SANT’AGOSTINO: ESPOSIZIONE DELLA LETTERA AI GALATI – DA 31 A 65

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SANT’AGOSTINO: ESPOSIZIONE DELLA LETTERA AI GALATI – DA 31 A 65

31. Al popolo ebraico congiunge adesso quel popolo che da bambino era stato schiavo sotto la cura di tutori e amministratori, era stato cioè servo degli elementi di questo mondo. Ora perché i pagani non pensassero di non essere figli non essendo stati sotto il pedagogo, dice: Poiché dunque siete figli, Dio ha immesso nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà, Padre! Pone due nomi affinché dal secondo sia interpretato il primo: infatti dicono la stessa cosa Abbà e Padre. Non è inutile, anzi è stilisticamente elegante, l’aver usato parole di due lingue diverse che significano la stessa cosa. Si allude con ciò alla universalità di quel popolo chiamato all’unica fede dal giudaismo e dalla gentilità; e pertanto la parola ebraica si riferisce ai giudei, quella greca ai pagani, mentre l’identico significato dei due termini denota l’unità nella stessa fede e nello stesso Spirito. Analogamente, nella Lettera ai Romani, là dove viene affrontato il problema affine della pace in Cristo fra giudei e pagani, scrive: Non avete ricevuto lo spirito della schiavitù per [ricadere] di nuovo nel timore, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione a figli, nel quale gridiamo: Abbà, Padre! 82 A buon diritto parte dalla presenza e dal dono dello Spirito Santo quando si propone di dimostrare ai pagani che appartengono all’eredità promessa. L’evangelizzazione dei gentili non ebbe luogo infatti se non dopo l’ascensione del Signore e la discesa dello Spirito Santo, mentre i giudei cominciarono ad abbracciare la fede quando il Figlio di Dio era ancora uomo mortale, come descrive il Vangelo. A quello stesso tempo risale, è vero, l’episodio della cananea, di cui il Signore loda la fede 83, e quello del centurione, del quale Cristo disse che non aveva trovato in Israele una fede pari alla sua 84; tuttavia, a parlare con proprietà è da dirsi che l’evangelizzazione dei giudei avvenne già in quel tempo, come si ricava con chiarezza dalle parole dello stesso nostro Signore quando, replicando alle suppliche della cananea, disse di non essere stato inviato se non alle pecore perdute della casa di Israele 85. Allo stesso modo, nell’inviare i discepoli, disse: Non allontanatevi per andare sulle strade dei gentili e non entrate nelle città dei Samaritani. In primo luogo andate dalle pecore perdute della casa d’Israele 86. Dei gentili viceversa parla il Signore come di  » un altro ovile « , quando afferma: Ho altre pecore che non sono di questo ovile, aggiungendo però che anche quelle avrebbe radunate perché uno fosse il gregge e uno il pastore 87. Questo però quando sarebbe accaduto se non dopo la sua glorificazione? E in effetti dopo la sua resurrezione mandò i discepoli anche nel mondo pagano, obbligandoli peraltro a restare per un certo tempo a Gerusalemme, finché non avessero ricevuto lo Spirito Santo da lui promesso 88. Similmente l’Apostolo. Prima aveva scritto: Dio mandò il suo Figlio, fatto da donna, nato sotto la legge, per redimere coloro che erano sotto la legge, e così noi ricevessimo l’adozione a figli 89. Gli restava da provare che la stessa adozione a figli si sarebbe estesa anche ai pagani, che non erano sotto la legge; e proprio questo insegna ora sottolineando che il dono dello Spirito Santo è stato concesso a tutti. Non diversamente si comportò Pietro con i giudei che avevano accettato la fede quando dinanzi a loro dovette difendersi per aver battezzato il centurione Cornelio senza averlo fatto circoncidere. Disse che non aveva potuto negare il battesimo di acqua a persone che davano segni evidenti d’aver ricevuto lo Spirito Santo 90. Allo stesso irrefutabile argomento è ricorso antecedentemente anche Paolo, quando ha detto: Questo solo voglio sapere da voi: Lo Spirito Santo l’avete ricevuto praticando le opere della legge ovvero prestando ascolto alla [predicazione della] fede? 91 E poco dopo: Colui che vi dona lo Spirito e opera segni miracolosi in mezzo a voi, lo fa per le opere della legge o per l’ascolto prestato alla fede? 92 Non diversamente nel testo che stiamo trattando dice: Poiché siete figli di Dio, Dio ha riversato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, e questo Spirito grida: Abbà, Padre!
32. Andando avanti mostra in maniera chiarissima che tutto questo vale anche per coloro che erano passati alla fede provenendo dal paganesimo; a loro infatti è indirizzata la Lettera. Egli scrive: Pertanto non esiste più il servo ma il figlio, richiamandosi alla mente quanto detto sopra, e cioè: L’erede, finché è bambino, non differisce in nulla dal servo. E prosegue: Se poi è figlio, è anche erede per Dio; per un dono cioè della misericordia di Dio, non per le promesse fatte ai Patriarchi, dai quali il pagano non traeva origine secondo la carne come i giudei. Era tuttavia anch’egli figlio di Abramo, di cui imitava la fede, meritandone il dono dalla misericordia del Signore. Dice ancora: Ma allora non conoscevate Dio e adoravate quegli dèi che per natura non sono Dio. Appare con certezza che non sta scrivendo ai giudei ma ai pagani, ed è per questo che non dice:  » Abbiamo adorato « , ma: Adoravate. Se ne deduce con tutta probabilità che anche prima parlava dei gentili, quando affermava che erano sottoposti agli elementi del mondo e li servivano come tutori e amministratori 93. In effetti questi elementi per loro natura non sono certo delle divinità, né in cielo né in terra, dove [il pagano colloca] molti dèi e molti dominatori. Per noi al contrario non c’è che un unico Dio Padre, da cui derivano tutte le cose e noi siamo in lui, e unico è il Signore Gesù Cristo, ad opera del quale esistono tutte le cose e noi parimenti siamo per opera sua 94. Affermando che voi adoravate dèi che per natura non sono Dio mostra con efficacia che Dio per natura è il solo, vero Dio, e con questo nome si intende la Trinità da chiunque ha nel grembo del cuore integra e completamente sana la fede cattolica. Quanto agli altri che non sono dèi, antecedentemente li ha chiamati tutori e amministratori, perché non esiste nessuna creatura – e sono creature tanto gli esseri che rimasero nella verità, dando gloria a Dio, quanto quelli che non sono rimasti nella verità avendo cercato la gloria propria -, voglio dire che non c’è creatura la quale, volendo o nolendo, non sia al servizio della provvidenza divina; ma quanti con la volontà concordano con la provvidenza, compiono il bene; quanti invece non vogliono accordarsi con lei, in loro si compiono i decreti della giustizia. Se infatti gli angeli disertori insieme con il loro principe, il diavolo, non meritassero veramente il nome di tutori e amministratori incaricati dalla provvidenza divina, il Signore non avrebbe chiamato il diavolo  » principe di questo mondo « , né l’Apostolo, usando della sua autorità si sarebbe servito di lui per ottenere l’emendamento di certi individui. Dice infatti in un altro testo: Li ho consegnati a satana perché imparino a non bestemmiare 95; e altrove aggiunge: Per la loro salvezza. Scrive testualmente: Io di persona, assente col corpo ma presente nello spirito, ho giudicato come se fossi presente colui che ha agito in questo modo. Riuniti e voi e il mio spirito nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, con la potestà del Signore nostro Gesù Cristo, [ho decretato] di consegnare quel tale in potere di satana per la rovina del corpo e così lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù 96. Viene da pensare a un magistrato agli ordini del legittimo imperatore: egli non può fare se non quello che è a lui permesso. Ugualmente i tutori e gli amministratori di questo mondo non possono fare se non quello che consente loro il Signore. A lui infatti nulla è nascosto, come invece succede all’uomo; né c’è qualcosa dov’egli sia meno potente, per cui i tutori e gli amministratori, che stanno sotto la sua giurisdizione, possano compiere, nelle cose a loro sottoposte, secondo il potere di ciascuno, alcunché senza il permesso di Dio e a sua insaputa. Non s’imputa comunque a loro ciò che viene compiuto per loro mezzo secondo un piano di giustizia, ma l’intenzione con cui essi lo compiono. Dio infatti non ha tolto alla creatura ragionevole la libera volontà, pur avendo riservato a se stesso il potere di ordinare con giustizia anche gli ingiusti. È questo un argomento che in altri libri abbiamo trattato spesso 97, con più ampiezza e in maniera più esauriente. I pagani possono dunque aver adorato il sole, la luna, le stelle, il cielo, la terra e altre creature simili o magari gli stessi demoni. È certo però che in ogni caso essi si trovavano sotto il potere di tutori e di amministratori.
33. Le espressioni che seguono vengono purtroppo a complicare la questione, che ormai consideravamo più o meno risolta. In tutta la Lettera infatti l’Apostolo fa vedere che la fede dei Galati non era messa in pericolo da altri se non da alcuni provenienti dalla circoncisione, i quali volevano ricondurli all’osservanza delle pratiche carnali della legge, quasi che in esse stesse la salvezza. In questo passo invece, unico in tutta la Lettera, sembra rivolgersi a persone che volevano tornare alle superstizioni del paganesimo. Scrive infatti: Ora invece che conoscete Dio, anzi siete da Dio conosciuti, come fate a tornare agli elementi deboli e miseri, cui volete assoggettarvi di nuovo come facevate in passato? Siccome egli non si rivolge ai circoncisi ma ai pagani, come appare da tutta la Lettera, dicendo: Voi tornate non intende certo affermare che volevano tornare alla circoncisione, che mai si erano praticata, ma agli elementi deboli e miseri cui – dice – volete assoggettarvi di nuovo come in passato. L’espressione bisogna per forza intenderla come riferita ai pagani, ai quali prima aveva detto: Ma allora, non conoscendo Dio, adoravate dèi che per natura non sono dèi 98. Qual è dunque la servitù sotto la quale essi vogliono tornare? A quale servitù si riferiscono le parole: Come fate a ritornare agli elementi deboli e miseri, cui volete assoggettarvi di nuovo come in passato?
34. Potrebbe sembrare che simile interpretazione sia maggiormente rafforzata dal seguito del discorso, dove si dice: Osservate i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni. Temo di aver faticato inutilmente in mezzo a voi. È questo un errore molto diffuso tra i pagani, i quali nell’intraprendere delle attività o nel pronosticare gli eventi della vita o degli affari si attengono ai giorni, ai mesi, agli anni e alle stagioni segnati dagli astrologi e dai caldei. Tuttavia potrebbe anche non essere necessario prendere il testo come riferito ad errori del mondo pagano. Eviteremmo così la stranezza che Paolo si allontani improvvisamente e con leggerezza dal proseguire l’argomento che si era proposto e che sta sviluppando dall’inizio alla fine. Egli potrebbe continuare ancora la trattazione di quelle cose che in tutta la Lettera dimostra all’evidenza doversi evitare. In realtà anche i giudei osservavano servilmente i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni quando si attenevano in maniera carnale all’osservanza del sabato, dei noviluni, del mese dei nuovi frutti e di ogni settimo anno, che chiamano  » sabato dei sabati « . Tutte queste osservanze erano figura di realtà avvenire e, se rimasero anche dopo la venuta di Cristo, divennero come una superstizione per chi, ignorandone il senso che rivestivano, le osservava ritenendole apportatrici di salvezza. L’Apostolo insomma direbbe ai pagani: Cosa vi giova l’esservi liberati dalla schiavitù sotto la quale vi trovavate quando adoravate gli elementi del mondo se ad essi ora ritornate sedotti dai giudei? Costoro, non rendendosi conto del tempo della libertà che hanno conseguita, oltre alle opere della legge che valutano in maniera carnale sono per di più asserviti a prescrizioni d’ordine temporale come in passato lo eravate voi. Ma voi perché volete tornare all’antica schiavitù e osservare come loro i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni, di cui foste schiavi prima di credere in Cristo? È noto infatti che l’andare del tempo è regolato dagli elementi di questo mondo, cioè dal cielo, dalla terra, dal moto e dall’ordine degli astri. Questi  » elementi del mondo  » li definisce  » deboli  » perché variano secondo un’apparenza inconsistente e instabile,  » miseri  » perché hanno bisogno della forma suprema e stabile impressa in loro dal Creatore, affinché siano così come sono.
35. Scelga il lettore l’interpretazione che preferisce, purché però si renda conto che osservare superstiziosamente questi elementi temporali comporta un così grave pericolo per l’anima che l’Apostolo si sente in dovere di aggiungere al nostro testo: Nei vostri riguardi ho come un timore di aver lavorato inutilmente in mezzo a voi. Sono parole che si leggono assai di frequente e alle quali si annette la massima autorità presso le Chiese del mondo intero; eppure le nostre assemblee sono piene di gente che si fa suggerire dagli astrologi i tempi per fare o non fare determinate cose. Questi tali non di rado arrivano al punto di venire da noi per darci suggerimenti affinché non iniziamo una costruzione o altre cose simili nei giorni che essi chiamano  » egizi « . In realtà non sanno, poverini, nemmeno dove posano i piedi, come si suol dire. Ma ammettiamo pure che il nostro testo si debba intendere delle osservanze a cui superstiziosamente si attengono i giudei. Quale speranza possono mai avere quei meschini che, volendo fregiarsi del nome di cristiani, regolano la loro vita disordinata sulla base dei  » lunari « ? Come non ricordare che anche a voler computare dai Libri divini, dati da Dio al popolo ebraico ancora carnale, le fasi del tempo, leggendo il testo alla maniera dei giudei l’Apostolo concluderebbe: Ho timore, riguardo a voi, d’aver lavorato inutilmente in mezzo a voi. Eppure se si scopre che uno, magari catecumeno, osserva il sabato secondo il rituale giudaico, si fa baccano nella comunità. Ecco invece che tantissimi fra i battezzati, con estrema audacia vengono a dirci in faccia: È il due del mese, quindi non mi metto in viaggio. A stento e solo a poco a poco riusciamo a proibire pratiche come queste, e lo facciamo sorridendo per non farli arrabbiare, ma anche pieni di timore che restino sorpresi quasi che si trattasse di novità. Guai a noi, peccatori, che ci spaventiamo solo delle cose inattese e inaspettate, e non del male a cui siamo abituati, sebbene proprio per lavarci da tali peccati il Figlio di Dio abbia versato il suo sangue! Anche se si tratta di colpe gravi che chiudono inesorabilmente contro chi le commette il regno di Dio, a forza di vederle frequentemente siamo spinti a lasciar correre e a forza di lasciar correre oggi e domani si crea, almeno per alcune di esse, come una necessità di commetterle. E magari non succeda, Signore, che le commettiamo tutte, quelle colpe che non siamo riusciti ad impedire!
36. Ma è tempo di esaminare il seguito del testo, ricordando che avevamo omesso le parole: Ora invece, conoscendo Dio, anzi essendo stati conosciuti da Dio. Non c’è dubbio, stando almeno alle apparenze, che in questo passo il fraseggiare dell’Apostolo voglia adeguarsi alla debolezza umana, per cui non solo nei libri del Vecchio Testamento la forma del parlare di Dio si abbassava, come pare, al livello del pensiero umano, che è terreno. Non ci deve pertanto stupire in alcun modo il fatto che lo scrivente corregga quanto detto prima, e cioè: Conoscendo Dio. È scontato infatti che, per tutto il tempo che camminiamo nella fede e non nella visione 99, noi non conosciamo perfettamente Dio ma dalla fede siamo purificati affinché a suo tempo conseguiamo la perfetta cognizione. Su quanto poi dice nella correzione stessa, e cioè: Anzi, essendo stati conosciuti da Dio, se la frase viene presa a rigore di termini si potrebbe immaginare che Dio, in certo qual modo, col tempo conosce delle cose che prima non conosceva. Ora l’espressione è da prendersi in senso traslato, e con  » occhio di Dio  » dobbiamo intendere l’amore di Dio, manifestato quando egli per gli empi mandò il suo unico Figlio e lo fece morire per loro. Non diversamente anche noi, di quelli che amiamo siamo soliti dire che li abbiamo dinanzi agli occhi. Pertanto le parole: Conoscendo Dio, anzi essendo stati conosciuti da Dio, equivalgono a quelle di Giovanni: Non che noi abbiamo amato Dio ma è stato Dio che ha amato noi 100.
37. Egli poi dice: Siate come me. È ovvio sottintendere: Come me che, essendo nato nel giudaismo, so ora discernere queste cose carnali con criterio spirituale e disprezzarle. Infatti anch’io sono come voi, cioè un uomo. Con ciò li induce, in maniera opportuna e delicata, a ricordarsi della sua carità, perché non abbiano a considerarlo un nemico. Dicendo infatti: Vi scongiuro, fratelli; in nulla mi avete danneggiato, è come se dicesse:  » Non crediate pertanto che io voglia danneggiarvi « . Ricordate infatti che in quei tempi vi predicai il Vangelo a motivo d’una infermità corporale, cioè perché ero sottoposto a persecuzione. Ma questa vostra tentazione che era consistente nella mia carne voi non la deprezzaste né rifuggiste. In realtà la persecuzione subita dall’Apostolo fu per loro una prova, non sapendo se abbandonarlo cedendo alla paura o accoglierlo animati da carità. Egli ne parla dicendo: Voi non avete disprezzato questa prova, ritenendola invece utile, né mi avete respinto, ricusando d’entrare in comunione con la mia prova. E continua: Ma mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù. Prosegue presentando con ammirazione il loro profitto spirituale in modo che, ripensando a tutto questo, non acconsentano a timori carnali. Dice: Che sorta di felicitazione fu dunque la vostra? Vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi per darli a me. Son dunque diventato vostro nemico per avervi predicato la verità? La risposta è certamente negativa. Ma qual era la verità da lui predicata se non quella di non farsi circoncidere? Per cui nota bene quel che aggiunge: Hanno per voi uno zelo per niente affatto buono, cioè: Vi odiano, coloro che da spirituali vogliono rendervi carnali. Tale il senso di Hanno per voi uno zelo niente affatto buono. E prosegue: Vogliono staccarvi perché abbiate zelo per loro. Vale a dire:  » perché li imitiate « . Dove « li imitiate « , se non nell’accollarvi il giogo della schiavitù come se lo sono accollato loro? E aggiunge: È bene essere zelanti nel bene sempre. Così li invita ad imitarlo, come indicano le parole che aggiunge: E non solo quando sono presente fra voi. Se infatti a lui presente volevano dare anche gli occhi, amandolo così evidentemente avrebbero fatto del tutto per imitarlo.
38. Per questo li chiama: Figliolini miei. Senza dubbio perché vogliano imitarlo come loro genitore. E continua: Che io partorisco ancora finché si formi in voi il Cristo. Usa questa espressione volendo impersonarsi con la madre Chiesa, come dice anche altrove: Sono diventato piccolo in mezzo a voi, come quando una nutrice alleva i suoi figli 101. Sul come Cristo si formi nel credente mediante la fede concepita nell’uomo interiore e di conseguenza è chiamato alla libertà della grazia, si noti che ciò avviene in colui che è mite ed umile di cuore né si gloria dei propri meriti, che non esistono, ma della grazia da cui trae origine ogni merito. Un uomo siffatto è chiamato il più piccolo dei suoi, cioè un altro se stesso, da colui che diceva: Ogni volta che avrete fatto questo a uno dei miei [fratelli] più piccoli l’avrete fatto a me 102. Cristo infatti si forma in colui che assume la conformità con Cristo, e questa conformità con Cristo l’assume chi aderisce a lui con amore spirituale. Dall’imitazione di Cristo deriva che il cristiano sia quello che è Cristo, per quanto gli consente la sua condizione. È quanto afferma Giovanni: Chi dice di dimorare in Cristo deve comportarsi come lui si è comportato 103. A questo riguardo va notato che i figli sono concepiti dalla madre e dopo concepiti vengono formati; quando poi sono formati arrivano al parto e nascono. Può quindi sorprendere che Paolo dica di partorirli una seconda volta finché il Cristo si formi in loro. Probabilmente dobbiamo intendere che con questo parto voglia designare le sofferenze e i dolori con cui li partorì una prima volta quando nacquero in Cristo e quelli con cui li partorisce di nuovo al presente, mentre li vede in mezzo ai pericoli di deviazione da cui sono sballottati. L’angustia di tali preoccupazioni per la quale dice di trovarsi in certo qual modo fra le doglie del parto potrà, evidentemente, durare finché [i fedeli] non abbiano raggiunto la dimensione della piena maturità di Cristo e non vengono agitati dal vento di ogni dottrina 104. Se quindi dice: Vi partorisco ancora una volta finché si formi in voi il Cristo, non lo dice riferendosi all’inizio della fede, a quando cioè essi nacquero, ma in relazione al suo irrobustirsi e al suo diventare perfetta. Questo parto è descritto da Paolo anche in un altro testo, là dove dice: Il mio combattimento quotidiano, la premura per tutte le Chiese. Chi è debole senza che diventi debole anch’io? Chi patisce uno scandalo senza che io ne arda? 105.
39. Soggiunge: Vorrei al presente trovarmi in mezzo a voi e cambiare il tono della mia voce poiché sono confuso nei vostri riguardi. Cosa dobbiamo intendere qui se non che, avendoli chiamati suoi figli, voleva risparmiare loro nella Lettera un rimprovero troppo severo per non sembrare importuno? Se infatti fossero stati trattati con eccessiva severità facilmente sarebbero stati indotti a odiarlo da quegli ingannatori ai quali in lontananza non si sarebbe potuto opporre. Dice: Vorrei al presente trovarmi in mezzo a voi e cambiare il tono della mia voce, cioè non considerarvi più come figli, perché sono confuso nei vostri riguardi. In effetti anche i genitori sogliono ripudiare i figli, quando sono cattivi, per non avere di che vergognarsi di loro.
40. Prosegue: Ditemi! Voi che volete essere sotto la legge: non avete sentito cosa dice la legge? E si diffonde a parlare dei due figli di Abramo. Le sue parole sono facili a capirsi, poiché egli stesso spiega l’allegoria. Notiamo che nel tempo a cui risale il richiamo ai due Testamenti Abramo aveva solo quei due figli, mentre quelli che ebbe dall’altra moglie dopo la morte di Sara non rientrano nel simbolismo. Sbagliano pertanto quei molti che, leggendo l’Apostolo ma ignorando il libro della Genesi, ritengono che Abramo ebbe soltanto quei due figli. In realtà se l’Apostolo menziona soltanto quei due è perché effettivamente quando si realizzava il simbolo esposto lì appresso Abramo aveva soltanto quei due; e colui che era nato dalla schiava, di nome Agar, raffigurava il Vecchio Testamento, cioè il popolo dell’Antico Testamento. Orbene questi Ebrei, assoggettati al giogo servile delle osservanze materiali, ripromettendosi da Dio solo benefici terreni, non sono stati ammessi nell’eredità spirituale del patrimonio celeste. Per raffigurare poi il popolo erede del Nuovo Testamento non basta il fatto che Isacco nascesse da colei che era donna libera; quel che più conta è che egli nacque secondo la promessa. In effetti egli sarebbe potuto nascere secondo la carne tanto dalla schiava quanto dalla donna libera, come ad esempio i figli che Abramo ebbe da Cetura, la donna che egli sposò più tardi e dalla quale generò figli non in virtù della promessa ma in maniera carnale 106. Isacco invece nacque miracolosamente in virtù della promessa, quando tutti e due i genitori erano vecchi. Prestando dunque ascolto alle parole dell’Apostolo risulta chiarissimo che con valore simbolico vanno presi solo quei due primi figli; ma in certo qual modo si potrebbe vedere un simbolo delle realtà future anche nei figli di Cetura. Non è infatti senza motivo che per disposizione dello Spirito Santo siano stati descritti avvenimenti anche sul conto di tali persone. Ciò ammesso, in quei figli si potrebbero vedere raffigurati, forse, gli eretici e gli scismatici. Essi infatti erano nati da una donna libera, come costoro dalla Chiesa, ma erano nati in modo carnale, non in virtù dello Spirito né in forza della promessa. Se così è, ne risulta che nemmeno costoro appartengono alla eredità, cioè alla Gerusalemme celeste, che la Scrittura chiama sterile per non aver generato figli sulla terra per lungo tempo. A costei si dà anche il nome di abbandonata, per il fatto che gli uomini, tutti presi da voglie terrene, avevano abbandonato la giustizia della vita celeste, mentre al contrario la Gerusalemme terrena aveva marito poiché era vincolata alla legge che aveva ricevuto. Nella stessa immagine Sara simboleggia la Gerusalemme celeste perché assai lungamente a motivo della sterilità che aveva constatata, il marito la privò del rapporto coniugale. Infatti uomini della levatura spirituale di Abramo non usavano della donna per soddisfare le proprie voglie libidinose ma per avere una continuità nei figli. Alla sterilità si era poi aggiunta la vecchiaia, affinché in un caso talmente disperato intervenisse Dio con la sua promessa, assegnando un gran merito a coloro che gli avevano prestato fede. Ecco dunque Abramo. Certo della promessa di Dio e animato dal proposito d’aver figli si unì con colei che ormai era avanzata negli anni e che nell’età più florida aveva tenuto lontana dal contatto maritale. Non per altri motivi infatti l’Apostolo descrive le vicende delle due donne come simbolo di quel che era stato detto dal profeta: Molti saranno i figli dell’abbandonata, più che non quelli di colei che ha marito. In realtà Sara morì prima del marito ma tra loro non ci fu mai alcun divorzio. Per quel motivo dunque Sara è detta abbandonata e l’altra colei che ha marito se non perché Abramo trasferì l’incarico di procreare figli dalla moglie Sara, che era sterile, alla schiava Agar, che era feconda? La qualcosa egli fece col consenso di Sara, che spontaneamente concesse al marito l’altra donna affinché da tale schiava avesse dei figli. Presso gli antichi infatti era norma di giustizia quella che lo stesso Apostolo ricorda ai Corinzi: La moglie non è padrona del suo corpo ma il marito, e parimenti il marito non è padrone del suo corpo ma la moglie 107. Ora il debito coniugale, come pure tanti altri, è basato sul dominio di quelle cose di cui si è debitori; e quando uno non commette frodi nel rispettare tale dominio vuol dire che è fedele ai diritti imposti dalla castità coniugale. Riguardo poi alla vecchiaia dei genitori d’Isacco, diciamo che ha valore figurativo nel senso che il popolo del Nuovo Testamento, sebbene sia nuovo, è tuttavia antica la sua predestinazione presso Dio, e così pure è antica la Gerusalemme celeste. A questo fa riferimento quel che afferma Giovanni nella Lettera ai Parti: Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto ciò che era fin dall’inizio 108. Riguardo poi agli uomini carnali esistenti nella Chiesa, dai quali derivano eresie e scismi, è vero che essi per nascere presero occasione dal Vangelo, ma l’errore d’indole carnale per cui furono concepiti e che seguitano a portarsi dietro ovviamente non è in relazione con la verità, che è antica. Per questo si dice che sono nati da una madre giovincella anche se da padre vecchio, comunque fuori della promessa; sebbene nell’Apocalisse lo stesso Signore appare col capo canuto 109, e non per altro motivo se non perché la verità è antica. Questi eresiarchi sono quindi nati sulla radice della verità, che è antica, ma in forza della menzogna, che è recente e temporale. Quanto a noi invece, l’Apostolo dichiara che siamo figli della promessa al modo di Isacco. E se Isacco fu perseguitato da Ismaele, ugualmente coloro che hanno iniziato a vivere secondo lo spirito hanno da subire persecuzioni da parte dei giudei carnali. Inutilmente però, poiché, a quanto dice la Scrittura, la schiava e il figlio di lei vengono scacciati e quest’ultimo non può diventare erede come il figlio della donna libera. E aggiunge: Ma noi, fratelli, non siamo figli della schiava ma della donna libera. Tale libertà occorreva in quel momento contrapporre col massimo vigore al giogo della schiavitù dal quale mediante le opere della legge erano oppressi coloro che tentavano d’attirare i fedeli a farsi circoncidere.
41. Dicendo: State dunque in piedi, lascia intendere che non erano ancora caduti; se no, più propriamente, avrebbe detto:  » Rialzatevi « . E continua: E non assoggettatevi di nuovo al giogo della schiavitù, dove per giogo al quale non vuole che si assoggettino non possiamo intendere altro se non il giogo della circoncisione con le conseguenti pratiche del giudaismo. Infatti prosegue dicendo: Ecco io, Paolo, vi dico: Se vi lasciate circoncidere Cristo non vi gioverà a nulla. Ma come dovremo intendere le parole: Non assoggettatevi di nuovo al giogo della schiavitù, se è vero che egli scrive a persone che mai erano state giudei? In effetti proprio questo egli si propone: che non accettino la circoncisione. Evidentemente qui si esplicita e conferma l’affermazione sulla quale più sopra abbiamo discusso. Non trovo infatti cosa possa ordinare ai gentili in questo passo all’infuori di sentirsi liberati, tramite la fede in Cristo, dalla precedente falsa religiosità che li teneva in schiavitù. Essi pertanto non avrebbero dovuto in alcun modo assoggettarsi al giogo delle osservanze carnali che vincolavano e rendevano schiavo il popolo ebraico, il quale, sebbene posto sotto la legge di Dio, era tuttavia un popolo carnale. Afferma [l’Apostolo] che, se si fossero lasciati circoncidere, Cristo non avrebbe arrecato loro alcun vantaggio: dove evidentemente parla della circoncisione come la intendevano i suoi avversari, i quali riponevano nella circoncisione corporale la speranza della salvezza. Non si può dire infatti che Cristo non abbia giovato in alcun modo a Timoteo, giovane cristiano che Paolo fece circoncidere. L’Apostolo agì in quel modo per [evitare] lo scandalo dei concittadini di lui 110: agì senza ombra di simulazione, ma con quell’indifferenza che lo portò a scrivere: La circoncisione non è nulla, come nulla è l’incirconcisione 111. In realtà, se uno non ritiene che la salvezza deriva dalla circoncisione, questa non reca alcun nocumento. In quest’ordine di idee vanno prese anche le parole successive: Al contrario ad ogni uomo che si circoncida – che cioè sia attaccato alla circoncisione considerandola fonte di salvezza – dichiaro che è obbligato ad osservare la legge tutta intera. Dice questo per spaventarli presentando loro la serie innumerabile di pratiche recensite fra le opere della legge che una volta circoncisi avrebbero dovuto osservare. Se un tal numero di norme non erano riusciti ad osservare né i giudei né i loro antenati, come dice Pietro negli Atti degli Apostoli 112, logicamente anche i cristiani si sarebbero rifiutati dall’accettare quei riti ai quali volevano sottoporli questi zelanti giudei.
42. Dice: Voi che volete essere giustificati attraverso la legge vi siete svuotati di Cristo. È questa la proscrizione di cui ha parlato sopra dicendo che Cristo era stato proscritto da loro 113. Svuotati in tal modo di Cristo, cioè essendosi Cristo dovuto allontanare da loro che pur erano un possedimento da lui occupato, in quel possedimento ridotto, per così dire, all’abbandono potevano di conseguenza essere introdotte le opere della legge. E siccome la cosa nuoceva non a Cristo ma ai Galati stessi, aggiunge: Siete decaduti dalla grazia. Per l’azione della grazia di Cristo infatti erano stati liberati dai debiti verso la legge coloro che si trovavano così indebitati; ma costoro, ingrati a tanto beneficio della grazia, preferivano il debito di osservare tutta intera la legge. La cosa non era ancora avvenuta ma, siccome la volontà aveva cominciato a vacillare, per questo in più luoghi l’Apostolo parla come se fosse già accaduta. Quanto a noi, al contrario, attendiamo – dice – dallo Spirito mediante la fede la giustizia che speriamo. Con queste parole fa vedere che rientrano nella fede in Cristo i beni che si attendono nell’ordine spirituale, non quelli che vengono desiderati dall’uomo carnale, com’erano le promesse che asservivano l’uomo del Vecchio Testamento. Di queste scrive in un altro passo: Noi non volgiamo lo sguardo alle cose che si vedono ma a quelle che non si vedono. Infatti le cose visibili sono temporanee, mentre quelle invisibili sono eterne 114. Continua la Lettera: In Cristo Gesù né la circoncisone né l’incirconcisione valgono alcunché; e con questo dimostra l’indifferenza dei due stati, e afferma che nulla è dannoso nella circoncisione se non riporre in essa la speranza della salvezza. Precisa che in Cristo non contano nulla né la circoncisione né l’incirconcisione ma soltanto la fede che opera mediante la carità. Ribadisce ancora una volta l’idea che sotto la legge opera la schiavitù con la forza del timore. E continua: Correvate bene. Chi vi ha procurato ostacoli che non obbedite più alla verità? È quanto già prima diceva: Chi vi ha ammaliato? 115 Al che soggiunge: Questa vostra persuasione non viene da colui che vi ha chiamati. Questa persuasione è carnale, mentre colui che vi ha chiamati vuol condurvi a libertà. Chiama loro persuasione la cosa che si tentava di far loro accettare; e siccome i predicatori venuti in Galazia per insinuare fra i Galati tali dottrine erano un esiguo numero rispetto alla moltitudine, li chiama fermento. Tuttavia era possibile che i credenti percepissero un tale fermento: nel qual caso (se cioè avessero accolto favorevolmente quei sobillatori considerandoli giusti e degni di fede), tutta la massa, cioè tutta la loro Chiesa, avrebbe fermentato, per così dire, corrompendosi e divenendo pasta di schiavi carnali. Poi soggiunge: Io nel Signore nutro fiducia che non la pensiate diversamente in nulla. Dalle quali parole si ricava in maniera palese che i Galati non s’erano ancora lasciati accalappiare da loro. Aggiunge poi: Chi vi causa turbamento, ne porterà la condanna, chiunque esso sia, e si riferisce a quel turbamento disordinato per il quale da uomini spirituali volevano farli diventare carnali. È qui sottinteso che certuni, volendo insinuare fra loro una siffatta schiavitù e notando com’essi erano trattenuti dall’autorità di Paolo, andavano dicendo che lo stesso Paolo era del medesimo avviso ma non osava manifestare a cuor leggero come sul serio la pensasse. Molto opportunamente egli reagisce dicendo: Ma, fratelli, se è vero che io continuo a predicare la circoncisione, com’è che sono ancora così perseguitato? In effetti a perseguitarlo c’erano anche di quelli che si agitavano per diffondere tali insinuazioni, sebbene all’apparenza sembrava che avessero accettato il Vangelo. A loro fa riferimento anche nel passo dove parla dei pericoli da parte di falsi fratelli 116 e, in questa stessa Lettera, sul principio là dove scrive: A motivo però di certi falsi fratelli insinuatisi, i quali si erano cacciati di soppiatto per controllare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù e ridurci di nuovo nello stato di schiavitù 117. In realtà se Paolo avesse predicato la circoncisione, avrebbero certo smesso di perseguitarlo. Comunque, da questi falsi predicatori non avevano nulla da temere coloro ai quali veniva annunziata la libertà cristiana; né [questi ultimi] dovevano in alcun modo pensare che l’Apostolo avesse paura di loro. A tal fine, in un testo precedente, per dimostrare che egli era pieno di fiducia nella sua libertà, volle lasciarvi impresso lo stesso suo nome, scrivendo: Ecco, io Paolo vi attesto che, se voi vi farete circoncidere, Cristo non vi arrecherà alcun profitto 118. È come se dicesse:  » Eccomi a voi! Imitatemi nel non avere paura o, se per caso questa paura l’avete, scaricatene il motivo sopra di me « . Quanto poi all’affermazione: Ecco dunque che viene vanificato lo scandalo della croce, è una ripetizione di quanto detto sopra: Se la giustizia deriva dalla legge Cristo è morto invano 119. Nel nostro caso però, parlando di scandalo, fa pensare al fatto che i giudei si scandalizzarono di Cristo, soprattutto perché, com’essi ben rimarcavano, egli spesse volte trasgrediva e non calcolava le osservanze carnali della legge, che essi invece ritenevano necessarie alla salvezza. Con queste sue parole dunque è come se dicesse: Cristo, che disprezzava tali cose, fu certamente crocifisso senza alcun risultato dai giudei scandalizzati, se le stesse cose vengono anche adesso accolte con favore da coloro per i quali egli fu crocifisso. Dopo ciò, con un gioco di parole quanto mai raffinato, aggiunge una benedizione che però ovviamente suona come un malaugurio. Dice: Magari si recidessero quelli che mettono scompiglio fra voi! Non solo si circoncidano, dice, ma si recidano! In tal modo diverrebbero eunuchi per il regno dei cieli 120 e smetterebbero di seminare dottrine carnali.
43. Dice: Voi, fratelli, siete stati chiamati alla libertà; i perturbatori viceversa volevano trascinarli nella schiavitù, staccandoli da ciò che era spirituale per cacciarli in ciò che era materiale. Da questo momento quindi l’Apostolo comincia a trattare delle opere legali di cui sopra ricordavo che ne avrebbe trattato alla fine della Lettera. Di tali opere nessuno dubita che appartengano anche al Nuovo Testamento, ma solo se compiute con altro fine, cioè quello con cui le debbono praticare gli uomini liberi. Ora questo fine è la carità che attraverso la pratica delle opere spera il premio eterno e se lo ripromette con l’ausilio della fede. Non quindi con la mentalità dei giudei, che adempivano tali leggi spinti da timore, e non dal timore casto che permane in eterno 121 ma dal timore che fa temere per la vita presente. Se pertanto riuscivano a praticare alcuni riti di valore figurativo, non riuscivano in alcun modo a mettere in pratica le norme concernenti la buona condotta. Queste le adempie solamente la carità. Così, se uno non commette omicidi per la paura d’essere ucciso lui stesso, non adempie il precetto della giustizia; lo adempie invece se si astiene dall’uccidere, pur potendolo fare impunemente, perché la cosa in se stessa è contraria alla giustizia, non soltanto presso gli uomini ma anche presso Dio. Come fece Davide quando ebbe nelle sue mani il re Saul. Lo avrebbe potuto uccidere impunemente, senza temere la vendetta degli uomini, dai quali era molto amato, né quella di Dio, il quale gli aveva detto che era in suo potere fare contro di lui tutto ciò che avrebbe voluto 122. Ma Davide, amando il prossimo come se stesso, risparmiò la vita a chi l’aveva perseguitato e l’avrebbe perseguitato ancora, preferendo che egli si ravvedesse anziché venisse ucciso. Così un uomo che viveva nel Vecchio Testamento ma non era del Vecchio Testamento. A lui non era stata rivelata e resa per fede la futura eredità di Cristo: dico cioè quella fede che, professata, dona la salvezza e sollecita l’imitazione. Per questo motivo nota ora l’Apostolo: Voi, fratelli, siete stati chiamati alla libertà; badate però a non fare di questa libertà un pretesto per la carne. Udita la parola  » libertà  » non pensate che vi sia consentito di peccare impunemente. E aggiunge: Ma in forza della carità siate al servizio gli uni degli altri. Chi infatti serve mosso da carità serve liberamente e senza meschinità e, obbedendo a Dio, fa con amore quel che gli viene suggerito, non con timore, quasi che vi fosse costretto.
44. Dice: Tutta la legge si compendia nell’unico precetto: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Parla di tutta la legge, in relazione alle opere riguardanti la buona condotta, poiché anche le altre, cioè quelle che rientrano nel campo della simbologia, comprese rettamente da uomini liberi e non in maniera carnale da persone schiave, si riferiscono necessariamente ai due grandi precetti dell’amore di Dio e del prossimo. Buona dunque l’interpretazione di chi fa rientrare nello stesso ambito anche le parole del Signore: Non sono venuto ad abolire la legge ma a darle compimento 123. Egli infatti avrebbe tolto il timore carnale, non solo ma avrebbe anche dato la carità, frutto dello Spirito, con cui soltanto può adempiersi la legge. Pienezza della legge è infatti la carità; e siccome è per la fede che si impetra lo Spirito Santo, ad opera del quale la carità si effonde nel cuore del giusto 124, nessuno mai potrà gloriarsi delle opere buone compiute antecedentemente alla grazia della fede. Per questa ragione l’Apostolo confuta quei tali che si vantavano dell’osservanza della legge, e mostra come le opere del Vecchio Testamento, che erano solo figura dei misteri avvenire, dopo la venuta del Signore non sono più necessarie – lo ha già dimostrato prima – a chi è libero ed erede. Quanto poi alle opere che concernono i buoni costumi, non possono compiersi dove manca la carità, nella quale la fede si rende operosa 125. Pertanto delle opere legali alcune, venuta la fede, sono superflue, mentre altre prima che venga la fede sono impossibili. Sia quindi consentito al giusto di conseguire la vita mediante la fede 126 e, rinvigorito dal lieve giogo di Cristo 127, butti pur via il giogo gravoso della schiavitù. Sottoposto al giogo soave della carità, badi solo a non uscire fuori dai confini della giustizia.
45. Si può ricercare il motivo per cui l’Apostolo nella presente Lettera faccia menzione del solo amore verso il prossimo, dicendo che con esso si adempie la legge, e come mai nella Lettera ai Romani, trattando lo stesso problema, possa affermare: Chi ama il prossimo adempie la legge. Infatti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare malamente e ogni altro precetto si riassume in questa parola: Ama il prossimo tuo come te stesso. L’amore al prossimo esclude ogni cattiveria; quindi pieno adempimento della legge è l’amore 128. Se pertanto l’amore non raggiunge la perfezione se non nel duplice precetto dell’amore di Dio e del prossimo, come fa l’Apostolo a menzionare, e nella nostra Lettera e in quest’altra, soltanto l’amore del prossimo? Non sarà forse perché gli uomini possono dire il falso riguardo all’amore di Dio, essendo più rare le prove da cui lo si dimostra, mentre riguardo all’amore del prossimo è più facile convincerli che ne sono privi ogniqualvolta si comportano da iniqui con il proprio simile? È pertanto nella logica delle cose che per amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente occorre amare anche il prossimo come se stessi, poiché tale è il precetto di colui che si vuol amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Inoltre, chi potrebbe amare come se stesso il prossimo, cioè tutti gli uomini, se non chi ama Dio, il quale insieme col precetto d’amare il prossimo ci dà anche il dono di attuarlo? Se dunque il rapporto fra i due comandamenti è tale che non si può realizzare l’uno senza l’altro, quando si tratta delle opere di giustizia è sufficiente, almeno in via ordinaria, dei due menzionarne uno solo e più opportunamente quello da cui con più facilità si ricava una prova convincente. Per questo motivo anche Giovanni dice: Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? 129 C’erano infatti alcuni che bugiardamente asserivano di avere l’amore di Dio, mentre di fatto non l’avevano, come risultava dall’odio che nutrivano verso i fratelli: quell’odio che, capitando nella vita e nei comportamenti di ogni giorno, è un criterio facile per formarsi un giudizio. E prosegue: Se vi mordete e sbranate a vicenda, badate a non consumarvi a vicenda. Per il vizio della litigiosità e dell’invidia si sviluppavano, più che per altri motivi, delle dispute perniciose in seno alla comunità. Parlavano male gli uni degli altri e ciascuno voleva affermare il suo prestigio e riportare insulse vittorie, non ricordando che con simili atteggiamenti ogni società umana, scissa in fazioni, si logora e finisce. Ora, come potranno evitare questi vizi se non camminando secondo lo Spirito e non attuando i desideri della carne? In realtà il dono primario e grande dello Spirito è l’umiltà e la mitezza del cuore. Ne fa fede l’esclamazione del Signore, che ho già riportata: Imparate da me, poiché io sono mite ed umile di cuore 130, e così pure quanto dice il profeta: Su chi si poserà il mio Spirito se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? 131
46. Continua: La carne ha desideri contrari a quelli dello spirito e lo spirito desideri contrari a quelli della carne. Sono infatti due princìpi in contrasto fra loro, sicché voi non fate quel che vorreste. Ritengono alcuni che in questo versetto l’Apostolo insegni che l’uomo non abbia il libero arbitrio della volontà. Non sanno capire come in queste parole egli tratti, invece, di coloro che rigettano la grazia della fede ricevuta, per la quale soltanto si riesce a camminare secondo lo spirito e a non attuare i desideri carnali. In effetti, se si ricusa di conservare una tale grazia, non è possibile praticare ciò che pur si vorrebbe. L’uomo vorrebbe, sì, compiere le opere della giustizia prescritte dalla legge, ma è vinto dalla concupiscenza della carne, seguendo la quale si allontana dalla grazia della fede. È quanto dice nella Lettera ai Romani: La sapienza della carne è nemica verso Dio: non è soggetta alla legge di Dio, anzi nemmeno lo potrebbe 132. Perfezione della legge è infatti la carità e a questa carità, che è spirituale, si oppone la sapienza della carne, che va alla ricerca dei vantaggi temporali. Come potrebbe dunque una tal sapienza essere soggetta alla legge di Dio? Come potrebbe, dico, praticare volonterosamente e docilmente la giustizia senza provare resistenze? Quand’anche facesse dei tentativi, viene necessariamente sopraffatta quando si accorge di poter con l’iniquità ricavare vantaggi temporali più grandi che non con la pratica della giustizia. C’è infatti una prima vita dell’uomo ed è quella che precede la legge. In essa non ci sono proibizioni per alcuna malvagità o azione cattiva, e l’uomo non oppone in alcun modo resistenza alle proprie voglie disordinate in quanto non c’è chi glielo proibisca. C’è poi una seconda vita dell’uomo, ed è quella sotto la legge e prima della grazia. In essa ci sono le proibizioni, e l’uomo tenta di astenersi dal peccato ma è vinto perché non ama ancora la giustizia per amore di Dio e della stessa giustizia ma, se la vuole, è per raggiungere beni terreni. Se pertanto da un lato vede la giustizia e dall’altro un qualche vantaggio temporale, viene attirato dal prepotere del desiderio terreno e abbandona la giustizia, che cercava di rispettare in vista di quel vantaggio che invece ora vede di dover perdere se vuol restare nella giustizia. C’è infine una terza condizione di vita, ed è quella sotto la grazia: nella quale nessun tornaconto materiale si antepone alla giustizia. Ciò non può ottenersi senza la carità spirituale, insegnata dal Signore col suo esempio e donata per sua grazia. In questo stato di vita, sebbene rimangano i desideri della carne derivanti dalla mortalità del corpo, essi tuttavia non riescono ad assoggettare l’anima perché consenta al peccato. In tal modo nel nostro corpo mortale non regna il peccato 133, anche se in esso, per il fatto di essere mortale, il peccato continua ancora ad abitare. C’è dunque per l’uomo in grazia un primo momento, in cui il peccato non regna in noi, ed è quando con l’anima siamo sotto la legge di Dio, sebbene con la carne siamo ancora sotto la legge del peccato 134; siamo cioè ancora schiavi di quella condizione penale da cui insorgono i desideri cattivi, che però noi non assecondiamo. Verrà poi un secondo momento quando ogni desiderio cattivo sarà estinto completamente. In realtà, se abita in noi lo Spirito di Gesù, colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali mediante lo Spirito che abita in noi 135. Al presente dunque è necessario che realizziamo la condizione di chi è sotto la grazia: che cioè attuiamo quel che vogliamo con lo spirito, anche se la cosa ci rimane impossibile a livello carnale. Non dobbiamo pertanto obbedire ai desideri del peccato prestandogli le nostre membra perché ne faccia armi di iniquità 136. Non possiamo, è vero, far sì che tali desideri non esistano, non essendo ancora in quella pace eterna dove tutto l’uomo raggiungerà la completa perfezione; cessiamo tuttavia di essere sotto la legge, dove l’anima è colpevolmente in potere della prevaricazione. Qui l’anima è resa schiava dalla concupiscenza carnale che la costringe a consentire al peccato, mentre noi siamo sotto la grazia, dove non c’è più alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù 137. La condanna infatti non è per chi combatte ma per chi si lascia vincere.
47. Procedendo dunque con perfetta logica può aggiungere: Se siete condotti dallo spirito, non siete più sotto la legge. Da ciò è dato comprendere che sono sotto la legge coloro il cui spirito ha, sì, desideri contrari alla carne ma non così forti da impedir loro di fare quel che non vorrebbero. Costoro non sono invincibilmente stabili nell’amore per la giustizia ma sono vinti dalla carne ribelle 138: carne che non soltanto contrasta con la legge dello spirito ma rende l’uomo schiavo della legge del peccato, che risiede nelle sue membra mortali 139. Chi infatti non è guidato dallo spirito è, conseguentemente, guidato dalla carne. Ora chi si lascia guidare dalla carne merita condanna, non chi involontariamente subisce la resistenza della carne. Dice pertanto: Se al contrario siete guidati dallo spirito, non siete più sotto la legge, nel senso che anche sopra non aveva detto:  » Camminate nello spirito e siate esenti dalle concupiscenze della carne « , ma: Non sarete portati a soddisfare 140. Infatti, l’essere del tutto esenti da tali brame non è più un combattere ma godere il premio della lotta sostenuta: premio che si consegue perseverando nella grazia fino alla vittoria. Allora soltanto infatti il corpo non dovrà più lottare contro le concupiscenze della carne quando, trasformato, avrà raggiunto la condizione dell’immortalità.
48. Incomincia ora ad elencare le opere della carne, per far comprendere che, se si consente ai desideri carnali e si compiono opere come queste, si è guidati non dallo spirito ma dalla carne. Dice: Le opere della carne sono note. Esse sono la fornicazione, l’impurità, l’idolatria, la magia, le inimicizie, le contese, le risse, le gelosie, le discordie, le eresie, le invidie, le ubriachezze, i bagordi e altre simili. Riguardo a queste opere vi ammonisco, come del resto vi ho già ammoniti, che chi le compie non possederà il regno di Dio. Compiono tali opere coloro che consentendo alle voglie della natura, fermamente risolvono di compierle, anche se di fatto a compierle non riescono. Viceversa è di coloro che, pur esperimentando tali moti istintivi, rimangono fermi nella carità, in essi preponderante, e non solo non abbandonano all’istinto le membra del corpo per compiere l’azione cattiva ma non gli prestano neppure il minimo consenso. Costoro non compiono le opere della carne, e pertanto potranno possedere il regno di Dio. Nel loro corpo mortale infatti non regna il peccato, che li assoggetta alle sue voglie, anche se esso vi abita in quanto il corpo è appunto mortale. In un corpo così fatto non è estinto l’impulso derivante dalla condizione naturale per cui nasciamo soggetti alla morte e nemmeno quello che ci deriva dal nostro stesso esistere, in quanto col peccare abbiamo noi stessi accresciuto il male derivante dalla nostra origine di peccato e di dannazione. Una cosa infatti è non peccare e un’altra non avere il peccato: non pecca colui sul quale il peccato non regna, cioè colui che non obbedisce ai desideri del peccato, mentre chi è totalmente esente da tali desideri non solo non pecca ma non ha più in sé il peccato. Questa mèta può essere raggiunta sotto molti aspetti anche in questa vita; nella sua completezza tuttavia dobbiamo attendercela con la speranza per dopo la resurrezione e la trasfigurazione della carne. Possono sconcertare le parole: Riguardo a tali opere vi ammonisco, come del resto vi ho ammoniti, che chi le compie non possederà il regno di Dio. Se infatti si va a cercare dove si trovi un tale ammonimento, ci si accorge che in questa Lettera non c’è. Può darsi quindi che ciò avesse detto quand’era fra loro di persona o, forse, aveva risaputo che anche ai Galati era giunta la Lettera da lui inviata ai Corinzi. In questa Lettera scrive: Non ingannatevi! Né i fornicatori né gli idolatri né gli adulteri né gli effeminati né i sodomiti né i ladri né gli avari né gli ubriaconi né i maldicenti né i rapinatori possederanno il regno di Dio 141.
49. Dopo aver enumerato le opere della carne, per le quali ci si chiude il regno di Dio, nella nostra Lettera Paolo aggiunge l’elenco delle opere dello Spirito, che egli chiama  » frutti  » dello Spirito. Dice: Frutto invece dello Spirito è la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la fedeltà, la dolcezza, la temperanza; e aggiunge: Riguardo ad opere di questo genere non esiste legge. Ci fa capire, con ciò, che sono sottoposti alla legge coloro nei quali non regnano queste virtù a differenza di coloro nei quali esse regnano e che usano della legge in modo rispondente alla legge stessa. Costoro non sentono la legge come un’imposizione coercitiva, in quanto la giustizia esercita in loro un’attrattiva più forte e preponderante. Così viene detto anche nella Lettera a Timoteo: Noi sappiamo che la legge è buona purché se ne faccia un uso legittimo. Devi dunque sapere che essa non è stata data per chi è giusto ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e per i peccatori, per gli scellerati e i profanatori, per i patricidi e i matricidi, per gli omicidi, i fornicatori, i sodomiti, i sequestratori, i mentitori, gli spergiuri e i rei d’ogni delitto contrastante con la sana dottrina 142. È sottinteso che per tutti costoro è data la legge. Quanto dunque ai frutti dello Spirito, essi regnano nell’uomo in cui non regna il peccato. Essendo buoni, essi regnano quando attirano talmente l’anima da sorreggerla nelle tentazioni impedendole di consentire rovinosamente al peccato. Se infatti un qualcosa ci attrae, in tale direzione necessariamente noi agiamo. Ecco, per esempio, presentarcisi una donna di seducente bellezza. Essa eccita in noi l’attrattiva a fornicare; ma, se ci attrae di più la bellezza interiore e l’incanto trasparente della castità, che è in noi per la grazia derivante dalla fede in Cristo, noi viviamo in castità e agiamo castamente. Non regnando in noi il peccato, che ci fa obbedire alle sue voglie, ma la giustizia, mediante la carità facciamo con profondo diletto le opere di giustizia che sappiamo essere accette a Dio. E quanto detto della castità e della lussuria intendo applicarlo a tutto il resto.
50. Non sorprenda il fatto che, elencando in questa Lettera le opere della carne, non le riduca allo stesso numero che nella Lettera ai Corinzi né segua lo stesso ordine. Così non è da stupirsi se i beni arrecati dallo Spirito, in confronto con i vizi della carne, siano meno di numero e non vengano tutti contrapposti direttamente come la castità e la lussuria, la purezza e l’impurità, per cui anche gli altri siano in netto contrasto fra loro. L’Apostolo non si proponeva infatti di insegnare il numero delle cose che elenca ma in qual maniera si debbano evitare i vizi e desiderare le virtù. Parlando di carne e di spirito intendeva insegnare la necessità di convertirsi dalla pena del peccato e dal peccato stesso alla grazia e santità che ci vengono dal Signore. In nessun modo deve succedere che noi, dimenticando la grazia che ci sostiene nel tempo – quella grazia che il Signore ci ha ottenuta con la sua morte – ci precludiamo l’arrivo all’eterna quiete, dove il Signore vive per noi. Né deve succedere che noi, non comprendendo la pena temporale – nella quale il Signore ha voluto sottometterci per la mortalità della carne -, incorriamo nella pena eterna, preparata per chi con irriducibile superbia si solleva contro il Signore. Ricordate le molteplici opere della carne, l’Apostolo soggiunge: E altre cose simili, per far vedere che non le voleva elencare tutte e determinarne il numero esatto, ma esporle con libertà di linguaggio. La stessa cosa fa con i frutti dello Spirito, parlando dei quali non dice:  » Riguardo a questi doni non c’è legge « , ma: Riguardo a cose di questo genere non esiste legge. Ciò vale cioè e per le opere elencate e per tutte le altre dello stesso genere.
51. A chi poi considera le cose con attenzione, l’opposizione tra le opere della carne e quelle dello Spirito presentata nella Lettera non apparirà né priva di ordine né confusa. Se c’è una qualche oscurità è perché le une, di numero inferiore, sono ad una ad una contrapposte alle altre un po’ più numerose. Ma dal fatto che a capo dei vizi della carne pone le fornicazioni, mentre a capo delle virtù dello spirito la carità, come potrà un esperto delle sacre Scritture non sentirsi richiamato a scrutare con maggior attenzione tutto il rimanente? Se infatti la fornicazione è un amore che sottraendosi alle leggi del matrimonio vagabonda al seguito di una sfrenata voglia libidinosa, chi mai in vista di una fecondità spirituale sarà così vincolato dalla legge quanto l’anima unita a Dio, al quale quanto più stabilmente aderisce tanto più è incorrotta? Ora questa adesione si ottiene mediante la carità. A buon diritto quindi alla fornicazione si contrappone la carità, che è la sola custode della castità. Quanto alle impurità, consistono tutte in quei vari turbamenti che l’anima concepisce dalla radice della fornicazione. Ad esse si oppone il godimento della pace. La massima fornicazione dell’anima è poi l’idolatria, a motivo della quale si accese in passato una guerra furibonda contro il Vangelo e i riconciliati con Dio, e di tal guerra le ultime fiamme, per quanto deboli, si riaccendono anche ai nostri giorni né durano poco. Con essa pertanto è in contrasto la pace, con la quale siamo riconciliati con Dio. Conservando la pace con Dio e con gli uomini, vengono guariti in noi anche i vizi della magia, delle inimicizie, delle contese, delle gelosie, delle risse e delle discordie. Perché finalmente si possano trattare con la giusta moderazione gli altri, fra cui viviamo, combattono la pazienza per sopportarli, la dolcezza per curarli, la bontà nel perdonarli. Quanto al resto, contro le eresie lotta la fede, contro l’odio la mansuetudine, contro le ubriachezze e i bagordi la continenza.
52. Non si deve pensare che siano la stessa cosa l’invidia e la gelosia, anche se sono difetti vicini fra loro. Per questa vicinanza capita spesso di prendere l’uno invece dell’altro: si prende per invidia la gelosia e per gelosia l’invidia. Siccome però nella nostra Lettera viene assegnato un posto diverso all’una e all’altra, si esige da noi una distinzione. In effetti la gelosia consiste in quella tristezza interiore che si ha quando uno riesce ad ottenere una cosa che due o più bramavano ma che non può ottenersi se non da uno solo. Medicina che guarisce questo vizio è la pace, per la quale, se desideriamo cose che possono essere raggiunte da tutti coloro che le desiderano, spinge questo stesso desiderio a formare l’unità. L’invidia è, viceversa, quella tristezza interiore che proviamo vedendo un immeritevole raggiungere una mèta, anche se da noi non desiderata. A guarire questo vizio c’è la mitezza, per la quale ci si rimette al giudizio di Dio e non si oppone resistenza alla sua volontà. Si ama quindi pensare all’accaduto come a un bene per l’altro e non a quanto egli, a nostro avviso, ne fosse indegno.
53. Coloro poi che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso – dice proseguendo – la propria carne con le sue passioni e concupiscenze. E come l’hanno crocifissa se non mediante il timore casto, che dura in eterno 143, con cui cerchiamo di non offendere colui che amiamo con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutta la mente? Non si identificano infatti il timore con cui l’adultera teme di essere controllata dal marito e il timore con cui la moglie casta teme d’essere abbandonata dal marito. Alla prima è gravosa la presenza del marito, alla seconda l’assenza. Pertanto il primo timore è segno e frutto di corruzione, e vorrebbe che il mondo presente non passasse mai; il secondo timore è casto e dura per l’eternità. Con questo timore desidera essere crocifisso il profeta quando dice: Trafiggi con chiodi le mie carni mediante il tuo timore 144. E questa è la croce di cui dice il Signore: Prendi la tua croce e seguimi 145.
54. Dice ancora: Se viviamo dello spirito, camminiamo anche secondo lo spirito. È scontato che il nostro vivere è in conformità con ciò che seguiamo e così pure che noi seguiamo quel che amiamo. Se pertanto sono in contrasto i due princìpi, la giustizia con i suoi precetti e la carne con i suoi vizi, qualora noi volessimo amarli tutti e due, in pratica seguiremo quello che amiamo di più. Se li amiamo entrambi in uguale misura, non ne seguiremo nessuno ma o per timore e contro voglia saremo trascinati nell’una delle due parti, ovvero, se è pari anche il timore, resteremo necessariamente nel mezzo del pericolo, sbattuti qua e là dall’alternarsi dell’onda del piacere e del timore. Abbia quindi la vittoria nei nostri cuori la pace di Cristo! 146 Si leveranno allora preghiere e gemiti, e la destra della misericordia di Dio, chiamata in soccorso, non mancherà di accettare il sacrificio del cuore contrito, anzi susciterà in esso, più forte, la divina carità in vista del pericolo da cui si è stati liberati. Ora i giudaizzanti erano in errore poiché non potevano negare di dover seguire lo Spirito Santo, assertore di libertà e guida alla libertà, mentre senza accorgersene, ad opera della carne erano rivolti alle opere servili e tentavano di camminare in senso contrario. Per questo non dice: « Se viviamo dello spirito, seguiamo lo spirito « , ma: Camminiamo secondo lo spirito. Essi infatti riconoscevano che è necessario servire lo Spirito Santo ma poi volevano seguirlo non con lo spirito ma con la carne, non accogliendo spiritualmente la grazia di Dio ma riponendo la speranza della salvezza nella circoncisione corporale e in altre pratiche somiglianti.
55. Prosegue: Non siamo vanagloriosi, invidiandoci e provocandoci a vicenda. Successione veramente magnifica, direi anzi, divina! Prima li ha equipaggiati contro coloro che volevano sedurli e renderli schiavi della legge; ora li mette in guardia da un altro pericolo. Una volta che sono stati ben premuniti e hanno deciso di rispondere alle calunnie degli uomini carnali, essi non debbono mettersi a litigare fra loro e, liberi ormai dalla legge con i suoi gravami, non debbono rendersi schiavi di insulse cupidigie per una ricerca smodata di vanagloria.
56. In nessun’altra occasione si palesa che un uomo è diventato spirituale quanto nell’intervenire sul peccato del prossimo, quando cioè si sa mirare più alla sua liberazione che non alle ingiurie, più all’aiuto da arrecargli che non alle insolenze; e a tal fine si prendono tutte le iniziative che ci sono consentite. Ecco le parole dell’Apostolo: Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che siete spirituali, riprendete una tale persona. Non si deve tuttavia pensare che sia buono l’intervento quando lo si fa sgarbatamente sconvolgendo il colpevole e irridendo al suo peccato o quando per superbia lo si aborrisce ritenendolo inguaribile. Per questo aggiunge: In spirito di mansuetudine, badando a te stesso, affinché tu stesso non abbia ad essere tentato. Nulla infatti inclina talmente alla misericordia quanto il pensiero del proprio pericolo. A tal fine, mentre impone loro di non mancare al dovere della correzione fraterna, proibisce la smania delle contese. Non sono in realtà pochi gli uomini che, se scossi dal sonno, si mettono a litigare o, se viene loro imposto di evitare le liti, si mettono di nuovo a dormire. Riflettendo dunque sul comune pericolo, conservino in cuore la pace e la carità. Quanto poi al tono della voce, se cioè si debbano usare parole aspre o dolci, lo si deve regolare come richiede la salvezza di colui che si sta correggendo. È quanto dice l’Apostolo in un altro passo: Il servo del Signore non dev’essere litigioso ma mite con tutti, abile nell’insegnare, paziente 147. E perché nessuno ritenga che per essere tale egli debba omettere di correggere l’errore del prossimo, vedi cosa aggiunge: Riprendendo, dice, con moderazione chi nutre opinioni contrastanti 148. In che senso con moderazione? In che senso riprendendo? Non forse perché nel cuore conserviamo inalterata la dolcezza e con essa condiamo l’amaro della medicina usata nelle parole della correzione? Sono persuaso che non abbiano senso diverso le altre parole della stessa Lettera: Annunzia la parola, insisti opportunamente [e] inopportunamente. Rimprovera, esorta, redarguisci con pazienza e dottrina 149. L’intervento inopportuno si oppone evidentemente a quello opportuno, e non si dà medicina che rechi la guarigione se non usata nel modo opportuno. Esiste un modo diverso di suddividere la frase, e cioè leggere: Insisti opportunamente, e poi proseguire, con senso differente: Inopportunamente rimprovera, collegando poi a questa espressione tutto il resto: Esorta, redarguisci con grande pazienza e dottrina. Ne risulterebbe questo significato: Tu sarai ritenuto opportuno quando insisti per costruire; quando viceversa col rimprovero dovrai demolire, anche se sembrerai importuno non angustiarti se è a tal gente che sei importuno. In questa interpretazione i due termini che seguono si possono riferire separatamente ai due precedenti, e cioè: Esorta quando insisti opportunamente, rimprovera quando redarguisci inopportunamente. Poi vengono gli altri due, che concernono lo stesso tema ma vi si riferiscono con ordine inverso: Con grande pazienza, nel sopportare lo sdegno di coloro dei quali abbatti l’edificio; e con dottrina, quando incrementi l’alacrità di coloro che costruisci. Ci si può comunque attenere alla distinzione usuale, e cioè: Insisti opportunamente e, se in tal modo non ottieni il risultato, anche inopportunamente. In detta accezione il senso sarebbe questo: Tu non devi assolutamente farti sfuggire l’occasione favorevole e, se ti si dice di agire anche inopportunamente, lo devi intendere nel senso che sei importuno a colui che non ascolta di buon grado quanto dici contro di lui. Occorre però che la cosa a te si manifesti opportuna e che tu abbia in vista il motivo dell’amore e con animo mite, umile e fraterno ti proponga di curare la salute del tuo prossimo. Sono molti infatti coloro che, ripensando in un secondo momento alle cose udite e riconoscendo quanto fossero giuste, provano nel loro intimo rimorsi gravi e laceranti e, sebbene quando lasciarono il medico sembravano infuriati, col passare del tempo la parola udita penetra con tutto il suo vigore nel profondo della loro anima e ne sono guariti. Ora questo risultato non si otterrebbe certamente se, di fronte a uno che si trova in pericolo per avere le membra incancrenite, stessimo lì ad aspettare che accetti volentieri d’essere o bruciato o amputato. Un’attesa di questo genere non se la consentono nemmeno i medici del corpo, sebbene intervengano solo in vista di una ricompensa terrena. In effetti dove mai si troverà qualcuno che senza farsi legare riesca a sopportare il bisturi o le scottature praticate dal chirurgo, essendo raro, e molto, il caso di chi consenta soltanto a farsi legare? I più oppongono resistenza e gridano di preferire la morte anziché essere curati in quella maniera, tanto che [i medici] debbono legarli in tutte le membra lasciando libera, sì e no, solo la lingua. Nel fare ciò non seguono né la volontà propria né quella del malato riluttante, ma le esigenze dell’arte medica, e così, per quante siano le grida e le invettive del paziente, né si commuove la sensibilità né si ferma la mano del medico. Quanto invece ai ministri della medicina celeste, a volte mossi dalla trave dell’odio, vogliono scorgere la pagliuzza nell’occhio del fratello 150, ovvero giudicano più tollerabile assistere alla morte di chi pecca che non subire la parola di chi si indigna. Le quali cose non accadrebbero se, nel curare l’anima del fratello, avessimo uno spirito così fermo come lo sono le mani dei medici quando intervengono sulle membra altrui.
57. Ne segue che mai dobbiamo intervenire a correggere il peccato altrui senza avere prima esaminato la nostra coscienza, sottoponendola a severo controllo, e senza avere ottenuto dinanzi a Dio la chiara risposta che ciò facciamo mossi dall’amore. Senti invece che il tuo cuore è ferito dagli improperi, dalle minacce o anche dalle persecuzioni di colui che intendi correggere? Sebbene abbia la convinzione di poterlo guarire con il tuo intervento, non devi pronunziare parola finché non sia tu stesso guarito. Non deve succedere che, consentendo ai tuoi moti istintivi, tu finisca col fargli del male e presti la tua lingua al peccato 151 perché diventi arma di iniquità ricambiando il male col male e la maledizione con la maledizione 152. In effetti ogni parola che pronunzi col cuore ferito è scatto rabbioso di chi vuol punire, non benevolenza di chi vuol emendare. Ama e di’ quel che ti pare! Se penserai e intenderai essere uno che mediante la spada della parola di Dio vuol liberare l’uomo dall’assedio dei vizi, non saranno certo di maledizione le tue parole, anche se suonassero come una maledizione. Capita spesso, è vero, e potrebbe capitare anche a te che ti decida ad intervenire mosso da amore e che inizi il tuo intervento sempre con amore. Tuttavia, nel tradurre in atto l’iniziativa, di fronte alla resistenza [dell’altro] ecco che si inocula nel tuo interno qualcosa che ti distoglie dal proposito di colpire solo il vizio rendendoti anche nemico della persona. Dovrai in seguito lavare con le lacrime questa polvere, e il ricordo ti sarà molto più salutare della superbia che ci fa inorgoglire di fronte ai peccati del nostro simile per cui nell’atto stesso di correggerlo cadiamo in peccato. È infatti spontaneo che la stizza di chi ha peccato ci ecciti all’ira più che non la sua miseria alla misericordia.
58. Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo, ovviamente la legge della carità. Chi ama il prossimo infatti adempie la legge. Ora l’amore del prossimo era inculcato come il massimo dei precetti anche nel Vecchio Testamento 153 e di esso dice l’Apostolo, in un altro testo, che è il compimento di tutti i comandamenti della legge 154. Ne segue che anche la Scrittura data all’antico popolo eletto era una legge di Cristo, una legge che, non adempiuta in antico mediante il timore, dopo la venuta di Cristo si adempie mediante la carità 155. Pertanto la stessa Scrittura e lo stesso comandamento si chiamano Vecchio Testamento quando gravano su uomini schiavi, bramosi di beni terreni; si chiamano Nuovo Testamento quando sollevano in alto uomini liberi, ardenti d’amore per i beni eterni.
59. Dice continuando: Se uno crede d’essere qualcosa, mentre è un nulla, inganna se stesso. Non lo seducono coloro che lo elogiano ma è lui che inganna se stesso, perché, pur essendo egli più presente a sé di quanto non lo siano gli altri, preferisce andare a cercare se stesso negli altri anziché dentro di sé. Ma cosa dice l’Apostolo? Ciascuno esamini le sue opere e così troverà la gloria in se stesso e non negli altri. Dentro di sé – dice – cioè nella sua coscienza, e non nell’altro che lo loda. E prosegue: Ciascuno porterà il proprio peso. Ne consegue che i nostri panegiristi non alleggeriscono i pesi che gravano sulla nostra coscienza; e voglia il cielo che non li facciano aumentare! In effetti, per paura che contrariandoli vediamo diminuire le loro lodi, spesso trascuriamo di rimproverarli e con ciò di guarirli; a volte anzi ostentiamo vanitosamente le nostre risorse personali anziché dare esempio di pazienza. Per non parlare delle finzioni e menzogne che si dicono per cattivarsi il plauso della gente. E c’è forse cecità più grave di quella che per conseguire una stupidissima gloria induce l’uomo a correre dietro a menzogne umane, disprezzando Dio testimone dei cuori? Quasi che si possa stabilire un confronto fra l’errore di colui che ti crede buono e l’errore che commetti tu quando cerchi di piacere agli uomini per falsi beni e non ti accorgi che dispiaci a Dio per un vero male!
60. Quanto viene appresso lo ritengo facilissimo a comprendersi. È un precetto ormai invalso nell’uso quello che impone al catechizzato l’obbligo di fornire del necessario il predicatore della parola di Dio. Occorreva peraltro esortare alle opere buone somministrando il necessario al Cristo bisognoso in attesa di stare alla sua destra insieme con gli agnelli. L’amore fatto sbocciare in loro dalla fede doveva produrre più opere buone di quante non ne avesse prodotte il timore della legge. Una cosa di questo genere nessuno poteva comandarla con maggior credibilità che non l’apostolo Paolo, il quale, sostentandosi con il lavoro delle proprie mani, non voleva tali prestazioni 156. In forza d’un tale comportamento egli poteva mostrare a tutti con somma autorità che la sua esortazione mirava più all’utilità di chi faceva l’offerta che non di coloro ai quali essa veniva fatta.
61. Aggiunge: Non ingannatevi! Dio non si lascia prendere in giro. L’uomo mieterà quello che avrà seminato. Lo dice consapevole delle ingiurie in mezzo alle quali hanno da soffrire, da parte di uomini perversi, coloro che sono diventati saldi nella fede delle cose invisibili: ai quali, se è dato vedere la semina delle loro opere, non è dato vederne il raccolto. A loro infatti non è promesso come raccolto quello che si miete quaggiù, poiché chi è giusto per la fede ottiene la vita 157. E continua: Chi semina nella carne, dalla carne miete la corruzione, riferendosi a chi ama i piaceri più che non Dio. Semina infatti nella carne colui che in tutte le cose che fa, comprese le opere che potrebbero sembrare buone, agisce per ottenere un bene materiale. Al contrario, colui che semina nello spirito dallo spirito raccoglie la vita eterna. La semina nello spirito si ha quando, mossi dalla fede, serviamo la giustizia mediante la carità e non obbediamo ai desideri peccaminosi che insorgono dalla carne mortale. Il raccolto della vita eterna poi l’avremo quando, ultima nemica, sarà distrutta la morte e la nostra mortalità sarà assorbita dalla vita e il nostro corpo corruttibile sarà rivestito d’incorruttibilità. Al presente quindi siamo nel terzo stadio, cioè sotto la grazia. Esperimentando brame che provengono dal corpo animale, noi seminiamo nelle lacrime ma, siccome a tali brame noi resistiamo e non consentiamo, mieteremo nella gioia quando, trasformato anche il nostro corpo, da nessuna parte del nostro essere dovremo subire molestie o pericoli di tentazione. Nel seme infatti dobbiamo vedere incluso anche il nostro corpo animale, di cui dice l’Apostolo in un altro testo: Viene seminato un corpo animale e, in riferimento alla raccolta aggiunge: Risorgerà un corpo spirituale 158. A questa affermazione s’accorda quanto detto dal profeta: Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia 159. Al riguardo teniamo ben presente che seminare, cioè compiere un’opera buona, è più facile che perseverare in essa. Quando si lavora, ci consola il raccolto, ma a noi esso è promesso solo per la fine, e quindi occorre la perseveranza, come è detto: Chi persevererà sino alla fine sarà salvo 160, e come grida il profeta: Attendi il Signore e agisci da uomo forte; si rafforzi il tuo cuore e attendi il Signore 161. È quello che dice ora l’Apostolo: Non stanchiamoci di fare il bene e, se non ci saremo stancati, a suo tempo mieteremo. Finché dunque abbiamo tempo, facciamo del bene a tutti, specialmente ai congiunti per la fede. Chi pensiamo voglia indicare se non i cristiani? A tutti gli uomini infatti e con lo stesso amore si deve augurare la vita eterna ma non a tutti si possono prestare le stesse attenzioni e i servizi derivanti dall’amore.
62. L’Apostolo ha insegnato che le opere della legge, anche quelle necessarie per la salvezza e concernenti il retto vivere, possono praticarsi soltanto con la forza dell’amore, che deriva dalla fede, e non mediante il timore servile. Ora torna al punto di partenza di tutta la questione. Dice: Vedete con che sorta di lettere vi scrivo di proprio pugno. Li premunisce affinché nessuno, facendo passare come di Paolo qualche altra lettera, li inganni trovandoli sprovveduti. E continua: Coloro che amano vantarsi della carne vi costringono a praticarvi la circoncisione, ma questo è solo per non subire persecuzioni a motivo della croce di Cristo. In effetti, i giudei perseguitavano aspramente coloro che sembrava volessero abbandonare le pratiche tradizionali come la circoncisione. L’Apostolo però non li teme. Lo dimostra con chiarezza sottoscrivendo [la Lettera] di proprio pugno e a caratteri ben marcati. Se ne deduce che quanti costringevano i pagani a farsi circoncidere agivano ancora sotto la spinta del timore, come gente inclusa nel regime della legge. Infatti, pur facendosi circoncidere, costoro non osservano la legge. Egli chiama  » osservanza della legge  » il non uccidere, non commettere adulterio, non dire falsa testimonianza e tutti gli altri precetti riguardanti la buona condotta. I quali precetti – ha affermato antecedentemente – non possono adempiersi se non mediante la carità e la speranza dei beni eterni, che si ottengono attraverso la fede. Qui dice: Vogliono farvi circoncidere per vantarsi della vostra carne. Essi non solo non vogliono essere perseguitati dai giudei, che in nessuna maniera tolleravano che la legge fosse aperta anche ai pagani, ma intendono farsi belli dinanzi a loro conquistando numerosi proseliti. I giudei infatti, per conquistare un solo proselita, percorrono la terra e il mare, come aveva detto il Signore 162. Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per il quale il mondo è a me crocifisso e io lo sono per il mondo. Dice: Il mondo è a me crocifisso, cioè: Non mi tiene impegolato; e: Io lo sono per il mondo, cioè: Non consento che mi accalappi. In questa maniera il mondo non può nuocermi e io dal mondo non ho nulla da desiderare. Gloriandosi della croce di Cristo, il cristiano non intende piacere per motivi umani; né teme le persecuzioni dell’uomo carnale avendole affrontate per primo colui che si lasciò crocifiggere per dare l’esempio a quanti avrebbero calcato le sue orme.
63. Né la circoncisione conta alcunché né l’incirconcisione. Ribadisce sino alla fine la ben nota indifferenza delle cose, per cui nessuno avrebbe dovuto ritenere che egli aveva agito con simulazione nel far circoncidere Timoteo, né lo sarebbe stato il circoncidere qualsiasi altro, se gli si fosse presentata analoga motivazione. In effetti non la circoncisione in se stessa reca danno ai credenti ma il riporre in simili pratiche la speranza della salvezza. Risulta anche dagli Atti degli Apostoli che i giudaizzanti volevano inculcare la circoncisione proprio nel senso che i pagani passati alla fede, senza le pratiche legali non si sarebbero potuti salvare 163. Ora l’Apostolo rigetta come perniciosa non l’opera in sé ma la falsità di questa dottrina, e dice: Né la circoncisione conta alcunché né l’incirconcisione ma la nuova creatura. Chiama nuova creatura la vita nuova ottenuta per la fede in Gesù Cristo. Nota la parola creatura e come difficilmente si trovino chiamati con tal nome quelli stessi che credendo avevano ottenuto l’adozione a figli. Tuttavia in un altro passo dice [l’Apostolo]: Se c’è dunque una nuova creatura in Cristo, le cose di prima sono passate. Ecco, tutte le cose sono state rinnovate. E tutto questo proviene da Dio 164. In un testo precedente aveva detto: La stessa creatura sarà liberata dalla schiavitù della morte, e un po’ dopo: Né soltanto lei ma anche noi stessi, che possediamo le primizie dello Spirito 165. Qui non pone i credenti sotto il nome di  » creatura « . Alla stessa maniera talvolta li chiama  » uomini « , talaltra  » non uomini « . In un passo della Lettera ai Corinzi li rimprovera perché sono ancora uomini dicendo: Non siete forse ancora uomini e non vi comportate forse alla maniera umana? 166 Allo stesso modo parla del Signore risorto. In qualche testo, come all’inizio di questa Lettera, lo chiama  » non uomo « , dicendo: Non dagli uomini né ad opera dell’uomo, ma da Gesù Cristo 167, mentre altrove lo definisce  » uomo « , come nel passo: Infatti uno è Dio e uno il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù 168. Quanti poi – continua – avranno rispettato questa norma, saranno su di loro la pace e la misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. Saranno, cioè, su tutti coloro che nella verità si preparano alla visione di Dio, non su coloro che, pur chiamandosi Israeliti, gravati da cecità carnale rifiutano di vedere Dio e, respingendo la sua grazia, si contentano di restare asserviti alle realtà temporali.
64. Continuando dice: D’ora in poi nessuno mi infastidisca! Non vuole che alcuno con turbolenze e contese venga a infastidirlo ancora su un problema trattato diffusamente nella Lettera ai Romani e in questa Lettera stessa. Io porto nel mio corpo le stigmate del Signore Gesù Cristo. Vuol dire: Io ho nella mia carne altre lotte e ostilità, che si accaniscono contro di me nelle varie persecuzioni che subisco. Si chiamano stigmate le impronte che rimangono sul servo che ha subito castighi, come quando, ad esempio, un servo per una mancanza o colpa è stato messo in ceppi o è stato sottoposto a qualche altra punizione simile. Di lui si dice che ha le stigmate, e nel diritto alla manomissione è valutato di meno. L’Apostolo ama dire stigmate quasi fossero segni di pene a lui derivate dalle persecuzioni che subiva. Egli era ben convinto che tali sofferenze gli erano mandate per riparare la colpa della sua persecuzione, per avere cioè perseguitato la Chiesa di Cristo. Questo infatti aveva detto il Signore in persona ad Anania, che temeva Saulo persecutore dei cristiani. Io gli mostrerò – disse – tutte le cose che dovrà patire per il mio nome 169. In realtà avendo egli conseguito la remissione dei peccati per la quale era stato battezzato, tutte quelle sofferenze non miravano alla sua perdizione ma gli giovavano accrescendo la corona della vittoria.
65. La conclusione della Lettera è come una firma ben nota a tutti. Egli la usa anche in altre lettere. La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia col vostro spirito, fratelli. Amen!

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