Archive pour avril, 2013

LA MUSICA SACRA NELL’EBRAISMO: LA LETTURA DELLA TORAH

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LA MUSICA SACRA NELL’EBRAISMO: LA LETTURA DELLA TORAH

Introduzione alla lettura ed ai diversi « modi » La religiosità ebraica è strettamente collegata all’espressione musicale. Lo si riscontra immediatamente entrando in una sinagoga, durante un servizio, in cui si scopre che i versi sacri della Torah (la Bibbia ebraica) e delle preghiere non vengono semplicemente letti in ebraico, ma vengono « cantillenati », cioè cantati secondo una determinata melodia.
Ai tempi del Tempio di Gerusalemme era uso normale impiegare la musica durante il culto; ora questa abitudine si è persa, anche in ricordo del lutto sempre presente per la distruzione del Tempio stesso. Nell’antichità la musica è sempre stata associata al divino e spesso le erano attribuiti poteri divini (presso gli egiziani, fenici, assiri e babilonesi). L’impiego della musica ha anche avuto forti avversatori per la sua carica di sensualità (Talmud, Trattato Berachot) e quindi per i culti venivano usati solo strumenti particolari. All’epoca del Tempio di Gerusalemme venivano impiegati vari strumenti a fiato, per richiamo (lo shofar – il corno di ariete – e la chatzotzera – una tromba) o per fare musica (a fiato: ugabh – piccola zampogna o flauto – halil – grande zampogna – alamoth – flauto doppio – magrepha – siringa. A percussione: tof – tamburello – metziltayim o tziltzal – cimbalo).
Nel Tempio di Gerusalemme erano impiegati il nebhel (arpa grande), il kinnor (arpa piccola), il tziltzal ed il halil; era presente anche un coro composto da uomini. La danza era considerata parte integrante delle cerimonie religiose. Il canto era in forma responsoriale (più cori che si alternano), unisono, a solo, e, raramente, antifonale (canto alternato fra gruppi equivalenti). Le fonti – la Torah e gli altri testi dell’ebraismo – attestano l’uso di cantare e suonare nei momenti di gioia come espressione di lode al Signore (vedi le varie cantiche: di Mosè, di Miriam, etc.). Purtroppo non ci sono arrivate testimonianze scritte delle melodie e quindi molto di questo patrimonio è andato perso. Sappiamo però come leggere la Torah, grazie alla tradizione orale ed a valenti maestri come Aaron ben Asher di Tiberiade del IX sec. – che fu il primo a dare alla Torah un sistema compiuto di accenti – ed i Masoreti (in ebr. « coloro che trasmettono la tradizione ») del X sec.
Il primo sistema di notazione conosciuto (segni mnemonici, con accenti particolari detti « te’amim », e chironomici, dal termine greco « chironomia », cioè segni fatti con la mano per indicare la melodia, tecnica attestata dal Talmud) descriveva, con il movimento di un dito, l’andamento della melodia ascendente (« kadma »), discendente (« tifha ») o prolungato (« zakef »): è possibile vedere l’impiego di questi segni da parte di colui che assiste il Chazzan, cioè il cantore – necessario in quanto non è permessa la lettura da un testo con scritti gli accenti – andando in una sinagoga durante la lettura della Torah. Qualsiasi ebreo può officiare il culto nella sinagoga, ma deve saper leggere la Torah e le preghiere, pratica che richiede ovviamente uno studio. Solo alcuni libri della Torah, la cui lettura pubblica è obbligatoria, sono provvisti di melodia: Pentateuco, Profeti, Ester, Lamentazioni, Ruth, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Salmi, Giobbe (Proverbi, Esdra, Neemia e Cronache non hanno melodie perché non erano letti durante il servizio).
La musica ebraica sacra è fondata sul sistema modale, composto da un numero di « motivi » (breve figure musicali o gruppi di note) all’interno di una determinata scala. Il modo di leggere la Torah è segnalato fin dal I secolo. Il modo del Pentateuco è influenzato dalla musica greca ed orientale ed esprime dignità ed innalzamento dello spirito. Vi sono vari modi di leggere la Torah, a seconda dell’area geografica. Quello askenazita (Europa dell’Est) – fortemente influenzato dalla musica tedesca ed espressione di sentimenti struggenti e melanconici – è simile a quello in uso nelle comunità ebraiche del sud della Francia – Carpentras, Avignone – e dell’Italia. Il modo sefardita (Spagna ed Africa del nord) ha invece varie somiglianze con il canto gregoriano – che fece propri parecchi elementi dei canti ebraici – ed ovviamente ha molte affinità con le melodie arabe. In Italia, nel XVII secolo, Salomone Rossi – famoso musicista ebreo alla corte di Mantova – introdusse l’armonia e la polifonia nella musica sinagogale ed influenzò anche i paesi di lingua tedesca.
Il modo di cantare la Torah viene effettuato su una base stabilita, che sono appunto i « te’amim », ma il suo svolgimento è diverso non solo tra comunità askenazite, sefardite, italiane, ma anche tra le varie città della stessa nazione. Motivo per cui, per esempio, se si andrà in sinagoga a Roma, Venezia o Torino, non si ascolterà la stessa identica lettura. Ogni comunità ebraica, su una base di regole comuni, ha i propri usi e costumi e ciò è valido anche per il modo della lettura della Torah.

La riscoperta della lingua ebraica in Israele
Eliezer ben Yehuda (1858-1922) è noto come colui che ha « resuscitato » la lingua ebraica rendendola lingua di uno Stato, parlata da milioni di persone.
L’ebraico, un tempo usato correntemente nella terra di Israele, dopo la diaspora (dispersione degli ebrei) avvenuta con la conquista romana di Gerusalemme (70 d.C.), era sopravvissuto come lingua sacra per la lettura della Torah e le preghiere.
Eliezer ben Yehuda, nato come Eliezer Perlman in un villaggio della Lituania, aveva appreso la grammatica ebraica da un maestro di Jeshivah (scuola superiore ebraica) che segretamente condivideva le idee della Haskalah (l’Illuminismo ebraico del XIX sec.) la quale aveva ripreso l’ebraico per farne una lingua scritta correntemente. Eliezer all’università si era appassionato alla storia dei bulgari e turchi, popolazioni oppresse, e fu allora che nacque in lui l’idea che anche il popolo ebraico doveva ritornare nella propria terra. A Parigi, dove studiò medicina, cominciò a parlare ebraico e quando si sposò, nel 1881, decise che anche la sua famiglia doveva parlare ebraico.
Lentamente, ma con costanza, Eliezer diffuse le sue convinzioni tra i suoi amici creando circoli che si proponevano come scopo di rendere l’ebraico di nuovo una lingua comunemente parlata. Cominciò a pubblicare sui giornali in ebraico e redasse un vocabolario di ebraico dopo aver consultato tutti i libri e i manoscritti che poté trovare nella biblioteca del convento di Saint-Etienne o negli istituti archeologici di Gerusalemme e nelle biblioteche di Londra, Oxford, Cambridge, Parigi, Berlino, Pietroburgo, Parma, Livorno e del Vaticano.
Nel 1910, dopo circa quindici anni di lavoro, fu pubblicato il primo volume del Thesaurus della lingua ebraica antica e moderna; i successivi uscirono dal 1912 al 1922, data della morte di Eliezer. L’opera fu portata a termine, postuma, nel 1959 (16 volumi). Nel 1890 venne fondato il primo Comitato per la lingua ebraica (che nel 1954 fu sostituito dall’Accademia ebraica) che aveva il compito di definire le regole di pronuncia (fissata – più vicina a quella sefardita – nel 1913), dell’ortografia e di supplire a tutte le lacune del vocabolario, « creando » i termini moderni. In Israele, nell’ambito scolastico, un gran lavoro per la diffusione della lingua ebraica fu svolto dal gruppo gli « Amanti di Sion » con il sostegno finanziario del barone Edmond de Rothschild.
Già dal 1900 i bambini nelle scuole si esprimevano correntemente in ebraico. Nel 1908, al primo Congresso internazionale sul ruolo dello Yiddish nella vita ebraica a Czernowitz, iniziò la lotta tra i sostenitori dello Yiddish e quelli dell’ebraico come lingua nazionale ebraica. Nel 1919 fu fondato in terra di Israele il primo quotidiano in ebraico: Hadashot ha-Aretz (divenuto in seguito Ha’aretz); tra il 1924 ed il 1934 furono inaugurati il Technion di Haifa, l’Università ebraica di Gerusalemme ed il futuro Istituto Weizmann; nel 1934 iniziarono trasmissioni radio in ebraico; dal 1925 vennero creati teatri dove si rappresentavano opere in ebraico.
Nel 1922, l’art. 22 del Mandato britannico stabilì che l’inglese, l’arabo e l’ebraico erano le lingue ufficiali del paese e dal 1948 l’ebraico divenne di nuovo la lingua ufficiale di uno Stato sovrano, lo Stato di Israele.

Silvia Haia Antonucci

Associazione di Amicizia Marche Israele – Pagina attiva dal 1995 – E mail: aami@eclettico.org
Ultimo aggiornamento: 16/01/10

Santo Stefano, delle letture della messa di questi giorni

 

Santo Stefano, delle letture della messa di questi giorni dans immagini sacre saint_Stephen_Martyr

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Publié dans:immagini sacre |on 15 avril, 2013 |Pas de commentaires »

L’IGNORANZA DEI DISCEPOLI. APRIRE GLI OCCHI – CARLO MARIA MARTINI

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L’IGNORANZA DEI DISCEPOLI. APRIRE GLI OCCHI

mercoledì 9 gennaio 2013

DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI, S.J.

La meditazione che intendo proporre vuole aiutarci nell’approfondimento del senso della penitenza. Chiediamo, quindi, al Signore la grazia di purificarci interiormente.
Come appare nel Vangelo di Marco, questa esperienza di purificazione?
Utilizziamo uno dei passi fondamentali in cui Marco, al capitolo quarto, vuol fare comprendere il mistero del Regno: «A voi è dato il mistero del Regno; a quelli di fuori tutto avviene in parabole» (4,11-12).
Lo scopo di tutta la catechesi marciana è di far passare da una situazione al di fuori, in cui il mistero del Regno appare da angolature sociologiche o fenomenologiche, ma non è colto nella sua sostanza, alla situazione al di dentro.

Entrare nel mistero del Regno
Nel Nuovo Testamento ricorre spesso l’espressione al di fuori per indicare chi non partecipa alla conoscenza interiore del mistero del Regno, cioè della fede, come per esempio i pagani.
Per esempio, nella prima lettera ai Corinti, parlando dei giudizi che devono aversi all’interno della comunità, Paolo dice: «… tocca forse a me giudicare quelli di fuori? . . .» (1 Cor 5, 12-13); e ancora, nella lettera ai Colossesi: «Camminate nella sapienza per riguardo a quelli di fuori» (Col 4, 5) cioè, a quelli che non partecipano al dono del Vangelo e stanno a vedere, e vi guardano giudicandovi da un punto di vista esteriore. Nella prima lettera ai Tessalonicesi, poi, troviamo: «… affinché camminiate in maniera degna, per riguardo a quelli di fuori» (1 Ts 4, 12).
L’espressione è, quindi, abbastanza nota nel Nuovo Testamento e designa la categoria di coloro che non hanno ancora capito il mistero del Regno. Oggi essa comprende non solo i non battezzati ma, di fatto, tutti coloro per i quali i misteri del Regno di Dio e della Chiesa sono ancora qualcosa di esteriore a cui non si partecipa dall’interno, con cui non ci si identifica, al punto che tutto appare enigmatico. Si vede la Chiesa fare certe cose, compiere certe azioni sacre o agire in determinati modi, ma tutto sembra come una grande parata di cui non si capisce il significato.
Bisogna allora entrare con coraggio all’interno di questo mistero per identificarci con esso. Ecco la via catecumenale: da un di fuori in cui i segni appaiono enigmatici, verso un interno in cui essi si identificano con la realtà. Questa via è appunto descritta al capitolo quarto in cui si cita un passo dell’Antico Testamento:

«Affinché, vedendo, non vedano,
ascoltando non odano,
per paura che si convertano
e venga loro perdonato»
(4,12: citaz. di Is 6,9- 10).

Si è discusso a lungo su questo versetto per indicare se è mai possibile che ci sia, da parte di Dio, una volontà di non farsi capire. In realtà si tratta di un modo espressivo per dire cosa succede a chi chiude gli occhi, ed è un versetto molto istruttivo se lo rovesciamo cogliendone l’aspetto positivo. Cioè se ci chiediamo: qual è la via del catecumeno? È la via di colui che vuole aprire gli occhi così da vedere. Molti guardano le cose della Chiesa, ma non le vedono, non ne capiscono il senso. Molti, oggi in posizione di critica verso la Chiesa, sono spesso nell’atteggiamento del guardare e non vedere, dell’ascoltare e non intendere. Bisogna, invece, passare dal guardare al capire, dall’ascoltare al comprendere, in modo da convertirsi ed avere il perdono. Ecco la via positiva che le parole del v. 12 esprimono.

Aprire gli occhi
E si comprende meglio questo, quando si medita il ripetuto invito, nel Vangelo di Marco, ad aprire gli occhi, ad ascoltare e a comprendere. Possiamo, così, dedicare questa meditazione all’ignoranza del discepolo.
San Marco suppone che il punto di partenza della via catecumenale — e per gli stessi Dodici della loro intimità con Gesù — sia una riconosciuta situazione di ignoranza: di un non sapere e non capire, di un non vederci chiaro. Questa attitudine di ignoranza viene più volte ricordata da Gesù ai suoi discepoli, perché si convincano che non hanno ancora veramente visto né capito. Egli ribadisce che è necessario uscire da una tale situazione di sufficienza e mettersi invece in un atteggiamento di riconosciuta ed umile ignoranza, disposta ed attenta all’ascolto.
[...]
Nel capitolo quarto, oltre al già citato v. 12, abbiamo il v. 23 con l’invito: «Se qualcuno ha orecchi per intendere ascolti». Al v. 24, «Guardate bene ciò che udite» e al v. 40: «Perché tanta paura? non avete ancora fede?», cioè, non intuite ancora? Vedremo, poi, quanto il capitolo quarto sia fondamentale, perché segna un passo avanti nella conoscenza di Gesù.
Nel capitolo sesto ritorna lo stesso rimprovero: «Non avevano capito riguardo ai pani, essendo il loro cuore indurito» (6,52). Altro brano di insistenza sull’ignoranza del discepolo e al capitolo ottavo:

«Perché state discutendo che non avete pane?
Ancora non capite, non intendete
(in greco letteralmente: non avete mente)?
Avete il cuore indurito?
Avendo occhi non vedete,
avendo orecchi non udite?
E non vi ricordate . . .» (8,17).

Ci sono presentati cinque rimproveri successivi che passano in rassegna tutti i sensi dell’uomo per fare intendere agli interlocutori che non hanno capito assolutamente niente.
E finalmente al capitolo nono troviamo l’ultimo brano riguardante l’incomprensione: «Ma questi non capivano la parola e avevano paura di interrogarlo» (9,32).
Ecco dunque il punto di partenza per il cammino catecumenale. Tale stadio, anzi, accompagna per qualche tempo questo itinerario ed è caratterizzato dalla situazione di essere in qualche modo con l’animo ancora al di fuori dal centro del messaggio; di intuire confusamente qualcosa, ma di non avere ancora capito il mistero. «A voi è dato il mistero…» (4,lls), ma questo mistero non viene inteso, non viene capito fino in fondo finché non si è percorso tutto il cammino che è segnato dal Vangelo di Marco. Dal capitolo quarto al capitolo nono si sottolinea che si è ancora molto indietro in questa strada.
È un atteggiamento che dovremmo suscitare in noi ogni volta che ci mettiamo di fronte al mistero di Dio. Dovremmo poter dire: «quanto poco conosciamo del mistero di Dio». Perché è soltanto con questo atteggiamento che possiamo metterci in attentissimo ed umile ascolto, pronti a percepire ciò che Dio vuole comunicarci.

Accettiamo la nostra ignoranza

Il primo punto allora è il seguente: il Vangelo di Marco suppone, per un serio cammino catecumenale e per una vera sequela dei Dodici nei riguardi di Gesù, che si parta dalla costatazione dello stato di una certa ignoranza e incomprensione teorica e pratica del mistero di Dio.
Il secondo di questa meditazione vuole rispondere alla domanda: in che cosa consiste concretamente questa ignoranza? Dove si esplica negli apostoli, nei discepoli?
Occorre leggere tutto il Vangelo di Marco e vedere dove e come tale ignoranza affiora. Tra i vari passi che si potrebbero proporre ne ho scelti alcuni, tenendo presente che il Vangelo di Marco viene letto in una situazione di istruzione catecumenale. Ogni episodio di Marco, in fondo, ha lo scopo, soprattutto nella prima parte, di stigmatizzare l’ignoranza del discepolo e fargli capire cosa non va in lui affinché se ne avveda e cerchi di correggersi. Tutta li prima parte, quindi, ha uno scopo penitenziale.

(Estratto da L’itinerario spirituale dei dodici, C.M. Martini, Ed. AdP, 2012)

 L’itinerario spirituale dei dodici
Si tratta di una delle prime (1974) esperienze di Esercizi spirituali, alla luce della Parola di Dio, proposti ami gruppo di vescovi dell’Emilia dall’allora “semplicemente” padre Carlo Maria Martini.
A differenza degli altri il riferimento è meno costante al testo degli Esercizi ignaziani e più rivolto ad approfondire le esigenze della vera sequela di nostro Signore Gesù, secondo un itinerario dell’apostolo,del discepolo e del catecumeno, ben illustrato dal Vangelo di Marco. Mai più stampato dal 1978.ma spesso citato, anche dallo stesso ca,d. Martini.questo corso viene finalmente riproposto in una nuova edizione, raccomandata dall’autore stesso, dopo il successo della recente e analoga rivisitazione degli Esercizi sul Vangelo di Giovanni.

IL MARTIRIO DI STEFANO

http://www.piccoloeremodellequerce.it/Mostra%20Tralucere%20L’Infinito/Catalogo/01_martirio_di_Stefano.htm

IL MARTIRIO DI STEFANO

IL MARTIRIO DI STEFANO dans immagini e testi, 01_Martirio_di_Stefano

Tempera su tavola, 50×40

di Donatella Capograssi
Allieva della Glikophilousa

Il nostro itinerario contemplativo sulle orme luminose dell’apostolo Paolo ha inizio con la raffigurazione del martirio di Stefano, che compie efficacemente la parola di Gesù: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Stefano, il seme. Paolo, il frutto. «Uomo pieno di fede e di Spirito Santo» (At 6,5), il giovane diacono cade, marcisce e muore mentre, tra i persecutori, l’irreprensibile fariseo di Tarso presto sarà il germoglio nuovo della sua indefettibile testimonianza.
L’icona annuncia questa fecondità maturata nel sangue del martirio senza trascurare la rappresentazione dell’intolleranza sprezzante che deraglia nel linciaggio di un innocente, come ammetterà lo stesso Paolo riferendo di sua una sua visione al tempio di Gerusalemme: «Signore, …facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe quelli che credevano in te; e quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anche io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano» (At 22,19-20).
Nell’icona, lo sfondo architettonico rimanda alla città di Gerusalemme. Gli edifici si stagliano nel grigiore di un’ostentata freddezza. Le forme scarne e i colori ferrigni sottolineano il bieco livore degli oppositori che si scagliano contro Stefano, ma soprattutto il raggelante rifiuto di riconoscere in Gesù il Messia.
È insomma il disseccarsi del cuore che, nel torbido offuscarsi della ragione, si abbandona ad un’inaudita violenza, come notifica il testo biblico: «erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano» (At 7,54).
In primo piano, Stefano e, sulla sinistra, Saulo: il martire e il persecutore. Il primo, ardente seguace della Via (cfr. At 9,2), raffigurato nell’elevatezza spirituale dell’ardimento, fissa lo sguardo sulla gloria di Dio. È ritto in piedi  e celebra solennemente la vittoria di Cristo sul male e sulla morte: il suo martirio è infatti «la manifestazione della forza della risurrezione, perché nei martiri Cristo soffre e vince la morte» (W. Rordorf).  Già davanti alla divina maestà, è vestito di bianco, essendo tra «quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).
 Tra le mani regge il turibolo e il rotolo della Parola. Con la sinistra, il turibolo, quasi oscillandolo nell’atto di spargere la fragranza dell’incenso per indicare il soave profumo della sua offerta.
«Vi esorto, per la misericordia di Dio, – scriverà più tardi l’apostolo Paolo – a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1), in ciò forse esaltando anche il giovane martire. Di certo, ben consapevole che «l’offerta del giusto arricchisce l’altare, il suo profumo sale davanti all’Altissimo. Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito, il suo ricordo non sarà dimenticato» (Sir 35,8-9).
Con la destra, Stefano stringe il rotolo della Scrittura: egli ha servito il Cristo nella diakonía istituita per il servizio quotidiano delle mense, ma ha anche predicato efficacemente spezzando con sapienza il pane della Parola. Ed ora con fierezza, nell’acme del martirio, rinnova la sua fede sostenuta dalla promessa di Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
 Sulla candida tunica dell’integrità provata, egli indossa un manto rosso riccamente adornato, che rinvia alla magnificenza dei paramenti sacerdotali e ci sottrae alla vicenda cruenta della lapidazione per trasferirci sul piano di una liturgia in atto: con la sua passione e morte, egli partecipa al sacrificio di Cristo nell’alleanza nuova della Chiesa nascente ed eleva in pienezza il suo battesimo.
 Fagocitato nel suo zelo arrogante, Saulo invece, a sinistra, regge il mantello dei complici ed assiste, approvandolo, all’annientamento del giusto. Il suo sguardo fissa il martire, ma i suoi occhi sono accecati dall’odio: non scorge il chiarore luminoso del santo sedotto da Cristo, imbavagliato com’è nella sua presunta verità, miseramente scaduta in violenza ideologica e integralista. Il rigore morale del suo afflato religioso si è ormai inabissato nel magma della più fredda e spietata intransigenza. A nulla è valso il principio del suo maestro, il saggio Gamaliele: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!» (At 5,38-39).
 Scrive san Fulgenzio di Ruspe: «Sostenuto dalla forza della carità, Stefano vinse Saulo che infieriva crudelmente, e meritò di avere compagno in cielo colui che ebbe in terra persecutore. Ed ecco che ora Paolo è felice con Stefano, con Stefano gode della gloria di Cristo, con Stefano esulta, con Stefano regna. Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiera di Stefano».

suor Renata Bozzetto
suor Rossana Leone

Publié dans:immagini e testi,, SANTI |on 15 avril, 2013 |Pas de commentaires »

La pesca miracolosa

La pesca miracolosa dans immagini sacre The-Miraculous-Draught-of-Fishes-Konrad-Witz-Wikipedia-entry-on-Miraculous-Catch-of-Fish

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Publié dans:immagini sacre |on 13 avril, 2013 |Pas de commentaires »

DIMANCHE 14 AVRIL : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT – SECONDA LETTURA – APOCALISSE DI SAN GIOVANNI 5, 11-14

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

(traduzione Google dal francese)

DIMANCHE 14 AVRIL : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

SECONDA LETTURA – APOCALISSE DI SAN GIOVANNI 5, 11-14

Con l’Apocalisse, siamo in presenza di visione, con tutto ciò che comporta insolito, ma davanti a noi sappiamo una cosa è che l’intero libro dell’Apocalisse è un canto di vittoria; nel passaggio sopra, è chiaro! Il cielo, milioni e centinaia di milioni di angeli gridare qualcosa come: « Viva il Re! « … e in tutto il mondo, sia a terra, in mare, o anche sotto la terra, tutto ciò che ha acclamato come il respiro è anche il giorno della incoronazione di un nuovo re. Il nuovo re, qui, naturalmente, è Gesù Cristo: egli è « l’Agnello immolato », che è acclamato e ha ricevuto « potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione. « Per descrivere la regalità di Cristo, questa visione con un linguaggio simbolico di immagini e figure. Questo significa ricchezza e anche la difficoltà di questi testi. Ricchezza, perché solo il linguaggio simbolico ci può fare nel mondo di Dio, l’ineffabile, l’indicibile non si può descrivere, si può solo essere proposto, per esempio, si deve fare attenzione a certe immagini, certi colori, certe figure che ricorrono di frequente e non è certo un caso.
 Ma la difficoltà sta nella interpretazione dei simboli. La nostra immaginazione è richiesta, si ci può aiutare, ma fino a che punto possiamo fidarci la nostra intuizione di capire ciò che l’autore ha voluto suggerire? Dobbiamo sempre rimanere umili nella interpretazione dei simboli! Non possiamo pretendere di capire il significato nascosto di un testo biblico di sorta. La frase « quattro esseri viventi » è un buon esempio: l’ultimo capitolo dell’Apocalisse che li ha descritti come quattro animali alati, la prima un volto di un uomo, come gli altri tre animali, un leone, un’aquila, un toro … e siamo abituati a vedere sui numerosi dipinti, sculture e mosaici … e pensiamo di sapere senza esitazioni che è, è che S. Ireneo nel secondo secolo, ha proposto una lettura simbolica: per lui, i quattro esseri viventi sono, senza dubbio, i quattro evangelisti: Matteo Vivere nel volto di un uomo, Marc leone (gli amanti di Venezia non si può dimenticare!), Luca Bull, Giovanni l’aquila. Ma gli studiosi biblici non sono a proprio agio con questa interpretazione, perché sembra che l’autore dell’Apocalisse aveva scattato una foto qui di Ezechiele in cui quattro animali supportano il trono di Dio, e sono semplicemente il mondo creato.
 Le cifre parlano proprio: tutte queste precauzioni, sembra che il numero 3 simboleggia Dio ha creato il mondo e 4, forse a causa dei quattro punti cardinali, 7 (3 +4) si riferisce a Dio e mondo creato, suggerisce completezza, la perfezione … improvvisamente, 6 (7-1) è incompleta, imperfetta. Cheer degli Angeli è dunque un significato singolare: « Lui, l’Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione » quattro termini di successo terreno inserito in tre termini riservati Dio (l’onore, la gloria, la benedizione), per un totale di sette parole: si dice che l’Agnello immolato (Jean giocatori sanno che è Gesù) è pienamente Dio e pienamente uomo, e qui possiamo vedere il potere della suggestione di un tale linguaggio simbolico!
 Leggiamo: « Ho sentito l’acclamazione di tutte le creature in cielo e sulla terra e sotto terra e mare » (di nuovo quattro termini: è infatti tutta la creazione), tutti gli esseri che s ‘Ci sono proclamati: « A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli. « Il mondo è stato creato, che proclama la sua sottomissione a Colui che siede sul trono (Dio naturalmente), e all’Agnello. Non è una coincidenza, o, se ancora in vita che sostengono il trono di Dio in Ezechiele e rappresentare il mondo creato sono in numero di quattro.
 Tutto questo insistenza Jean qui è quello di evidenziare la vittoria dell’Agnello immolato: apparentemente sconfitto agli occhi degli uomini, è infatti il ​​vincitore, questo è il grande mistero che è al centro del Nuovo Testamento paradosso o, se si preferisce: il Maestro del mondo, è il più piccolo, il Giudice dei vivi e dei morti è stato identificato come un criminale, egli è Dio, è stato trattato blasfemo e questo è il nome di Dio è stato rifiutato. Peggio ancora, Dio lo permette. Quando San Giovanni si sviluppa questa meditazione nella sua comunità, è probabile che il suo scopo è duplice: in primo luogo, dobbiamo trovare una risposta allo scandalo della croce, e dare argomenti ai cristiani in questa direzione. Quando Giovanni scrisse l’Apocalisse, i cristiani e gli ebrei sono pieno dibattito su questo tema: gli ebrei per la morte di Cristo è sufficiente a dimostrare che non era il Messia, il libro del Deuteronomio aveva risolto il problema: « La che è stato condannato a morte in nome della legge, eseguito e legno sospeso è una maledizione di Dio « (Dt 21, 22). Ma questo è quello che è successo a Gesù.
 Per i cristiani, testimoni della risurrezione, che sarà invece vedere l’opera di Dio. Misteriosamente, la Croce è la posizione del l’esaltazione del Figlio. Gesù si era annunciato nel vangelo di Giovanni: « Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, saprete che » Io Sono « (Gv 8, 28). Questo significa che « finalmente si riconosce la mia divinità » (da « I Am » è solo il nome di Dio). Dobbiamo imparare a leggere il disgraziato sfigurato caratteristiche condannato la gloria di Dio. Nella visione di Giovanni descrive l’Agnello riceve gli stessi onori, il successo stesso come colui che siede sul trono. Secondo obiettivo Jean, aiutare i suoi fratelli di tenere bene in gara: le forze dell’amore hanno sconfitto le forze di odio che è il messaggio dell’Apocalisse.

14 APRILE 2013 – 3A DOMENICA DI PASQUA: QUANTO E’ STRAORDINARIA LA VITA ORDINARIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/04-Pasqua/Omelie/03-Domenica-di-Pasqua-2013_C-BF.html

14 APRILE 2013  -  3A DOMENICA DI PASQUA – C / OMELIA DI APPROFONDIMENTO

QUANTO E’ STRAORDINARIA LA VITA ORDINARIA

Il Vangelo di Giovanni sembrava terminato con il brano che abbiamo letto domenica scorsa. Quello che abbiamo letto poco fa, dicono gli studiosi, è un’aggiunta. Una bellissima aggiunta.
Risponde ad una nostra legittima curiosità: « Che cosa fecero i discepoli di Gesù, dopo la grande settimana santa? »
È la domanda che rivolgiamo a noi stessi: « La Pasqua è passata. Che cosa dobbiamo fare adesso? »
I discepoli sono ritornati alla loro vita abituale in Galilea, dedicandosi al loro lavoro quotidiano, la pesca. Simon Pietro invita altri sei discepoli a uscire in mare per pescare. È una piccola comunità di sette discepoli.
La festa è così bella, ma poi le luci si spengono e si deve ricominciare. Tutto ridiventa grigio. La vita di tutti i giorni, il lavoro monotono, ripetitivo, faticoso, spesso deludente.
A volte è così difficile trovare un senso a tutto questo. Eppure…
Un sarto aveva passato la vita a cucire e rammendare, tagliare, imbastire, provare e riprovare vestiti per clienti esigenti.
In tarda età, sul letto di morte, il sarto stupiva i parenti e gli amici che lo circondavano per la sua incredibile serenità.
Quando sentì avvicinarsi l’ultima ora, il sarto chiese che gli fosse portato il suo ago preferito. Era l’ago che lo serviva da tutta la vita era un ago normale, ma l’uso l’aveva reso lucente e scintillante come fosse forgiato di metallo prezioso.
Il sarto lo alzò e con voce ferma proclamò: « Questa è la mia chiave del Paradiso! »
Il Vangelo ci spiega che c’è un prima e un dopo la Risurrezione di Gesù. Prima, ci sono la paura, l’incomprensione, il tradimento, il dolore. Dopo, tutto cambia: nella prima lettura abbiamo visto il cambiamento di Pietro: non è più il Simone che trema davanti ad una serva, ma è il Pietro che non ha più paura di niente e che nessuno riesce a fermare.
Ma non ci sono i grandi momenti, c’è la vita quotidiana.
Anche quella cambia.
I discepoli pescano per tutta la notte, ma non riescono a prendere niente. Il loro lavoro è inutile. Così, quando spunta il grigiore dell’alba ritornano a casa delusi e rassegnati. Quella mattina tutto è grigio e sconfortante.
Proprio quello che spesso succede anche a noi.
Tutto è stato vano. In questa situazione di delusione e di rassegnazione, Giovanni dice:
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: « Figlioli, non avete nulla da mangiare? ». Gli risposero: « No ». Allora egli disse loro: « Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete ».
Provenendo dalla riva il Risorto entra nella loro vita, nel grigiore di quella mattina. E instaura un rapporto con loro; si rivolge a loro con amore come se fossero figli suoi e chiede che cosa hanno da mostrargli, che cosa hanno da mangiare, di che cosa si nutrono e che cosa gli possono offrire.
Gesù ci domanda se abbiamo abbastanza per nutrirci nella nostra vita quotidiana.
E ci dà un consiglio affinché la nostra vita abbia successo ed egli ci possa donare ciò di cui abbiamo bisogno per vivere.
Dobbiamo rifare ciò che facevamo anche prima della Pasqua.
Ma ora dovremmo farlo in modo consapevole. Ciò viene significato col riferimento al lato destro della barca. Non dobbiamo continuare a fare senza riflettere ciò che è sempre stato fatto. Dobbiamo mostrare attenzione e consapevolezza in ciò che facciamo.
Allora tutto cambierà, allora scopriremo in ogni cosa la presenza di Dio. E non dobbiamo svolgere il lavoro a nostro nome, ma per ordine di Gesù. In tutto ciò che facciamo dobbiamo renderci coscienti del fatto che siamo al servizio di Dio e non al nostro servizio.
È il significato bellissimo della preghiera del mattino, che troppi ormai trascurano. Ci aiuta sempre dire al mattino, già quando ci alziamo: « Mi alzo in tuo nome, inizio la giornata al tuo servizio ».
Sappiamo bene che tutto quello che faremo, ogni azione della nostra giornata ora ha un senso infinito e neanche un secondo andrà sprecato.
I discepoli pescano davvero così tanto pesce che le reti quasi si spezzano. Sono 153 pesci. Anche questo è un numero simbolico. Evagrio Pontico, un padre della Chiesa, lo interpreta in un modo un po’ originale. Egli ritiene che 100 sia il quadrato, 28 il triangolo e 25 la sfera. Il numero 153 significherebbe allora che tutti i contrasti diventano uno.
Se viviamo la quotidianità seguendo in modo consapevole l’indicazione di Gesù, riponendo la nostra fede nella presenza del Risorto, possiamo riconciliarci con i contrasti che spesso ci lacerano, i conflitti tra preghiera e lavoro, tra lavoro e famiglia, le esigenze e i sentimenti in lotta dentro di noi. Improvvisamente tutto diventa uno. Tutto ha un senso. Ciò che ha angoli e spigoli si arrotonda. Ciò che normalmente rimane sconnesso, si unisce e si collega.
C’è una presenza risanante ora nella nostra vita.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: « È il Signore! ». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Questa frase, « E il Signore! », è una strada importante per incontrare il Risorto nel cuore della nostra vita quotidiana.
Dopo la Pasqua dovrebbe essere naturale pensare in ogni luogo: « E il Signore! ».
Il Signore è con noi quando siamo in ufficio. È il Signore quando prepariamo i pasti in cucina. Ed è il Signore quando attraversiamo la città.
Se richiamiamo alla mente questa frase in tutte le situazioni quotidiane, tutto assume un volto nuovo.
Allora sappiamo che la risurrezione avverrà nel cuore della mia vita di ogni giorno e che la risurrezione è possibile anche nei lavori più banali. Improvvisamente il grigiore del mattino si illumina. E nasce un rapporto personale con Gesù Cristo, il Risorto. Da questo momento tutto ciò che compiamo è visto sotto una luce diversa. Lo faccio davanti agli occhi colmi di amore di Dio e in comunione con il Risorto. E così si trasforma l’atmosfera. Non veniamo lasciati soli. Il Risorto stesso ci sta a fianco e riempie la nostra vita quotidiana con il calore del suo amore e con la luce della sua risurrezione.
Quando i discepoli trasportano a terra con fatica la rete con i pesci, Gesù ha già pesce e pane che vengono cotti su un fuoco di brace.
Gesù disse loro: « Venite a mangiare ». E nessuno dei discepoli osava domandargli: « Chi sei? », perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.
E una strana atmosfera. Il Risorto è improvvisamente in mezzo a loro. Ma non osano domandargli nulla. Sanno che è lui. E improvvisamente la grigia mattina si illumina e nasce una comunione intima e delicata tra loro e il Risorto. Consumano il pasto assieme, cosi come hanno fatto tante volte durante la loro vita insieme con Gesù. « Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce ».
Giovanni descrive questo pasto come pasto eucaristico. In ogni eucaristia il Risorto entra nella nostra vita. Provenendo dall’altra sponda, dal cielo, egli giunge nella nostra grigia quotidianità. In ogni eucaristia Cristo ci rende più forti per i doveri quotidiani con la sua carne e il suo sangue. Ma in ogni eucaristia risplende anche il Paradiso e Cristo ci dona l’alimento immortale del suo corpo e del suo sangue divino. Nel mezzo della mattina, grigia ed estranea, si può scoprire la casa, essere in intimità con colui che adesso è in cielo accanto al Padre e tuttavia anche tra di noi come colui che immerge la nostra quotidianità nella luce divina dell’amore.
Tuttavia, il pasto con il pane e i pesci non si riferisce solo all’eucaristia, ma anche a ogni incontro con il Risorto nella nostra vita di ogni giorno. Se in tutte le situazioni quotidiane ricordiamo la frase « E il Signore! », se abbiamo fede nel fatto che il Risorto ci voglia incontrare proprio nella desolazione del grigiore del mattino, allora la nebbia mattutina si solleva e il Risorto ci porge il pane e il pesce. Ci dà forza a sufficienza per affrontare con successo la giornata. E ci dà anche l’alimento dell’immortalità, l’alimento che rimanda al di là di questa vita.
Dopo una vita semplice e serena, una donna morì e si trovò subito a far parte di una lunga e ordinatissima processione di persone che avanzavano lentamente verso il Giudice Supremo. Man mano che si avvicinava alla mèta, udiva sempre più distintamente le parole del Signore.
Udì così che il Signore diceva ad uno: « Tu mi hai soccorso quando ero ferito sull’autostrada e mi hai portato all’ospedale, entra nel mio Paradiso ». Poi ad un altro: « Tu hai fatto un prestito senza interessi ad una vedova, vieni a ricevere il premio eterno ». E ancora: « Tu hai fatto gratuitamente operazioni chirurgiche molto difficili, aiutandomi a ridare la speranza a molti, entra nel mio Regno ». E così via.
La povera donna venne presa dallo sgomento perché, per quanto si sforzasse, non ricordava di aver fatto in vita sua niente di eccezionale. Cercò di lasciare la fila per avere il tempo di pensare, ma non le fu assolutamente possibile: un angelo sorridente ma deciso non le permise di abbandonare la lunga coda.
Col cuore che le batteva forte, e tanto timore, arrivò davanti al Signore. Subito si sentì avvolta dal suo sorriso.
« Tu hai stirato tutte le mie camicie… Entra nella mia felicità ».
A volte è così difficile immaginare quanto sia straordinario l’ordinario.
Lo capisce anche Pietro, nel suo « esame di maturità », che abbiamo ascoltato al termine del brano di Vangelo: Gesù gli spiega con semplicità che non ha garanzie umane, né oro né argento, con un tesoro in vasi fragili, andrà lontano solo con la forza che gli viene dall’amore per Gesù.

 Bruno FERRERO sdb |

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 avril, 2013 |Pas de commentaires »
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