LA SAPIENZA DI ISRAELE – UNA RIFLESSIONE NUOVA

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LA SAPIENZA DI ISRAELE

PRIOTTO M.

UNA RIFLESSIONE NUOVA

È  innegabile la meraviglia che investe il lettore della Bibbia quando, dopo aver gustato la dolcezza e la profondità teologica della raccolta dei Salmi, s’addentra nella lettura del libro dei Proverbi. Egli prova immediatamente la sensazione di trovarsi in un territorio nuovo e diverso, dove regnano i saggi, ricchi di un sapere che proviene da lontano e che tuttavia vuole essere attuale e provocante. Questo nuovo paese comprende, oltre al libro dei Proverbi, anche altri quattro libri, che formano come una pentapoli sapienziale[1]: sono i libri di Giobbe, Qoelet, Siracide e Sapienza. Essi costituiscono come un pentateuco sapienziale, il cui patrono e ispiratore è Salomone. Possiamo considerare Proverbi e Siracide come fratelli a motivo delle loro innegabili somiglianze; così protesta e anticonformismo legano strettamente fra loro Giobbe e Qoelet; rimane Sapienza, una splendida riflessione in ambiente greco-alessandrino, che chiude l’intera rivelazione veterotestamentaria.
La particolarità di questi libri biblici consiste nel fatto che, pur attingendo abbondantemente dalla precedente tradizione biblica, si distinguono chiaramente da essa; non offrono narrazioni di storia salvifica, anche se talvolta affiorano riletture storico-narrative, come nel caso di Sap 11-19; né propongono nuove leggi, sebbene il tema della legge emerga qua e là; né raccolgono oracoli profetici, sebbene la riflessione sulla parola di Dio sia presente e sentita: Questa letteratura invita il lettore a una riflessione di tipo nuovo, che chiamiamo sapienziale, originale e ricca di suggestioni. È proprio la letteratura sapienziale.
Nella passata ricerca biblica questa letteratura sapienziale non ha goduto di molta simpatia da parte degli studiosi, ad eccezione dei libri di Giobbe e di Qoelet. I libri del Siracide e della Sapienza, soprattutto a causa della loro esclusione dal canone ebraico e protestante, non hanno suscitato molto interesse, e anche il libro dei Proverbi, pur essendo canonico, s’è trovato nella medesima situazione. Il motivo va ricercato soprattutto in una impostazione di fondo che dominava gli studi esegetici fino ai tempi recenti; questa impostazione, ossessionata da una preoccupazione esclusivamente storica, non ha favorito l’interesse per una riflessione sapienziale, orientata invece ai temi fondamentali della vita umana con astrazione da fatti o circostanze storiche particolari.

2. Il ritrovato interesse per la sapienza

La riscoperta della letteratura sapienziale in questi ultimi decenni è un fatto innegabile, dovuto al sorgere di nuovi interessi e alla caduta di impostazioni critiche, che certezze non erano, ma semplici pregiudizi. Un esempio significativo è stato l’eminente esegeta tedesco G. von Rad (1901-1971) che, partendo dagli studi storico-critici sul Pentateuco, è approdato dapprima a una monumentale teologia dell’Antico Testamento (1957-1960) e infine a un brillantissimo saggio sulla sapienza in Israele (1970).
Questa scoperta della letteratura sapienziale è di fatto una riscoperta, che riallaccia gli studi attuali all’antica tradizione patristica e medioevale, dove i libri sapienziali erano molto conosciuti e commentati. Questi libri sapienziali, infatti, si occupano dell’uomo presente e in particolare del problema della vita in tutti i suoi risvolti positivi e drammatici. È il problema con cui è affrontato l’uomo fin dalle prime battute della riflessione biblica, quando si lascia fuorviare da una falsa ricerca della sapienza (cf. Gn 3,1-7).
La sapienza si propone come l’albero della vita, essa, infatti, «è un albero di vita per chi ad essa si attiene e chi ad essa si stringe è beato» (Pr 3,18). Non solo, ma quest’albero di vita che è la sapienza, contro ogni tentazione di ridurre la fede a codice o a culto, si presenta come una signora, offrendo la possibilità di un profondo rapporto esistenziale, anzi di un innamoramento: «Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte… chi trova me trova la vita» (Pr 8,34-35).
L’impegno per chi ricerca la sapienza dunque non è solo di ordine intellettuale e conoscitivo; si deve desiderarla con tutto il cuore, perseguirla tenacemente, ascoltarla e infine invocarla con la preghiera, perché essa è soprattutto dono di Dio. Una volta raggiunta, la si deve ancora ricercare, senza presumere di averla ottenuta definitivamente, perché, come ben ricorda il vecchio saggio Ben Sira: «Il primo uomo non esaurì la comprensione della sapienza, né l’ultimo la potrà pienamente indagare» (24,26).

3. Carattere sfuggente
La prima impressione che suscita la frequentazione della sapienza è il suo carattere sfuggente; si ha la sensazione di una presenza difficile da inquadrare[2]. È significativo che i due termini riassuntivi del Primo Testamento siano la Legge e i Profeti, dove mancano appunto i saggi. Molte teologie bibliche dell’Antico Testamento omettono la sapienza o le danno un posto a fatica; sembra infatti che un proverbio non costituisca una rivelazione; non è ovvio affermare che non bisogna fidarsi del bugiardo, che il pigro si prepara una vecchiaia difficile, che il marito infedele diventa spendaccione?
Contro questa impressione si deve invece rilevare che la sapienza ci descrive il quotidiano, quello che forma l’intreccio della nostra vita, ma dal punto di vista di Dio! La nostra vita è frammentata, dispersa, apparentemente indifferente o neutrale, talvolta drammaticamente confrontata con problemi insolubili. La sapienza ne rivela il senso, le conferisce unità, scoprendovi la presenza di Dio. Quel Signore, che parla tramite i profeti ed è presente nel tempio e nella Torah ivi custodita e annunciata, è pure il Signore della nostra vita quotidiana, delle nostre domande, del nostro mondo!

4. Una figura emblematica: Salomone
Tre libri sapienziali vengono attribuiti a Salomone: Proverbi, Qoelet e Sapienza; l’attribuzione è fittizia, ma ha un senso! Essa risale anzitutto alla tradizione biblica di 1Re 5,9-14, che attribuisce al re Salomone una vasta e profonda conoscenza sapienziale: tremila proverbi, millecinque poesie e un sapere scientifico enciclopedico.
Il midrash approfondisce questa tradizione articolando con più precisione la conoscenza sapienziale del re:
«Salomone ha scritto il Cantico quando era giovane, i Proverbi all’età matura e Qoelet nella sua vecchiaia; perché quando l’uomo è giovane, canta; quando è adulto, enumera delle massime; quando diventa vecchio, parla della vanità delle cose»[3].
È evidente il tentativo di coprire con l’insegnamento sapienziale tutti gli ambiti della vita.
L’universalità di questo sapere sapienziale traspare dalla qualifica regale di Salomone. Il re, infatti, a differenza del sacerdote o del profeta, non rappresenta alcuna classe sociale particolare, bensì tutto il popolo; per cui attribuire la sapienza a Salomone significa attribuirla al popolo. Effettivamente gli scritti sapienziali danno la parola a Israele, al popolo e l’io regale salomonico uguaglia l’io anonimo di ogni israelita.
Questa sapienza non è un sapere chiuso, nazionalistico, ma mette in relazione Salomone e Israele con la sapienza dei popoli, superandola:

«La saggezza di Salomone superò la saggezza di tutti gli orientali e tutta la saggezza dell’Egitto» (1Re 5,10).
Questo fatto è importante perché permette a Israele di prendere coscienza della sua comune appartenenza all’umanità. Israele è originale nella sua coscienza dell’universale, che non gli è proprio; questo universale infatti appartiene all’uomo in quanto tale e non solo al giudeo. Tramite la sapienza Israele prende coscienza di essere figlio di Adamo prima di essere figlio di Abramo! Ecco perché in questa letteratura sapienziale scompare quasi totalmente la storia salvifica e Salomone diventa sinonimo di uomo.
Questo Salomone sapienziale però non abdica alla propria identità! Anzi, il comune linguaggio sapienziale e la sua presenza in mezzo alle nazioni tramite il fenomeno della diaspora gli permettono di far loro conoscere la propria storia di figlio di Abramo. È quanto fa il Salomone anonimo del libro della Sapienza: egli parla anzitutto ai re della terra (cf. 1,6), si qualifica poi come Salomone (cc 7-9) e infine commenta la storia di Israele (cc 10-19), dove decifra la storia umana alla luce della propria fede e racconta la storia di Israele nel linguaggio della sapienza universale.

5. Descrizione-definizione della sapienza
È difficile definire concettualmente la sapienza a motivo della vastità dei suoi interessi e del suo carattere sfuggente a cui si accennava sopra. Ecco perché gli studiosi l’hanno definita variamente, chi insistendo sul suo carattere di conoscenza, chi sulla sua proposta etica, chi sul suo sforzo di definire e di proporre un ordine universale, chi sull’intento di raggiungere il successo nella vita privata e sociale[4]. Certamente queste definizioni evidenziano aspetti reali di questo fenomeno complesso che è la sapienza, tuttavia non esaustivi. Infatti non si può affermare che la sapienza costituisca una forma di conoscenza sia pure particolare; così non si può ridurre la ricerca sapienziale alla proposta e all’esposizione di un ordine morale vincolante, pur essendo evidente il suo interesse alla formazione della coscienza morale; anche la ricerca di un ordine del creato con cui armonizzare le scelte e avere così successo nella vita è debitrice più a una concezione egiziana che biblica[5].
Tentando una definizione di sapienza che tenga conto delle osservazioni precedenti, potremmo adottare la formula concisa e accattivante di A. Schökel: «Un’offerta di senso»[6]. «Senso» indica non solo il cosiddetto buon senso, bensì la ragione interiore di un avvenimento, di una scelta o di un’intera esistenza; l’uomo infatti è alla ricerca di ciò che, al di là degli aspetti esteriori, conferisce la ragione d’essere, il significato profondo di un evento, di una vita e addirittura della storia e del mondo. Il secondo termine «offerta» sottolinea la particolare pedagogia del maestro di sapienza, il quale non usa la leva della legge o dell’autorità per imporre il proprio insegnamento, quanto piuttosto l’arte della proposta libera ma suadente; egli è convinto di offrire un bene prezioso che si imporrà da sé, anche se in un arco di tempo lungo. Si tratta di convincere, più che di imporre, evidenziando il valore della proposta più che la forza di un’autorità o la gravità di una sanzione.
Questa offerta di senso propone un’attitudine e un metodo che portano all’autorealizzazione dell’uomo sia nella sfera privata che in quella professionale; con ciò si raggiungono gli ambiti della natura, della società e della religione, e vengono ricuperati gli aspetti della conoscenza, dell’etica e dell’ordine.

6. La sapienza come abilità dell’artigiano
Quella che s’è data è una definizione-quadro della sapienza, che necessita ancora di essere precisata. Punto di partenza non è l’ambito intellettuale e conoscitivo, ma piuttosto quello pratico-tecnico. Infatti il termine hokma orienta anzitutto all’abilità tecnica dell’artigiano che sa realizzare un’opera artistica e pregevole, come nel caso di Bezaleel, del quale si dice:
«L’ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia saggezza, intelligenza e scienza[7], in ogni genere di lavoro, per concepire progetti e realizzarli in oro, argento e rame, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro» (Es 31,3-5).
Qui il vocabolario sapienziale definisce l’abilità artistica di Bezaleel nella costruzione del santuario. Con la stessa terminologia sapienziale viene descritto Chiram, che Salomone fa venire da Tiro per la costruzione del Tempio di Gerusalemme (cf. 1Re 7,14).
È partendo da questa espressione umana che la fede dell’Antico Testamento parla della sapienza creatrice di Dio. Egli viene concepito come l’artigiano per eccellenza, che ha saputo costruire questo mondo meraviglioso in cui viviamo:
«Egli ha formato la terra con potenza, ha fissato il mondo con sapienza (hokma), con intelligenza (tebuna), ha disteso i cieli» (Ger 10,12).
A Geremia fanno eco i Salmi:
«Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza (hokma)» (104,24);
«Hai creato i cieli con sapienza (tebuna), perché eterna è la tua misericordia» (136,5).
È questo Dio dunque che al termine della sua giornata lavorativa può contemplare l’opera delle sue mani ed esclamare con soddisfazione: è bello, è buono! (cf. Gn 1).
Così concepita, la creazione interpella l’uomo; essa infatti viene offerta all’uomo perché possa coltivarla e custodirla (cf. Gn 2,15), riempirla e soggiogarla, dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra (Gn 1,28). Così la sapienza che Dio ha effuso a piene mani nel creato viene offerta all’uomo:
«Il Signore ha creato la sapienza; l’ha vista e l’ha misurata, l’ha diffusa su tutte le sue opere, su ogni mortale, secondo la sua generosità; la elargì a quanti la amano» (Sir 1,7-8).
Si tratta allora per l’uomo di continuare l’opera creatrice di Dio mediante una contemplazione disinteressata e gioiosa che sfocia nella lode, mediante soprattutto una vita guidata dalla Torah; l’ordine del creato, infatti, esige l’ordine morale dell’uomo (cf. Sal 19)! L’uomo dunque si scopre artigiano della propria vita ed è grazie al dono della sapienza che egli potrà modellare con decisioni piccole o grandi la propria vita facendone un’opera d’arte. Solo al termine della propria vita l’uomo completerà quest’opera: «Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conosce veramente alla fine» (Sir 11,28).
È questo il grande compito dell’uomo, compito difficile, ma esaltante; compito personale, ma all’interno di una comunità; compito dell’uomo, ma reso possibile unicamente dal dono della sapienza. Soltanto lei può offrire un senso compiuto all’esistenza dell’uomo ed è proprio questo senso della vita che i maestri di sapienza cercano e offrono a tutti coloro che aderiscono alla loro scuola:
«Figlio mio, fa attenzione alle mie parole, porgi l’orecchio ai miei detti; non perderli mai di vista, custodiscili nel tuo cuore, perché essi sono vita per chi li trova e salute per tutto il suo corpo» (Pr 4,20-22).

7. Un’offerta sponsale
La sapienza lungo i secoli del tempo biblico assumerà una pluralità di volti, come un orizzonte che si apre su un altro orizzonte, senza discontinuità e senza fine. Occorre sempre cercare la sapienza sapendo che «quanti si nutrono di lei avranno ancora fame e quanti bevono di lei avranno ancora sete» (Sir 24,20). Ma una certezza sempre più forte emerge in questo cammino verso la sapienza: essa si rivela come l’unica sposa ideale dell’uomo.
L’autore del libro della Sapienza, rileggendo il sogno di Gabaon (1Re 3,4-15) in chiave mistico-sponsale, descrive l’innamoramento del giovane Salomone:
«Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prendermela come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza» (8,2).
Più che un progetto volontario e deliberato, si tratta di un’attrazione incontenibile; è infatti essa stessa che con la sua ricerca amorosa previene ogni ricerca dell’uomo (Sap 6,12-16). E così il giovane Salomone, tipo di ogni giovane alla ricerca del senso della propria vita, si mette alla ricerca della sapienza, per condurla a casa propria e sposarla:
«Ritornato a casa, riposerò vicino a lei, perché la sua compagnia non dà amarezza, né dolore la sua convivenza, ma contentezza e gioia (8,16).
Nessun successo nella vita pubblica potrebbe compensare un insuccesso nella vita privata; di qui il ritratto della sapienza come l’unica sposa che può rendere felice l’uomo.
Si tratta però di un ideale non ancora raggiunto, ma solo agognato (i verbi sono al futuro!). Sorge così spontaneo l’anelito alla preghiera, un anelito sempre più insistente e appassionato, a cui ogni ricercatore della sapienza è invitato:
«Sapendo che non l’avrei altrimenti ottenuta, se Dio non me l’avesse concessa, – ed era proprio dell’intelligenza sapere da chi viene tale dono – mi rivolsi al Signore e lo pregai» (8,21).

[1] L’espressione è di L. Alonso Schökel, a cui siamo debitori per queste note introduttive. Cf. L. Alonso Schökel-J. Vilchez Lindez, I Proverbi, Borla, Roma 1988, 17-25.
[2] Vedi al riguardo le stimolanti riflessioni di P. Beauchamp, L’uno e l’altro testamento, Paideia, I, Brescia 1985, specialmente 123-141.
[3] Midr.Rab. Cant 1,10. Anche la tradizione cristiana a partire da Origene fino al Medioevo riprende questa interpretazione giudaica, riorientandola però in senso spirituale: con i Proverbi Salomone insegna ai principianti come vivere virtuosamente nel mondo; con Qoelet indica a coloro che sono già avanzati nella vita spirituale a disprezzare le cose del mondo come vane e fugaci; col Cantico Salomone parla agli iniziati dell’amore di Dio. Cf. R.E. Murphy, L’albero della vita. Una esplorazione della letteratura sapienziale biblica, Queriniana, Brescia 1993, 15.
[4] Per una panoramica delle proposte moderne circa la definizione della sapienza vedi V. Morla Asensio, Libri sapienziali e altri scritti (Introduzione allo studio della Bibbia 5), Paideia, Brescia 1997, 30-45.
[5] Gli antichi egiziani attribuivano l’ordine primordiale del mondo alla Ma’at, che consideravano una dea o quantomeno un attributo della divinità. Essa è l’ordine immanente del mondo, non soltanto del mondo naturale, ma anche del mondo umano. Alonso Schökel-Vilchez Lindez, I Proverbi, 67-69.
[6] Ibid., 20.
[7] Il vocabolario è tipicamente sapienziale: hokma, tebuna, da’at; ma descrive il campo dell’abilità artistica e artigianale; perciò si dovrebbe più correttamente tradurre: «…perché abbia destrezza, abilità e perizia…».

Publié dans : EBRAISMO, EBRAISMO - STUDI |le 30 juillet, 2013 |Pas de Commentaires »

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