L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI – 8 AGOSTO SAN DOMENICO

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L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI – 8 AGOSTO SAN DOMENICO

DI FR. ALESSANDRO SALUCCI, OP

1. LA FONDAZIONE DELL’ORDINE
Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III approvava la Bolla di costituzione dell’Ordine dei Frati Predicatori, universalizzando un progetto di evangelizzazione che lo spagnolo Domenico di Guzman, aveva già iniziato nella diocesi di Tolosa. Stando alle prime biografie Domenico fu investito della missione di fondatore fin dal 1203, quando venne cooptato per una delicata missione dal suo vescovo Diego d’Acabes. Il futuro santo doveva fargli da compagno per un viaggio in Danimarca allo scopo di combinare un matrimonio per la figlia del re Alfonso VIII di Castiglia, missione poi fallita per la morte della principessa o, come altri storici sostengono, per la sua entrata in monastero. Quello che invece riuscì fu l’accendersi, nel vescovo Diego e nel sottopriore del capitolo di Osma Domenico, di un fervente desiderio missionario nato dal contatto che essi ebbero durante il loro viaggio con esponenti dell’eresia catara. Si racconta infatti, che in una delle tappe di andata Domenico passasse un’intera notte a discutere con l’oste di fede catara che li aveva albergati e che proprio in seguito a quella discussione Domenico iniziasse a comprendere quanto fosse urgente annunciare la vera dottrina evangelica. Unita a questa vi fu anche l’esperienza del contatto con lo zelo con cui il clero danese esercitava la sua attività missionaria tra i pagani delle regioni baltiche. Diego e Domenico ne rimasero talmente contagiati che al loro ritorno si diressero a Roma, dove Diego presentò le sue dimissioni da vescovo di Osma motivandole con l’intento di unirsi al clero danese per aiutarlo nella sua attività missionaria presso i popoli baltici. L’energico e arguto Innocenzo III, che allora governava la Chiesa impegnandola in un serio tentativo di riforma, rifiutò le dimissioni di Diego inviandolo invece missionario nelle terre francesi infestate dall’eresia degli albigesi, dove già per suo conto operavano alcuni membri dell’Ordine cistercense. Nel 1206 i due spagnoli ripresero la strada verso nord, ma lentamente in Domenico veniva a maturarsi la convinzione che la proibizione impostagli dal papa di andare verso i cumani e di dirigersi in alternativa verso i catari e gli albigesi, poteva trasformarsi in una specifica vocazione ecclesiale a cui dedicarsi con tutte le energie possibili. Quando su ordine del papa arrivarono a Montpellier, Diego e Domenico incontrarono degli scoraggiati legati pontifici che, malgrado i loro sforzi, non erano riusciti ad ottenere alcun successo nel combattere la perniciosa eresia.
Gli albigesi rappresentavano la versione francese del catarismo e derivavano il loro nome dalla città di Albi. Di forte ascendenza manichea già a partire dal 1160 essi avevano fatto della contea di Tolosa la loro roccaforte. Contro di loro a niente erano valse le spedizioni armate dei signorotti locali, quali quelle guidate da Simone di Monfort, e tanto meno le fulminanti scomuniche lanciate a più riprese da Innocenzo III. Forti della loro rigida struttura gerarchica, ma soprattutto della loro vita di perfetta povertà, gli albigesi godevano del credito appassionato del popolo. Era in loro evidente la convinzione che il diritto di predicare la dottrina ricevuta da Cristo spettasse soltanto a coloro che vivevano come gli apostoli, che cioè si spendevano in una vita di povertà e di itineranza. Uno stile che gli albigesi non vedevano realizzato né nel vescovo di Roma, né negli altri vescovi e tanto meno nelle diverse forme di vita canonicale allora variamente espanse nei territori della cristianità.1 Era stato Gesù stesso a tracciare le linee essenziali della figura dell’apostolo esemplare quando inviando in missione i suoi discepoli, ne aveva riassunto gli elementi essenziali (Mt 10, 5-16; Mc 6, 7-13; Lc 10, 1-6). Essi rimandavano a una vocazione che si concentrava nella missione dell’annuncio del Regno e a una pratica di vita ispirata all’assoluta povertà, sia personale che comunitaria. Per quanto riguarda l’itineranza essa indicava il continuo viaggiare dell’apostolo alla ricerca di ogni uomo di buona volontà, senza stare ad attendere il suo sopraggiungere. La conservazione di un minimo di vita comunitaria, almeno quanto bastasse per l’esercizio della carità fraterna, era l’ultima condizione richiesta a chi volesse imitare la vita degli apostoli.
Durante il loro periodo di azione missionaria nel sud della Francia, Diego e Domenico vennero continuamente a contatto con questi eretici che si presentavano come uomini austeri e colti, che conoscevano alla perfezione la Sacra Scrittura, ma che soprattutto vivevano con uno stile di vita perfettamente coerente al dato evangelico. E non v’è dubbio che «fu [proprio] in questo periodo che Domenico mutò il suo ideale da strettamente e personalmente missionario inter infideles, in comunitario e organico».3 A questa trasformazione contribuì non poco il modo con cui Diego assunse la sua missione episcopale. Rinviato dalla testimonianza di Diego al detto che ubi episcopus, ibi Christus, Domenico lentamente realizzava che l’episcopato non rappresenta il vertice di una carriera, ma semplicemente l’investitura piena da parte di Cristo della missione di annunciare la sua Parola. Lentamente si materializzavano nella mente del santo castigliano quelle caratteristiche che vorrà in seguito infondere al suo Ordine una volta costituito per farne un ordine di cenobiti, di dottori e di apostoli.4 Il Nartece della Cattedrale di Vézelay rendeva plastico all’uomo medioevale l’entusiasmo missionario dei dodici appena illuminati dalla grazia della Pentecoste e fu a questo entusiasmo che Domenico volle rimettere i suoi frati quando decise di dare vita al suo Ordine. La vita degli apostoli era il libro in cui imparare l’arte della vita perfetta in Cristo, era l’ideale concretizzato di una vita che valeva la pena di essere vissuta, perché era a loro che Cristo aveva concesso il titolo di amici: «Non vi chiamo più servi, ma amici, perché tutto quello che io conosco del Padre ve l’ho confidato» (Gv 15,15). Formati da Gesù stesso, essi erano col tempo diventati gli annunciatori della sua Parola e del suo Regno di beatitudini.
Concretizzatosi dapprima nella vita monastica e poi in quella canonicale, questo ideale apostolico nel XIII secolo cambiava ancora abito per rivestirsi di quello dei neonati Ordini mendicanti e su tutti quello domenicano. Quanto questo ideale avesse segnato le aspirazioni missionarie di Diego e Domenico lo rese noto nel 1211 Pietro de Vaux-de-Cernay, segretario dell’abate Arnauld di Citêaux legato della santa Sede per la missione contro gli Albigesi, che in una sua cronaca racconta che cinque anni prima che Diego uscisse dalla Curia, aveva incontrato il venerabile Arnauld, con fra Pietro di Castelnau e fra Raul. I tre legati cistercensi confidarono all’unisono al vescovo spagnolo di voler abbandonare la loro speciale missione, perché ormai irrimediabilmente senza frutto. Pietro ricorda che alle loro obiezioni Diego semplicemente rispose loro che continuassero nella predicazione con ancor maggior zelo di prima, poiché per chiudere la bocca agli avversari era necessario praticare e predicare (facere et docere) secondo l’esempio del Divino Maestro. Era altresì essenziale che essi si presentassero in tutta umiltà, camminando a piedi, senza oro né argento, senza alcun seguito o sfarzose cavalcature, insomma che imitassero in tutto l’agire degli apostoli.5 Stando poi al racconto del successore di san Domenico e primo biografo dell’Ordine, Giordano di Sassonia, i legati pontifici a cui Diego si era rivolto fecero propria la sua esortazione, congedando i loro servitori e trattenendo solo i libri e le altre cose strettamente necessarie.
Ma non furono solo i tre cistercensi a seguire i suggerimenti di Diego, anche Domenico volle fare propria in tutto la vita apostolica e per nove anni, a partire dal 1206, cercò di viverla e attuarla nei pressi di Tolosa. Il primo successo della sua predicazione che Domenico raccolse fu la conversione di un gruppo di donne dall’eresia albigese, per le quali fondò un monastero a Prouilhe, che era un luogo situato vicino a Fanjeaux, ossia il paese eletto a quartier generale della sua predicazione in Linguadoc. La storia domenicana assunse pertanto un inizio del tutto particolare, dal momento che la fondazione del secondo ordine precedette quella del primo. Ricerche storiche accurate hanno recentemente evidenziato come questa prima fondazione non avesse i presupposti di una comunità di vita contemplativa liberamente eletta, quanto fosse piuttosto un asilo per convertite le quali, per motivi legati alle condizioni sociali e culturali del tempo, erano indotte a ritirarsi in vita claustrale.7 Lasciando aperta la questione se sia stato Domenico o Diego a prendere l’iniziativa della fondazione di Prouilhe, nonostante che ricerche storiche recenti sembrino puntare sulla seconda ipotesi,8 due furono i compiti assegnati alle neonate monache domenicane. Offrire un’alternativa condivisibile a tutte le donne eretiche della zona, che Domenico identificava soprattutto nelle aristocratiche prive di mezzi che avevano abbracciato l’eresia non per scelta, ma per necessità. Accogliere, nutrire e probabilmente vestire i confratelli domenicani che, pur dediti alla missione apostolica dell’Ordine, fossero in quei primi anni ancora privi di un convento di appoggio.9 Quando poi Diego nel 1207 rientrò in Spagna per raccogliere fondi e procurarsi nuovi predicatori, affidò a Domenico il compito di essere la guida spirituale e il legislatore del monastero di Prouilhe, motivo per cui il santo castigliano da allora in poi ne assunse di fatto il governo. Il caro vescovo Diego d’Acabes infatti morì di lì a qualche mese. A questa sventura si unì quella dell’assassinio per mano degli albigesi del legato Pietro di Castelnau e allora Innocenzo III, profondamente esasperato, indisse una crociata contro gli eretici. Una volta scoppiata l’ostilità divenne estremamente difficile per Domenico e per quei suoi primi compagni che nel tempo si erano raccolti attorno a lui, continuare un apostolato pacifico. Il proposito tuttavia non mancò nonostante il tentativo di dissuasione che giungeva loro da più parti. Fu questa comunque l’occasione in cui «Domenico si rese conto che solo un Ordine religioso avrebbe potuto offrire alla Chiesa in continuità i predicatori adeguatamente preparati, di cui essa aveva bisogno».10
Gli eventi maturavano rapidamente e Domenico e i suoi frati discussero seriamente a Fanjeaux, negli anni tra il 1214 e il 1215, della possibilità e della necessità della fondazione di un Ordine che continuasse l’opera intrapresa. Nella primavera del 1215 i compagni di Domenico erano pronti nelle loro decisioni e il vescovo di Tolosa, Folco, lì costituì in fraternita di predicatori per la sua diocesi. Tommaso e Pietro Seilhan, due facoltosi cittadini di quella città, furono i primi ad emettere i loro voti nelle mani di Domenico. Pietro Seilhan donò quindi a Domenico alcune case di sua proprietà, la più grande delle quali diventò il primo convento dell’Ordine. Poco dopo il vescovo Folco concesse loro la chiesa tolosana di san Romano affinché la neonata comunità vi potesse recitare l’ufficio divino. Fedele alla sua formazione Domenico, ad appena sei mesi dalla costituzione di questa originaria fraternita, inviò sei frati ad ascoltare le lezioni che il maestro inglese Alessandro Stavensby teneva nella scuola cattedrale di Tolosa, ponendo così le basi di future scelte che lo vedranno inviare i suoi novizi a studiare nelle più prestigiose università d’Europa. Nato da una semplice approvazione episcopale, l’Ordine adesso aveva bisogno, a giudizio di Domenico, di ottenere dal papa l’approvazione ufficiale che ne certificasse l’eccesialità. L’occasione si presentò quando nel 1215 Folco dovette scendere a Roma assieme a Domenico, per assistere al Concilio Lateranense IV. Le motivazioni che avevano spinto Innocenzo III ad indire un Concilio erano essenzialmente quelle di dar modo alla Chiesa universale di risolvere alcune gravi questioni che non potevano essere più rimandate e che imponevano un radicale spirito riformatore. Ma quale era esattamente la situazione sociale, culturale, politica ed ecclesiale all’apertura del Laterano IV?
2. IL XIII SECOLO: CONTESTI STORICI
Il XIII secolo fu un secolo di rapidi mutamenti sociali, culturali e teologici. Fu il secolo in cui il forte spirito regionalista sì unificò a quello accentratore aiutando a disimpegnare una funzione civilizzatrice e aggregatrice. Fu infatti in questo periodo che Filippo Augusto e Luigi IX, Edoardo I e Federico II, Ferdinando III e Alfonso X si imposero come costruttori di Stati e organizzatori della società civile. Nel 1204 la conquista di Costantinopoli per opera dei Crociati intensificò i rapporti che da oltre un secolo esistevano tra il mondo latino e l’oriente bizantino. L’Islam finalmente indietreggiava dalle sponde del Mediterraneo, finora dominato dalle navi musulmane che ne avevano fatto il loro mare, che così tornava ad essere aperto alla navigazione favorendo lo scambio di merce e di cultura. L’apertura dell’Oriente ai mercanti di Venezia e delle altre repubbliche mercantili metteva ancora in contatto la fede cristiana con le antiche religioni gnostiche e manichee. Lo spirito religioso che allora pervadeva in profondità l’Occidente europeo non favoriva solo il fanatismo delle Crociate, ma chiamava in vita nuovi ordini che dai francescani ai domenicani, dai carmelitani ai Canonici di sant’Agostino, si diffonderanno in ogni dove. Le stesse eresie, così fiorenti in questo secolo, nascono proprio da questo stesso sentimento che, oltre ad ispirare il cammino dei pellegrini alle tombe degli apostoli, aspira ad una Chiesa maggiormente fedele ai dettati evangelici di povertà, umiltà ed itineranza. In prospettiva ecclesiale con Innocenzo III la teocrazia papale raggiunse il suo apice riescendo a penetrare nei recessi più interni della vita delle diocesi e delle abbazie. In modo sempre più ampio il controllo del papa si estendeva sulla vita civile di ogni fedele nonché dei regnanti, a cominciare dall’Imperatore. Sulla linea tracciata da Gregorio VII il Papato diventa sempre più agli occhi della cristianità un’autorità che governa sulla terra e obbliga gli uomini di Stato a riconoscere la funzione essenziale della Chiesa. Il papa diventava così l’arbitrio della condotta pubblica e privata, e la sua autorità diventa anzitutto un’autorità morale a cui nessuno potrà sottrarsi.
Il mondo seguito all’inconcludenza politica in cui era caduta la penisola italica al crollo dell’Impero romano e che aveva visto la cristianità governata dai suoi vescovi e dagli abati dei diversi monasteri benedettini, stava cambiando. All’orizzonte compariva l’epoca nuova dei Comuni, un germoglio annunciante una nuova primavera della cristianità, che purtroppo la maggior parte degli uomini di Chiesa non seppe interpretare. Essi di fatto non seppero capire che in questa inarrestabile trasformazione si celava il desiderio di farla finita con il dispotismo dei signori e del loro egoismo. Ma, sotto la guida dello Spirito santo, lo seppero capire Domenico e Francesco, i fondatori dei due maggiori ordini mendicanti. All’opulenza dei monasteri benedettini, essi opponevano in perfetto contrappunto, la cercata povertà della mendicità. I conventi di questi fratelli in Cristo, di questi uomini che sceglievano di vivere in comune per essere in tutto simili al Cristo povero tra i poveri, non sorgevano più ai confini del quotidiano ma erano scientemente inseriti nel tessuto urbano, proprio là dove il lavoro artigiano andava cambiando l’economia di mercato e la stessa trama sociale. Con il loro stile di vita, con la rigorosa applicazione della povertà mendicante, con la testimonianza fattiva di voler essere in mezzo al popolo e per il popolo, i frati domenicani e francescani seppero presentarsi agli abitanti della città, come testimoni credibili del vangelo. La creazione delle Università fu poi decisiva per la teologia che passava dalle scuole monastiche, legate al ritmo della contemplazione e del lavoro manuale, al controllo di un corpo di professori di professione legati in stretta cooperazione con la Facoltà delle Arti. L’università sottraeva la cultura, fino ad allora appannaggio delle scuole monastiche o cattedrali o palatine, al controllo di pochi per renderla patrimonio condiviso. Innocenzo III marcherà la notizia del contemptus mundi, ma cominciava a farsi spazio nella mentalità dell’uomo del XIII secolo la dignità del reale mondano. Il potere feudale aveva i giorni contanti alla fine del XII secolo e i mercanti con la loro abitudine al rischio diventarono i nuovi padroni. L’arte mercantile avrà soprattutto a Firenze un futuro assicurato, perché non sarà impossibile per lei il salto al sistema bancario pur con l’insieme dei rischi che esso avrebbe comportato.
Nell’insieme potremmo parlare di una nuova sorprendente scoperta, una novità che segnerà quanto ancora rimarrà del Medio Evo che proprio adesso viene a impalmare la sua gloria raggiungendo il suo apice. Questa nuova visione, sociologica e culturale al contempo, è la scoperta dell’altro. Il mondo europeo che, succeduto alla caduta dell’impero romano, era emerso dal groviglio delle invasioni barbariche aveva recepito il vissuto profondo di queste popolazioni senza un’idea di stato centrale. Il clan o la tribù erano le sole forme organizzate da loro conosciute. Al singolo era assegnata una parte preponderante e al re si prestava fedeltà come tali non come popolo. La stessa struttura monastica, modellata da san Benedetto sul diritto romano, favoriva la vita del singolo col suo parlare al “monaco”, ma poco alla comunità. Nonostante il tentativo di Gregorio VII e di Innocenzo III di imporre all’Europa l’idea di una papato forte e autorevole, dotato di un potere spirituale a cui anche l’Imperatore tedesco doveva assoggettarsi, le città si svincolarono, specialmente in Italia dal potere imperiale. Dalla Germania continuerà a calare il pretendente al trono d’Italia, che sceglierà di farsi incoronare a Pavia o Milano per poi andare a Roma a ricevere la corona d’Imperatore dalle mani del Pontefice, ma i Comuni otterranno nel contempo franchigia e avranno riconosciute le proprie autonomie. Firenze, fra tutte le città italiane, visse con orgogliosa originalità questo passaggio, forgiando lo sviluppo della classe mercantile, classe fatta di corporazioni e di mestieri che col loro progressivo monopolio e la loro tendenza all’autonomia furono il vero centro propulsore delle nascenti città. L’indipendenza sempre più ampia delle città italiane e tedesche fu accompagnata dal sorgere di una nuova classe sociale che veniva a sostituire quella dei nobili signorotti feudali, la borghesia. I mercanti vennero ad alimentare un patriziato urbano che sempre più rivaleggiava in ricchezza e cultura con quello di nobile lignaggio. La ricchezza feudale, essenzialmente terriera e costruita su un’economia basata sul baratto, non era più confacente a reggere la novità del commercio che avveniva in mercati europei posti a distanze ragguardevoli, anche al di là delle Alpi e che necessitava di denaro sonante, più che di beni deperibili. E non a caso fu proprio in questo periodo che Firenze impose la sua moneta, quel fiorino d’oro che, corrispondendo con esattezza ad una libbra d’argento, conquistò la fiducia dei mercati per la pregevolezza della sua fattura e per la garanzia del suo valore.
l XIII secolo fu un secolo che non conobbe né la povertà, né le grandi calamità dei secoli successivi. Fu un secolo di fioriture a cominciare da quelle artistiche. Non a caso fu il secolo che sentì la necessità di aprire le scuole monastiche e cattedrali alla nascente popolazione universitaria, fonte infinita di creatività intellettuale, religiosa e sociale. Conviene ricordare che all’origine delle eresie che si erano accavallate negli ultimi due secoli, non ultima quella catara, non vi era soltanto la protesta contro la ricchezza e la corruzione morale del clero, ma anche il fatto che la teologia cristiana forniva poche risposte alle domande che cominciavano, in quel secolo di risveglio, ad affollarsi alla mente degli uomini. L’intuito di Domenico seppe ben capirlo quando pensò di fondare un Ordine che avesse nella ricerca e nella testimonianza della verità il suo carisma. La fede dell’uomo medioevale era rimasta fino ad allora soddisfatta della risposta estatica e contemplativa che gli era stata riversata a piene mani, ma adesso esigeva argomenti che derivassero non dal sentimento ma dall’intelletto. La devozione popolare sentì in effetti il bisogno di costellare le vie per Santiago de Compostella di cattedrali che, erette secondo un nuovo stile, poi detto gotico, oltre ad essere mistiche espressioni della fede fossero anche veri e propri trattati di teologia in pietra. I romanzi, le novelle e i racconti furono la fucina dove si cominciavano a forgiare le lingue moderne indicanti anch’esse la novità dell’accadere col loro passaggio dall’antico latino ai nuovi usi linguistici, espressione anch’essi di nuove identità. Questa nuova lingua, la parlata usata dal popolo e dal mercante, col suo sostituirsi ad una lingua ormai solo diplomatica e liturgica, era lo specchio fedele delle idee, dei sentimenti e dei costumi che ormai stavano diffondendosi in questa rinnovata Europa. Fu questo e anche altro, ciò che caratterizzò il tempo in cui nella mente di san Domenico prese forma la sua idea di Ordine. La sua genialità tuttavia si manifestò non tanto nel capire e intuire il cambiamento, ma nel saper cogliere in questa radicale trasformazione ciò che avrebbe attraversato i secoli e che perciò avrebbe dovuto costituire le caratteristiche perenni dell’Ordine che andava costituendo per metterlo al servizio della Chiesa apostolica universale.
3. LA NASCITA DELL’ORDINE DOMENICANO
Arrivato con Folco a Roma, Domenico pregò il papa Innocenzo III di voler confermare il suo Ordine che, nei suoi intenti doveva essere, di nome di fatto, un ordine di predicatori. «Ma ascoltata la loro richiesta, il Romano Pontefice esortò fra Domenico a ritornare dai suoi Frati per scegliere di comune accordo, dopo aver con essi discusso della cosa, una delle regole già approvate. Il Vescovo avrebbe poi dovuto loro assegnare una chiesa e finalmente ciò fatto, fra Domenico avrebbe dovuto tornare dal Papa per ricevere la conferma di tutto».11 Il passaggio ora riportato dalla penna del beato Giordano è importante e va sottolineato. I canoni X e XI del Concilio Laterano IV insistevano che si organizzassero scuole e predicazione con quei termini che a Tolosa Folco stava già realizzando, ma al tempo stesso ribadivano che il vescovo era l’unico predicatore e maestro della sua diocesi. Ben più grave, riguardo alle intenzioni di Domenico, era però il canone XIII, il quale vietava esplicitamente che nella Chiesa si fondassero nuove società religiose imponendo, a chi volesse fondare una casa religiosa, di adottare una delle regole già esistenti. Nonostante questi obblighi il ritorno di Domenico verso Tolosa non deve essere stato un viaggio di afflizione, perché il papa aveva promesso che appena svolte le consuetudini richieste, il canonico castigliano avrebbe ottenuto la “conferma” del suo Ordine. La conferma e non l’approvazione, come fa giustamente notare il beato Giordano di Sassonia, perché al papa era stato solo chiesto di approvare quanto Folco aveva già concesso a Domenico e ai suoi frati per la Diocesi di Tolosa. Il papa aveva inoltre aggiunto un motivo di soddisfazione in più quando, col chiedere al vescovo Folco l’assegnazione ai frati di una chiesa, significava di renderli partecipi di un pulpito che non fosse soggetto agli umori dei parroci.12
Tornato a Tolosa, nella Pentecoste del 1216 Domenico convocò in Capitolo i frati per sottoporre ad approvazione le disposizioni richieste da Innocenzo III. Da allora in poi sarebbe invalsa la consuetudine, restata in atto fino al XIX secolo, di celebrare alla festa della Pentecoste i Capitoli generali dell’Ordine. In quel 1216 la solennità cadeva il 26 maggio e il Capitolo era principalmente chiamato a scegliere la Regola a cui affidarsi. Al tempo la regula per eccellenza era quella di San Benedetto, ma essa, soprattutto a partire dall’XI secolo, era stata via via sostituita nelle fondazioni canonicali e ospedaliere dalla regola di sant’Agostino. E fu a quest’ultima che anche il primo Capitolo dei Domenicani dette la preferenza, perché – dirà in seguito Umberto de Romans – Agostino nel comporla si era ispirato alla vita degli apostoli.13 Una semplice lettura della regola mostra con evidenza che l’intento primario del santo d’Ippona fosse quello di regolare la povertà comunitaria dei primi cristiani, ed in effetti in essa non si fanno riferimenti, se non altamente indiretti, alla mendicità e alla predicazione, invece così cari a Domenico.14 Il riferimento agli apostoli è comunque essenziale, ma ad esso Umberto de Romans ha cura di aggiungere che: «Istituendo il nuovo Ordine dei Predicatori, era necessario redigere norme che riguardanti lo studio, la povertà, e altre cose del genere, che avrebbero dovuto aggiungersi alla regola dell’Ordine. Fu perciò necessario scegliere una regola che non contenesse nulla in contrario con tali norme, una regola con la quale esse potessero convenientemente integrarsi. E tale è appunto la regola di sant’Agostino che contiene soltanto poche disposizioni per la vita spirituale e norme di buon senso che non si verificano in altre regole».15 La regola di sant’Agostino aveva in sostanza il pregio del buon senso, ma soprattutto era una regola ampia, una regola che non proibiva e anzi permetteva di essere completata con la Costituzioni proprie dell’Ordine, le quali avrebbero poi effettivamente guidato al condotta apostolica del nuovo Ordine. Buon senso, regola della dispensa, adattabilità alle esigenze del tempo, saranno in effetti alcune delle tante note caratteristiche che collegheranno la Regola di sant’Agostino alle Costituzioni dell’Ordine e che renderanno la vita domenicana così specifica rispetto a tanti altri Ordini.
Effettivamente, dopo aver scelto la regola di sant’Agostino i frati vollero immediatamente integrarla con degli statuti che ancora oggi fanno parte della Costituzione Fondamentale dell’Ordine. Il modello di riferimento fu la Regola dei Premostratensi, i quali erano riusciti a dare nuova vita e nuovo impulso alla regola di Agostino. Dalle loro leggi i nascenti domenicani accolsero tutto ciò che di «austero, bello e prudente» vi trovarono.16
Per quattro anni quei testi regolarono la vita dell’Ordine, volendo Domenico nella sua saggezza e prudenza, attendere di capire meglio cosa si sarebbe potuto legiferare una volta comprese le ulteriori esigenze di un Ordine per adesso solo in embrione. Domenico poteva comunque adesso fare ritorno a Roma e chiedere al papa la definitiva approvazione del suo Ordine. Aveva infatti scelto una Regola e il vescovo di Tolosa gli aveva concesso la chiesa di San Romano, erano in tal modo attuati in pienezza le condizioni di Innocenzo III, che però morì improvvisamente a luglio. I cardinali, consci dell’urgenza di dare continuità al processo riformatore messo in moto dal suo pontificato, dopo soli due giorni elessero al trono di Pietro il novantenne, ma energico Cencio Savelli che scelse il nome di Onorio III. La scelta fu delle migliori, perché il nuovo Pontefice non ebbe alcuna difficoltà a continuare la politica del suo predecessore, ragion per cui anche la rinnovata richiesta di conferma che gli fu posta da Domenico, quando fu ricevuto in udienza nel palazzo Vaticano, non ebbe difficoltà ad essere accolta. Fu così che il 22 dicembre 1216 in San Pietro, Domenico poté finalmente ricevere il documento di conferma tanto desiderato. Con la bolla di Onorio III Domenico riceveva non solo la conferma delle rendite assegnategli dal vescovo e dal conte di Tolosa, ma anche un certo numero di libertà e garanzie riguardanti l’accettazione dei frati, la loro professione religiosa, la forma delle lezioni e cose simili. Rimaneva però da confermare la predicazione e l’attribuzione ai frati del nome a cui il Fondatore tanto aspirava, ma qui sorgevano delle vere e proprie difficoltà. Come attribuire all’Ordine voluto da Domenico il nome di Predicatori senza che ciò apparisse come la fondazione di un Ordine del tutto nuovo, contravvenendo in tal modo alle norme imposte dal Concilio Lateranense IV?
Ma lo Spirito santo non restava inoperoso. La situazione della diocesi di Tolosa si faceva seria e il vescovo Folco presentò con l’occasione le sue dimissioni, sembrandogli la diocesi troppo vasta per le sue forze e il compito di combattere l’eresia troppo impegnativo per le sue possibilità. Onorio ebbe però la fortuna di avere accanto a sé un consigliere fidato e preparato come Domenico, il quale con prudenza e rispetto seppe ragguagliarlo sull’effettiva situazione dell’eresia nel sud della Francia. Guidato dai suoi suggerimenti il Pontefice fece redigere nel gennaio 1217 ben quattro bolle per i territori dell’Albigese. La prima serviva a nominare il cardinale legato della Provenza, la seconda era indirizzata al corpo dei maestri e degli studenti di Parigi affinché scendessero al sud per aprire cattedre per l’insegnamento. Questa bolla fu redatta quasi certamente su suggerimento di Domenico e a lui fu infatti affidata affinché la portasse con sé a Tolosa per consegnarla ai frati che dovevano partire per Parigi per fondarvi un convento. In tale bolla, riferendosi ai compagni che seguivano Domenico, si parlava di frati che predicano nel territorio di Tolosa, ma a questo punto non può affatto essere passato sotto silenzio «un aneddoto ritenuto leggendario, ma singolarmente confermato dall’analisi del testo originale»,17 che vuole che Onorio III abbia chiesto di correggere questa generica dicitura in “Frati Predicatori”. Era questa la conferma definitiva dell’Ordine dei Frati Predicatori. Era una lettera del pontefice che ne confermava il titolo e la missione, missione che in antecedenza soltanto il vescovo Folco aveva attribuito ai seguaci del canonico di Osma. Di fatto negli anni successivi, quando questo drappello di frati della chiesa tolosana di Saint-Romain si metteranno in viaggio per diffondere l’Ordine e predicare nelle chiese, essi potranno presentarsi col titolo di “predicatori” e per esplicita volontà del papa potranno esercitarne l’ufficio. Quanto qui confermato sarà in seguito rafforzato da altre bolle dello stesso Onorio e del suo immediato successore, Gregorio IX, le quali preciseranno che i frati di san Domenico sono totalmente deputati all’evangelizzazione della parola di Dio (1221) in precisa forza di un’autorità assegnatagli dalla santa Sede (1227) e in virtù della loro professione nell’Ordine (1231).18
4. LO SPECIFICO DELL’ORDINE DEI PREDICATORI
L’Ordine era dunque costituito, ma quale ne era la fisionomia? Una breve sintesi direbbe che i frati dell’Ordine dei Predicatori hanno come programma “la carità della verità”, che la loro condotta di vita si basa sul giusto equilibrio tra contemplazione e azione, che ripropongono nella comunione fraterna, nella preghiera, nello studio e nella predicazione, il modello di vita degli Apostoli.19 Ma è una sintesi che va motivata e sciolta. Domenico, che Giordano di Sassonia ricorda: «si manifestava ovunque evangelico nelle parole e nelle opere»,20 fu animato da un principio su tutti: l’amore della carità di Dio. Questa peculiare forma d’amore, da lui sentita fino alle lacrime, guidò tutta la sua vita e fu su di essa che volle modellare lo stile di vita dell’Ordine da lui fondato. Possiamo anche dire che il carisma proprio dell’Ordine dei frati Predicatori è quel sermo sapietiae, vale a dire quel linguaggio della sapienza, di cui parla l’Apostolo Paolo nella sua lettera ai fedeli di Corinto (1 Cor 12,8). Il risveglio intellettuale accaduto fra il XII e il XIII secolo, risveglio causato da un evidente progresso economico e dal generalizzato aumento della qualità della vita, trovò in effetti Domenico pronto a interpretarlo e a volgerlo alla gloria di Dio. Subito egli inviò i suoi frati nelle maggiori Università del tempo, da Parigi ad Oxford, da Montpellier a Bologna, perché qui si formassero, ma anche perché da qui essi attingessero nuove vocazioni. Egli non aveva infatti bisogno solo di cuori ferventi, ma anche di menti illuminate capaci di proclamare con sapienza la Parola affidataci da Cristo. La carità della verità, sembra intendere Domenico, è un modo tutto particolare di amare Dio, gli uomini e il mondo, ma essa ha bisogno per essere testimoniata di uomini preparati e capaci. A questo i frati di Domenico sono chiamati e su questo essi devono costruire la loro vita. Santa Caterina da Siena ricevette da Dio una perfetta sintesi del progetto di Domenico quando nel Dialogo le è ricordato che: «Il padre tuo Domenico [...] volle che i suoi frati attendessero solo all’onor mio e la salvezza delle anime, col lume della sapienza. Su questo lume volle porre il suo principio, non togliendo però la povertà vera e volontaria. [...]. Ma quale obbiettivo più specifico egli scelse il lume della scienza, per estirpare gli errori che in quei tempi si erano diffusi. Egli assunse dunque l’ufficio del Verbo unigenito mio figliolo. Addirittura un apostolo egli sembrava nel mondo, tanta era la verità e il lume con cui seminava la mia parola, levando le tenebre e donando luce».
Due sono le azioni che scaturiscono da questo amore della verità: la contemplazione e l’azione apostolica, che di questa contemplazione è frutto e sorgente. L’Ordine domenicano non intende infatti la contemplazione come la intende il monachesimo che privilegia una perfezione personale. La contemplazione dei misteri dell’amore di Dio porta piuttosto il domenicano all’azione apostolica, all’offrire con la testimonianza di una vita la Parola contemplata e studiata. Per il domenicano il contemplare è al contempo amore di Dio e amore del prossimo, è parlare con Dio nella contemplazione e parlare di Dio nell’annuncio testimoniato della sua Parola. Quando il vescovo di Tolosa Folco, nel luglio del 1215, istituisce Domenico e i suoi compagni come predicatori nella sua diocesi, anche se assegna loro il gravoso compito di «estirpare l’eresia, combattere i vizi, insegnare la regola della fede ed educare gli uomini ai buoni costumi», sa che può farlo perché essi «si propongono di praticare la povertà evangelica e di predicare la verità del Vangelo».22 Una scelta non facile per il singolo, che perciò richiede una comunità con cui condividere intenti, preghiera, studio e in cui trovare conforto e ristoro. Domenico lo sa bene, perché per primo lo ha sperimentato sulla sua pelle negli anni di apostolato solitario nelle terre albigesi. Per questo sarà sua cura imporre ai suoi frati una vita comunitaria e sarà altresì sua premura dotare le comunità da lui fondate di precise regole per una vita in tutto conforme alla vita degli apostoli. Dai tempi di Domenico ad oggi le Costituzioni dell’Ordine ribadiscono con fedele costanza che solo le osservanze regolari, come la vita comune, la celebrazione liturgica, lo studio, il ministero apostolico, l’osservanza dei voti, e le altre opere, rendono vera la vita domenicana.
Prima di accettarli nell’Ordine, Domenico domandava due cose ai novizi: l’obbedienza e l’impegno di una vita comunitaria. La regola di sant’Agostino accentua molto la vita in comune, perché lo stare insieme, il condividere tutto, dalla preghiera ai beni, era segno della primitiva unità apostolica. Ecco allora che volendo Domenico imitare in tutto la vita degli Apostoli, comprese che la vocazione domenicana non poteva realizzarsi se non nell’ambito di una vita comunitaria. Per lui tutto del domenicano, dallo studio alla preghiera liturgica, dalla vita contemplativa all’osservanza dei consigli evangelici, dalla vita regolare all’attività apostolica, ha il suo fondamento e il suo alimento nella vita comunitaria. Una comunità domenicana non è infatti solamente un associarsi fraterno di persone che si sono riunite per raggiungere un fine comune. È molto di più. È comunione nella carità, proprio come lo era quella degli apostoli, perché «formare una comunità, nella vita religiosa, significa non solo essere insieme, ma vivere insieme».23 La vita comunitaria è insomma là dove gli animi si esercitano alla carità, all’accettazione reciproca e alla concordia degli animi. Vivere la comunità è mettere tutto in comune, non solo i beni materiali frutto del proprio lavoro, ma anche tutto l’insieme dei suoi doni, delle doti e dei carismi ricevuti. La stessa attività apostolica che ogni singolo frate dell’Ordine realizza, non è mai un fatto privato ma un’opera della comunità. E lo è per la sua origine e per il suo svolgimento. Ogni azione apostolica, qualunque essa sia, dall’insegnamento alla vita missionaria, è sempre frutto di una scelta della comunità di appartenenza.
Una vita che, accanto allo stare in comune, ha nello studio assiduo della Parola e nella costante ricerca della verità uno dei suoi cardini. Umberto de Romans poteva infatti scrivere a tal proposito che: «se per gli altri Ordini lo studio è conveniente, per i frati predicatori è un dovere».24 La volontà così viva in Domenico di voler fondare «un ordine permanente di predicatori, la cui vita fosse realmente polarizzata sull’annuncio della Parola di Dio, esigeva di accordare un posto privilegiato allo studio».25 Uno studio che si rivolgesse non solo a scrutare minuziosamente la Parola di Dio, ma che servisse ad acquisire quanto di meglio la tradizione aveva assimilato e scoperto, che doveva volgere i suoi interessi a ogni disciplina utile a rendere certa la verità creduta. Semper studere, questa la raccomandazione che Domenico non ha smesso di rivolgere ai suoi frati e che volle addirittura incastonare nel cuore della vita comunitaria quando richiese che ogni convento prevedesse fra i suoi incarichi quello di “lettore conventuale”, di addetto cioè ad una continua animazione della vita di studio. Questa forte sensibilità del santo di Guzman verso lo studio spiega perché la maggior parte delle innovazioni che egli vorrà apportare alla regola dei Premostratensi riguardano proprio lo studio. La sua centralità è così evidente che le stesse esigenze della vita comunitaria gli sono talvolta subordinati, come lo sarà la stessa architettura conventuale che dovrà prevedere celle separate per ogni frate che così potrà godere di un ambiente comodo in cui ritirarsi per la contemplazione e lo studio. Uno studio che, calcando l’accezione latina di studium, si riveste per il domenicano del privilegio di uno studio sui libri, ma anche dello zelo con cui applicarsi ad esso. Domenico tiene tanto a questo aspetto che i primi testi legislativi prevedono che non si potesse fondare nessun convento senza che ad esso venga assegnato un “dottore”. Nelle intenzioni del Fondatore dunque ogni convento doveva essere una vera e propria scuola di teologia.26 E si comprende anche perché, fin dalla metà del XIII secolo la legislazione domenicana, sotto la crescente spinta di un disagio che nasceva dalla difficoltà di combinare gli orari comunitari e liturgici con altre incombenze, dovesse con periodicità ricordare l’obbligo dello studio per tutti i frati. Uno studio non inteso come fine a se stesso, ma del tutto preteso e orientato alla ricerca della verità. Quel grande teologo domenicano che fu san Tommaso d’Aquino, che a tutti gli effetti possiamo intendere come uno dei più fedeli discepoli di Domenico, significativamente porrà proprio la parola veritas già nella prima frase delle sue due opere maggiori: la Summa theologiae e la Summa contra Gentiles.

5. I Domenicani a Firenze e primi sviluppi di una presenza
I primi dodici domenicani giunsero a Firenze da Bologna nel 1219. Li guidava fr. Giovanni da Salerno a cui san Domenico aveva assegnato questo compito, visto che la città era infestata dall’eresia catara. Sul principio i frati presero ospitalità presso l’ospedale di San Gallo, ma ebbero ben presto la loro abitazione in una casa a Pian di Ripoli, officiando nell’oratorio di S. Jacopo.27 L’abitazione era però troppo lontana dal centro cittadino rendendo difficile il compito dell’apostolato, per cui in novembre si trasferirono a S. Paolo e a S. Pancrazio. Qui rimasero fino al 1221 anno in cui, essendosi recato il beato Giovani da Salerno al Capitolo generale tenutosi a Bologna, questi espose a san Domenico le precarie condizioni della loro presenza a Firenze. Nella prima metà di giugno di quell’anno san Domenico si recò a Venezia e conferì della questione del convento di Firenze con il card. Legato Ugolino d’Ostia. Questi, in data 14 giugno 1221, da Venezia datò una lettera con la quale ordinava, in forza della sua autorità, che a fr. Giovanni da Salerno e ai suoi compagni fosse ceduta la chiesa di san Piero in Schieraggio. Ma quando ad ottobre dello stesso anno il card. Ugolino venne a Firenze i suoi ordini non erano stati eseguiti, ed egli provvedette a rimettere ai frati di Domenico la chiesa di Santa Maria Novella, posta al di fuori delle mura. Con un atto del 12 novembre, atto tenuto nel coro della suddetta chiesa e alla presenza dei canonici del Duomo, il cardinale Legato investiva solennemente Giovanni da Salerno e l’Ordine domenicano del possesso della chiesa di S. Maria Novella con le sue case, il suo cimitero e sei staia di terra che verranno a formare un vero e proprio orto. Il 20 novembre 1221 i frati prendevano solenne possesso della nuova concessione.
La chiesa ricevuta era una piccola chiesetta che andava dalla Porta di Bascheria a via de’ Cenni (ora via Panciatichi), con l’entrata principale da quella che oggi è piazza dell’Unità Italiana e allora piazza Vecchia. Sembra che fin dal principio il primo nucleo del convento sia stato attorno all’attuale chiostrino dei morti. Le antiche regole dell’Ordine, al fine di preservare e testimoniare il voto di povertà, imponevano che le chiese dei conventi avessero muri che non oltrepassassero i 30 piedi di altezza, e che non avessero coperture a volta, eccettuati il coro e la sacrestia. Ciò comportava che i frati, fino a tutto il generalato di fr. Umberto de Romans, dovessero andare a predicare fuori dei loro conventi, facendo azione di predicazione nelle grandi chiese e nelle piazze di Firenze. Fu con il Maestro generale Giovanni da Vercelli che, a partire dal 1264, l’Ordine domenicano iniziò ovunque la costruzione di grandi chiese nei loro conventi. Nonostante la proibizione sappiamo comunque che fin dal 1246 i frati di Santa Maria Novella pensavano di ingrandire o costruire una grande chiesa. L’anno precedente San Pietro Martire aveva presentato un’apposita istanza alla Repubblica fiorentina che allo scopo aveva concesso l’ingrandimento della piazza posta davanti alla vecchia chiesa. Il 13 aprile 1246 lo stesso pontefice Innocenzo IV concedeva una specifica indulgenza a chi avesse aiutato i frati di Santa Maria Novella a costruire la chiesa nuova e gli altri edifici a loro utili per lo svolgimento della loro missione apostolica. Quali opere fossero state effettivamente intraprese è difficile da stabilire, ma è certo che in Santa Maria Novella nella Pentecoste del 1257 fu tenuto per la prima volta un Capitolo generale dell’Ordine. Se ne celebrò poi un altro nel 1272 e un terzo nel 1281. Ospitare un Capitolo generale voleva dire dare ospitalità a circa 150 frati, il che significherebbe che attorno al 1250 si deve far risalire la costruzione, o almeno l’inizio, del nuovo convento comprendente il piano terreno del lato settentrionale, che ora corrisponde al lato di Piazza della Stazione, e quello orientale, prospiciente il chiostrino dei morti.
Costruito il convento i frati si posero in opera per costruire anche la Chiesa. A tal proposito il 14 marzo 1277 il Card. Legato fr. Latino Malabranca Orsini dava facoltà ai frati di raccogliere offerte utili alla costruzione di una grande Chiesa. Nel frattempo fr. Aldobrandini de’ Cavalcanti, durante l’episcopato orvientano, aveva raccolto notevoli mezzi finanziari che avevano permesso di cominciare a far accumulare il materiale necessario per la suddetta costruzione, tanto che il 18 ottobre 1279, festa di san Luca evangelista, il Card. Legato Malabranca, poteva solennemente porre la prima pietra della nuova Chiesa che, nelle parole del Meersseman, costituì una vera e propria novità nella storia dell’architettura romana.28 Difficile sapere con che ritmo procedessero i lavori e quali ne furono le traversie che accompagnarono la costruzione, si sa però con certezza che nel 1287 venne fatta e donata al Convento la piazza nuova di Santa Maria Novella. È certo inoltre che nell’anno 1308 venne assegnata la costruzione della terza arcata della navata di levante, grazie alla munificenza della famiglia Minerbetti e inoltre che nel 1325 si lavorava alla facciata, completamente rivista più di un secolo dopo da Leon Battista Alberti.
Potremmo soffermarci a lungo nella descrizione delle tante opere artistiche che i frati di Santa Maria Novella commissionarono a personaggi di alta fama e talento, ma a ciò sono deputati altri studi che trascendono lo scopo di questa scheda. Quello che invece in conclusione vorrei porre a completamento sono ben altre opere e molto più importanti per un domenicano. È quindi giusto ricordare che in questo convento operarono insigni studiosi come fr. Remigio de’ Girolami, o predicatori del valore di fr. Jacopo Passavanti o fr. Leonardo Dati, o riformatori come il beato Giovanni Dominici. Se questo non bastasse aggiungiamo che lo zelo apostolico che animava i frati di Santa Maria Novella trova conferma nell’elenco delle tante Società o Confraternite di cui sarebbe lunghissimo l’elenco, ma di cui vale ricordare la cosiddetta Compagnia de’ Luadesi, alla cui scuola sembra avesse fatto capolino anche Dante Alighieri, che da qui, unitamente a Santa Croce, apprese i primi rudimenti di quella scienza che, forgiata alla scuola di Brunetto Latini, lo avrebbe reso immortale per la sua arte e la fede che esprime.

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