COME AVVICINARCI AGLI ESERCIZI SPIRITUALI DI S. IGNAZIO DI LOYOLA – 1

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COME AVVICINARCI AGLI ESERCIZI SPIRITUALI DI S. IGNAZIO DI LOYOLA - 1

c’è una seconda parte:
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Massimo Rastrelli s.j.

S. Ignazio di Loyola « Uomo forte » per la « Gloria di Dio » e « Maestro » di fortezza spirituale, può essere nostra guida nelle esperienze, che ci liberano dalle nostre « cecità » e debolezze e che ci aprono a Dio.
Nella vita spirituale è necessario avere una guida, per non perdersi e per non perdere le « Grazie » che Dio ci offre, e che noi lasciamo perdere, perché neppure ce ne accorgiamo e non sappiamo neppure riconoscerle. E necessario averla anche per non essere presi dal disorientamento, che rende insicuri, paralizza e ci rende psichicamente malati.
S. Ignazio è una delle grandi Guide alla santità cristiana, da Dio donata alla umanità, e acquisita dalla storia e dalla stima della Chiesa nella sua vita plurimillenaria. Vogliamo avvicinarLo ed ascoltarLo.
S. Ignazio visse, per circa 26 anni, totalmente a servizio dell’Imperatore politico Spagnolo, per acquisire al suo cospetto « Gloria umana », meriti e benefici. E Lo servì nel più raffinato impegno cavalleresco e nello stile del tempo. Ma ferito in battaglia, dove si comportò da eroe e meritò stima e riconoscimento anche dai nemici, si vide obbligato ad una dolorosa e lunga degenza e convalescenza. In quei giorni e nel corso di qualche notte insonne, si ritrovò a rendersi conto di quanto avesse trascurato Dio e l’onore dovuto a Dio, per procacciasi gloria e onori mondani.
Per sapere con che uomo abbiamo a che fare dobbiamo ricordare quando Lui stesso scrisse nella sua Autobiografia:
« …Si combatteva (in difesa di Pamplona) già da parecchio tempo quando un proiettile lo colpì a una gamba e gliela spezzò, rompendogliela tutta; e poiché l’ordigno era passato tra le gambe, anche l’altra restò malconcia.(era lunedì 2° maggio 1521)
« Caduto lui, tutta la guarnigione della fortezza si arrese subito ai francesi; essi, entrando a prenderne possesso, trattarono con ogni riguardo il ferito, e furono con lui cortesi e benevoli.Rimase a Pamplona dodici o quindici giorni; poi, in lettiga, fu trasportato nel suo castello. Là si aggravò; medici e chirurghi furono chiamati da varie parti: diagnosticarono che le ossa erano fuori posto; o erano state ricomposte male la prima volta, o si erano spostate durante il viaggio e questo impediva la guarigione. Per rimettere le ossa a posto bisognava rompere di nuovo la gamba. Si ripeté quella carneficina. In questa, come in tutti gli interventi prima subiti o che avrebbe affrontato poi, non glisfuggì mai un lamento, e non diede altro segno di dolore che stringere forte i pugni. »
Attenzione! E tutto questo per non venir meno ad un vano onore mondano.
Autobiografia di S. Ignazio di Loyola
Una premessa utile:
Il profeta Geremia ci ricorda l’esperienza storica dei lontani padri nostri, e ci da un insegnamento profetico, che deve farci molto riflettere e farci sanamente temere: « Essi (cioè i nostri padri) seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità. (Ger. 2,5)
Dobbiamo stare attenti, nella nostra vita, per non diventare « vanità ». S. Ignazio ci avverte che possiamo educarci, esercitandoci. A questo proposito, ricordiamo, che anche il Papa Giovanni Paolo II ci faceva notare che basta lasciarsi andare, per perdere la fede, per ritrovarsi alla deriva della vita come canne sbattute dal vento. Quella degli Esercizi è’ una esperienza che possiamo ben fare e che se ci disponiamo a farla, la facciamo tanto facilmente, purché ci impegniamo a farla. E’ stolto non farla.
S. Ignazio ci spiega da uomo pratico qual’era, che cosa sono gli Esercizi e come farli. « Perché, ci dice S Ignazio negli Esercizi, come passeggiare, camminare e correre sono esercizi corporali; così anche tutte le maniere di preparare e disporre l’anima a toglier via da se tutti gli affetti disordinati e, toltili , a cercare e trovare la divina volontà, nella disposizione della propria vita, per la salvezza dell’anima, si chiamano Esercizi spirituali. (Esercizi Spirituali: n° 1)
Poi aggiunge nei suoi Esercizi, « …non le cose dette a noi dal predicatore, ma quelle che noi stessi riusciamo a trovare e scoprire, « (che l’esercitante scopre)…nel discorrere e ragionare da se stesso, che sazia e soddisfa l’anime,giacché non è l’ abbondante sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma nel gustare e sentire le cose internamente. »
Ecco le sue parole nel contesto dei suoi discorsi: Seconda annotazione. Chi propone a un altro un metodo o un procedimento per meditare o contemplare, deve esporre fedelmente il soggetto della meditazione o della contemplazione, limitandosi a toccare i vari punti con una breve e semplice spiegazione. Così chi contempla afferra subito il vero senso del mistero; poi, riflettendo e ragionando da sé, scopre qualche aspetto che gliele fa capire o sentire un po’ meglio, o con il proprio ragionamento o per una illuminazione divina, In questo modo ricava maggior gusto e frutto spirituale di quanto ne avrebbe se chi propone gli esercizi avesse spiegato e sviluppato ampiamente il senso del mistero. Infatti non è il sapere molto che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente.
S. Ignazio di Loyola si è consegnato ad una preziosa Autobiografia,
che deve essere letta,
per conoscerlo così come fu.
S. Ignazio dice che sono Esercizi spirituali: « qualsiasi modo di esaminare la coscienza , di meditare, di contemplare, di pregare vocalmente e mentalmente, come si dirà appresso ». (Esercizi Spirituali: n° 1)
Detti esercizi, dice S. Ignazio, si fanno usando: « gli atti dell’intelletto, ragionando, e della volontà, destando gli affetti. (Esercizi Spirituali: n° 3).
Quindi non è vero che al cuore non si comanda, perché abbiamo la capacità di destare gli affetti che vogliamo Dobbiamo saperlo e ce lo dobbiamo ricordare, perché tendiamo a dimenticarlo, per il fatto che comandare e destare gli affetti, ci è possibile, ma ci costa fatica, e lo sappiamo bene! Noi siamo tanto! Gli « scansa fatiche », i soliti « scansa fatiche »
Ecco perché Gesù ci diceva che amare è un comando a cui si può e si deve ubbidire. Chi si lascia andare, si ritrova col cuore capriccioso, perché non ha educato il suo cuore. Oggi molti uomini e donne sperimentano il cuore non educato. S. Ignazio cominciò ad educare il suo cuore a 35 anni. Noi pure possiamo cominciare ad educare il nostro cuore a qualunque età. Dobbiamo solo volerlo e volerlo fortemente, esercitandoci, e S. Ignazio ci dice come. Lui stesso ci insegnerà ad esercitarci, insegnandoci ad esaminarci, a meditare, a contemplare e ad esercitarci in altri modi.
Attenzione! S. Ignazio nei suoi Esercizi ci segnala la necessità di addossarci le fatiche e molte fatiche. Ce lo dice perché lo aveva sperimentato e tanto nella sua stessa esperienza di vita spirituale. Sembra addirittura che quasi dica che, se non siamo disposti ad assumerci le fatiche, è meglio non fare gli esercizi, perché si risolverebbero in un fallimento, e questo accadrebbe, non perché gli Esercizi non valgano, ma perché saremmo noi a vanificarli, con l’illuderci. Non si può conseguire un fine se non si adottano i mezzi necessari. E S. Ignazio, l’uomo risoluto in tutto, ma specialmente verso il fine della propria vita, che è il vivere per la gloria di Dio, nella sua vita non guardò a fatiche.. S. Ignazio dice che dobbiamo « offrirci (totalmente) alla fatica », e ad ogni fatica.
Noi dobbiamo, perciò, impegnarci a mettere in pratica ciò che Lui insegna. Gli esercizi spirituali ci dicono che dobbiamo esercitarci interiormente, perché c’è da vivere e da sviluppare tutto un immenso mondo interiore. E il lavorarci dentro comporta molta « fatica ». E dobbiamo ricordare che noi tendiamo ad essere i soliti « sfaticati »
I detti « Esercizi » o esercitazioni spirituali, ci portano a prendere coscienza che c’è da lavorare per attivare il nostro ricchissimo mondo interiore. Per fare gli Esercizi dobbiamo decidere di essere uomini forti, forti dentro, forti con noi stessi. E, per essere forti, dobbiamo sapere, che rispetto al fine della propria vita e nei rapporti con Dio, non possiamo esse accidiosi, evasivi, deboli, rinunciatari o persone che rimandano al domani. Dobbiamo sapere che cosa vogliamo, e dobbiamo sapere come volerlo, in modo tale da dover conseguire lo scopo, perché ne va di mezzo la salvezza eterna. Assolutamente non ci dobbiamo perdere, ma corriamo certamente il pericolo di perderci e tanto più quanto meno ce ne diamo pensiero.
Nella Autobiografia scritta dal Santo leggiamo:
« Ma nostro Signore gli ridava salute (dopo le operazioni subite per rimettere a posto la gamba ferita a Pamplona); andò migliorando a tal punto che si trovò completamente ristabilito. Solo che non poteva reggersi bene sulla gamba e doveva per forza stare a letto. Poiché era un appassionato lettore di quei libri mondani e frivoli, comunemente chiamati romanzi di cavalleria, sentendosi ormai in forze ne chiese qualcuno per passare il tempo. Ma di quelli che era solito leggere, in quella casa non se ne trovarono. Così gli diedero una Vita Christie un libro di vite di santi in volgare.
Percorrendo più volte quelle pagine restava preso da ciò che vi si narrava. Ma quando smetteva di leggere talora si soffermava a pensare alle cose che aveva letto, altre volte ritornava ai pensieri del mondo che prima gli erano abituali. Tra le molte vanità che gli si presentavano alla mente, un pensiero dominava il suo animo a tal punto che ne restava subito assorbito, indugiandovi come trasognato per due, tre o quattro ore: andava escogitando cosa potesse fare in servizio di una certa dama, di quali mezzi servirsi per raggiungere la città dove risiedeva; pensava le frasi cortesi, le parole che le avrebbe rivolto; sognava i fatti d’arme che avrebbe compiuto a suo servizio. In questi sogni restava così rapito che non badava all’impossibilità dell’impresa: perché quella dama non era una nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi.

S. IGNAZIO DI LOYOLA SCRISSE GLI ESERCIZI SPIRITUALI
Ma nostro Signore lo assisteva e operava in lui. A questi pensieri ne succedevano altri, suggeriti dalle cose che leggeva. Così leggendo la vita di nostro Signore e dei santi si soffermava a pensare e a riflettere tra sé: « E se anch’io facessi quel che ha fatto san Francesco o san Domenico? ». In questo modo passava in rassegna molte iniziative che trovava buone, e sempre proponeva a se stesso imprese difficili e grandi; e mentre se le proponeva gli sembrava di trovare dentro di sé le energie per poterle attuare con facilità. Tutto il suo ragionare era un ripetere a se stesso: san Domenico ha fatto questo, devo farlo anch’io; san Francesco ha fatto questo, devo farlo anch’io. Anche queste riflessioni lo tenevano occupato molto tempo. Ma quando lo distraevano altre cose, riaffioravano i pensieri di mondo già ricordati, e pure in essi indugiava molto. L’alternarsi di pensieri così diversi durò a lungo. Si trattasse di quelle gesta mondane che sognava di compiere, o di queste altre a servizio di Dio che gli si presentavano all’immaginazione, si tratteneva sempre sul pensiero ricorrente fino a tanto che, per stanchezza, lo abbandonava e s’applicava ad altro.
Attenzione: S. Ignazio ci dice che è importante:
1° seguire il corso dei propri pensieri esaminarli e valutarli opportunamente, in base al valore che hanno in rapporto al « Fine della vita. »
2° E’ importante fare « grandi cose. » S. Ignazio le fece fino al punto da sembrare « folle » in certi momenti.
3° E’ importante servirsi anche della Immaginazione: cioè della propria facoltà di immaginare, per rappresentarci al vivo i contenuti della fede su cui dobbiamo esercitarci, per farli uscire dall’astrattezza dei concetti « delle idee e dei discorsi astratti », e per portarli nel concreto delle realtà vissute.
S. IGNAZIO CONTINUA:
[8] C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia. Allora non vi prestava attenzione e non si fermava a valutare questa differenza. Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio.
E’ necessario fare attenzione alla realtà di questi influssi (che sono reali, anche se noi stentiamo a crederci!) e dobbiamo riconoscere che ne dobbiamo anche fare conto. Ricordiamo che di queste cose, a prescindere dalla rivelazione di Dio, non ne sappiamo nulla. Ma dobbiamo anche sapere che queste cose Dio ce le ha rivelate. Se non ne facciamo conto, ci cadiamo in pieno, e ne assumiamo la responsabilità con conseguenze temporali ed eterne. E necessario farne debito conto. E’ un grave peccato non fare conto di quanto Dio ci rivela autorevolmente, per la nostra salvezza.
Oggi molti pensano che,basta non credere, per non assumersi le responsabilità, che ne conseguirebbero. Ma questo è assolutamente falso e cattivo. E noi per essere credenti e cattolici, dobbiamo guardarcene. Non fare conto di ciò, che Dio si degna di rivelarci, è assolutamente riprovevole dal punto di vista morale, che è poi è quello che in definitiva veramente conta. Ed è per noi assolutamente dannoso, in questa vita e in quella eterna.
S. IGNAZIO CONTINUA DICENDO:
Questa fu la prima riflessione che egli fece sulle cose di Dio. In seguito, quando si applicò agli Esercizi, proprio di qui cominciò a prendere luce sull’argomento della diversità degli spiriti. Con tutta la luce ricavata da questa esperienza si mise a riflettere più seriamente sulla vita passata e sentì un grande bisogno di farne penitenza. Allora gli rinasceva il desiderio di imitare i santi, senza dar peso ad altro che a ripromettersi, con la grazia di Dio, di fare lui pure come essi avevano fatto. Ma la cosa che prima di tutte desiderava fare, appena fosse guarito, era di andare a Gerusalemme, come si è detto sopra, imponendosi quelle grandi austerità e digiuni a cui sempre aspira un animo generoso e innamorato di Dio.
Questi suoi santi desideri andavano cancellando i pensieri di prima, ( e dobbiamo riflettere sul fatto vincente delle buone ispirazioni sulle fantasie vane, di cui S. Ignazio ci da notizia) e furono anzi confermati da una visione in questo modo: una notte, mentre era ancora sveglio, vide chiaramente un’immagine di nostra Signora con il santo bambino Gesù. Poté contemplarla a lungo provandone grandissima consolazione. Poi gli sopravvenne un tale disgusto di tutta la vita passata, specialmente delle cose carnali, da sembrargli che fossero sparite dall’anima tutte le immaginazioni prima così radicate e vivide. Da quel momento a questo agosto del ’53 in cui si scrivono queste memorie, non diede mai neppure il più piccolo consenso a sollecitazioni sensuali: e proprio questo effetto permette di giudicare che la cosa veniva da Dio. Egli però non osava affermarlo, ma si limitava a esporre quanto si è detto. Comunque, il comportamento esterno fece conoscere al fratello e a tutti gli altri di casa la trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima.
Attenzione! Dobbiamo riflettere sulla considerazione che S. Ignazio fece di queste apparizioni o visione private. Quanto rispetto, e quanta prudenza nel riferirla ad altri, cioè a noi. Per S. Ignazio questi atteggiamenti erano la conseguenza del rispetto che credeva di dover portare a Dio. Perché certamente è col permesso di Dio, che questi fatti possono accadere e accadono di fatto. E se accadono, anche se sono strettamente personali, certamente rientrano nel piano di grazie in cui si concretizza la nostra salvezza. Possiamo noi permetterci di dire non ci credo ? Possono altri permettersi di dire: Non ci credo! Eppure quante ne vediamo di queste incredulità stolte e non rispettose, né di Dio né dei veggenti.
S. Ignazio continua nella sua autobiografia: « Egli continuava nelle sue letture e perseverava nei suoi buoni propositi, senza occuparsi d’ altro.(Debbo proprio considerare la determinazione forte di S. Ignazio di vivere e di gustare il tesoro che aveva trovato.) Quando si intratteneva con quelli di casa, impiegava tutto il tempo in cose di Dio e questo arrecava loro profitto spirituale.
S. Ignazio, quindi, capì che, se i suoi non avevano mai fatto profitto spirituale, era, anche, perché Lui aveva sempre parlato di cose vane. Ora che parlava di cose spirituali, quelli della sua famiglia facevano evidente profitto spirituale. Che lezione per me e che esame di coscienza debbo farmi su questo argomento.
S. IGNAZIO CONTINUA NELLA SUA AUTOBIOGRAFIA:
Poiché alla lettura di quei libri provava ora molto gusto, gli venne l’idea di stralciare alcuni passi più significativi della vita di Cristo e dei santi. Perciò – dal momento che ormai stava alzato e si moveva per casa – si mise a compilare con molta diligenza un libro.
Esso arrivò a occupare quasi 300 fogli, in quarto, completamente scritti. Scriveva le parole di Gesù in rosso, quelle di nostra Signora in azzurro, su carta lucida a righe, con elegante scrittura, mettendo a profitto la sua grafia molto bella. Impiegava il suo tempo in parte a scrivere, in parte a pregare. La sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle; li contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a servire nostro Signore. Con il pensiero fisso al suo proposito, avrebbe voluto essere già completamente ristabilito per mettersi in cammino.
S. Ignazio ci insegna che bisogna fortemente desiderare, e per fortemente desiderare bisogna molto gustare. Mi debbo domandare: ma quali sono i miei gusti ? Ho fatto mai qualcosa per educare i miei gusti. Se mi educo a gustare le cose di Dio, avrò forte desiderio di Dio, ma se mi assuefaccio a gustare le cose vane, avrò forte desiderio delle cose vane. Oggi molti si abbandonano ai gusti delle cose vane, come se fossero tutte le cose e le cose definitive.
S. Ignazio, raccontandoci tutte queste cose, ci fa sapere, per sua esperienza e nostro ammaestramento, che anche in noi avvengono esperienze, a cui però noi non facciamo attenzione. Questa non attenzione ci lascia superficiali e incapaci di maturazione interiore. Soprattutto ci lascia incapaci di capire proprio quei fatti interiori, attraverso cui Dio comunica. Se Dio vuole comunicare con noi e con me in particolare, questa è una grande grazia. Debbo certamente accoglierla e valorizzarla.
Ma come posso valorizzarla se, nelle abitudini della mia vita, non vi presto neppure attenzione e se non imparo neppure a capire quello che Dio mi vuol dire? Attenzione ci troviamo ad un bivio pericoloso! Gravido di ben grandi responsabilità. Se non ci diamo a capire e a valorizzare le comunicazioni di Dio, le disprezziamo.
Se si disprezza le comunicazioni di Dio, si disprezza Dio! (E’ terribile, disprezzare Dio), e ci si avvia sulla via larga della perdizione. Non credendo a tutto questo ci si illude, ma non si evitano i danni irreparabili ed eterni. S. Ignazio si preoccupò di questo, e per questo pensò che dovesse seriamente pensare alla salvezza della propria anima.
Così per S. Ignazio! Così per me! Così per Te! Così per tutti!
Molti oggi non ci pensano, e sembra che non ci vogliono pensare. Noi dobbiamo appartenere al numero delle persone responsabili, che ci pensano. S. Ignazio volle essere uno, che si sarebbe impegnato per dare a Dio la maggior gloria possibile. Molti lo seguirono e fecero sul serio. E se loro lo hanno fatto, da parte mia dico: posso farlo anche io e lo farò di certo. E tu che fai?
Quindi S. Ignazio si pose come persona risoluta. Quindi si pose non solo come persona risoluta ma, anche, come persona che ben sapeva distinguere le cose secondarie dalle cose principali: le vanità, dalle realtà eterne, e prima di tutte, la gloria da dare a Dio quanto maggiore possibile, e la salvezza della propria anima.
Ma come si fa ad essere risoluti e irremovibili nelle decisioni prese, sulla salvezza della propria anima. A questo scopo si debbono fare 2 cose:
1° Ci si chiarisce bene sul proprio fine.
2° ci si impegna ad attuarlo, stabilendo obiettivi e controlli.
1° Ma qual è il fine della nostra vita, quello stabilito da Dio? S. Ignazio, a questa domanda, risponde negli Esercizi Spirituali al n° 23, e noi dobbiamo acquisire e ricordare sempre il seguente: principio e fondamento.
« L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati » 2° ci dobbiamo impegnare ad attuarlo, stabilendo obiettivi e controlli.
Per fare questo S. Ignazio ci propone il suo celebre ed efficace esame particolare.

Publié dans : S. FONDATORI, VENERABILI E SANTI, SANTI |le 31 juillet, 2013 |Pas de Commentaires »

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