GALATI 5,1.13-18 – TESTO E COMMENTO

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GALATI 5,1.13-18

Fratelli, 1 Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il  giogo della schiavitù.
13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere  secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. 14 Tutta la legge infatti trova la sua  pienezza in un solo precetto: « Amerai il prossimo tuo come te stesso ». 15 Ma se vi mordete e divorate a  vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!
16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17 la  carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono  a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18 Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto  la legge.

COMMENTO
Galati 5,1.13-18

La libertà del credente
Nelle prime due parti della lettera ai Galati (cc. 1-2; 3-4), Paolo ha condensato le sue argomentazioni, ricavate  rispettivamente dalla sua esperienza e da quella dei destinatari nonché dalle Scritture, in favore della  giustificazione mediante la fede e non mediante le opere della legge. La seconda parte termina con l’allegoria  delle due donne, nella quale Paolo mostra simbolicamente come la dipendenza dalla legge, tanto conclamata dai  giudei e dai cristiani giudaizzanti, comporti in fondo una perdita di libertà che contrasta palesemente con il piano  di Dio, tutto teso alla liberazione del suo popolo. I galati, che hanno già sperimentato in Cristo questa libertà e  sono così diventati figli della promessa e autentici rappresentanti del popolo escatologico di Dio, devono dunque  fare i conti con i rischi che comporta un ritorno alla pratica della legge. A questa conclusione della parte  dottrinale si aggancia la nuova sezione della lettera (cc. 5-6), nella quale Paolo riprende in chiave parenetica i  punti più salienti della sua argomentazione e li applica alla situazione dei galati. Nel primo di questi due capitoli  egli mostra anzitutto il senso della loro vocazione alla libertà (vv. 1-12), sottolineando poi che la libertà deve  necessariamente sfociare nell’amore (vv. 13-15) e infine mette in luce che ciò può avvenire solo con il dono  dello Spirito (vv. 16-25). Nella liturgia è proposto il versetto iniziale e poi la seconda e la prima metà della terza  parte del capitolo.

La vocazione alla libertà (vv. 1-12)
Paolo inizia la sua esortazione con una frase programmatica: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi;  state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù (v. 1). Nel mondo ebraico la libertà  era concepita come un dono di Dio, il quale, dopo aver liberato il suo popolo dalla schiavitù degli egiziani, lo  aveva unito a sé mediante l’alleanza e gli aveva dato la sua legge: lo scopo della legge infatti era quello di  creare tra gli israeliti quello spirito di fratellanza e di solidarietà in forza del quale la libertà sarebbe diventata la  prerogativa di tutti. In questa prospettiva essi consideravano il codice mosaico come il dono più grande che Dio  aveva fatto al suo popolo e la chiamavano «legge di libertà».
Per Paolo è la liberazione ottenuta da Cristo dà la libertà piena. L’espressione «ci ha liberati perché restassimo  liberi» (têi eleutheriâi êleutherôsen, ci ha liberati per la libertà) potrebbe essere un semitismo per indicare che  la liberazione è stata piena e totale. È più probabile però che si tratti di una liberazione che ha come scopo una  vita vissuta nella libertà. Paolo infatti vede proprio nella liberazione dalla legge il punto di partenza di un  cammino serio e impegnativo verso la libertà piena. Ciò si comprende solo ricordando che per lui il termine  «legge», in sintonia con l’uso che ne veniva fatto negli ambienti legalisti giudaici, designava un semplice elenco  di precetti che l’uomo, con le sue sole forze, doveva compiere per rendersi gradito a Dio. In altre parole la  legge, staccata dall’azione liberatrice di Dio, era diventata una pura norma incapace di dare la vita all’uomo  peccatore (cfr. 3,21), e come tale era paragonabile al pedagogo che tiene sotto sorveglianza il bambino finché  sopraggiunge il maestro. Solo Cristo ha potuto togliere di mezzo la legge così intesa, in quanto ha liberato  l’uomo dal suo peccato e lo ha fatto diventare figlio di Dio.
I galati prima della loro conversione non erano sotto la schiavitù della legge, in quanto non erano giudei, ma  gentili. Tuttavia anch’essi erano soggetti a una analoga schiavitù, in quanto servivano le false divinità, che  formavano un tutt’uno con gli elementi di questo mondo (cfr. 4,8-9). Cristo li ha liberati perché restassero  liberi. Per loro mettersi ora a praticare la legge significherebbe lasciarsi imporre «di nuovo» il giogo della  schiavitù.
Nel brano tralasciato dalla liturgia (vv. 2-12) Paolo mette in guardia i galati nei confronti della circoncisione e di  tutto ciò che essa comporta, cioè la pratica di tutta la legge. Coloro che cercano di imporrla loro vogliono  separarli da Cristo, e così facendo li pongono su una strada sbagliata. Essi devono dunque decidere se stare  dalla sua parte o da quella dei suoi avversari. Ma devono anche sapere che nel primo caso scelgono la libertà,  mentre nel secondo, pur pensando di fare proprie le prerogative del popolo eletto, scelgono in realtà un regime  di schiavitù che svuota il vangelo del suo contenuto essenziale, la croce di Cristo. Il punto che l’apostolo vuole  fare capire con chiarezza ai galati è uno solo: se egli si contrappone ai giudaizzanti, non è per difendere la sua  autorità di apostolo, ma per garantire la verità e l’autenticità del vangelo. I galati possono rifiutare le sue  direttive, ma così facendo abbandonano Cristo e rinunziano alla sua grazia.

Libertà e amore (vv. 13-15)
Con il v. 13 riprende il testo liturgico. Paolo afferma: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché  questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli  uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te»  (vv. 13-14). I credenti non solo sono stati liberati, ma sono chiamati alla libertà: la libertà dunque non è solo un  dono, ma anche un impegno. Questa libertà però non deve diventare un alibi per vivere secondo la carne, cioè  per favorire una sorta di libertinismo che rifiuta ogni tipo di regola. Al contrario l’essere diventati liberi deve  spingerli a mettersi a servizio gli uni degli altri nell’amore. Tutta la legge si riassume infatti nel precetto che  impone di amare il prossimo come se stessi. Paolo non predica dunque l’abolizione della legge in quanto tale,  ma solo la liberazione da una legge concepita come una norma oggettiva da praticare con le proprie forze. Per  lui solo l’uomo liberato da Cristo, e quindi libero dai desideri della carne, può praticare veramente la legge di Dio,  in quanto essa si riassume nel comandamento che impegna ciascuno ad amare il prossimo come se stesso.
Purtroppo i galati non sono su questa strada: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non  distruggervi del tutto gli uni gli altri!» (v. 15). Essi vorrebbero praticare la legge, ma intanto vengono meno  proprio al suo comandamento fondamentale, e così facendo  si distruggono a vicenda. Con queste parole egli  vuole forse far loro comprendere, partendo dalla loro stessa esperienza, che la preoccupazione di osservare la  legge in tutte le sue innumerevoli prescrizioni porta in pratica a rompere quei rapporti di amore che  rappresentano l’esigenza fondamentale della legge stessa. L’amore per il prossimo, pur essendo il compimento  della legge, scaturisce non dalla legge in quanto norma scritta, ma dall’azione salvifica di Dio.
Spirito e carne (vv. 16-18)
Paolo passa poi a spiegare come la libertà dalla legge diventi effettiva solo in forza dello Spirito: «Vi dico  dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne» (v. 16). Per  evitare di cedere ai desideri della carne, che sono all’origine di un comportamento peccaminoso, contrario alle  esigenze della legge, il credente deve camminare secondo lo Spirito, cioè lasciarsi guidare dalla potenza di Dio  che si manifesta nella sua azione. Questo concetto viene approfondito in questo modo: «la carne infatti ha  desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda,  sicché voi non fate quello che vorreste» (v. 17). La carne è sottomessa agli stimoli del «desiderio». Il termine  «carne» qualifica l’uomo peccatore: in senso proprio solo lui «desidera» in quanto, ponendo se stesso  egoisticamente al centro di tutte le cose, trasgredisce l’ultimo comandamento del Decalogo («non desiderare»:  cfr. Es 20,17; Gen 3,6; Rm 7,7), che rappresenta anch’esso, come il comandamento dell’amore, la sintesi di  tutti i precetti divini.
Tuttavia, in senso metaforico si può dire che anche lo Spirito «desidera», nel senso che persegue finalità sue  proprie, che sono opposte a quelle della carne. Questa porta l’uomo a fare ciò che non vorrebbe, in quanto lo  spinge ad andare contro quelle che sono le norme fondamentali della legge e della sua stessa coscienza; l’uomo  però resta sempre responsabile delle sue azioni malvagie, in quanto Dio non priva mai nessuno della sua grazia.  Paolo conclude: «Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» (v. 18). Colui che si lascia  guidare dallo Spirito non ha più nulla a che fare con i desideri della carne, in forza dei quali aveva cominciato a  sentire la volontà di Dio come una legge imposta dall’esterno (cfr. Rm 7,7-12). La vittoria sul desiderio, e  quindi la possibilità di amare i fratelli, dipende dunque essenzialmente dal dono dello Spirito.
Dalle affermazioni di principio Paolo passa subito dopo a indicare quali sono rispettivamente i comportamenti  ispirati dalla carne e dallo Spirito: a tale scopo egli elenca prima i vizi provocati dalla carne e poi le virtù che  provengono dallo Spirito (cfr. vv. 19-25). I cataloghi di vizi e di virtù derivano, come genere letterario, dalla  filosofia greca, specialmente stoica, la quale se ne serviva per formulare il suo insegnamento morale, incentrato  sull’osservanza della legge naturale. Direttamente però Paolo assume questo genere letterario dal giudaismo  ellenistico, il quale lo utilizzava per annunziare al mondo greco l’ideale morale contenuto nell’AT, e soprattutto  nel decalogo (cfr. Sap 14,23-29).

Linee interpretative
In questo testo Paolo mette con forza l’accento sulla libertà in quanto dono che viene fatto da Cristo al  credente. Questa consiste fondamentalemente nell’eliminazione di un rapporto servile con la legge. Paolo  sottolinea però con chiarezza che questa libertà non consiste nel fare i propri comodi, ma nell’osservare il  precetto fondamentale dell’amore, nel quale tutta la legge è riassunta. Appare quindi chiaro che Paolo non  punta a una eliminazione della legge in quanto tale, ma a una sua ricomprensione a partire dal suo nucleo  centrale. Paradossalmente dunque è proprio la liberazione da un certo modo di concepire la legge che dà al  credente la possibilità di compiere la legge nella sua pienezza. Chi pretende di applicarsi ai singoli precetti della  legge mosaica non fa altro che cedere al «desiderio», che è l’essenza del peccato, e porta la comunità  all’autodistruzione.
Ma la pratica dell’amore non è una cosa che competa all’uomo se prima non ha accettato in se stesso il dono  dello Spirito. Solo lo Spirito infatti è capace di sostituire i desideri della carne con altri desideri che portano  all’amore e al dono di sé (cfr. Rm 5,5; 8,1-4). Ogni uomo ha in se stesso la capacità di amare il suo prossimo,  ma essa viene facilmente offuscata dalle sue inclinazioni egoistiche (desiderio). In questa situazione non serve  a nulla ricordargli, con le ammonizioni e le minacce tipiche della legge, i suoi obblighi. Per diversi motivi l’uomo  può essere spinto ad osservare la legge fatta di prescrizioni, ma l’esercizio dell’amore può avvenire solo  mediante un dono dello Spirito. Questo dono ha origine fondamentalmente dall’esempio di Cristo, dalla sua  totale dedizione al Padre e ai fratelli. Solo chi assume lo spirito di Gesù, che è anche lo Spirito di Dio, può essere  veramente libero nella pratica dell’amore verso i fratelli.

Publié dans : Lettera ai Galati |le 29 juin, 2013 |Pas de Commentaires »

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