro a restare per un certo tempo a Gerusalemme, finché non avessero ricevuto lo Spirito Santo da lui promesso 88. Similmente l’Apostolo. Prima aveva scritto: Dio mandò il suo Figlio, fatto da donna, nato sotto la legge, per redimere coloro che erano sotto la legge, e così noi ricevessimo l’adozione a figli 89. Gli restava da provare che la stessa adozione a figli si sarebbe estesa anche ai pagani, che non erano sotto la legge; e proprio questo insegna ora sottolineando che il dono dello Spirito Santo è stato concesso a tutti. Non diversamente si comportò Pietro con i giudei che avevano accettato la fede quando dinanzi a loro dovette difendersi per aver battezzato il centurione Cornelio senza averlo fatto circoncidere. Disse che non aveva potuto negare il battesimo di acqua a persone che davano segni evidenti d’aver ricevuto lo Spirito Santo 90. Allo stesso irrefutabile argomento è ricorso antecedentemente anche Paolo, quando ha detto: Questo solo voglio sapere da voi: Lo Spirito Santo l’avete ricevuto praticando le opere della legge ovvero prestando ascolto alla [predicazione della] fede? 91 E poco dopo: Colui che vi dona lo Spirito e opera segni miracolosi in mezzo a voi, lo fa per le opere della legge o per l’ascolto prestato alla fede? 92 Non diversamente nel testo che stiamo trattando dice: Poiché siete figli di Dio, Dio ha riversato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, e questo Spirito grida: Abbà, Padre!
32. Andando avanti mostra in maniera chiarissima che tutto questo vale anche per coloro che erano passati alla fede provenendo dal paganesimo; a loro infatti è indirizzata la Lettera. Egli scrive: Pertanto non esiste più il servo ma il figlio, richiamandosi alla mente quanto detto sopra, e cioè: L’erede, finché è bambino, non differisce in nulla dal servo. E prosegue: Se poi è figlio, è anche erede per Dio; per un dono cioè della misericordia di Dio, non per le promesse fatte ai Patriarchi, dai quali il pagano non traeva origine secondo la carne come i giudei. Era tuttavia anch’egli figlio di Abramo, di cui imitava la fede, meritandone il dono dalla misericordia del Signore. Dice ancora: Ma allora non conoscevate Dio e adoravate quegli dèi che per natura non sono Dio. Appare con certezza che non sta scrivendo ai giudei ma ai pagani, ed è per questo che non dice:  » Abbiamo adorato « , ma: Adoravate. Se ne deduce con tutta probabilità che anche prima parlava dei gentili, quando affermava che erano sottoposti agli elementi del mondo e li servivano come tutori e amministratori 93. In effetti questi elementi per loro natura non sono certo delle divinità, né in cielo né in terra, dove [il pagano colloca] molti dèi e molti dominatori. Per noi al contrario non c’è che un unico Dio Padre, da cui derivano tutte le cose e noi siamo in lui, e unico è il Signore Gesù Cristo, ad opera del quale esistono tutte le cose e noi parimenti siamo per opera sua 94. Affermando che voi adoravate dèi che per natura non sono Dio mostra con efficacia che Dio per natura è il solo, vero Dio, e con questo nome si intende la Trinità da chiunque ha nel grembo del cuore integra e completamente sana la fede cattolica. Quanto agli altri che non sono dèi, antecedentemente li ha chiamati tutori e amministratori, perché non esiste nessuna creatura – e sono creature tanto gli esseri che rimasero nella verità, dando gloria a Dio, quanto quelli che non sono rimasti nella verità avendo cercato la gloria propria -, voglio dire che non c’è creatura la quale, volendo o nolendo, non sia al servizio della provvidenza divina; ma quanti con la volontà concordano con la provvidenza, compiono il bene; quanti invece non vogliono accordarsi con lei, in loro si compiono i decreti della giustizia. Se infatti gli angeli disertori insieme con il loro principe, il diavolo, non meritassero veramente il nome di tutori e amministratori incaricati dalla provvidenza divina, il Signore non avrebbe chiamato il diavolo  » principe di questo mondo « , né l’Apostolo, usando della sua autorità si sarebbe servito di lui per ottenere l’emendamento di certi individui. Dice infatti in un altro testo: Li ho consegnati a satana perché imparino a non bestemmiare 95; e altrove aggiunge: Per la loro salvezza. Scrive testualmente: Io di persona, assente col corpo ma presente nello spirito, ho giudicato come se fossi presente colui che ha agito in questo modo. Riuniti e voi e il mio spirito nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, con la potestà del Signore nostro Gesù Cristo, [ho decretato] di consegnare quel tale in potere di satana per la rovina del corpo e così lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù 96. Viene da pensare a un magistrato agli ordini del legittimo imperatore: egli non può fare se non quello che è a lui permesso. Ugualmente i tutori e gli amministratori di questo mondo non possono fare se non quello che consente loro il Signore. A lui infatti nulla è nascosto, come invece succede all’uomo; né c’è qualcosa dov’egli sia meno potente, per cui i tutori e gli amministratori, che stanno sotto la sua giurisdizione, possano compiere, nelle cose a loro sottoposte, secondo il potere di ciascuno, alcunché senza il permesso di Dio e a sua insaputa. Non s’imputa comunque a loro ciò che viene compiuto per loro mezzo secondo un piano di giustizia, ma l’intenzione con cui essi lo compiono. Dio infatti non ha tolto alla creatura ragionevole la libera volontà, pur avendo riservato a se stesso il potere di ordinare con giustizia anche gli ingiusti. È questo un argomento che in altri libri abbiamo trattato spesso 97, con più ampiezza e in maniera più esauriente. I pagani possono dunque aver adorato il sole, la luna, le stelle, il cielo, la terra e altre creature simili o magari gli stessi demoni. È certo però che in ogni caso essi si trovavano sotto il potere di tutori e di amministratori.
33. Le espressioni che seguono vengono purtroppo a complicare la questione, che ormai consideravamo più o meno risolta. In tutta la Lettera infatti l’Apostolo fa vedere che la fede dei Galati non era messa in pericolo da altri se non da alcuni provenienti dalla circoncisione, i quali volevano ricondurli all’osservanza delle pratiche carnali della legge, quasi che in esse stesse la salvezza. In questo passo invece, unico in tutta la Lettera, sembra rivolgersi a persone che volevano tornare alle superstizioni del paganesimo. Scrive infatti: Ora invece che conoscete Dio, anzi siete da Dio conosciuti, come fate a tornare agli elementi deboli e miseri, cui volete assoggettarvi di nuovo come facevate in passato? Siccome egli non si rivolge ai circoncisi ma ai pagani, come appare da tutta la Lettera, dicendo: Voi tornate non intende certo affermare che volevano tornare alla circoncisione, che mai si erano praticata, ma agli elementi deboli e miseri cui – dice – volete assoggettarvi di nuovo come in passato. L’espressione bisogna per forza intenderla come riferita ai pagani, ai quali prima aveva detto: Ma allora, non conoscendo Dio, adoravate dèi che per natura non sono dèi 98. Qual è dunque la servitù sotto la quale essi vogliono tornare? A quale servitù si riferiscono le parole: Come fate a ritornare agli elementi deboli e miseri, cui volete assoggettarvi di nuovo come in passato?
34. Potrebbe sembrare che simile interpretazione sia maggiormente rafforzata dal seguito del discorso, dove si dice: Osservate i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni. Temo di aver faticato inutilmente in mezzo a voi. È questo un errore molto diffuso tra i pagani, i quali nell’intraprendere delle attività o nel pronosticare gli eventi della vita o degli affari si attengono ai giorni, ai mesi, agli anni e alle stagioni segnati dagli astrologi e dai caldei. Tuttavia potrebbe anche non essere necessario prendere il testo come riferito ad errori del mondo pagano. Eviteremmo così la stranezza che Paolo si allontani improvvisamente e con leggerezza dal proseguire l’argomento che si era proposto e che sta sviluppando dall’inizio alla fine. Egli potrebbe continuare ancora la trattazione di quelle cose che in tutta la Lettera dimostra all’evidenza doversi evitare. In realtà anche i giudei osservavano servilmente i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni quando si attenevano in maniera carnale all’osservanza del sabato, dei noviluni, del mese dei nuovi frutti e di ogni settimo anno, che chiamano  » sabato dei sabati « . Tutte queste osservanze erano figura di realtà avvenire e, se rimasero anche dopo la venuta di Cristo, divennero come una superstizione per chi, ignorandone il senso che rivestivano, le osservava ritenendole apportatrici di salvezza. L’Apostolo insomma direbbe ai pagani: Cosa vi giova l’esservi liberati dalla schiavitù sotto la quale vi trovavate quando adoravate gli elementi del mondo se ad essi ora ritornate sedotti dai giudei? Costoro, non rendendosi conto del tempo della libertà che hanno conseguita, oltre alle opere della legge che valutano in maniera carnale sono per di più asserviti a prescrizioni d’ordine temporale come in passato lo eravate voi. Ma voi perché volete tornare all’antica schiavitù e osservare come loro i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni, di cui foste schiavi prima di credere in Cristo? È noto infatti che l’andare del tempo è regolato dagli elementi di questo mondo, cioè dal cielo, dalla terra, dal moto e dall’ordine degli astri. Questi  » elementi del mondo  » li definisce  » deboli  » perché variano secondo un’apparenza inconsistente e instabile,  » miseri  » perché hanno bisogno della forma suprema e stabile impressa in loro dal Creatore, affinché siano così come sono.
35. Scelga il lettore l’interpretazione che preferisce, purché però si renda conto che osservare superstiziosamente questi elementi temporali comporta un così grave pericolo per l’anima che l’Apostolo si sente in dovere di aggiungere al nostro testo: Nei vostri riguardi ho come un timore di aver lavorato inutilmente in mezzo a voi. Sono parole che si leggono assai di frequente e alle quali si annette la massima autorità presso le Chiese del mondo intero; eppure le nostre assemblee sono piene di gente che si fa suggerire dagli astrologi i tempi per fare o non fare determinate cose. Questi tali non di rado arrivano al punto di venire da noi per darci suggerimenti affinché non iniziamo una costruzione o altre cose simili nei giorni che essi chiamano  » egizi « . In realtà non sanno, poverini, nemmeno dove posano i piedi, come si suol dire. Ma ammettiamo pure che il nostro testo si debba intendere delle osservanze a cui superstiziosamente si attengono i giudei. Quale speranza possono mai avere quei meschini che, volendo fregiarsi del nome di cristiani, regolano la loro vita disordinata sulla base dei  » lunari « ? Come non ricordare che anche a voler computare dai Libri divini, dati da Dio al popolo ebraico ancora carnale, le fasi del tempo, leggendo il testo alla maniera dei giudei l’Apostolo concluderebbe: Ho timore, riguardo a voi, d’aver lavorato inutilmente in mezzo a voi. Eppure se si scopre che uno, magari catecumeno, osserva il sabato secondo il rituale giudaico, si fa baccano nella comunità. Ecco invece che tantissimi fra i battezzati, con estrema audacia vengono a dirci in faccia: È il due del mese, quindi non mi metto in viaggio. A stento e solo a poco a poco riusciamo a proibire pratiche come queste, e lo facciamo sorridendo per non farli arrabbiare, ma anche pieni di timore che restino sorpresi quasi che si trattasse di novità. Guai a noi, peccatori, che ci spaventiamo solo delle cose inattese e inaspettate, e non del male a cui siamo abituati, sebbene proprio per lavarci da tali peccati il Figlio di Dio abbia versato il suo sangue! Anche se si tratta di colpe gravi che chiudono inesorabilmente contro chi le commette il regno di Dio, a forza di vederle frequentemente siamo spinti a lasciar correre e a forza di lasciar correre oggi e domani si crea, almeno per alcune di esse, come una necessità di commetterle. E magari non succeda, Signore, che le commettiamo tutte, quelle colpe che non siamo riusciti ad impedire!
36. Ma è tempo di esaminare il seguito del testo, ricordando che avevamo omesso le parole: Ora invece, conoscendo Dio, anzi essendo stati conosciuti da Dio. Non c’è dubbio, stando almeno alle apparenze, che in questo passo il fraseggiare dell’Apostolo voglia adeguarsi alla debolezza umana, per cui non solo nei libri del Vecchio Testamento la forma del parlare di Dio si abbassava, come pare, al livello del pensiero umano, che è terreno. Non ci deve pertanto stupire in alcun modo il fatto che lo scrivente corregga quanto detto prima, e cioè: Conoscendo Dio. È scontato infatti che, per tutto il tempo che camminiamo nella fede e non nella visione 99, noi non conosciamo perfettamente Dio ma dalla fede siamo purificati affinché a suo tempo conseguiamo la perfetta cognizione. Su quanto poi dice nella correzione stessa, e cioè: Anzi, essendo stati conosciuti da Dio, se la frase viene presa a rigore di termini si potrebbe immaginare che Dio, in certo qual modo, col tempo conosce delle cose che prima non conosceva. Ora l’espressione è da prendersi in senso traslato, e con  » occhio di Dio  » dobbiamo intendere l’amore di Dio, manifestato quando egli per gli empi mandò il suo unico Figlio e lo fece morire per loro. Non diversamente anche noi, di quelli che amiamo siamo soliti dire che li abbiamo dinanzi agli occhi. Pertanto le parole: Conoscendo Dio, anzi essendo stati conosciuti da Dio, equivalgono a quelle di Giovanni: Non che noi abbiamo amato Dio ma è stato Dio che ha amato noi 100.
37. Egli poi dice: Siate come me. È ovvio sottintendere: Come me che, essendo nato nel giudaismo, so ora discernere queste cose carnali con criterio spirituale e disprezzarle. Infatti anch’io sono come voi, cioè un uomo. Con ciò li induce, in maniera opportuna e delicata, a ricordarsi della sua carità, perché non abbiano a considerarlo un nemico. Dicendo infatti: Vi scongiuro, fratelli; in nulla mi avete danneggiato, è come se dicesse:  » Non crediate pertanto che io voglia danneggiarvi « . Ricordate infatti che in quei tempi vi predicai il Vangelo a motivo d’una infermità corporale, cioè perché ero sottoposto a persecuzione. Ma questa vostra tentazione che era consistente nella mia carne voi non la deprezzaste né rifuggiste. In realtà la persecuzione subita dall’Apostolo fu per loro una prova, non sapendo se abbandonarlo cedendo alla paura o accoglierlo animati da carità. Egli ne parla dicendo: Voi non avete disprezzato questa prova, ritenendola invece utile, né mi avete respinto, ricusando d’entrare in comunione con la mia prova. E continua: Ma mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù. Prosegue presentando con ammirazione il loro profitto spirituale in modo che, ripensando a tutto questo, non acconsentano a timori carnali. Dice: Che sorta di felicitazione fu dunque la vostra? Vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi per darli a me. Son dunque diventato vostro nemico per avervi predicato la verità? La risposta è certamente negativa. Ma qual era la verità da lui predicata se non quella di non farsi circoncidere? Per cui nota bene quel che aggiunge: Hanno per voi uno zelo per niente affatto buono, cioè: Vi odiano, coloro che da spirituali vogliono rendervi carnali. Tale il senso di Hanno per voi uno zelo niente affatto buono. E prosegue: Vogliono staccarvi perché abbiate zelo per loro. Vale a dire:  » perché li imitiate « . Dove « li imitiate « , se non nell’accollarvi il giogo della schiavitù come se lo sono accollato loro? E aggiunge: È bene essere zelanti nel bene sempre. Così li invita ad imitarlo, come indicano le parole che aggiunge: E non solo quando sono presente fra voi. Se infatti a lui presente volevano dare anche gli occhi, amandolo così evidentemente avrebbero fatto del tutto per imitarlo.
38. Per questo li chiama: Figliolini miei. Senza dubbio perché vogliano imitarlo come loro genitore. E continua: Che io partorisco ancora finché si formi in voi il Cristo. Usa questa espressione volendo impersonarsi con la madre Chiesa, come dice anche altrove: Sono diventato piccolo in mezzo a voi, come quando una nutrice alleva i suoi figli 101. Sul come Cristo si formi nel credente mediante la fede concepita nell’uomo interiore e di conseguenza è chiamato alla libertà della grazia, si noti che ciò avviene in colui che è mite ed umile di cuore né si gloria dei propri meriti, che non esistono, ma della grazia da cui trae origine ogni merito. Un uomo siffatto è chiamato il più piccolo dei suoi, cioè un altro se stesso, da colui che diceva: Ogni volta che avrete fatto questo a uno dei miei [fratelli] più piccoli l’avrete fatto a me 102. Cristo infatti si forma in colui che assume la conformità con Cristo, e questa conformità con Cristo l’assume chi aderisce a lui con amore spirituale. Dall’imitazione di Cristo deriva che il cristiano sia quello che è Cristo, per quanto gli consente la sua condizione. È quanto afferma Giovanni: Chi dice di dimorare in Cristo deve comportarsi come lui si è comportato 103. A questo riguardo va notato che i figli sono concepiti dalla madre e dopo concepiti vengono formati; quando poi sono formati arrivano al parto e nascono. Può quindi sorprendere che Paolo dica di partorirli una seconda volta finché il Cristo si formi in loro. Probabilmente dobbiamo intendere che con questo parto voglia designare le sofferenze e i dolori con cui li partorì una prima volta quando nacquero in Cristo e quelli con cui li partorisce di nuovo al presente, mentre li vede in mezzo ai pericoli di deviazione da cui sono sballottati. L’angustia di tali preoccupazioni per la quale dice di trovarsi in certo qual modo fra le doglie del parto potrà, evidentemente, durare finché [i fedeli] non abbiano raggiunto la dimensione della piena maturità di Cristo e non vengono agitati dal vento di ogni dottrina 104. Se quindi dice: Vi partorisco ancora una volta finché si formi in voi il Cristo, non lo dice riferendosi all’inizio della fede, a quando cioè essi nacquero, ma in relazione al suo irrobustirsi e al suo diventare perfetta. Questo parto è descritto da Paolo anche in un altro testo, là dove dice: Il mio combattimento quotidiano, la premura per tutte le Chiese. Chi è debole senza che diventi debole anch’io? Chi patisce uno scandalo senza che io ne arda? 105.
39. Soggiunge: Vorrei al presente trovarmi in mezzo a voi e cambiare il tono della mia voce poiché sono confuso nei vostri riguardi. Cosa dobbiamo intendere qui se non che, avendoli chiamati suoi figli, voleva risparmiare loro nella Lettera un rimprovero troppo severo per non sembrare importuno? Se infatti fossero stati trattati con eccessiva severità facilmente sarebbero stati indotti a odiarlo da quegli ingannatori ai quali in lontananza non si sarebbe potuto opporre. Dice: Vorrei al presente trovarmi in mezzo a voi e cambiare il tono della mia voce, cioè non considerarvi più come figli, perché sono confuso nei vostri riguardi. In effetti anche i genitori sogliono ripudiare i figli, quando sono cattivi, per non avere di che vergognarsi di loro.
40. Prosegue: Ditemi! Voi che volete essere sotto la legge: non avete sentito cosa dice la legge? E si diffonde a parlare dei due figli di Abramo. Le sue parole sono facili a capirsi, poiché egli stesso spiega l’allegoria. Notiamo che nel tempo a cui risale il richiamo ai due Testamenti Abramo aveva solo quei due figli, mentre quelli che ebbe dall’altra moglie dopo la morte di Sara non rientrano nel simbolismo. Sbagliano pertanto quei molti che, leggendo l’Apostolo ma ignorando il libro della Genesi, ritengono che Abramo ebbe soltanto quei due figli. In realtà se l’Apostolo menziona soltanto quei due è perché effettivamente quando si realizzava il simbolo esposto lì appresso Abramo aveva soltanto quei due; e colui che era nato dalla schiava, di nome Agar, raffigurava il Vecchio Testamento, cioè il popolo dell’Antico Testamento. Orbene questi Ebrei, assoggettati al giogo servile delle osservanze materiali, ripromettendosi da Dio solo benefici terreni, non sono stati ammessi nell’eredità spirituale del patrimonio celeste. Per raffigurare poi il popolo erede del Nuovo Testamento non basta il fatto che Isacco nascesse da colei che era donna libera; quel che più conta è che egli nacque secondo la promessa. In effetti egli sarebbe potuto nascere secondo la carne tanto dalla schiava quanto dalla donna libera, come ad esempio i figli che Abramo ebbe da Cetura, la donna che egli sposò più tardi e dalla quale generò figli non in virtù della promessa ma in maniera carnale 106. Isacco invece nacque miracolosamente in virtù della promessa, quando tutti e due i genitori erano vecchi. Prestando dunque ascolto alle parole dell’Apostolo risulta chiarissimo che con valore simbolico vanno presi solo quei due primi figli; ma in certo qual modo si potrebbe vedere un simbolo delle realtà future anche nei figli di Cetura. Non è infatti senza motivo che per disposizione dello Spirito Santo siano stati descritti avvenimenti anche sul conto di tali persone. Ciò ammesso, in quei figli si potrebbero vedere raffigurati, forse, gli eretici e gli scismatici. Essi infatti erano nati da una donna libera, come costoro dalla Chiesa, ma erano nati in modo carnale, non in virtù dello Spirito né in forza della promessa. Se così è, ne risulta che nemmeno costoro appartengono alla eredità, cioè alla Gerusalemme celeste, che la Scrittura chiama sterile per non aver generato figli sulla terra per lungo tempo. A costei si dà anche il nome di abbandonata, per il fatto che gli uomini, tutti presi da voglie terrene, avevano abbandonato la giustizia della vita celeste, mentre al contrario la Gerusalemme terrena aveva marito poiché era vincolata alla legge che aveva ricevuto. Nella stessa immagine Sara simboleggia la Gerusalemme celeste perché assai lungamente a motivo della sterilità che aveva constatata, il marito la privò del rapporto coniugale. Infatti uomini della levatura spirituale di Abramo non usavano della donna per soddisfare le proprie voglie libidinose ma per avere una continuità nei figli. Alla sterilità si era poi aggiunta la vecchiaia, affinché in un caso talmente disperato intervenisse Dio con la sua promessa, assegnando un gran merito a coloro che gli avevano prestato fede. Ecco dunque Abramo. Certo della promessa di Dio e animato dal proposito d’aver figli si unì con colei che ormai era avanzata negli anni e che nell’età più florida aveva tenuto lontana dal contatto maritale. Non per altri motivi infatti l’Apostolo descrive le vicende delle due donne come simbolo di quel che era stato detto dal profeta: Molti saranno i figli dell’abbandonata, più che non quelli di colei che ha marito. In realtà Sara morì prima del marito ma tra loro non ci fu mai alcun divorzio. Per quel motivo dunque Sara è detta abbandonata e l’altra colei che ha marito se non perché Abramo trasferì l’incarico di procreare figli dalla moglie Sara, che era sterile, alla schiava Agar, che era feconda? La qualcosa egli fece col consenso di Sara, che spontaneamente concesse al marito l’altra donna affinché da tale schiava avesse dei figli. Presso gli antichi infatti era norma di giustizia quella che lo stesso Apostolo ricorda ai Corinzi: La moglie non è padrona del suo corpo ma il marito, e parimenti il marito non è padrone del suo corpo ma la moglie 107. Ora il debito coniugale, come pure tanti altri, è basato sul dominio di quelle cose di cui si è debitori; e quando uno non commette frodi nel rispettare tale dominio vuol dire che è fedele ai diritti imposti dalla castità coniugale. Riguardo poi alla vecchiaia dei genitori d’Isacco, diciamo che ha valore figurativo nel senso che il popolo del Nuovo Testamento, sebbene sia nuovo, è tuttavia antica la sua predestinazione presso Dio, e così pure è antica la Gerusalemme celeste. A questo fa riferimento quel che afferma Giovanni nella Lettera ai Parti: Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto ciò che era fin dall’inizio 108. Riguardo poi agli uomini carnali esistenti nella Chiesa, dai quali derivano eresie e scismi, è vero che essi per nascere presero occasione dal Vangelo, ma l’errore d’indole carnale per cui furono concepiti e che seguitano a portarsi dietro ovviamente non è in relazione con la verità, che è antica. Per questo si dice che sono nati da una madre giovincella anche se da padre vecchio, comunque fuori della promessa; sebbene nell’Apocalisse lo stesso Signore appare col capo canuto 109, e non per altro motivo se non perché la verità è antica. Questi eresiarchi sono quindi nati sulla radice della verità, che è antica, ma in forza della menzogna, che è recente e temporale. Quanto a noi invece, l’Apostolo dichiara che siamo figli della promessa al modo di Isacco. E se Isacco fu perseguitato da Ismaele, ugualmente coloro che hanno iniziato a vivere secondo lo spirito hanno da subire persecuzioni da parte dei giudei carnali. Inutilmente però, poiché, a quanto dice la Scrittura, la schiava e il figlio di lei vengono scacciati e quest’ultimo non può diventare erede come il figlio della donna libera. E aggiunge: Ma noi, fratelli, non siamo figli della schiava ma della donna libera. Tale libertà occorreva in quel momento contrapporre col massimo vigore al giogo della schiavitù dal quale mediante le opere della legge erano oppressi coloro che tentavano d’attirare i fedeli a farsi circoncidere.
41. Dicendo: State dunque in piedi, lascia intendere che non erano ancora caduti; se no, più propriamente, avrebbe detto:  » Rialzatevi « . E continua: E non assoggettatevi di nuovo al giogo della schiavitù, dove per giogo al quale non vuole che si assoggettino non possiamo intendere altro se non il giogo della circoncisione con le conseguenti pratiche del giudaismo. Infatti prosegue dicendo: Ecco io, Paolo, vi dico: Se vi lasciate circoncidere Cristo non vi gioverà a nulla. Ma come dovremo intendere le parole: Non assoggettatevi di nuovo al giogo della schiavitù, se è vero che egli scrive a persone che mai erano state giudei? In effetti proprio questo egli si propone: che non accettino la circoncisione. Evidentemente qui si esplicita e conferma l’affermazione sulla quale più sopra abbiamo discusso. Non trovo infatti cosa possa ordinare ai gentili in questo passo all’infuori di sentirsi liberati, tramite la fede in Cristo, dalla precedente falsa religiosità che li teneva in schiavitù. Essi pertanto non avrebbero dovuto in alcun modo assoggettarsi al giogo delle osservanze carnali che vincolavano e rendevano schiavo il popolo ebraico, il quale, sebbene posto sotto la legge di Dio, era tuttavia un popolo carnale. Afferma [l’Apostolo] che, se si fossero lasciati circoncidere, Cristo non avrebbe arrecato loro alcun vantaggio: dove evidentemente parla della circoncisione come la intendevano i suoi avversari, i quali riponevano nella circoncisione corporale la speranza della salvezza. Non si può dire infatti che Cristo non abbia giovato in alcun modo a Timoteo, giovane cristiano che Paolo fece circoncidere. L’Apostolo agì in quel modo per [evitare] lo scandalo dei concittadini di lui 110: agì senza ombra di simulazione, ma con quell’indifferenza che lo portò a scrivere: La circoncisione non è nulla, come nulla è l’incirconcisione 111. In realtà, se uno non ritiene che la salvezza deriva dalla circoncisione, questa non reca alcun nocumento. In quest’ordine di idee vanno prese anche le parole successive: Al contrario ad ogni uomo che si circoncida – che cioè sia attaccato alla circoncisione considerandola fonte di salvezza – dichiaro che è obbligato ad osservare la legge tutta intera. Dice questo per spaventarli presentando loro la serie innumerabile di pratiche recensite fra le opere della legge che una volta circoncisi avrebbero dovuto osservare. Se un tal numero di norme non erano riusciti ad osservare né i giudei né i loro antenati, come dice Pietro negli Atti degli Apostoli 112, logicamente anche i cristiani si sarebbero rifiutati dall’accettare quei riti ai quali volevano sottoporli questi zelanti giudei.
42. Dice: Voi che volete essere giustificati attraverso la legge vi siete svuotati di Cristo. È questa la proscrizione di cui ha parlato sopra dicendo che Cristo era stato proscritto da loro 113. Svuotati in tal modo di Cristo, cioè essendosi Cristo dovuto allontanare da loro che pur erano un possedimento da lui occupato, in quel possedimento ridotto, per così dire, all’abbandono potevano di conseguenza essere introdotte le opere della legge. E siccome la cosa nuoceva non a Cristo ma ai Galati stessi, aggiunge: Siete decaduti dalla grazia. Per l’azione della grazia di Cristo infatti erano stati liberati dai debiti verso la legge coloro che si trovavano così indebitati; ma costoro, ingrati a tanto beneficio della grazia, preferivano il debito di osservare tutta intera la legge. La cosa non era ancora avvenuta ma, siccome la volontà aveva cominciato a vacillare, per questo in più luoghi l’Apostolo parla come se fosse già accaduta. Quanto a noi, al contrario, attendiamo – dice – dallo Spirito mediante la fede la giustizia che speriamo. Con queste parole fa vedere che rientrano nella fede in Cristo i beni che si attendono nell’ordine spirituale, non quelli che vengono desiderati dall’uomo carnale, com’erano le promesse che asservivano l’uomo del Vecchio Testamento. Di queste scrive in un altro passo: Noi non volgiamo lo sguardo alle cose che si vedono ma a quelle che non si vedono. Infatti le cose visibili sono temporanee, mentre quelle invisibili sono eterne 114. Continua la Lettera: In Cristo Gesù né la circoncisone né l’incirconcisione valgono alcunché; e con questo dimostra l’indifferenza dei due stati, e afferma che nulla è dannoso nella circoncisione se non riporre in essa la speranza della salvezza. Precisa che in Cristo non contano nulla né la circoncisione né l’incirconcisione ma soltanto la fede che opera mediante la carità. Ribadisce ancora una volta l’idea che sotto la legge opera la schiavitù con la forza del timore. E continua: Correvate bene. Chi vi ha procurato ostacoli che non obbedite più alla verità? È quanto già prima diceva: Chi vi ha ammaliato? 115 Al che soggiunge: Questa vostra persuasione non viene da colui che vi ha chiamati. Questa persuasione è carnale, mentre colui che vi ha chiamati vuol condurvi a libertà. Chiama loro persuasione la cosa che si tentava di far loro accettare; e siccome i predicatori venuti in Galazia per insinuare fra i Galati tali dottrine erano un esiguo numero rispetto alla moltitudine, li chiama fermento. Tuttavia era possibile che i credenti percepissero un tale fermento: nel qual caso (se cioè avessero accolto favorevolmente quei sobillatori considerandoli giusti e degni di fede), tutta la massa, cioè tutta la loro Chiesa, avrebbe fermentato, per così dire, corrompendosi e divenendo pasta di schiavi carnali. Poi soggiunge: Io nel Signore nutro fiducia che non la pensiate diversamente in nulla. Dalle quali parole si ricava in maniera palese che i Galati non s’erano ancora lasciati accalappiare da loro. Aggiunge poi: Chi vi causa turbamento, ne porterà la condanna, chiunque esso sia, e si riferisce a quel turbamento disordinato per il quale da uomini spirituali volevano farli diventare carnali. È qui sottinteso che certuni, volendo insinuare fra loro una siffatta schiavitù e notando com’essi erano trattenuti dall’autorità di Paolo, andavano dicendo che lo stesso Paolo era del medesimo avviso ma non osava manifestare a cuor leggero come sul serio la pensasse. Molto opportunamente egli reagisce dicendo: Ma, fratelli, se è vero che io continuo a predicare la circoncisione, com’è che sono ancora così perseguitato? In effetti a perseguitarlo c’erano anche di quelli che si agitavano per diffondere tali insinuazioni, sebbene all’apparenza sembrava che avessero accettato il Vangelo. A loro fa riferimento anche nel passo dove parla dei pericoli da parte di falsi fratelli 116 e, in questa stessa Lettera, sul principio là dove scrive: A motivo però di certi falsi fratelli insinuatisi, i quali si erano cacciati di soppiatto per controllare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù e ridurci di nuovo nello stato di schiavitù 117. In realtà se Paolo avesse predicato la circoncisione, avrebbero certo smesso di perseguitarlo. Comunque, da questi falsi predicatori non avevano nulla da temere coloro ai quali veniva annunziata la libertà cristiana; né [questi ultimi] dovevano in alcun modo pensare che l’Apostolo avesse paura di loro. A tal fine, in un testo precedente, per dimostrare che egli era pieno di fiducia nella sua libertà, volle lasciarvi impresso lo stesso suo nome, scrivendo: Ecco, io Paolo vi attesto che, se voi vi farete circoncidere, Cristo non vi arrecherà alcun profitto 118. È come se dicesse:  » Eccomi a voi! Imitatemi nel non avere paura o, se per caso questa paura l’avete, scaricatene il motivo sopra di me « . Quanto poi all’affermazione: Ecco dunque che viene vanificato lo scandalo della croce, è una ripetizione di quanto detto sopra: Se la giustizia deriva dalla legge Cristo è morto invano 119. Nel nostro caso però, parlando di scandalo, fa pensare al fatto che i giudei si scandalizzarono di Cristo, soprattutto perché, com’essi ben rimarcavano, egli spesse volte trasgrediva e non calcolava le osservanze carnali della legge, che essi invece ritenevano necessarie alla salvezza. Con queste sue parole dunque è come se dicesse: Cristo, che disprezzava tali cose, fu certamente crocifisso senza alcun risultato dai giudei scandalizzati, se le stesse cose vengono anche adesso accolte con favore da coloro per i quali egli fu crocifisso. Dopo ciò, con un gioco di parole quanto mai raffinato, aggiunge una benedizione che però ovviamente suona come un malaugurio. Dice: Magari si recidessero quelli che mettono scompiglio fra voi! Non solo si circoncidano, dice, ma si recidano! In tal modo diverrebbero eunuchi per il regno dei cieli 120 e smetterebbero di seminare dottrine carnali.
43. Dice: Voi, fratelli, siete stati chiamati alla libertà; i perturbatori viceversa volevano trascinarli nella schiavitù, staccandoli da ciò che era spirituale per cacciarli in ciò che era materiale. Da questo momento quindi l’Apostolo comincia a trattare delle opere legali di cui sopra ricordavo che ne avrebbe trattato alla fine della Lettera. Di tali opere nessuno dubita che appartengano anche al Nuovo Testamento, ma solo se compiute con altro fine, cioè quello con cui le debbono praticare gli uomini liberi. Ora questo fine è la carità che attraverso la pratica delle opere spera il premio eterno e se lo ripromette con l’ausilio della fede. Non quindi con la mentalità dei giudei, che adempivano tali leggi spinti da timore, e non dal timore casto che permane in eterno 121 ma dal timore che fa temere per la vita presente. Se pertanto riuscivano a praticare alcuni riti di valore figurativo, non riuscivano in alcun modo a mettere in pratica le norme concernenti la buona condotta. Queste le adempie solamente la carità. Così, se uno non commette omicidi per la paura d’essere ucciso lui stesso, non adempie il precetto della giustizia; lo adempie invece se si astiene dall’uccidere, pur potendolo fare impunemente, perché la cosa in se stessa è contraria alla giustizia, non soltanto presso gli uomini ma anche presso Dio. Come fece Davide quando ebbe nelle sue mani il re Saul. Lo avrebbe potuto uccidere impunemente, senza temere la vendetta degli uomini, dai quali era molto amato, né quella di Dio, il quale gli aveva detto che era in suo potere fare contro di lui tutto ciò che avrebbe voluto 122. Ma Davide, amando il prossimo come se stesso, risparmiò la vita a chi l’aveva perseguitato e l’avrebbe perseguitato ancora, preferendo che egli si ravvedesse anziché venisse ucciso. Così un uomo che viveva nel Vecchio Testamento ma non era del Vecchio Testamento. A lui non era stata rivelata e resa per fede la futura eredità di Cristo: dico cioè quella fede che, professata, dona la salvezza e sollecita l’imitazione. Per questo motivo nota ora l’Apostolo: Voi, fratelli, siete stati chiamati alla libertà; badate però a non fare di questa libertà un pretesto per la carne. Udita la parola  » libertà  » non pensate che vi sia consentito di peccare impunemente. E aggiunge: Ma in forza della carità siate al servizio gli uni degli altri. Chi infatti serve mosso da carità serve liberamente e senza meschinità e, obbedendo a Dio, fa con amore quel che gli viene suggerito, non con timore, quasi che vi fosse costretto.
44. Dice: Tutta la legge si compendia nell’unico precetto: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Parla di tutta la legge, in relazione alle opere riguardanti la buona condotta, poiché anche le altre, cioè quelle che rientrano nel campo della simbologia, comprese rettamente da uomini liberi e non in maniera carnale da persone schiave, si riferiscono necessariamente ai due grandi precetti dell’amore di Dio e del prossimo. Buona dunque l’interpretazione di chi fa rientrare nello stesso ambito anche le parole del Signore: Non sono venuto ad abolire la legge ma a darle compimento 123. Egli infatti avrebbe tolto il timore carnale, non solo ma avrebbe anche dato la carità, frutto dello Spirito, con cui soltanto può adempiersi la legge. Pienezza della legge è infatti la carità; e siccome è per la fede che si impetra lo Spirito Santo, ad opera del quale la carità si effonde nel cuore del giusto 124, nessuno mai potrà gloriarsi delle opere buone compiute antecedentemente alla grazia della fede. Per questa ragione l’Apostolo confuta quei tali che si vantavano dell’osservanza della legge, e mostra come le opere del Vecchio Testamento, che erano solo figura dei misteri avvenire, dopo la venuta del Signore non sono più necessarie – lo ha già dimostrato prima – a chi è libero ed erede. Quanto poi alle opere che concernono i buoni costumi, non possono compiersi dove manca la carità, nella quale la fede si rende operosa 125. Pertanto delle opere legali alcune, venuta la fede, sono superflue, mentre altre prima che venga la fede sono impossibili. Sia quindi consentito al giusto di conseguire la vita mediante la fede 126 e, rinvigorito dal lieve giogo di Cristo 127, butti pur via il giogo gravoso della schiavitù. Sottoposto al giogo soave della carità, badi solo a non uscire fuori dai confini della giustizia.
45. Si può ricercare il motivo per cui l’Apostolo nella presente Lettera faccia menzione del solo amore verso il prossimo, dicendo che con esso si adempie la legge, e come mai nella Lettera ai Romani, trattando lo stesso problema, possa affermare: Chi ama il prossimo adempie la legge. Infatti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare malamente e ogni altro precetto si riassume in questa parola: Ama il prossimo tuo come te stesso. L’amore al prossimo esclude ogni cattiveria; quindi pieno adempimento della legge è l’amore 128. Se pertanto l’amore non raggiunge la perfezione se non nel duplice precetto dell’amore di Dio e del prossimo, come fa l’Apostolo a menzionare, e nella nostra Lettera e in quest’altra, soltanto l’amore del prossimo? Non sarà forse perché gli uomini possono dire il falso riguardo all’amore di Dio, essendo più rare le prove da cui lo si dimostra, mentre riguardo all’amore del prossimo è più facile convincerli che ne sono privi ogniqualvolta si comportano da iniqui con il proprio simile? È pertanto nella logica delle cose che per amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente occorre amare anche il prossimo come se stessi, poiché tale è il precetto di colui che si vuol amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Inoltre, chi potrebbe amare come se stesso il prossimo, cioè tutti gli uomini, se non chi ama Dio, il quale insieme col precetto d’amare il prossimo ci dà anche il dono di attuarlo? Se dunque il rapporto fra i due comandamenti è tale che non si può realizzare l’uno senza l’altro, quando si tratta delle opere di giustizia è sufficiente, almeno in via ordinaria, dei due menzionarne uno solo e più opportunamente quello da cui con più facilità si ricava una prova convincente. Per questo motivo anche Giovanni dice: Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? 129 C’erano infatti alcuni che bugiardamente asserivano di avere l’amore di Dio, mentre di fatto non l’avevano, come risultava dall’odio che nutrivano verso i fratelli: quell’odio che, capitando nella vita e nei comportamenti di ogni giorno, è un criterio facile per formarsi un giudizio. E prosegue: Se vi mordete e sbranate a vicenda, badate a non consumarvi a vicenda. Per il vizio della litigiosità e dell’invidia si sviluppavano, più che per altri motivi, delle dispute perniciose in seno alla comunità. Parlavano male gli uni degli altri e ciascuno voleva affermare il suo prestigio e riportare insulse vittorie, non ricordando che con simili atteggiamenti ogni società umana, scissa in fazioni, si logora e finisce. Ora, come potranno evitare questi vizi se non camminando secondo lo Spirito e non attuando i desideri della carne? In realtà il dono primario e grande dello Spirito è l’umiltà e la mitezza del cuore. Ne fa fede l’esclamazione del Signore, che ho già riportata: Imparate da me, poiché io sono mite ed umile di cuore 130, e così pure quanto dice il profeta: Su chi si poserà il mio Spirito se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? 131
46. Continua: La carne ha desideri contrari a quelli dello spirito e lo spirito desideri contrari a quelli della carne. Sono infatti due princìpi in contrasto fra loro, sicché voi non fate quel che vorreste. Ritengono alcuni che in questo versetto l’Apostolo insegni che l’uomo non abbia il libero arbitrio della volontà. Non sanno capire come in queste parole egli tratti, invece, di coloro che rigettano la grazia della fede ricevuta, per la quale soltanto si riesce a camminare secondo lo spirito e a non attuare i desideri carnali. In effetti, se si ricusa di conservare una tale grazia, non è possibile praticare ciò che pur si vorrebbe. L’uomo vorrebbe, sì, compiere le opere della giustizia prescritte dalla legge, ma è vinto dalla concupiscenza della carne, seguendo la quale si allontana dalla grazia della fede. È quanto dice nella Lettera ai Romani: La sapienza della carne è nemica verso Dio: non è soggetta alla legge di Dio, anzi nemmeno lo potrebbe 132. Perfezione della legge è infatti la carità e a questa carità, che è spirituale, si oppone la sapienza della carne, che va alla ricerca dei vantaggi temporali. Come potrebbe dunque una tal sapienza essere soggetta alla legge di Dio? Come potrebbe, dico, praticare volonterosamente e docilmente la giustizia senza provare resistenze? Quand’anche facesse dei tentativi, viene necessariamente sopraffatta quando si accorge di poter con l’iniquità ricavare vantaggi temporali più grandi che non con la pratica della giustizia. C’è infatti una prima vita dell’uomo ed è quella che precede la legge. In essa non ci sono proibizioni per alcuna malvagità o azione cattiva, e l’uomo non oppone in alcun modo resistenza alle proprie voglie disordinate in quanto non c’è chi glielo proibisca. C’è poi una seconda vita dell’uomo, ed è quella sotto la legge e prima della grazia. In essa ci sono le proibizioni, e l’uomo tenta di astenersi dal peccato ma è vinto perché non ama ancora la giustizia per amore di Dio e della stessa giustizia ma, se la vuole, è per raggiungere beni terreni. Se pertanto da un lato vede la giustizia e dall’altro un qualche vantaggio temporale, viene attirato dal prepotere del desiderio terreno e abbandona la giustizia, che cercava di rispettare in vista di quel vantaggio che invece ora vede di dover perdere se vuol restare nella giustizia. C’è infine una terza condizione di vita, ed è quella sotto la grazia: nella quale nessun tornaconto materiale si antepone alla giustizia. Ciò non può ottenersi senza la carità spirituale, insegnata dal Signore col suo esempio e donata per sua grazia. In questo stato di vita, sebbene rimangano i desideri della carne derivanti dalla mortalità del corpo, essi tuttavia non riescono ad assoggettare l’anima perché consenta al peccato. In tal modo nel nostro corpo mortale non regna il peccato 133, anche se in esso, per il fatto di essere mortale, il peccato continua ancora ad abitare. C’è dunque per l’uomo in grazia un primo momento, in cui il peccato non regna in noi, ed è quando con l’anima siamo sotto la legge di Dio, sebbene con la carne siamo ancora sotto la legge del peccato 134; siamo cioè ancora schiavi di quella condizione penale da cui insorgono i desideri cattivi, che però noi non assecondiamo. Verrà poi un secondo momento quando ogni desiderio cattivo sarà estinto completamente. In realtà, se abita in noi lo Spirito di Gesù, colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali mediante lo Spirito che abita in noi 135. Al presente dunque è necessario che realizziamo la condizione di chi è sotto la grazia: che cioè attuiamo quel che vogliamo con lo spirito, anche se la cosa ci rimane impossibile a livello carnale. Non dobbiamo pertanto obbedire ai desideri del peccato prestandogli le nostre membra perché ne faccia armi di iniquità 136. Non possiamo, è vero, far sì che tali desideri non esistano, non essendo ancora in quella pace eterna dove tutto l’uomo raggiungerà la completa perfezione; cessiamo tuttavia di essere sotto la legge, dove l’anima è colpevolmente in potere della prevaricazione. Qui l’anima è resa schiava dalla concupiscenza carnale che la costringe a consentire al peccato, mentre noi siamo sotto la grazia, dove non c’è più alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù 137. La condanna infatti non è per chi combatte ma per chi si lascia vincere.
47. Procedendo dunque con perfetta logica può aggiungere: Se siete condotti dallo spirito, non siete più sotto la legge. Da ciò è dato comprendere che sono sotto la legge coloro il cui spirito ha, sì, desideri contrari alla carne ma non così forti da impedir loro di fare quel che non vorrebbero. Costoro non sono invincibilmente stabili nell’amore per la giustizia ma sono vinti dalla carne ribelle 138: carne che non soltanto contrasta con la legge dello spirito ma rende l’uomo schiavo della legge del peccato, che risiede nelle sue membra mortali 139. Chi infatti non è guidato dallo spirito è, conseguentemente, guidato dalla carne. Ora chi si lascia guidare dalla carne merita condanna, non chi involontariamente subisce la resistenza della carne. Dice pertanto: Se al contrario siete guidati dallo spirito, non siete più sotto la legge, nel senso che anche sopra non aveva detto:  » Camminate nello spirito e siate esenti dalle concupiscenze della carne « , ma: Non sarete portati a soddisfare 140. Infatti, l’essere del tutto esenti da tali brame non è più un combattere ma godere il premio della lotta sostenuta: premio che si consegue perseverando nella grazia fino alla vittoria. Allora soltanto infatti il corpo non dovrà più lottare contro le concupiscenze della carne quando, trasformato, avrà raggiunto la condizione dell’immortalità.
48. Incomincia ora ad elencare le opere della carne, per far comprendere che, se si consente ai desideri carnali e si compiono opere come queste, si è guidati non dallo spirito ma dalla carne. Dice: Le opere della carne sono note. Esse sono la fornicazione, l’impurità, l’idolatria, la magia, le inimicizie, le contese, le risse, le gelosie, le discordie, le eresie, le invidie, le ubriachezze, i bagordi e altre simili. Riguardo a queste opere vi ammonisco, come del resto vi ho già ammoniti, che chi le compie non possederà il regno di Dio. Compiono tali opere coloro che consentendo alle voglie della natura, fermamente risolvono di compierle, anche se di fatto a compierle non riescono. Viceversa è di coloro che, pur esperimentando tali moti istintivi, rimangono fermi nella carità, in essi preponderante, e non solo non abbandonano all’istinto le membra del corpo per compiere l’azione cattiva ma non gli prestano neppure il minimo consenso. Costoro non compiono le opere della carne, e pertanto potranno possedere il regno di Dio. Nel loro corpo mortale infatti non regna il peccato, che li assoggetta alle sue voglie, anche se esso vi abita in quanto il corpo è appunto mortale. In un corpo così fatto non è estinto l’impulso derivante dalla condizione naturale per cui nasciamo soggetti alla morte e nemmeno quello che ci deriva dal nostro stesso esistere, in quanto col peccare abbiamo noi stessi accresciuto il male derivante dalla nostra origine di peccato e di dannazione. Una cosa infatti è non peccare e un’altra non avere il peccato: non pecca colui sul quale il peccato non regna, cioè colui che non obbedisce ai desideri del peccato, mentre chi è totalmente esente da tali desideri non solo non pecca ma non ha più in sé il peccato. Questa mèta può essere raggiunta sotto molti aspetti anche in questa vita; nella sua completezza tuttavia dobbiamo attendercela con la speranza per dopo la resurrezione e la trasfigurazione della carne. Possono sconcertare le parole: Riguardo a tali opere vi ammonisco, come del resto vi ho ammoniti, che chi le compie non possederà il regno di Dio. Se infatti si va a cercare dove si trovi un tale ammonimento, ci si accorge che in questa Lettera non c’è. Può darsi quindi che ciò avesse detto quand’era fra loro di persona o, forse, aveva risaputo che anche ai Galati era giunta la Lettera da lui inviata ai Corinzi. In questa Lettera scrive: Non ingannatevi! Né i fornicatori né gli idolatri né gli adulteri né gli effeminati né i sodomiti né i ladri né gli avari né gli ubriaconi né i maldicenti né i rapinatori possederanno il regno di Dio 141.
49. Dopo aver enumerato le opere della carne, per le quali ci si chiude il regno di Dio, nella nostra Lettera Paolo aggiunge l’elenco delle opere dello Spirito, che egli chiama  » frutti  » dello Spirito. Dice: Frutto invece dello Spirito è la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la temperanza; e aggiunge: Riguardo ad opere di questo genere non esiste legge. Ci fa capire, con ciò, che sono sottoposti alla legge coloro nei quali non regnano queste virtù a differenza di coloro nei quali esse regnano e che usano della legge in modo rispondente alla legge stessa. Costoro non sentono la legge come un’imposizione coercitiva, in quanto la giustizia esercita in loro un’attrattiva più forte e preponderante. Così viene detto anche nella Lettera a Timoteo: Noi sappiamo che la legge è buona purché se ne faccia un uso legittimo. Devi dunque sapere che essa non è stata data per chi è giusto ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e per i peccatori, per gli scellerati e i profanatori, per i patricidi e i matricidi, per gli omicidi, i fornicatori, i sodomiti, i sequestratori, i mentitori, gli spergiuri e i rei d’ogni delitto contrastante con la sana dottrina 142. È sottinteso che per tutti costoro è data la legge. Quanto dunque ai frutti dello Spirito, essi regnano nell’uomo in cui non regna il peccato. Essendo buoni, essi regnano quando attirano talmente l’anima da sorreggerla nelle tentazioni impedendole di consentire rovinosamente al peccato. Se infatti un qualcosa ci attrae, in tale direzione necessariamente noi agiamo. Ecco, per esempio, presentarcisi una donna di seducente bellezza. Essa eccita in noi l’attrattiva a fornicare; ma, se ci attrae di più la bellezza interiore e l’incanto trasparente della castità, che è in noi per la grazia derivante dalla fede in Cristo, noi viviamo in castità e agiamo castamente. Non regnando in noi il peccato, che ci fa obbedire alle sue voglie, ma la giustizia, mediante la carità facciamo con profondo diletto le opere di giustizia che sappiamo essere accette a Dio. E quanto detto della castità e della lussuria intendo applicarlo a tutto il resto.
50. Non sorprenda il fatto che, elencando in questa Lettera le opere della carne, non le riduca allo stesso numero che nella Lettera ai Corinzi né segua lo stesso ordine. Così non è da stupirsi se i beni arrecati dallo Spirito, in confronto con i vizi della carne, siano meno di numero e non vengano tutti contrapposti direttamente come la castità e la lussuria, la purezza e l’impurità, per cui anche gli altri siano in netto contrasto fra loro. L’Apostolo non si proponeva infatti di insegnare il numero delle cose che elenca ma in qual maniera si debbano evitare i vizi e desiderare le virtù. Parlando di carne e di spirito intendeva insegnare la necessità di convertirsi dalla pena del peccato e dal peccato stesso alla grazia e santità che ci vengono dal Signore. In nessun modo deve succedere che noi, dimenticando la grazia che ci sostiene nel tempo – quella grazia che il Signore ci ha ottenuta con la sua morte – ci precludiamo l’arrivo all’eterna quiete, dove il Signore vive per noi. Né deve succedere che noi, non comprendendo la pena temporale – nella quale il Signore ha voluto sottometterci per la mortalità della carne -, incorriamo nella pena eterna, preparata per chi con irriducibile superbia si solleva contro il Signore. Ricordate le molteplici opere della carne, l’Apostolo soggiunge: E altre cose simili, per far vedere che non le voleva elencare tutte e determinarne il numero esatto, ma esporle con libertà di linguaggio. La stessa cosa fa con i frutti dello Spirito, parlando dei quali non dice:  » Riguardo a questi doni non c’è legge « , ma: Riguardo a cose di questo genere non esiste legge. Ciò vale cioè e per le opere elencate e per tutte le altre dello stesso genere.
51. A chi poi considera le cose con attenzione, l’opposizione tra le opere della carne e quelle dello Spirito presentata nella Lettera non apparirà né priva di ordine né confusa. Se c’è una qualche oscurità è perché le une, di numero inferiore, sono ad una ad una contrapposte alle altre un po’ più numerose. Ma dal fatto che a capo dei vizi della carne pone le fornicazioni, mentre a capo delle virtù dello spirito la carità, come potrà un esperto delle sacre Scritture non sentirsi richiamato a scrutare con maggior attenzione tutto il rimanente? Se infatti la fornicazione è un amore che sottraendosi alle leggi del matrimonio vagabonda al seguito di una sfrenata voglia libidinosa, chi mai in vista di una fecondità spirituale sarà così vincolato dalla legge quanto l’anima unita a Dio, al quale quanto più stabilmente aderisce tanto più è incorrotta? Ora questa adesione si ottiene mediante la carità. A buon diritto quindi alla fornicazione si contrappone la carità, che è la sola custode della castità. Quanto alle impurità, consistono tutte in quei vari turbamenti che l’anima concepisce dalla radice della fornicazione. Ad esse si oppone il godimento della pace. La massima fornicazione dell’anima è poi l’idolatria, a motivo della quale si accese in passato una guerra furibonda contro il Vangelo e i riconciliati con Dio, e di tal guerra le ultime fiamme, per quanto deboli, si riaccendono anche ai nostri giorni né durano poco. Con essa pertanto è in contrasto la pace, con la quale siamo riconciliati con Dio. Conservando la pace con Dio e con gli uomini, vengono guariti in noi anche i vizi della magia, delle inimicizie, delle contese, delle gelosie, delle risse e delle discordie. Perché finalmente si possano trattare con la giusta moderazione gli altri, fra cui viviamo, combattono la pazienza per sopportarli, la dolcezza per curarli, la bontà nel perdonarli. Quanto al resto, contro le eresie lotta la fede, contro l’odio la mansuetudine, contro le ubriachezze e i bagordi la continenza.
52. Non si deve pensare che siano la stessa cosa l’invidia e la gelosia, anche se sono difetti vicini fra loro. Per questa vicinanza capita spesso di prendere l’uno invece dell’altro: si prende per invidia la gelosia e per gelosia l’invidia. Siccome però nella nostra Lettera viene assegnato un posto diverso all’una e all’altra, si esige da noi una distinzione. In effetti la gelosia consiste in quella tristezza interiore che si ha quando uno riesce ad ottenere una cosa che due o più bramavano ma che non può ottenersi se non da uno solo. Medicina che guarisce questo vizio è la pace, per la quale, se desideriamo cose che possono essere raggiunte da tutti coloro che le desiderano, spinge questo stesso desiderio a formare l’unità. L’invidia è, viceversa, quella tristezza interiore che proviamo vedendo un immeritevole raggiungere una mèta, anche se da noi non desiderata. A guarire questo vizio c’è la mitezza, per la quale ci si rimette al giudizio di Dio e non si oppone resistenza alla sua volontà. Si ama quindi pensare all’accaduto come a un bene per l’altro e non a quanto egli, a nostro avviso, ne fosse indegno.
53. Coloro poi che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso – dice proseguendo – la propria carne con le sue passioni e concupiscenze. E come l’hanno crocifissa se non mediante il timore casto, che dura in eterno 143, con cui cerchiamo di non offendere colui che amiamo con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutta la mente? Non si identificano infatti il timore con cui l’adultera teme di essere controllata dal marito e il timore con cui la moglie casta teme d’essere abbandonata dal marito. Alla prima è gravosa la presenza del marito, alla seconda l’assenza. Pertanto il primo timore è segno e frutto di corruzione, e vorrebbe che il mondo presente non passasse mai; il secondo timore è casto e dura per l’eternità. Con questo timore desidera essere crocifisso il profeta quando dice: Trafiggi con chiodi le mie carni mediante il tuo timore 144. E questa è la croce di cui dice il Signore: Prendi la tua croce e seguimi 145.
54. Dice ancora: Se viviamo dello spirito, camminiamo anche secondo lo spirito. È scontato che il nostro vivere è in conformità con ciò che seguiamo e così pure che noi seguiamo quel che amiamo. Se pertanto sono in contrasto i due princìpi, la giustizia con i suoi precetti e la carne con i suoi vizi, qualora noi volessimo amarli tutti e due, in pratica seguiremo quello che amiamo di più. Se li amiamo entrambi in uguale misura, non ne seguiremo nessuno ma o per timore e contro voglia saremo trascinati nell’una delle due parti, ovvero, se è pari anche il timore, resteremo necessariamente nel mezzo del pericolo, sbattuti qua e là dall’alternarsi dell’onda del piacere e del timore. Abbia quindi la vittoria nei nostri cuori la pace di Cristo! 146 Si leveranno allora preghiere e gemiti, e la destra della misericordia di Dio, chiamata in soccorso, non mancherà di accettare il sacrificio del cuore contrito, anzi susciterà in esso, più forte, la divina carità in vista del pericolo da cui si è stati liberati. Ora i giudaizzanti erano in errore poiché non potevano negare di dover seguire lo Spirito Santo, assertore di libertà e guida alla libertà, mentre senza accorgersene, ad opera della carne erano rivolti alle opere servili e tentavano di camminare in senso contrario. Per questo non dice: « Se viviamo dello spirito, seguiamo lo spirito « , ma: Camminiamo secondo lo spirito. Essi infatti riconoscevano che è necessario servire lo Spirito Santo ma poi volevano seguirlo non con lo spirito ma con la carne, non accogliendo spiritualmente la grazia di Dio ma riponendo la speranza della salvezza nella circoncisione corporale e in altre pratiche somiglianti.
55. Prosegue: Non siamo vanagloriosi, invidiandoci e provocandoci a vicenda. Successione veramente magnifica, direi anzi, divina! Prima li ha equipaggiati contro coloro che volevano sedurli e renderli schiavi della legge; ora li mette in guardia da un altro pericolo. Una volta che sono stati ben premuniti e hanno deciso di rispondere alle calunnie degli uomini carnali, essi non debbono mettersi a litigare fra loro e, liberi ormai dalla legge con i suoi gravami, non debbono rendersi schiavi di insulse cupidigie per una ricerca smodata di vanagloria.
56. In nessun’altra occasione si palesa che un uomo è diventato spirituale quanto nell’intervenire sul peccato del prossimo, quando cioè si sa mirare più alla sua liberazione che non alle ingiurie, più all’aiuto da arrecargli che non alle insolenze; e a tal fine si prendono tutte le iniziative che ci sono consentite. Ecco le parole dell’Apostolo: Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che siete spirituali, riprendete una tale persona. Non si deve tuttavia pensare che sia buono l’intervento quando lo si fa sgarbatamente sconvolgendo il colpevole e irridendo al suo peccato o quando per superbia lo si aborrisce ritenendolo inguaribile. Per questo aggiunge: In spirito di mansuetudine, badando a te stesso, affinché tu stesso non abbia ad essere tentato. Nulla infatti inclina talmente alla misericordia quanto il pensiero del proprio pericolo. A tal fine, mentre impone loro di non mancare al dovere della correzione fraterna, proibisce la smania delle contese. Non sono in realtà pochi gli uomini che, se scossi dal sonno, si mettono a litigare o, se viene loro imposto di evitare le liti, si mettono di nuovo a dormire. Riflettendo dunque sul comune pericolo, conservino in cuore la pace e la carità. Quanto poi al tono della voce, se cioè si debbano usare parole aspre o dolci, lo si deve regolare come richiede la salvezza di colui che si sta correggendo. È quanto dice l’Apostolo in un altro passo: Il servo del Signore non dev’essere litigioso ma mite con tutti, abile nell’insegnare, paziente 147. E perché nessuno ritenga che per essere tale egli debba omettere di correggere l’errore del prossimo, vedi cosa aggiunge: Riprendendo, dice, con moderazione chi nutre opinioni contrastanti 148. In che senso con moderazione? In che senso riprendendo? Non forse perché nel cuore conserviamo inalterata la dolcezza e con essa condiamo l’amaro della medicina usata nelle parole della correzione? Sono persuaso che non abbiano senso diverso le altre parole della stessa Lettera: Annunzia la parola, insisti opportunamente [e] inopportunamente. Rimprovera, esorta, redarguisci con pazienza e dottrina 149. L’intervento inopportuno si oppone evidentemente a quello opportuno, e non si dà medicina che rechi la guarigione se non usata nel modo opportuno. Esiste un modo diverso di suddividere la frase, e cioè leggere: Insisti opportunamente, e poi proseguire, con senso differente: Inopportunamente rimprovera, collegando poi a questa espressione tutto il resto: Esorta, redarguisci con grande pazienza e dottrina. Ne risulterebbe questo significato: Tu sarai ritenuto opportuno quando insisti per costruire; quando viceversa col rimprovero dovrai demolire, anche se sembrerai importuno non angustiarti se è a tal gente che sei importuno. In questa interpretazione i due termini che seguono si possono riferire separatamente ai due precedenti, e cioè: Esorta quando insisti opportunamente, rimprovera quando redarguisci inopportunamente. Poi vengono gli altri due, che concernono lo stesso tema ma vi si riferiscono con ordine inverso: Con grande pazienza, nel sopportare lo sdegno di coloro dei quali abbatti l’edificio; e con dottrina, quando incrementi l’alacrità di coloro che costruisci. Ci si può comunque attenere alla distinzione usuale, e cioè: Insisti opportunamente e, se in tal modo non ottieni il risultato, anche inopportunamente. In detta accezione il senso sarebbe questo: Tu non devi assolutamente farti sfuggire l’occasione favorevole e, se ti si dice di agire anche inopportunamente, lo devi intendere nel senso che sei importuno a colui che non ascolta di buon grado quanto dici contro di lui. Occorre però che la cosa a te si manifesti opportuna e che tu abbia in vista il motivo dell’amore e con animo mite, umile e fraterno ti proponga di curare la salute del tuo prossimo. Sono molti infatti coloro che, ripensando in un secondo momento alle cose udite e riconoscendo quanto fossero giuste, provano nel loro intimo rimorsi gravi e laceranti e, sebbene quando lasciarono il medico sembravano infuriati, col passare del tempo la parola udita penetra con tutto il suo vigore nel profondo della loro anima e ne sono guariti. Ora questo risultato non si otterrebbe certamente se, di fronte a uno che si trova in pericolo per avere le membra incancrenite, stessimo lì ad aspettare che accetti volentieri d’essere o bruciato o amputato. Un’attesa di questo genere non se la consentono nemmeno i medici del corpo, sebbene intervengano solo in vista di una ricompensa terrena. In effetti dove mai si troverà qualcuno che senza farsi legare riesca a sopportare il bisturi o le scottature praticate dal chirurgo, essendo raro, e molto, il caso di chi consenta soltanto a farsi legare? I più oppongono resistenza e gridano di preferire la morte anziché essere curati in quella maniera, tanto che [i medici] debbono legarli in tutte le membra lasciando libera, sì e no, solo la lingua. Nel fare ciò non seguono né la volontà propria né quella del malato riluttante, ma le esigenze dell’arte medica, e così, per quante siano le grida e le invettive del paziente, né si commuove la sensibilità né si ferma la mano del medico. Quanto invece ai ministri della medicina celeste, a volte mossi dalla trave dell’odio, vogliono scorgere la pagliuzza nell’occhio del fratello 150, ovvero giudicano più tollerabile assistere alla morte di chi pecca che non subire la parola di chi si indigna. Le quali cose non accadrebbero se, nel curare l’anima del fratello, avessimo uno spirito così fermo come lo sono le mani dei medici quando intervengono sulle membra altrui.
57. Ne segue che mai dobbiamo intervenire a correggere il peccato altrui senza avere prima esaminato la nostra coscienza, sottoponendola a severo controllo, e senza avere ottenuto dinanzi a Dio la chiara risposta che ciò facciamo mossi dall’amore. Senti invece che il tuo cuore è ferito dagli improperi, dalle minacce o anche dalle persecuzioni di colui che intendi correggere? Sebbene abbia la convinzione di poterlo guarire con il tuo intervento, non devi pronunziare parola finché non sia tu stesso guarito. Non deve succedere che, consentendo ai tuoi moti istintivi, tu finisca col fargli del male e presti la tua lingua al peccato 151 perché diventi arma di iniquità ricambiando il male col male e la maledizione con la maledizione 152. In effetti ogni parola che pronunzi col cuore ferito è scatto rabbioso di chi vuol punire, non benevolenza di chi vuol emendare. Ama e di’ quel che ti pare! Se penserai e intenderai essere uno che mediante la spada della parola di Dio vuol liberare l’uomo dall’assedio dei vizi, non saranno certo di maledizione le tue parole, anche se suonassero come una maledizione. Capita spesso, è vero, e potrebbe capitare anche a te che ti decida ad intervenire mosso da amore e che inizi il tuo intervento sempre con amore. Tuttavia, nel tradurre in atto l’iniziativa, di fronte alla resistenza [dell’altro] ecco che si inocula nel tuo interno qualcosa che ti distoglie dal proposito di colpire solo il vizio rendendoti anche nemico della persona. Dovrai in seguito lavare con le lacrime questa polvere, e il ricordo ti sarà molto più salutare della superbia che ci fa inorgoglire di fronte ai peccati del nostro simile per cui nell’atto stesso di correggerlo cadiamo in peccato. È infatti spontaneo che la stizza di chi ha peccato ci ecciti all’ira più che non la sua miseria alla misericordia.
58. Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo, ovviamente la legge della carità. Chi ama il prossimo infatti adempie la legge. Ora l’amore del prossimo era inculcato come il massimo dei precetti anche nel Vecchio Testamento 153 e di esso dice l’Apostolo, in un altro testo, che è il compimento di tutti i comandamenti della legge 154. Ne segue che anche la Scrittura data all’antico popolo eletto era una legge di Cristo, una legge che, non adempiuta in antico mediante il timore, dopo la venuta di Cristo si adempie mediante la carità 155. Pertanto la stessa Scrittura e lo stesso comandamento si chiamano Vecchio Testamento quando gravano su uomini schiavi, bramosi di beni terreni; si chiamano Nuovo Testamento quando sollevano in alto uomini liberi, ardenti d’amore per i beni eterni.
59. Dice continuando: Se uno crede d’essere qualcosa, mentre è un nulla, inganna se stesso. Non lo seducono coloro che lo elogiano ma è lui che inganna se stesso, perché, pur essendo egli più presente a sé di quanto non lo siano gli altri, preferisce andare a cercare se stesso negli altri anziché dentro di sé. Ma cosa dice l’Apostolo? Ciascuno esamini le sue opere e così troverà la gloria in se stesso e non negli altri. Dentro di sé – dice – cioè nella sua coscienza, e non nell’altro che lo loda. E prosegue: Ciascuno porterà il proprio peso. Ne consegue che i nostri panegiristi non alleggeriscono i pesi che gravano sulla nostra coscienza; e voglia il cielo che non li facciano aumentare! In effetti, per paura che contrariandoli vediamo diminuire le loro lodi, spesso trascuriamo di rimproverarli e con ciò di guarirli; a volte anzi ostentiamo vanitosamente le nostre risorse personali anziché dare esempio di pazienza. Per non parlare delle finzioni e menzogne che si dicono per cattivarsi il plauso della gente. E c’è forse cecità più grave di quella che per conseguire una stupidissima gloria induce l’uomo a correre dietro a menzogne umane, disprezzando Dio testimone dei cuori? Quasi che si possa stabilire un confronto fra l’errore di colui che ti crede buono e l’errore che commetti tu quando cerchi di piacere agli uomini per falsi beni e non ti accorgi che dispiaci a Dio per un vero male!
60. Quanto viene appresso lo ritengo facilissimo a comprendersi. È un precetto ormai invalso nell’uso quello che impone al catechizzato l’obbligo di fornire del necessario il predicatore della parola di Dio. Occorreva peraltro esortare alle opere buone somministrando il necessario al Cristo bisognoso in attesa di stare alla sua destra insieme con gli agnelli. L’amore fatto sbocciare in loro dalla fede doveva produrre più opere buone di quante non ne avesse prodotte il timore della legge. Una cosa di questo genere nessuno poteva comandarla con maggior credibilità che non l’apostolo Paolo, il quale, sostentandosi con il lavoro delle proprie mani, non voleva tali prestazioni 156. In forza d’un tale comportamento egli poteva mostrare a tutti con somma autorità che la sua esortazione mirava più all’utilità di chi faceva l’offerta che non di coloro ai quali essa veniva fatta.
61. Aggiunge: Non ingannatevi! Dio non si lascia prendere in giro. L’uomo mieterà quello che avrà seminato. Lo dice consapevole delle ingiurie in mezzo alle quali hanno da soffrire, da parte di uomini perversi, coloro che sono diventati saldi nella fede delle cose invisibili: ai quali, se è dato vedere la semina delle loro opere, non è dato vederne il raccolto. A loro infatti non è promesso come raccolto quello che si miete quaggiù, poiché chi è giusto per la fede ottiene la vita 157. E continua: Chi semina nella carne, dalla carne miete la corruzione, riferendosi a chi ama i piaceri più che non Dio. Semina infatti nella carne colui che in tutte le cose che fa, comprese le opere che potrebbero sembrare buone, agisce per ottenere un bene materiale. Al contrario, colui che semina nello spirito dallo spirito raccoglie la vita eterna. La semina nello spirito si ha quando, mossi dalla fede, serviamo la giustizia mediante la carità e non obbediamo ai desideri peccaminosi che insorgono dalla carne mortale. Il raccolto della vita eterna poi l’avremo quando, ultima nemica, sarà distrutta la morte e la nostra mortalità sarà assorbita dalla vita e il nostro corpo corruttibile sarà rivestito d’incorruttibilità. Al presente quindi siamo nel terzo stadio, cioè sotto la grazia. Esperimentando brame che provengono dal corpo animale, noi seminiamo nelle lacrime ma, siccome a tali brame noi resistiamo e non consentiamo, mieteremo nella gioia quando, trasformato anche il nostro corpo, da nessuna parte del nostro essere dovremo subire molestie o pericoli di tentazione. Nel seme infatti dobbiamo vedere incluso anche il nostro corpo animale, di cui dice l’Apostolo in un altro testo: Viene seminato un corpo animale e, in riferimento alla raccolta aggiunge: Risorgerà un corpo spirituale 158. A questa affermazione s’accorda quanto detto dal profeta: Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia 159. Al riguardo teniamo ben presente che seminare, cioè compiere un’opera buona, è più facile che perseverare in essa. Quando si lavora, ci consola il raccolto, ma a noi esso è promesso solo per la fine, e quindi occorre la perseveranza, come è detto: Chi persevererà sino alla fine sarà salvo 160, e come grida il profeta: Attendi il Signore e agisci da uomo forte; si rafforzi il tuo cuore e attendi il Signore 161. È quello che dice ora l’Apostolo: Non stanchiamoci di fare il bene e, se non ci saremo stancati, a suo tempo mieteremo. Finché dunque abbiamo tempo, facciamo del bene a tutti, specialmente ai congiunti per la fede. Chi pensiamo voglia indicare se non i cristiani? A tutti gli uomini infatti e con lo stesso amore si deve augurare la vita eterna ma non a tutti si possono prestare le stesse attenzioni e i servizi derivanti dall’amore.
62. L’Apostolo ha insegnato che le opere della legge, anche quelle necessarie per la salvezza e concernenti il retto vivere, possono praticarsi soltanto con la forza dell’amore, che deriva dalla fede, e non mediante il timore servile. Ora torna al punto di partenza di tutta la questione. Dice: Vedete con che sorta di lettere vi scrivo di proprio pugno. Li premunisce affinché nessuno, facendo passare come di Paolo qualche altra lettera, li inganni trovandoli sprovveduti. E continua: Coloro che amano vantarsi della carne vi costringono a praticarvi la circoncisione, ma questo è solo per non subire persecuzioni a motivo della croce di Cristo. In effetti, i giudei perseguitavano aspramente coloro che sembrava volessero abbandonare le pratiche tradizionali come la circoncisione. L’Apostolo però non li teme. Lo dimostra con chiarezza sottoscrivendo [la Lettera] di proprio pugno e a caratteri ben marcati. Se ne deduce che quanti costringevano i pagani a farsi circoncidere agivano ancora sotto la spinta del timore, come gente inclusa nel regime della legge. Infatti, pur facendosi circoncidere, costoro non osservano la legge. Egli chiama  » osservanza della legge  » il non uccidere, non commettere adulterio, non dire falsa testimonianza e tutti gli altri precetti riguardanti la buona condotta. I quali precetti – ha affermato antecedentemente – non possono adempiersi se non mediante la carità e la speranza dei beni eterni, che si ottengono attraverso la fede. Qui dice: Vogliono farvi circoncidere per vantarsi della vostra carne. Essi non solo non vogliono essere perseguitati dai giudei, che in nessuna maniera tolleravano che la legge fosse aperta anche ai pagani, ma intendono farsi belli dinanzi a loro conquistando numerosi proseliti. I giudei infatti, per conquistare un solo proselita, percorrono la terra e il mare, come aveva detto il Signore 162. Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per il quale il mondo è a me crocifisso e io lo sono per il mondo. Dice: Il mondo è a me crocifisso, cioè: Non mi tiene impegolato; e: Io lo sono per il mondo, cioè: Non consento che mi accalappi. In questa maniera il mondo non può nuocermi e io dal mondo non ho nulla da desiderare. Gloriandosi della croce di Cristo, il cristiano non intende piacere per motivi umani; né teme le persecuzioni dell’uomo carnale avendole affrontate per primo colui che si lasciò crocifiggere per dare l’esempio a quanti avrebbero calcato le sue orme.
63. Né la circoncisione conta alcunché né l’incirconcisione. Ribadisce sino alla fine la ben nota indifferenza delle cose, per cui nessuno avrebbe dovuto ritenere che egli aveva agito con simulazione nel far circoncidere Timoteo, né lo sarebbe stato il circoncidere qualsiasi altro, se gli si fosse presentata analoga motivazione. In effetti non la circoncisione in se stessa reca danno ai credenti ma il riporre in simili pratiche la speranza della salvezza. Risulta anche dagli Atti degli Apostoli che i giudaizzanti volevano inculcare la circoncisione proprio nel senso che i pagani passati alla fede, senza le pratiche legali non si sarebbero potuti salvare 163. Ora l’Apostolo rigetta come perniciosa non l’opera in sé ma la falsità di questa dottrina, e dice: Né la circoncisione conta alcunché né l’incirconcisione ma la nuova creatura. Chiama nuova creatura la vita nuova ottenuta per la fede in Gesù Cristo. Nota la parola creatura e come difficilmente si trovino chiamati con tal nome quelli stessi che credendo avevano ottenuto l’adozione a figli. Tuttavia in un altro passo dice [l’Apostolo]: Se c’è dunque una nuova creatura in Cristo, le cose di prima sono passate. Ecco, tutte le cose sono state rinnovate. E tutto questo proviene da Dio 164. In un testo precedente aveva detto: La stessa creatura sarà liberata dalla schiavitù della morte, e un po’ dopo: Né soltanto lei ma anche noi stessi, che possediamo le primizie dello Spirito 165. Qui non pone i credenti sotto il nome di  » creatura « . Alla stessa maniera talvolta li chiama  » uomini « , talaltra  » non uomini « . In un passo della Lettera ai Corinzi li rimprovera perché sono ancora uomini dicendo: Non siete forse ancora uomini e non vi comportate forse alla maniera umana? 166 Allo stesso modo parla del Signore risorto. In qualche testo, come all’inizio di questa Lettera, lo chiama  » non uomo « , dicendo: Non dagli uomini né ad opera dell’uomo, ma da Gesù Cristo 167, mentre altrove lo definisce  » uomo « , come nel passo: Infatti uno è Dio e uno il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù 168. Quanti poi – continua – avranno rispettato questa norma, saranno su di loro la pace e la misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. Saranno, cioè, su tutti coloro che nella verità si preparano alla visione di Dio, non su coloro che, pur chiamandosi Israeliti, gravati da cecità carnale rifiutano di vedere Dio e, respingendo la sua grazia, si contentano di restare asserviti alle realtà temporali.
64. Continuando dice: D’ora in poi nessuno mi infastidisca! Non vuole che alcuno con turbolenze e contese venga a infastidirlo ancora su un problema trattato diffusamente nella Lettera ai Romani e in questa Lettera stessa. Io porto nel mio corpo le stigmate del Signore Gesù Cristo. Vuol dire: Io ho nella mia carne altre lotte e ostilità, che si accaniscono contro di me nelle varie persecuzioni che subisco. Si chiamano stigmate le impronte che rimangono sul servo che ha subito castighi, come quando, ad esempio, un servo per una mancanza o colpa è stato messo in ceppi o è stato sottoposto a qualche altra punizione simile. Di lui si dice che ha le stigmate, e nel diritto alla manomissione è valutato di meno. L’Apostolo ama dire stigmate quasi fossero segni di pene a lui derivate dalle persecuzioni che subiva. Egli era ben convinto che tali sofferenze gli erano mandate per riparare la colpa della sua persecuzione, per avere cioè perseguitato la Chiesa di Cristo. Questo infatti aveva detto il Signore in persona ad Anania, che temeva Saulo persecutore dei cristiani. Io gli mostrerò – disse – tutte le cose che dovrà patire per il mio nome 169. In realtà avendo egli conseguito la remissione dei peccati per la quale era stato battezzato, tutte quelle sofferenze non miravano alla sua perdizione ma gli giovavano accrescendo la corona della vittoria.
65. La conclusione della Lettera è come una firma ben nota a tutti. Egli la usa anche in altre lettere. La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia col vostro spirito, fratelli. Amen!

Santa Monica

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LA VITA DI MONICA MADRE DI AGOSTINO – DAL LIBRO NONO : DA MILANO A OSTIA

http://www.augustinus.it/italiano/confessioni/index2.htm

LA VITA DI MONICA MADRE DI AGOSTINO

DAL LIBRO NONO : DA MILANO A OSTIA

A OSTIA, DURANTE IL RITORNO IN AFRICA

Educazione di Monica
8. 17. Tu, che fai abitare in una casa i cuori unanimi 84, associasti alla nostra comitiva anche Evodio, un giovane nativo del nostro stesso municipio. Agente nell’amministrazione imperiale, si era rivolto a te 85 prima di noi, aveva ricevuto il battesimo e quindi abbandonato il servizio del secolo per porsi al tuo. Stavamo sempre insieme e avevamo fatto il santo proposito di abitare insieme anche per l’avvenire. In cerca anzi di un luogo ove meglio operare servendoti, prendemmo congiuntamente la via del ritorno verso l’Africa. Senonché presso Ostia Tiberina mia madre morì. Tralascio molti avvenimenti per la molta fretta che mi pervade. Accogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti, che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna. Non discorrerò per questo di doni suoi, ma di doni tuoi a lei, che non si era fatta da sé sola, né da sé sola educata. Tu la creasti senza che neppure il padre e la madre sapessero quale figlia avrebbero avuto; e l’ammaestrò nel tuo timore 86 la verga del tuo Cristo 87, ossia la disciplina del tuo Unigenito, in una casa di credenti, membro sano della tua Chiesa. Più che le premure della madre per la sua educazione, ella soleva esaltare quelle di una fantesca decrepita, che aveva portato suo padre in fasce sul dorso, ove le fanciulle appena grandicelle usano portare i piccini. Questo precedente, insieme all’età avanzata e alla condotta irreprensibile, le avevano guadagnato non poco rispetto da parte dei padroni in quella casa cristiana. Quindi le fu affidata l’educazione delle figliuole dei padroni, cui attendeva diligentemente, energica nel punire all’occorrenza con ben ispirata severità e piena di buon senso nell’ammaestrare. Ad esempio, fuori delle ore in cui pasteggiavano a tavola, molto parcamente, con i genitori, non le lasciava bere nemmeno l’acqua, anche se fossero riarse dalla sete. Mirava così a prevenire una brutta abitudine e aggiungeva con saggia parola 88: « Ora bevete acqua, perché non disponete di vino; ma una volta sposate e divenute padrone di dispense e cantine, l’acqua vi parrà insipida, ma il vezzo di bere s’imporrà ». Con questo genere di precetti e con autorità di comando teneva a freno l’ingordigia di un’età ancora tenera e uniformava la stessa sete delle fanciulle alla regola della modestia, fino a rendere per loro nemmeno gradevole ciò che non era onorevole.

Monica corretta dal vizio di bere
8. 18. Tuttavia si era insinuato in mia madre, secondo che a me, suo figlio, la tua serva raccontava, si era insinuato il gusto del vino. Quando i genitori, che la credevano una fanciulla sobria, la mandavano ad attingere il vino secondo l’usanza, essa, affondato il boccale dall’apertura superiore della tina, prima di versare il liquido puro nel fiaschetto, ne sorbiva un poco a fior di labbra. Di più non riusciva senza provarne disgusto, poiché non vi era spinta minimamente dalla golosità del vino, bensì da una smania indefinibile, propria dell’età esuberante, che esplode in qualche gherminella e che solo la mano pesante degli anziani reprime di solito negli animi dei fanciulli. Così, aggiungendo ogni giorno un piccolo sorso al primo, come è vero che a trascurare le piccole cose si finisce col cadere 89, sprofondò in quel vezzo al punto che ormai tracannava avidamente coppette quasi colme di vino puro. Dov’era finita la sagace vecchierella, con i suoi energici divieti? Ma quale rimedio poteva darsi contro una malattia occulta, se non la vigile presenza su di noi della tua medicina, Signore? Assenti il padre, la madre, le nutrici, tu eri presente, il Creatore, che ci chiami, che pure attraverso le gerarchie umane operi qualche bene per la salute delle anime. In quel caso come operasti, Dio mio? donde traesti il rimedio, donde la salute? Non ricavasti da un’altra anima un duro e acuminato insulto, che come ferro guaritore uscito dalle tue riserve occulte troncò la cancrena con un colpo solo? L’ancella che accompagnava abitualmente mia madre alla tina, durante il litigio, come avviene, a tu per tu con la piccola padrona, le rinfacciò il suo vizio, chiamandola con l’epiteto davvero offensivo di beona. Fu per la fanciulla una frustata. Riconobbe l’orrore della propria consuetudine, la riprovò sull’istante e se ne spogliò. Come gli amici corrompono con le adulazioni, così i nemici per lo più correggono con le offese, e tu non li ripaghi dell’opera che compi per mezzo loro, ma dell’intenzione che ebbero per conto loro. La fantesca nella sua ira desiderò esasperare la piccola padrona, non guarirla, e agì mentre erano sole perché si trovavano sole dove e quando scoppiò il litigio, oppure perché non voleva rischiare di scapitarne anch’essa per aver tardato tanto a rivelare il fatto. Ma tu, Signore, reggitore di ogni cosa in cielo e in terra, che volgi ai tuoi fini le acque profonde del torrente, il torbido ma ordinato flusso dei secoli, mediante l’insania stessa di un’anima ne risanasti un’altra. La considerazione di questo episodio induca chiunque a non attribuire al proprio potere il ravvedimento provocato dalle sue parole in un estraneo che vuole far ravvedere.

Monica sposa paziente
9. 19. Mia madre fu dunque allevata nella modestia e nella sobrietà, sottomessa piuttosto da te ai genitori, che dai genitori a te. Giunta in età matura per le nozze 90, fu consegnata a un marito, che servì come un padrone 91. Si adoperò per guadagnarlo a te 92, parlandogli di te attraverso le virtù di cui la facevi bella e con cui le meritavi il suo affetto rispettoso e ammirato. Tollerò gli oltraggi al letto coniugale in modo tale, da non avere il minimo litigio per essi col marito. Aspettava la tua misericordia 93, che scendendo su di lui gli desse insieme alla fede la castità. Era del resto un uomo singolarmente affettuoso, ma altrettanto facile all’ira, e mia madre aveva imparato a non resistergli nei momenti di collera, non dico con atti, ma neppure a parole. Coglieva invece il momento adatto, quando lo vedeva ormai rabbonito e calmo, per rendergli conto del proprio comportamento, se per caso si era turbato piuttosto a sproposito. Molte altre signore, pur sposate a uomini più miti del suo, portavano segni di percosse che ne sfiguravano addirittura l’aspetto, e nelle conversazioni tra amiche deploravano il comportamento dei mariti. Essa deplorava invece la loro lingua, ammonendole seriamente con quella che sembrava una facezia: dal momento, diceva, in cui si erano sentite leggere il contratto matrimoniale, avrebbero dovuto considerarlo come la sanzione della propria servitù; il ricordo di tale condizione rendeva dunque inopportuna ogni alterigia nei confronti di chi era un padrone. Le amiche, non ignare di quanto fosse furioso il marito che sopportava, stupivano del fatto che mai si fosse udito o rilevato alcun indizio di percosse inflitte da Patrizio alla moglie, né di liti, che in casa li avessero divisi anche per un giorno solo. Richiesta da loro in confidenza di una spiegazione, illustrava il suo metodo, che ho riferito sopra; e chi l’applicava, dopo l’esperienza gliene era grata; chi non l’applicava, sotto il giogo era tormentata.

Rapporti cordiali fra Monica e la suocera
9. 20. La suocera sulle prime l’avversava per le insinuazioni di ancelle maligne. Ma conquistò anch’essa col rispetto e la perseveranza nella pazienza e nella dolcezza, cosicché la suocera stessa denunziò al figlio le lingue delle fantesche, che mettevano male fra lei e la nuora turbando la pace domestica, e ne chiese il castigo. Il figlio, sia per ubbidienza alla madre, sia per la tutela dell’ordine domestico, sia per la difesa della concordia fra parenti punì con le verghe le colpevoli denunziate quanto piacque alla denunziante; quest’ultima promise uguale ricompensa a qualunque altra le avesse parlato male della nuora per accaparrarsi il suo favore. Nessuna osò più farlo e le due donne vissero in una dolce amorevolezza degna di essere menzionata.

Sollecitudine di Monica per estinguere le inimicizie
9. 21. A così devota tua serva, nel cui seno mi creasti, Dio mio, misericordia mia 94, avevi fatto un altro grande dono. Tra due anime di ogni condizione, che fossero in urto e discordia, ella, se appena poteva, cercava di mettere pace. Delle molte invettive che udiva dall’una contro l’altra, quali di solito vomita l’inimicizia turgida e indigesta, allorché l’odio mal digerito si effonde negli acidi colloqui con un’amica presente sul conto di un’amica assente, non riferiva all’interessata se non quanto poteva servire a riconciliarle. Giudicherei questa una bontà da poco, se una triste esperienza non mi avesse mostrato turbe innumerevoli di persone, che per l’inesplicabile, orrendo contagio di un peccato molto diffuso riferiscono ai nemici adirati le parole dei nemici adirati, non solo, ma aggiungono anche parole che non furono pronunciate. Invece per un uomo davvero umano dovrebbe essere poca cosa, se si astiene dal suscitare e rinfocolare con discorsi maliziosi le inimicizie fra gli altri uomini, senza studiarsi, anche, di estinguerle con discorsi buoni. Mia madre faceva proprio questo, istruita da te, il maestro interiore, nella scuola del cuore.

Monica serva di tutti
9. 22. Finalmente ti guadagnò anche il marito 95, negli ultimi giorni ormai della sua vita temporale, e dopo la conversione non ebbe a lamentare da parte sua gli oltraggi, che prima della conversione ebbe a tollerare. Era, poi, la serva dei tuoi servi. Chiunque di loro la conosceva, trovava in lei motivo per lodarti, onorarti e amarti grandemente, avvertendo la tua presenza nel suo cuore dalla testimonianza dei frutti di una condotta santa 96. Era stata sposa di un solo uomo, aveva ripagato il suo debito ai genitori, aveva governato santamente la sua casa, aveva la testimonianza delle buone opere, aveva allevato i suoi figli 97 partorendoli tante volte 98, quante li vedeva allontanarsi da te. Infine, di tutti noi, Signore, poiché la tua munificenza permette di parlare ai tuoi servi; che, ricevuta la grazia del tuo battesimo, vivevamo già uniti in te prima del suo sonno, ebbe cura come se di tutti fosse stata la madre e ci servì come se di tutti fosse stata la figlia.

La contemplazione di Ostia
10. 23. All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi 99, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu 100, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo 101. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te 102, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta.
10. 24. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso 103, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile 104, ove pasci Israele 105 in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito 106, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa 107?
10. 25. Si diceva dunque: « Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: « Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece 108 Chi permane eternamente » 109; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube 110 o enigma 111 di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’ »entra nel gaudio del tuo Signore » 112? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati 113? ».
0. 26. Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai 114, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: « Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? ».

Malattia e morte di Monica
11. 27. Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: « Dov’ero? »; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: « Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre ». Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: « Vedi cosa dice », e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: « Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore ». Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire.
11. 28. Io, al pensiero dei doni che spargi, Dio invisibile 115, nei cuori dei tuoi fedeli, e che vi fanno nascere stupende messi, gioivo e a te rendevo grazie 116, ricordando ciò che sapevo, ossia quanto si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, che aveva provvista e preparata accanto al corpo del marito. La grande concordia in cui erano vissuti le faceva desiderare, tanto l’animo umano stenta a comprendere le realtà divine, anche quest’altra felicità, e che la gente ricordasse come dopo un soggiorno di là dal mare avesse ottenuto che una polvere congiunta coprisse la polvere di entrambi i congiunti. Quando però la piena della tua bontà 117 avesse eliminato dal suo cuore questi pensieri futili, io non sapevo; ma ero pervaso di gioia e ammirazione che mia madre mi fosse apparsa così. Invero anche durante la nostra conversazione presso la finestra, quando disse: « Ormai cosa faccio qui? », era apparso che non aveva il desiderio di morire in patria. Più tardi venni anche a sapere che già parlando un giorno in mia assenza, durante la nostra dimora in Ostia, ad alcuni amici miei con fiducia materna sullo spregio della vita terrena e il vantaggio della morte, di fronte al loro stupore per la virtù di una femmina, che l’aveva ricevuta da te, e alla loro domanda, se non l’impauriva l’idea di lasciare il corpo tanto lontano dalla sua città, esclamò: « Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi ». Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua vita, trentatreesimo della mia, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo.

Un trapasso non funesto
12. 29. Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. Il giovane Adeodato al momento dell’estremo respiro di lei era scoppiato in singhiozzi, poi, trattenuto da noi tutti, rimase zitto: allo stesso modo anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta della mente. Non ci sembrava davvero conveniente celebrare un funerale come quello fra lamenti, lacrime e gemiti. Così si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta 118 e ragioni sicure.

Sforzi di Agostino per reprimere le lacrime
12. 30. Ma cos’era dunque, che mi doleva dentro gravemente, se non la recente ferita, derivata dalla lacerazione improvvisa della nostra così dolce e cara consuetudine di vita comune? Mi confortavo della testimonianza che mi aveva dato proprio durante la sua ultima malattia, quando, inframezzando con una carezza i miei servigi, mi chiamava buono e mi ripeteva con grande effusione d’affetto di non aver mai udito una parola dura o offensiva al suo indirizzo scoccata dalla mia bocca; eppure, Dio mio, creatore nostro 119, come assomigliare, come paragonare il rispetto che avevo portato io per lei, alla servitù che aveva sopportato lei per me? Privata della grandissima consolazione che trovava in lei, la mia anima rimaneva ferita e la mia vita, stata tutt’una con la sua, rimaneva come lacerata.
12. 31. Soffocato dunque il pianto del fanciullo, Evodio prese il salterio e intonò un salmo. Gli rispondeva tutta la casa: « La tua misericordia e la tua giustizia ti canterò, Signore » 120. Alla nuova, poi, dell’accaduto, si diedero convegno molti fratelli e pie donne; e mentre gli incaricati si occupavano dei funerali secondo le usanze, io mi appartavo in un luogo conveniente con gli amici, che ritenevano di non dovermi abbandonare, e mi trattenevo con loro su temi adatti alla circostanza. Il balsamo della verità leniva un tormento che tu conoscevi, essi ignoravano. Mi ascoltavano attentamente e pensavano che non provassi dolore. Invece al tuo orecchio, ove nessuno di loro udiva, mi rimproveravo la debolezza del sentimento e trattenevo il fiotto dell’afflizione, che per qualche tempo si ritraeva davanti ai miei sforzi, ma per essere sospinto di nuovo dalla sua violenza. Non erompeva in lacrime né alterava i tratti del viso, ma sapevo ben io cosa tenevo compresso nel cuore. Il vivo disappunto, poi, che provavo di fronte al grande potere su me di questi avvenimenti umani, inevitabili nell’ordine naturale delle cose e nella condizione che abbiamo sortito, era un nuovo dolore, che mi addolorava per il mio dolore, cosicché mi consumavo d’una duplice tristezza.

Le esequie
12. 32. Alla sepoltura del suo corpo andai e tornai senza piangere. Nemmeno durante le preghiere che spandemmo innanzi a te mentre veniva offerto in suo suffragio il sacrificio del nostro riscatto, col cadavere già deposto vicino alla tomba, prima della sepoltura, come vuole l’usanza del luogo, ebbene, nemmeno durante quelle preghiere piansi. Ma per tutta la giornata sentii una profonda mestizia nel segreto del cuore e ti pregai come potevo, con la mente sconvolta, di guarire il mio dolore. Non mi esaudisti, per imprimere, credo, nella mia memoria almeno con quest’unica prova come sia forte il legame di qualsiasi abitudine anche per un’anima che già si nutre della parola non fallace. Pensai di andare a prendere anche un bagno, avendo sentito dire che i bagni furono così chiamati perché i greci dicono balanion, in quanto espelle l’affanno dall’animo. Ma ecco, confesso anche questo alla tua misericordia, Padre degli orfani 121: che dopo il bagno stavo come prima del bagno, poiché non avevo trasudato dal cuore l’amarezza dell’afflizione. In seguito dormii. Al risveglio notai che il dolore si era non poco mitigato. Solo, nel mio letto, mi vennero alla mente i versi così veri del tuo Ambrogio: tu sei proprio

Dio creatore di tutto,
reggitore del cielo,
che adorni il dì di luce,
e di sopor gradito
la notte, sì che il sonno
sciolga e ristori gli arti,
ricrei le menti stanche,
disperda ansie e dolori 122.

Lacrime per la madre
12. 33. Poi tornai insensibilmente ai miei pensieri antichi sulla tua ancella, al suo atteggiamento pio nei tuoi riguardi, santamente sollecito e discreto nei nostri. Privato di lei così, all’improvviso, mi prese il desiderio di piangere davanti ai tuoi occhi 123 su di lei e per lei, su di me e per me; lasciai libere le lacrime che trattenevo di scorrere a loro piacimento, stendendole sotto il mio cuore come un giaciglio, su cui trovò riposo. Perché ad ascoltarle c’eri tu, non un qualsiasi uomo, che avrebbe interpretato sdegnosamente il mio compianto. Ora, Signore, ti confesso tutto ciò su queste pagine. Chi vorrà le leggerà, e le interpreti come vorrà. Se troverà che ho peccato a piangere mia madre per piccola parte di un’ora, la mia madre frattanto morta ai miei occhi, che per tanti anni mi aveva pianto affinché vivessi ai tuoi, non mi derida. Piuttosto, se ha grande carità, pianga anch’egli per i miei peccati davanti a te, Padre di tutti i fratelli del tuo Cristo.

Speranza e fiducia nella misericordia di Dio
13. 34. Io per mio conto, ora che il cuore è guarito da quella ferita, ove si poteva condannare la presenza di un affetto carnale, spargo davanti a te, Dio nostro, per quella tua serva un ben altro genere di lacrime: sgorgano da uno spirito sconvolto dalla considerazione dei pericoli cui soggiace ogni anima morente in Adamo. Certo, vivificata in Cristo 124 prima ancora di essere sciolta dalla carne, mia madre visse procurando con la sua fede e i suoi costumi lodi al tuo nome; tuttavia non ardisco affermare che da quando la rigenerasti col battesimo 125, nemmeno una parola uscì dalla sua bocca contro il tuo precetto. Dalla Verità, da tuo Figlio 126, fu proclamato: « Se qualcuno avrà detto a suo fratello: « Sciocco », sarà soggetto al fuoco della geenna » 127; sventurata dunque la più lodevole delle vite umane, se la frughi accantonando la misericordia. Ma no, tu non frughi le nostre malefatte con rigore; perciò noi speriamo con fiducia di ottenere un posto accanto a te. Eppure chi aduna innanzi a te i suoi autentici meriti, che altro ti aduna, se non i tuoi doni? Oh, se gli uomini si conoscessero quali uomini, e chi si gloria, si gloriasse nel Signore 128!

Supplica a Dio per la madre pia
13. 35. Perciò, mio vanto 129 e mia vita, Dio del mio cuore 130, trascurando per un istante le sue buone opere, di cui a te rendo grazie con gioia 131, ora ti scongiuro per i peccati di mia madre. Esaudiscimi 132, in nome di Colui che è medico delle nostre ferite, che fu sospeso al legno della croce 133, e seduto alla tua destra intercede per noi 134 presso di te. So che fu misericordiosa in ogni suo atto, che rimise di cuore i debiti ai propri debitori: dunque rimetti anche tu a lei i propri debiti 135, se mai ne contrasse in tanti anni passati dopo ricevuta l’acqua risanatrice; rimettili, Signore, rimettili, t’imploro 136, non entrare in giudizio contro di lei 137. La misericordia trionfi sulla giustizia 138. Le tue parole sono veritiere, e tu hai promesso misericordia ai misericordiosi 139. Furono tali in grazia tua, e tu avrai misericordia di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso 140.
13. 36. Credo che tu abbia già fatto quanto ti chiedo. Pure, gradisci, Signore, la volontaria offerta della mia bocca 141. All’approssimarsi del giorno della sua liberazione 142, mia madre non si preoccupò che il suo corpo venisse composto in vesti suntuose o imbalsamato con aromi, non cercò un monumento eletto, non si curò di avere sepoltura in patria. Non furono queste le disposizioni che ci lasciò. Ci chiese soltanto di far menzione di lei davanti al tuo altare, cui aveva servito infallibilmente ogni giorno, conscia che di là si dispensa la vittima santa, grazie alla quale fu distrutto il documento che era contro di noi, e si trionfò sul nemico 143 che, per quanto conteggi i nostri delitti e cerchi accuse da opporci, nulla trova in Colui 144, nel quale siamo vittoriosi. A lui chi rifonderà il sangue innocente? chi gli ripagherà il prezzo con cui ci acquistò 145, per toglierci a lui? Al mistero di questo prezzo del nostro riscatto la tua ancella legò la propria anima col vincolo della fede. Nessuno la strappi alla tua protezione, non si frapponga tra voi né con la forza né con l’astuzia il leone e dragone 146. Ella non risponderà: « Nulla devo », per timore di essere confutata e assegnata a un inquisitore scaltro. Risponderà però che i suoi debiti le furono rimessi da Colui, cui nessuno potrà restituire quanto restituì per noi senza nulla dovere.

Richiesta di suffragi per i genitori
13. 37. Sia dunque in pace col suo uomo, prima del quale e dopo il quale non fu sposa d’altri 147; che servì offrendoti il frutto della sua pazienza 148 per guadagnare anche lui a te 149. Ispira, Signore mio e Dio mio 150, ispira i servi tuoi, i fratelli miei, i figli tuoi, i padroni miei, che servo col cuore e la voce e gli scritti, affinché quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita, non so come. Si ricordino con sentimento pietoso di coloro che in questa luce passeggera furono miei genitori, e miei fratelli sotto di te, nostro Padre, dentro la Chiesa cattolica, nostra madre, e miei concittadini nella Gerusalemme eterna, cui sospira il tuo popolo durante il suo pellegrinaggio dalla partenza al ritorno. Così l’estrema invocazione che mi rivolse mia madre sarà soddisfatta, con le orazioni di molti, più abbondantemente dalle mie confessioni che dalle mie orazioni.

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