Archive pour juillet, 2013

COMMENTO ALLA SECONDA LETTURA – COLOSSESI 1,24-28

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

(traduzione Google dal francese)

SECONDA LETTURA COLOSSESI 1,24-28

La prima frase di questo articolo è impressionante! « Quello che resta alle sofferenze di Cristo, che ho fatto nella mia carne » come sentire questa frase? Ci sarebbe quindi sottoporsi Cristo sofferente o noi, per buona misura, in qualche modo? A quanto pare, ci stanno ancora soffrendo a sopportare, come dice Paolo, ma non è « per buona misura. » Ciò non è dovuto ad un requisito di Dio! Questo è, purtroppo, una necessità a causa della durezza del cuore degli uomini!
 Ciò che rimane a soffrire sono le difficoltà, l’opposizione e persino persecuzioni affrontato da qualsiasi evangelizzazione attività. Gesù stesso ha chiarito in diverse occasioni, prima e dopo la sua passione e risurrezione, gli apostoli, ha detto: « E ‘necessario che il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e il terzo giorno essere sollevata. « (Lc 9, 22), e dopo la sua risurrezione, ha spiegato ai discepoli di Emmaus: » Non doveva il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? »(Lc 24, 26). E quale è stata la sorte del maestro sarà quella dei suoi discepoli ancora una volta, ha messo in guardia: « Consegneremo a tribunali e le sinagoghe, sarete bastonati, ti troverai davanti a governatori e re a causa della me: hanno un testimone qui. Perché deve prima essere proclamato il Vangelo a tutte le nazioni. »(Mc 13, 9-10). Siamo stati avvertiti: come il compito non è completato, sarà ancora dare problemi e attraverso molte difficoltà e persino persecuzioni. Questa buona pratica nella nostra carne.
 Non è ovviamente una questione di immaginare che derivano da un decreto di Dio, desiderosi di vedere i propri figli soffrire, e la contabilità delle loro lacrime che presupposto distorce il Dio di misericordia e di compassione che Mosè stesso aveva già scoperto. La risposta è duplice: in primo luogo, per l’opera di evangelizzazione, Dio invita i dipendenti, non agisce senza di noi, e in secondo luogo, il mondo si rifiuta di ascoltare la Parola, di non dover modificare il comportamento; allora si oppose con tutte le sue forze per diffondere la Buona Novella. Questo può andare fino a perseguitare e reprimere testimoni indesiderati della Parola. Questo è esattamente ciò che Paolo imprigionato per troppo di Gesù Nazareth.1 E nelle sue lettere ai giovani comunità cristiane vide incoraggia ripetutamente i suoi interlocutori ad accettare di girare la persecuzione inevitabile: « Nessuno abbia mosso da questi studi attuali, perché sapete che siamo destinati. « (1 Ts 3, 3). E Pietro fa lo stesso « Resist, saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono per i vostri fratelli sparsi per il mondo. « (1 Pietro 5, 9-10).
 Non è quindi questione di mollare: « Quel Cristo, predichiamo, dice Paolo, (che significa, contro ogni previsione), mettiamo in guardia tutti gli uomini, insegniamo ogni uomo con la saggezza di portare ogni uomo alla perfezione in Cristo. « E ‘iniziato, dobbiamo completare l’opera di annuncio. E ‘così che nella lettera ai Romani, Paolo vede il suo ministero: « La grazia che Dio mi ha dato è di essere un officiante di Gesù Cristo tra i pagani dedicati al ministero del vangelo di Dio in modo che i Gentili possono essere un’offerta, santificata dallo Spirito Santo, a Dio gradita. « (Rm 15, 15-16).
 E cresce a poco a poco la Chiesa, il Corpo di Cristo dalla prima lettera ai Corinzi (1 Cor 12), la visione di Paolo è stata ulteriormente ampliata: nella lettera ai Corinzi, Paolo stava già usando l’immagine di corpo, ma solo per parlare del rapporto tra i loro membri in ogni chiesa locale, qui sta valutando la Chiesa universale, grande corpo di cui Cristo è il capo. E ‘quella parte di umanità che riconosce il primato di Cristo su tutto il cosmo di cui parlava l’inno dei versi precedenti: « Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, per la c ‘In lui tutte le cose sono state create nei cieli e sulla terra, poteri visibili e invisibili: tutte le cose sono state create da lui e per lui. Egli è prima di tutte le cose, e in lui tutte le cose sussistono. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa. « (Col 1, 15-18) .2
 Il mistero del disegno di Dio è stato rivelato per i cristiani, è la loro fonte inesauribile di gioia e di speranza: « Cristo è in voi, lui, la speranza della gloria! »(V. 27). E questa è la meraviglia della presenza di Cristo in mezzo a loro che trasforma credenti testimoni. Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo può dire: « Come le sofferenze di Cristo abbondano in noi, così anche per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. « (2 Cor 1, 5). E nella lettera ai Filippesi: « Dio ti ha fatto in relazione a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui. »(Fil 1, 29). Qui, ha esordito dicendo: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi, perché rimane delle sofferenze di Cristo, che ho fatto nella mia carne per il suo corpo, che è Chiesa. « 

21 LUGLIO 2013 | 16A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C – GESU’ OSPITE PRIVILEGIATO DI MARTA E MARIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/16-Domenica-3013-C/16-Domenica-2013_C-DG.html

21 LUGLIO 2013 | 16A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C |  OMELIA DI APPROFONDIMENTO

GESU’ OSPITE PRIVILEGIATO DI MARTA E MARIA

VANGELO: « Maria ha scelto la parte migliore » (Lc. 10,38-42)

Il contrasto posto da Luca tra Marta e Maria nel Vangelo di oggi, è voluto per accentuare due categorie di persone nei confronti di Gesù: l’inquietudine ansiosa per l’ « azione », anche se è in favore di Gesù, e l’apparente « inazione » passiva, che consiste nella premurosa docilità nell’ascoltare la « parola » salvifica di Gesù Maestro.
Per Gesù, che rimprovera con tanta dolcezza Marta, l’unica cosa essenziale per chi vuol essere suo vero « discepolo », è l’ascolto della sua parola.
L’ospitalità è un po’ la chiave di lettura della liturgia di oggi.
L’ospitalità accordata a Gesù dalle due sorelle, ha un ricco precedente nel gesto di Abramo presso il querceto di Mambre. Nell’uno e nell’altro caso è offerta l’ospitalità a Dio sotto spoglie umane. Dio a Mambre, come a Betania, si presenta in sembianze umane. Senza forzare i termini dei due racconti possiamo affermare che è sempre così. Dio si immedesima nell’uomo. « Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatto a me ».
Notate lo squisito senso di ospitalità di Abramo: la lavanda dei piedi, le focacce, il vitello, il latte fresco e acido. E’ l’offerta dei doni in onore della misteriosa Presenza che sceglie la sua tenda come dimora.
Dio ha scelto le nostre tende umane , le nostre case, i nostri paesi, le nostre città per « abitare con noi »; sono le chiese di pietra, di marmo, di legno, di vetro, di ghiaccio (tra gli Esquimesi), di fango, di frasche, che gli uomini in cammino verso la « Promessa », costruiscono al loro « Dio fatto uomo », all’Emmanuele, Dio con noi.
Il misterioso annuncio, proclamato dai Tre Pellegrini ospiti nella tenda di Abramo, ora è realtà: lo scrive chiaramente Paolo: « Il mistero nascosto da secoli e da generazioni… ora è manifestato ai suoi santi »: non solo i discendenti da Abramo, ma anche i pagani.
« Qual è questo mistero? Paolo risponde: « Cristo in voi, speranza della gloria ».
Gesù in noi! E’ il Vangelo che ce lo dice: « Il regno di Dio è dentro di voi ». « Ricercate anzitutto il regno di Dio dentro di voi e la sua giustizia… ». « Se qualcuno mi ama e ascolta lamia parola, io e il Padre verremo a lui e faremo dimora dentro di lui ».
Sono parole eterne a cui San Paolo fa eco scrivendo: « Non sapete che voi siete tempio dello Spirito Santo? ». Ecco il mistero svelato: Gesù abita sacramentalmente nelle nostre chiese di pietra, ma la sua casa preferita è la nostra anima, il nostro corpo, la nostra vita.
I marmi, le pietre, i fiori, l’oro e l’argento, le candide tovaglie non sanno nulla di Gesù: Lo ospitano materialmente, ma non spiritualmente. Solo l’uomo battezzato sa di essere « casa del Signore ». E che dire dell’anima consacrata? Essa è il mistico ciborio di Gesù e il Suo ostensorio vivente: tutti devono vedere in lei Gesù vivo.
L’eloquente messaggio che ci proviene dalla prima lettura è questo: Dio è presente nel mondo, vuol venire a contatto con gli uomini, vuole ricevere il loro omaggio. Abramo è il vero tipo dell’ospitalità biblica.
Del resto ben sappiamo che per Israele l’ospitalità era un dovere sacro che spesso si confondeva con il culto e l’accoglienza della divinità stessa. Infatti Israele aveva nell’ospite un ricordo perenne della sua condizione di nomade, protetto, nutrito e difeso dal Signore. L’ospitalità quindi diventava quasi un ricambio a Dio per i doni ricevuti.
Aspetto sacrale e cultuale, dunque, dell’ospitalità. Richiamo continuo ad uscire fuori di sé per incontrarsi con Dio. Forse è proprio per aver smarrito il senso di Dio e del sacro che la nostra società, oggi, coltiva poco l’ospitalità. L’egoismo sta sempre in agguato e spinge inconsciamente a vedere nell’altro un nemico almeno potenziale, o un disturbatore, o un concorrente; e così si moltiplicano sempre più gli episodi di violenza, di furto, di inganno, di frode, e in tal modo l’uomo moderno è tentato fortemente di opporre agli altri una barriera di rifiuto e di freddezza. La diffidenza è il male diffuso e tenebroso che ci paralizza tutti. Eppure Gesù ci chiede uno sforzo di liberazione da tutte queste paure.
Nel Nuovo Testamento l’ospitalità non perde nulla della sua forza antica e del suo significato religioso, anzi lo éleva al punto massimo, in quanto l’accoglienza all’ospite diventa accoglienza a Gesù. « Ero forestiero e mi avete ospitato… ».
In realtà, Gesù nel Vangelo appare davvero e sempre il Dio pellegrino, il Dio forestiero che passa e desidera essere invitato, accolto, ospitato, servito. Pensiamo alle meravigliose pagine di Nicodemo, di Zaccheo, di Levi il pubblicano, di Simone il fariseo e quella dell’incontro di Gesù con Marta e Maria.
E questo Dio che passa, che si autoinvita, che mangia con i pubblicani e i peccatori, che accetta inviti a pranzo, è il Dio che ha le mani e il cuore pieni di doni per elargirli a chi gli offre ospitalità.
In Gesù, dunque, l’ospitalità ricevuta, richiesta, addirittura comandata, diventa occasione propizia per una divina effusione di grazia.
Anche oggi, pertanto, Gesù rimane il Dio pellegrino, il Dio camminatore in cerca di porte che gli si aprano, di cuori che gli si donino. Li troverà tra noi?
E non dimentichiamoci che, al presente, Gesù vuole essere ricevuto nel « sacramento del fratello ». Egli, oggi, si nasconde sotto le spoglie di chiunque bussi alla nostra porta, di chiunque abbia bisogno d’amore, di conforto, di comprensione.
Dio vuole essere incontrato negli altri. Anche se sono scomodi, anche se sono diffidenti, anche se sono sgradevoli: il vero amore per Gesù supera tutti questi ostacoli.
Ecco allora che Marta ci fa scuola. Conviene dare atto a questa simpaticissima donna, amica del Signore Gesù, di aver fatto il suo dovere, quando, con premurosità tutta femminile, si è messa a servire il divino Ospite della sua casa, con tanta dedizione. Conviene fare questo atto di giustizia verso questa massaia operosa, la quale, per vi di quella frase del Signore, ha rischiato sempre di essere malcompresa e peggio giudicata…
Gesù, pur accettando le delicate premure di Marta, volle solo ricordare a lei e a noi che esiste una gerarchia di valori: l’azione deve essere fondata sulla contemplazione, sulla preghiera. L’ospitalità materiale, il pranzo, le delicatezze generose di Marta sono tutte cose belle, ma c’è qualcosa di meglio, di più alto. Ed è l’atteggiamento di Maria, china ai piedi di Gesù, pendente dal suo labbro. Gesù si sente in dovere di proporre alla nostra imitazione l’ascolto della Parola divina, il colloquio con Lui, che è e rimane sempre il Divino Maestro.
Perciò nella nostra vita di consacrati non separiamo mai l’azione dalla preghiera.
C’è una profonda saggezza di vita nella ingenua leggenda del vecchio pescatore che trasportava sul lago, nella sua barchetta, un giovane studente. Lo studente osservò che su uno dei remi era incisa la parola « Ora » e sull’altro « Labora ». E disse al vecchio: « Prega e lavora! » E’ un motto sorpassato. Basta il lavoro per vivere bene ».
Il pescatore dalle mani incallite sorrise saggiamente e cominciò a vogare con il remo su cui era incisa la parola « Labora ». Ed ecco che la barca si mise a girare in tondo. Lo studente guardò con aria interrogativa, e il vecchio disse: « Così va il mondo quando gli uomini si limitano a lavorare e dimenticano di pregare. Vanno in girotondo e non arrivano mai alla meta.
Il dilemma esiste anche per ciascuno di noi. Anima che prega o robot che impreca.
Per mancanza di preghiera sono avvenuti i più disastrosi fallimenti nella vita consacrata.
« Lavoro e preghiera » deve essere il nostro stendardo, come lo fu per Don Bosco.
Come lo fu per la Madonna: tutta lavoro per Gesù e tutta colloquio con Lui. Sia Lei il nostro modello.

 D. Severino GALLO sdb,

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

Icone Copte: Icons of St. Mark’s Coptic Chruch , St Pachomius, St. Paul and St. Anthony, St Shenoute – Bedour Latif & Youssef Nassif

Icone Copte: Icons of St. Mark's Coptic Chruch , St Pachomius, St. Paul and St. Anthony, St Shenoute - Bedour Latif & Youssef Nassif dans immagini sacre North-west%20wall.%20Desert%20Fathers.%20St.%20Pachomius,%20St.%20Paul%20&%20S
http://www.coptorthodox.ca/museum/galery/index.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

TESTIMONIANZA DI UN’INTENSA SPIRITUALITÀ – LE COMUNITÀ CRISTIANE IN TURCHIA SOPRAVVIVONO A CAUSA DELLA LORO PROFONDA RADICE CULTURALE

http://www.ewtn.com/library/CHRIST/ORTURKEY.HTM

(traduzione Gadget di Google Chrome)

TESTIMONIANZA DI UN’INTENSA SPIRITUALITÀ

EGIDIO PICUCCI

LE COMUNITÀ CRISTIANE IN TURCHIA SOPRAVVIVONO A CAUSA DELLA LORO PROFONDA RADICE CULTURALE

Alcuni anni fa il turismo di massa hanno fatto una scoperta inaspettata in Turchia: tra i minareti in aumento lungo tutte le frontiere con l’Iran, l’Iraq e la Siria, circa 1.000 anni, Christian campanili sono stati scoperti. Ciò ha causato grande stupore, ma non è stato possibile condurre una corretta indagine perché la guerriglia scoppiata tra il governo turco e separatisti curdi fece una rapida ritirata verso altre mete consigliabili.
La domanda rimane: che cosa è la spiegazione per questi campanili?
La risposta può esseRe trovata nella tradizione che sostiene che subito dopo la Pentecoste il discepolo Addai (Taddeo) arrivò a Nisibi ed Edessa, dove sono state fondate università successivi nei quali sant’Efrem anche insegnato e dove 800 studenti trascritta Sacra Scrittura in aramaico, la lingua ancora oggi parlata in forma di dialetto Turoyo nella zona di Tur Abdin (Montagna di Adorazione), un altopiano ventoso in Alta Mesopotamia, situata tra le città di Diarbakir (Amida), Urfa (Edessa) e Nusaybin (Nisibi), tagliato fuori a nord e ad est dalle acque turbolente del Tigri.
Racchiusa nel suo verde isolamento geografico, che è stato anche rispettata anche dalle grandi rotte commerciali, l’altopiano non era nemmeno marginalmente influenzata dalla cultura ellenistica. Ciò ha reso possibile la sopravvivenza delle comunità e il gran numero di monasteri che erano sorti all’ombra delle università, così come un monachesimo fiorente nelle diverse forme di vita eremitica (stilita, clausura o cenobitica) che sono ancora caratteristico del la Chiesa ortodossa siro – ricordare i santi stilita! – E attira l’attenzione di tutte le altre Chiese.
Oggi popolazione della Turchia di 60 milioni di euro, il 99 per cento dei quali è musulmano, include alcune minoranze il cui numero, per vari motivi, sono in costante diminuzione. Il gruppo più numeroso è costituito da armeni (40.000-50.000), seguita da siriani (15.000-20.000), Caldei (15.000) e greci (2000-3000) tutti culturalmente e linguisticamente diverso dai turchi. A queste quattro comunità dovrebbe essere aggiunto il 15.000-20.000 cattolici di sei confessioni (latino, armeno, caldeo, siro, bizantina e maronita), circa 20.000 ebrei e alcune migliaia di protestanti.
Mentre gli armeni e greci, quasi tutti concentrati a Istanbul dal 1923, godono di benefici previsti dal Trattato di Losanna (la quale, peraltro, il rispetto sanzionato per tutte le minoranze), così come l’aiuto da un paese straniero e la presenza di un prestigioso Patriarcato, siro-ortodossi hanno alcun sostegno. Non essendo stata riconosciuta come nazione sotto l’impero ottomano, e non avendo avuto un rappresentante nella Grande Assemblea Nazionale, nei primi anni della repubblica, che ora si trovano in una situazione particolare, che è molto grave per chi vive in Turchia border-iraniano, dove la guerriglia è peggiore.
Questo ha costretto su di loro una emigrazione lento ma continuo. Iniziata nel 1915, si è gradualmente aumentato con il tempo e ancora continua, soprattutto a Istanbul. Da qui, una volta che il visto è stato ottenuto, continua a Scandinavia, Germania, Francia, Paesi Bassi e in America.
Dei 20.000 siro-ortodossi, rimasto ancora in Turchia (dove sono meglio conosciuti come siro-Kadim, cioè, vecchi o antichi, a fronte di una separazione in seguito), alcuni ancora vivo nella parte orientale del paese, in particolare nel triangolo formato da le tre città di cui sopra, un altro gruppo di gran lunga più piccola abita nei dintorni di Tur Abdin, e l’ultimo, il gruppo più numeroso, vive a Istanbul e si compone di istruiti e determinata giovani. Molti, infatti, sono diventati autorevolmente si occupano del commercio del Grand Bazaar, e hanno creato posizioni invidiabili per se stessi.
Il centro spirituale della Chiesa siro-Kadim è Tur Abdin, un’area immersa in un panorama favorevole alla contemplazione e pieno di leggenda. Infatti si dice che l’arca di Noè si è arenata sulle cime rocciose di questa terra, e che hanno assistito Elia di essere assunto in cielo, e anche che hanno fornito ombra per le tende dei Magi nel loro cammino verso Betlemme.
Ma Tur Abdin, anche chiamata « la Montagna dei Servi di Dio » o « Monte Athos dei siro-ortodossi », è soprattutto famosa per la presenza di monasteri che potrebbero essere confusi con speroni rocciosi sono stati non contraddistinti da uno stile architettonico che è più vicino a assiri babilonesi templi di basiliche cristiane. Questo fatto conferma come il cristianesimo di questa regione, anche nella sua architettura, ha conservato il suo legame con le più antiche tradizioni locali. Fino al 1970, i monasteri numerati 40, oggi si possono contare sulle dita di una mano.
Incapace di prosperare in una tale situazione di pericolo, i cristiani hanno scelto di emigrare. L’esodo ha quasi raggiunto proporzioni bibliche, tanto che solo 40 famiglie sono rimaste a Mardin, non più di 10 a 15 in Diarbakir e Midyat. Nel complesso, il numero dei cristiani che sono rimasti non può essere superiore a circa 2.500. Alcuni monaci sono fuggiti e si sono stabiliti nei Paesi Bassi, dove hanno fondato un monastero. Lasciano dietro di sé l’immagine di un monachesimo che si differenzia da altre esperienze simili in quanto è caratterizzata da forme peculiari ed estremamente grave. Sembra infatti che la encratismo del secondo secolo, con le sue esigenze di continenza perfetta e l’astinenza dal vino e carne, è stato applicato qui più che altrove, al punto che il Battesimo è stato combinato con l’impegno di una vita di assoluta povertà e castità . Questo gravità eccezionale comunque testimoniato una vita radicalmente evangelica, e ha provocato grande prestigio per i monaci in modo che le comunità cristiane hanno scelto i loro Vescovi di mezzo a loro, certo che sarebbero degni della loro missione.
Con loro una cultura che risale agli albori del cristianesimo è anche scomparendo. Possiamo ancora ammirare alcuni scorci di essa in alcune delle opere gelosamente conservato nei singoli monasteri e soprattutto nella Kirklar Kilisesi (Chiesa dei Quaranta Martiri) a Mardin. Fino a pochi anni fa, questo era la sede patriarcale e oggi è detenuto da un Abuna, che insegna l’aramaico a poche persone giovani, che sono riluttanti a vedere la cultura dei loro antenati scomparire. Tra i vari volumi preziosi l’Abuna conserva la famosa Bibbia di Mardin. Questo è un lavoro del 12 ° secolo, rilegato in pelle di qualità superiore gazzella e illuminato con miniature di Dioscoro Teodoro di Amman.
Un tempo, cioè dalla fine del IV secolo, l’arrivo degli Arabi, quando c’erano migliaia di monasteri che sono stati tutti affollati, i monaci sono stati coinvolti in opere di educazione e di assistenza caritativa, grazie alle donazioni del imperatori che hanno esercitato una certa autorità su di loro. Sul superamento di una difficoltà iniziale, dovuta alla predicazione di un monaco inviato dall’imperatrice Teodora a predicare monofisismo (che divenne ben radicata ed è ancora oggi professa), una certa Jakub, dal cui nome sembra che i cristiani di Tur Abdin preso in prestito il il nome di giacobiti, i monasteri fiorì di nuovo per un periodo che durò fino al tempo delle Crociate. Poi incursioni dei soldati, guerra civile, la diffusione di eresie, l’ondata di orde mongole, triste e forse irreversibile declino della annunciata oggi, infatti, lo storico Jean Pierre Valogne ha scritto: « La Turchia, che alla fine del secolo scorso ha avuto la più alta percentuale di cattolici tra le nazioni che componevano l’impero ottomano, sarà probabilmente il primo paese del Medio Oriente a testimoniare la loro scomparsa « .
Oggi ci sono cinque monasteri aperti a Tur Abdin, per la precisione: Mar Gabriel, El Zafran, Mar Mekel, Meryemana, Mar Yakup. Nella prima, c’è una comunità di tre monaci che vivono con circa 30 giovani aspiranti che frequentano le scuole secondarie e delle scuole superiori. Tredici suore che sono responsabili per la cottura e la pulizia vivono in un’altra parte dell’edificio.
L’unico monastero accessibile ai turisti è El Zafran, lo zafferano, così chiamata per il colore giallastro della sua pietra, una peculiarità che alcuni trovano stridente di vista ambientale, ma che, al contrario, ringiovanisce un’area offuscata da secoli. Tre camere importanti del VI secolo può essere visto all’interno del monastero: sono Chiesa di Santa Maria con bei pavimenti a mosaico; Chiesa di S. Anania ‘, che l’imperatore Anastasio aveva costruito sopra la tomba di 12.000 martiri, e la cappella funeraria.
Altri monasteri sono anche interessanti, ad esempio quella di Mar Yakup, nei pressi del villaggio di Salah, che ha una chiesa del IV secolo (con i lavori di ricostruzione che risale al 1300), di particolare importanza per la sua decorazione architettonica e scultorea. Due monasteri adiacenti, Mar Augen e Mar Yohanna, che un tempo ospitava più di 100 monaci, sono in rovina. Nelle vicinanze, la tomba di Noè è venerato, rispettato da cristiani e musulmani. E ‘estremamente grande (lunga circa otto metri) « perché », dicono, « il profeta è stato grande » troppo.
Tuttavia, il monastero più importante è quello di Mar Gabriel, situato a 120 km, da Mardin, al di là di Midyat. Fondata nel 15 ° secolo dal monaco Samuel, con l’aiuto di operai inviati dall’imperatore Anastasio I, ha ospitato fino a 500 religiosi e fu sempre rispettata anche dai musulmani, che hanno attribuito ad esso una sorta di immunità.
Oggi tre monaci vivono lì, i custodi rassegnati della tomba di Mons. Gabriele e di un edificio ancora molto solido che contiene i particolari cosiddetti « monaci egiziani » ‘cappella che l’imperatrice Teodora aveva costruito. La cappella è ricca di splendidi mosaici bizantini, molto importante perché, secondo gli esperti, rappresentano una fase intermedia tra il bizantino e il primo periodo di mosaici islamici.
Oggi Tur Abdin vive sui suoi ricordi, ma questi non può garantire la sua sopravvivenza. Salvaguardare belle chiese e molto preziose pergamene illuminate può essere una ricchezza invidiabile, ma il pericolo che potrebbe finire tutto in un modo indesiderato in un momento imprevisto suscita ansia comprensibile. Inoltre, mentre le piccole comunità sono liberi di praticare la loro fede, sono costretti a compiere notevoli sacrifici, come non insegnare siriaco e dei suoi usi esterni celebrazioni liturgiche. Anche catechesi deve essere effettuata nella lingua nazionale. Chi ha trasgredito questa regola è stata proibita o di continuare l’insegnamento o, in alcuni casi, costretto a trasferire altrove, pertanto a serio repentaglio la sopravvivenza del monastero e le comunità assistite.
Eppure la lingua siriaca ha svolto un ruolo fondamentale nella trasmissione della cultura greca e araba: il corpus scientifico greco è stato tradotto (dal settimo al 10 ° secolo), in arabo attraverso traduzioni intermedie in siriaco. I traduttori, come il famoso Isa Ibn Ishaq, erano siriani che erano perfettamente fluente in greco e in arabo, e che ha lavorato non solo in ambiente monastico, ma anche al servizio dei califfi Abbasidi. Inoltre, ha tramandato molte fonti orientali, come il Kalilah wa Dismnah, favole indiane noto come il Panchatantra.
Questo è il motivo per cui i monaci di Tur Abdin e dei Siro-Kadim che sono emigrati dalla propria regione sono determinati a non lasciarlo morire fuori. Infatti mentre fanno il loro meglio per garantire che le poche persone giovani che sono rimasti con loro imparare, altri insegnano che ogni Domenica, dopo la Messa, prendendo la briga di vedere che è parlata correttamente e con decoro. Due giornali sono stampati in siriaco per adulti emigrati all’estero, uno in Olanda e l’altro in Svezia.
Per salvare questo grande patrimonio sul punto di scomparire, gli « Amici del Tur Abdin » associazione è stata fondata a Milano ed a Linz, Austria. Con mostre, opuscoli e vari altri materiali si sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica a questi tesori, che sono a rischio, e sulla situazione precaria dei monasteri semivuote.

Tratto da:
L’Osservatore Romano
Edizione settimanale in lingua inglese
13/20 agosto 1997 pagina 9

DON ALFONSO CAMMARATA : « DA VASI DI IRA A VASI DI MISERICORDIA », (RM 9, 22-23)

 http://www.collevalenza.it/riviste/2007/Riv1107/Riv1107_05.htm

DON ALFONSO CAMMARATA  :  « DA VASI DI IRA A VASI DI MISERICORDIA », (RM 9, 22-23)

Estratto dalla Tesina
di Licenza presso la Pontificia Università Gregoriana
Istituto di spiritualità
Roma 2006/2007

III CAPITOLO

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

« Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione,
il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,3-4)

3.2 – Gesù Cristo, nuovo Adamo
Per San Paolo l’uomo « è immagine e gloria di Dio » (1Cor 11,7) ed è stato reso « conforme all’immagine del Figlio » (Rm 8,29). Con l’assunzione dell’umanità da parte del Verbo eterno, è redento e rinnovato il rapporto-forte,radicale: di natura- tra gli uomini e l’Incarnato. Quindi anche gli uomini, associati al Cristo, a lui conformati come figli nel Figlio, condividono la sua costitutiva capacità iconografica. E perciò è bello ed è buono che vengano iconografati.
È il destino di Adamo, creato a immagine del Creatore e restituito, nonostante il suo peccato, alla somiglianza con Dio in Cristo Gesù: Dio creò, infatti, Adamo betsalemu, nella Sua Immagine. Se Dio crea a sua immagine, vuol dire allora che Dio ha in sé, è in sé, anche l’Immagine22. L’uomo è stato plasmato sì, ma quasi come se venisse tratto fuori « dall’Immagine stessa » di Dio, piuttosto che dal fango della terra.
La creazione dell’uomo è la prima vera rivelazione dell’identità divina e cova in sé la dialettica tra alterità e somiglianza. In questo senso l’uomo è immagine di Dio soltanto indirettamente, in quanto è stato modellato a partire dall’Immagine propria di Dio, l’Immagine che gli è più intima, di cui però l’essere umano è, più che riflesso o una proiezione, quasi una riproduzione e un prolungamento.
Creando l’uomo dal suo intimo, Dio non si limita ad imprimere le sue impronte digitali al mondo, ma vi si rende presente. L’uomo è la promessa di Dio, la sua caparra data all’intera creazione, una sorta di anticipazione del dono supremo di sé nell’evento cristico.
L’Immagine di Dio è qualcosa che appartiene intimamente, sempre e comunque, a Dio stesso, ma a partire da cui l’uomo viene creato; ragion per cui la stessa Immagine di Dio, da sempre celata nelle profondità di Dio, si rende visibile allorché, a partire da essa, l’uomo viene plasmato. Da qui l’altissima dignità dell’uomo e la possibilità reale per lui, « plasmato dall’Immagine propria di Dio », di « diventare come Dio » e di giungere alla somiglianza con Lui divenendone imitatore23.
Se l’uomo vuole comprendere chi egli sia in profondità, allora, deve volgere lo sguardo al volto di Cristo.
L’artista che ha progettato e realizzato il mosaico della cattedrale di Monreale in Sicilia, doveva averlo capito molto bene: guardando nella navata centrale il nastro superiore del lato destro, si scorge la creazione dell’uomo. Adamo è dello stesso colore della terra-rossa: è creta, polvere, ma riceve da Dio creatore – il cui volto è quello del Cristo – un raggio che ne esprime la somiglianza, la dignità, l’appartenenza. C’è un particolare interessante: il volto di Adamo è uguale a quello del Cristo. Alla nostra origine c’è un volto, c’è una persona: Cristo e se vogliamo conoscere chi siamo, dobbiamo volgere lo sguardo a Gesù24.
Cristo è il Mistero che svela il mistero di tutti gli uomini perché è all’inizio, all’origine ed è il prototipo di tutti: Egli è il momento iniziale, centrale e finale della storia, nella cui incarnazione manifesta il volto di Dio come Padre. Nel nuovo Adamo, da semplice creatura, l’antico Adamo –e cioè ciascun uomo- si riconosce figlio. « Se a causa di un uomo, afferma Paolo, venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo (1Cor 15,21-22).
Adamo, dunque è figura di colui che doveva venire (Rm 5,14):
« Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste » (1Cor 15, 45-49).
San Giovanni Crisostomo, in una sua Catechesi, parlando della forza del sangue di Cristo, fa notare come l’acqua e il sangue usciti dal costato di Cristo sono simboli del Battesimo e dell’Eucarestia e proprio questi due sacramenti sono « fontes e culmines » della Chiesa. Il grande pastore continua il discorso facendo un parallelo tra Adamo e Gesù:
« È dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal costato di Adamo fu formata Eva. Per questo Paolo, parlando del primo uomo, usa l’espressione: « Osso dalle mie ossa, carne della mia carne » (Gn 2,23), per indicarci il costato del Signore. Similmente come Dio formò la donna dal fianco di Adamo, così Cristo ci ha donato l’acqua e il sangue dal suo costato per formare la Chiesa. E come il fianco di Adamo fu toccato da Dio durante il sonno, così Cristo ci ha donato il sangue e l’acqua durante il sonno della sua morte.
Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così il Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato ».
3.3 – L’uomo, immagine dell’Immagine
Il Padre altro non fa che chiamare alla comunione l’uomo con se stesso in Cristo che rappresenta la pienezza dell’opera iniziata da Dio nella creazione e che proseguirà fino alla fine della storia ma che è anche il mediatore dell’opera creatrice di Dio Padre

Egli è immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui.
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
il principio, il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti,
per ottenere il primato su tutte le cose.
Perché piacque a Dio
di fare abitare in lui ogni pienezza
e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce,
cioè per mezzo di lui,
le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli
(Col 1,15-20)

Cristo è l’immagine di Dio, l’invisibile ed è anche il primogenito, non nel senso che è il primo di una serie di uguali e neppure il primo in senso cronologico, ma che è il mediatore della stessa creazione: in Lui, nel piano del creato, Dio dà coerenza e consistenza in Cristo; per mezzo di Lui, Cristo è colui per mezzo del quale tutto è stato fatto; verso di Lui, Cristo è il modello e l’archetipo dal quale il Padre si è ispirato, ma anche è il destino verso il quale tutta la creazione è attirata e dove essa troverà il suo compimento definitivo.
L’uomo, allora, può essere immagine di Dio solo perché partecipa di colui che è l’Immagine: la creatura umana più che semplicemente l’immagine di Dio può essere definito come l’immagine dell’Immagine che Cristo stesso è in riferimento a Dio25.
« Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza »(Gn 1,26-27)26. L’uomo è chiamato a svolgere nel creato il dominio e la signoria di Dio: sarebbe il rappresentante di Dio, colui che affermerebbe il diritto di sovranità del creatore nel mondo (Von Rad). Inoltre, Dio fa l’uomo per se stesso, perché esista e sia in grado di stargli di fronte, capace di relazionarsi con Lui, di rispondergli e di sceglierlo e di amarlo (Westermann). Ogni uomo è sì immagine, vale a dire copia conforme l’originale per rappresentare visivamente Dio in terra, ma anche somiglianza, cioè apparenza, forma analoga o corrispondente ma non coincidente in tutto e per tutto27.
Ogni uomo e ogni donna sono « icona di Dio », quindi la vita proviene da Dio, è suo dono ed è sottratta al potere dell’uomo e della donna. La vita allora va vissuta nell’ascolto della Parola e del progetto di Dio su ognuno e su tutta l’umanità e nella capacità di sapervi rispondere con responsabilità. Dal momento che ogni persona umana è progettata sulla misura di Dio, allora l’esistenza diventa un continuo specchiarsi in Dio e attendere da Lui la pienezza della vita. Lo specchio dell’uomo è Dio: conoscendo il suo Creatore, la creatura comprende meglio se stessa, la sua identità e la sua missione
« Per conoscere l’uomo vero, l’uomo completo, bisogna conoscere Dio. Ma possiamo egualmente affermare: per conoscere Dio occorre conoscere l’uomo » (Paolo VI)
Nella misura in cui approfondiscono e vivono la relazione con Dio come fondamento e sorgente della propria esistenza, ogni uomo e ogni donna impareranno ad apprezzarsi e a stimarsi: ognuno porta in sé una parte della sua gloria. Afferma San Bonaventura a tal proposito che in ogni persona umana è im-pressa ed es-pressa una partecipazione singolare e unica allo stesso essere divino, per cui uno è « immagine somigliantissima di Dio » sia nella sua identità (im-pressa) che nel suo agire (es-pressa)28.
La sessualità è per l’incontro nella comunione reciproca e per permettere che l’amore di Dio si manifesti nella donazione e nella fecondità della vita. Per poter entrare in quest’ottica – oggi alquanto disattesa da una cultura che cerca prevalentemente la soddisfazione dei bisogni personali immediati, senza tener conto del prezzo che fa pagare all’altro/a – è necessario, se prendiamo seriamente il testo biblico:
• Ascoltare e percepire come rivolto a se stessi quel « facciamo adam »: se colloco il mio nome proprio al posto del generico adam, infatti, potrò gustare la bellezza dell’essere desiderato e creato da Dio così come mi scopro, con potenzialità e limiti;
• Imparare a guardarsi con gli occhi stessi di Dio, che « vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona »: nessun disprezzo di sé, dunque, ma apprezzamento pur costatando limiti, mancanze e peccati, fino a dire con il salmista: « Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio » (Sal 139,14);
• Lasciarsi guardare da Dio e dalle persone che, quali suoi rappresentanti, ci amano davvero, come uomini e donne create « a sua immagine somigliantissima », senza scappare o aver paura del suo sguardo, perché è l’unico capace di guidarci sulla via della vera vita (Sal 139)29.
L’uomo che è stato voluto come il « tu » di Dio, trova il significato più profondo del suo esistere nel « Tu » di Cristo, vera e unica immagine di Dio.
L’immagine perfetta di Dio è Gesù e, secondo San Paolo, Adamo che incarna l’idea di uomo secondo l’A.T. e anche l’immagine di Dio, è stato semplicemente « figura » di colui che doveva venire (Rm 5,14). Per di più questo Adamo avrebbe deformato l’immagine con il peccato, il che rendeva necessaria la presenza del « vero » Adamo, l’uomo nuovo in cui si poteva riflettere in modo perfetto e pieno l’immagine di Dio. Soltanto Cristo, in quanto risuscitato dai morti, porta l’impronta della divina maestà e santità, cioè « della gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo » (2Cor 4,6) e manifesta in modo visibile e senza ambiguità il suo essere divino « immagine del Dio invisibile » (Col 1,15). Egli solo è il volto su cui risplende il potere assoluto di Dio, ne è la sua essenza resa visibile: è il volto di Dio diventato volto umano e storicamente incontrabile; è il cuore di Dio diventato cuore umano.
Cristo svela l’uomo all’uomo perché è generato prima di ogni creatura e non si può prescindere da lui per definire e svelare il mistero dell’uomo quale immagine di Dio.
Michelangelo nella Cappella Sistina dipinge l’uomo quasi colto in un dialogo intimo col suo creatore. L’uomo è partner di Dio, capace di stargli di fronte e di parlargli, di rispondergli e di amarlo. L’uomo creato ha i tratti molto rassomiglianti al Cristo dipinto nel Giudizio: sembra che Michelangelo voglia illustrare in filigrana tutto il tema della mediazione creatrice del Cristo e pare voglia già mostrare la strada all’uomo per trovare la propria identità: figlio a immagine del Figlio, dall’Adamo al nuovo Adamo.
La scena originaria della creazione, in cui le mani dei due interlocutori tendevano l’una all’altra senza giungersi a toccarsi e contemporaneamente definendo l’identità dell’uomo (creato per stare di fronte a Dio nella modalità della figliolanza, chiamato alla libertà) e quella stessa di Dio (il Padre e il generatore, l’interlocutore dell’uomo), è presto dimenticata dall’uomo e dalla sua progenie. Si renderà necessaria una nuova grande opera di Dio per ristabilire questa identità perduta, servirà l’immensa opera della redenzione per metterli di nuovo di fronte alla scena originaria della loro identità.
Il Cristo Giudice che è il centro sia dinamico dell’affresco, sia centro teologico, domina dall’alto; tutte le folle sono rivolte a Lui o da Lui volutamente respinte. Tutto l’essere dell’uomo fatto di corpo, anima e spirito è chiamato alla vita gloriosa e nulla andrà perso. Anche il corpo è destinato alla vita e questo corpo è come il corpo di Cristo, un corpo pneumatico privo di ogni decadimento originato dal tempo che passa o subordinato alla condizione terrena segnata dal peccato. La vita dell’uomo sarà assunta e trasformata nella risurrezione dei morti: oltre ai « cieli e terre nuove » ci verrà donata la vita del nuovo Adamo; con la totalità della nostra umanità purificata, verrà assunto anche tutto ciò che è riconducibile all’amore che avremo vissuto e donato, così come i segni della croce – il vertice dell’amore di Cristo – sono ancora visibili sul corpo del Cristo della Gloria30.
(segue)
22 Già l’anonimo autore dello scritto A Diogneto, alla fine del II secolo, aveva affermato che « Dio formò gli uomini dalla sua propria Immagine ». L’anonimo amalgamava così i due diversi racconti della creazione di Gn 1,26-27 e Gn 2,7 prendendo dalla prima versione il sostantivo eikon e dalla seconda il verbo plasso e facendo reggere eikon dalla preposizione ek piuttosto che da katà.
23 Cfr. M. NARO, La grande agiografia, in IDEM, Anelli tutti di una sola catena. I santi nei mosaici del Duomo di Monreale, Fondazione culturale « Salvatore Sciascia », Caltanissetta 2006, 23-25.
24 Cfr. V. METALLI, Cristo rivelatore del mistero dell’uomo. Prospettive di cristologia contemporanea, in AA.VV., Mistero di Cristo, mistero dell’uomo, Paoline, Milano 2005, 146.
25 Nell’A.T. il termine immagine (tselem) ricorre 17 volte, di cui cinque nel testo di Genesi: 1,26.27; 5,1.3; 9,6. La LXX usa il termine eikon che è riconducibile alla perfetta corrispondenza con l’originale, qualcosa di molto simile al ritratto. Quindi si tratta di una manifestazione visibile dell’essenza della cosa rappresentata e come tale comporta anche una partecipazione sostanziale all’oggetto o alla persona raffigurata. Non si tratta di una semplice copia o un mero riflesso speculare distinto dal soggetto raffigurato ma della proiezione nel visibile della sua stessa intima realtà.
26 Tutto ha inizio da una parola di quel Dio che vuole profondamente l’esistenza dell’umanità sulla terra. Prima di tutto, infatti, il termine ebraico adam non è un nome proprio (come da Gn 4,25 in poi) quanto collettivo e indica il genere umano, gli abitanti della terra, ogni uomo e ogni donna. In secondo luogo, la volontà di Dio è espressa nel verbo « facciamo »: si tratta di un plurale consultivo-deliberativo, scorgendo nel testo un Dio che dialoga con se stesso, con la profondità del suo essere, come fa una persona quando sta per prendere una decisione importante
27 La tradizione ebraica lo interpreta nel senso della missione: essere capace di fare quello che fa Dio, imitarlo nel suo agire nella storia come « Liberatore » e « Creatore », seguire il suo esempio nel prendersi cura con misericordia e tenerezza di tutti gli esseri creati. I Cristiani, invece, hanno sempre posto la loro attenzione sull’identità dell’essere umano. E’ immagine somigliantissima di Dio per la sua parte spirituale, vale a dire perché dispone dell’intelletto e della ragione e perché ha l’anima immortale ed è capace di amare come Dio. Guardando al contesto, ci si accorge che il brano vuole mettere in risalto la funzione degli esseri umani: essere « icona di Dio in terra » nel dominare e soggiogare ogni creatura e nel popolare la terra. La tradizione cristiana sostiene che ogni uomo e ogni donna sono chiamati a sviluppare la propria identità di essere « immagine somigliantissima di Dio » che è Amore e ad esprimerlo nelle relazioni reciproche e con il creato. Del resto, il volto del Dio Creatore non è forse misericordia e perdono, benevolenza e tenerezza? Di « questo » Dio ogni uomo e ogni donna sono rappresentanti. G. CAPPELLETTO, Genesi (Capitoli 1-11), Messaggero, Padova 2005, 50-53.
28 Afferma Giovanni Paolo II che è soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno. Non solo, ma in una dualità che non è competizione ma comunione. Tertulliano affermava « caro salutis cardo », la carne è il cardine della salvezza: è un invito a guardare in modo positivo la sessualità che si esprime nel maschile e nel femminile, e ogni sua espressione capace di rispondere positivamente al progetto del Signore di donare la vita e umanizzare il mondo. Cfr. Ibid., 56-58.

Publié dans:Lettera ai Romani |on 18 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

Santa Marcellina, sorella di Sant’Ambrogio

Santa Marcellina, sorella di Sant'Ambrogio dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=63250&pic=63250.JPG&dispsize=Original&start=0

Publié dans:immagini sacre |on 17 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA MARCELLINA SORELLA DI SANT’AMBROGIO

http://www.preghiereagesuemaria.it/santiebeati/santa%20marcellina.htm

SANTA MARCELLINA SORELLA DI SANT’AMBROGIO

 La dolcissima Sorella, (di sant’Ambrogio) che gli insegnò l’amore per Gesù e per la Chiesa e, prima destinataria delle sue ardenti parole: Cristo è tutto per noi, nello stesso anno 397, il giorno 17 luglio, raggiunse Cristo, a cui aveva consacrato la sua verginità, nella preghiera, nel raccoglimento, in opere innumerevoli di carità.

Una famiglia di magistrati e di santi
Marcellina nacque a Roma verso il 327 da una nobile e ricca famiglia, durante l’impero di Costantino.
In un’epoca di profondi mutamenti culturali, la fami­glia di Marcellina doveva essersi aperta alla religione cristiana già da qualche generazione, essendo impa­rentata con Sotére, che morì martire sotto Diocleziano.
La madre di Marcellina fu certamente battezzata; il padre, magistrato, aderì forse solo interiormente alla nuova fede, incompatibile con la religione di Stato, cui era tenuto per i doveri dell’ufficio pubblico.

Roma-Treviri-Roma
Eletto Governatore delle Gallie a Treviri, vi si trasferì con la moglie e i primi due figli, Marcellina e Satiro. In questa città verso il 340 nacque il terzogenito Ambrogio.
Marcellina trascorse a Treviri anni sereni ma, a causa della morte prematura del padre, dovette rientrare a Roma con la famiglia.
Qui Satiro e Ambrogio, affidati ai migliori maestri, intrapresero con successo studi giuridici, mentre Marcellina, divenuta cristiana, attraverso la preghiera e la riflessione maturava il proposito di offrirsi al Signore.

Farsi dono per sempre
Nella notte di Natale del 353, dalle mani di Papa Liberio ricevette il velo della totale consacrazione. Da allora intensificò le preghiere e lo studio delle S. Scritture e accolse nella sua casa numerose compagne, desiderose di essere guidate nella conoscenza del Signore e di impe­gnarsi con lei nel soccorrere i sofferenti, i diseredati. Non mancò allo stesso tempo di curare l’educazione umana e cristiana dei due fratelli, sentendosi responsabile di loro, specie dopo la morte della madre.

A Milano
Ai due giovani furono affidati presto importanti inca­richi pubblici. Nel 372 Ambrogio fu eletto Governatore a Milano. Satiro fu nominato ad altra Prefettura. Due anni più tardi, giunta la clamorosa notizia che Ambrogio era stato eletto Vescovo per acclamazione popolare, Marcellina, per essere di aiuto al fratello nella nuova missione, non esitò a seguirlo nella sede milanese.

Apostolato e contemplazione
Ciò che fece Ambrogio nei suoi 23 anni di episcopato è storia religiosa e civile della città; ciò che fu Satiro per lui, nell’amministrazione dei beni di famiglia e nella condivisione di ogni progetto e impresa, lo disse lo stes­so Ambrogio, piangendone l’improvvisa morte nel 379. Per entrambi Marcellino fu consigliera e maestra, con­tinuando la sua vita comunitaria con le vergini com­pagne venute con lei da Roma e a lei unitesi in Lombardia.
Pur nel silenzio della sua esistenza raccolta, ella svol­se un apostolato ecclesiale condividendo le ansie, le sollecitudini del Vescovo Ambrogio, guidandolo a leg­gere la vita alla maniera di Cristo, a lottare coraggio­samente in difesa della giustizia e della fede, a coglie­re nel mondo i segni della speranza.
Ambrogio ne ebbe grande stima e ne propose l’esem­pio a molte giovani che, come lei, Dio chiamava ad una dedizione totale.

L’incontro atteso
Vicina fino all’ultimo al fratello, Marcellina lo poté assistere nella breve malattia che gli aprì il cielo all’al­ba del sabato santo, il 4 aprile del 397.
Ella stessa morì pochi mesi dopo, il 17 luglio e fu sepolta a Milano nella Basilica santambrosiana, pro­clamata « santa » a voce di popolo.
S. Marcellina ha da dire qual­cosa anche agli uomini e alle donne di oggi, perché:
• in una difficile epoca di passaggio seppe educare Ambrogio e Satiro ai più alti valori, in fraterna disponibilità di ascolto, con semplicità e schiettezza di rapporti, « facendo famiglia » nella casa, custodendone l’unità e continua­mente rinnovandone lo spirito;
• diede il giusto valore ai beni materia­li, senza farsi travolgere dal loro pos­sesso, anzi usandoli per uno scopo più grande, al servizio dei sofferenti e dei deboli;
• ebbe la forza di scendere alle radici della vita per ricercarne il senso e lo scopo, senza esitare a rispondere alla chiamata di amore totale per Dio, divenendo, con la sua comunità di consacrate, testimone gioiosa delle Beatitudini;
• nella Milano imperiale del tardo impero lottò, insieme con il Vescovo Ambrogio, contro gravi ingiustizie, forte delle uniche armi della preghie­ra e della carità;
• realizzò in pienezza la sua persona, rive­landosi donna coraggiosa e fedele nelle sue scelte, sensibile e attenta ai proble­mi dell’epoca, capace di illuminare i fra­telli con la sapienza dei suoi consigli, così da plasmare la società del suo tempo con la forza del suo esempio.
Lo spirito della sorella di Ambrogio vive oggi nella Congregazione delle suore di Santa Marcellina, fondata nel 1838 a Cernusco sul Naviglio (MI) dal Servo di Dio Monsignor Luigi Biraghi. Egli, affidando a quelle prime ardenti apostole il compito di « insegnare Gesù » nell’atti­vità educativa, volle che prendessero Marcellina a modello, per essere come lei segno nel tempo di una sete di Dio che trasfigura la vita e sollecita al servizio dei fratelli.
Come lei, oggi le Marcelline si impegnano ad essere educatrici in ogni ambito del loro lavo­ro: negli ospedali oltre che nelle scuole, nelle case di assistenza agli anziani, nelle opere parrocchiali e missionarie.
Lo stile di famiglia semplice e sereno è dive­nuto il loro segreto nell’educare, secondo il metodo evangelico dell’incarnazione, che forma con la forza dell’amore, con l’esempio più che con molte regole.

PREGHIERA
Signore, tu che hai amato la Vergine Marcellina, donaci di restare fedeli alla nostra splendida vocazione cristiana, donaci la gioia di essere figli e fratelli con te nel Battesimo.
Fa che la nostra vita sia una lode a te, come è stata quella di Santa Marcellina. Aiutaci a insegnare te ai nostri fratelli, a servirti in loro, ad essere trasparenti e semplici come è stata lei nel suo quotidiano, fatto di amore, di sacrificio, di festa.
Te lo chiediamo, Signore, per l’intercessione ardente di questa donna forte, che ha donato ai fratelli se stessa e la tua luce. Amen.

Publié dans:SANTI, SANTI :"memorie facoltative" |on 17 juillet, 2013 |Pas de commentaires »
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