LA PERSONA E L’OPERA DI PAOLO – GIUSEPPE BARBAGLIO

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LA PERSONA E L’OPERA DI PAOLO – GIUSEPPE BARBAGLIO

In Alessandro Sacchi e collaboratori, Lettere paoline e altre lettere, LDC-Torino (1996), pp. 53-60.

La vita di Paolo può essere ricostruita in base a due sole fonti di documenta¬zione, gli Atti degli apostoli e le lettere. Tra queste ultime possono essere utiliz¬zate direttamente solo quelle certamente autentiche (1 Tessalonicesi, 1-2 Corin¬zi, Galati, Romani, Filippesi, Filemone). Queste sette lettere, dettate dalla viva voce di Paolo, costituiscono una testimonianza diretta e per questo di assoluto valore; ma si tratta anche di una testimonianza interessata, proveniente da una persona che, essendo parte in causa, non può essere del tutto obiettiva . Infine è una testimonianza parziale, poiché le lettere, in quanto scritti di occasione, la¬sciano molti vuoti, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo tratto della sua esi¬stenza, noto soltanto dagli Atti e da fonti cristiane ancora più tardive.
Accanto alle lettere si collocano, come fonte secondaria, gli Atti degli apo¬stoli, opera di un paolinista dell’ultimo ventennio del sec. I, lo stesso che ha scritto il terzo vangelo. Questi ha inserito Paolo nel quadro della sua visione storico¬salvifica, presentandolo come il portatore del vangelo sino all’estremità del mondo (cf At 1,8), in perfetta sintonia con gli apostoli di Gerusalemme. Se ne impone dunque un uso critico e comunque la sua testimonianza deve essere sempre con¬frontata con quella della fonte primaria. In concreto si dimostra attendibile sto¬ricamente là dove trasmette tradizioni antiche, come per esempio nel racconto della conversione dell’apostolo, in cui ha a disposizione alcune fonti proprie, op¬pure a proposito dei viaggi paolini, dove sfrutta, come si crede, alcuni dati mi¬nuziosi di carattere topografico o cronologico.
1.  IL PASSATO REMOTO
 I primi passi di Paolo possono essere compendiati in due caratterizzazioni: partecipazione convinta e zelante alla religiosità giudaica degli antenati; ostilità non priva di violenza esterna nei confronti del neonato movimento cristiano. Gli Atti degli apostoli e le lettere paoline in sostanza convergono. Circa il suo passa¬to nel giudaismo ecco le parole messegli in bocca dall’anonimo biografo: «Io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città (Gerusalem¬me), formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi » (At 22,3); «come fariseo sono vissuto nella setta più rigida della nostra religione» (At 26,5). Lui stesso può te¬stimoniare: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tem¬po nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la deva¬stassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazio¬nali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri» (Gal 1,13-14). Egli afferma con fierezza la nobiltà delle sue origini: «Sono ebrei? Anch’io! Sono israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! » (2 Cor 11,22); «circonci¬so l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge» (Fil 3,5-6).
 Nel libro degli Atti la sua attività persecutoria, ambientata nella città santa del giudaismo, con lo sguardo aperto però alla diaspora di Damasco, è dipinta con colori sempre più carichi e tenebrosi: «Saulo frattanto, sempre fremente mi¬naccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati» (At 9,1); «io perseguitai a morte questa nuova dottrina, arre¬stando e gettando in prigione uomini e donne» (22,4); «molti dei fedeli li rin¬chiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti, e quando ve¬nivano condannati a morte, anch’io votai contro di loro. In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere» (26,10-11). In questi testi l’autore presenta Paolo non come un semplice persecutore, ma quasi come la persecuzione in persona .
 Nelle sue lettere invece Paolo si limita ad affermare di aver perseguitato la Chiesa: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, ac¬canito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri» (Gal 1,13-14); «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apo¬stolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1 Cor 15,9); «…quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’os¬servanza della legge» (Fil 3,6). L’apostolo però non dice dove, quando, come, per quanto tempo e perché ha perseguitato la Chiesa. Non è neppure certo che abbia agito a Gerusalemme, né che la sua formazione sia avvenuta in questo luogo, poiché gli Atti, che affermano l’una e l’altra cosa, hanno interesse a metterlo in rapporto con la città santa del giudaismo .
Circa il perché della sua attività di persecutore Paolo dà un indizio, in quan¬to afferma di aver perseguitato la Chiesa «per zelo» (Fil 3,6), dunque a difesa della legge mosaica, sull’esempio degli eroici Maccabei. Si può quindi congettu¬rare che la sua ostilità si sia volta contro quell’ala del movimento cristiano che per bocca di Stefano dichiarava obsolete le prescrizioni rituali del codice mosai¬co, compresa la circoncisione.
Una parola di chiarificazione merita anche la natura della sua persecuzione. Si è spinto fino al versamento di sangue? Gli Atti lo affermano, ma questo più che un dato storico è un’esagerazione retorica: è probabile che si sia limitato ad applicare ai cristiani, che partecipavano ancora alla vita della comunità giudai¬ca, le misure disciplinari previste per coloro che non osservavano il regolamento della sinagoga.
Infine è impossibile determinare per quanto tempo si sia protratta la sua atti¬vità di persecutore. Invece se ne può precisare, con una certa verosimiglianza, il terminus ad quem: che coincide con la sua conversione, avvenuta verso la me¬tà degli anni 30.
2. IL PASSATO PROSSIMO
Nell’esistenza di Paolo si è verificata una svolta decisiva quando, sulla via di Damasco, incontra il Signore risorto e aderisce alla Chiesa. Gli Atti ne parla¬no ben tre volte (At 9,3-19; 22,6-11; 26,12-18), quasi a sottolineare l’importanza di questo evento. I racconti paralleli hanno una accentuata corposità plastica: Paolo sta recandosi a Damasco e nelle vicinanze della città è avvolto da una luce celeste e cadendo a terra sente la voce: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). In realtà il narratore focalizza la sua attenzione sull’autorivelazione di Gesù e sulla missione di Paolo al mondo dei lontani. Dal punto di vista storico sono preziosi alcuni dati circostanziali propri della tradizione, come la precisa¬zione topografica, Damasco, e l’intervento di un cristiano damasceno, di nome Anania, che lo introduce nella chiesa della sua città.
Nelle sue lettere Paolo ricorda questo evento quasi vent’anni dopo, con una maturità che allora non aveva di certo ancora raggiunto. Egli non accenna mini¬mamente alle modalità esterne: tutto l’interesse appare incentrato sull’iniziativa di Dio. La prospettiva è dunque strettamente teologica. In 1 Cor 9,1 dice di aver visto Gesù il Signore e in 1 Cor 15,8 afferma che Cristo gli è apparso come era apparso a Cefa e ai Dodici. Perciò l’evento di Damasco è da lui interpretato co¬me una cristofania del Risorto, fonte di investitura apostolica. In Gal 1,15-16 le categorie teologiche sono: beneplacito divino (eudokew), predestinazione cele¬ste e vocazione per grazia al compito apostolico (al pari di Geremia scelto come profeta ancora prima di nascere), rivelazione (apwkaluptw) del Figlio di Dio af¬finché ne porti il lieto annunzio (euaggelizwmai) ai pagani. Si è trattato dunque di una «apocalisse», cioè di un evento appartenente ai tempi finali, caratterizza¬ti dal disvelamento e insieme dall’attuazione del progetto salvifico del Padre.
 In Fil 3 invece egli parla direttamente della sua esperienza, presentandola sem¬pre però come effetto dell’iniziativa di grazia di Dio: nella sua vita si è attuato un cambiamento radicale, che lo ha portato a rinunziare alla propria giustizia, costruita con le scrupolose osservanze della legge, per ricevere in dono la giusti¬zia divina. In una parola egli, che ben conosceva il codice del dovuto, ha scoper¬to quello diverso e alternativo del gratuito. Ma precisa subito che, al di là delle sue scelte, in realtà è Cristo che lo ha afferrato e si è imposto a lui.
 Se si vuole dunque parlare di conversione, usando un termine che non ricor¬re nelle sue lettere, ci si deve intendere: l’evento di Damasco non ha nulla di mo¬ralistico, perché Paolo non era né un ateo, né un peccatore in senso comune; il fariseo zelante si è convertito a Cristo, che ha colto per grazia come unica via alla salvezza per gli uomini .
3. LA MISSIONE
 Ancor più che teologo e scrittore, Paolo è stato uomo d’azione: azione mis¬sionaria, in terra ancora vergine, e azione pastorale a favore delle sue comunità. In lui è legittimo vedere il più grande missionario delle origini cristiane, impe¬gnato al massimo perché il vangelo arrivasse al mondo pagano.
 Non è stato il primo però a rompere gli steccati, preceduto in questo dal gruppo di Stefano, come testimoniano gli Atti (cf 11,19-21). Comunque, al di là della pur notevole azione in campo aperto, il suo merito principale è stato quello di avere elaborato una teologia capace di giustificare l’apertura universalistica del¬la Chiesa. In realtà non era in questione la possibilità che anche i pagani giun¬gessero alla salvezza, che anch’essi potevano ottenere attraverso l’accettazione della circoncisione e della legge mosaica, ma un universalismo incondizionato e a parità di condizioni: circoncisi e incirconcisi parimenti chiamati ad accoglie¬re Cristo e in lui l’iniziativa di grazia di Dio mediante la sola fede.
 Gli Atti presentano la missione di Paolo secondo lo schema di tre viaggi: il primo con e sotto Barnaba, a Cipro e nelle regioni sud-orientali dell’Anatolia (At 13-14); il secondo con Sila e poi con Timoteo dopo il concilio di Gerusalem¬me e la rottura con Barnaba attraverso la Galazia sino all’Europa, con tappe a Filippi, Tessalonica, Berea e Corinto (At 15,3Cr18,17); il terzo con epicentro Efeso (18,18-20,3). Si tratta però di una presentazione schematica, che potreb¬be far pensare al missionario Paolo come a un cavaliere errante. Di fatto i viaggi sono stati solo il trasferimento da una stazione missionaria all’altra, dove egli si fermava anche a lungo, per esempio più di un anno e mezzo a Corinto e due anni e più a Efeso, come precisano gli Atti, dando vita a vivaci comunità cristia¬ne, costituite in prevalenza da pagani convertiti. L’altro schematismo di Atti è che egli si rivolgeva prima agli ebrei e poi ai pagani. In realtà Paolo ebbe sempre coscienza chiara di essere stato mandato agli incirconcisi, lui «apostolo dei pa¬gani» (Rm 11,13). Invece gli Atti sono storicamente attendibili quando riferi¬scono dati circostanziali, come l’elenco delle città evangelizzate, il tempo di per¬manenza, i nomi dei suoi collaboratori.
  Stando invece alla testimonianza delle sue lettere, dopo l’evento di Damasco egli andò in Arabia, in concreto nella regione est e sud-est di questa città appar¬tenente al regno dei nabatei, non già per meditare, bensì come missionario. Quindi ritornò a Damasco, ma presto dovette lasciare la città per l’ostilità della sinago¬ga in cui propagandava il vangelo di Cristo. Si recò dunque a Gerusalemme, ma non dovette trovarvi spazio, perché presto se ne venne via facendo ritorno in Siria e Cilicia (cf Gal 1,15-24). Sono anni in cui non riesce a trovare il suo posto. Alla fine viene introdotto da Barnaba nella chiesa di Antiochia, con probabilità verso la metà degli anni 40, dove acquisisce un ruolo importante come dottore e profeta di questa comunità e missionario sotto la guida del grande leader sum¬menzionato (cf At 9,20-30; 11,25ss; 13,1-3).
Un’ipotesi abbastanza attendibile ritiene che Paolo, parlando di permanen¬za in Siria e Cilicia (Gal 1,21) per la durata di quattordici anni, essendo questo il periodo intercorso tra la prima e la seconda visita a Gerusalemme (cf Gal 2,1: «Dopo quattordici anni…»), si riferisse anche alla missione in Europa, che dun¬que precederebbe e non seguirebbe, come affermano gli Atti, il concilio di Geru¬salemme (cf Ga12,1-10), databile all’anno 51. In seguito si dovrebbe comunque collocare l’attività missionaria incentrata a Efeso .
 Si ritiene che la missione paolina fosse esclusivamente urbana, ma la regione galatica non era allora del tutto urbanizzata e forse in essa Paolo evangelizzò anche villaggi.
 Il suo progetto missionario aveva come coordinate geografiche l’oriente e l’oc¬cidente, e dunque possedeva un’estensione ecumenica: in Rm 15,19 afferma di aver portato a termine la predicazione evangelica essendo partito da Gerusalem¬me e giunto in Illiria; ora il suo sguardo si spinge fino a Roma e di qui intende raggiungere la Spagna (Rm 15,24).
 L’apostolo ha operato di regola su terreno vergine, dove Cristo non era an¬cora stato annunziato (2 Cor 10,15; Rm 15,20), e si è avvalso di una folta schie¬ra di collaboratori, quasi un centinaio, come risulta sommando i dati di Atti e dell’epistolario paolino . Aveva uno stile missionario proprio: si guadagnava da vivere con le proprie mani e rifiutava di farsi mantenere, per non creare sospetti di interesse privato e così porre ostacoli all’accettazione della parola (cf 1 Cor 9). Il frutto della sua attività sono le comunità paoline alle quali ha indirizzato le sue lettere; solo quella ai Romani è stata spedita a una comunità non di sua fondazione.
4. PASTORE D’ANIME
Dopo aver costituito una comunità cristiana Paolo non l’abbandonava a se stessa, ma si teneva in costante contatto, preoccupato della continuità del suo lavoro di araldo del vangelo. I rapporti con i neofiti passavano anzitutto attra¬verso visite personali – a Corinto l’apostolo si è recato più volte – o di suoi collaboratori, come Timoteo e Tito, mandati a Corinto in suo nome, il primo spedito a Tessalonica per rendersi conto della situazione e portare ai credenti della capitale della Macedonia l’assicurazione che egli non li aveva dimenticati. Ma Paolo comunicava anche epistolarmente, con lettere che testimoniano la sua cura pastorale. In ogni modo egli manteneva la guida spirituale delle sue comu¬nità, che non mancavano di ragguagliarlo sulla situazione e di chiedergli autore¬voli soluzioni ai loro problemi, come appare nei rapporti con la chiesa di Corinto .
D’altra parte però l’apostolo non si è mai preoccupato, prima di lasciarle per un altro campo apostolico, di dotare le sue comunità di capi. Confidava nella creatività dello Spirito capace di suscitare persone capaci e disponibili nel pre¬stare i servizi necessari alla crescita del gruppo e, quando sorgevano leaders na¬turali, egli li approvava ed esortava la comunità a riconoscerli (cf 1 Ts 5,12-13; 1 Cor 16,15-16) .
5. DURO CONFRONTO CON LA CHIESA GEROSOLIMITANA E CON I RIVALI
 Paolo tradisce una manifesta indipendenza dalle autorità cristiane di Geru¬salemme; per questo in Gal 1 accentua il fatto di essersi recato solo due volte a Gerusalemme, la prima per quindici giorni a far visita a Cefa, la seconda in occasione del concilio. Inoltre si mette alla pari di Pietro: se questi è capo della missione al mondo dei circoncisi, lui è il leader dell’evangelizzazione ai pagani (Gal 2,7-8). Però accetta di raccogliere nelle sue chiese una colletta per sovvenire ai bisogni dei poveri della chiesa di Gerusalemme (Gal 2,9), il cui ruolo di chiesa madre viene da lui riconosciuto, nel senso che il vangelo è giunto al mondo pa¬gano partendo appunto da questa città (cf Rm 15,27).
 D’altra parte Giacomo, capo della chiesa gerosolimitana dopo la partenza di Pietro, doveva nutrire più di un dubbio sull’apostolo che proclamava Cristo venuto a mettere fine alla legge (Rm 10,4). Con probabilità non accettò la collet¬ta portata da Paolo in persona, come si può arguire dalla reticenza dell’autore degli Atti in proposito, che invece sottolinea come questi abbia accettato, dietro suggerimento di quello, di compiere un gesto esemplare di osservanza della leg¬ge per smentire quanti andavano dicendo che era un nemico della religione mo¬saica (21,20ss). Non mancano persino studiosi che individuano proprio in Gia¬como un avversario importante di Paolo.
 Una virulenta polemica invece ha combattuto contro i rivali che nelle chiese di Galazia, ma anche nelle comunità di Corinto e di Filippi, tentavano di scredi¬tare la sua rivendicazione di essere apostolo di Cristo e il suo annunzio della li¬bertà dalla legge mosaica e dello scandalo della croce. In quasi tutte le lettere infatti egli appare costretto a difendersi (apologia). Chi erano i suoi avversari? Non doveva essere un fronte solo, perché il campo di battaglia in Galati e nelle lettere ai Corinzi, dove non esigevano affatto la circoncisione dei neoconvertiti pagani, appare diverso. In Romani poi sembra che egli si difenda da quanti in¬terpretavano la sua predicazione della libertà in chiave libertinistica, come ap¬pare per es. nei due interrogativi di Rm 6,1 e 15 .
6. LA FINE DRAMMATICA
 Nella lettera ai cristiani di Roma Paolo si dice pronto ad andare a Roma, ma prima vuole passare da Gerusalemme a portarvi la colletta (Rm 15,25ss). Egli è consapevole di correre due gravi rischi: il primo è rappresentato dagli «incre¬duli della Giudea», cioè dai suoi avversari giudei, pronti a eliminarlo con la vio¬lenza; il secondo è costituito dalle prevenzioni della chiesa gerosolimitana, che avrebbe potuto rifiutare la colletta, segno della comunione delle sue chiese con le comunità palestinesi. Supplica dunque i romani di «lottare» con lui «nelle pre¬ghiere» perché sia liberato dai violenti e venga accettata la sua opera missionaria tra i pagani.
 Queste sono le ultime informazioni certe che Paolo dà di se stesso. Gli Atti invece riportano ulteriori notizie (At 21-28). Lasciata Corinto dove si era ricon¬ciliato con la locale comunità, l’apostolo arrivò a Gerusalemme, dove ebbe trat¬tative con Giacomo e il presbiterio della chiesa madre. Pro bono pacis accolse il suggerimento di dimostrare pubblicamente il suo attaccamento alle tradizioni mosaiche pagando di tasca propria lo scioglimento di un voto fatto da quattro cristiani della chiesa locale. Entrato con questi nell’area del santuario, fu lincia¬to da fanatici giudei; ma per sua buona sorte venne salvato dall’intervento della coorte del tribuno romano, che lo fece rinchiudere in carcere. In seguito fu tra¬sferito a Cesarea, sede del prefetto romano. Poiché il processo andava per le  lunghe, l’apostolo, in quanto cittadino romano, interpose appello al tribunale di Roma.
 L’autore degli Atti fa sfoggio della sua bravura letteraria nella pittoresca de¬scrizione del viaggio marittimo e soprattutto dell’avventuroso naufragio. Nella capitale dell’impero Paolo visse per un biennio in domicilio coatto, con la possi¬bilità però di annunziare il vangelo a un pubblico di giudei che venivano da lui per discutere di Gesù Cristo.
 Qui termina il libro, perché l’autore in questo modo ha raggiunto il suo sco¬po. Resta dunque aperto l’interrogativo come andò a finire il processo. Secondo la soluzione tradizionale Paolo fu liberato e ritornò in Oriente, dove la sua atti¬vità sarebbe testimoniata dalle Pastorali, ma poi fu arrestato di nuovo e con¬dannato a morte. Sembra più probabile invece che l’esito del processo sia stato la condanna capitale. Infatti si deve rilevare il carattere pseudoepigrafico delle lettere a Timoteo e Tito, e soprattutto il fatto che gli Atti conoscono la fine dram¬matica di Paolo a Roma dove era giunto in catene: ciò appare chiaramente dal discorso di Mileto, in cui egli dice ai presbiteri che non avrebbero più visto il suo volto (20,25). Siamo con probabilità nel 57, se si ammette il criterio di una cronologia corta .
 Anche la seconda lettera a Timoteo, composta verso la fine del secolo, sotto forma di profezia ne testimonia il martirio: «Io infatti già sto per essere offerto in libagione ed è sopraggiunto il tempo di sciogliere le vele» (4,6). Nel 96 1a lette¬ra di Clemente afferma che Paolo, dopo essere giunto «fino agli estremi confini dell’occidente», cioè verosimilmente in Spagna, «si staccò dal mondo e perven¬ne al luogo santo» (5,7). Nel 200 circa Tertulliano precisa che fu decapitato, co¬me il Battista . La data del martirio a129 giugno e l’indicazione della via Ostiense come luogo della sepoltura sono affermate dagli Atti apocrifi di Pietro e Paolo dello Pseudo-Marcello, che non sono anteriori al IV Secolo  .

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